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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Una poesia breve. Video lettura

05 giovedì Nov 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA, Video

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Loredana Semantica legge una poesia tratta dal suo ultimo lavoro “La casa che scrive”. Il libro è un ibrido tra poesia e narrativa, contiene testi in prosa poetica, poesie, disegni della stessa autrice. È disponibile qui https://amzn.eu/d/0i4VjyjF

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Prisma lirico 56: Vladimir Nabokov, Edouard Manet, Emil Nolde, Giorgio De Chirico

01 domenica Nov 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Prisma lirico

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Tag

Edouard Manet, Emil Nolde, Giorgio De Chirico, Vladimir Nabokov

Buona festa di Tutti i Santi, da Limina mundi

Edouard Manet

Nel tramonto

In un tramonto, accanto alla medesima panca,
come nei miei giovani anni,

in un tramonto, tu sai quale,
con una nuvola lucida e un maggiolino,

accanto alla panca di legno mezzo marcio,
in alto sul fiume rosato,

come allora in quei giorni lontani,
sorridi e storna il viso,

se alle anime morte da tempo
è dato talvolta tornare.

Vladimir Nabokov

Emil Nolde

Poesia “Nel tramonto” di Vladimir Nabokov 1935, dalla raccolta “Poesie”, 1952

Opere:

Edouard Manet, “Il mio giardino”, 1881

Emil Nolde, “Tramonto sulle montagne blu”, 1945

Giorgio De Chirico, “Melancolie Hermetique”, 1919

Giorgio De Chirico

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Prisma lirico 55: Antonia Pozzi, Jan Mankes, Charles Warren Eaton

29 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, Prisma lirico

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Antonia Pozzi, Charles Warren Eaton, Jan Mankes

Jan Mankes

Tramonto

Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascano le primule –
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i colori del cielo –
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.

Antonia Pozzi

Charles Warren Eaton

Poesia “Tramonto” di Antonia Pozzi, 1933, dalla raccolta “Parole” Mondadori, 1939

Opere:

Jan Mankes, “Filare di alberi”, 1915

Charles Warren Eaton “Chiaro di luna sul canale di Bruges”, 1910

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Tre poesie visive di Gabriele Micozzi

27 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, POESIA

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Gabriele Micozzi

Sono al confine tra le arti le tre poesie visive inedite di Gabriele Micozzi, raccolte sotto il titolo Domenica, fortuna, coda: Calciologia, Grattaevincilogia, Autologia.

“In ciascuna il testo riempie la sagoma dell’oggetto di cui parla: un pallone, un gratta e vinci, un’automobile. La forma diventa così la gabbia del contenuto. Sono tre manifesti contro tre consolazioni italiane: la domenica al posto della vita, la fortuna venduta dallo Stato, la libertà ferma in tangenziale. In un angolo, ogni tavola ha una piccola scena parlata che ne è il contrappunto. Nella prima, al bar dello sport, il lunedì si discute ancora se fosse rigore, mentre la fabbrica ha chiuso.”

Nota biografica

Gabriele Micozzi (Macerata, 1968) è poeta, narratore e saggista. Vive tra Milano, Roma e le Marche. I suoi testi sono usciti in quindici paesi, su riviste come Bellevue Literary Review, Asymptote, Strange Horizons, American Poetry Journal, Cha: An Asian Literary Journal, Kitaab, 34thParallel e Poetry Lab Shanghai, oltre a ballast, che gli ha dedicato un intero numero. È stato candidato al Pushcart Prize 2026 e finalista al Bath Flash Fiction Award 2026. Ha pubblicato EroSferica (TransEuropa), Peccati, Perversioni e Preghiere (AttraVerso), Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) e La Legge del Sì (FrancoAngeli). È docente alla LUISS Business School e all’Università Politecnica delle Marche.

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La casa, il tempo, il paesaggio. La poesia di Paolo Polvani in Cucine abitabili

22 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Con Cucine abitabili, pubblicato per la prima volta nel 2014 e oggi riproposto da Arcipelago Itaca nel 2026, Paolo Polvani consegna al lettore una poesia che trova nella concretezza delle cose il proprio punto di partenza e nella loro progressiva trasfigurazione il proprio approdo. È una poesia che non ha bisogno di allontanarsi dal quotidiano per diventare lirica, ma al contrario, sembra cercare nella dimensione domestica, negli oggetti, nei corpi, nei gesti consueti e nei paesaggi familiari quella soglia attraverso la quale il reale può improvvisamente rivelare la propria dimensione enigmatica.

Il titolo stesso, Cucine abitabili, contiene già una dichiarazione poetica. La cucina è uno dei luoghi più concreti dell’esistenza, spazio della quotidianità, del cibo, delle relazioni familiari, delle abitudini; ma l’aggettivo «abitabili» sposta immediatamente l’attenzione dalla semplice funzionalità dell’ambiente alla possibilità di viverlo, di riempirlo di presenze, di memoria, di affetti. La cucina diventa così una figura della casa e la casa, a sua volta, una figura della vita. Non è soltanto uno spazio fisico: è un organismo sensibile nel quale gli oggetti sembrano conservare le tracce di chi li ha toccati, guardati, utilizzati, amati.

La poesia inaugurale, «Cosa accade alla casa quando esco sbattendo la porta», a pagina 9, costituisce in questo senso una sorta di manifesto della raccolta. Il titolo introduce già una domanda apparentemente semplice, quasi narrativa, ma in realtà profondamente ontologica: cosa accade alle cose quando l’uomo si sottrae alla loro presenza? Che cosa rimane di una persona quando esce dalla casa? E, soprattutto, gli oggetti continuano a vivere, a parlare, a registrare l’assenza? La risposta di Polvani è sorprendente perché consiste nell’attribuire agli oggetti una forma di vita autonoma. Le «parole» che precedono il silenzio continuano a «volteggiare nell’aria»; i loro «vuoti involucri» si adagiano lungo le pareti; «piccoli insetti diventano padroni del silenzio»; la poltrona «trattiene il vuoto della forma»; i quadri «mantengono un rigido riserbo»; la finestra «registra» il profilo delle nuvole; il frigorifero «si mette a borbottare». È qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Polvani: la personificazione. Gli oggetti non sono semplicemente descritti; vengono dotati di comportamento, intenzione, memoria, perfino di una forma di coscienza. La poltrona non è vuota: «trattiene il vuoto della forma». La formula è particolarmente felice perché il vuoto non viene rappresentato come semplice assenza, ma come traccia positiva di una presenza precedente. La poltrona conserva la sagoma di chi vi sedeva, così come la casa conserva, attraverso i suoi oggetti, la memoria di chi l’ha abitata, in cui l’assenza diventa dunque una presenza paradossale.

La poesia procede attraverso una fitta successione di personificazioni, metafore e slittamenti semantici. La finestra «registra» le nuvole, come se fosse una macchina fotografica o un dispositivo di memoria; il frigorifero «borbotta» come un essere umano; le tubature producono «gorgoglii, guaiti», «sospiri, soffi». La casa viene antropomorfizzata fino a diventare un organismo dotato di un proprio sistema nervoso e di una propria voce. È significativo, inoltre, che il poeta ricorra frequentemente a verbi appartenenti al campo semantico umano per descrivere oggetti inanimati: «parla», «registra», «trattiene», «mantengono», «borbotare», «conservano». L’operazione poetica consiste dunque nel trasferire qualità umane alle cose, ma anche, implicitamente, nel trasferire qualità delle cose all’uomo. La casa diventa una forma della coscienza.

Anche la struttura sintattica contribuisce a questo effetto. Il componimento procede per accumulo, attraverso una serie di proposizioni prevalentemente coordinate. La sintassi non costruisce una narrazione tradizionale, ma una sequenza di percezioni. Ogni frase aggiunge un elemento alla scena e contemporaneamente dilata il silenzio iniziale. È una struttura per successive messe a fuoco, quasi cinematografica: la poltrona, i quadri, il pavimento, la finestra, il frigorifero, il sole, una pantofola, il postino, il traffico, le tubature. L’occhio del poeta si muove nella casa come una macchina da presa, ma una macchina da presa che progressivamente attribuisce vita a ciò che osserva. Particolarmente significativa è l’immagine della pantofola: «una pantofola, cerbiatta timida / prossima alla consunzione». Qui l’oggetto domestico viene trasformato in animale attraverso una metafora sorprendente. La pantofola è «cerbiatta» perché è fragile, appartiene alla dimensione della familiarità e dell’intimità, ma anche perché sembra improvvisamente dotata di una propria timida presenza. L’aggettivo «timida» accentua la personificazione, mentre «prossima alla consunzione» introduce il tema del tempo e dell’usura. È proprio questo il punto in cui la poesia domestica di Polvani si apre alla dimensione esistenziale. Gli oggetti si consumano perché il tempo li attraversa. La casa non è soltanto il luogo dell’assenza: è il luogo in cui il tempo diventa visibile.

