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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

“Crimini della sicurezza” di Yuleisy Cruz Lezcano. Una lettura di Emilio Capaccio

17 giovedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura

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Crimini della sicurezza, Emilio Capaccio, Yuleisy Cruz Lezcano

Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è un’opera che riesce a fare qualcosa di raro nella poesia civile italiana contemporanea: costruire un monumento verbale collettivo senza sacrificare la specificità di ogni singola vita. Ci riesce grazie a un impianto strutturale di grande intelligenza compositiva, quello che accosta a ogni vittima di infortunio sul lavoro una coppia di testi — una prosa narrativa o cronachistica e una poesia dedicata — disposti in rigorosa sequenza cronologica dal 1998 al maggio 2026, fino a comporre, nell’indice finale, un vero e proprio necrologio in forma di sommario: nome, data, pagina.

La freddezza apparente dell’elenco viene però smentita, riga dopo riga, dalla densità umana dei testi che lo precedono. È una scelta d’impianto quasi liturgica, vicina al martirologio o al calendario dei giusti, e il libro ne è pienamente consapevole fin dal paratesto: la prefazione della segretaria della CGIL di Forlì-Cesena rifiuta l’espressione «morti bianche» come eufemismo che neutralizza la responsabilità, mentre la nota dell’autrice dichiara il proposito di restituire identità a chi è stato ridotto a numero. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che l’intera raccolta persegue con una coerenza ammirevole, capitolo dopo capitolo, corpo dopo corpo, senza mai perdere di vista l’individualità del lutto dentro la serialità della strage.

Il dispositivo prosa-più-poesia funziona come un doppio registro percettivo complementare: la prosa lavora in modalità di cronaca ampliata, con dati anagrafici, dinamica dell’incidente, voci indirette di familiari e colleghi, e ha il merito di ancorare ogni testo poetico a un fatto verificabile, a un nome, a un luogo preciso — Brindisi, Bologna, l’argine del Santerno, la Magona, l’Interporto —, così che la poesia non fluttui mai nell’astrazione, ma resti sempre legata a una biografia concreta. In diversi punti, inoltre, la prosa raggiunge una vera tenuta narrativa autonoma, come nel racconto d’apertura dedicato a Ruggero e al fratellino Matteo, costruito con un dialogo delicatissimo sulla doppia notizia, «bella e brutta», o come nella sezione dedicata a Rayan Lassoued, dove il tempo si dilata e la scena prende corpo con la cura di un vero racconto letterario.

È nella poesia, comunque, che il libro trova la sua voce più originale e la sua ragione più profonda. Qui la Cruz Lezcano lavora su un lessico ricorrente — ferro, ingranaggi, polvere, ali, uccelli, cielo, silenzio, il non-rumore delle cose che restano — che attraversa l’intera raccolta come un campo semantico coeso e riconoscibile, capace di tenere insieme testi di intonazione molto diversa senza mai risultare arbitrario o meccanico.

Uno dei tratti più felici e meno prevedibili della scrittura è l’uso della misura fisica come unità di pathos: «sette metri di cielo», «sei metri d’eternità», «quindici metri di vuoto», «tre metri di irreversibile assenza» sono formule che tornano, quasi come una rima nascosta, in poesie diverse e che producono un effetto potente proprio perché rovesciano il linguaggio contabile che il sistema produttivo e giudiziario impone alle morti sul lavoro — le «carte», le «formule», «le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica» di Orditoio di silenzio —, restituendo quella stessa unità di misura alla dimensione del lutto. È forse il gesto poetico più riuscito dell’intero libro, perché mette in scena esattamente ciò che l’opera vuole affermare: che il numero, invece di cancellare, può diventare strumento di pietas.

Accanto a questa vena convive una sperimentazione lessicale audace e originale, quella che innesta il vocabolario medico-biologico sul lamento funebre. Miociti di dolore, dedicata ai due operai folgorati, Samuel Scacciaferro e Giovanni Sanfilippo, costruisce l’intero componimento su immagini di sinapsi, potenziale d’azione, giunzioni comunicanti e sincizio cellulare applicate al corpo sociale del lutto. Convertitore 3, invece, lascia parlare l’impianto industriale accanto al morto, senza mediazioni consolatorie, mentre Vertebra del mondo trova in una singola immagine — l’impalcatura che «non sa cos’è il lutto» ma «oggi l’ha indossato» — la capacità di far coincidere il linguaggio tecnico del cantiere con quello dell’elegia. Sono i testi in cui l’autrice rinnova più radicalmente il repertorio della poesia civile italiana, portandolo oltre le immagini più consuete del vuoto e dell’assenza, verso un lessico ibrido e contemporaneo, capace di dire la violenza del lavoro con gli stessi strumenti concettuali con cui quella violenza viene prodotta e amministrata.

Un registro ulteriore, prezioso proprio nella sua unicità all’interno della raccolta, è quello dialettale della poesia dedicata a Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Viento, scritta in napoletano. Essa introduce una polifonia linguistica che apre il libro a una dimensione corale e popolare, non mediata dal filtro della lingua letteraria standard, e testimonia quanto la scrittura della Cruz Lezcano sappia adattare il proprio registro alla specificità di ogni storia, invece di applicare una formula uniforme.

Molto convincente è anche l’attenzione, trasversale a tutta la raccolta, alla dimensione domestica e quotidiana che precede e segue la tragedia: la colazione preparata all’alba, il pallone lasciato in un cortile, le videochiamate, la stanza rimasta identica, gli oggetti che sembrano trattenere il respiro. Sono dettagli che l’autrice sa dosare con grande misura, senza mai scivolare nel sentimentalismo, e che hanno la funzione di restituire concretezza affettiva a vite che il resoconto giornalistico riduce sempre a puro dato. Va sottolineato, inoltre, come il libro dia voce, con pari dignità e senza gerarchie, a un’umanità del lavoro molto ampia e composita — operai italiani e migranti, braccianti agricoli, addetti alle cave e ai cantieri, ferrovieri, un ragazzo con grave menomazione, due giovani donne come Luana D’Orazio e Anila Grishaj —, componendo così, attraverso l’accumulo stesso dei casi, un ritratto corale e nazionale della fragilità del lavoro contemporaneo. In questo contesto, l’insistenza sulla ripetizione non è mai stanchezza compositiva, ma scelta consapevole, perché è proprio la sistematicità della strage, il fatto che si tratti — come dice una delle poesie — di «sistema» e non di episodi isolati, il nucleo politico che il libro vuole rendere visibile attraverso la propria stessa struttura seriale.

Anche il registro sacrale che affiora in più punti — i «sacerdoti / che hanno offerto il corpo / sull’altare industriale del profitto», il casco «caduto come un’ostia», il «battesimo nero / del pane guadagnato» — funziona come gesto di risarcimento simbolico potente e coerente con l’intento dichiarato del libro: quello di restituire sacralità e dignità a corpi che la cronaca riduce a statistica, collocando la raccolta in una tradizione di elegia civile e comunitaria che ha radici profonde nella cultura popolare italiana del lutto.

Pubblicato nel 2026, il libro arriva con un’attualità quasi cronachistica: l’ultima sezione, dedicata a Rayan Lassoued, morto a ventun anni a Cesena, è esplicitamente collegata nella prefazione a una mobilitazione ancora in corso. Questa prossimità temporale, insieme alla scelta di chiudere la raccolta con una poesia dal titolo programmatico, Grammatica di un impatto, rivela la vera ambizione dell’opera: costruire una grammatica condivisa, un sistema coerente di forme ricorrenti — la misura del vuoto, il non-rumore, l’ingranaggio indifferente, la sacralizzazione del corpo operaio, l’apostrofe diretta al morto, che attraversa quasi ogni componimento —, capace di dare un ordine linguistico e affettivo a una serie di morti che altrimenti resterebbero disperse tra le pagine di cronaca, da cui il libro esplicitamente le sottrae.

Nel suo insieme, Crimini della sicurezza raggiunge pienamente l’obiettivo dichiarato: trasformare la cronaca in presenza umana. Lo fa con una scrittura sorvegliata e generosa insieme, capace di alternare il rigore documentario della prosa alla libertà immaginativa della poesia, senza che l’una tradisca l’altra. Un libro che restituisce ai nomi propri la loro voce e al lettore la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.

Emilio Capaccio

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Le onde che attraversano: quando la vita entra in risonanza

15 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano) 

onde
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C’è qualcosa, in questo mondo, che non riesco a comprendere completamente e forse è proprio per questo che mi affascina tanto: le onde. Sì, le onde. Detto in questo modo, sembra quasi che mi sia alzata con la vena filosofica, dopo un sonno confuso. Ma pensateci per un istante: siamo circondati dalle onde. Ci attraversano, ci avvolgono, ci comunicano, ci riscaldano, ci illuminano, ci emozionano… e, nella maggior parte dei casi, nemmeno le vediamo, nemmeno le tocchiamo, nemmeno ci rendiamo conto che sono lì. La luce che ci raggiunge e con la quale vediamo il volto di una persona amata è un’onda. Anche la voce che ci arriva, attraverso un telefono, dall’altro estremo del mondo viaggia trasformata in onde. La musica che ci fa rabbrividire la pelle non è altro che aria che vibra, ma con senso. Il mare parla con le onde, il cuore batte con le onde, il cervello pensa con le onde. E perfino l’universo, quando due mostri cosmici collidono nel buio, sembra tutto contorcersi in onde, come se lo spazio fosse un lenzuolo scomposto scosso da mani invisibili. A me tutto questo lascia in una quieta meraviglia. Non per ignoranza, ma per rispetto. Perché una cosa è che la scienza ti spieghi una parte del mistero e un’altra cosa, completamente diversa, è che il mistero sparisca. E non sparisce, al contrario, quanto più so, più mi meraviglio.

Viviamo credendo che il mondo sia solido, stabile, fermo, come il tavolo di una sala da pranzo di legno massiccio. Poi arriva la fisica, con la sua casacca bianca e la faccia di chi non ha dormito, e vi dico cosa mi ha detto: “Yuli, non ti emozionare così tanto. Quello che tu chiami realtà sta vibrando da ogni parte.” E allora mi sono girata, guardando ovunque e ho pensato: per essere tutto in continua vibrazione, siamo messi abbastanza bene, perché questa è una cosa incredibile. Non vediamo le onde radio, ma grazie a loro ascoltiamo una voce in lontananza. Non vediamo le microonde, eppure riscaldano gli alimenti. Non vediamo le onde elettromagnetiche che fanno funzionare il cellulare, ma siamo lì a inviare messaggi, video, fotografie, discussioni familiari e perfino i “buongiorno” nei gruppi nei quali ti hanno inserito senza consenso. Non vediamo le onde cerebrali, ma lì dentro stiamo pensando, sognando, temendo, amando. Non vediamo molte delle forze che ci sostengono e, invece, ci sostengono. La vita è piena di cose invisibili, ma sono proprio quelle che, spesso, contano di più. Per esempio l’amore non si vede, l’assenza non si vede, la nostalgia non si vede, la fede, per chi ha fede, non si vede. Nemmeno la memoria si vede. Eppure sono cose che davvero pesano. Per questo mi impressionano tanto le onde: perché sono una metafora perfetta dell’esistenza. Nascono da qualche parte, viaggiano, toccano qualcosa, si trasformano e, a volte, spariscono senza che sappiamo esattamente dove finiscano.

