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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: emiliocapaccio

Sussurri d’Altrove – Ritratti: Lya Luft

01 mercoledì Lug 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, POESIA, Sussurri d'Altrove, TRADUZIONI

“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

C’è gente che invece di distruggere, costruisce;
invece di invidiare, regala;
invece d’avvelenare, abbellisce;
invece di strappare, riunisce a aggrega.

L. L.

Lya Luft è stata una delle voci più intense e raffinate della letteratura brasiliana contemporanea. Nata nel 1938 a Santa Cruz do Sul, nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul, in una famiglia di origine tedesca, crebbe in un ambiente culturalmente ricco ma anche segnato da rigidità morali e sociali.
La sua formazione fu profondamente influenzata dalla cultura germanica: fin da bambina lesse Goethe, Schiller e altri grandi autori europei, sviluppando una sensibilità letteraria precoce che avrebbe segnato tutta la sua produzione.
La doppia appartenenza culturale, brasiliana e tedesca, contribuì a creare in lei uno sguardo complesso sull’identità, sul senso di appartenenza e sulla fragilità dell’essere umano.
Studiò pedagogia e lettere anglo-germaniche a Porto Alegre, diventando successivamente docente universitaria di linguistica e letteratura. Parallelamente iniziò un’intensa attività di traduttrice, portando in lingua portoghese opere di autori come Virginia Woolf, Thomas Mann, Hermann Hesse e Rainer Maria Rilke.
Questo lavoro di mediazione culturale fu fondamentale per la maturazione del suo stile, perché le consentì di confrontarsi con grandi tradizioni narrative europee e con una scrittura psicologica profonda e introspettiva.
La sua carriera letteraria ebbe inizio con la poesia. Le prime raccolte, pubblicate negli anni Sessanta e Settanta, rivelavano già alcuni temi che sarebbero diventati centrali nella sua opera: il rapporto conflittuale con il corpo e con la femminilità, la solitudine, la memoria, il tempo e la morte. Tuttavia fu soprattutto nella narrativa che Lya Luft trovò la propria voce più autentica. A partire dagli anni Ottanta pubblicò romanzi e racconti che ottennero grande successo in Brasile e all’estero.
Le sue opere non si limitano a raccontare vicende familiari o psicologiche: esse esplorano gli spazi più nascosti dell’animo umano, affrontando paure, desideri e tensioni interiori con una scrittura elegante e intensa.
Uno degli aspetti più significativi della sua produzione è l’attenzione alla condizione femminile. Le protagoniste dei suoi romanzi sono spesso donne intrappolate in relazioni oppressive, in famiglie dominate dal silenzio o da convenzioni sociali soffocanti. Tuttavia Lya Luft non propone una narrativa apertamente ideologica o militante. La sua riflessione sulla donna nasce piuttosto dall’analisi dell’esperienza interiore, dal conflitto tra desiderio di libertà e imposizioni culturali.
Le sue figure femminili vivono spesso in una dimensione di inquietudine: cercano amore e riconoscimento, ma si confrontano continuamente con il senso di perdita, con la paura dell’abbandono e con il limite imposto dal tempo.
Nel romanzo As Parceiras, una delle sue opere più note, emerge chiaramente questa dimensione psicologica. La storia ruota attorno a rapporti familiari segnati da dolore, incomunicabilità e memorie traumatiche. L’atmosfera è cupa, quasi sospesa, e la casa familiare assume un valore simbolico: diventa il luogo della memoria, dei segreti e delle ferite mai guarite. La narrazione non procede secondo uno schema realistico tradizionale, ma si costruisce attraverso ricordi, riflessioni e immagini interiori. Questo modo di raccontare rende evidente l’influenza della letteratura europea moderna, in particolare di autori interessati all’indagine psicologica e al flusso della coscienza.
Anche in A Asa Esquerda do Anjo ritornano temi simili. Qui il conflitto identitario assume un ruolo centrale: la protagonista si sente divisa tra il peso delle origini familiari e il desiderio di costruire un’esistenza autonoma. La famiglia appare come un universo chiuso, regolato da rigide gerarchie e da una moralità soffocante. La tradizione tedesca, che nella vita dell’autrice aveva avuto un ruolo importante, viene rappresentata in modo ambivalente: da una parte è fonte di cultura e disciplina, dall’altra è simbolo di rigidità e repressione emotiva. In questo romanzo, come in molti altri di Lya Luft, il passato non è mai realmente concluso, ma continua a influenzare il presente attraverso ricordi, sensi di colpa e fantasmi interiori.
Un altro elemento fondamentale della sua narrativa è il rapporto con la morte. Dopo un grave incidente automobilistico avvenuto alla fine degli anni Settanta, la scrittrice sviluppò una riflessione ancora più intensa sulla precarietà dell’esistenza. Nei suoi romanzi la morte non è soltanto un evento finale, ma una presenza costante che accompagna la vita quotidiana. I personaggi vivono spesso nella consapevolezza della fragilità umana e dell’impossibilità di controllare completamente il destino. Questa visione dona alla sua scrittura un tono malinconico e meditativo, ma mai disperato. Anche nei momenti più oscuri rimane infatti uno spazio per la ricerca di senso, per la memoria degli affetti e per una forma di resistenza interiore.
Lo stile di Lya Luft si distingue per la capacità di unire semplicità e profondità. La sua prosa è limpida, elegante, priva di eccessi retorici, ma allo stesso tempo ricca di immagini simboliche e di suggestioni emotive. Le descrizioni non sono mai puramente decorative: ogni elemento assume un valore psicologico o simbolico. Le case, gli oggetti, i paesaggi e persino il silenzio diventano strumenti per rappresentare gli stati interiori dei personaggi. Il linguaggio è controllato e raffinato, ma capace di trasmettere emozioni intense. La scrittrice evita il sentimentalismo e preferisce suggerire piuttosto che dichiarare apertamente i sentimenti.
La memoria occupa un ruolo centrale nella sua opera. I personaggi ricordano continuamente il passato, cercando di comprendere eventi che hanno segnato le loro vite. Tuttavia il ricordo non appare mai stabile o oggettivo: esso cambia, si deforma, si intreccia con il desiderio e con la paura. In questo senso la memoria diventa un processo doloroso ma necessario, perché soltanto attraverso il confronto con il passato è possibile comprendere se stessi. Molte opere di Lya Luft mostrano come le esperienze infantili e familiari continuino a influenzare profondamente l’età adulta.
Negli anni Duemila la scrittrice raggiunse anche un vasto pubblico grazie a opere più saggistiche e autobiografiche. Opere come Perdas e Ganhos e Pensar é Transgredir affrontano temi universali quali il tempo, l’invecchiamento, la paura, la libertà e la responsabilità individuale. In questi testi emerge una voce più diretta e riflessiva, che dialoga apertamente con il lettore. Pur mantenendo la profondità della sua scrittura, Lya Luft adotta un tono più accessibile e meditativo. Le sue riflessioni invitano a guardare con sincerità la propria esistenza, accettandone limiti e contraddizioni.
La scrittrice insiste spesso sull’importanza del pensiero critico e della libertà interiore, sostenendo che vivere autenticamente significa anche avere il coraggio di mettere in discussione convenzioni e paure.
Un aspetto interessante della sua produzione è il continuo dialogo tra dimensione privata e universale. Pur partendo spesso da esperienze personali o familiari, Lya Luft riesce a trasformarle in riflessioni che riguardano ogni essere umano.
Le sue opere parlano della difficoltà di amare, del bisogno di essere riconosciuti, della paura della solitudine e del desiderio di dare senso al tempo che passa. Questa capacità di trasformare l’esperienza individuale in una meditazione universale spiega il successo internazionale della sua narrativa.
La figura della casa ritorna frequentemente nei suoi romanzi come simbolo dell’interiorità. Le abitazioni descritte da Lya Luft non sono semplici ambienti realistici, ma spazi della memoria e dell’inconscio. Stanze chiuse, corridoi silenziosi e oggetti antichi rappresentano spesso segreti nascosti, traumi familiari o emozioni represse.
Questo uso simbolico dello spazio contribuisce a creare atmosfere dense e inquietanti, vicine talvolta alla dimensione del sogno o dell’incubo. La scrittrice costruisce così una narrativa psicologica che supera il semplice realismo e si avvicina a una forma di introspezione quasi poetica.
La sua esperienza come traduttrice influenzò profondamente il suo modo di scrivere. Tradurre grandi autori europei significò confrontarsi con diversi stili narrativi e con differenti modi di rappresentare la complessità umana.
Nella sua opera si possono riconoscere echi della narrativa modernista, della letteratura mitteleuropea e dell’introspezione psicologica tipica di alcuni autori del Novecento.
Tuttavia Lya Luft riuscì sempre a mantenere una voce personale, capace di unire influenze internazionali e sensibilità brasiliana.
Nel panorama della letteratura brasiliana contemporanea, Lya Luft occupa una posizione particolare. Pur essendo molto letta e apprezzata, non appartiene facilmente a correnti o movimenti definiti. La sua scrittura si distingue per l’intensità emotiva e per la centralità dell’indagine interiore. In un’epoca spesso dominata da narrazioni rapide e superficiali, le sue opere invitano invece alla riflessione lenta, all’ascolto delle emozioni e alla contemplazione della fragilità umana.
La morte della scrittrice nel 2021 ha segnato la fine di una delle voci più importanti della cultura brasiliana contemporanea. Tuttavia la sua opera continua a essere letta e studiata perché affronta temi universali che mantengono intatta la loro attualità. Nei suoi libri emerge una concezione della letteratura come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Scrivere, per Lya Luft, significava esplorare le zone più oscure dell’animo umano senza paura delle contraddizioni.
La sua narrativa non offre risposte semplici, ma invita il lettore a confrontarsi con la complessità dell’esistenza.
L’eredità di Lya Luft risiede proprio nella sua capacità di trasformare il dolore, la memoria e la fragilità in materia letteraria di grande intensità. Attraverso una prosa elegante e profondamente umana, la scrittrice ha raccontato il difficile equilibrio tra libertà e paura, tra desiderio di amore e senso di perdita. Le sue opere continuano a parlare ai lettori perché mostrano che la vulnerabilità non è una debolezza, ma una parte essenziale dell’esperienza umana.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

Canzone nella pienezza

Non ho più gli occhi di bambina
né il corpo adolescente, e la pelle
traslucida da tempo si è macchiata.
Ci sono rughe dove un tempo c’era la seta, sono una struttura
allargata dagli anni e dal peso dei fardelli
buoni o cattivi.
(Ne ho portati molti con piacere e alcuni con ribellione.)

Quello che posso darti è più di tutto
quello che ho perduto; ti dono le mie conquiste.
La maturità che riesce a sorridere
quando in altri tempi avrebbe pianto,
cerca di renderti felice
quando una volta avrebbe voluto
solo essere amata.
Posso darti molto più della bellezza
e della giovinezza, ora: questi anni dorati
mi hanno insegnato ad amare meglio, con più pazienza
e con non meno ardore, a comprenderti
se ne hai bisogno, ad aspettarti quando vai via,
a darti il grembo dell’amante e l’affetto dell’amica,
e soprattutto forza — che nasce dall’esperienza.
Questo posso darti: un mare antico e affidabile
le cui maree — anche se si allontanano — ritornano,
le cui correnti nascoste non trascinano relitti
ma l’interminabile sogno delle sirene.

Canção na plenitude

Não tenho mais os olhos de menina
nem corpo adolescente, e a pele
translúcida há muito se manchou.
Há rugas onde havia sedas, sou uma estrutura
agrandada pelos anos e o peso dos fardos
bons ou ruins.
(Carreguei muitos com gosto e alguns com rebeldia.)