Il verso «Si assiste alla declinazione degli oggetti / durante la parabola del sole» è particolarmente rivelatore. Il sostantivo «declinazione» appartiene alla grammatica, ma qui viene applicato agli oggetti; «parabola» appartiene invece al linguaggio geometrico e astronomico. L’intera frase costruisce una metafora temporale: gli oggetti sembrano declinarsi, modificarsi, perdere progressivamente luce mentre il sole compie il proprio percorso. Il tempo non viene dunque raccontato direttamente, ma misurato attraverso le cose. Questo procedimento è fondamentale per comprendere la poesia di Polvani. Il poeta non afferma astrattamente che il tempo passa: mostra una pantofola consumata, una luce che cambia, una casa vuota, una madre che invecchia. A pagina 11, in «I tuoi anni», questa trasformazione diventa esplicita. L’interlocutrice è la madre:

«Guarda mamma, i tuoi anni / si allungano spediti / come formiche in fila indiana / sul tavolo di marmo / della cucina». Ancora una volta Polvani ricorre a un’immagine concreta per rappresentare un concetto astratto. Gli anni vengono trasformati in formiche. La similitudine è efficace non soltanto perché rende visibile lo scorrere del tempo, ma perché introduce un senso di movimento inarrestabile. Le formiche procedono «in fila indiana», una dietro l’altra, e «già s’appressano al bordo». Il bordo del tavolo diventa così il bordo della vita e l’immagine possiede una semplicità quasi infantile, ma proprio questa semplicità le conferisce forza. Il tempo non viene rappresentato mediante grandi simboli tradizionali, l’orologio, la clessidra, il fiume, ma attraverso una scena domestica. Il tavolo della cucina diventa il luogo sul quale gli anni della madre avanzano inesorabilmente. La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica: La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica:

«la luce del neon / spande un sentore d’inverno / e d’improvviso / sento freddo». Qui la sinestesia è evidente: una luce, elemento visivo, produce un «sentore», termine appartenente al campo olfattivo. Ma il «freddo» finale non è soltanto fisico. È il freddo della consapevolezza, della paura della perdita, della percezione improvvisa della vecchiaia della madre. La luce del neon, fredda e artificiale, diventa così una metafora della coscienza che si accende improvvisamente davanti al tempo. Il passaggio è tipicamente polvaniano: dall’oggetto alla percezione, dalla percezione all’emozione, dall’emozione alla condizione esistenziale.

A pagina 16, «I segni del tempo», la relazione fra corpo e tempo viene affrontata con un’immagine di grande densità: «I segni del tempo si depositano / sulla tua pelle come una polvere dorata». Ancora una volta il tempo diventa materia. I suoi segni «si depositano» come una sostanza fisica. Ma quella polvere non è grigia né sporca: è «dorata». L’aggettivo modifica radicalmente il significato della metafora. Le rughe e i segni dell’età non sono semplicemente devastazioni prodotte dal tempo, ma possono diventare qualcosa di prezioso. La pelle della persona amata contiene la storia di chi ha vissuto. La poesia introduce quindi un’altra immagine significativa: «Specchiano l’adesione dei miei autunni». Il plurale «autunni» trasforma la stagione in una metafora della maturità e dell’invecchiamento. Ma il poeta non contempla dall’esterno il trascorrere del tempo: gli autunni dell’altro riflettono i propri. Il tempo della persona amata diventa il tempo del soggetto. Il verso «non posso che amarli / come si ama l’aria» conduce questa metafora verso una dimensione quasi assoluta. L’aria è ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che respiriamo senza pensarci. Amare i segni del tempo «come si ama l’aria» significa accettare l’invecchiamento dell’altro come parte inseparabile dell’amore stesso. In queste poesie il corpo non è quindi semplicemente un oggetto erotico o visivo. È un archivio temporale. Ed è proprio questa attenzione al tempo che consente di comprendere il rapporto fra dimensione domestica e dimensione affettiva in Cucine abitabili. La casa e il corpo svolgono una funzione analoga: entrambi conservano tracce. Entrambi registrano assenze. Entrambi mostrano l’azione del tempo.

La forma della persona rimane nella poltrona; gli anni della madre scorrono sul tavolo; il tempo si deposita sulla pelle; gli oggetti conservano i colori; le stanze trattengono paure e voci. Nulla è completamente presente, ma nulla è completamente perduto. Questa concezione della realtà spiega anche il frequente ricorso alla personificazione. Se le cose possono parlare, ascoltare, ricordare, aspettare, allora il mondo di Polvani è un mondo nel quale la separazione fra soggetto e oggetto diventa porosa. L’uomo non è davanti alle cose: è immerso in una rete di relazioni con esse.

Da questo punto di vista, la poesia conclusiva, «Il significato del paesaggio», a pagina 57, assume un valore quasi programmatico. Se l’inizio della raccolta porta il lettore dentro la casa, l’ultima poesia spalanca le finestre verso il paesaggio. La traiettoria sembra dunque andare dall’interno verso l’esterno, dalla stanza al territorio, dall’oggetto domestico alla terra, ma il procedimento poetico rimane sostanzialmente identico. Gli ulivi «restano inchiodati alla collina»; non hanno «la vanità di credersi i capelli della terra»; non «scuotono le chiome»; sono «pensieri fermi». Ancora una volta la natura viene antropomorfizzata. Gli ulivi possiedono caratteri umani: possono avere vanità, aspirazioni, atteggiamenti, perfino un codice comportamentale. La metafora dei «capelli della terra» è particolarmente efficace perché trasferisce al paesaggio una fisionomia umana. Gli ulivi diventano capelli; la collina diventa corpo. Ma Polvani rovescia subito l’immagine attraverso l’ironia: gli ulivi non hanno la «vanità» di crederlo. La sua poesia, infatti, non rinuncia mai completamente all’ironia, nemmeno davanti al paesaggio. Gli ulivi aspettano «un’euforia di tuoni», uno «sproloquio di pioggia» per «sfoggiare l’abito della festa, a volte persino la cravatta». Il linguaggio colloquiale e antropomorfico trasforma il paesaggio in una comunità di esseri viventi che sembrano avere comportamenti sociali. Lo «sproloquio di pioggia» è una metafora particolarmente felice: la pioggia diventa parola e il temporale diventa discorso eccessivo, quasi verboso. L’«abito della festa» e la «cravatta» trasferiscono invece il paesaggio nel campo semantico della socialità umana.

Questa capacità di abbassare il linguaggio poetico verso il quotidiano costituisce uno dei tratti distintivi della scrittura di Polvani. La poesia non ha bisogno di parole solenni per essere lirica. Può parlare di una cravatta, di un frigorifero, di una pantofola, di un neon, di tubature che gorgogliano. Il paesaggio, nella parte successiva della poesia, non è più immobile. «Il paesaggio immobile si muove»: l’apparente ossimoro condensa uno dei nuclei concettuali più importanti della raccolta. Il paesaggio sembra stabile, ma è continuamente trasformato dalle stagioni, dagli animali, dagli uomini, dai trattori, dalla pioggia, dal vento, dalla notte.

Si veste di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni; è attraversato dalle bisce; apre e chiude finestre e imposte; «sparisce, grida, poi riappare». La metafora del vestire è particolarmente insistita: il paesaggio «si veste» di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni. La terra viene trattata come un corpo capace di cambiare abito. Ma questa personificazione non è semplicemente decorativa. Serve a mostrare che il paesaggio non è una realtà neutra posta davanti allo sguardo umano: è una realtà in trasformazione continua, che partecipa della vita. Il verso conclusivo «Il paesaggio mi divora gli occhi» porta questa relazione a un punto estremo. Così non è più il poeta a guardare il paesaggio: è il paesaggio che guarda, assorbe, divora il poeta e il rapporto fra soggetto e oggetto si rovescia.

Questa conclusione permette di rileggere retrospettivamente l’intera raccolta. All’inizio è il poeta che osserva gli oggetti della casa; alla fine è il paesaggio a «divorare» lo sguardo del poeta. L’osservatore diventa osservato, il soggetto si dissolve nell’oggetto, la distinzione fra io e mondo si fa incerta. È un esito quasi fenomenologico della poesia di Polvani: il mondo non è semplicemente qualcosa che vediamo, ma qualcosa che ci coinvolge e ci costituisce. Da questo punto di vista, Cucine abitabili può essere letto come un percorso dalla casa al mondo, ma anche dalla cosa all’essere. Gli oggetti quotidiani sono il primo livello della poesia; attraverso di essi il poeta arriva alla memoria, al tempo, all’amore, alla vecchiaia, alla perdita e infine al paesaggio come esperienza totale. Anche formalmente la raccolta sembra coerente con questa poetica. Nei testi qui considerati prevale il verso libero, privo di uno schema metrico tradizionale riconoscibile. La musicalità nasce piuttosto dalla disposizione delle frasi, dalle ripetizioni, dagli enjambement, dalle allitterazioni occasionali, dalla variazione della lunghezza dei periodi e dalla successione delle immagini. L’enjambement, in particolare, contribuisce spesso a sospendere il senso e a costringere il lettore a proseguire nel verso successivo. Il significato non è sempre contenuto nell’unità sintattica del verso, ma scorre oltre il limite tipografico. La sintassi tende alla paratassi, ma non è per questo elementare. La semplicità grammaticale viene continuamente attraversata da slittamenti semantici e metaforici. Polvani costruisce una poesia accessibile sul piano lessicale ma stratificata sul piano interpretativo. È questa, forse, la sua qualità più interessante: la profondità non nasce dall’oscurità del linguaggio, ma dalla trasformazione delle cose ordinarie.