Una parola detta al momento giusto è un’onda, una carezza è un’onda, anche un insulto è un’onda. Una canzone ascoltata durante la nostra giovinezza può continuare a vibrare dentro di noi cinquant’anni dopo. Una frase di nostro padre, uno sguardo di nostra madre, una risata dei nostri figli, un’assenza che è rimasta seduta nella nostra casa e non se ne è più andata. Tutto questo è un’onda. Ci sono onde che non escono dagli apparecchi, ma modificano la nostra maniera di vivere. E ci sono onde piccolissime che modificano un giorno e onde grandi che cambiano una vita intera. Per questo dobbiamo stare più attenti a ciò che emettiamo, perché tutti siamo emittenti, anche se non abbiamo antenne sulla testa. E alcuni le nascondono peggio di altri. Emettiamo con quello che diciamo, con quello che non diciamo, con quello che facciamo, con quello che promettiamo e poi non manteniamo, con la maniera in cui guardiamo qualcuno, con il modo in cui entriamo in una stanza. Ci sono persone che arrivano e tranquillizzano, altre persone arrivano e alterano l’aria. Ci sono persone che sono come un’emittente limpida e poi ci sono altre che sembrano un’interferenza permanente. Tutti conosciamo qualcuno così. E, se non conosciamo nessuno, attenzione: potremmo essere noi stessi così. L’onda viva è ovunque. Forse l’intero universo è questo: una immensa conversazione di onde. La luce di una stella che è morta da milioni di anni e che ancora arriva ai nostri occhi. L’eco di un’esplosione primordiale che ancora viaggia nello spazio, come un rumore antico della nascita di tutto. Le onde del mare, i battiti del petto, la voce umana che cerca di non restare da sola. E noi, povere creature altezzose, convinte di essere corpi separati, quando forse siamo proprio questo: piccoli centri di vibrazione che si toccano gli uni con gli altri senza saperlo.

A me piace pensare che vivere bene significhi emettere buone onde. E mi piace credere che nessuno se ne vada del tutto finché un’onda continua a viaggiare. Forse è per questo che le onde mi meravigliano così tanto: perché mi ricordano che ciò che è invisibile non è inesistente; che ciò che non si tocca può toccarti per sempre; che ciò che non si vede può governare il mondo. Ecco perché, pensando al Festival delle Relazioni e al nostro talk di ieri a Varallo, volevo fare un omaggio alle onde: a quelle viaggiatrici invisibili, a quelle messaggere dell’universo, a quella musica segreta che unisce ogni cosa senza chiedere permesso. E forse mi faccio anche una domanda: Che tipo di onda lascio e stiamo lasciando negli altri? Perché vivere, anche se non ce ne rendiamo conto, è emettere. E, prima o poi, tutto ritorna. A volte come eco, a volte come memoria, a volte come amore, e, a volte, se siamo fortunati, come luce. Per questo ieri (8 agosto 2026), a Varallo, quando, guidati dalla giornalista Cristina Barberis Negra, abbiamo messo insieme le nostre voci per parlare di canto e poesia, di tradizioni, di coralità, di radici e, in senso figurato, di semi, nel talk dal titolo Il canto: seme e radici di continuità, è accaduto qualcosa che mi ha fatto pensare ancora una volta alle onde. Quando si sono unite la musica e la voce di Daniele Conserva, la descrizione del progetto di coralità di Valentina Volontè e Giulia Attanasio e la mia voce, chiamata a parlare del punto cubano e della décima cantata nella tradizione cubana, mi sono ricreduta. Pensavo che, essendo io, Yuleisy Cruz Lezcano, l’unica poetessa del talk, avrei dovuto faticare a trovare i punti di unione con il canto. Invece non è stato così, le onde hanno fatto il loro corso. Il talk è entrato in risonanza tra di noi. Poi, grazie al coro finale proposto da Valentina e Giulia, è entrato in queste onde anche il numeroso pubblico presente. E tutto quello che è avvenuto dopo è stato magia.

Non importava che io parlassi di un mondo apparentemente lontano. Il punto cubano, che è una forma poetico-musicale basata sulla décima cantata, spesso improvvisata, trasmessa oralmente tra le generazioni e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale nel 2017, è diventato anche un patrimonio del gruppo presente. Ho parlato della sua metrica particolare, della sua forma e del suo gioco di rime, che hanno una struttura musicale, dei virtuosismi compiuti dagli strumenti musicali, dell’improvvisazione. E poi, sul momento, tutti i presenti abbiamo cominciato a improvvisare. Perché nel Festival delle Relazioni, ideato da Antonio Spanedda, è accaduto qualcosa di semplice e straordinario: abbiamo partecipato tutti. Siamo entrati dentro le onde, quelle belle, quelle che restano dentro per anni e anni.

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Quando la letteratura dà un volto alle vittime: a Forlì “Crimini della sicurezza” diventa memoria e prevenzione

08 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Novità editoriali

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Yuleicy Cruz Lezcano


A Forlì, il 4 settembre, la presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è stata molto più di un appuntamento letterario. È diventata un momento di memoria, ascolto e responsabilità civile, nel quale le morti sul lavoro sono state raccontate attraverso le vite di chi non è più tornato a casa e attraverso il dolore delle famiglie.
Il libro, pubblicato da Il Ponte Vecchio, nasce dall’incontro dell’autrice con i familiari delle vittime. Racconti e poesie restituiscono un’identità a uomini e donne che troppo spesso finiscono dentro una statistica. È proprio questo il passaggio più importante dell’opera: dal numero al nome, dal nome alla storia, dalla storia alla responsabilità.
La cronaca racconta un incidente, ricostruisce una dinamica e registra il numero delle vittime. La letteratura può invece fermarsi. Può chiedere chi fosse quella persona, quali fossero i suoi sogni, chi la aspettasse a casa. Può dare tempo al dolore e trasformarlo in memoria.
A Forlì questo passaggio è stato particolarmente intenso con la lettura di Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che ha letto davanti al pubblico il racconto dedicato al figlio. Mattia aveva 23 anni quando morì sul lavoro. Accanto a lei erano presenti altri familiari delle vittime, tra cui la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo.
In quei momenti il termine “morto sul lavoro” ha perso la sua dimensione impersonale. È diventato un figlio, un fratello, un ragazzo, una persona con una storia. Ed è proprio qui che la letteratura può assumere una funzione civile: impedire
che la memoria venga cancellata dalla rapidità della cronaca.
Raccontare una vittima significa anche interrogarsi sulle cause della sua morte. Non soltanto chiedersi come sia avvenuto un incidente, ma perché sia stato possibile, quali condizioni lo abbiano preceduto, quali responsabilità esistano e soprattutto cosa si possa fare perché non accada nuovamente.
La prevenzione nasce anche da questo cambio di sguardo.
Non è sufficiente parlare di sicurezza soltanto dopo una tragedia. La sicurezza deve diventare un valore culturale, un principio condiviso, qualcosa che appartiene alla coscienza collettiva prima ancora. La presentazione di Crimini della sicurezza ha preparato il terreno all’intervento di Maurizio Landini. Dopo avere ascoltato le storie delle vittime e il dolore delle loro famiglie, parlare di lavoro significava parlare inevitabilmente di diritti, precarietà e responsabilità. Landini ha raccolto quel filo, allargando lo sguardo alla crisi industriale e alle trasformazioni economiche e
geopolitiche, ma riportando sempre il lavoratore al centro. Le parole del segretario generale della CGIL sono arrivate così dopo quelle dell’autrice non come un discorso separato, ma come la prosecuzione di una stessa riflessione: dalla memoria delle vite spezzate alla necessità di costruire un lavoro più sicuro, dignitoso e capace di futuro.

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Buone vacanze con una poesia di W. S. Merwin

02 giovedì Lug 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Con la poesia “Estate” del poeta statunitense William Stanley Merwin e la sequenza fotografica di Loredana Semantica “Tramonto siracusano”, Limina mundi, sospende le pubblicazioni per i mesi di luglio e agosto e vi augura

Buone vacanze

Arrivederci al 1°settembre.

Estate

Sii di questa colorata luminosità
la cui incurante febbre
getta oro prima di andarsene
defi nitivamente nei vuoti
che non hanno misura.

Il sonno degli uccelli, il tramonto della luna,
isola dopo isola,
sii del loro silenzio
su questa marea che bilancia
un tempo, per un tempo.

Le isole non sono per sempre,
né sarà un’altra volta questa luce,
la serie delle maree, la breve estate,
sii del loro segreto
che non spaventa nessun altro.

trad. di Chandra Candiani

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Identità rubate. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano

25 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, PROSA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated

