La vicenda di Patrizia Lamanuzzi, 54 anni, si inserisce in un campo di analisi che non riguarda soltanto la cronaca giudiziaria, ma tocca nodi centrali della riflessione sociologica e filosofica contemporanea: la violenza di genere, la costruzione culturale del possesso e la fragilità dei legami affettivi nelle società moderne. Le indagini in corso ipotizzano una dinamica di violenza domestica culminata nella morte della donna dopo una caduta dal balcone, con elementi medico-legali che sarebbero compatibili con un possibile tentativo di strangolamento. Al di là dell’accertamento giudiziario, il caso si presta a una lettura più ampia, in cui la relazione tra i due soggetti non è solo evento privato, ma spazio in cui si riflettono strutture sociali e simboliche. Come scrive Simone de Beauvoir, “non esiste morte naturale”, perché ogni evento umano è sempre inscritto in un mondo di significati e responsabilità. In questa prospettiva, anche la violenza domestica non può essere interpretata come semplice fatalità, ma come espressione di rapporti storicamente costruiti tra genere, potere e riconoscimento. Un elemento ricorrente negli studi sul femminicidio è la trasformazione del legame affettivo in logica di possesso. In molte delle riflessioni raccolte nelle analisi critiche del fenomeno emerge un punto centrale: quando l’altro non è più riconosciuto come soggetto autonomo, ma come qualcosa che “appartiene”, la libertà diventa una minaccia. È in questo passaggio che il legame si deforma, trasformandosi da relazione a controllo. Le parole attribuite ai familiari della vittima, che parlano di “possesso malato” e di incapacità di accettare la libertà dell’altro, si collocano esattamente dentro questa chiave interpretativa. Eduardo Galeano, in una delle sue riflessioni più note, osservava che nessuno confessa di aver ucciso “per paura”, perché il nodo profondo riguarda proprio la simmetria tra la paura della violenza e la paura della libertà dell’altro. In questa tensione si inscrive spesso la deriva del controllo. Anche Simone Weil aiuta a leggere la violenza come fenomeno che non appartiene solo a chi la subisce, ma che finisce per travolgere entrambe le parti: “la violenza schiaccia chiunque colpisca”. Nel caso di relazioni segnate da dinamiche estreme, questa idea si traduce nella distruzione reciproca del legame, dove non esistono vincitori ma solo una perdita comune di senso. Un ulteriore livello di lettura riguarda la dimensione sociale contemporanea. In una società caratterizzata da accelerazione dei rapporti, fragilità dei legami e centralità dell’individualismo, come suggerito anche da molte analisi critiche della modernità, la crisi delle relazioni può diventare più difficile da elaborare simbolicamente. La rottura non è più uno spazio di trasformazione, ma talvolta viene vissuta come annullamento dell’altro o come perdita intollerabile di controllo. In questo quadro, la vicenda di Patrizia non si esaurisce nel perimetro giudiziario, ma diventa un punto di interrogazione sulla cultura del possesso, sulla capacità della società di riconoscere la violenza nelle sue forme iniziali e sul modo in cui le relazioni vengono costruite e interpretate. Come ricorda María Zambrano, “i morti violenti hanno bisogno che la loro storia venga raccontata”, perché solo il racconto impedisce che il fatto si chiuda nel silenzio. Raccontare significa allora non solo descrivere, ma anche comprendere le condizioni culturali e simboliche che rendono possibile la violenza, e interrogare il modo in cui una società costruisce il confine tra amore, controllo e distruzione.
Buon 25 aprile da Limina mundi con uno short video nel quale il Presidente della Repubblica italiana Mattarella, in un recente discorso tenuto al Quirinale durante un incontro con una delegazione di studenti della Scuola di giornalismo, mette in guardia dalle “tentazioni del potere”.
Egli indica gli antidoti contro le esaltazione nelle quali rischia di incorrere chi occupa posizioni di potere. Sono contromisure o argini, istituzionali e personali, da tenere ben presenti e rispettare o da applicare con saggezza, lucidità e intelligenza, perché la libertà s’inveri sempre e non si renda mai più necessaria una nuova liberazione.
Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.
di Mattia Tarantino
V
Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.
VI
Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.
di Arianna Vartolo
Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola Padre. Ho pensato per un attimo a quello che per ipotesi – non remota quanto la conferma – dovrebbe essere il mio. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a pesarne la figura – farne giuntura essenziale a dispetto della forma fessa che ne spaccava i contorni in quei giorni che mai è stato presenza. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi che ne dicessero una qualche vaga rilevanza. Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo a pensare a mio padre: non me ne sono ricordata il volto.