O que te posso dar é mais que tudo
o que perdi: dou-te os meus ganhos.
A maturidade que consegue rir
quando em outros tempos choraria,
busca te agradar
quando antigamente quereria
apenas ser amada.
Posso dar-te muito mais do que beleza
e juventude agora: esses dourados anos
me ensinaram a amar melhor, com mais paciência
e não menos ardor, a entender-te
se precisas, a aguardar-te quando vais,
a dar-te regaço de amante e colo de amiga,
e sobretudo força — que vem do aprendizado.
Isso posso te dar: um mar antigo e confiável
cujas marés — mesmo se fogem — retornam,
cujas correntes ocultas não levam destroços
mas o sonho interminável das sereias.

( Secreta Mirada, 1997 )

Questi sono i miei oggetti

Questi sono i miei oggetti:
hanno una patina che non è del tempo,
è il mio dolore
che li sfiora con la sua mano afflitta.
Questo è il mio viso:
occhi che, per aver cercato troppo, guardano
solo dentro. E se tutto sfocia nella morte
quello è il mio destino. È là che sto andando,
speranza e protesta,
reggendo il candelabro degli amori
che hanno illuminato la mia vita.

(Resisteranno, singolarmente,
al mio ultimo respiro?)

Estes são os meus objetos

Estes são os meus objetos:
têm uma pátina que não é do tempo,
é minha dor
roçando neles sua mão aflita.
Este é o meu rosto:
uns olhos que, de procurar demais, olham
só para dentro. E se tudo desemboca na morte
esse é o meu destino. É para lá que vou,
esperança e protesto,
segurando o candelabro dos amores
que me iluminaram na vida.

(Resistirão, singularmente,
ao meu último sopro?)

Invito

Non sono la sabbia
su cui si disegna un paio d’ali
o grate davanti a una finestra.
Non sono solo la pietra che rotola
nelle maree del mondo,
rinascendo diversa su ogni spiaggia.
Sono l’orecchio accostato alla conchiglia
della vita, sono costruzione e disfacimento,
servo e signore, e sono
mistero.

A quattro mani scriviamo questo copione
per il palcoscenico del mio tempo:
il mio destino ed io.
Non sempre siamo in sintonia,
non sempre ci prendiamo
sul serio.

Convite

Não sou a areia
onde se desenha um par de asas
ou grades diante de uma janela.
Não sou apenas a pedra que rola
nas marés do mundo,
em cada praia renascendo outra.
Sou a orelha encostada na concha
da vida, sou construção e desmoronamento,
servo e senhor, e sou
mistério.

A quatro mãos escrevemos este roteiro
para o palco de meu tempo:
o meu destino e eu.
Nem sempre estamos afinados,
nem sempre nos levamos
a sério.

( Perdas & Ganhos, 2003 )

Canzone della prima volta

Mi sono conservata per te come un segreto
che io stessa non ho svelato:
ci sono note nella mia viola
che non ho suonato,
ci sono spiagge nella mia vita
che non ho percorso.

È necessario che tu mi accolga
oltre il riso e lo sguardo
in ciò che non conosco
e ho intuito;
è necessario che tu mi canti
la canzone di ciò che sarò
e mi crei con il tuo gesto
che non ho mai neppure sognato.

Canção da vez primeira

Guardei-me para ti como um segredo
que eu mesma não desvendei:
há notas na minha viola
que não toquei,
há praias na minha vida
que não andei.

É preciso que me tomes
além do riso e do olhar
naquilo que não conheço
e adivinhei;
é preciso que me cantes
a canção do que serei
e me cries com teu gesto
que nem sonhei.

( Secreta Mirada, 1997 )

IV

Dio
(o era la Morte?)
colpì con la sua pesante falce
il cuore del mio amato
(non si vede la ferita, ma ha squarciato anche il mio).
Aprì gli occhi, con aria trasognata,
pronunciò forte il mio nome nella stanza d’ospedale,
e se ne andò.

Quando se furono andati anche i medici e le loro inutili macchine,
restammo soli: la Morte (o era Dio?)
il mio amato ed io.
Affondai il volto nella curva della sua spalla
come facevo sempre,
dissi le parole d’amore che eravamo soliti scambiarci.
Il suo silenzio era assoluto: il suo cuore ammutolito
e il mio, trafitto da quella falce dorata.
Ovunque vada lascio la scia di un sangue denso e triste
che non si arresterà mai.

IV

Deus
(ou foi a Morte?)
golpeou com sua pesada foice
o coração do meu amado
(não se vê a ferida, mas rasgou o meu também).
Ele abriu os olhos, com ar deslumbrado,
disse bem alto meu nome no quarto de hospital,
e partiu.

Quando se foram também os médicos e suas máquinas inúteis,
Ficamos sós: a Morte (ou foi Deus?)
O meu amado e eu.
Enterrei o rosto na curva do seu ombro
como sempre fazia,
disse as palavras de amor que costumávamos trocar.
O silêncio dele era absoluto: seu coração emudecido
e o meu, varados por essa dourada foice.
Por onde vou deixo o rastro de um sangue denso e triste
que não estancará jamais.

( O Lado Fatal, 1989 )

Danza lenta

Non siamo né buoni né cattivi:
siamo tristi. Piantati tra la terra
e le stelle, lottiamo con sangue,
pietre e bastoni, sogno
e arte.

Né vita né morte:
siamo lucida vertigine,
gloria e dannazione. Siamo gente:
duro compito.
E qua e la, con un po’ di fortuna,
la tenerezza.

Dança lenta

Não somos nem bons nem maus:
somos tristes. Plantados entre chão
e estrelas, lutamos com sangue,
pedras e paus, sonho
e arte.

Nem vida nem morte:
somos lúcida vertigem,
glória e danação. Somos gente:
dura tarefa.
Com sorte, aqui e ali a ternura
faz parte.

( Para não dizer adeus, 2005 )

Semantica

Non fatevi ingannare:
se dico sud può essere nord,
arrivo ma resto assente,
il triste è anche il bello,
cerco ciò che non si perde
né si può trovare.

Cercare risposta nei libri
è nascondersi tra le righe.
Non credo in ciò che si vede,
ma in ciò che si maschera
per quanto si tenti di guardare:
così sono stata sedotta.

Ecco il gioco che inseguo,
il mio modo d’essere felice,
la sfida che mi culla:
ogni volta che scrivo “morte”
sto parlando della vita.

Semântica

Não se enganem comigo:
se digo sul pode ser norte,
chego mas fico ausente,
o triste é também o belo,
procuro o que não se perde
nem se pode encontrar.

Buscar resposta nos livros
é esconder-se entre linhas.
Não creio no que se enxerga,
mas nisso que se disfarça
por mais que se tente olhar:
assim me tem seduzida.

Eis o jogo que eu persigo,
meu jeito de ser feliz,
o desafio que me embala:
sempre que escrevo “morte”
estou falando da vida.

( Para não dizer adeus, 2005 )

Scelta

Nonostante la paura,
scelgo l’audacia.
Al conforto delle catene, preferisco
la dura libertà.
Volo col mio paio d’ali storte,
senza la noia della dimostrazione.

Scelgo la follia, con un granello
di realtà:
il mio impeto fa esplodere il punto,
incurva la linea, traccia contorni
per poi spezzarli.

Perdonatemi, ma devo dirlo:
io voglio il delirio.

Escolha

Apesar do medo
escolho a ousadia.
Ao conforto das algemas, prefiro
a dura liberdade.
Vôo com meu par de asas tortas,
sem o tédio da comprovação.

Opto pela loucura, com um grão
de realidade:
meu ímpeto explode o ponto,
arqueia a linha, traça contornos
para os romper.

Desculpem, mas devo dizer:
eu quero o delírio

( Para não dizer adeus, 2005 )

Temporalità

Il tempo striscia sul tetto
dopo aver fatto figli e debiti,
e i dubbi sono germogliati tra le fessure
della porta.

Il tempo intreccia ricami sul volto
e macchie sulle mani,
ma noi non cambiamo: piove ancora
nel buio e un uccello comincia a cantare,
un amico muore prima dei quarant’anni,
e nostra madre, di quasi cento, non c’è
e non se ne va.

Come tutto il resto,
il tempo non ha spiegazione:
corrode e trasfigura, espande
o impoverisce, secondo la scelta
di ognuno.

(Io, con paura e stupore,
scelgo la moltiplicazione.)

Temporal

O tempo rasteja no telhado
depois de se fazerem filhos e dívidas,
e as dúvidas brotarem nas frestas
da porta.

O tempo trança bordados no rosto
e manchas na mão,
mas a gente não muda: ainda chove
no escuro e um pássaro começa a cantar,
um amigo morre antes dos quarenta anos,
e nossa mãe, com quase cem, nem está
nem se ausenta.

Como tudo o mais,
o tempo não tem explicação:
corrói e transfigura, expande
ou empobrece, conforme a escolha
de cada um.

(Eu, com medo e susto,
escolho a multiplicação.)

( Para não dizer adeus, 2005 )

Onere

La speranza mi chiama,
e io salto a bordo
come fosse il primo viaggio.
Se non conosco le mappe,
scelgo l’imprevisto:
qualsiasi segno è un buon presagio.

Sia come sia, io vado,
perché quasi sempre ci credo:
cammino a occhi chiusi
come una bambina che gioca alla cieca.
Più d’una volta ne sono uscita ferita, o quasi affogata,
ma non mi arrendo.

Il dolore occasionale è il prezzo della vita:
biglietto, assicurazione e pedaggio.

Ônus

A Esperança me chama,
e eu salto a bordo
como se fosse a primeira viagem.
Se não conheço os mapas,
escolho o imprevisto:
qualquer sinal é um bom presságio.

Seja como for, eu vou,
pois quase sempre acredito:
ando de olhos fechados
feito criança brincando de cega.
Mais de uma vez saio ferida, ou quase afogada,
mas não desisto.

A dor eventual é o preço da vida:
passagem, seguro e pedágio.

( Para não dizer adeus, 2005 )

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Fernando Pessoa

24 mercoledì Giu 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo,
ma ciò che siamo.