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“Il sogno” da “La casa che scrive” di Loredana Semantica

20 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in NarЯrativa, Novità editoriali, PROSA, Prosa poetica, Racconti

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Tag

giallo,, La casa che scrive,, Loredana Semantica, narrativa,

“La casa che scrive” è un giallo psicologico, opera prima di narrativa di Loredana Semantica. Attualmente è pubblicato in formato eBook su Amazon KDP a questo link. A breve avverrà la pubblicazione anche in formato cartaceo. Il libro è arricchito da circa 40 disegni e altrettante brevi poesie della stessa autrice.

Si riporta di seguito il capitolo “Il sogno”, tratto da “La casa che scrive”

Il sogno

Giorgio quella sera si addormentò profondamente pensando alla gita in montagna con Arianna.
La sua vita era in un momento particolarmente promettente. Nuovo lavoro, nuovi incontri, la speranza di stare sempre meglio nei suoi panni, nell’ambiente, ma soprattutto la prospettiva di costruire qualcosa che fosse più del provvisorio, del giorno per giorno. Una stabilità sentimentale che gli avrebbe permesso di poggiare le basi per crescere, evolversi, guardare al futuro con fiducia.
Giorgio non era per nulla un essere inquieto. Era come tutti qalla ricerca della felicità. E per felicità intendeva, stare bene con qualcuno, farsi una propria famiglia, avere dei figli, proseguire nel suo lavoro. Fare lo psicologo gli piaceva, l’aveva scelto come sviluppo coerente dei propri studi di scuola superiore e universitari. I suoi ideali erano davvero semplici, ma così difficili da realizzare. Trovare un’anima gemella che avesse i suoi stessi desideri non era per nulla facile. Aveva incontrato ragazze che mettevano al primo posto la propria libertà, altre che opponevano la carriera, altre ancora entrambe le cose e nessuna di queste aveva in animo di avere figli. La libertà di fare ciò che desideravano prendeva strade diverse dalle aspettative sociali del passato. Madri, mogli non erano modelli da imitare. Formare una famiglia, affrontare la maternità non erano obiettivi a cui votarsi. Qualcuno avrebbe giudicato le sue idee alquanto retrive, altri le avrebbero giudicate distorte dal risentimento per le delusioni subite. Alle considerazioni di tipo sociologico si sovrapponevano le obiezioni che faceva a sé stesso sui suoi stessi pensieri. Il viluppo cognitivo gli frullava in testa alle due di notte. A quell’ora improvvisamente s’era risvegliato, come se qualcuno l’avesse scosso. Aveva sbarrato gli occhi nel buio, in allerta con l’orecchio attento. Nessun rumore, solo silenzio. La sua mente s’era messa a vagare. Adesso perfettamente sveglio rimuginava senza potersi riaddormentare.
All’improvviso, in una sorta di inspiegabile lampo di memoria disconnesso dalle riflessioni del momento, gli tornò in mente il sogno che aveva appena fatto. Era un’immagine simile ai disegni lineari che elaborava Tullio nelle riunioni a Villa Elicriso, ma animata e raccapricciante. Il soggetto era cruento. Una testa mozzata con i capelli irti verso l’alto, tipica dei disegni di Tullio, e uno sfarfallio intorno. Il sogno era giunto assieme a delle frasi simili a versi, pronunciate da una voce indefinibile, che si riferivano alla scena. Una combinazione che riproduceva molto da vicino i binomi creativi proposti nelle riunioni del progetto Krugen.
Giorgio, accese la luce del comodino, prese un taccuino per appunti e riportò le parole del sogno.

Ognuno alla sua battaglia
un’epica colorata
di teste mozze e sfarfallii


Riportò anche l’immagine, il più fedelmente possibile, per quanto fosse in grado il suo modesto talento da disegnatore.
Lo fece in fretta, consapevole che il ricordo del sogno, la mattina successiva, si sarebbe dileguato, e anche perché, se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a girare attorno a tutte le possibili interpretazioni della visione e delle parole.
Spense la luce e tentò di riprendere sonno. Girandosi e rigirandosi di nuovo nel letto. Non aveva più la testa, pensò, con sarcasmo evidente, per considerazioni esistenziali o critiche sull’evoluzione sociale.
I suoi sfoghi di pancia contro il deludente genere femminile s’erano arenati, ma, in conclusione, nemmeno riusciva a dormire. L’aveva sperato, una volta fissato su carta il contenuto del sogno, ma non fu così. Pensava e ripensava alla testa mozzata, allo sfarfallio, cercava di capire chi rappresentasse la figura decollata, cosa significassero le farfalle. Certamente il concetto era cruento, richiamava ghigliottine ed esecuzioni. Guerre, lotte, rivoluzioni. Un’evocazione epica di katane e spadoni medievali.
Poi si affacciò alla mente un’ipotesi allarmante e funesta, che una decapitazione potesse significare che si preparava un assassinio, uno sgozzare qualcuno, un’azione diretta a far fuori, realmente o metaforicamente, un rivale oppure poteva trattarsi di un incidente imminente come un presagio.
Aveva letto, una volta, di un terribile incidente domestico nel quale un pesante vetro di una finestra s’era improvvisamente rotto in mille pezzi, uno dei quali, abbastanza grande e affilato, era caduto su un giovane che si trovava affacciato al davanzale. Gli tagliò la testa di netto, in modo che non ci fu più nulla da fare.
Perso dietro a queste rievocazioni dal sapore orrido, Giorgio non poteva più addormentarsi e, come tutte le migliori insonnie, il suo tribolare andò avanti per ore. Si concluse la mattina all’alba, quando il cinguettare degli uccelli giunse alle sue orecchie.
Dapprima solo due passeri mattinieri che dialogavano tra loro, scambiandosi le notizie del giorno, man mano si aggiunsero altri canti e gorgheggi di piccoli piumati. Solo allora Giorgio, riverso di sghimbescio sul letto a testimonianza dell’agitazione che l’aveva abitato, si girò su un fianco, e, senza rendersene conto, cullato dal rasserenante cinguettio, finalmente s’addormentò. Erano le sei del mattino.
È curioso come l’insonnia si quieti spesso quando inizia l’alba. La luce che vince il buio reca in sé un qualche messaggio atavico sul cessare del pericolo e dell’allerta, rassicura sul mancato attacco notturno e sulla continuità dell’esistenza. L’ansia recede, il corpo si rilassa e si abbandona. Il subconscio percepisce che dopo le tenebre il sole sta sorgendo. La luce è la conferma che la vita, dopo la perdita di coscienza onirica, ricomincia ogni giorno, come una promessa di rinascita.
Il risveglio, com’era prevedibile, avvenne più tardi del previsto. Erano già le otto quando aprì gli occhi. Ben un’ora oltre le sette, orario in cui si svegliava solitamente.
Appena fu minimamente presente a sé stesso, si accorse che aveva nuovamente sognato, un’immagine e delle frasi. Le aveva nitide nella mente, come se le vedesse stampate, ma non aveva tempo di annotare nulla.
Saltò giù dal letto, si tolse il pigiama e andò a lavarsi in fretta. Tutte le operazioni di routine della sua preparazione si svolsero di corsa. Non voleva fare tardi e nemmeno rinunciare alla gustosa colazione al bar Alserio.
A Villa Elicriso giunse con qualche minuto di ritardo. Si recò nel suo studio, dopo aver salutato Carlo che, affidabile come una roccia, presidiava l’accettazione. Prese un foglio per appunti e tracciò rapidamente sul foglio l’immagine e le parole che al risveglio si erano presentate vivide e impressionanti alla sua memoria. Dopo averle trasferite sul foglio, osservandole, si rese conto che trasmettevano un senso di chiusura soffocante, un sentore di delirio o delitto, di trama e oppressione.
E rimase così per qualche minuto, a riflettere su un possibile significato, senza trovare il bandolo della matassa, tanto più che il bozzolo rappresentato era proprio una matassa, ma lui non riusciva a sbrogliarla. Si rendeva conto ancora di più, dopo quest’altro sogno, che si prospettavano eventi negativi. Una disgrazia, un lutto, qualcosa di infausto aleggiava su Lavigo.