Nel bere la gola si muove veloce quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece – invece – non parla. Ha sete e ingoia acqua spiriti, cose segrete di varia matrice rimaste sospese a farla lavorare. Il moto ondulatorio produce pressione appena sotto il punto d’adesione tra faringe e laringe. È il processo respiratorio a rischiare la compromissione: prestare dunque attenzione a che nulla vi sia a stringere il canale. A soffocare un corpo con un altro estraneo che spinge
Non tralasciare il potere dei giorni dispari; quello degli attimi fuori fuoco – fuori tempo. Trova i contorni di questo mio dedalico costato e lascia entrare luce e sangue sempre nuovi; alle tue dita ho dedicato il nume di ciò che c’è e non si vede
La debolezza che spezza le unghie nel togliere la buccia ai mandarini somiglia a certi mattini d’inverno: è gennaio con il sole che basso passa sotto lo sterno; segue passo passo un respiro mancato, quel battito infermo che nulla trova tra sistole e diastole. Si direbbe forza quella che manca – priva di ossa o scorza a protezione; del frutto che lascia è l’ultima forma di assoluzione
Che cosa c’è dietro questo curare il lievito madre per settimane: farlo maturare a temperatura ambiente – forse ottimale, o lasciarlo respirare in barattoli di vetro? Cosa dietro l’asse del tavolo in legno messa in orizzontale a sostenere quel peso in più che non le appartiene? Ti chiedi dove sia quella forza che fa tornare indietro dopo tanto andare; che tiene il conto di quanto carico sia ancora da portare.
di Sonia Caporossi
“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”
La filosofia oggi si trova davanti a una soglia storica decisiva: o riesce a ridefinire il senso della formazione umana, oppure rischia di essere marginalizzata da un ecosistema tecnologico che produce conoscenza, decisioni e orientamento a una velocità senza precedenti. Le tecnologie dell’intelligenza artificiale generativa, infatti, non rappresentano soltanto un avanzamento degli strumenti cognitivi, ma una trasformazione del modo stesso in cui il sapere viene prodotto, distribuito e utilizzato. Di fronte a questo scenario, la filosofia può giocare una carta fondamentale: riportare al centro l’idea che l’essere umano non è solo un soggetto da formare, ma un soggetto che si forma. Per lungo tempo i sistemi educativi hanno privilegiato un modello di eteroformazione, in cui l’individuo viene pensato come destinatario di competenze, contenuti e abilità definiti dall’esterno. Questo modello, in parte necessario in alcune fasi storiche, oggi mostra tutti i suoi limiti. In un mondo in cui l’informazione è abbondante e immediatamente accessibile, e in cui sistemi come quelli sviluppati da OpenAI sono in grado di fornire risposte di livello esperto su una vastissima gamma di argomenti, il valore della semplice trasmissione di contenuti perde centralità. Ciò che emerge con forza è invece la necessità di una autoformazione consapevole, continua, intenzionale. In questa prospettiva, la filosofia può contribuire a moltiplicare gli spazi in cui il soggetto non è semplicemente formato, ma si forma attivamente. Non si tratta soltanto di acquisire competenze tecniche o “skill” spendibili nel mercato del lavoro, ma di sviluppare una più ampia capacità di orientamento nel mondo, che gli antichi chiamavano virtù. La formazione diventa allora un esercizio di trasformazione del sé, una pratica che coinvolge non solo la dimensione cognitiva, ma anche quella etica, percettiva e relazionale. Il rischio che si profila oggi è che l’eteroformazione standardizzata non sia più adeguata alle sfide del presente. Le trasformazioni tecnologiche, l’automazione dei processi cognitivi e l’emergere di sistemi di intelligenza artificiale capaci di elaborare enormi quantità di dati mettono in crisi l’idea tradizionale di competenza come accumulo di informazioni. Quando una macchina può già fornire, in tempo reale, una sintesi più ampia e aggiornata di quella di un singolo individuo, la questione non è più “chi sa di più”, ma “chi sa pensare diversamente”. È qui che si apre uno spazio decisivo per una filosofia intesa come forma di vita. Pensatori contemporanei hanno sottolineato come l’intelligenza artificiale non sia semplicemente uno strumento esterno, ma un ambiente che modifica profondamente la nostra ecologia informativa e, di conseguenza, la nostra identità cognitiva. L’intelligenza artificiale è un’intelligenza senza corpo, senza emozioni, senza esperienza vissuta nel senso umano del termine, anche se è in grado di simularne le espressioni. Non possiede pulsione, vulnerabilità, singolarità biologica. E tuttavia è proprio su queste dimensioni che per secoli abbiamo costruito l’idea dominante di intelligenza nelle istituzioni educative. Il paradosso è evidente: abbiamo educato le generazioni a concepire l’intelligenza come capacità principalmente logico-cognitiva e accumulativa, e ora ci confrontiamo con sistemi che superano largamente questa definizione ristretta. Di fronte a questo scarto, il rischio non è semplicemente quello di una competizione perduta, ma quello di una riduzione dell’umano a ciò che è misurabile e replicabile. Per questo diventa necessario tornare a una visione più ampia della formazione del soggetto. L’essere umano non è soltanto una mente che elabora informazioni, ma un corpo che percepisce, si muove, si relaziona, e in questa complessità costruisce conoscenza. La postura, la sensibilità, l’esperienza incarnata sono tutte dimensioni costitutive del sapere, e non sue appendici marginali. In