F. P.

Fernando Pessoa nacque a Lisbona nel 1888 e morì nella stessa città nel 1935, lasciando un’eredità letteraria tanto vasta quanto enigmatica.
La sua vita, apparentemente discreta e priva di eventi clamorosi, si svolse tra il Portogallo e il Sudafrica, dove trascorse parte dell’infanzia e dell’adolescenza a seguito del trasferimento della madre.
Fu proprio lì che acquisì una padronanza eccezionale della lingua inglese, che influenzò profondamente la sua formazione culturale e stilistica.
Tornato a Lisbona, visse una vita appartata, lavorando come traduttore commerciale e dedicando il resto del tempo alla scrittura. Tuttavia, dietro questa apparente normalità si celava una delle menti più complesse della letteratura europea del Novecento.
Pessoa non fu semplicemente un poeta, ma un vero e proprio sistema letterario vivente.
La sua caratteristica più celebre è l’invenzione degli eteronimi, personalità poetiche autonome dotate di biografie, stili e visioni del mondo differenti.
Tra questi emergono Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, ciascuno dei quali rappresenta una diversa modalità di percepire e interpretare la realtà.
Caeiro incarna una poesia della semplicità e dell’immediatezza sensoriale, rifiutando ogni metafisica; Reis, invece, esprime una visione classica e stoica, influenzata dalla tradizione latina; Campos si distingue per un’espressione più moderna e inquieta, segnata dall’entusiasmo per il progresso e da una profonda crisi esistenziale.
Questi eteronimi non sono maschere superficiali, ma veri e propri autori, con una coerenza interna che rende l’opera di Pessoa un laboratorio di identità multiple.
Il tema dell’identità è centrale nella sua produzione. Pessoa sembra suggerire che l’io non sia un’entità stabile, ma una costruzione frammentata e mutevole. Questa intuizione, che anticipa molte riflessioni della filosofia contemporanea, si manifesta in una scrittura che oscilla tra introspezione e distacco, tra confessione e finzione.
L’autore stesso si definiva un “drammaturgo di anime”, indicando così la sua tendenza a trasformare il conflitto interiore in una rappresentazione letteraria.
La molteplicità degli eteronimi diventa quindi un modo per esplorare le diverse possibilità dell’essere, senza mai ridurle a un’unica verità.
Un’altra dimensione fondamentale della sua opera è il rapporto con il tempo e con la modernità.
Pessoa visse in un’epoca di profonde trasformazioni, segnata dall’avvento della tecnologia e da nuove correnti artistiche. In questo contesto, la sua poesia riflette sia l’entusiasmo per il progresso sia il senso di smarrimento che ne deriva.
In particolare, attraverso la voce di Álvaro de Campos, emerge una tensione tra il desiderio di vivere intensamente e la consapevolezza dell’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
Questo contrasto si traduce in un linguaggio spesso frammentato, ricco di immagini dinamiche e di improvvisi cambi di tono.
Parallelamente, Pessoa mantiene un legame profondo con la tradizione. La sua attenzione per la cultura classica e per la letteratura portoghese si manifesta soprattutto nei testi attribuiti a Ricardo Reis, dove l’equilibrio formale e la riflessione morale richiamano modelli antichi.
Questa duplice tensione tra innovazione e tradizione conferisce alla sua opera una complessità particolare, rendendola difficile da collocare in un’unica corrente letteraria. Pessoa dialoga con il passato senza rinunciare a sperimentare nuove forme espressive, creando un ponte tra epoche diverse.
Un capitolo significativo della sua produzione è rappresentato dalla prosa, in particolare da Il libro dell’inquietudine, un’opera frammentaria e incompiuta che raccoglie riflessioni, pensieri e annotazioni attribuite al semi-eteronimo Bernardo Soares.
In questo testo, l’autore esplora in modo radicale il senso di alienazione e di estraneità rispetto al mondo. La scrittura si fa qui più intima e meditativa, rivelando una sensibilità acuta e spesso malinconica. L’inquietudine di cui parla il titolo non è solo uno stato d’animo, ma una condizione esistenziale permanente, che spinge l’individuo a interrogarsi continuamente sulla propria identità e sul significato della vita.
Dal punto di vista stilistico, Pessoa si distingue per una grande versatilità. La sua capacità di adattare il linguaggio alle diverse voci eteronimiche dimostra una padronanza straordinaria della forma poetica.
Ogni eteronimo possiede un proprio ritmo, un proprio lessico e una propria struttura, rendendo l’opera complessiva estremamente variegata.
Questa pluralità stilistica non è però fine a se stessa, ma risponde a un’esigenza profonda di esplorazione e di conoscenza. La scrittura diventa così uno strumento per indagare la complessità dell’esperienza umana.
La ricezione dell’opera di Pessoa fu inizialmente limitata, anche a causa della sua scelta di pubblicare poco in vita.
Dopo la sua morte, però, il ritrovamento di numerosi manoscritti contribuì a rivelare la vastità del suo progetto letterario. Oggi, Pessoa, è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, capace di influenzare generazioni di scrittori e di lettori.
La sua originalità risiede non solo nei contenuti, ma anche nella forma stessa della sua produzione, che sfida le categorie tradizionali di autore e di opera.
In conclusione, la figura di Fernando Pessoa rappresenta un caso unico nella storia della letteratura. La sua vita, segnata da una discrezione quasi invisibile, contrasta con la ricchezza e la complessità della sua opera.
Attraverso gli eteronimi, egli ha creato un universo poetico in cui convivono voci diverse e spesso contrastanti, offrendo una riflessione profonda sull’identità e sull’esistenza.
La sua scrittura, sospesa tra tradizione e modernità, continua a interrogare il lettore, invitandolo a confrontarsi con le molteplici dimensioni dell’essere.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

Non ho mai accudito greggi

Non ho mai accudito greggi
ma è come se le accudissi.
L’anima mia è come un pastore
conosce il vento e il sole
e va per mano delle Stagioni
seguendo e guardando.
Tutta la pace della Natura senza gente
viene a sedersi al mio fianco.
Ma io resto triste come un tramonto
per la nostra immaginazione
quando raffresca in fondo alla pianura
e si sente la notte entrare
dalla finestra come una farfalla.

Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che dev’esserci nell’anima
quando già pensa di esistere
e le mani colgono fiori senza che se ne accorga.

Come uno scampanellio di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Mi dispiace solo sapere che sono contenti,
perché se non lo sapessi
invece di essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.

Pensare incomoda come andare sotto la pioggia
quando il vento cresce e sembra che piova di più.

Non ho ambizioni né desideri
essere poeta non è una mia ambizione
è il mio modo di stare solo.

E se desidero a volte
nell’immaginazione, essere un agnellino
(o essere tutto il gregge
per spargermi lungo tutto il pendio
ed essere molte cose felici allo stesso tempo)

è solo perché ciò che scrivo lo sento al tramonto
o quando una nuvola passa la mano sopra la luce
e un silenzio corre sull’erba.

Quando mi siedo a scrivere versi
o, passeggiando per sentieri e scorciatoie,
scrivo versi su un foglio che sta nel mio pensiero,
sento un vincastro tra le mani
e vedo un profilo di me
sulla cima di un poggio,
che tende l’occhio al mio gregge e guarda le mie idee
o che tende l’occhio alle mie idee e guarda il mio gregge
e sorride vagamente come chi non comprende
ciò di cui si parla e vuole fingere di comprendere.

Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il largo cappello
quando mi vedono alla mia porta
non appena la diligenza spunta sulla cima del poggio.

Li saluto e auguro loro il sole,
e la pioggia, quando è necessaria la pioggia
e che le loro case abbiano
vicino a una finestra aperta
una sedia prediletta
dove si seggano, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia una cosa naturale ―
per esempio, un albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano con un tonfo, stanchi di giocare
e s’asciugavano il sudore dalla fronte calda
con la manica del grembiulino a righe.

Eu nunca guardei rebanhos

Eu nunca guardei rebanhos,
Mas é como se os guardasse.
Minha alma é como um pastor,
Conhece o vento e o sol
E anda pela mão das Estações
A seguir e a olhar.
Toda a paz da Natureza sem gente
Vem sentar-se a meu lado.
Mas eu fico triste como um pôr de sol
Para a nossa imaginação,
Quando esfria no fundo da planície
E se sente a noite entrada
Como uma borboleta pela janela.

Mas a minha tristeza é sossego
Porque é natural e justa
E é o que deve estar na alma
Quando já pensa que existe
E as mãos colhem flores sem ela dar por isso.

Como um ruído de chocalhos
Para além da curva da estrada,
Os meus pensamentos são contentes.
Só tenho pena de saber que eles são contentes,
Porque, se o não soubesse,
Em vez de serem contentes e tristes,
Seriam alegres e contentes.

Pensar incomoda como andar à chuva
Quando o vento cresce e parece que chove mais.

Não tenho ambições nem desejos
Ser poeta não é uma ambição minha
É a minha maneira de estar sozinho.

E se desejo às vezes
Por imaginar, ser cordeirinho
(Ou ser o rebanho todo
Para andar espalhado por toda a encosta
A ser muita cousa feliz ao mesmo tempo),

É só porque sinto o que escrevo ao pôr do sol,
Ou quando uma nuvem passa a mão por cima da luz
E corre um silêncio pela erva fora.

Quando me sento a escrever versos
Ou, passeando pelos caminhos ou pelos atalhos,
Escrevo versos num papel que está no meu pensamento,
Sinto um cajado nas mãos
E vejo um recorte de mim
No cimo dum outeiro,
Olhando para o meu rebanho e vendo as minhas ideias,
Ou olhando para as minhas ideias e vendo o meu rebanho,
E sorrindo vagamente como quem não compreende o que se diz
E quer fingir que compreende.

Saúdo todos os que me lerem,
Tirando-lhes o chapéu largo
Quando me vêem à minha porta
Mal a diligência levanta no cimo do outeiro.

Saúdo-os e desejo-lhes sol,
E chuva, quando a chuva é precisa,
E que as suas casas tenham
Ao pé duma janela aberta
Uma cadeira predileta
Onde se sentem, lendo os meus versos.
E ao lerem os meus versos pensem
Que sou qualquer cousa natural –
Por exemplo, a árvore antiga
À sombra da qual quando crianças
Se sentavam com um baque, cansados de brincar,
E limpavam o suor da testa quente
Com a manga do bibe riscado.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )

Quando verrà la primavera

Quando verrà la primavera
se sarò già morto,
i fiori fioriranno allo stesso modo.
E gli alberi non saranno meno verdi della primavera scorsa.
La realtà non ha bisogno di me.
Sento un’allegria enorme
nel pensare che la mia morte non ha alcuna importanza.
Se sapessi che domani morirei
e la primavera venisse dopodomani
morirei contento perché essa verrebbe dopodomani.
Se la primavera è il suo tempo, quando dovrebbe arrivare se non nel suo tempo?
Mi piace che tutto sia reale e che tutto sia certo;
e mi piace perché così sarebbe, anche se non mi piacesse.
Per questo, se muoio adesso, muoio contento,
perché tutto è reale e tutto è certo.
Possono pregare in latino sulla mia bara, se lo vogliono.
Se lo vogliono, possono danzare e cantare attorno ad essa.
Non ho preferenze per quando non è più possibile avere preferenze.
Qualunque cosa, quando sarà, sarà per quello che è.

Quando vier a primavera

Quando vier a Primavera,
Se eu já estiver morto,
As flores florirão da mesma maneira
E as árvores não serão menos verdes que na Primavera passada.
A realidade não precisa de mim.
Sinto uma alegria enorme
Ao pensar que a minha morte não tem importância nenhuma
Se soubesse que amanhã morria
E a Primavera era depois de amanhã,
Morreria contente, porque ela era depois de amanhã.
Se esse é o seu tempo, quando havia ela de vir senão no seu tempo?
Gosto que tudo seja real e que tudo esteja certo;
E gosto porque assim seria, mesmo que eu não gostasse.
Por isso, se morrer agora, morro contente,
Porque tudo é real e tudo está certo.
Podem rezar latim sobre o meu caixão, se quiserem.
Se quiserem, podem dançar e cantar à roda dele.
Não tenho preferências para quando já não puder ter preferências.
O que for, quando for, é que será o que é.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )  

I tuoi occhi s’intristiscono

I tuoi occhi s’intristiscono,
neppure senti ciò che dico.
Dormono, sognano, dimenticano…
Non m’ascolti, e continuo.

Dico ciò che già, di triste,
tante volte ti dissi…
Credo che mai l’udisti,
per quanto tu sia tua.

D’improvviso m’osservi
da un’imprecisa distanza
con uno sguardo assente.
Cominci un sorriso.

Io continuo a parlare.
Tu continui a sentire
ciò che stai pensando,
quasi più non sorridendo.

Finché in quest’ozioso
svanir della futile sera
si sfoglia silenzioso
ll tuo inutile sorriso.

29-10-1935 

Teus olhos entristecem

Teus olhos entristecem
Nem ouves o que digo.
Dormem, sonham esquecem…
Não me ouves, e prossigo.

Digo o que já, de triste,
Te disse tanta vez…
Creio que nunca o ouviste
De tão tua que és.

Olhas-me de repente
De um distante impreciso
Com um olhar ausente.
Começas um sorriso.

Continuo a falar.
Continuas ouvindo
O que estás a pensar,
Já quase não sorrindo.

Até que neste ocioso
Sumir da tarde fútil,
Se esfolha silencioso
O teu sorriso inútil.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 ) 

Non basta aprire la finestra

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non è sufficiente non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
È necessario anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C’è soltanto ognuno di noi, come una caverna.
C’è soltanto una finestra chiusa e il mondo là fuori;
e un sogno di ciò che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è ciò che si vede quando la finestra si apre. 