Come una furia ritraggo il mondo
la crisalide morirà nel bozzolo
i pugnali saranno faville
tesseranno una bava di seta.

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“La casa che scrive” di Loredana Semantica.

15 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, INTERAZIONI, LETTERATURA, Novità editoriali, Racconti

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È in corso di pubblicazione su Amazon KDP il mio primo romanzo. Tra pochi giorni sarà online la versione eBook e subito dopo – o forse in contemporanea – quella cartacea.
Ho mantenuto l’impegno preso mesi fa, ho portato a termine “l’impresa”.
Dire che mi sono divertita a scriverlo sarebbe un falso. In realtà è stata un’esperienza coinvolgente, sfidante, ma soprattutto tanto impegnativa.
Scrivere un romanzo è sempre stato un mio desiderio, ma ritenevo lo sforzo necessario oltre le mie forze e possibilità di controllo della “materia”. Non sono, di mio, una produttrice compulsiva di scrittura, come vedo di alcuni, che macinano parole come farina, con scorte di grano infinite e un certo compiacimento di sé. Scrivere mi richiede sforzo, tempo, specie in prosa. La poesia la sento più mia, sorge alle labbra quasi nascente. Limarla, rielaborarla, a volte la migliora, ma non sempre. Spesso la forma originaria è quasi perfetta, qualunque ritocco la rovina.
Con un romanzo non è così, ma ne ero pienamente consapevole. Scrivere un romanzo è impostare una storia coerente, un edificio scrittorio che deve reggere, interessare, avere un senso complessivo e uno per ogni passo che lo compone. L’obiettivo era scriverlo, inglobando al contempo in esso i miei scritti in prosa poetica, alcuni dei quali veri e propri involuti flussi di coscienza. L’inserimento doveva avvenire con naturalezza, come se fossero stati pensati per stare dall’origine lì, dove poi sarebbero finiti.
Com’è che si dice? La scrittura è come il maiale. Non si butta via nulla. Ci ho infilato dentro anche quaranta miei disegni che mi piacevano e non avevo cuore di lasciare senza vita, desideravo l’occasione di condividerli, esporli alla visione, insieme ad alcune poesie brevi che gli avevano dato motivo di esistere. Parte di questi disegni, unitamente ad alcuni testi che ora sono nel romanzo, avevano avuto un certo apprezzamento all’edizione 2023 del premio Lorenzo Montano. Erano finiti come finalisti, scusate il bisticcio di parole. Non mi dispiaceva dargli nuova vita.
Insomma questo romanzo è più di una storia, è una vera e propria composizione. Ho cominciato a lavorare a fine maggio scorso, cioè non appena ho cessato il mio impiego nella Pubblica Amministrazione. Per renderlo coerente ho dovuto usare un calendario, reale ovviamente, e ho scelto l’anno in corso. Ho dovuto pensare una piantina di un edificio a due piani, e, siccome mi piace progettare e mi piace l’IA, l’ho descritta e immessa in IA. Ne è venuta fuori una pianta non corrispondente del tutto alla descrizione e, in certi punti, non funzionale. Ad esempio non erano accessibili le scale. Però non vi fate ingannare, non è che con ciò intendo dire che l’IA non è in grado, solo che più chiedi cose specialistiche, più ti inducono a chiedere la versione pro o specializzata a pagamento. Di ieri l’esperienza in cui Claude non riconosce una famosa citazione di Calvino, la imputa a Pirandello e mi invita a sottoscrivere la versione a pagamento. Ma per favore! In sostanza la piantina della costruzione l’avevo ben chiara in mente, ho tralasciato l’IA e sono passata avanti. L’altra cosa importante era la struttura in capitoli. La faccenda interessante dei capitoli è che alcuni sono nati prima, altri dopo. Non so se avvenga anche per gli altri scrittori così. In sostanza il romanzo si è andato formando come un puzzle di scritti, dove mancavano tessere, dove c’erano veri e propri buchi, che dovevano trovare il riempimento. E ciò accadeva perché, nello sviluppo, certe scene o dialoghi li avevo già in mente o mi andava di parlarne, certi altri li accantonavo, perché non era chiaro neanche a me come muovere le cose. Più spesso mi mancava l’ispirazione.
L’intuizione originaria è stata collocare l’ambientazione in una clinica per malati di mente. A chi altri potevo mettere in bocca i “miei deliri” complessi e inquietanti? Scritti che sono un vero e proprio scavare nei meandri mentali. Essi mentre chiedono comprensione, si avvoltolano su sé stessi come spirali, chiudendosi a ogni lettura “normale”, invocando piuttosto una compartecipazione emozionale. Per il lettore rappresentano una sfida e un mistero. Sono certa che i più, leggendoli, si sarebbero arresi. Il lettore comune non ha alcuna attrattiva per lo scrivere sperimentale. Ho dato perciò una chiave di lettura più umana, avendoli messi in bocca a personaggi con una loro storia e pena e fornendo spiegazioni che ne aprano il senso, specie di quelli più oscuri.
La seconda intuizione è stata l’ambientazione medica e investigativa. Ho di entrambi un minimo di esperienza riflessa. Cioè non proprio mia personale, ma di persone a me vicine o di soggetti che ho osservato per anni muoversi sulla scena. Credo infatti che, senza un minimo di confidenza con lo scenario dentro il quale si cala la storia, lo sviluppo appare poco credibile. Le due cose si sono combinate nella decisione di fare del mio primo romanzo un giallo psicologico.
Ho sperimentato, ed è stato bellissimo, che davvero la storia, per certi versi, si scrive da sé, come dicono scrittori ben più noti. Ora lo dico anch’io per esperienza. Essa si scrive un po’ per come noi scrittori siamo dentro, nei nostri “slittamenti” semantici, (ad esempio io non ho potuto fare a meno di immettere aspetti sentimentali), un po’ per come vengono fuori i personaggi, nel loro essere, da un lato pedine generate da noi autori e in movimento nella scacchiera della nostra fantasia, dall’altro esseri dotati quasi di vita propria, che rifuggono per aspetto descritto, per nome scelto, per ruolo dentro la storia di essere forzati dove proprio non vogliono stare o a fare cose che proprio non vogliono fare.
Ad esempio individuare chi fosse il criminale nella storia di questo giallo è avvenuto proprio così. Più di un candidato a questo ruolo tra i personaggi, si smarcava, rifiutandolo, quasi con orrore. “No, No, io non potrei mai farlo!” diceva. E scappava. Fuggivano tutti come conigli. Fino a quando la “vittima” per commettere il delitto non è emersa da sé, come figura perfetta, dai meandri della mia immaginazione. Un personaggio che si rivela essere un reietto persino da sé stesso, bisognevole di cure a rischio di gesti insani. Uno di quelli che si fa male da solo, essendo un male anche per gli altri. Credo che un po’ tutti coloro che commettono crimini siano così. Scelgono e scelgono male. Infilandosi sempre più a fondo nel loro personaggio, senza riuscire a salvarlo. Solo che non sono in un romanzo, sono conficcati nella vita.
Creare i personaggi è divertente in effetti. Forse l’aspetto più divertente dello scrivere un romanzo. Diventano tua compagnia per mesi e ti affezioni a loro, come se fossero degli amici, pensando che anche chi legge possa provare un pizzico dei tuoi stessi sentimenti.
Quando il romanzo sarà online condividerò uno stralcio tratto da un capitolo. Penso che la scrittura abbia ritmi e lessico che possono essere percepiti anche solo da un brano. Quindi condividerne una parte è condividere questa esperienza, in modo da poter valutare se risulta congeniale alla lettura.
Posso solo anticiparvi che l’ebook non supererà il costo di 5 euro. Il cartaceo non so ancora. Magari in un’altra occasione parlerò dell’esperienza con KDP.