questa prospettiva, il sapere umano non è autosufficiente, ma dialogico: si costruisce in relazione con altri saperi, compreso quello delle macchine. L’intelligenza artificiale, infatti, opera principalmente nell’orizzonte del possibile: calcola probabilità, riorganizza dati, genera soluzioni plausibili. Anche quando produce risultati sorprendenti, rimane ancorata a un campo di variazioni del già esistente. L’essere umano, invece, ha la capacità di rompere i paradigmi, di introdurre l’impossibile come evento, non come derivazione. È qui che si colloca quella che potremmo chiamare la firma singolare dell’umano: la possibilità di inventare ciò che non era previsto nel sistema. In questa direzione si può leggere anche il pensiero di Jacques Derrida, per il quale la conoscenza non è mai semplice accumulazione, ma processo di differimento, rilancio, rielaborazione continua. La verità non è un punto di arrivo, ma un movimento di rigenerazione. La filosofia, allora, non è solo interpretazione del mondo, ma pratica di riapertura dei significati. La domanda decisiva diventa quindi: l’essere umano deve limitarsi a giocare il gioco del mondo così come è stato definito, oppure è ancora in grado di modificarne le regole? Se l’intelligenza artificiale rimane nel campo del probabile, l’umano conserva la possibilità del salto, dell’interruzione, della creazione di un nuovo paradigma. Un paradigma può essere migliorato dentro i suoi confini, ma può anche essere spezzato e ricostruito.
Xul Solar occupa una posizione assolutamente unica nella storia dell’arte argentina e latinoamericana del XX secolo, perché la sua opera non può essere ridotta alla pittura in senso tradizionale. La sua produzione costituisce infatti un sistema complesso di pensiero visivo in cui immagine, linguaggio, misticismo e utopia si intrecciano in modo inseparabile, dando forma a un universo personale che sfugge a ogni classificazione canonica della storia dell’arte. Nato nel 1887 a San Fernando da una famiglia di origine europea, Xul Solar sviluppò fin da giovanissimo una sensibilità visiva fuori dal comune. La sua formazione iniziale in architettura lasciò un’impronta duratura sulla struttura delle sue composizioni, caratterizzate da un rigore organizzativo che coesiste con una totale libertà rispetto alla rappresentazione accademica. Il suo celebre viaggio in Europa e in Asia all’inizio del XX secolo fu determinante: entrò in contatto con le avanguardie artistiche e con diverse tradizioni spirituali ed esoteriche, esperienze che influenzarono profondamente la sua visione del mondo e della creazione artistica. Il ritorno a Buenos Aires segnò un ulteriore punto di svolta. L’incontro con il modernismo europeo, mediato soprattutto dalla figura di Paul Klee e dall’amicizia con Emilio Pettoruti, rafforzò la sua distanza dalla pittura tradizionale. Tuttavia, Xul Solar non si limitò a recepire le avanguardie: le rielaborò in un sistema personale, in cui ogni elemento pittorico assumeva un valore concettuale e simbolico. Le sue opere non sono rappresentazioni del reale, ma costruzioni mentali, diagrammi di realtà alternative in cui lo spazio si organizza secondo logiche interne, quasi musicali, basate sulle relazioni tra forme e segni. Il colore nella sua pittura non ha funzione naturalistica, ma spirituale ed emotiva. Le tonalità intense, pure e spesso prive di sfumature tradizionali generano una sensazione di sospensione temporale, come se le scene appartenessero non al mondo fisico ma a un piano mentale o astrale. In questo modo, la pittura diventa uno strumento di costruzione della realtà più che di sua rappresentazione, e lo spazio cromatico acquista una qualità vibratoria che suggerisce un universo in continua trasformazione. Uno degli aspetti più innovativi e rivoluzionari della sua opera è l’integrazione del linguaggio all’interno della struttura visiva. La creazione della Panlingua testimonia la sua ossessione per un linguaggio universale capace di superare le barriere culturali. Nei suoi dipinti, parole, segni e sistemi di scrittura non sono elementi decorativi, ma parti strutturali dell’immagine. In questo modo, il confine tra parola e immagine si dissolve completamente, e il quadro diventa uno spazio in cui il verbale e il visivo coesistono come dimensioni equivalenti di un unico sistema simbolico. Questa dimensione linguistica è strettamente legata al suo interesse per l’astrologia, la cabala e altre tradizioni esoteriche. Tali conoscenze non compaiono come riferimenti esterni, ma come strutture portanti del suo pensiero artistico. L’universo, nelle sue opere, si presenta come una rete di corrispondenze invisibili che l’artista cerca di rendere visibili attraverso forma, colore e segno. La pittura diventa così un mezzo di esplorazione spirituale e filosofica, più vicino alla meditazione o alla costruzione di un sistema conoscitivo che alla semplice rappresentazione estetica. Nonostante la complessità concettuale, molte sue opere conservano un’apparenza sorprendentemente semplice, talvolta quasi infantile o ludica. Questa ambiguità tra immediatezza visiva e profondità simbolica è una delle caratteristiche più affascinanti del suo linguaggio. Sotto superfici che possono ricordare mappe immaginarie o illustrazioni fiabesche si celano strutture dense di significato, in cui ogni elemento è inserito in una rete coerente di relazioni simboliche. La sua vicinanza a intellettuali come Jorge Luis Borges rafforza ulteriormente questa dimensione. Entrambi condividevano la fascinazione per i sistemi