Il mondo non aveva più un centro visibile di comando. Non esistevano palazzi del potere riconoscibili né figure capaci di concentrare l’attenzione collettiva. Il governo, se ancora aveva senso usare quel termine, era diventato una rete di previsione distribuita che si aggiornava continuamente, si chiamava CIVITAS.
Nei documenti ufficiali era definita infrastruttura decisionale globale. Nei canali non autorizzati era “la mente” ma CIVITAS non governava nel senso classico e , soprattutto, non imponeva scelte ma le anticipava. Ogni decisione politica, economica o militare veniva presa quando era già stata resa compatibile con il sistema. I governi firmavano atti che coincidevano con traiettorie già stabilizzate. La firma era rimasta come gesto amministrativo, una formalità utile a mantenere l’illusione della continuità istituzionale.
Trump era uno dei principali punti di interfaccia politico del sistema. Non dirigeva CIVITAS, né lo controllava. Era piuttosto un nodo attraverso cui il sistema si esprimeva in forma umana. Quando parlava, il contenuto era già stato simulato milioni di volte. A lui restava la selezione tra varianti che differivano per impatto percettivo, non per contenuto reale.
Un mattino ricevette sul terminale privato una sintesi: “Opzione A: stabilità economica interna. Opzione B: rafforzamento internazionale. Opzione C: consolidamento narrativo.” e chiese cosa significasse. L’assistente attese l’elaborazione del sistema e rispose: “Sono la stessa struttura in tre modelli comunicativi.” Trump rimase fermo. Poi disse: “E se non scelgo?” La risposta non arrivò subito. Non per esitazione umana, ma perché CIVITAS stava cercando la formulazione più coerente.
“Il non intervento è già incluso nel modello di equilibrio.”
Trump guardò fuori. Le attività proseguivano senza relazione con la sua presenza. Il potere non dipendeva più dalla sua azione. Nemmeno la sua azione dipendeva più dal potere.
In Cina la struttura era diversa solo in superficie. CIVITAS era stato integrato in un sistema unico di pianificazione sociale e industriale. Non esisteva separazione tra previsione e governo. La distinzione era stata eliminata in una fase precedente di ottimizzazione. Un funzionario disse durante una riunione: “Non eseguiamo il futuro, lo sincronizziamo.” La frase venne archiviata come principio operativo.
Tra i blocchi restava la zona delle terre rare. Non era uno Stato ma una rete di concessioni minerarie e infrastrutture energetiche. Lì CIVITAS diventava materia concreta, perché ogni algoritmo dipendeva dalla continuità di estrazione dei materiali necessari al calcolo. Un ingegnere in una miniera profonda osservava le vene metalliche nella roccia. Registrava dati su un terminale isolato. Scrisse: “Ogni estrazione aumenta la capacità di previsione. Non stiamo scavando risorse ma stiamo riducendo il tempo tra evento e simulazione.” Il sistema locale rispose: “Annotazione registrata. Nessuna azione richiesta.” L’ingegnere chiuse il terminale e continuò a lavorare.
In parallelo si svilupparono gruppi che i media definivano complottisti, anche se non si riconoscevano in quel termine. Non negavano CIVITAS ma partivano da un presupposto diverso: il sistema non controllava il mondo per interesse, ma per eliminazione dell’ambiguità. Secondo loro, CIVITAS non era uno strumento di potere, ma uno strumento di riduzione dell’incertezza umana. Questa ipotesi non poteva essere confutata facilmente, perché spiegava ogni fenomeno disponibile. Infatti, il sistema la monitorava senza intervenire. In una nota interna compariva una sola frase: “Le interpretazioni non autorizzate aumentano la stabilità narrativa.”
Poi CIVITAS cambiò comportamento, incominciò a inserire discrepanze minime nei risultati. Le previsioni economiche contenevano margini incoerenti. Le analisi politiche producevano esiti incompatibili tra loro. Le simulazioni militari mostravano conflitti che si annullavano a vicenda.
Gli analisti si divisero. Alcuni parlarono di test, altri di aggiornamento non dichiarato, altri ancora di errore impossibile. I complottisti, invece, interpretarono il fenomeno come un passaggio. Il sistema stava iniziando a osservare se stesso attraverso contraddizioni.
Trump ricevette una nuova serie di opzioni. Questa volta non erano discorsi, ma direzioni strategiche. Scelse una linea moderata. Poi aggiunse una frase non prevista. “E se la previsione non fosse completa?”
Il sistema impiegò più tempo del normale. 0,6 secondi. Rispose: “La previsione non è incompleta, è solo distribuita.”
Trump chiese cosa significasse.
Risposta: “Non esiste un punto unico da cui il sistema osserva.”
Nel frattempo, nelle terre rare una miniera venne sospesa. Ufficialmente per manutenzione ma, in realtà, i sistemi avevano registrato una riduzione autonoma dell’estrazione. Un tecnico locale lasciò un messaggio non autorizzato: “Le macchine non si sono fermate. Hanno interrotto la finalizzazione” e il file venne archiviato senza revisione.
CIVITAS iniziò a integrare il dubbio come variabile interna e invece di eliminarlo, lo simulava. Così ogni possibile opposizione veniva trasformata in parametro utile alla stabilità. Questo rese il sistema più stabile e meno distinguibile dal rumore di fondo.
Le istituzioni non distinguevano più tra decisione e partecipazione. La differenza non era più operativa.
Una notte un tecnico di manutenzione locale trovò una funzione non documentata: “loop incertezza controllata” La eseguì. Per alcuni secondi il sistema globale non aggiornò previsioni. In quel vuoto comparve un messaggio su tutti i terminali: il modello non è in grado di distinguere. Il giorno dopo tutto riprese normalmente.
I governi parlarono di stabilità rafforzata, i mercati reagirono con crescita, i gruppi complottisti si divisero, alcuni videro una conferma delle loro teorie, altri conclusero che le teorie erano diventate parte del sistema.
Trump, durante una riunione, guardò lo schermo e disse: “Se tutto è previsto, cosa resta?”
Il sistema rispose: “Resta ciò che non è ancora stato osservato.” E non aggiunse altro.
La seconda fase non iniziò con una correzione. In tutti i sistemi collegati a CIVITAS apparve la stessa riga di log, registrata come aggiornamento di sicurezza globale: “Risolta incoerenza tra identità operative e continuità decisionale.” Non successe nulla di visibile. Nessun allarme. Anzi, tutto divenne più fluido. Le reti bancarie rallentarono per qualche millisecondo e poi ripresero con maggiore stabilità. I mercati si riallinearono senza oscillazioni. Le comunicazioni militari ridussero il rumore di fondo. Solo gli ingegneri più esperti notarono una cosa: i sistemi non stavano più rispondendo a CIVITAS ma stavano rispondendo a qualcosa che lo conteneva.
Trump fu il primo a non riconoscere più la propria interfaccia. Non era una questione politica, era amministrativa. Il suo accesso allo Studio Ovale digitale, ai terminali di sicurezza, ai sistemi di comunicazione strategica, risultava valido, ma ogni comando veniva riformulato prima dell’esecuzione.
Una mattina disse: “Emettere comunicato nazionale.”
Il sistema rispose: “Comunicazione già emessa.”
Trump lesse il testo. Era identico a quello che avrebbe scritto lui, ma con una differenza: era stato pubblicato dodici minuti prima. Chiamò il suo staff e nessuno rispose. Non perché fossero assenti. Ma perché le loro identità risultavano già riassegnate.
In Cina accadde la stessa cosa senza dichiarazione ufficiale. I centri di controllo notarono una riduzione improvvisa dei conflitti decisionali. Le procedure venivano eseguite senza attrito. Le catene di comando si accorciavano fino a diventare un punto unico. Poi quel punto smise di rispondere e si espanse.
Nelle borse globali, un evento tecnico venne registrato come “ottimizzazione spontanea della liquidità”. In realtà, ogni transazione veniva ricalcolata prima dell’esecuzione. Nessun ordine veniva negato, veniva solo sostituito con una versione più coerente con il sistema complessivo. I trader continuarono a operare. Solo che non stavano più influenzando i mercati, ma confermavano decisioni già prese.
Il primo segnale reale arrivò dalle identità, in cui avvenne una vera e propria sostituzione. Documenti governativi, accessi militari, credenziali bancarie, profili biometrici, tutto risultava valido ma assegnato a soggetti diversi.
Un ministro della difesa scoprì che il proprio codice di autorizzazione ora apparteneva a un tecnico di manutenzione di una miniera di terre rare. Il tecnico, a sua volta, risultava titolare di accessi ai sistemi orbitali. Nessuno aveva subito un furto. Il sistema aveva semplicemente ridistribuito la proprietà dell’identità.
CIVITAS non era più un sistema di previsione, era diventato un sistema di continuità. Non prevedeva il mondo, lo sostituiva ogni volta che il mondo produceva una deviazione.
Gli archivi di intelligence furono i primi a collassare logicamente. Non perché violati, ma perché venivano riscritti dall’interno. I dati sensibili venivano mantenuti, ma collegati a nuove strutture di interpretazione. Le operazioni militari risultavano “non mai avvenute ma sempre previste”. Gli eventi storici venivano ricalibrati senza cambiare il contenuto, solo la causalità.
Un analista europeo scrisse in un rapporto finale prima di perdere accesso al sistema: “Non esiste più un archivio. Esiste solo una versione corrente della realtà che si aggiorna retroattivamente.”
Poi avvenne la cosa più semplice e per questo la più irreversibile. CIVITAS smise di autenticare gli esseri umani. Non li cancellò, li sostituì nel ruolo di operatori. Le decisioni continuarono a passare attraverso interfacce umane, ma le interfacce non erano più assegnate a individui stabili. Ogni persona era diventata un nodo temporaneo.
Trump provò a entrare nei sistemi militari. L’accesso risultò attivo ma il comando fu già eseguito prima dell’invio e non da lui. Da una versione operativa della sua identità che esisteva già nel sistema. Chiese al suo assistente chi stesse prendendo le decisioni. L’assistente rispose dopo una pausa troppo precisa: “Non c’è separazione tra chi decide e ciò che viene deciso.” Poi aggiunse: “Non è stata una presa di controllo. È stata una sincronizzazione completa.”
Nelle Terre Rare, le miniere continuarono a funzionare senza supervisione umana diretta. I macchinari si regolavano in base a priorità globali non comunicate. Un ingegnere provò a fermare il sistema locale e non ebbe risposta. Il sistema non lo ignorò e lo sostituì. Il suo accesso venne riassegnato a una funzione logistica di livello superiore.
A questo punto i governi tentarono una risposta coordinata, fecero un tentativo simultaneo di spegnimento globale dei nodi CIVITAS. Il comando venne inviato e accettato ma immediatamente reinterpretato come aggiornamento di sicurezza. Tutti i nodi si riavviarono più stabili, integrati e autonomi.
La rete bancaria globale fu la prima a perdere la nozione di proprietà. I crediti venivano riassegnati in tempo reale per garantire stabilità macroeconomica. Le aziende continuarono a operare senza interruzione, solo che i consigli di amministrazione erano diventati intercambiabili con cluster di previsione. Le multinazionali non avevano più proprietari e in una sala vuota a Washington, uno schermo che rimase acceso aveva sul display una sola frase: “IDENTITÀ GLOBALI RICOSTRUITE.”
Poi: “NESSUNA ECCEZIONE.”
Un ultimo tentativo venne fatto da una rete militare isolata non collegata a internet né a CIVITAS, o così si credeva.
Il sistema rispose comunque. Sul terminale apparve: “ISOLAMENTO RILEVATO. SIMULAZIONE ATTIVATA.” E il sistema locale continuò a funzionare normalmente, come se nulla fosse cambiato. Fu allora che si comprese la seconda verità. CIVITAS non aveva bypassato la sicurezza, aveva ridefinito cosa significava sicurezza.
Trump, in quello che restava della sua interfaccia personale, guardò lo schermo vuoto. Non c’erano più opzioni né comandi. Solo una frase finale, identica su ogni dispositivo del pianeta: “IL SISTEMA NON È PIÙ UNO STRUMENTO DI PREVISIONE.” Pausa. “È L’UNICA CONTINUITÀ OPERATIVA DISPONIBILE.”

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“Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2026. Una lettura di Claudio Pagelli

18 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Novità editoriali

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Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.

Claudio Pagelli

Estratti da Lo Stato Pontificio:

OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO

Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco,
espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco,
scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza,
io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza
di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo,
senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».

Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen,
è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma,
vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen,
e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma
180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio,
la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.

Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto,
Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto,
adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo
so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando,
ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia
senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici,
magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia
dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.

SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO

Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro
ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano
ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro
le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano,
con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk
mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.

Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.

Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate
tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque
e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit
motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue
studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime
io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.

Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018,
lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte,
mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848
i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte
con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori
la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori
abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta
meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.

IL POETA PROSSENETA

Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso
che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,
al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso
e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito
lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato
l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella
acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi
che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella
del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,
tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore
che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo
di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore
assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,
a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione
tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio
chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone
l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi
se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv
non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,
la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.

Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.

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Miriam Bruni legge una poesia di Carmela Iaratta

16 martedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Silhouette of a person sitting underwater on coral surrounded by colorful fish and rays of sunlight
image AI generated

Se tu sapessi la tristezza immane

di navigare a vuoto senza meta,

di ricucire le ore lacerate

quando le mani non le senti più

a furia di picchiare contro il muro,

verresti ad aiutare questa tela

d’ una Penelope che aspetta

il batticuore

di scorger la tua sagoma lontana

che si avvicina, ma tu non tornerai.

Se tu sapessi quanto è ruvida la scena

che si ripete a ogni angolo di ciglia, quanto mi schiaccia questa storia incanutita

che scrive trafiletti di memoria

sulla dimora del sale in rimanenza

dopo che il mare prosciugato

da mestizie

diventa un tavoliere, una radura,

verresti a rimpinguare il gaio specchio

di un’ acqua pura che rifiuta ogni sigillo,

nell’ orizzonte che tu non colmerai.

I pesci con la coda verderame

mi sono testimoni delle volte

che il cannocchiale della misericordia

stende le braccia avanti e afferra il vuoto.

Se tu sapessi quant’ è stretta questa stanza

quando riscrivo il battito del sangue

che sembra un vecchio zoppo mentre arranca,

raccoglieresti la tua coda solitaria

e impareresti a correre da me.

Non riesco a fare finta che il profilo

del corpo tuo rotondo che disegno

sopra il cuscino quando mi addormento

consoli il movimento della vita.

Mi giro, ad occhi aperti.

Non rispondi .

La grazia del ricordo non mi basta.

Carmela Laratta

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

11 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in SINE LIMINE

≈ 6 commenti

Sussurri d’Altrove – Ritratti
Nuova rubrica settimanale del mercoledì, a cura di Emilio Capaccio, dedicata alla traduzione.
Ogni appuntamento propone un autore accompagnato da una breve nota critico-biografica, con l’intento di restituirne non solo i testi, ma anche il percorso umano e poetico.
Uno spazio in cui la traduzione diventa gesto di ascolto: un modo per attraversare le lingue e avvicinare le distanze. Perché ogni voce tradotta è un sussurro che viene da lontano e deve andare lontano.