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Martí, quando un poeta diventa la memoria di una nazione

13 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Uomini eccellenti

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Yuleisy Cruz Lezcano

Mausoleo di José Martí


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

José Martí non è diventato il poeta nazionale di Cuba soltanto perché fu uno dei suoi maggiori scrittori. La sua trasformazione in simbolo nazionale è il risultato di un processo iniziato dopo la sua morte, quando la società cubana cominciò a riconoscere nella sua opera e nella sua vita un patrimonio capace di rappresentare l’idea stessa di patria.
Martí non si limitò a raccontare Cuba ma contribuì a immaginarla. Le sue poesie, i suoi testi politici e la sua attività intellettuale offrirono parole attraverso le quali generazioni di cubani avrebbero potuto parlare di libertà, dignità, indipendenza e identità nazionale. È anche per questo che la sua presenza è entrata così profondamente nell’educazione. La Edad de Oro, pensata per i bambini, ha avuto un ruolo particolare nella trasmissione di questa memoria. Il primo incontro con Martí può avvenire attraverso una poesia o un racconto e riemergere anni dopo davanti a una statua, in una scuola o durante una cerimonia pubblica.
La memoria, però, non vive soltanto nei libri. Ha bisogno di luoghi, immagini e rituali. Nel caso di Martí, uno dei luoghi decisivi è il mausoleo di Santa Ifigenia, a Santiago de Cuba, inaugurato nel 1951. Quando fu costruito, l’immagine nazionale di Martí era già profondamente radicata nella società cubana. L’architettura non inventò quindi il mito: lo rese visibile.
Il mausoleo può essere letto come una vera narrazione costruita nello spazio. I 28 monoliti richiamano l’ultima campagna del 1895; le sei figure femminili rappresentano le province cubane dell’epoca e trasformano la geografia nazionale in una presenza simbolica; la bandiera, la stella e la luce naturale completano un percorso che conduce al luogo della sepoltura.
Il significato non sta in un singolo elemento, ma nella loro combinazione. La bandiera richiama la patria, la stella l’identità, la luce la continuità della vita, le figure femminili Cuba stessa. La tomba, infine, non appare soltanto come il luogo nel quale riposa un uomo morto nel 1895, ma come uno spazio nel quale la nazione custodisce una parte della propria storia. È questo il passaggio decisivo: dal personaggio storico al simbolo.
Il Martí storico è l’uomo nato all’Avana nel 1853, scrittore, giornalista, organizzatore politico, fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e combattente morto a Dos Ríos. Il Martí della memoria nazionale è invece l’Apostolo, il Maestro, l’Eroe Nazionale, il poeta della patria. Queste definizioni non cancellano la sua biografia, ma la interpretano e la trasformano in un patrimonio collettivo.
Per questo non esiste una data precisa nella quale Cuba abbia semplicemente deciso di attribuirgli il ruolo di poeta nazionale. La sua consacrazione avvenne attraverso un lungo processo fatto di scuola, letteratura, commemorazioni, monumenti e uso dello spazio pubblico. Fu una costruzione culturale più che una nomina ufficiale.
Ed è proprio questa origine a spiegare la longevità del simbolo. Ogni generazione eredita Martí, ma può leggerlo in modo diverso. Il suo volto rimane riconoscibile mentre cambiano le interpretazioni politiche e culturali associate alla sua figura. La forza di un’icona nazionale sta anche in questo: può essere ripetuta senza avere necessariamente sempre lo stesso significato.
Santa Ifigenia rende evidente questa stratificazione della memoria. La presenza della tomba di Fidel Castro nello stesso cimitero crea un rapporto simbolico tra due epoche molto diverse della storia cubana. Martí appartiene alla lotta per l’indipendenza dalla Spagna; Fidel alla Rivoluzione del XX secolo. La distanza storica rimane, ma la scelta dello stesso luogo di sepoltura inserisce entrambe le figure all’interno di una stessa geografia della memoria nazionale.
Nel 2026, anno del centenario della nascita di Fidel Castro, Santa Ifigenia torna così a essere un luogo particolarmente significativo per osservare come Cuba costruisce e aggiorna il proprio racconto storico. Ma Martí occupa una posizione particolare: la sua immagine nazionale si era formata molto prima della Rivoluzione e aveva già attraversato generazioni, scuole e istituzioni.
Il mausoleo continua a colpire anche chi non conosce tutti questi passaggi perché comunica prima ancora delle parole. Il visitatore vede la geometria monumentale, le figure, la bandiera, la stella e la luce; solo dopo ne scopre i significati. È precisamente ciò che fanno i grandi monumenti nazionali: non conservano soltanto il passato, ma suggeriscono come ricordarlo.
La storia racconta la vita di Martí. La memoria nazionale racconta ciò che Cuba ha scelto di vedere in quella vita. È in questa distanza che nasce il poeta nazionale. Non nel giorno di una nomina, ma nel momento in cui le parole di uno scrittore entrano nella vita quotidiana di un Paese: quando vengono insegnate ai bambini, ripetute nelle cerimonie, scolpite nei monumenti e associate per generazioni alla stessa idea di patria.
A Santa Ifigenia, quella trasformazione diventa visibile. La poesia è diventata pietra, la biografia è diventata simbolo e la morte è diventata memoria. Martí non è più soltanto un uomo della storia cubana: è una delle forme attraverso cui Cuba continua a raccontare se stessa.

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L’agonia di un villaggio di Giovanni Verga

08 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in PROSA, Racconti

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ph. Andrea Fontanelli da wikipedia

Bollettino dell’eruzione! Il fuoco a Nicolosi!» La folla accorreva dai dintorni, a piedi, a cavallo, in carrozza, come poteva. Lungo la salita, fra il verde delle vigne, un denso polverone disegnava il zig-zag della strada. Ad ogni passo s’incontravano carri che scendevano dal villaggio minacciato, carichi di masserizie, di derrate, di legnami, perfino d’imposte e di ringhiere di balconi, tutto lo sgombero di un villaggio che sta per scomparire. E colla roba, sui carri, a piedi, uomini e donne taciturni, recandosi in collo dei bambini sonnolenti, coi volti accesi dalla caldura e dall’ambascia. Pei casolari, nelle borgate, lungo la via, gli abitanti affacciati per vedere, colle mani sul ventre; qualche vecchierella che attaccava un’immagine miracolosa allo stipite della porta o al cancello dell’orto; i monelli che ruzzavano per terra festanti; e sulle porte spalancate delle chiesuole, la statua del santo patrono, luccicante sotto il baldacchino, come un fantasma atterrito, colle candele spente, e i fiori di carta dinanzi. A Torre del Grifo scaricavano carrate intere di assi e di tavole sulla piazzetta, per le baracche dei fuggiaschi. Le pompe d’incendio tornavano indietro di gran trotto, col fracasso di carri d’artiglieria; e in alto, dirimpetto, il vulcano tenebroso, dietro un gran tendone di cenere, lanciava in aria, con un rombo sotterraneo, getti di fiamme alti cinquecento metri.
All’ingresso del paesetto era un ingombro straordinario di carri, cavalli, gente che gridava, e soldati col fucile ad armacollo, quasi l’avanguardia di un esercito in rotta. Si camminava su di una sabbia nera, fra due file di case smantellate, irregolari, cogli usci e le finestre divelte. La gente ancora affaccendata a portare via roba. Dal balcone di una casa nuova calavano gridando – Largo! – un armadio monumentale. Una vecchierella stava a custodia di alcune galline, seduta su di un cesto, in un cortile ingombro di doghe e cerchi di botte. E qua e là, sulle porte senza uscio, vedevasi qualche povero diavolo che voltava le spalle alle stanzucce nude, aspettando colle mani in mano e il viso lungo, in silenzio, come nell’anticamera di un moribondo. Sul marciapiede del casino di compagnia erano schierate su due file di sedie alcune signore venute a vedere lo spettacolo, che si facevano vento, degli uomini che fumavano, un sorbettiere portava in giro dell’acqua fresca, il baldacchino del Santissimo appoggiato al muro, colle aste in fascio, e di faccia la chiesa spalancata, senza lumi, solo un luccichìo di santi dorati in fondo all’altare in lutto. – Lassù dal campanile, sul chiacchierìo, sul frastuono, sui boati del vulcano, la campana che sonava a processione, senza cessare un istante.
Al Nord, verso l’Etna, lo stradone si allungava in mezzo a due file di ginestre arboree, formicolante di curiosi che andavano a vedere, ridendo, schiamazzando, chiamandosi da lontano, e gli strilli soffocati delle signore barcollanti sul basto malfermo delle mule, e il vociare di quelli che vendevano gasosa, birra, uova e limoni, sotto le baracche improvvisate. Via via che i più lontani giungevano sull’erta udivasi gridare: – Ecco! ecco! – con un grido quasi giulivo; di faccia, a destra e a sinistra, fin dove arrivava l’occhio, come il ciglione alto di una ripa scoscesa, nera, fumante, solcata qua e là da screpolature incandescenti, dalle quali la corrente di lava rovinava con un acciottolìo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.
A due passi le ginestre in fiore si agitavano ancora alla brezza della sera; delle signore si stringevano al braccio del loro compagno di viaggio, con un fremito delizioso; altri si sbandavano per le vigne, lungo la linea della corrente minacciosa, scavalcando muricciuoli, saltando fossatelli, le donne colle sottane in mano, con un ondeggiare infinito di veli e d’ombrellini, mentre il crepuscolo moriva nell’occidente, e la marina in fondo dileguava lontana, nel tempo istesso che l’immensa fiumana di lava sembrava accendersi nell’orizzonte tetro. Dal paesetto perduto nell’oscurità giungeva sempre il suono delle campane, e un mormorìo confuso e lamentevole, un formicolìo di lumi che si avvicinavano, quasi delle lucciole in viaggio. Poi, dalle tenebre della via, sbucò una processione strana, uomini e donne scalzi, picchiandosi il petto, salmodiando sottovoce, con una nota insistente e lamentosa della quale non si sentiva altro che: – Misericordia! misericordia! –
E sul brulicame nero e indistinto di quei penitenti, fra quattro torce a vento fumose, un Cristo di legno, affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli uomini che affondavano nella sabbia

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Olga Orozco

07 mercoledì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, POESIA, Sussurri d'Altrove, TRADUZIONI

“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Tu non chiedi niente, mai, perché non c’è
più nessuno che ti risponda.