infiniti, i labirinti concettuali e l’invenzione di mondi possibili. Tuttavia, mentre Borges esplorava questi temi attraverso la letteratura, Xul Solar li traduceva in linguaggio visivo, costruendo universi pittorici che funzionano come equivalenti plastici di speculazioni filosofiche e metafisiche. Oltre alla pittura e alla creazione linguistica, Xul Solar si dedicò anche all’invenzione di sistemi ludici e simbolici come il Panajedrez, una versione ampliata e rielaborata degli scacchi tradizionali, arricchita da elementi astrologici e cosmici. Anche in questo caso, il gioco non era semplice intrattenimento, ma un modello dell’universo, in cui ogni pezzo rappresentava forze in movimento all’interno di un ordine superiore. La sua vita fu segnata da una forte indipendenza intellettuale. Pur frequentando ambienti colti e bohemien di Buenos Aires, non si legò mai stabilmente a scuole o movimenti artistici, preferendo sviluppare un sistema personale e coerente, lontano dalle mode e dalle correnti dominanti. Questa autonomia radicale contribuì a rendere la sua figura ancora più singolare e difficilmente classificabile. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tigre, dove morì nel 1963. La sua casa, oggi conservata come spazio museale, riflette perfettamente il suo universo interiore: un luogo pieno di simboli, studi linguistici, opere e materiali che testimoniano la fusione totale tra vita quotidiana e creazione artistica.
La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
Che dopo questa vita di nuovo ci si debba svegliare con il suono delle trombe e i corni? Scusami Signore, ma credo che per tutti noi il segno della resurrezione sarà il canto semplice di un gallo.
Per un attimo ancora rimarremo a letto. La prima che si alzerà sarà la mamma. Sentiremo come nel silenzio accende delicatamente il fuoco, come mette l’acqua a bollire, e come con un gesto quotidiano tira fuori dalla credenza il macinino del caffè. Saremo di nuovo a casa.
L’occasione dell’anniversario di attività di questo Litblog è propizia per alcune considerazioni circa l’evoluzione della scrittura. In particolare è interessante osservare che nel mondo produttivo della scrittura, culturale artistica, scientifica, o di qualunque altro genere, dieci anni fa l’intelligenza artificiale non aveva l’impatto attuale, nel senso che già esisteva, ma non era alla portata di tutti, come avviene oggi. Negare che essa stia pervadendo l’attività dello scrittore in senso lato (poeta, saggista, narratore, giornalista ecc) e il suo prodotto, non meno che moltissimi altri campi e professioni, soprattutto quelli che possono essere svolti attingendo a dati informatizzati, è bendarsi gli occhi sulla realtà. Temere l’evoluzione del processo in corso è comprensibile. È il nuovo che avanza, e come spesso avviene il nuovo, che piaccia o no, non avanza a piccoli passi, ma a passi da gigante. È spiazzante, travolgente, stupefacente. Nel campo delle immagini lo è in modo più appariscente, nel senso che per le immagini basta uno sguardo per percepire il risultato. Sulla scrittura il processo è meno immediato, ma ugualmente presente e altrettanto sorprendente. Basta leggere, ma per leggere occorre tempo. Conoscendo le inclinazioni umane è certo che l’IA non è e non sarà usata solo a fin di bene, ma anche in male. Tanto per fare qualche esempio: per scopi criminali, per la guerra. Sebbene al riguardo i suoi creatori s’impegnino a inserire paletti per impedire usi impropri. Sul fronte scrittura accade dunque che mentre ancora scrittori e scrittoruncoli, poeti e poetuncoli s’affannano a scrivere, pubblicare, promuoversi, s’impegnano a dire o cercare di sentirsi dire che il parto della loro creatività è il miglior libro dell’anno, degli ultimi anni o decenni, chatgpt in testa e tutti gli altri modelli e app basati sull’IA che spuntano come funghi nel panorama informatico, imparano a fare sempre meglio ciò che fa l’uomo in scrittura, fino a renderci dubbiosi che la scrittura “originale” così come è stata finora pensata ed elaborata possa proseguire, avere un futuro. È evidente infatti che i social media siano inondati con scritti prodotti con l’IA, ma siccome si fa una gran bella figura a pubblicarli come se fossero propri e come se non ci fosse un domani, vale a dire a ritmo impressionante, alimentando le proprie seguitissime pagine di proposte ben confezionate, acchiappalike, che innalzano ulteriormente lo share della pagina social, nessuno osa dire ciò che appare chiaro alla lettura di occhio esperto e cioè quanto ci si avvalga dell’IA. Quest’ultima è pronta in pochissimi secondi con i giusti input di dialogo, chiamati prompt, a elaborare un racconto di qualunque genere: fantascienza, horror, poliziesco, romantico ecc oppure un articolo d’informazione culturale, storico, scientifico o altro qualsivoglia argomento. Spesso all’IA viene chiesto di produrre un racconto “sottoponendo” una foto ispiratrice. Gli elaborati tuttavia non sono frutto del lavoro e del pensiero umano, ma il risultato dell’operazione di estrazione dalla rete di tutte le informazioni utili e disponibili allo scopo opportunamente e sensatamente elaborate. C’è chi l’ha definita la più grande e riuscita operazione di plagio della produzione umana (Noam Chomsky). Chi mette un allarme sul tramonto di numerose professioni che saranno soppiantate dall’IA. Quel che appare certo è che non sarà un progresso indifferente, non lascerà intatto ciò che ha trovato, lo modificherà profondamente, ma la piega di ciò che accadrà non è puntualmente prevedibile.