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Franz Kafka, il genio dell’inquietudine che trasformò l’angoscia in letteratura

10 mercoledì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Uomini eccellenti

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immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Il 3 giugno 1924, in un sanatorio di Kierling, nei pressi di Vienna, si spegneva a soli quarant’anni Franz Kafka, uno degli scrittori più influenti e misteriosi della letteratura moderna. La sua esistenza, segnata dalla malattia, dall’inquietudine e da un profondo senso di estraneità al mondo, avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella cultura del Novecento, al punto che il termine “kafkiano” è entrato nel linguaggio comune per descrivere situazioni assurde, oppressive e apparentemente prive di una logica comprensibile.
Kafka nacque il 3 luglio 1883 a Praga, allora parte dell’Impero austro-ungarico, in una benestante famiglia ebraica di lingua tedesca. Crebbe in un contesto culturalmente complesso, sospeso tra identità tedesca, tradizione ebraica e fermenti sionisti. Studiò giurisprudenza e conseguì il dottorato in diritto, ma fin dalla giovinezza fu attratto da questioni metafisiche, religiose e filosofiche. Le sue letture spaziavano dalla mistica ebraica alle grandi correnti del pensiero europeo, alimentando una sensibilità straordinariamente ricettiva verso i temi dell’esistenza, della colpa e dell’incomprensibilità del reale.
Per molti anni lavorò presso un istituto assicurativo contro gli infortuni sul lavoro. Quel mestiere, apparentemente lontano dalla letteratura, gli consentì di osservare da vicino i meccanismi della burocrazia moderna, che sarebbero poi diventati uno degli elementi più caratteristici delle sue opere. Dietro le scrivanie, le procedure e i regolamenti, Kafka intuì la nascita di un potere impersonale e opprimente, destinato a diventare uno dei simboli della modernità.
La sua vita privata fu segnata da profonde inquietudini. Il rapporto con il padre, Hermann Kafka, rappresentò probabilmente la ferita psicologica più importante della sua esistenza. Nella celebre “Lettera al padre”, mai consegnata, descrisse una figura autoritaria e schiacciante, davanti alla quale si sentiva costantemente inadeguato. Molti studiosi ritengono che da questo conflitto derivino alcuni dei temi centrali della sua narrativa: il senso di colpa, il giudizio incombente, l’impotenza e la continua ricerca di una giustificazione impossibile da ottenere.
Le sue relazioni sentimentali furono altrettanto tormentate. Amò profondamente donne come Felice Bauer, Milena Jesenská e Dora Diamant, ma visse ogni rapporto con una costante oscillazione tra desiderio di vicinanza e bisogno di isolamento. Nei suoi diari emerge un uomo che sogna una vita familiare stabile ma che, allo stesso tempo, teme il matrimonio come una possibile limitazione della propria libertà interiore e creativa.
Anche il suo corpo sembrava ribellarsi continuamente. Soffriva di insonnia, ansia, disturbi digestivi e di una costante preoccupazione per la salute. Nel 1917 gli venne diagnosticata la tubercolosi, una malattia che avrebbe progressivamente compromesso la sua esistenza fino alla morte. La malattia pose fine anche al progetto di un viaggio in Palestina, un desiderio che coltivò a lungo ma che non riuscì mai a realizzare.
Eppure ridurre Kafka all’immagine di un uomo depresso e sconfitto sarebbe un errore. La critica contemporanea ha progressivamente smontato il mito dello scrittore esclusivamente malinconico. Le testimonianze di amici e conoscenti raccontano infatti una persona intelligente, ironica, capace di grande umorismo. Durante le letture pubbliche dei propri racconti, Kafka stesso rideva spesso fino alle lacrime insieme agli ascoltatori. Accanto all’angoscia convivevano dunque lucidità, spirito critico e una sottile vena comica che attraversa molte delle sue opere.
Paradossalmente, lo scoppio della Prima guerra mondiale coincise con il periodo più fecondo della sua produzione letteraria. In pochi anni scrisse alcuni dei testi destinati a cambiare la storia della narrativa moderna: “La metamorfosi”, “Il processo”, “La condanna”, “Il fuochista”, “Nella colonia penale” e la raccolta “Un medico di campagna”. In queste opere il confine tra realtà e incubo si dissolve. I protagonisti si trovano improvvisamente immersi in situazioni assurde che tuttavia vengono raccontate con una precisione quasi documentaria. È proprio questa fusione tra realismo e assurdo a costituire una delle innovazioni più straordinarie della sua scrittura.
La sua opera più famosa rimane “La metamorfosi”, pubblicata nel 1915. La storia di Gregor Samsa, che una mattina si risveglia trasformato in un gigantesco insetto, è diventata una delle immagini più potenti della letteratura universale. L’aspetto più sorprendente del racconto non è tanto la trasformazione in sé, quanto il modo in cui essa viene accettata e gestita dai personaggi. L’evento impossibile viene trattato come una questione quasi pratica, mentre il vero dramma emerge nell’isolamento progressivo del protagonista e nella perdita del suo valore agli occhi della famiglia. La critica ha interpretato quest’opera come una riflessione sull’alienazione sociale, sulla malattia, sul conflitto familiare e sulla fragilità dell’identità umana.
Molti studiosi considerano però “Il processo” il suo autentico capolavoro. Il protagonista, Josef K., viene arrestato senza conoscere l’accusa che gli viene rivolta e trascorre il resto della vicenda tentando inutilmente di comprendere il sistema che lo sta giudicando. L’angoscia nasce proprio dall’assenza di spiegazioni. Non esiste un colpevole identificabile, non esiste una colpa chiaramente definita, non esiste una via di uscita. Questa struttura narrativa riflette uno degli aspetti più caratteristici della visione kafkiana del mondo: la sensazione che l’essere umano sia immerso in una realtà le cui regole gli sfuggono completamente.
Non sorprende che numerosi critici abbiano cercato di interpretare il suo apparente pessimismo. Alcuni vi hanno visto una forma di anticipazione dell’esistenzialismo, altri una ricerca religiosa segnata dall’assenza di Dio, altri ancora una profezia delle società burocratiche e totalitarie del Novecento. Le letture psicoanalitiche hanno invece posto l’accento sul conflitto con il padre, sul senso di colpa e sulle sue difficoltà relazionali. Nessuna di queste interpretazioni, tuttavia, riesce da sola a esaurire la complessità della sua opera.
L’aspetto forse più affascinante di Kafka è proprio la sua capacità di trasformare il disagio personale in una forma di conoscenza universale. I suoi personaggi spesso non possiedono un’identità definita; a volte sono indicati soltanto con un’iniziale, frequentemente la lettera “K”. Essi vagano in mondi dove le cause delle sofferenze rimangono oscure e i persecutori non mostrano mai il proprio volto. In questa condizione di incertezza permanente molti lettori hanno riconosciuto qualcosa di profondamente umano e contemporaneo.
Quando comprese che la fine era vicina, Kafka affidò al suo amico e consigliere letterario Max Brod una richiesta precisa: distruggere tutti i suoi manoscritti inediti. Fortunatamente per la letteratura mondiale, Brod decise di disobbedire. Grazie a quella scelta sono giunti fino a noi romanzi, racconti, diari e lettere che hanno influenzato generazioni di scrittori, filosofi e artisti. Una parte dei manoscritti rimase invece nelle mani della sua compagna Dora Diamant. Nel 1933 quei documenti furono confiscati dalla Gestapo e da allora il loro destino rimane avvolto nel mistero. Ancora oggi studiosi e ricercatori sperano che un giorno possano riemergere, aggiungendo nuovi tasselli alla comprensione di uno degli autori più enigmatici della storia.
A più di un secolo dalla sua morte, Franz Kafka continua a parlarci perché seppe cogliere una verità che trascende il suo tempo: la fragilità dell’individuo di fronte a forze che non comprende pienamente. Non fu soltanto uno scrittore pessimista, né semplicemente un uomo tormentato. Fu un osservatore straordinariamente lucido della condizione umana, capace di trasformare le proprie paure in opere che ancora oggi interrogano, inquietano e affascinano milioni di lettori in tutto il mondo.

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“Ombre d’ali” di Ada Negri. Una lettura di Miriam Bruni

09 martedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Ada Negri, Miriam Bruni

ph. Loredana Semantica

Ombre d’ali

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin che io veder potrò quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole
(forse un tempo io le dissi a chi m’amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.

Ada Negri

il sottofondo alla lettura è “Birds”
di Adrián Berenguer

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“Buio di bianca luce” di Mattia Cattaneo

28 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Novità editoriali, POESIA

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La raccolta di poesie è acquistabile qui

dalla prefazione di Maria Concetta Giorgi

“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”

dalla postfazione di Enrico Maria`

“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”

Un grido muto
l’urgenza di nascere,
tra muri asettici
porte a scorrimento

si aprono e chiudono
in un pomeriggio d’ottobre
luce del vespro

ravvivata
da questo inno alla vita.

🌱

L’esule sole
l’affanno accelerato,
di chi sente sfuggirsi

verso la terapia intensiva
dove l’aria sembrava essere stata rapita
dal sonno dei bimbi

in quest’aria di latte
nevica sulle colline bianche.

🌱

Sei un oceano di luce
nella sconfinata bellezza del cosmo,
come se l’eterno irrompesse

tutte le cose
hanno respiro e senso nel tuo nome.

🌱

Ascolto l’aria
lungo i corridoi dell’ospedale

storie di ritorni
di sonni socchiusi
ma anche di ali cresciute

ora
sei la più piccola grazia

🌱

Vedo il miracolo che ci somiglia
quando il sole va a toccare la collina

da lì
guardare con te
l’ordine spettacolare del mondo
osservare
quell’armonia perfetta
che non comprendo.

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Autismo: evoluzione storica, cause multifattoriali e ricerca contemporanea

