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Coro ammutolito (con tendenze cacofoniche)

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Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.

*

da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ

 

Fribourg – Lugano – Torino

Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.

*

 

A Adele

A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.

*

 

et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.

Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.

 

*

 

Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.

 

*

da UNA CODA

 

Processi mitopoietici

In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.

Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.

In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.

 

*

 

da UN’ALTRA VOLTA

 

Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda

e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.

 

Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024. Postfazione di Massimo Gezzi.