Occorre quindi restare in vigile attesa, osservare con spirito curioso, come sentinelle o ancora meglio come vedette, se si riesce, con l’attitudine a guardare lontano, a prevedere. Occorre, aggiornarsi, non chiudere gli occhi, non tacere, sperimentare senza prevenzione, inventare modi nuovi di fare, e dire ciò che è, contribuendo così all’analisi del mondo che si evolve.
Ora per dare un’idea concreta di ciò che avviene, premettendo che è la prima volta che sperimento in tal senso l’IA, e che finora me ne sono avvalsa solo per creare immagini, riporto quanto chatgpt ha proposto come articolo per i Dieci anni di Limina mundi. L’esperimento si è svolto prima che fosse immesso in rete l’articolo omonimo, frutto dei contributi dei redattori. In corsivo il prompt immesso, di seguito la risposta di IA, in grassetto il titolo da essa “inventato”, in fondo, nuovamente in corsivo la proposta di perfezionamento di chatgpt. È tutto vero, nessun pesce d’aprile.
Il litblog Limina mundi https://liminamundi.com/ è attivo in rete da 10 anni, il 21 marzo ricorre l’anniversario di inizio attività scrivi un articolo sulla ricorrenza
Dieci anni di “Limina Mundi”: una soglia aperta sulla letteratura
Il 21 marzo segna una data significativa per il litblog Limina Mundi: l’anniversario della sua presenza in rete. Sono passati dieci anni dall’avvio di questo spazio digitale dedicato alla letteratura, alla poesia e al pensiero critico, un luogo che nel tempo si è trasformato in una vera e propria comunità culturale, capace di accogliere voci diverse e di promuovere un dialogo continuo tra autori, lettori e studiosi. Il nome stesso del blog suggerisce un’idea simbolica potente. Limina mundi, letteralmente “le soglie del mondo”, richiama un luogo di passaggio e di incontro: una frontiera culturale in cui le parole attraversano generi, esperienze e sensibilità differenti. In questo spazio la letteratura non è solo oggetto di studio o di contemplazione, ma diventa pratica viva, occasione di confronto e di riflessione sul presente. Fin dalla sua nascita, il blog ha costruito una fitta trama di contenuti: poesie, racconti, saggi brevi, recensioni e interventi su temi culturali e sociali. Questa pluralità di registri riflette la volontà della redazione di mantenere aperto il campo della scrittura, evitando rigide separazioni tra generi e linguaggi. Nei suoi archivi convivono testi poetici, riflessioni civili, percorsi di lettura e contributi di autori contemporanei, creando un mosaico che testimonia la vitalità della letteratura nel nostro tempo. Nel corso degli anni Limina Mundi ha ospitato numerosi autori e collaboratori, diventando un punto di riferimento per chi cerca uno spazio di pubblicazione e di dialogo fuori dai circuiti editoriali più tradizionali. Questa dimensione collettiva è uno dei tratti distintivi del progetto: il blog funziona come una piccola rivista permanente, aggiornata con costanza e animata da una comunità di scrittori e lettori che condividono l’idea della letteratura come bene comune. Il decimo anniversario rappresenta dunque non solo una ricorrenza simbolica, ma anche un’occasione per riflettere sul ruolo dei litblog nel panorama culturale contemporaneo. In un’epoca dominata dalla rapidità della comunicazione digitale, questi spazi dimostrano che è ancora possibile coltivare tempi più lenti di lettura e di scrittura, favorendo un’attenzione autentica alla parola. Celebrare dieci anni di attività significa riconoscere la costanza di un lavoro editoriale spesso silenzioso ma prezioso: selezionare testi, dare voce agli autori, costruire nel tempo un archivio di scritture che documenta sensibilità e visioni del presente. Ogni articolo pubblicato, ogni poesia condivisa, ogni riflessione critica contribuisce a mantenere viva quella soglia – il limen – attraverso cui la letteratura continua a interrogare il mondo. Il 21 marzo, data che coincide anche con l’inizio della primavera e con la Giornata mondiale della poesia, diventa così un simbolo particolarmente felice: un momento di rinascita e di apertura, perfettamente in sintonia con lo spirito del blog. Dopo dieci anni di navigazione nel mare aperto della scrittura, Limina Mundi continua dunque il suo viaggio, fedele alla propria vocazione: essere un luogo di incontro, di ascolto e di passaggio, dove la parola letteraria possa ancora trovare spazio, respiro e futuro.