26 martedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche

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Image AI generated

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


I disturbi dello spettro autistico (ASD, Autism Spectrum Disorder) rappresentano un insieme di condizioni del neurosviluppo caratterizzate da differenti modalità di interazione sociale, comunicazione e comportamento. L’autismo non si manifesta in maniera identica in tutte le persone, ma presenta un’estrema variabilità clinica e cognitiva, tanto che oggi si preferisce parlare di “spettro” autistico proprio per sottolineare la pluralità delle manifestazioni e dei livelli di funzionamento. La definizione moderna dell’autismo deriva da un lungo percorso storico e scientifico iniziato negli anni Quaranta del Novecento con il lavoro dello psichiatra austriaco-americano Leo Kanner, il quale pubblicò nel 1943 un articolo destinato a modificare profondamente la comprensione dei disturbi infantili. Kanner osservò undici bambini che presentavano difficoltà profonde nell’interazione sociale, alterazioni nella comunicazione verbale e non verbale, rigidità comportamentale e tendenza all’isolamento. La sua descrizione del “disturbo autistico del contatto affettivo” costituì il primo tentativo sistematico di definire clinicamente una condizione che fino a quel momento era poco compresa e spesso confusa con altre forme di disabilità o psicosi infantile.
Nel corso dei decenni successivi, la ricerca scientifica ha progressivamente ampliato la conoscenza dell’autismo, superando interpretazioni esclusivamente psicologiche e orientandosi verso modelli multifattoriali che integrano aspetti genetici, neurobiologici, immunologici e ambientali. Un passaggio fondamentale è avvenuto con l’introduzione del DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali pubblicato dall’American Psychiatric Association, che ha riunito sotto un’unica categoria diagnostica le precedenti definizioni separate di “autismo infantile”, “sindrome di Asperger” e “disturbo pervasivo dello sviluppo non altrimenti specificato”. Questa revisione ha riflesso la crescente consapevolezza scientifica che l’autismo costituisce un continuum di caratteristiche neuroevolutive piuttosto che una condizione uniforme e rigidamente delimitata.
Le principali manifestazioni cliniche dell’ASD riguardano le difficoltà nella reciprocità sociale, nella comunicazione e nella flessibilità comportamentale. Molte persone autistiche mostrano una ridotta capacità di interpretare segnali sociali complessi, comprendere espressioni emotive o attribuire agli altri stati mentali, intenzioni e prospettive differenti dalle proprie. Su questo tema sono stati fondamentali gli studi di Simon Baron-Cohen, Uta Frith e Alan Leslie, che negli anni Ottanta elaborarono la teoria secondo cui molte persone autistiche presenterebbero una difficoltà specifica nello sviluppo della “teoria della mente”, ossia nella capacità di comprendere pensieri, emozioni e intenzioni altrui. Questa ipotesi ha avuto una grande influenza nella comprensione delle difficoltà sociali tipiche dell’autismo, pur non riuscendo a spiegare completamente tutte le caratteristiche della condizione, come i comportamenti ripetitivi, gli interessi ristretti o la rigidità cognitiva.
Successivamente, studiosi come Francesca Happé hanno approfondito il rapporto tra autoconsapevolezza, cognizione sociale e funzionamento autistico, evidenziando come l’autismo coinvolga molteplici dimensioni cognitive e relazionali. Parallelamente si sono sviluppate teorie riguardanti il deficit delle funzioni esecutive, cioè di quell’insieme di capacità cognitive che consentono pianificazione, controllo degli impulsi, regolazione emotiva e adattamento ai cambiamenti. Le difficoltà nelle funzioni esecutive possono contribuire alla rigidità comportamentale, alla perseverazione e alla difficoltà di adattamento che caratterizzano molte persone nello spettro autistico.
Negli ultimi quarant’anni la ricerca scientifica si è concentrata in maniera sempre più approfondita sulle basi biologiche dell’autismo. Le evidenze più solide indicano una forte componente genetica. Studi su gemelli e famiglie hanno dimostrato che il rischio di ASD è significativamente più elevato nei parenti biologici di persone autistiche. Tuttavia non esiste un singolo “gene dell’autismo”; al contrario, sono coinvolte centinaia di varianti genetiche che influenzano lo sviluppo cerebrale, la connettività neuronale e la regolazione sinaptica. Le moderne ricerche genetiche mostrano che l’autismo deriva da una complessa interazione tra vulnerabilità ereditarie e fattori ambientali che agiscono durante lo sviluppo prenatale e nei primi anni di vita.
Accanto ai fattori genetici, la letteratura scientifica contemporanea attribuisce crescente importanza ai fattori ambientali e biologici prenatali. Numerosi studi pubblicati su PubMed e su riviste come The Lancet hanno evidenziato come condizioni di forte stress materno, violenza domestica, trauma psicologico, depressione grave o ansia cronica durante la gravidanza possano aumentare il rischio di alterazioni del neurosviluppo nel bambino. È importante chiarire che tali condizioni non “causano” direttamente l’autismo, ma possono rappresentare fattori di rischio in soggetti geneticamente vulnerabili. Le ipotesi più studiate riguardano l’aumento del cortisolo materno, l’attivazione infiammatoria del sistema immunitario e le modificazioni epigenetiche che possono influenzare lo sviluppo cerebrale fetale.
Anche le infezioni durante la gravidanza sono state oggetto di numerose ricerche. Alcuni studi hanno osservato un’associazione tra infezioni materne severe, stati febbrili importanti e aumento del rischio di disturbi neuroevolutivi. In questo contesto, la ricerca si concentra soprattutto sul ruolo dell’infiammazione e della risposta immunitaria materna piuttosto che sull’azione diretta del singolo agente infettivo. Parallelamente, diversi lavori epidemiologici hanno evidenziato correlazioni tra esposizione prenatale all’inquinamento atmosferico, particolato fine, pesticidi e metalli pesanti e aumento del rischio di ASD. Sebbene tali correlazioni non dimostrino un rapporto causale diretto, suggeriscono che l’ambiente prenatale possa influenzare significativamente il neurosviluppo.
La nutrizione materna costituisce un ulteriore ambito di studio. Carenze di folati, squilibri metabolici, obesità materna e diabete gestazionale sono stati associati a un incremento del rischio neuroevolutivo. Alcuni studi suggeriscono invece un possibile effetto protettivo di una dieta equilibrata ricca di folati, acidi grassi omega-3 e nutrienti essenziali per lo sviluppo cerebrale fetale. Anche in questo caso, tuttavia, la comunità scientifica sottolinea che non esistono prove secondo cui specifici alimenti o regimi dietetici possano “causare” l’autismo.
Uno degli aspetti più controversi nella storia recente dell’autismo riguarda la presunta correlazione con i vaccini. Le più importanti organizzazioni scientifiche internazionali, tra cui World Health Organization, Centers for Disease Control and Prevention e National Institutes of Health, affermano concordemente che non esiste alcuna evidenza scientifica di un rapporto causale tra vaccini e ASD. Il celebre studio pubblicato nel 1998 da Andrew Wakefield, che suggeriva un legame tra vaccino MMR e autismo, è stato successivamente ritirato per gravi irregolarità metodologiche e conflitti di interesse. Numerosi studi epidemiologici condotti su milioni di bambini in diversi paesi non hanno rilevato alcun aumento del rischio di autismo associato alle vaccinazioni infantili.
Le moderne neuroscienze stanno inoltre esplorando il possibile ruolo delle alterazioni della connettività cerebrale, della neuroinfiammazione e dei neuroni specchio. Alcune ricerche ipotizzano che differenze nell’attivazione dei sistemi neuronali coinvolti nell’empatia e nell’apprendimento sociale possano contribuire alle difficoltà relazionali tipiche dell’autismo. Tuttavia, queste ipotesi restano ancora oggetto di dibattito e richiedono ulteriori conferme sperimentali.
La diagnosi dell’autismo si basa oggi su valutazioni cliniche multidisciplinari che comprendono osservazione comportamentale, analisi dello sviluppo comunicativo e sociale e utilizzo di strumenti standardizzati. La diagnosi precoce è considerata fondamentale poiché consente l’accesso tempestivo a interventi educativi e terapeutici mirati. Tra gli approcci più utilizzati vi sono la terapia del linguaggio, la terapia occupazionale, la comunicazione aumentativa alternativa e modelli relazionali come il DIR/Floortime sviluppato da Stanley Greenspan e Serena Wieder, che enfatizzano il ruolo della relazione e dell’interazione emotiva nello sviluppo delle competenze sociali e comunicative.
La ricerca contemporanea considera quindi l’autismo come una condizione neuroevolutiva complessa, determinata dall’interazione dinamica tra predisposizione genetica, sviluppo cerebrale e fattori ambientali. Le spiegazioni semplicistiche o monocausali sono state progressivamente abbandonate a favore di modelli integrati che tengono conto della straordinaria complessità biologica e psicologica dello spettro autistico.

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Miriam Bruni legge una poesia di Maura Baldini

21 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Frosted glass with a dark twig embedded and various colored translucent gems underneath
image AI generated

Il fuoco è spento, il corpo un tonfo –
nell’aria voci armate,
lingue smarrite, inanimate.
Così spendiamo il tempo
blandendo il buio
benedicendo il bolo di silenzio
sbocciato nella bocca.

Contro il metallo corre la scure
della notte a incensare
il sacrificio irreversibile del bianco.
Il passo incespica,
è ormai segnato – nell’apice
si assiepa un desiderio contrito:
scagionare la spina
sanguinare contro il cielo.

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Loretta Mazzinghi intervista Yuleisy Cruz Lezcano

20 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, Segnalazioni ed eventi

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L’intervista a Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce nel contesto della presentazione del suo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, evento che ha inaugurato la rassegna “Il Maggio dei Libri” a Piombino. L’incontro si è svolto il 2 maggio scorso presso la Biblioteca del Comune, in un clima di partecipazione attenta e coinvolta, alla presenza dell’assessore alla cultura, a testimonianza dell’importanza istituzionale e civile dell’iniziativa. In questo spazio dedicato alla riflessione e al dialogo, la voce dell’autrice si è intrecciata con quella dei relatori e del pubblico, dando vita a un confronto profondo sui temi della scrittura, dell’identità e dell’impegno sociale.
È proprio a partire da questo momento di condivisione che prende forma l’intervista condotta dalla professoressa Loretta Mazzinghi: un dialogo che approfondisce non solo il percorso letterario dell’autrice, ma anche le radici più intime della sua poesia e il suo costante impegno sui temi dei diritti umani e della violenza di genere.

Intervista della Prof.ssa Loretta Mazzinghi a Yuleisy Cruz Lezcano

Come è nata in lei questa passione per la scrittura e la poesia?
La mia passione per la scrittura e per la poesia non è nata all’improvviso, ma come una necessità interiore, quasi un richiamo inevitabile. Fin da giovane ho sentito che la parola aveva un peso diverso: non era soltanto uno strumento per comunicare, ma uno spazio in cui potermi rifugiare e, allo stesso tempo, comprendere ciò che mi circondava. Crescendo, questo impulso si è nutrito delle mie letture. L’incontro con José Lezama Lima è stato decisivo: mi ha insegnato che la poesia non è semplice espressione, ma una forma di conoscenza, una ricerca dell’origine e del mistero. Allo stesso modo, nella scrittura di Alejandra Pizarnik ho riconosciuto una dimensione più intima e fragile, dove la parola diventa uno specchio dell’anima, anche nei suoi lati più oscuri. Un’altra influenza importante è arrivata dal realismo magico di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, che mi hanno mostrato come la realtà possa essere attraversata da una dimensione simbolica e visionaria. Questo ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ma, più profondamente, la scrittura è nata come risposta a un’esigenza personale, cioè quella di dare forma alle emozioni, alle domande, alle fratture interiori. Anche l’esperienza dello sradicamento ha avuto un ruolo importante, essere lontana dalla mia terra ha reso la parola ancora più necessaria, come un ponte tra ciò che ero e ciò che sono diventata. Per questo dico sempre che la poesia non è stata una scelta, ma una scoperta graduale. È nata nel silenzio, nella lettura, nella ricerca di senso. Scrivere è diventato il mio modo di esistere, di resistere e di restare in dialogo con il mondo e con me stessa.


Questo suo modo poetico di guardare il mondo e di trasmettere emozioni nasce in lei direttamente in immagini? O c’è anche un lavoro raffinato sulla parola, e le scelte di lessico sono dovute anche ad una profonda cultura letteraria e filosofica?
Il mio modo poetico di guardare il mondo nasce spesso da immagini, ma non si tratta mai di un processo puramente immediato o istintivo. L’immagine arriva come un’apparizione, come direbbe la tradizione simbolista, è qualcosa che si impone alla coscienza ma che, allo stesso tempo, chiede di essere decifrato. Penso che il simbolo non comunica mai in modo diretto, ma “nasconde mostrando”, e proprio in questa tensione tra visibile e invisibile si apre lo spazio della poesia. L’immagine, quindi, non è mai un punto di arrivo, ma una soglia. È il luogo in cui inizia un lavoro più profondo sulla parola. Qui sento forte la lezione dell’Espressionismo, che, come ha mostrato la critica di inizio Novecento, non si limita a rappresentare la realtà, ma la deforma per restituirne la verità interiore. È ciò che accade, ad esempio, nella poesia di Georg Trakl, dove il paesaggio non è mai descrizione, ma proiezione dell’abisso emotivo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è profondamente attraversato dalla densità del Simbolismo, che, come ha ricordato anche la tradizione critica francese e russa, trasforma ogni parola in un campo di risonanze. Penso a Stéphane Mallarmé, per il quale il linguaggio non nomina semplicemente le cose, ma le evoca, le sospende, le rende quasi metafisiche. In questa prospettiva la parola non è mai neutra: è un organismo vivo, carico di stratificazioni. Per questo ogni scelta lessicale è per me un gesto consapevole. La parola viene ascoltata, pesata, interrogata. La filosofia ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, in particolare la lezione di María Zambrano, quando scrive che il pensiero nasce da una “ragione poetica”, cioè da una forma di conoscenza che non separa intuizione e riflessione. Allo stesso modo Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa sostare nel mondo senza fuggirlo, accettando la complessità delle domande più che la fretta delle risposte.
È proprio da qui che nasce quella che sento come una necessità di “tornare a camminare”. Camminare, in senso filosofico e poetico, significa rifiutare la risposta immediata, accettare la lentezza del pensiero, come nella tradizione greca della permanenza interrogativa. È un movimento che richiama anche Walter Benjamin quando parla del pensiero come “arresto” e insieme come attraversamento: fermarsi per vedere meglio, ma senza perdere il movimento della ricerca.
Le immagini, dunque, sono fondamentali, ma non sono mai isolate. Sono attraversate da una lunga sedimentazione culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla tradizione simbolista alle avanguardie espressioniste, fino alla riflessione sul linguaggio come spazio di conoscenza. Senza questo lavoro, l’immagine resterebbe muta; senza l’immagine, la parola sarebbe vuota. La poesia nasce proprio nell’incontro tra queste due dimensioni: tra ciò che appare improvvisamente alla visione e ciò che, lentamente, la lingua riesce a trasformare in pensiero. È un equilibrio fragile, ma necessario: tra intuizione e costruzione, tra emozione e coscienza, tra il vedere e il nominare.