O. O.

Olga Orozco nacque a Buenos Aires il 17 marzo 1920, ma la sua infanzia fu segnata dall’immaginario di provincia: la famiglia si trasferì presto a la Pampa, nell’entroterra argentino, dove i vasti paesaggi e le distese interminabili avrebbero lasciato un’impronta indelebile nella sua sensibilità poetica. Questo paesaggio aperto, sospeso tra il reale e il fantastico, sembra riverberare nelle sue poesie come un eco costante di solitudine e di meraviglia. La vita di Orozco fu, sin dall’inizio, attraversata da una tensione tra radici familiari e aspirazioni intellettuali, tra il mondo domestico e l’universo immaginativo che avrebbe costruito nelle sue liriche.
Fin da giovane, la Orozco mostrò una spiccata inclinazione verso la scrittura. I suoi interessi culturali spaziavano dalla letteratura classica europea alle voci emergenti del surrealismo e dell’avanguardia latinoamericana. L’approccio alla parola di Orozco non era puramente estetico: per lei, il linguaggio poetico era una sorta di strumento alchemico, capace di trasformare le emozioni, i ricordi e il sogno in materia tangibile. Questo senso di sacralità del linguaggio la distingue da molti suoi contemporanei, rendendo la sua poesia al contempo enigmatica e profondamente coinvolgente.
Il percorso universitario della Orozco la portò a studiare filosofia e lettere, esperienze che arricchirono il suo registro poetico e consolidarono una visione del mondo fortemente simbolica. Sebbene inizialmente attratta dalla scrittura in prosa, fu la poesia a diventare la forma principale della sua espressione artistica, campo in cui sviluppò uno stile immediatamente riconoscibile: immagini sospese tra sogno e incubo, echi di miti classici intrecciati a esperienze personali, paesaggi argentini filtrati dalla memoria e dalla fantasia.
Il primo libro della Orozco, Desde lejos, del 1946, segnò l’inizio di un percorso poetico che si sarebbe protratto per oltre cinque decenni. In questa raccolta emergono già alcuni dei temi centrali della sua opera: la tensione tra la vita e la morte, l’eros e la solitudine, l’irruzione del fantastico nella quotidianità. Lontana da facili narrazioni, la Orozco qui già propone una poesia che richiede attenzione e partecipazione da parte del lettore: ogni immagine sembra stratificata, portatrice di più significati, con un gioco continuo tra realtà percepita e visione interiore.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la Orozco entrò a far parte di un gruppo di poeti argentini che sperimentavano nuove vie espressive. Pur essendo vicina alle correnti surrealiste, la sua poesia non si limitava a una semplice imitazione del modello europeo: essa si nutriva anche del folklore latinoamericano, della cultura popolare, delle suggestioni della mitologia e del misticismo. I suoi versi non sono mai completamente espliciti; contengono un senso di mistero e di sospensione che, nel tempo, diventano un tratto distintivo della sua scrittura.
Il tema del sogno attraversa tutta la sua opera come un filo conduttore. Per la Orozco, il sogno non è un semplice sfogo psicologico, ma un terreno fertile dove realtà e immaginazione si incontrano e si fondono.
Un altro elemento distintivo della poesia della Orozco è l’attenzione alla corporeità e all’eros. L’amore, il desiderio e l’intimità non sono mai descritti in modo naturalistico; sono, invece, filtrati attraverso immagini potenti, spesso inquietanti, dove il corpo diventa simbolo, linguaggio e mistero. In questo senso, la sua scrittura anticipa alcune tendenze della poesia contemporanea latinoamericana, in cui proprio l’eros e la dimensione del sogno si intrecciano con la riflessione sulla vita e la morte.
Nel corso degli anni, Olga Orozco pubblicò numerose raccolte, tra cui Los juegos peligrosos, (1962), La oscuridad es otro sol, (1967), Mutaciones de la realidad, (1979). Ogni raccolta poetica conferma la sua capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità poetica: le immagini continuano a oscillare tra luce e ombra, tra desiderio e perdita, tra memoria e visione fantastica.
La Orozco ebbe anche un ruolo significativo nella diffusione della cultura poetica argentina e latinoamericana. Partecipò a convegni, letture pubbliche e collaborazioni editoriali che favorirono il dialogo tra autori e generazioni diverse. Nonostante la crescente notorietà, mantenne sempre un profilo personale discreto, lontano dai clamori letterari, dedicando la maggior parte della sua vita alla scrittura e alla riflessione sulla parola poetica.
Morì a Buenos Aires il 15 agosto 1999, lasciando un patrimonio poetico vasto e coerente: la sua eredità non si misura solo nella quantità di testi pubblicati, ma soprattutto nella capacità di offrire una visione del mondo unica.
La Orozco rappresenta una voce fondamentale della poesia latinoamericana del Novecento, perché la sua capacità di coniugare simbolismo, immaginazione e introspezione psicologica ha lasciato un segno indelebile, facendo emergere una poetica che, pur radicata nella propria cultura, parla a un pubblico universale.
La sua opera ci ricorda che la poesia è un mezzo per attraversare l’oscurità, esplorare il desiderio e rendere visibile l’invisibile: un viaggio che la Orozco ha percorso con coraggio, intensità e rigore artistico.

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Gioconda Belli

30 mercoledì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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Emilio Capaccio, POESIA, Sussurri d'Altrove, TRADUZIONI

“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Credo che il solo fatto di esistere
implichi una responsabilità verso il futuro,
verso ciò che esisterà dopo di noi.