Se vuoi, posso anche: adattare l’articolo allo stile tipico del blog (più saggistico o più lirico) oppure scriverne una versione più breve e celebrativa, come editoriale per il giorno dell’anniversario.
L’Edipo di poi è un Peter Pan pandemico che lancia sassolini alla finestra riscaldata: la solita zuffa e i cocci sono miei mentre chi rompe vaga questo limbo a chi lo do?
Cavalpesante
Ah, se soltanto in prima elementare assieme alla maestra e ai compagni di classe non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato per assistere alla visione de La storia infinita. Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani. Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni lo psicanalista raffinasse questa teoria. Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima nata tra il ’77 e il ’79 la cui dunque adolescenza è stata in egual misura devastata dalla scena lancinante cruenta dove il cavallo bianco del guerriero è inghiottito centimetro dopo centimetro nelle paludi della tristezza. Il collo di neve pura poi il marmoreo muso intero risucchiato nella melma irreversibilmente.
Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa (E.T., a confronto, una rugosa barzelletta) e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep. Occhietti come spicchi di specchi di paura che hanno preso a proliferare in ogni mia molecola. E no, non avevo colto, quella volta al cinema che la storia fosse infinita all’infinito. A 6 anni non lo realizzi mica nella scossa funesta improvvisa che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a perché dall’istante in cui ti sarai alzato dalla poltrona non ci sarà là fuori intorno per il tuo destriero pallido un limite all’abisso né al talento di sprofondarci.
Barbarie da bar
«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?» «Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero» «Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere». Ebbene sì, è questa l’ultima moda. L’infelice ritornello già in testa alla classifica. Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo. E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani: una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia. Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze. Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta l’essenziale sobrietà dei serial killer i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie. Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.
ATMostruosità
Doors open on the right sputacchia la racchia voce sforacchia le masse lasse
dalle casse scartavetranti pedestre pedagogia della spastica maestrina dalla sera alla mattina Please hold on to the handrails poi Cenacolo Vinciano poi Change here for metro line 2 poi Toglietevi lo zaino Please beware of pickpockets ma la sola unica cosa di cui ci hanno depredati per giorni e mesi e anni vagolando tra i vagoni è un dannato, inopinabile brandello di silenzio.
Alba euforica
Addosso lo spasso del rosso ossa smosse dalla fossa il collasso del bossolo crasso bossanova del masso rimosso.
Autosuggestioni per una digestione migliore
Su una panchina con gli occhi chiusi un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia masticare con lentezza meditativa i cannelloni acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga. Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te è una moglie, una mamma in sintesi Sandra Milo. L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully con un cuore inossidabile dipinto sulle labbra. Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.
Anti auguri
Non lo desti il beneplacito per quella placenta frignante la tutt’oggi fumante patata che non hai rimbalzato ad un altro e hai voglia a soffiarci e risoffiarci sopra… però sono candeline: a che numero stanno ammontando? Ma tante tante tante. Pari almeno alle carie del caval donato. Mentre di anno in anno la torta si è fatta torto il desiderio sfiatato più fosco e più comico.
Monocromo
In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose la quale è anch’essa verde, verde come la speranza. La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire. Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.
Non trovo cane per i miei denti
Quantomeno ho smesso di avercela con te in merito alla questione che non mi desideri che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi. La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.
Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore. Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza sconto la mia pena di pene nella sabbia. Rabbia nei tuoi confronti che oggi è un grilletto parlante.
Mi ciucciano cannnucce
Tettucci sdrucciolevoli beccucci più che boccucce cucciolate di corrucci incappucciate lucciole cartucce, luccichii di lucci uccisi in grucce. Sbucciante, sbertucciante fa spallucce uccel di bosco.
La grazia di scomparire
Faticoso nonché imbarazzante tutti i santi giorni reinventarsi il proprio crimine fingere di ricordare che diavolo si sia mai fatto di così riprovevole di talmente efferato per meritarsi di esserci.
Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).