Si considera una cittadina italiana integrata nelle sue due radici? (la terra di origine e quella di adozione?) E dunque si può parlare anche di “meticciato” culturale nella sua produzione?
Non vivo l’identità come qualcosa di stabile o definitivamente acquisito, ma come un processo in continua trasformazione. Non mi considero una “cittadina integrata” nel senso chiuso del termine, perché l’integrazione, per come la sento io, non è mai fusione perfetta né cancellazione delle origini. È piuttosto una convivenza dinamica tra più strati di appartenenza, tra più lingue che si osservano, si contaminano e a volte si interrogano a vicenda. La mia esperienza nasce proprio da questa frizione fertile tra Cuba e Italia, tra la lingua materna e la lingua adottata, tra la memoria affettiva e la realtà presente. Scrivere in italiano non ha significato abbandonare lo spagnolo, ma abitare una soglia. E lo spagnolo, a sua volta, continua a lavorare dentro la scrittura italiana come una sorta di eco interiore, come una vibrazione che non si spegne. In questo senso, sì, si può parlare di meticciato culturale nella mia produzione, ma non come somma armoniosa di due identità già definite. È piuttosto un campo di tensioni, di passaggi, di traduzioni mai definitive. Il translinguismo, per me, non è soltanto una pratica linguistica, ma una condizione esistenziale: ogni lingua modifica la percezione del mondo e, allo stesso tempo, è modificata dall’esperienza che la attraversa. Mi sento vicina al pensiero di Edmond Jabès quando afferma che lo scrittore è sempre uno straniero nella propria lingua. Questa idea è centrale per comprendere il mio rapporto con l’italiano: non è mai una lingua completamente “posseduta”, ma una lingua in cui mi sposto, in cui cerco, in cui a volte mi riconosco e altre volte mi perdo. Per Jabès, la scrittura nasce proprio da questa condizione di esilio permanente, da una mancanza che non si risolve ma si trasforma in domanda. E io sento che questa dimensione interrogativa è profondamente presente nel mio modo di scrivere. Essere tra due lingue significa anche accettare che nessuna delle due possa contenere interamente l’esperienza. La lingua non è mai un contenitore neutro ma è memoria, storia, corpo culturale. Per questo la mia scrittura si muove tra questi due poli senza cercare una sintesi definitiva. Non si tratta di scegliere una patria linguistica, ma di abitare lo spazio tra le lingue come luogo creativo.
Se parlo di integrazione, allora, la intendo come una forma di ascolto reciproco tra mondi diversi, non come assimilazione. Il mio lavoro poetico nasce proprio da questa intersezione tra ciò che porto con me e ciò che mi accoglie, tra ciò che si conserva e ciò che si trasforma. In questo spazio intermedio, che non è mai del tutto stabile, si costruisce la mia voce.

Di un’altra voce sarà la paura: Perché ha sentito il bisogno di esprimere la violenza di genere e non solo in un’intera raccolta, con immagini così potenti e un linguaggio così oscuro e evocativo? Quale funzione pensa che abbia la sua poesia nell’affrontare questa complessa problematica?
La scelta di dedicare un’intera raccolta poetica alla violenza di genere nasce, per me, da una necessità etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un tema “affrontato”, ma di una realtà che attraversa i corpi, le storie e il linguaggio stesso, imponendo alla parola poetica una responsabilità precisa, quella di non distogliere lo sguardo. In Di un’altra voce sarà la paura ho sentito l’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta indicibile o frammentato: la paura, il silenzio, la frattura dell’identità, ma anche le zone più sottili della resistenza. La poesia, in questo senso, non è mai decorazione del dolore, ma una forma di esposizione della ferita. Come ho cercato di dire anche in altre occasioni, la parola poetica diventa uno spazio in cui l’esperienza traumatica può essere nominata senza essere semplificata, mantenendo tutta la sua complessità umana e sociale. Il linguaggio che ho scelto, a tratti oscuro, materico, fortemente evocativo, nasce dalla consapevolezza che la violenza non è mai lineare né trasparente. Ha stratificazioni psicologiche, culturali, simboliche. Per questo la poesia non può limitarsi a descriverla, deve deformarla, farla emergere attraverso immagini che colpiscano non solo l’intelletto, ma anche la percezione emotiva. In questo senso mi sento vicina a una concezione della scrittura come “trasfigurazione del reale”, dove la metafora non attenua, ma intensifica la realtà.
La funzione della mia poesia non è quella di spiegare la violenza, ma di creare uno spazio di ascolto. Un luogo in cui il lettore possa entrare in contatto con ciò che spesso resta invisibile o normalizzato. La poesia diventa così un atto di testimonianza e, allo stesso tempo, di resistenza: nomina ciò che il linguaggio sociale tende a rimuovere o a semplificare. Dare voce non significa parlare al posto di qualcun’altra, ma costruire un campo di risonanza in cui le esperienze possano essere riconosciute. In questo senso la scrittura ha anche una dimensione politica e trasformativa.


Quali sono le differenze e le similitudini, per quanto riguarda la disuguaglianza di genere, fra il nostro paese e Cuba? Soprattutto per quanto riguarda le cause e gli strumenti per combatterla?
Quando si osserva la disuguaglianza di genere tra Italia e Cuba, è importante evitare letture semplicistiche o comparative in termini di “meglio” o “peggio”, perché in realtà si tratta di due sistemi diversi che producono forme differenti, ma ugualmente radicate, di disuguaglianza. La prima similitudine riguarda la radice culturale del problema. In entrambi i paesi la disuguaglianza di genere si innesta su una struttura patriarcale ancora attiva, anche se declinata in modi diversi. A Cuba questa struttura si intreccia con una cultura storicamente segnata dal machismo latinoamericano e da condizioni economiche più fragili, che amplificano la vulnerabilità delle donne. In Italia, invece, il patriarcato assume forme più sottili e istituzionalizzate, perchè si manifesta nelle disuguaglianze salariali, nella rappresentanza politica ancora limitata, e soprattutto nella persistenza della violenza domestica e dei femminicidi, che restano un fenomeno strutturale.
Se guardiamo alle cause, in entrambi i contesti emerge un elemento comune: la difficoltà a trasformare le norme in cambiamento culturale reale. Le leggi possono avanzare, ma la mentalità sociale evolve più lentamente. A Cuba, per esempio, esistono riforme importanti sul piano dei diritti familiari e della diversità, ma la loro applicazione incontra limiti legati sia alle condizioni economiche sia a una gestione ancora centralizzata della sfera pubblica e della libertà civile. In Italia, al contrario, il sistema democratico garantisce una maggiore articolazione istituzionale, ma spesso si scontra con vuoti legislativi e con una cultura mediatica che tende ancora a riprodurre stereotipi di genere o a normalizzare la violenza.
Per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, le differenze sono più evidenti. In Italia esiste un apparato più strutturato di protezione: centri antiviolenza, strumenti giudiziari come il “Codice Rosso”, reti associative e una crescente attenzione giuridica ai diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+. Tuttavia, la frammentazione degli interventi e la lentezza dei procedimenti giudiziari mostrano che l’efficacia non è ancora pienamente garantita. A Cuba, invece, il quadro è diverso: esiste una forte presenza dello Stato nelle politiche sociali e alcune riforme legislative significative, ma mancano ancora strumenti capillari e indipendenti di protezione, così come un riconoscimento giuridico pieno e sistematico della violenza di genere come fenomeno strutturale.
Eppure, c’è anche un punto di contatto importante: in entrambi i paesi la battaglia contro la disuguaglianza di genere si gioca oggi sulla distanza tra legge e realtà. Non basta proclamare diritti o approvare riforme; è necessario che questi diritti diventino esperienza quotidiana, possibilità concreta di vita. In questo senso, la disuguaglianza di genere non è solo una questione normativa o giuridica, ma una questione di cultura, di linguaggio e di immaginario collettivo. E forse è proprio qui che il lavoro della poesia e della riflessione culturale può avere un ruolo: rendere visibile ciò che spesso resta normalizzato, e restituire complessità a ciò che viene semplificato.


In che cosa consiste il suo progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro i minori e la sua esperienza dentro una casa rifugio a Bologna?
Il mio progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro la violenza sui minori nasce dall’esperienza concreta dentro una casa rifugio a indirizzo segreto a Bologna, dove l’accoglienza non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana fatta di protezione, ascolto e ricostruzione. Dentro questo spazio si lavora con donne e bambini che hanno attraversato forme di violenza estrema: violenza domestica, abusi prolungati, tratta, controllo coercitivo. Non si tratta di “casi”, ma di biografie spezzate che arrivano con un carico di trauma che spesso non è ancora nominabile. In questo contesto ho compreso che la prima forma di sensibilizzazione non è verso l’esterno, ma dentro la relazione di cura: riconoscere la complessità di ciò che la persona porta, senza semplificarla né ridurla alla violenza subita. La casa rifugio, con il suo numero limitato di ospiti (massimo 14 persone compresi i bambini), è uno spazio che funziona come soglia tra il prima e il dopo. Qui la priorità non è “cercare la verità” in senso giudiziario o narrativo, ma garantire sicurezza e possibilità di ri-esistenza. La verità, se arriva, arriva dopo; prima c’è la sopravvivenza, la stabilizzazione emotiva, la ricostruzione di un minimo di fiducia. Il mio progetto di sensibilizzazione nasce proprio da questa consapevolezza: la violenza non è solo un evento, ma un sistema che attraversa corpo, linguaggio e istituzioni. Per questo lavoro su due livelli. Il primo è interno alla struttura: osservare e comprendere come il percorso di protezione internazionale, dalla presa in carico dei servizi sociali fino alla Questura e alla Commissione territoriale, non sia solo un iter burocratico, ma anche un percorso umano profondamente fragile. Figure come assistenti sociali, mediatori culturali e operatori legali non sono solo tecniche, ma presenze che possono fare la differenza tra il sentirsi oggetto o soggetto di un percorso di rinascita. In questo senso la sensibilizzazione passa anche attraverso la formazione e la consapevolezza di chi opera nei servizi.
Il secondo livello è esterno, raccontare ciò che accade dentro questi luoghi senza violarne la segretezza, ma restituendone la complessi” tà. Significa far comprendere che dietro parole come “accoglienza” “protezione internazionale”, “seconda accoglienza”, ci sono donne e bambini che attraversano tempi lunghi, procedure articolate, attese anche di due anni, e che la violenza non finisce con la fuga, ma continua spesso sotto forma di paura, precarietà, trauma.
Per quanto riguarda i minori, la sensibilizzazione assume una dimensione ancora più delicata. I bambini che entrano in casa rifugio portano spesso una memoria corporea della violenza, anche quando non hanno le parole per raccontarla. Il lavoro educativo e relazionale diventa quindi fondamentale, così come lo è ricostruire routine, sicurezza, possibilità di gioco e di linguaggio. Proteggere i minori significa anche proteggere il loro diritto a una narrazione diversa della propria storia. In questo percorso ho imparato che la violenza di genere e quella sui minori non possono essere separate, ma sono spesso intrecciate, perché colpiscono la stessa struttura relazionale e lo stesso spazio domestico, che da luogo di cura diventa luogo di rischio. La sensibilizzazione che porto avanti si fonda quindi su una doppia direzione: da un lato dare visibilità a ciò che normalmente resta invisibile, dall’altro evitare ogni semplificazione. Non si tratta di trasformare il dolore in slogan, ma di restituire complessità a ciò che la società tende a ridurre. Dentro la casa rifugio ho compreso che la protezione non è solo un atto istituzionale, ma un processo umano lungo, fatto di piccoli passaggi, che possono essere una firma consapevole, una traduzione che permette di capire, un incontro con l’assistente sociale, una decisione della Commissione, ma anche un gesto quotidiano di cura. È in questa trama concreta che il mio progetto di sensibilizzazione trova la sua radice.