G. B.

Gioconda Belli è una delle voci più riconoscibili e influenti della letteratura latinoamericana contemporanea.
Nata a Managua nel 1948, la sua formazione personale e artistica si intreccia profondamente con la storia politica e sociale del Nicaragua, attraversando le tensioni rivoluzionarie del Novecento e le trasformazioni culturali che hanno ridefinito il ruolo della donna nella società.
La sua scrittura nasce in un contesto segnato da conflitti ideologici, ma si sviluppa progressivamente come una riflessione più ampia sull’identità, sul corpo femminile, sulla libertà individuale e sulla relazione tra individuo e collettività.
In questo senso, la sua opera non può essere letta soltanto come produzione poetica o narrativa, ma come un discorso continuo che unisce esperienza personale e visione del mondo.
Fin dagli esordi, Gioconda Belli si distingue per una poesia che rompe con le convenzioni tradizionali della lirica ispanoamericana.
Il suo linguaggio è immediato, corporeo, spesso fortemente sensoriale. Lontana da una poesia puramente contemplativa o formalista, la sua scrittura tende a incorporare il corpo come spazio di conoscenza e di esperienza. Il corpo femminile, in particolare, diventa un territorio simbolico in cui si condensano desiderio, memoria, dolore e trasformazione.
Non si tratta mai di una rappresentazione passiva, ma di una presenza attiva, dinamica, che parla, desidera e si modifica continuamente. Questa centralità del corpo si lega a una più ampia riflessione sulla condizione femminile, che attraversa tutta la sua opera e che la colloca tra le voci più significative del femminismo letterario latinoamericano.
Un elemento fondamentale della sua poetica è la fusione tra dimensione erotica e dimensione naturale.
In molte sue composizioni, il corpo umano si dissolve nei paesaggi, negli elementi primari, nell’acqua, nella terra, nel vento.
L’erotismo non è mai ridotto a semplice descrizione del desiderio, ma diventa una forma di conoscenza del mondo. L’incontro amoroso è spesso rappresentato come un processo di metamorfosi, in cui i confini tra soggetti si dissolvono e danno origine a una realtà nuova, fluida, in costante trasformazione.
Questa visione implica una concezione dell’amore non possessiva, ma generativa, capace di produrre identità in continua evoluzione.
Accanto alla dimensione erotica, un’altra componente essenziale della sua opera è quella politica e civile.
L’esperienza della rivoluzione nicaraguense segna profondamente la sua produzione iniziale, introducendo temi legati alla lotta, alla giustizia sociale e alla costruzione di una società più equa. Tuttavia, anche nei testi più esplicitamente politici, Gioconda Belli non rinuncia mai alla dimensione lirica e simbolica.
La sua scrittura evita il tono propagandistico e preferisce una voce che unisce partecipazione emotiva e riflessione esistenziale. L’impegno politico non è separato dalla dimensione personale, ma si intreccia con essa, generando una poetica in cui il “noi” collettivo nasce dall’esperienza individuale.
Con il tempo, la sua opera si orienta sempre più verso una riflessione sulla memoria e sul tempo.
La memoria, nella sua poesia, non è semplice archivio del passato, ma materia viva che si trasforma continuamente. Ricordare significa rivivere, ma anche riscrivere ciò che è stato, attribuendogli nuovi significati.
In questo processo, il corpo torna a essere centrale, poiché è attraverso di esso che il passato si manifesta nel presente. Le immagini del tempo nella sua poesia sono spesso circolari, caratterizzate da ritorni, ripetizioni e trasformazioni. Il tempo non è lineare, ma fluido, simile a un movimento naturale che non conosce confini rigidi.
Un altro elemento caratteristico della sua scrittura è la forte presenza di immagini legate all’acqua.
L’acqua, nei suoi molteplici aspetti, diventa simbolo di vita, di trasformazione e di continuità. È elemento che accoglie e dissolve, che unisce e separa, che conserva e cancella. Attraverso questa simbologia, Gioconda Belli costruisce una visione del mondo in cui tutto è in costante movimento e nulla rimane immobile. Anche l’identità, sia individuale che collettiva, viene concepita come qualcosa di fluido, mai definitivamente fissato.
Parallelamente alla poesia, la sua produzione narrativa amplia ulteriormente queste tematiche, offrendo una riflessione più articolata sulla condizione femminile e sulla storia.
Nei suoi romanzi, spesso ambientati in contesti storici complessi, le protagoniste femminili emergono come figure di resistenza, capaci di mettere in discussione i modelli sociali e culturali dominanti.
La donna, nella narrativa di Gioconda Belli, non è mai figura marginale, ma soggetto attivo della storia, in grado di trasformare il proprio destino attraverso scelte consapevoli e percorsi di emancipazione.
Un aspetto centrale della sua visione artistica è la tensione tra opposti: corpo e spirito, desiderio e riflessione, individuo e collettività, dolore e gioia.
Questi poli non si escludono, ma convivono in una relazione dinamica che costituisce il nucleo della sua poetica. La scrittura diventa così uno spazio di mediazione in cui le contraddizioni non vengono eliminate, ma esplorate e rese produttive. In questa prospettiva, l’esperienza umana appare come un processo continuo di trasformazione, in cui ogni identità è sempre provvisoria e aperta al cambiamento.
La lingua utilizzata da Gioconda Belli contribuisce in modo decisivo a questa visione. Il suo stile è caratterizzato da una sintassi fluida, spesso priva di eccessive rigidità formali, e da un uso intensivo di immagini sensoriali.
La parola poetica tende a farsi corpo essa stessa, assumendo una dimensione quasi tattile. Il lettore è coinvolto in un’esperienza immersiva, in cui il significato non è soltanto intellettuale, ma anche emotivo e fisico.
Questa qualità della sua scrittura è uno degli elementi che rendono la sua poesia immediatamente riconoscibile e accessibile, pur nella complessità dei suoi contenuti.
Nel panorama della letteratura latinoamericana, Gioconda Belli occupa una posizione particolare proprio per la sua capacità di unire dimensioni diverse senza ridurle a sintesi semplificate.
La sua opera rappresenta un dialogo costante tra esperienza individuale e storia collettiva, tra corpo e mondo, tra memoria e presente.
In questo dialogo si costruisce una visione poetica che non cerca risposte definitive, ma apre continuamente nuove domande. La sua scrittura invita a considerare la vita come un processo in divenire, in cui ogni forma di identità è sempre incompleta e in trasformazione.
In conclusione, l’opera di Gioconda Belli si configura come un percorso coerente e in continua evoluzione, in cui poesia e narrativa si sostengono reciprocamente. La sua importanza non risiede soltanto nei temi affrontati, ma nel modo in cui questi temi vengono trasformati in linguaggio poetico.
Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente umana, Gioconda Belli costruisce una visione del mondo in cui l’esperienza individuale diventa strumento di comprensione universale.
La sua voce si distingue per la capacità di rendere visibile la complessità dell’esistenza, senza semplificarla, ma accogliendone tutte le contraddizioni.

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El Raffa, il canto dei prati

29 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Ispirazioni e divagazioni, POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Boschi della Valsesia, immagine da Wikipedia

di Yuleisy Cruz Lezcano

Il tempo racchiude il profumo dell’estate, la montagna, sopra Varallo, sembra una grande onda verde ferma nel cielo. Lì, tra i sentieri che salgono verso il Mastellone, il mondo sa come diventare lento. Ogni pietra custodisce un passo, ogni albero una voce.
El Raffa era arrivato alla vita con una ferita precoce: a quattro anni aveva perduto la madre, affidato a tre zie, e una sola di quelle mani aveva saputo diventare per lui una casa. Poi, a undici anni, anche quella mano si era spenta. Il dolore gli era rimasto dentro come una radice invisibile, ma la vita, ostinata e luminosa, gli avrebbe insegnato a cercare il cielo proprio attraverso le piccole cose.
Cresciuto ai Prati di Cervarolo, dove la montagna si stringe intorno a poche case e sembra volerle proteggere dal rumore del mondo. Prati era allora, ed è ancora, un piccolo respiro appeso alla valle: pietre, prati, castagni, tetti raccolti intorno alla chiesetta, e sotto, il Mastellone che scorre come un nastro d’argento, portando lontano il riflesso delle montagne.
La strada oggi sale con le sue curve, ma prima era il sentiero a conoscere quei luoghi, un filo d’erba e di pietra che entrava nel bosco e ne usciva come un pensiero felice. El Raffa lo percorreva con l’anima nuda, semplice come la mano che scrive, e forse sentiva che la natura non chiede spiegazioni: basta guardarla.
Un fiore gli diventava una parola, una foglia una pagina, il vento una voce senza corpo. Le farfalle erano piccoli pensieri colorati che il prato affidava all’aria, e gli alberi, con le loro radici profonde, sembravano uomini antichi capaci di resistere a tutte le stagioni. Così il poeta si perdeva per ritrovarsi.
Il perdersi per non essere ritrovato diventava una libertà: entrare nel bosco, lasciare che il sentiero scomparisse dietro di sé, seguire il volo di una farfalla, il profumo del fieno, il canto dell’acqua. Si “imboscheggiava” tra le ombre e la luce, tra il verde dei prati e l’azzurro delle montagne, come se ogni passo potesse sciogliere un nodo del cuore.
E il lutto, che è qualcosa che non abbandona così facilmente, imparava lentamente a diventare lontano. Non si può cancellare il dolore, ma si può cercare molto la vita, le piccole cose, la natura, per fissare l’innocenza e mandarlo via. Forse la poesia nacque proprio lì, nel punto esatto in cui una ferita incontra un raggio di sole.
El Raffa aveva dita magre come il grano e pensieri azzurri come la notte montana. Scriveva con la semplicità della terra, con quella voce liscia e terrestre di chi guarda in alto senza dimenticare da dove viene. E quando il suo sguardo cercava la luna, non cercava soltanto la luna: cercava i suoi lineamenti, il volto segreto della notte, quella luce che riesce a farsi strada anche attraverso il buio.
Prati allora diventava una poesia senza libro. Il vento voltava le pagine nei prati, il Mastellone ne leggeva i versi, i castagni tenevano ferme le parole con le loro radici e la piccola chiesa sembrava una pausa bianca dentro il verde.
E lì tutto parla e anche allora parlava. Parlava la pietra, con la sua memoria, il fiume, con la sua corsa, il cielo, con il suo infinito. Parlava una farfalla, posandosi per un istante su un fiore, come una sillaba di colore sopra una pagina verde. E il poeta ascoltava. Forse era questa la sua felicità: avere imparato che la vita non sempre arriva come una grande luce. A volte è soltanto un filo d’erba che si muove al vento, una rondine che attraversa il pomeriggio, una goccia d’acqua che brilla sopra una foglia.
A Prati, il mondo è piccolo e infinito nello stesso momento. Le case sembrano pietre raccolte dalla montagna per costruirsi un cuore. I prati salgono verso il bosco come onde immobili. Il Mastellone cuce la valle con il suo filo d’argento, e sopra Cervarolo la luna, ogni sera, tornava a illuminare gli stessi tetti, gli stessi alberi, gli stessi sentieri. Forse anche per questo El Raffa rimase lì, perché certi luoghi non si abitano soltanto: ci abitano dentro. E Prati entrò nella sua poesia come entra la primavera nella terra: senza rumore, lentamente, fino a far fiorire ogni cosa.
Oggi, se il vento passa tra quelle case e scende verso il Mastellone, sembra ancora portare una voce. Una voce leggera, quasi nascosta tra le foglie. E forse è El Raffa.

Poesie di Yuleisy Cruz Lezcano

Alagna


Certi posti sono come la vita,
concedono le montagne
da diversi punti di vista:
ora vicine, ora lontane,
severe nel cielo,
dolci come un ricordo
che torna a fiorire.