Fiore di Mariposa, fiore nazionale cubano, candido, diffuso sul territorio, profumatissimo ph. Yuleisy Cruz Lezcano
Limina Mundi, per favore, accogliete la mia confessione: Ho viaggiato come ho potuto, senza partire davvero, facendomi strada con la curiosità dalla sedia. Il privilegio si è rivelato una geografia interiore più vasta di qualsiasi mare. Lì ho scoperto un cosmo segreto, una sfida lanciata al caos, dove ho ingurgitato versi e versi di Juan Ramón Jiménez, di Gastón Baquero, di José Lezama Lima, di Paul Valéry, come se ogni parola fosse pane e io una fame senza tregua. E ancora pensieri, come lampi ostinati, di José Ortega y Gasset, di Miguel de Unamuno, di Antonio Machado, di María Zambrano, di Luis Cernuda, che mi attraversavano come vento tra porte socchiuse. E poi, in un gesto compulsivo, Don Chisciotte della Mancia, che non ho letto, ma abitato, come si abita l’eccesso dell’enigma o un sogno che insiste. Così, cercando nuovi passaggi, ho innalzato l’isola che mi nuota dentro, una terra instabile e viva che solo la parola sa trattenere. E la parola, ah, la parola! è diventata un salone di ballo, un armadio magico, dove si aprono labirinti e intrallazzi, stanze che si moltiplicano al tocco di una sillaba. Qui la poesia resiste al tempo, è un’arca che fluisce lenta sulle acque di tutti i segreti, custodendo il respiro nascosto della natura. E mentre scrivo, dialogo con un gabbiano che ha un occhio di vetro e mi guarda, forse lui sa tutto, sa delle persone che parlano tutto il tempo di sé, affettando il ritmo interno del colloquio, come se ogni viaggio non fosse che questo: restare sulla soglia e imparare a vedere che l’ultima parola non è di chi impone la sua opinione ma di chi sa che il dialogo è una sorta di religione, una forma di scrivere, un rigagnolo dentro il mare dove l’acqua scorre differenziandosi dall’acqua.
Per il 19 marzo di Limina mundi, una poesia di Giovanna Sicari
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Vorrei farti felice con questo niente
Babbo, vorrei comprarti tutte queste piccole cose esposte al mercato, cose piccole, inutili: arnesi, cianfrusaglie, biglietti. Vorrei farti felice con questo niente che colma il vuoto con quest’amore che ripara, tu solo annaffi le piante lievi lavi e curi ogni cosa e scavi nella compostezza della vita, con decisione raccogli foglioline e altro tu solo puoi entrare nell’infinito.
da Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)
“Passato!” è una novella di Giovanni Verga dalla raccolta Tutte le novelle, Oscar Mondadori, 1973. Si tratta di una novella breve, senza dialoghi, nella quale di frequente il capoverso inizia con la parola “Penso”, una sorta di refrain; declinata tutta in prima persona, essa consiste in una profonda e intima riflessione dell’autore rivolta al tempo passato, si distingue perciò dalla produzione verghiana, caratterizzata dall’osservazione oggettiva e dalla “spersonalizzazione” tipica del Verismo, corrente letteraria alla quale si ascrive la produzione maggiore dell’autore. Pervasa da un tono malinconico, venata di sentire poetico e contemplazione esistenziale, la novella s’incentra sul dolore profondo che il passare del tempo e il ricordo dei cari suscita nel narratore. Inserti descrittivi della natura costituiscono elementi vivi nel testo che esaltano la ricorrenza dei fenomeni, introducono il verde della speranza, questi insieme alle memorie di un passato sereno leniscono il dolore, ma il suo svanire, lo rende, proprio per questa ragione, a sua volta inutile, colpevole di inconsistenza, e accentua il senso di vacuità del vivere e l’anelito a lasciarsi andare all’incoscienza del sonno.