Não basta abrir a janela

Não basta abrir a janela
para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
e um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 ) 

Ho così tanto sentimento

Ho così tanto sentimento
che spesso mi convinco
di essere sentimentale,
ma riconosco, quando mi osservo,
che tutto ciò è pensiero,
che in fondo non ho sentito.
Tutti noi che viviamo,
abbiamo una vita che è vissuta
e un’altra vita che è pensata,
e l’unica che abbiamo
in effetti è quella che si divide
tra la vera e la falsa.
Quale tuttavia sia quella vera
e quale quella falsa,
nessuno saprà spiegarlo;
e viviamo in modo
che la vita che abbiamo
è quella che dobbiamo pensare.

 
Tenho tanto sentimento

Tenho tanto sentimento
Que é frequente persuadir-me
De que sou sentimental,
Mas reconheço, ao medir-me,
Que tudo isso é pensamento,
Que não senti afinal.
Temos, todos que vivemos,
Uma vida que é vivida
E outra vida que é pensada,
E a única vida que temos
É essa que é dividida
Entre a verdadeira e a errada.
Qual porém é a verdadeira
E qual errada, ninguém
Nos saberá explicar;
E vivemos de maneira
Que a vida que a gente tem
É a que tem que pensar.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )  

Vedo i paesaggi sognati

Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi affaccio sui miei sogni è su qualcosa che mi affaccio.
Se vedo passare la vita, sogno qualcosa.

Di qualcuno si è detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e contorno delle figure della vita. Per me, anche se capirei che una frase simile potrebbe essermi attribuita, non la accetterei. Le figure dei sogni per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele.

 
Vejo as paisagens sonhadas

Vejo as paisagens sonhadas com a mesma clareza com que fito as reais. Se me debruço sobre os meus sonhos é sobre qualquer coisa que me debruço.
Se vejo a vida passar, sonho qualquer coisa.

De alguém disse que para ele as figuras dos sonhos tinham o mesmo relevo e recorte que as figuras a vida. Para mim, embora compreendesse que se me aplicasse frase semelhante, não a aceitaria. As figuras dos sonhos não são para mim iguais às da vida. São paralelas.

( Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol. II. Fernando Pessoa. Lisboa: Edições Ática, 1982 ) 

Anno nuovo

Finzione che qualcosa cominci!
Nulla inizia: tutto continua.
Nella fluida e incerta essenza misteriosa
della vita, scorre in ombra l’acqua nuda.

Le curve del fiume celano solo il movimento.
Lo stesso fiume scorre dove lo si vede.
Cominciare comincia solo nel pensiero.

1-1-1923

 
Ano novo

Ficção de que começa alguma coisa!
Nada começa: tudo continua.
Na fluida e incerta essência misteriosa
Da vida, flui em sombra a água nua.

Curvas do rio escondem só o movimento.
O mesmo rio flui onde se vê.
Começar só começa em pensamento.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )  

Preghiera

Signore, la notte viene e l’anima è vile.
Tanta fu la volontà e tanto il fortunale!
Ci rimane oggi nel silenzio ostile
la nostalgia e il mare universale.

Ma la fiamma, che la vita in noi creò,
se ancora ha vita, ancora non è spenta.
Il freddo morto in cenere la occultò:
la mano del vento può darle altra spinta.

Da’ il soffio, la brezza – rovina o trepidanza –
con cui la fiamma dell’ardire si mostra,
e conquisteremo di nuovo la Distanza –
del mare o un’altra, ma che sia nostra!
 
Prece

Senhor, a noite veio e a alma é vil.
Tanta foi a tormenta e a vontade!
Restam-nos hoje, no silencio hostil,
o mar universal e a saudade.

Mas a chamma, que a vida em nós creou,
se ainda há vida ainda não é finda.
O frio morto em cinzas a ocultou:
a mão do vento pode erguel-a ainda.

Dá o sopro, a aragem – ou desgraça ou ancia –
com que a chamma do esforço se remoça,
e outra vez conquistemos a Distancia –
do mar ou outra, mas que seja nossa!

( Mensagem. Fernando Pessoa. Lisboa: Parceria António Maria Pereira, 1934 )
 
Sogno. Non so chi sono in questo momento

Sogno. Non so chi sono in questo momento.
Dormo e mi sento. Nell’ora calma
dimentica il pensiero il mio pensiero,
non ha anima la mia anima.

Se esisto, saperlo è un errore. Se mi sveglio
Sembra che sbagli. Sento di non sapere.
Nulla voglio, né possiedo, né ricordo.
Non ho essere né legge.

Lasso di coscienza tra illusioni.
Mi delimitano e mi contengono fantasmi.
Dormi, insciente d’altri cuori,
Cuor di nessuno!

6-1-1923

 
Sonho. Não sei quem sou neste momento

Sonho. Não sei quem sou neste momento.
Durmo sentindo-me. Na hora calma
Meu pensamento esquece o pensamento,
Minh’alma não tem alma.

Se existo, é um erro eu o saber. Se acordo
Parece que erro. Sinto que não sei.
Nada quero, nem tenho, nem recordo.
Não tenho ser nem lei.

Lapso da consciência entre ilusões.
Fantasmas me limitam e contêm.
Dorme, insciente de alheios corações,
Coração de ninguém!

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
 
Suonano gnomi o elfi?

Suonano gnomi o elfi?…
Si sfiorano tra i pini
Ombre e aliti leggeri
Di ritmi musicali…

Ondeggiano come in giri
Di strade non so dove,
O come chi fra gli alberi
Ora si mostra o si nasconde…

Forma lontana e incerta
Di ciò che non avrò mai…
Ascolto appena e quasi piango…
Perché piango non so…

Così tenue melodia
Che quasi non so se esiste
O è solo il crepuscolo,
I pini ed io ad essere triste…

Ma cessa, come una brezza,
Scorda la forma nei suoi sospiri,
E ora non v’è più musica
Che quella dei pini…

19-1-1915

 
Elfos ou gnomos tocam?

Elfos ou gnomos tocam?…
Roçam nos pinheirais
Sombras e bafos leves
De ritmos musicais…

Ondulam como em voltas
De estradas não sei onde,
Ou como alguém que entre árvores
Ora se mostra ou esconde…

Forma longínqua e incerta
Do que eu nunca terei…
Mal ouço e quase choro…
Porque choro não sei…

Tão ténue melodia
Que mal sei se ela existe
Ou se é só o crepúsculo,
Os pinhais e eu estar triste…

Mas cessa, como uma brisa,
Esquece a forma aos seus ais,
E agora não há mais música
Do que a dos pinheirais…

( Cartas de Fernando Pessoa a Armando Côrtes-Rodrigues. Lisbona: Editorial Confluência, 1944 )
 
Se morirò giovane

Se morirò giovane,
Senza poter pubblicare un libro,
Senza vedere l’aspetto che avranno i miei versi in lettere stampate,
Vi chiedo, se volete preoccuparvi per me,
Di non farlo.
Se è andata così, è così che doveva andare.

Anche se i miei versi non saranno mai stampati,
Avranno comunque la loro bellezza, se sono belli.
Ma non possono essere belli e restare non stampati,
Perché le radici possono stare sotto terra,
Ma i fiori sbocciano all’aria aperta e alla vista di tutti.
Deve essere così per forza. Nulla può impedirlo.

Se morirò molto giovane, ascoltate questo:
Non sono stato altro che un bambino che giocava.
Sono stato pagano come lo è il sole e l’acqua,
D’una religione universale che solo gli uomini non hanno.
Sono stato felice perché non ho chiesto nulla,
Né ho cercato di trovare qualcosa,
Né ho pensato che ci fosse una spiegazione
Che la parola spiegazione non avesse alcun senso.

Non ho desiderato che stare al sole o sotto la pioggia —
Al sole quando c’era il sole
E alla pioggia quando pioveva
(E mai nient’altro),
Sentire caldo, freddo, vento,
E non andare oltre.

Una volta ho amato, ho creduto che m’avrebbero amato,
Ma non sono stato amato.
Non sono stato amato per l’unica ragione che è ragione.
Perché non sono stato amato.

Mi sono consolato tornando al sole o alla pioggia,
E sedendomi di nuovo sulla porta di casa.
I campi, in fondo, non sono così verdi per chi è amato
Come per chi non lo è.
Sentire è essere distratti.

7-11-1915 

Se eu morrer novo

Se eu morrer novo,
Sem poder publicar livro nenhum,
Sem ver a cara que fazem os meus versos em letra impressa,
Peço que, se se quiserem ralar por minha causa,
Que não se ralem.
Se assim aconteceu, assim está certo.

Mesmo que os meus versos nunca sejam impressos,
Eles lá terão a sua beleza, se forem belos.
Mas eles não podem ser belos e ficar por imprimir,
Porque as raízes podem estar debaixo da terra
Mas as flores florescem ao ar livre e à vista.
Tem que ser assim por força. Nada o pode impedir.

Se eu morrer muito novo, oiçam isto:
Nunca fui senão uma criança que brincava.
Fui gentio como o sol e a agua,
De uma religião universal que só os homens não têm.
Fui feliz porque não pedi coisa nenhuma,
Nem procurei achar nada,
Nem achei que houvesse mais explicação
Que a palavra explicação não ter sentido nenhum.

Não desejei senão estar ao sol ou à chuva —
Ao sol quando havia sol
E à chuva quando estava chovendo
(E nunca a outra coisa),
Sentir calor e frio e vento,
E não ir mais longe.

Uma vez amei, julguei que me amaria,
Mas não fui amado.
Não fui amado pela única razão que é razão.
Porque não fui amado.

Consolei-me voltando só ao sol ou à chuva,
E sentando-me outra vez à porta de casa.
Os campos, afinal, não são tão verdes para que os que são amados
Como para os que o não são.
Sentir é estar distraído.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Dylan Thomas

17 mercoledì Giu 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

≈ Lascia un commento

“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Tu puoi fare a pezzi una poesia per vederne la sua consistenza…
Ma ti ritrovi nel mistero dell’essere commosso dalle parole.