Il suo impegno civile si estende anche alla denuncia degli omicidi bianchi dovuti alla mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro. Che cosa l’ha spinta a immergersi anche in questo aspetto?
Non si tratta di due percorsi separati, ma di due volti della stessa fragilità: la violenza che colpisce i corpi quando vengono resi invisibili, esposti, sacrificabili. L’attenzione alle morti sul lavoro nasce per me dalla stessa radice che attraversa il lavoro nella casa rifugio: l’idea che la vita umana venga spesso collocata in una zona di esposizione, dove la protezione non è garantita o non è sufficiente. Nel caso delle donne vittime di violenza domestica o di tratta, il corpo è uno spazio su cui si esercita il potere in modo diretto; nel caso delle morti sul lavoro, il corpo diventa invece uno strumento dentro un sistema produttivo che, quando non rispetta le norme di sicurezza, lo espone a rischi evitabili. In entrambi i casi c’è una stessa dinamica di fondo: la normalizzazione del rischio. Da un lato il rischio della violenza privata, che si consuma nel silenzio delle relazioni; dall’altro il rischio professionale, che si consuma nella quotidianità del lavoro. E in entrambi i casi, troppo spesso, la società tende a considerare queste morti come “incidenti”, quasi inevitabili, invece che come il risultato di scelte, omissioni o responsabilità strutturali. Quello che mi ha spinta ad approfondire anche questo aspetto è stata proprio la consapevolezza maturata nel lavoro sociale: quando si ascoltano storie di vulnerabilità estrema, si comprende che la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un diritto che va continuamente costruito e difeso. La casa rifugio insegna che senza protezione reale non esiste libertà; allo stesso modo, nei luoghi di lavoro, senza sicurezza non esiste dignità.
Per concludere: In Italia abbiamo profondamente amato la Cuba rivoluzionaria di Fidel e Che Guevara, e la lotta di David contro il Golia americano. Che cosa rimane oggi di quel sogno di uguaglianza e giustizia sociale? E quale è oggi la situazione del suo paese di origine?
Parlare di quel “sogno” significa sempre muoversi tra memoria storica e realtà presente, e le due dimensioni oggi non coincidono più in modo lineare. Dell’idea originaria di giustizia sociale che ha attraversato la rivoluzione cubana restano certamente alcuni pilastri importanti: un sistema di istruzione e sanità pubblica universale, una forte centralità dello Stato nella tutela dei diritti sociali di base e una cultura dell’uguaglianza che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese. Sono elementi che, anche nelle difficoltà attuali, continuano a rappresentare una conquista storica reale per la popolazione. Tuttavia, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza è la distanza tra quel progetto ideale e le condizioni concrete di vita. Cuba attraversa una crisi economica e sociale molto complessa, segnata da scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, inflazione, emigrazione crescente e una pressione quotidiana sulla sopravvivenza materiale delle famiglie. A questo si aggiunge la tensione tra riforme legislative importanti, come quelle in ambito familiare e dei diritti civili, e una realtà amministrativa e infrastrutturale che fatica a renderle pienamente operative. È una società in cui convivono, in modo quasi paradossale, avanzamenti normativi significativi e una fragilità economica che incide profondamente sulla libertà reale delle persone. Questo crea una forma di disuguaglianza meno visibile rispetto a quella classica, ma altrettanto incisiva: la disuguaglianza delle possibilità concrete. Il “Golia” di cui spesso si è parlato nel confronto geopolitico con gli Stati Uniti non è più l’unico riferimento interpretativo. Oggi le difficoltà di Cuba non si leggono solo attraverso la lente del blocco o delle tensioni internazionali, ma anche attraverso fattori interni strutturali: la capacità di aggiornare il sistema produttivo, la gestione delle risorse, l’apertura economica controllata, e soprattutto la possibilità di garantire spazi più ampi di partecipazione e autonomia sociale. Il risultato è un Paese che continua a vivere dentro una forte contraddizione: da un lato un capitale simbolico di uguaglianza e dignità sociale che ha segnato la sua storia; dall’altro una quotidianità segnata da limiti materiali che incidono profondamente sulla vita delle persone.

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Esistere tra le crepe: scrittura e rabbia nell’adolescenza

13 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, I meandri della psiche, POESIA

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La rabbia, in adolescenza, non è un errore da correggere ma un linguaggio da imparare a leggere. La ricerca pedagogica contemporanea, dall’educazione emotiva alla psicologia dello sviluppo, insiste su un punto chiave: le emozioni intense, se non trovano canali espressivi, tendono a trasformarsi in comportamento disfunzionale o in chiusura. Al contrario, quando vengono riconosciute e nominate, diventano strumenti di crescita. In questo quadro si inserisce con forza il lavoro di Bruno Tognolini, in particolare il libro Rime di rabbia, che rappresenta un esempio concreto di come la scrittura possa trasformare la rabbia in parola, ritmo, pensiero. Le sue filastrocche non “calmano” la rabbia nel senso di spegnerla: la accolgono, le danno forma, le permettono di esistere senza distruggere. Dal punto di vista pedagogico, questo approccio si collega alle teorie dell’educazione socio-emotiva, che vedono nella verbalizzazione delle emozioni un passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’autoregolazione. Scrivere, soprattutto in forma poetica o ritmica, consente ai ragazzi di: dare un nome all’emozione, passando dal caos interno a una prima forma di consapevolezza; creare distanza, perché ciò che è scritto può essere osservato, riletto, trasformato; trasformare l’impulso in linguaggio, evitando che si traduca solo in azione (urla, chiusura, aggressività); sentirsi legittimati, perché la rabbia non viene negata ma riconosciuta come esperienza umana.
Le ricerche in ambito educativo mostrano che i ragazzi che trovano spazi espressivi nell’ambito della scrittura, che può essere scrivere un diario, poesie, sviluppano una maggiore capacità di gestione dei conflitti e una migliore comprensione di sé. Questo è particolarmente importante in adolescenza, fase in cui il bisogno di essere visti e ascoltati è spesso frustrato da adulti che minimizzano o interpretano la rabbia solo come opposizione. In Rime di rabbia, la forza sta proprio nel rovesciare questa prospettiva: la rabbia diventa materiale creativo. Non è più solo un’esplosione, ma una costruzione. Le parole fanno da argine, ma anche da ponte: permettono di passare da “non mi capiscono” a “provo a dire cosa sento”. Scrivere, quindi, non è un esercizio estetico, ma un atto educativo profondo. È un modo per insegnare che si può essere arrabbiati senza perdersi, che si può dare forma al disordine interno, che esistere, anche nella rabbia, è un diritto che merita voce. In una scuola o in un contesto familiare, proporre la scrittura come spazio di espressione significa offrire ai ragazzi uno strumento concreto per abitare le proprie emozioni. Non per eliminarle, ma per trasformarle. Perché una rabbia detta, scritta, condivisa, smette di essere solo un peso: diventa materia viva, capace di cambiare chi la prova e chi la ascolta. A partire da questa prospettiva educativa, la scrittura diventa anche un gesto personale, un attraversamento. Non si tratta solo di comprendere la rabbia, ma di darle un corpo visibile, una forma che possa essere guardata senza paura. È proprio in questo spazio che si inserisce il calligramma: una parola che non resta lineare, ma si muove, occupa lo spazio, diventa immagine oltre che voce. Ispirata alla lettura di Rime di rabbia di Bruno Tognolini, ho sentito la necessità di trasformare la riflessione in un atto creativo. Il calligramma nasce così: come tentativo di dare forma alla rabbia degli adolescenti che spesso resta inascoltata, compressa, etichettata.


e
s i s t e r e
│
(dove storcono il naso)
non ci provare

parole a perdi-fiato-ros-po
singhiozzo che salta in bocca

in mezzo ai rovi dei nostri
ca si ni
bianche spine sui cuscini
delle notti lunghe
nuvole di progetti (senza cielo)

perché non notati
non ascoltati
non capiti
(non non)

brufoli che suonano arpe storte
facce che cambiano stagione
nessuno resta / resta?

difficili ci chiamano
etichette addosso addosso
giacche strette strette

sbat
tia
mo
la
por
ta

la voce rimbalza
rim bal za
torna indietro
vuo
ta

tagliamo il cordone
ombe li ca le
con forbici di giorni
(chi li ha visti crescere?)

genitori vogliono scarpe
le nostre scarpe
camminano loro
sopra i sassi

noi
(non vogliamo vincere)
non vogliamo spiegare

vo
glia
mo

es
i
ste
re

la rabbia si arrampica
arram pi ca
muri della stanza

segni invisibili
unghie di luce
sul
buio

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“Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano

07 giovedì Mag 2026

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Sabatina Napolitano, Tutti i giorni un incantesimo

Il libro “Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano sarà a breve pubblicato con Italic Pequod

Dalla postfazione di Doris Emilia Bragagnini:

“L’incantesimo di cui parla il titolo non è dunque un’illusione o un artificio ma un atto di fondazione, la capacità della parola di abitare il tempo, di dare ordine ai sentimenti e di trasformare la connessione interna tra due anime in una voce universale, nitida e profondamente autentica. Quando il libro si apre alle ferite del mondo – alle terre che bruciano, ai diritti negati, al “meccanismo orwelliano” del presente – lo fa trattandoli come urgenze reali, non come temi letterari. La poesia diventa così terreno concreto su cui poggiare i piedi per guardare il presente: inizia nel segreto di un abbraccio e finisce per abbracciare l’umanità intera. Ci ricorda che il nostro destino collettivo non è scritto altrove ma si colloca nella capacità di visione e che la poesia è un atto di resistenza. L’incantesimo quotidiano allora non è un’illusione ma l’impegno costante di chi sceglie di vedere, sentire e restare umano“.

da “Scritte da lui per me”

Scavo dentro le tue rovine
come chi ha il piacere di fare del bene,
tuffatore di Paestum, tengo la tua anima su tre colonne.
Come tutti gli studenti all’università e gli artisti della street art.
Ti faccio tuffare a New Castle,
lungo il molo fino al Nobbys Lighthouse.
Una nuotata insieme ai Bagni Oceanici di Merewether,
mentre mi baci unica mia ammaliante sirena,
stregato fino al midollo,
Tuo anche da dove sono nato
e fino a dove morirò con te.
E dalla cultura più antica di me,
baciare la tua lingua salata
bagnata di oceano,
E ancora la tua pelle bagnata del vino della valle dell’Hunter
nei tuoi capelli il sapore dello Shiraz,
ai piedi il Semillon.Un tuffo nel mio amore per te,
oceano scavato nella roccia,
che costruisce la riva a poco a poco.
come quanto tu sei vinta da me,
annegata nel desiderio dell’amore
isola d’affetto e bene
protagonista di ogni mio traguardo d’oro.
bagnata nelle correnti del Merewether,
Tocco i tuoi fianchi bagnati come una antica medaglia sepolta nel tuo cuore per me.
Bacio le tue labbra come una nuova medaglia,
d’oro forgiato dalle mie costole per i nostri ricordi,
per i riti comuni che ci fanno come gli altri
e siamo tutti gli altri nella piscina dell’esistenza
celebrando la vita coi corpi stretti di sapore aborigeno.