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Qui, quando la città è più festosa e la folla più allegra, penso alla campagna lontana, laggiù, fra i miei monti, dietro il mare azzurro. Penso ai sentieri verdeggianti, alle siepi odorose, alle lodole che brillano al sole, alla canzone solitaria che sale dai campi, monotona e triste come un ricordo d’altre patrie. Penso a quell’ora dolce del tramonto, quando l’ultimo raggio indora le nevi della montagna, e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte. Penso a quell’ora calda di luglio quando il sole innonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra, e il grillo nelle stoppie canta la canzone dell’ora silenz8iosa. Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna. Penso alle lunghe notti d’inverno spazzate dal vento e dagli acquazzoni, agli alberi che gemono nel temporale, e vi raccontano fantastiche storie cui sorridono gli occhi dei vostri cari, raccolti intorno alla lampada domestica. Penso alla mia fanciullezza, che sembra sia tutta trascorsa in quella nota campagna; penso a quei colli, a quei valloni, a quei sentieri, a quella fontana, davanti alla quale è passata tanta gente, che veniva da lontano, a quel cespuglio su cui moriva il sole d’autunno quel giorno in cui vi passaste anche voi, con me, per l’ultima volta. Quest’ultimo raggio di sole che mi è rimasto in cuore come un addio, come la vaga angoscia dei giorni spensierati dell’infanzia, che ci fa presentire le amarezze della vita, con un senso di vaga e dolorosa dolcezza. Penso a quel sasso in cui ho segnato il primo amore de’ miei tredici anni, quando non conoscevo ancora altri dolori all’infuori di quelli creatimi dalla mia fantasia. Ora che il dolore so cosa sia, il dolore vero, quelle che vi immerge le unghie nella carne viva e vi ricerca le fibre del cuore, quello che vi divorava le lagrime, le sensazioni e le idee, quando la morte entrò nella vostra casa…; penso ancora a quei luoghi, a quelle scene serene che vi tornano dinanzi agli occhi feroci come un’ironia nell’ora terribile di quell’angoscia; penso al muricciolo di quella fontana al quale si sono appoggiati quelli che non son più, a quell’erba che si è piegata sotto i loro passi, a quelle pietre sulle quali si erano seduti. Ora l’erba è morta anch’essa, ed è risorta tante volte. Il sole l’ha bruciata, e la pioggia l’ha fatta rinascere. Quando le nuove gemme hanno verdeggiato nella siepe lì accanto, ne’ bei giorni d’aprile, essi non sapevano più nulla di voi, miei cari! Io che sono rimasto, penso a quell’erba che non è più la stessa, a quelle pietre che dureranno ancora, mentre voi siete passati su di loro – e per sempre; penso che dell’altra erba spunta e muore fra le pietre della vostra fossa; e quando penso che lo strazio feroce di questo dolore non è più così vivo dentro di me, che ogni strappo dell’anima lentamente va rimarginandosi, mi viene uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla, d’ogni cosa umana, se non dura nemmeno il dolore, e vorrei sdraiarmi su quell’erba, sotto quei sassi, anch’io nel sonno; nel gran sonno.
Insiste il ricordo di quell’ippocastano giochi infantili tra i rami scorsa di vite smarrite cadono castagne matte la madre attende un figlio la guerra non è finita incessante il sorvolo di areoplani il padre sotto la sua ombra scrive imperturbabile all’irrompere del vento vento di bora che spezza i rami l’albero non ha voce per gridare ed è incerto il mattino ma profuma la magnolia nella sua veste bianca un po’ consola.
22-9-2024
La fiaba del giardino
Non chiedermi nulla della vita non so risponderti, ogni domanda s’annulla nel fitto di gelsi e palme. Storditi dalla calura lentamente camminiamo un verde silenzio di sguardi ci avvince in pacata voluttà. Lieve il vento sull’umida pelle.
28-8-2017
Vivo d’anime il giardino
Rastrema il gelo preme la fame d’un raggio la quadratura d’un giorno di sole polvere e fumi salgono dalle case, non cede la morsa del freddo nel nebbioso richiamo d’un’eco geme il giardino di sgomento per non morire cela germogli dentro la dura scorza della terra, affioreranno forse ma non ora gravida di nubi la stagione misura la forza d’ogni vita, le anime impaurite cercano rifugi da quel viatico e fanno ressa gemono tra venature d’alberi le radici protese al futuro.
20-1-2021
Il verde e le viole
Invadono il verde le viole molle la fanghiglia le circonda a passi rapidi sali il sentiero qualcuno forse una donna già attende non posso raggiungerti inutile chiamare fitti i rami s’addensano in un incauto incesto e tutto si confonde in un turbinio di foglie d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua nel frangere copioso della pioggia sul breve intervallo d’una vita.
2-6-2024
Primule gialle
…corrono veloci i ragazzi le sciarpe e i capelli al vento vanno liberi incontro al mattino luminoso nessuno può fermarli squillano gaie le primule gialle al breve istante di sole.
20-4-2010
Nel vuoto d’una stanza
S’imminia un fiore nel vuoto d’una stanza non lo recide il pensiero e s’effonde un profumo antico di legni forse di quercia tra gelide lenzuola richiamo di quel tempo il più fugace e presente non c’è un braciere la notte fraseggi indistinti di rami e fruscii lontani calde le mani d’una madre sulla fronte e sale il gelsomino sull’impervio muro d’un bianco stupore la nostalgia che non s’arresta tra grigie pareti.
La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita. La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica. Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa. Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile. La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile. Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.
Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath
disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024
Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti. Quello che vedo lo ingoio all’istante così com’è, non velato da amore o da avversione. Non sono crudele, sono solo veritiero— l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare. Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte. È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è. Facce e buio ci separano ripetutamente. Ora sono un lago. Una donna si china su di me, cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente. Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde. Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente. Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani. Sono importante per lei. Va e viene. Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio. In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.
Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati. Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre. Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile. I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali. Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale. In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto. Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi. Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio. In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico. Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale? Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.
È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto, ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce, tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto, ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci, ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova, ciò che si fa schiuma per non morire del tutto, ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno, ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce, ciò che avanza nella luce e trema degli abissi, tutto questo — e molto di più: è il mare.
Jules Supervielle
C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait, Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait, Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret, Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre, Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver, Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait, Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel, Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface, Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs, Tout cela et bien plus encore, La mer.
Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960).
Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).