D. T.

Dylan Thomas nasce il 27 ottobre 1914 a Swansea, nel Galles, in un ambiente familiare in cui la parola e la letteratura hanno un ruolo centrale: il padre, insegnante di inglese, coltiva una profonda passione per la poesia e trasmette al figlio un precoce interesse per il linguaggio. Fin da giovane Thomas dimostra una sensibilità fuori dal comune verso il suono delle parole, più ancora che verso il loro significato immediato. Questa attenzione musicale al linguaggio diventerà uno dei tratti più distintivi della sua produzione. Non segue un percorso accademico tradizionale: lascia presto la scuola e lavora come giornalista, ma continua a scrivere poesie con disciplina quasi ossessiva, costruendo versi densi e ricchi di immagini.
La sua affermazione avviene negli anni Trenta, un periodo segnato da tensioni politiche e da una profonda crisi culturale in Europa. Tuttavia, Thomas rimane in gran parte estraneo alle poetiche impegnate o esplicitamente politiche che caratterizzano molti dei suoi contemporanei. La sua poesia non si propone di descrivere direttamente la realtà sociale, ma di esplorare dimensioni più profonde e universali dell’esperienza umana: la nascita, la morte, il tempo, la memoria, il desiderio. Questo distacco da una funzione civile della poesia non significa isolamento, ma piuttosto una scelta consapevole di privilegiare un linguaggio simbolico e visionario.
Le prime raccolte mostrano già una straordinaria maturità espressiva. I testi sono costruiti attraverso un intreccio fitto di metafore, spesso ardite, che trasformano elementi naturali e corporei in simboli di processi vitali e cosmici. Il corpo umano, la natura e il ciclo della vita sono continuamente messi in relazione, come se ogni individuo fosse parte di un organismo più grande e misterioso. La poesia di Thomas è infatti profondamente organica: ogni immagine sembra nascere da un’altra, in un processo di continua trasformazione.
Uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura è la tensione tra ordine e caos. Da un lato, i suoi versi appaiono estremamente controllati, costruiti con grande attenzione alla struttura sonora e ritmica; dall’altro, il contenuto sembra spesso fluido, sfuggente, attraversato da immagini che si susseguono senza una logica immediatamente evidente. Questo contrasto crea un effetto ipnotico, in cui il lettore è coinvolto più a livello sensoriale che razionale. La poesia non si offre come un messaggio da decifrare, ma come un’esperienza da attraversare.
Il tema del tempo è centrale nella sua opera. Thomas non lo concepisce come una linea retta, ma come un ciclo continuo in cui nascita e morte sono inseparabili. In molte poesie, la vita è già intrisa della sua fine, e la morte appare come una trasformazione piuttosto che come una cessazione. Questo modo di pensare si traduce in immagini di straordinaria intensità, in cui elementi opposti convivono: luce e oscurità, crescita e dissoluzione, innocenza e corruzione. La poesia diventa così uno spazio in cui gli opposti si riconciliano, anche se solo momentaneamente.
Un altro elemento fondamentale è il rapporto con l’infanzia. Thomas non la rappresenta come un’età semplicemente felice o nostalgica, ma come un tempo carico di energia primordiale e di percezioni amplificate. L’infanzia è il momento in cui il mondo appare ancora misterioso e carico di significati nascosti. Tuttavia, questa dimensione è sempre vista alla luce della sua perdita: la memoria dell’infanzia è attraversata da una consapevolezza dolorosa del tempo che passa. In questo senso, la sua poesia può essere letta anche come un tentativo di recuperare, attraverso il linguaggio, quella intensità originaria dell’esperienza.
Durante la Seconda guerra mondiale, Thomas lavora anche per la radio, scrivendo testi che mostrano una diversa modalità espressiva. In queste opere emerge una maggiore attenzione alla narrazione e alla dimensione collettiva, pur mantenendo la sua tipica ricchezza linguistica. Il suo lavoro radiofonico contribuisce a rendere la sua voce più accessibile, senza però semplificare la complessità del suo stile.
La sua vita personale è segnata da eccessi e instabilità. Il rapporto con l’alcol, le difficoltà economiche e una certa irregolarità nei ritmi di lavoro contribuiscono a costruire un’immagine quasi leggendaria del poeta, ma non devono oscurare la disciplina e la serietà con cui affronta la scrittura. Dietro l’apparente spontaneità dei suoi versi si nasconde infatti un lungo lavoro di revisione e di costruzione formale.
Negli ultimi anni, Thomas raggiunge una grande popolarità, soprattutto grazie alle sue letture pubbliche, in cui la sua voce profonda e il suo modo teatrale di interpretare i testi affascinano il pubblico. La dimensione orale è fondamentale nella sua poesia: i versi sono pensati per essere ascoltati, e la loro musicalità si rivela pienamente solo attraverso la voce. Questo aspetto lo avvicina a una tradizione antica, in cui la poesia era prima di tutto suono e ritmo.
La sua morte, avvenuta nel 1953 a New York, interrompe una carriera che avrebbe potuto svilupparsi ulteriormente, ma contribuisce anche a fissare la sua figura in una dimensione quasi mitica. Nonostante la brevità della sua vita, l’opera di Thomas esercita un’influenza duratura, soprattutto per la sua capacità di rinnovare il linguaggio poetico senza aderire a movimenti specifici.
Dal punto di vista stilistico, la sua poesia si distingue per una densità lessicale straordinaria. Le parole sono scelte non solo per il loro significato, ma per il loro suono, la loro energia interna, la loro capacità di evocare immagini multiple. Questo uso del linguaggio crea una sorta di “sovraccarico” semantico, in cui ogni verso può essere interpretato in diversi modi. La difficoltà che ne deriva non è un limite, ma una caratteristica essenziale: il lettore è chiamato a partecipare attivamente alla costruzione del senso.
La metafora è lo strumento principale di questa costruzione. Tuttavia, non si tratta di metafore decorative o illustrative: esse funzionano come veri e propri meccanismi di pensiero, che mettono in relazione ambiti diversi dell’esperienza. Il corpo umano può diventare un paesaggio, la natura può assumere caratteristiche umane, e così via. Questo continuo slittamento tra piani diversi crea un effetto di straniamento, ma anche una percezione più profonda dell’unità del reale.
Un altro elemento importante è il ritmo. Thomas utilizza una varietà di schemi metrici, spesso combinando tradizione e innovazione. Il risultato è una musica complessa, in cui allitterazioni, assonanze e ripetizioni contribuiscono a creare un tessuto sonoro molto ricco. Il ritmo non è solo un elemento formale, ma parte integrante del significato: esso guida la lettura e influisce sulla percezione delle immagini.
L’analisi della sua opera non può prescindere dal considerare la dimensione simbolica. Molte delle sue immagini non hanno un significato univoco, ma funzionano come nodi di senso che si aprono a diverse interpretazioni. Questo rende la sua poesia particolarmente adatta a letture sempre nuove, in cui ogni ritorno al testo può rivelare aspetti prima non percepiti. La sua scrittura resiste a una spiegazione definitiva, e proprio in questa resistenza risiede gran parte del suo fascino.
In conclusione, la poesia di Dylan Thomas rappresenta un caso unico nel panorama del Novecento. Pur dialogando con le avanguardie e con la tradizione, essa mantiene una forte autonomia, costruendo un universo linguistico inconfondibile. La sua capacità di fondere musicalità, immaginazione e riflessione esistenziale fa sì che la sua opera continui a essere letta e studiata, non come un semplice documento storico, ma come un’esperienza viva e attuale.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio 


Immagine della foresta

Quest’ora serale è calma e strana nella foresta,
intagli di verdi cupole gli alberi sul sentiero,
davanti a me infinite isole d’ombra silenziose,
appesantita dall’età l’estate s’addossa all’autunno.

Matura è tutta la terra. Non c’è movimento
per le lunghe baie azzurre ove quei promontori annuvolati
s’assonnano al bagliore del tramonto sbiadito;
tutte le cose riposano nel volere d’un fine trionfante.

I contorni fondendosi in una vaga immensità svaniscono,
più cupa si fa la verde oscurità, più fondo il crepuscolo:
udite! una voce e una risata—viventi e amanti
per questi viali fantastici vanno come ombre.  

Forest picture

Calm and strange is this evening hour in the forest,
Carven domes of green are the trees by the pathway,
Infinite shadowy isles lie silent before me,
Summer is heavy with age, and leans upon Autumn.

All the land is ripe. There is no motion
Down the long bays of blue that those cloudy headlands
Sleep above in the glow of a fading sunset;
All things rest in the will of purpose triumphant.

Outlines melting into a vague immensity
Fade, the green gloom grows darker, and deeper the dusk:
Hark! a voice and laughter-the living and loving
Down these fantastic avenues pass like shadows.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Clown sulla luna

Le mie lacrime come il calmo vorticare
di petali d’una magica rosa;
e il mio dolore, tutto, fluisce dalla frattura
di cieli e nevi non ricordati.

Penso che se sfiorassi la terra,
si sbriciolerebbe;
è così triste e bella,
così tremantemente simile a un sogno.
 
Clown in the moon

My tears are like the quiet drift
Of petals from some magic rose;
And all my grief flows from the rift
Of unremembered skies and snows.

I think, that if I touched the earth,
It would crumble;
It is so sad and beautiful,
So tremulously like a dream

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Sono venuto a prendere la tua voce

Sono venuto a prendere la tua voce,
le tue note costruite che vengono alla gola
con gesti asciutti, meccanici,
a prendere il raggio
benché così dritto e inflessibile;
e poi, quando aprirò la bocca,
vi entrerà la luce con linea decisa
e poi a prendere la notte
che s’inoltra nella sua grotta oscura su ali feroci.
O, bocca d’aquila
sono venuto a spennarti,
portarti via il tuo esotico piumaggio,
sebbene la tua rabbia non sia cosa lieve,
portarti dove sono,
dove il gelo non potrà calare,
né petali d’alcun fiore cadere.
 
I have come to catch your voice

I have come to catch your voice
Your constructed notes going out of the throat
With dry, mechanical gestures,
To catch the shaft
Although it is so straight and unbending;
Then, when I open my mouth,
The light will come in an unwavering line.
Then to catch night
Wading through her dark cave on ferocius wings.
Oh, eagle-mouthed,
I have come to pluck you,
And take away your exotic plumage,
Although your anger is not a slight thing,
Take you into my own place
Where the frost can never fall,
Nor the petals of any flower drop.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Lasciatemi fuggire

Lasciatemi fuggire,
essere libero, (vento per il mio albero e acqua per il mio fiore),
vivere per me stesso,
e affogare in me gli dèi,
o schiacciare le loro teste di vipera sotto il mio piede.
Non c’è spazio, non c’è spazio, voi dite,
ma dentro non mi terrete,
benché la vostra gabbia sia forte.
La mia forza fiaccherà la vostra;
squarcerò la vostra nuvola oscura
per vedere da me il sole,
pallido e putrefatto, un’orribile escrescenza.
 
Let me escape

Let me escape,
Be free, (wind for my tree and water for my flower),
Live self for self,
And drown the gods in me,
Or crush their viper heads beneath my foot.
No space, no space, you say,
But you’ll not keep me in
Although your cage is strong.
My strength shall sap your own;
I’ll cut through your dark cloud
To see the sun myself,
Pale and decayed, an ugly growth.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Tempo sufficiente a marcire

Tempo sufficiente a marcire;
lancia in alto
la tua palla dorata di sangue;
respira contro l’aria,
soffiando avanti e indietro la fiamma di luce,
senza attrarre il bacio del tuo risucchio.
La polvere fine della tua bocca
troverà amore controcorrente,
e sfonderà l’oscurità;
è acre nelle strade;
una strega di carta sulla scopa solforata
vola dai bassifondi.
Chi è immobile s’indurisce,
il movimento fruttifica;
la mela del viandante è nera come il peccato;
le acque della sua mente si ritirano.
Allora lascia nuotare la tua testa,
perché hai un mare in cui giacere.
 
Time enough to rot

Time enough to rot;
Toss overhead
Your golden ball of blood;
Breathe against air,
Puffing the light’s flame to and fro,
Not drawing in your suction’s kiss.
Your mouth’s fine dust
Will find such love against the grain,
And break through dark;
It’s acrid in the streets;
A paper witch upon her sulphured broom
Flies from the gutter.
The still go hard,
The moving fructify;
The walker’s apple’s black as sin;
The waters of his mind draw in.
Then swim your head,
For you’ve a sea to lie.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Concepite queste immagini nell’aria

Concepite queste immagini nell’aria,
avvolgetele nella fiamma, sono mie;
poggiatele sul granito,
lasciate che due pietre smorte siano grigie,
o formate di sabbia
filtrino via attraverso il pensiero,
nell’acqua o nel metallo,
scorrendo e fondendosi sotto la calce.
Intagliatele nella roccia,
così per non essere sfregiate,
s’induriscono e riprendono forma
come segni che non ho portato
a uno stato più lieve
con punta d’amore o dal rosso calore della mia mano.
 
Conceive these images in air

Conceive these images in air,
Wrap them in flame, they’re mine;
Set against granite,
Let the two dull stones be grey,
Or, formed of sand,
Trickle away through thought,
In water or in metal,
Flowing and melting under lime.
Cut them in rock,
So, not to be defaced,
They harden and take shape again
As signs I’ve not brought down
To any lighter state
By love-tip or my hand’s red heat.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
C’è tanto al mondo

C’è tanto al mondo che non muore,
e molto che vive per soccombere,
che sorge e poi cade, germoglia ma appassisce;
il sole della stagione, pur conoscendo il suo tramonto
fino all’istante dell’arrivo del buio,
la morte scruta e vede con grande apprensione
una costola di cancro sul cielo fluido.
Ma noi, rinchiusi nelle dimore della mente,
rimuginiamo su ogni pianta da serra
che vomita attorno le sue foglie senza linfa,
e guardiamo incessantemente la mano del tempo
consumare il mondo,
chiusi nel manicomio chiediamo aria fresca da respirare.
C’è tanto che soccombe;
il tempo non può guarire né resuscitare;
eppure, folli di sangue giovane o segnati dall’età,
siamo sempre riluttanti a separarci da ciò che resta,
sentendo il vento sulla testa che non ci rinfresca,
e sulle labbra la bocca arida della pioggia.
 