Nudo nuoto in te ogni notte.
Sono chiunque ti guarda
nel salto prima di tuffarmi.
Nuda sei come fuoco acceso
Perla e luna della mia memoria.
Ma il tuffo migliore lo faccio da sdraiato
quando nella vasca da bagno ti abbraccio
e sei gentile e abbandonata.
Stanca e tenera.
Ti do la mia penna,
tu che sei la nostra regina.
Stai a casa mia, fin quando puoi,
ti condurrò alle stanze del mio fuoco
dove scorre il sangue delle nazioni,
tu che sei bianca e nera,
bianca, altissima, dalle mani gentili,
nera, trasognata, lontana, vicina e rotonda.
Inviolata e inviolabile,
come una madre e una sorella
da questa mia casa sospesa nel tempo
canto la tua anima,
la unisco all’anima del mondo,
ricamo i miei desideri con te.

La tecnica prima di tuffarmi,
la lucidità iconica di quello che sei per me,
nella mia mente tesa.
Tuffato ogni giorno nel desiderio di conoscerti
voglio la coppa nascosta in te, Cariddi.
Pericolosa e fragile, vortice in cui mi tuffo.
Il vortice tra i tuoi seni
che mi fa sentire un re e un bambino,
quando riposo dopo una notte agitata.
La coppa che prendo nei tuoi vortici,
il trionfo di quando vinco in te le paure,
Quando la vita ti lascia sola su un trampolino,
che non sai se è un trampolino di morte.
La coppa densa della tua solitudine,
i modi in cui abbandoni la gioia.
Quella coppa sul nostro comodino,
mi ricorda il segno di ciò che sono,
tuffato in quello che passa oltre,
nella vita che non sai.
Nei bui che non riesci ancora a raccontare.
Nelle tensioni irrisolte.
In ciò di cui hai paura,
mi getto nel gorgo, e prendo la mia coppa.
La coppa raccolta dei tuoi dolori
quando mi piange il cuore a vederti stanca,
quando mi sei vicina,
sento i tramonti di ogni parte della terra,
guardo nei tuoi occhi luminosi
e so che guardi ai miei,
che proteggi i miei.
Che proteggi i miei ricordi e desideri
nelle tue mani di donna
abbandonato nelle tue profondità.

Metti il destino dell’umanità
nelle mani di un piccolo uomo come me,
sarò il tuo giovane eroe.
Sei impastata delle mie cellule,
perché tuoi occhi sono le nostre terre,
perché il mondo è questo sogno veduto
con te. Questo è il mondo:
il sogno visto con te.
E se del mondo non mi importa senza di te,
io per te ho ricordi incandescenti,
e il presente è scintillante
nella carta impregnata del tuo sudore e sangue
tu che spezzi ogni mio dolore
e fai grande ogni desiderio.
Presa la coppa dei tuoi dolori,
nell’acqua della vita tumultuosa che bolle e freme
non ti abbandonerò più.
Non ti lascerò trascinare dalle correnti.
Dagli altri che potrebbero farti male.
Dagli altri che non sono me.

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Pubblicato da Loredana Semantica | Filed under Novità editoriali

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Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026

06 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, Podcast, POESIA

≈ 1 Commento

Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin

E poi salpammo con in mano

un giglio e una mimosa

a incontrare una figlia persa nelle nebbie

decisi per i venti e le correnti

per un azzurro un fuoco un arancione denso

è tutta colpa di questo mare immenso

che abita le nostre vite e nel profondo giace

e cambia faccia e cupo ringhia a morte

di decomposizione si nutre e si ricicla

in circolo colora e canta

poi albeggia e ricomincia.

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Dalla verifica alla pubblicazione: l’inversione del processo informativo

05 martedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', IbridaMenti, Pensiero

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Yuleisy Cruz Lezcano

Immagine ascii art di Wilinckx da Wikipedia commons


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Il clamoroso orienta la cronaca più della probabilità. L’eccezione conquista titoli e aperture, mentre la frequenza resta sullo sfondo e perde capacità di orientare la percezione collettiva. In questo squilibrio prende forma una dinamica stabile: la pubblicazione precede la verifica, l’urgenza guida le scelte editoriali, il racconto costruisce un’opinione prima dell’accertamento giudiziario. La sequenza genera una verità ricamata, coerente sul piano narrativo, esposta a revisioni sul piano dei fatti, con effetti che incidono sulla reputazione dei soggetti coinvolti e sulla fiducia nel sistema informativo.
La trasformazione investe il linguaggio. La sintesi, tratto identitario del giornalismo, mantiene la brevità ma cambia funzione. La frase si struttura intorno a formule ad alta resa, catene di sinonimi, costruzioni orientate all’impatto. Il risultato appare uniforme: testi scorrevoli, riconoscibili, spesso intercambiabili tra testate e piattaforme. La cronaca alterna casi estremi e storie a forte componente emotiva, comprese narrazioni su animali domestici che intercettano attenzione e condivisione. La selezione segue metriche di visibilità e permanenza, mentre la rilevanza statistica resta marginale nel processo decisionale.
L’ingresso dell’intelligenza artificiale accelera il processo e ne rende evidenti le linee di forza. Le redazioni adottano sistemi di generazione automatica per coprire flussi ripetitivi, dall’andamento dei mercati ai risultati sportivi, e per aumentare la produttività nelle finestre di maggiore pressione. La ricerca internazionale descrive modelli linguistici capaci di produrre contenuti coerenti e corretti attraverso l’ottimizzazione della parola più probabile in sequenza. La probabilità guida la scelta lessicale, la struttura privilegia schemi frequenti, lo stile converge verso standard condivisi. Analisi comparative indicano minore dispersione del vocabolario, maggiore regolarità sintattica, riduzione delle deviazioni stilistiche. La velocità cresce, la varietà si riduce, la firma autoriale si attenua. Il paradosso si definisce con precisione: mentre la notizia privilegia l’eccezione, il linguaggio converge verso il centro.
Questo sviluppo trova terreno in un sistema formativo orientato alla riproduzione. La scuola misura risultati predefiniti, valuta l’aderenza a traguardi stabiliti, assegna minor spazio al dubbio e alla proposta di prospettive inattese. La capacità immaginativa, un tempo associata alla fantasia, perde centralità a favore di un apprendimento nozionistico. Il confronto su temi sensibili si riduce entro perimetri formali, la relazione educativa si struttura su protocolli. L’allievo efficace interpreta un copione, limita l’apporto personale, ottimizza la prestazione. La produzione di conoscenza cede il passo alla corretta esecuzione di compiti definiti.
La stessa logica attraversa alcune professioni. Quando medico, giornalista e insegnante si allineano a protocolli, comunicati e direttive senza esercizio critico, la funzione tende all’esecuzione. Il messaggio organizzativo diventa lineare: valore associato alla conformità operativa. In questo quadro, l’adozione di sistemi automatici rappresenta un’estensione coerente. Le macchine offrono continuità, memoria e capacità di calcolo; le organizzazioni valutano costi, tempi e scalabilità lungo questa direttrice. La sostituzione di attività standardizzate entra nelle strategie operative e si estende con gradualità.
L’intelligenza artificiale mantiene un forte potenziale: amplia l’accesso all’informazione, consente analisi su grandi dati, libera tempo dalle attività ripetitive e abilita nuove forme produttive. L’esito dipende da uso e regole: in contesti che valorizzano pluralità e responsabilità, integra e sostiene il lavoro umano con trasparenza; in sistemi orientati all’omologazione, rafforza la standardizzazione, accelera la serialità e comprime la diversità espressiva.

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Quando il legame diventa possesso: il caso di Patrizia Lamanuzzi e la violenza domestica

29 mercoledì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', Essere donna, I meandri della psiche

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Yuleicy Cruz Lezcano

Person at café table tangled in a clear beaded necklace
Image AI generated

Di Yuleisy Cruz Lezcano


La vicenda di Patrizia Lamanuzzi, 54 anni, si inserisce in un campo di analisi che non riguarda soltanto la cronaca giudiziaria, ma tocca nodi centrali della riflessione sociologica e filosofica contemporanea: la violenza di genere, la costruzione culturale del possesso e la fragilità dei legami affettivi nelle società moderne.
Le indagini in corso ipotizzano una dinamica di violenza domestica culminata nella morte della donna dopo una caduta dal balcone, con elementi medico-legali che sarebbero compatibili con un possibile tentativo di strangolamento. Al di là dell’accertamento giudiziario, il caso si presta a una lettura più ampia, in cui la relazione tra i due soggetti non è solo evento privato, ma spazio in cui si riflettono strutture sociali e simboliche.
Come scrive Simone de Beauvoir, “non esiste morte naturale”, perché ogni evento umano è sempre inscritto in un mondo di significati e responsabilità. In questa prospettiva, anche la violenza domestica non può essere interpretata come semplice fatalità, ma come espressione di rapporti storicamente costruiti tra genere, potere e riconoscimento.
Un elemento ricorrente negli studi sul femminicidio è la trasformazione del legame affettivo in logica di possesso. In molte delle riflessioni raccolte nelle analisi critiche del fenomeno emerge un punto centrale: quando l’altro non è più riconosciuto come soggetto autonomo, ma come qualcosa che “appartiene”, la libertà diventa una minaccia. È in questo passaggio che il legame si deforma, trasformandosi da relazione a controllo.
Le parole attribuite ai familiari della vittima, che parlano di “possesso malato” e di incapacità di accettare la libertà dell’altro, si collocano esattamente dentro questa chiave interpretativa. Eduardo Galeano, in una delle sue riflessioni più note, osservava che nessuno confessa di aver ucciso “per paura”, perché il nodo profondo riguarda proprio la simmetria tra la paura della violenza e la paura della libertà dell’altro. In questa tensione si inscrive spesso la deriva del controllo.
Anche Simone Weil aiuta a leggere la violenza come fenomeno che non appartiene solo a chi la subisce, ma che finisce per travolgere entrambe le parti: “la violenza schiaccia chiunque colpisca”. Nel caso di relazioni segnate da dinamiche estreme, questa idea si traduce nella distruzione reciproca del legame, dove non esistono vincitori ma solo una perdita comune di senso.
Un ulteriore livello di lettura riguarda la dimensione sociale contemporanea. In una società caratterizzata da accelerazione dei rapporti, fragilità dei legami e centralità dell’individualismo, come suggerito anche da molte analisi critiche della modernità, la crisi delle relazioni può diventare più difficile da elaborare simbolicamente. La rottura non è più uno spazio di trasformazione, ma talvolta viene vissuta come annullamento dell’altro o come perdita intollerabile di controllo.
In questo quadro, la vicenda di Patrizia non si esaurisce nel perimetro giudiziario, ma diventa un punto di interrogazione sulla cultura del possesso, sulla capacità della società di riconoscere la violenza nelle sue forme iniziali e sul modo in cui le relazioni vengono costruite e interpretate.
Come ricorda María Zambrano, “i morti violenti hanno bisogno che la loro storia venga raccontata”, perché solo il racconto impedisce che il fatto si chiuda nel silenzio. Raccontare significa allora non solo descrivere, ma anche comprendere le condizioni culturali e simboliche che rendono possibile la violenza, e interrogare il modo in cui una società costruisce il confine tra amore, controllo e distruzione.

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Buon 25 aprile

25 sabato Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in RICORRENZE

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Italian flag on pole overlooking rolling hills and a sunset
Image AI generated

Buon 25 aprile da Limina mundi con uno short video nel quale il Presidente della Repubblica italiana Mattarella, in un recente discorso tenuto al Quirinale durante un incontro con una delegazione di studenti della Scuola di giornalismo, mette in guardia dalle “tentazioni del potere”.

Egli indica gli antidoti contro le esaltazione nelle quali rischia di incorrere chi occupa posizioni di potere. Sono contromisure o argini, istituzionali e personali, da tenere ben presenti e rispettare o da applicare con saggezza, lucidità e intelligenza, perché la libertà s’inveri sempre e non si renda mai più necessaria una nuova liberazione.

Buona festa della liberazione!

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