Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin
È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto, ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce, tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto, ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci, ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova, ciò che si fa schiuma per non morire del tutto, ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno, ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce, ciò che avanza nella luce e trema degli abissi, tutto questo — e molto di più: è il mare.
Jules Supervielle
C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait, Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait, Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret, Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre, Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver, Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait, Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel, Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface, Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs, Tout cela et bien plus encore, La mer.
Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960).
Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).
Diego Valeri, Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976, è stato un poeta, traduttore e accademico italiano. La sua formazione letteraria avviene attraverso Pascoli, dal quale acquisisce in gran parte il lessico, la sintassi e le forme metriche, il D’Annunzio dell’Alcyone, i crepuscolari e nella sua lirica si avvertono gli influssi di Verlaine e dei post-simbolisti. Il tema principale della poesia valeriana è la natura, una natura che vive autonomamente escludendo così qualsiasi elemento antropomorfico.
Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore
da ogni creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.
Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe, quando doveste alzarvi per morire? La sabbia che Israele ha riportato, la sabbia del suo esilio? Sabbia rovente del Sinai, mischiata a gole di usignoli, mischiata ad ali di farfalla, mischiata alla polvere inquieta dei serpenti, mischiata a grani di salomonica sapienza, mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.
O dita, che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe, domani già sarete polvere nelle scarpe di quelli che verranno!
Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022
Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”
Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura per la propria sicurezza, occupa il paese vicino. Un milione di profughi, fra i quali donne, bambini e anziani, si accampa vicino alla frontiera della propria patria. Gli uomini, armati di fucili Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente Di un’altra grande potenza Sorride con tristezza. Gli europei per tre settimane febbrilmente discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù di sinistra tedesca protesta contro gli armamenti e programma in caso di guerra la creazione di piccoli, mobili reparti di autodifesa, armati di fucili ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita, per gli ultimi giorni prima della fine del mondo, ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario di banca in pensione presenta in televisione nastri magnetici con le registrazioni delle voci dei morti. I morti non hanno molto da dire, elencano i propri nomi, piangono o ci salutano con urli d’uccelli, brevi come un sospiro. Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta, guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità dei politici. Siamo impotenti e sereni, ci sembra di capire più degli altri.
Adam Zagajewski Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori a cura di Marco Bruni
Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024
C’è un qualcosa che scorna sbattendo sui muri d’amianto e nel sorriso insolente di chi ha centrato il bersaglio c’è la perdita dell’etica trame e tragedia il luogo altolocato dei complotti e ben prima di adesso molto prima di qui la perdita del sacro.
Brandisce le armi una guerra cola scempio dovunque conduce un assalto un affondo nell’aria mitraglia c’è un coltello che taglia la violenza che grida un mare per tomba una bomba.
Piangete la domanda ora e il messaggio piangete le madri col velo sulla bocca nere fosse negli occhi formate un bavaglio e scalciate fiorite di buono abbiate stelle tra le mani non più per l’uomo o la donna lavorate il profondo salvate la pelle ai bambini.
Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti) JOLANDA INSANA *
balbetto ai confini del reame ricco di grano vero picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo ma è balbettamento per scompenso perchè poi non immagino nulla in questo allucinamento per fame amara che non fabbrica segni e non riesco a morire con l’erba in bocca
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ho contrabbandato sale tra una sponda e l’altra dello Stretto per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno presero un colpo di freddo e fecero male
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nel continente assiderato dove il dolore è fresco non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi e così m’improvviso aromataria e sparigica per trovare nella selva di foresti medicamenti l’erbasena che non sana pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori ma semplicemente sola preclusa e reclusa
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faccio finta che è così per lasciarmi isnervata prendere a tradimento nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto. Per la prima volta vedrai i pori schiudersi come musi di pesce e potrai ascoltare il mormorio del sangue nelle gallerie e sentire la luce scivolarti sulle cornee come lo strascico di un abito; per la prima volta avvertirai la gravità pungerti come una spina nel calcagno e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole. Ti prometto di renderti talmente vivo che la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche e ti parrà che i tuoi ricordi inizino con la creazione del mondo.