There’s plenty in the world

There’s plenty in the world that doth not die,
And much that lives to perish,
That rises and then falls, buds but to wither;
The season’s sun, though he should know his setting
Up to the second of the dark coming,
Death sights and sees with great misgiving
A rib of cancer on the fluid sky.
But we, shut in the houses of the brain,
Brood on each hothouse plant
Spewing its sapless leaves around,
And watch the hand of time unceasingly
Ticking the world away,
Shut in the madhouse call for cool air to breathe.
There’s plenty that doth die;
Time cannot heal nor resurrect;
And yet, mad with young blood or stained with age,
We still are loth to part with what remains,
Feeling the wind about our heads that does not cool,
And on our lips the dry mouth of the rain.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
La gioventù chiama l’età

Anche tu hai visto il sole come un uccello di fuoco,
calpestare nuvole nel cielo dorato;
l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio,
hai amato e perduto.
Tu, che sei vecchio, come me hai amato e perduto
tutto ciò che è bello ma nato per morire;
hai tracciato i tuoi segni nel gelo che corre in fretta.
E hai camminato di notte sulle colline,
hai scoperto la testa sotto il cielo vivo,
quando a mezzogiorno sei entrato nella luce,
conoscendo la mia stessa gioia.
Pur essendoci anni tra noi, non contano;
attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età:
«Cosa hai trovato», grida, «cosa hai cercato?»
«Quello che hai trovato», risponde l’età tra le lacrime,
«Quello che hai cercato».
 
Youth calls to age

You too have seen the sun a bird of fire
Stepping on clouds across the golden sky,
Have known man’s envy and his weak desire,
Have loved and lost.
You, who are old, have loved and lost as I
All that is beautiful but born to die,
Have traced your patterns in the hastening frost.
And you have walked upon the hills at night,
And bared your head beneath the living sky,
When it was noon have walked into the light,
Knowing such joy as I.
Though there are years between us, they are naught;
Youth calls to age across the tired years:
‘What have you found’, he cries, ‘what have you sought?’
‘What you have found’, age answers through his tears,
‘What you have sought’.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Sei tu il sovrano di questo regno di carne

Sei tu il sovrano di questo regno di carne,
e questo colle d’ossa e di capelli
si muove al Maometto della tua mano.
Ma tutta questa terra emana un fetore carnale,
il vento puzza di poveri morti ammutoliti
che gli anfratti accolgono ed occultano.

Tu domini il cuore che tonfa e morde il fianco;
il cuore obbedisce al dito della morte,
il cervello agisce secondo i morti legali.
Perché dovrei pensare alla morte se tu sei a governare?

Tu sei il sovrano della mia carne che tradisco,
ospitando la morte nel tuo regno,
prestando attenzione alla voce assetata.
Condannami a un eterno confronto
con gli occhi morti dei bambini
e i loro fiumi di sangue tramutati in ghiaccio.
 
You are the ruler of this realm of flesh

You are the ruler of this realm of flesh,
And this hill of bone and hair
Moves to the Mahomet of your hand.
But all this land gives off a charnel stench,
The wind smacks of the poor
Dumb dead the crannies house and hide.

You rule the thudding heart that bites the side;
The heart steps to death’s finger,
The brain acts to the legal dead.
Why should I think on death when you are ruler?

You are my flesh’s ruler whom I treason,
Housing death in your kingdom,
Paying heed to the thirsty voice.
Condemn me to an everlasting facing
Of the dead eyes of children
And their rivers of blood turned to ice.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Il sole arde il mattino

Il sole arde il mattino, nel cervello una selva;
sul fiume la luna si spinge ed evoca i morti;
qui, nel mio deserto, a vagare è il sangue;
e sulla fronte fa un segno il sudore,
e piangente il cuore è inchiodato sul fianco.

Qui è un universo allevato nelle ossa,
qui è un salvatore a cantare come un uccello,
qui la notte dà rifugio e qui brillano le stelle,
qui dice la prima parola un bimbo mansueto
nella stalla sottopelle.

Sotto le costole navigano il sole e la luna;
una croce sul petto del bambino è tatuata,
e sul cranio è cucita una spina scarlatta;
una madre in travaglio due volte paga il dolore,
una per il figlio, una per quello della Vergine. 

The sun burns the morning

The sun burns the morning, a bush in the brain;
Moon walks the river and raises the dead;
Here in my wilderness wanders the blood;
And the sweat on the brow makes a sign,
And the wailing heart’s nailed to the side.

Here is a universe bred in the bone,
Here is a saviour who sings like a bird,
Here the night shelters and here the stars shine,
Here a mild baby speaks his first word
In the stable under the skin.

Under the ribs sail the moon and the sun;
A cross is tatooed on the breast of the child,
And sewn on his skull a scarlet thorn;
A mother in labour pays twice her pain,
Once for the Virgin’s child, once for her own.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Qui giacciono le bestie

Qui giacciono le bestie dell’uomo e qui banchetto io,
disse il morto,
e silenziosamente mungo il petto del diavolo.
Qui sgorgano i veleni silenziosi del suo sangue,
qui s’attacca la carne da sfasciare dal suo fianco.
L’inferno è nella polvere.

Qui giace la bestia dell’uomo e qui gli angeli suoi,
disse il morto,
e silenziosamente mungo i fiori sotterrati.
Qui gocciola un miele silenzioso nel mio sudario,
qui scivola il fantasma che del letto mio scialbo ha fatto
la casa del cielo.
 
Here lie the beasts

Here lie the beasts of man and here I feast,
The dead man said,
And silently I milk the devil’s breast.
Here spring the silent venoms of his blood,
Here clings the meat to sever from his side.
Hell’s in the dust.

Here lies the beast of man and here his angels,
The dead man said,
And silently I milk the buried flowers.
Here drips a silent honey in my shroud,
Here slips the ghost who made of my pale bed
The heaven’s house.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Quando il tuo moto furioso

Quando il tuo moto furioso si sarà placato,
e il tuo clamore si sarà quietato,
e quando la luminosa ruota della tua voce si fermerà,
il tuo passo resterà sospeso, sul punto di cadere.
Così vibrerà la tua voce
e la sua lama inciderà la superficie,
così l’oscura trama dei tuoi capelli
fluirà inquieta alle tue spalle.

Questo fiore ponderoso
che s’inclina da un lato,
ha gravato stranamente su di te
finché non hai potuto più sostenerlo
e ti sei piegata sotto di esso,
mentre i suoi gusci violacei si spezzavano e si dischiudevano.
Quando te ne sarai andata
il profumo del grande fiore rimarrà,
tracciando il suo dolce sentiero più chiaro di prima.
premi, premi, e stringi con fermezza;
non lo lascerai andare;
incatena la voce potente
e afferra l’inesorabile canto,
o scaglialo, pietra dopo pietra,
nel cielo.

 
When your furious motion

When your furious motion is steadied,
And your clamour stopped,
And when the bright wheel of your turning voice is stilled.
Your step will remain about to fall.
So will your voice vibrate
And its edge cut the surface,
So, then, will the dark cloth of your hair
Flow uneasily behind you.

This ponderous flower
Which leans one way,
Weighed strangely down upon you
Until you could bear it no longer
And bent under it,
While its violet shells broke and parted.
When you are gone
The scent of the great flower will stay,
Burning its sweet path clearer than before.
Press, press, and clasp steadily;
You shall not let go;
Chain the strong voice
And grip the inexorable song,
Or throw it, stone by stone,
Into the sky.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
I loro volti risplendevano sotto uno splendore

I loro volti risplendevano sotto uno splendore
di luce mista di luna e lampioni
che trasformava i baci vuoti in significato,
l’isola d’un amore da quattro soldi
in un paese prezioso,
le tombe che li confinavano a pozzi di calore,
(e scheletri avevano linfa). Per un minuto
i loro volti risplendevano; la pioggia di mezzanotte
pendendo appuntita nel vento,
prima che la luna si spostasse e la linfa finisse,
lei, col suo vestito banale, dicendo parole banali,
e lui rispondendo,
senza sapere che lo splendore era apparso e svanito.
I suicidi sfilano ancora, ormai pronti a morire.

 
Their faces shone under some radiance

Their faces shone under some radiance
Of mingled moonlight and lamplight
That turned the empty kisses into meaning,
The island of such penny love
Into a costly country, the graves
That neighboured them to wells of warmth,
(And skeletons hap sap). One minute
Their faces shone; the midnight rain
Hung pointed in the wind,
Before the moon shifted and the sap ran out,
She, in her cheap frock, saying some cheap thing,
And he replying,
Not knowing radiance came and passed.
The suicides parade again, now ripe for dying.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Qui in questa primavera

Qui in questa primavera, nel vuoto fluttuano stelle;
qui in quest’inverno ornamentale
scroscia nudo il tempo;
quest’estate sotterra un uccello di primavera.

Simboli sono scelti dal lento ruotare
degli anni sulle coste di quattro stagioni,
in autunno insegnano fuochi di tre stagioni
e note di quattro uccelli.

Dovrei riferire l’estate dagli alberi, i vermi
riferiscono, semmai, i temporali dell’inverno
o il funerale del sole;
dovrei apprendere la primavera dal cucù,
e la lumaca insegnarmi distruzione.

Un verme riferisce l’estate meglio dell’orologio,
vivente calendario di giorni è la lumaca;
cosa mi si riferisce se un insetto senza tempo
dice che il mondo si sgretola via?
 
Here in this spring

Here in this spring, stars float along the void;
Here in this ornamental winter
Down pelts the naked weather;
This summer buries a spring bird.

Symbols are selected from the years’
Slow rounding of four seasons’ coasts,
In autumn teach three seasons’ fires
And four birds’ notes.

I should tell summer from the trees, the worms
Tell, if at all, the winter’s storms
Or the funeral of the sun;
I should learn spring by the cuckooing,
And the slug should teach me destruction.

A worm tells summer better than the clock,
The slug’s a living calendar of days;
What shall it tell me if a timeless insect
Says the world wears away?

( Collected Poems 1934–1952 )  


Quasi estate

Quasi estate, e il diavolo
ancora viene a trovare i suoi poveri parenti;
se non in persona, manda il suo male senza fine
per messaggeri, nel volo degli uccelli
che scrive nel cielo le notizie diaboliche,
le grida delle stagioni, piene delle sue allusioni.
Ora ha tutto il campo, gli dei sono partiti
e non possono contare i semi che ha seminato;
la legge permette
le sue baldorie selvagge, e le sue labbra
pronte all’orecchio attento
per sussurrare, quando vuole, la guerra dei sensi
o diffondere il pettegolezzo dei sensi.
Il diavolo benvenuto arriva come ospite,
aggranfia il meglio – lo splendore del corpo –
vìola, lascia perduto (l’amante!)
e conta sul pugno
tutto ciò che ha raccolto in meraviglia.

Il diavolo benvenuto viene invitato,
sospettoso, ma presto la diffidenza svanisce.
Essi gridano per essere presi, e il diavolo rompe
tutto ciò che non è già rotto,
lasciandolo tra bicchieri e mozziconi di sigarette.
 
Nearly summer

Nearly summer, and the devil
Still comes visiting his poor relations,
If not in person sends his unending evil
By messengers, the flight of birds
Spelling across the sky his devil’s news,
The seasons’ cries, full of his intimations.
He has the whole field now, the gods departed
Who cannot count the seeds he sows,
The law allows
His wild carouses, and his lips
Poised at the ready ear
To whisper, when he wants, the senses’ war
Or lay the senses’ rumour.
The welcome devil comes as guest,
Steals what is best-the body’s splendour –
Rapes, leaves for lost (the amorist!),
Counts on his fist
All he has reaped in wonder.

The welcome devil comes invited,
Suspicious but that soon passes.
They cry to be taken, and the devil breaks
All that is not already broken,
Leaves it among the cigarette ends and the glasses.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )

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Monumento al mare: Arthur Conan Doyle

15 giovedì Mag 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Arthur Conan Doyle, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)

DAL MAR DEL NORD
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord,
andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano;
lunghe onde rotolavano da lontano
facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi.
E come noi andavamo mi sembrò
che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno,
il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare,
e l’amore, vecchio quanto loro.
Veniva dal mare una bruma meditabonda,
la vedemmo distendersi, piega su piega,
e notammo il gran sole alchimista
mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro.
Osservate bene, osservate bene, mia signora,
il grigio sotto, l’oro sopra,
solo così la vita più grigia può splendere
tutta dorata in luce d’amore.

*

BY THE NORTH SEA

Her cheek was wet with North Sea spray,
we walked where tide and shingle meet;
the long waves rolled from far away
to purr in ripples at our feet.
and as we walked it seemed to me
that three old friends had met that day,
the old, old sky, the old, old sea,
and love, which is as old as they.
Out seaward hung the brooding mist
we saw it rolling, fold on fold,
and marked the great Sun alchemist
turn all its leaden edge to gold,
look well, look well, oh lady mine,
the gray below, the gold above,
for so the grayest life may shine
all golden in the light of love.

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Monumento al mare: Ella Wheeler Wilcox

01 giovedì Mag 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Ella Wheeler Wilcox, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ella Wheeler Wilcox (1850-1919), americana (foto web)

UNA NAVE VOLGE A EST
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Una nave volge a est
e un’altra volge a ovest
dagli stessi venti soffiate.
È l’assetto delle vele
non le burrasche
che indica la rotta che percorriamo.
Come venti del mare
sono le onde del tempo
mentre attraversiamo la vita.
È l’assetto dell’anima
che determina il traguardo
non la calma o la lotta.

*

ONE SHIP SAILS EAST

One ship sails East,
And another West,
By the self-same winds that blow,
Tis the set of the sails
And not the gales,
That tells the way we go.
Like the winds of the sea
Are the waves of time,
As we journey along through life,
Tis the set of the soul,
That determines the goal,
And not the calm or the strife. 

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Monumento al mare: Malcolm Lowry

17 giovedì Apr 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Malcolm Lowry, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Malcolm Lowry (1909-1957), inglese (foto web)

CITTÀ DI FERRO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Salpano pensieri di ferro la sera su navi di ferro;
come luci lontane, fievoli vanno mentre calano
l’àncora dodici piedi, al borbottar del traghetto
che come trottola, nel frangente mareale, tórno tórno fa girar
la sua voce di gallo mezz’arrochita da tubi attossicati
e impiumati di vapore. La nave passa. I cutter
s’allontanano. Le campane battono. Il traghetto erutta
un’ultima bianca frase; e labbra umane
un’ultima nera, carica di benvenuti
alla disfatta. Lasciano la spietata città i pensieri;
però navi di ferro sono e pietà non hanno;
e gli uomini di cuori e fianchi che si sforzano e arrugginiscono.
Pensieri di ferro salpano nella polvere da città di ferro,
però come tenere colombe i pensieri che volano a casa.

*

IRON CITIES

Iron thoughts sail out at the evening on iron ships;
They move hushed as far lights while twelve footers
Dive at anchor as the ferry sputters
And spins like a round top, in the tide rips,
Its rooster voice half muted by choked pipes
Plumed with steam. The ship passes. The cutters
Fall away. Bells strike. The ferry utters
A last white phrase; and human lips,
A last black one, heavy with welcome
To loss. Thoughts leave the pitiless city,
Yet ships themselves are iron and have no pity;
While men have hearts and sides that strain and rust.
Iron thoughts sail from the iron cities in the dust,
Yet soft as doves the thoughts that fly back home.

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Monumento al mare: Edmond Gore Alexander Holmes

27 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Edmond Gore Alexander Holmes, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)

NOTTE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie
Nelle morbide profondità insondabili del cielo:
In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono
Le infinite distese degli abissi,—
Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare,
E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti
Col maestoso ondeggiare del mare.
Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso,
Nelle nere acque d’una baia senza sbocco
Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge
A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve;
E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre,
E notturni gemiti d’onde imprigionate.

NIGHT

Night comes and stars their wonted vigils keep
In soft unfathomable depths of sky:
In mystic veil of shadowy darkness lie
The infinite expanses of the deep,—
Save where the silvery paths of moonlight sleep,
And rise and sink for ever dreamily
With the majestic heaving of the sea.
Night comes, and tenfold gloom where dark and steep,
Into black waters of a land-locked bay
The cliffs descend: there never tempest raves
To break the awful slumber; far below
Glimmer the foamy fringes white as snow;
And sounds of strangled thunder rise alway,
And midnight moanings of imprisoned waves.

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Monumento al mare: Amos Russel Wells

13 giovedì Mar 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Amos Russel Wells, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Amos Russel Wells (1862-1933), americano (foto web)

LA COPPA DELL’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Cosa contiene la coppa dell’oceano?
Gloria di porpora e scintillio d’oro;
I più teneri verdi e il blu del cielo,
Colpiti dalla luce del sole in tutto e per tutto;
Increspature che vagano oziosamente.
Frangenti che cadono con schiuma galante;
Sabbie e ciottoli che si rincorrono e scivolano;
Correnti mistiche che scorrono dolcemente;
Potente incantesimo dei tempi antichi,
Questo contiene la coppa dell’oceano.

Che cosa sente la coppa dell’oceano
Alle labbra della gente di terra d’ogni luogo?
Il respiro minaccioso e spettrale del pericolo,
le forme martoriate d’una morte atroce;
Ululanti tempeste e nevischio pungente,
lo schianto dei terribili piedi dei destrieri marini;
Navi che tremano per l’urto spaventoso,
Angoscia ammucchiata a una roccia selvaggia;
Perdita, tumulto e insidia fatale,
Questo fa il calice dell’oceano.

Guardate bene la coppa dell’oceano,
Voi che volentieri sorbite bellezza.
Soffermatevi a lungo sull’infido bordo,
Guardatevi dentro ogni volta vi curvate e bevete.

*

THE CUP OF OCEAN

What does the cup of ocean hold?
Glory of purple and glint of gold;
Tenderest greens and heavenly blue,
Shot with the sunlight through and through;
Wayward ripples that idly roam.
Tumbling breakers with gallant foam;
Sands and pebbles that chase and slide;
Mystic currents that softly glide;
Mighty spell of the ages old,
This does the cup of ocean hold.

What does the cup of ocean hear
To the lips of land folk everywhere?
Danger’s ominous, ghostly breath,
Battered forms of an awful death;
Howling tempests and bitter sleet,
Crash of the sea steeds’ terrible feet;
Ships a-quiver with fearful shock,
Anguish heaped on a savage rock;
Loss and turmoil and fatal snare,
This does the cup of ocean bear.

Look ye well to the ocean’s cup,
Ye who gladly on beauty sup.
Tarry long at the treacherous brink,
Gaze within e’er ye bend and drink.
 

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Monumento al mare: Katharine Lee Bates

06 giovedì Feb 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Katharine Lee Bates (1859-1929), americana (foto web)

LUCI DI STELLE SUL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Sopra il mormorio corale delle onde lievi
Le costellazioni brillano contro il tenue
Crepuscolo etereo, sempre bello, in alto,
Sereno, mentre l’uomo esce faticosamente dalle grotte
Per le città, le città clamorose, la vita che si scatena
Come un’onda contro gli scogli. Non di frequente
Le nostre città scorgono le stelle, il cui splendore è stato deriso
Dal basso e duro scintillio che sfida
La benedizione del buio della notte. Ma qui,
In mezzo all’oceano, tutte le cui voci ovattate risuonano
Un’estasi perduta dalle nostre vessate volontà umane,
Vediamo lo splendore primordiale che brillava
Sul caos, —vediamo il giovane Dio pascere
Le sue scintillanti greggi sulle purpuree colline.

*

STARLIGHT AT SEA

Over the murmurous choral of dim waves
The constellations glow against the soft
Ethereal dusk, —forever fair, aloft,
Serene, while man climbs painfully from caves
To cities, clamorous cities, life that raves
Like surf against the rocks. It is not oft
Our cities glimpse the stars, their luster scoffed
Away by low, hard glitter that outbraves
Night’s blessing of the dark. But here upon
Mid-ocean, all whose muffled voices ring
A rapture lost to our vexed human wills,
We see the primal radiance that shone
On chaos, —see the young God shepherding
His gleaming flocks on the empurpled hills.
 

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Monumento al mare: Ruby Archer

09 giovedì Gen 2025

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Ruby Archer, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ruby Archer (1873-1961), americana (foto web)

UNA MEMORIA DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

O cielo e mare, e verso di chiurlo,
Il sonoro scampanio dell’onda sull’onda,
Perle di sogno che il più fondo oceano pavimenta,
La potente meraviglia su tutto!

Il vasto, vasto mare dove cavalcano grandi navi,
La brezza aperta con pieno respiro,
La pallida schiuma atterrita dalla tempesta,
I tristi cancelli del cielo spalancati!

*

A SEA-MEMORY

O sky and sea, and curlew call,
The tinkling chime of wave on wave,
Dream-pearls that deepest ocean pave,
The mighty wonder over all!

The wide, wide sea, where great ships ride,
The open breeze with breath full drawn,
Pale foam by tempest frightened on,
Grim flood-gates of the sky flung wide!
 

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Monumento al mare: Arthur Williams Symons

19 giovedì Dic 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Arthur Williams Symons (1865-1945), gallese (foto web)

PRIMA DELLA TEMPESTA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il vento s’alza sul mare,
saltano le bianche e battute schiume ballerine;
e il mare geme con malessere,
e torna a dormire, e non può dormire.

La cresta dietro il dorsale roccioso si solleva,
mani selvagge, e martelli sulla terra,
si disperde in polvere liquida alla deriva
verso la morte tra la sabbia polverosa.

Sulla linea dell’orizzonte che s’avvicina,
dove il cielo poggia un muro visibile,
bigio alla vista, io divinizzo,
le vele che volano prima della tempesta.

*

BEFORE THE SQUALL

The wind is rising on the sea,
the windy white foam-dancers leap;
and the sea moans uneasily,
and turns to sleep, and cannot sleep.

Ridge after rocky ridge uplifts,
wild hands, and hammers at the land,
scatters in liquid dust, and drifts
to death among the dusty sand.

On the horizon’s nearing line,
where the sky rests a visible wall,
grey in the offing, I divine,
the sails that fly before the squall.
 

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Monumento al mare: Christina Georgina Rossetti

05 giovedì Dic 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Christina Georgina Rossetti, Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Christina Georgina Rossetti (1830-1894), inglese (foto web)

DAL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Perché il mare geme sempre?
Escluso dal cielo, emette il suo lamento.
S’agita contro il bordo della riva;
Tutti i fiumi in piena della terra non possono riempire
Il mare, che beve e ha ancora sete.

Puri miracoli di bellezza
giacciono nascosti nel suo letto non visti:
Anemoni, salsi, senza passione,
Come fiori respirano; sono vivi quanto basta
per respirare, moltiplicarsi e prosperare.

Gusci pittoreschi, curvi, a chiazze, a punte,
cose vive incrostate con occhi da argo,
tutti belli e uguali, ma tutti diversi,
nascono senza dolore e muoiono
senza dolore, —e così passano.

*

BY THE SEA

Why does the sea moan evermore?
Shut out from heaven it makes its moan.
It frets against the boundary shore;
All earth’s full rivers cannot fill
The sea, that drinking thirsteth still.

Sheer miracles of loveliness
Lie hid in its unlooked-on bed:
Anemones, salt, passionless,
Blow flower-like; just enough alive
To blow and multiply and thrive.

Shells quaint with curve, or spot, or spike,
Encrusted live things argus-eyed,
All fair alike, yet all unlike,
Are born without a pang, and die
Without a pang,—and so pass by.
 

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Monumento al mare: Thomas Bailey Aldrich

07 giovedì Nov 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Thomas Bailey Aldrich, TRADUZIONI

Monumento al mare

Thomas Bailey Aldrich (1836-1907), americano (foto web)

LA VOCE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Nel silenzio della notte autunnale
Sento la voce del mare,
Nel silenzio della notte autunnale
Sembra che dica—
Miei son i venti in alto,
Mie le spelonche di sotto,
Miei i morti di ieri
E i morti di tanto tempo fa!

E penso alla flotta che salpò
Dalla bella riva di Gloucester,
Penso alla flotta che salpò
E non tornò mai più!
I miei occhi son pieni di lacrime,
E il mio cuore intorpidito di dolore—
Sembra come fosse ieri,
E tutto è successo tanto tempo fa!

*

THE VOICE OF THE SEA

In the hush of the autumn night
I hear the voice of the sea,
In the hush of the autumn night
It seems to say to me—
Mine are the winds above,
Mine are the caves below,
Mine are the dead of yesterday
And the dead of long ago!

And I think of the fleet that sailed
From the lovely Gloucester shore,
I think of the fleet that sailed
And came back nevermore!
My eyes are filled with tears,
And my heart is numb with woe—
It seems as if ‘t were yesterday,
And it all was long ago!
 

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Monumento al mare: Stephen Crane

24 giovedì Ott 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Stephen Crane, TRADUZIONI

Monumento al mare

Stephen Crane (1871-1900), americano (foto web)

ONDE NERE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Illustro l’argenteo passaggio d’una nave di notte,
Il colpo d’ogni triste onda perduta,
Il rombo calante dell’acciaio che si sforza,
Il piccolo grido d’un uomo a un uomo,
Un’ombra che cade nella notte più grigia,
E il tramonto della piccola stella;
Poi la distesa, la lontana distesa d’acque,
E la soffice sferzata d’onde nere
Per lungo tempo, in solitudine.

*

BLACK WAVES

I explain the silvered passing of a ship at night,
The sweep of each sad lost wave,
The dwindling boom of the steel thing’s striving,
The little cry of a man to a man,
A shadow falling across the greyer night,
And the sinking of the small star;
Then the waste, the far waste of waters,
And the soft lashing of the black waves
For long and in loneliness.
 

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Monumento al mare: Lydia Huntley Sigourney

10 giovedì Ott 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Lydia Huntley Sigourney, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Lydia Huntley Sigourney (1791–1865), americana (foto web)

SEPOLTURA IN MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Giù negli insondati regni,
Ove scorrono fontane nascoste,
Solo, a trovar il silente giaciglio,
Il figlio della terra deve andare.

Per lui nessuna funebre campana
Può amici piangenti adunare,
Né polvere, a polvere di simili, sarà deposta
Entro il verde sagrato della chiesa.

Addio! Un tuffo pesante!
Una fenditura al fondo dell’oceano!

Poi la cupa e sorda onda
A spazzar via, tutto è finito.

Ti diamo un serio incarico,
O triste e solenne profondità,
Al sicuro nel tuo freddo e forte abbraccio
Questa forma preziosa custodisci;

Fin quando al suon della tromba,
Che empie il mondo di terrore,
Le tue cavità e le tombe della terra
Renderanno i loro morti:

Allora rivestito di gloriosa luce,
Possa questo nostro amico sorgere,
E mutar la tua buia e imprigionante cella
In libertà dei cieli.

*

BURIAL AT SEA.

Down to the unfathom’d realms,
Where hidden fountains flow,
Alone, his silent couch to find,
The child of earth must go.

For him no funeral bell
May weeping friends convene,
Nor dust, to kindred dust be laid
Within the church-yard green.

Farewell! one heavy plunge!
One cleft in ocean’s floor!

And then the deaf and sullen surge
Sweeps on, and all is o’er.

We give thee earnest charge,
Oh sad, and solemn deep,
Safe in thy cold and strong embrace
This precious form to keep;

Till at the trumpet’s sound,
Which fills the world with dread,
Thy caverns, and the graves of earth
Shall render up their dead:

Then clothed in glorious light,
May this our friend arise,
And change thy dark, imprisoning cell,
For freedom in the skies.
 

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Monumento al mare: Nathaniel Hawthorne

19 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, Nathaniel Hawthorne, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Nathaniel Hawthorne (1804-1864), americano (foto web)

L’OCEANO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

L’oceano ha le sue grotte silenziose,
Profonde, quiete e solitarie;
Anche se c’è furia sulle onde,
Sotto di loro non c’è nessuno.
I terribili spiriti degli abissi
Hanno lì la loro comunione;
E ci sono quelli per cui piangiamo,
I giovani, i brillanti, i giusti.
I marinai stanchi riposano tranquilli
Sotto il loro mare blu.
Le oceaniche solitudini sono benedette,
Perché laggiù c’è purezza.
La terra ha colpa, la terra ha affanno,
Le sue tombe sono inquiete;
Ma il placido sonno è sempre lì,
Sotto le onde blu scuro.

*

THE OCEAN

The Ocean has its silent caves,
Deep, quiet, and alone;
Though there be fury on the waves,
Beneath them there is none.
The awful spirits of the deep
Hold their communion there;
And there are those for whom we weep,
The young, the bright, the fair.
Calmly the wearied seamen rest
Beneath their own blue sea.
The ocean solitudes are blest,
For there is purity.
The earth has guilt, the earth has care,
Unquiet are its graves;
But peaceful sleep is ever there,
Beneath the dark blue waves.

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“Diario dell’approdo” di Fernando Della Posta. Nota di lettura di Emilio Capaccio

12 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Tag

Diario dell'approdo, Emilio Capaccio, Fernando Della Posta, POESIA

Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.

Emilio Capaccio

*

Dalla Terra emana un’energia estrema,
tanto che lupi e creature selvatiche
del dolce e dell’occulto, con volti
monumentali da sfingi presidiano
i viali tagliafuoco. Se non viste,
come Gorgoni giocano a contarsi.

*

L’uomo talvolta si sente chiamato
ad animare paesaggi lontani,
dove soltanto una vasta bellezza
chiara veleggia tra gole e vallate.
Quella bellezza grandiosa e serena
che solo chi è saldo nella disciplina
può avvicinare con destrezza.
Quella fermezza di chi incatena
le numerose voglie da sfamare
avute in dono da una mala stella.

*

Muore l’estate nel suo stesso fuoco
di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte
più calde di un autunno più probo.
Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza
di vita, si tende alla vita con mire
più astute e precise. Sopravvive
chi vince sfide sommesse di bruchi,
su cenci di morti sotto maglie di felci.

*

Estivo malessere d’ogni singolo
viottolo del borgo, tregue irrisorie
solo sotto boscaglie di platano
accenni alle ombre in fuga.
Difficile sacrificare a un’ara
malinconica, ogni nostro superfluo
intendimento, per aprire nuovi occhi
su spesso intuiti, perduti orizzonti;
su panorami di maggesi accesi
in luogo di retabli marcescenti,
levigati uncini di cenere e ossa,
punteruoli fermi a un passo dal cielo.

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.

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Monumento al mare: John Masefield

05 giovedì Set 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, John Masefield, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

John Masefield (1878-1967), inglese (foto web)

FEBBRE DEL MARE
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Calarmi ancora nei mari, nel solitario mare e nel cielo,
E tutto ciò che chiedo è un’alta nave e una stella per condurla,
La gioia del timone, la canzone del vento, il tremolio della vela,
Una nebbia grigia sul volto marino e una grigia alba nascente.

Calarmi ancora nei mari, perché il richiamo della corrente
È un chiaro e selvaggio richiamo che non può essere negato;
E tutto ciò che chiedo è un giorno di vento con bianche nubi volanti,
Con spruzzi e spume sollevate e gabbiani che gridano.

Calarmi ancora nei mari, alla vita zingara e vagabonda,
Sulla via di gabbiani e balene, dove il vento è un coltello affilato;
E tutto ciò che chiedo è un’allegra storia da un ridente compagno,
E un sonno tranquillo e un dolce sogno per quando il gioco è finito.

*

SEA FEVER

I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face, and a grey dawn breaking.

I must go down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.
 

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Monumento al mare: Ronald de Carvalho

20 giovedì Giu 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Monumento al mare, POESIA, Ronald de Carvalho, TRADUZIONI

Monumento al mare

Ronald de Carvalho (1893-1935), brasiliano (foto web)

IL MERCANTE D’ARGENTO, ORO E SMERALDO
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Odora il mare! Odora il mare!
Le reti pesanti battono come ali,
le reti umide palpitano nel crepuscolo.
La spiaggia liscia è una scintillazione di scaglie.

Saltellano nere razze nell’oro della sabbia bagnata,
l’acciaio delle muggini luccica in mani d’ebano e di bronzo.

Muscoli, pinne, voci e fragori, tutto si mischia,
tutto si mischia nel crearsi della schiuma che ferve tra gli scogli.

Odora il mare!

Il corno della luna nuova gioca sulla cresta dell’onda.
E tra le alghe molli e i villosi molluschi,
dove si trascinano granchi dalle zampe denticolate
e dove bolle l’olio gelatinoso dei flessili calamari,
nella rete immensa della notte carica di stelle,
nella melodia libera delle acque e dello spazio,
invasa d’aria, profetica, timpanica,
scoppia orgogliosamente la chiacchera d’un piovanello…

*

O MERCADOR DE PRATA, DE OURO E ESMERALDA

Cheira a mar! cheira a mar!
As redes pesadas batem como asas,
as redes úmidas palpitam no crepúsculo.
A praia lisa é uma cintilação de escamas.

Pulam raias negras no ouro da areia molhada,
o aço das tainhas faísca em mãos de ébano e bronze.
Músculos, barbatanas, vozes e estrondos, tudo se mistura,
tudo se mistura no criar da espuma que ferve nas pedras.

Cheira a mar!

O corno da lua nova brinca na crista da onda.
E entre as algas moles e os peludos mariscos,
onde se arrastam caranguejos de patas denticuladas
e onde bole o óleo gelatinoso das lulas flexíveis,
diante de rede imensa na noite carregada de estrelas,
na livre melodia das águas e do espaço,
entupido de ar, profético, timpânico,
estoura orgulhosamente o papo dum baiacu…

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Monumento al mare: Joyce Kilmer

05 mercoledì Giu 2024

Posted by emiliocapaccio in Monumento al mare, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, Joyce Kilmer, Monumento al mare, POESIA, TRADUZIONI

Monumento al mare

Joyce Kilmer (1886-1918), americano (foto web)

IN MEZZO ALL’OCEANO IN TEMPO DI GUERRA
(Traduzione di Emilio Capaccio)

Il fragile splendore del mare piatto,
Il volto sereno e d’argento velato della luna,
Fanno di questa nave un luogo incantato
Piena di chiara allegria e dorata magia.
Ora, per un po’, la risata spensierata sarà
Mescolata al canto, per dargli più dolce grazia,
E le vecchie stelle, nella loro corsa infinita,
Daranno ascolto e invidieranno la giovane umanità.

Eppure questa sera, a cento leghe di distanza,
Queste acque arrossano d’uno strano e terribile rosso.
Prima della luna, una nube oscenamente grigia
Sorge da ponti schiantati nel piombo aereo.
E queste stelle sorridono col loro modo immemorabile
Sulle onde che ricadono su mille nuovi morti!

*

MID-OCEAN IN WAR TIME

The fragile splendour of the level sea,
The moon’s serene and silver-veiled face,
Make of this vessel an enchanted place
Full of white mirth and golden sorcery.
Now, for a time, shall careless laughter be
Blended with song, to lend song sweeter grace,
And the old stars, in their unending race,
Shall heed and envy young humanity.

And yet to-night, a hundred leagues away,
These waters blush a strange and awful red.
Before the moon, a cloud obscenely grey
Rises from decks that crash with flying lead.
And these stars smile their immemorial way
On waves that shroud a thousand newly dead!

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