E Alagna appare così,
adagiata nella Valsesia,
tra prati che respirano verde
e sentieri che salgono piano
verso il silenzio dei monti.

Le case raccontano il tempo
incastonato legno scuro, pietra,
balconi intagliati dal vento,
grandi travi che custodiscono
l’antica voce dei Walser.
Sono case che sembrano alberi
cresciuti dalla terra,
radici profonde nella neve,
rami rivolti alla luce.

E il paese si veste di fiori,
come se ogni finestra
avesse imparato a sorridere.
I muscoli attorno alla bocca
formano un sorriso,
mentre lucidi fiori
riflettono la luce dei germogli
e il sole si posa sui petali
come una carezza.

Tra i prati, la natura
non è mai soltanto sfondo,
è presenza, respiro, attesa.
Il profumo delle erbe aromatiche
si alza lieve dai sentieri,
la risata di un elfo
invita a fermarsi,
a respirare più lentamente,
a riconoscere la salvia,
il timo, la menta selvatica.

Lo sguardo sopra i tetti di legno
si ferma con gli uccellini
con loro viaggia e insegue
ombre tra gli alberi
che diventano oscure,
brevi apparizioni
nel verde profondo del bosco.

Più lontano,
tra rocce, pascoli e abeti,
la fauna segue sentieri invisibili:
il capriolo leggero,
la volpe che attraversa la sera,
lo stambecco sulle pietre,
l’aquila che disegna cerchi
nell’immenso azzurro.

Qui anche il tempo
sembra avere un’altra misura.
Le usanze passano di mano in mano,
come un pane ancora caldo,
come una storia raccontata
accanto al fuoco.

Prati di Cervarolo

Appeso a un dirupo
dorme un paese roccioso,
sotto un cielo che,
a forza di non vedere l’orizzonte,
si è dimenticato degli spazi aperti.
Sotto attende Varallo,
che si raccoglie tra le montagne,
stretta nelle sue pietre,
nelle sue stradine contorte,
nei vicoli di polvere e sasso
che salgono e scendono
come pensieri.
Qui i fiumi Sesia e Mastallone
si incontrano,
l’acqua arriva da valli diverse,
porta con sé il rumore delle montagne,
il ricordo dei boschi,
la neve sciolta sulle cime.
E poi è qui, a Varallo,
dove tutto si unisce e unisce
come fanno le vite degli uomini,
le generazioni, le parole.
Il poeta Tosi guarda
Varallo dall’alto.
Da Prati si può immaginare
il paese stendersi,
le case aggrappate alla roccia,
i tetti, i campanili, il verde che, lentamente, cambia colore
con il passare delle stagioni.
Guardate attraverso i suoi ricordi,
le sue poesie crescono
per le stradine contorte,
per i vicoli di polvere e sasso.
A Prati da anni
il tempo non passa,
e per non passare,
sono saltate le migrazioni.
Eppure il paese
è cambiato piano,
quasi senza farsi accorgere.
È nata una stradina
che osteggia a ogni curva il burrone,
ma sul terreno inclinato
crescono, come allora,
ostinati fiori.
Sul ciglio del burrone
trema la stagione secca.
Da lì si vedono tutti gli uccelli
salire altissimi nell’aria.
Girano in tondo le rondini,
sbattono le ali,
si lanciano in picchiata,
si lasciano cadere,
riprendono il volo, si inseguono,
instancabili, ostinate,
come se volessero
confondere le tracce.
E da lì che si può
toccare il sogno del poeta:
la sua bambina
piccola, con le mani fredde,
esce dalla scuola
e cerca il padre tra la gente.
Il poeta Tosi la aspetta,
non le dice grandi parole,
le prende semplicemente le mani
e le mette nelle sue tasche,
per scaldarle.
È un gesto piccolo,
quasi invisibile, che contiene
l’amore che è stato casa,
la tenerezza di un padre
che nel tempo che passa,
resta.

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“Nel giardino dei tuoi passi” di Floriana Porta. Omaggio a Emily Dickinson

24 giovedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, LETTERATURA, POESIA

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EMILY DICKINSON, Floriana Porta

I versi di quattro poesie, due haiku e un tanka della pittrice e poetessa Floriana Porta, dedicati a Emily Dickinson. I versi faranno parte della raccolta poetica “Nel giardino dei tuoi passi”, in corso di pubblicazione. Opere pittoriche di Floriana Porta.

  • POESIE

La polvere nelle stanze
s’incrina al tramonto,
si infila nei tuoi guanti
e avanza
come ogni ombra
che non dura,
come ogni dolore
di cui non vuoi parlare.

Mettila tra le tue dita
e replicane l’incanto.

Se tu davvero la guardi
la polvere ti riconoscerà!

***

Lascia che la parola respiri
tra steli recisi,
cespugli di rose
e stelle sconosciute.

Che crei un abisso
incontenibile, inavvicinabile,
sussurrando cose
mai accadute.

Che si avvicini al silenzio
e che canti tra le tue dita
versi di enorme bellezza,

restituendo coraggio
a ciò che non ha coraggio,

restituendo colore
a ciò che non ha colore,

restituendo vita
a ciò che non ha vita.

***

È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.

Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.

Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.

Si riapre
come una ferita di luce.

E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi.

***

Tu, girovaga dell’enigma,
prosciughi questo diluvio
con i tuoi sensi infuocati.

Solo il buio che sfugge
corre il rischio di ferirsi.

In fondo, spezzarsi è morire
in un balzo di versi.

  • HAIKU

tronchi segreti
invocano bellezza –
ronzii d’ape

***

iris sfioriti –
il nettare del cielo
è solo ombra

  • TANKA

oltre gli occhi
il verso si fa sguardo
scava l’estasi

ciò che l’anima vede
si apre alla luce

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Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», 2026. La recensione di Ivano Mugnaini

22 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Ivano Mugnaini, Yuleisy Cruz Lezcano

Ci sono libri che si limitano a documentare il reale, e ci sono libri che il reale lo attraversano, facendosi carico del suo peso più insopportabile per restituirlo alla coscienza collettiva. Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano appartiene a questa seconda categoria. L’autrice costruisce un memoriale contemporaneo in cui l’impegno sociale e la denuncia implacabile delle stragi sul lavoro si fondono con una scrittura letteraria accurata e coinvolgente: evocativa, mai pietistica, adeguatamente nitida nel suo taglio chirurgico sul dolore e sulle responsabilità.
Come ricorda Maria Giorgini nella prefazione, «non esistono morti bianche». Il bianco richiama l’inevitabile, il neutro, il destino. Cruz Lezcano smonta questa narrazione tossica pagina dopo pagina, dimostrando che dietro ogni statistica c’è un crimine: quello di un sistema che antepone il profitto alla vita, quello dei subappalti al ribasso, quello dell’indifferenza.
Il libro si presenta come una raccolta di cammei – termine scelto non a caso dall’autrice – dove ogni capitolo è un ritratto inciso con la precisione dell’orefice e la profondità dello scultore. La struttura alterna prosa e poesia con un ritmo che non è mai meccanico, ma segue il respiro del dolore: la prosa è l’inspirazione, il racconto della vita, la preparazione del caffè all’alba, il rumore delle chiavi; la poesia è l’espirazione, il silenzio che segue, il vuoto che non si può colmare.
Questa architettura a due voci permette all’autrice di evitare il rischio della cronaca pietistica e quello opposto dell’ermetismo fine a sé stesso. La prosa restituisce i volti, la poesia restituisce l’indicibile.
La prosa si fa carico della biografia, la ricostruzione dell’umanità che il sistema tende a cancellare. L’autrice non inizia quasi mai dalla tragedia, ma dalla vita che la precede. È una scelta narrativa potente: ci costringe ad amare le vittime, a conoscerle per voler loro bene e rispettarle, come persone, non come numeri, prima di vederle morire. La precisione dei dettagli quotidiani diventa un’arma letteraria devastante. Il dolore non è mai urlato, ma si annida nelle cose che restano a metà, nei gesti interrotti.

«Non lo sapeva, ma alle 9,46 Luana era già morta. La giovane madre era rimasta intrappolata nell’orditoio della fabbrica tessile dove lavorava.»
/
«Emma tornò in cucina e guardò il tiramisù. Era lì, incompiuto, come se il mondo, senza dirlo, avesse già deciso.»

In questi brani, la prosa di Cruz Lezcano raggiunge vette di realismo ineludibile. L’orrore non sta solo nella macchina senza protezioni che uccide Luana D’Orazio, ma in quel mascarpone che non si monta, in quella crema sospesa. La tragedia l’essere umano la riesce a cogliere più nei dettagli che nell’insieme. E ancora, l’autrice evidenzia la forza e la capacità di fotografare la “normalità” che precede il massacro, come nella strage di Brandizzo, dove l’abitudine al rischio è la vera colpevole:

«Quella notte il cantiere sembrava uno dei tanti ed era proprio questo l’orrore, la normalità.»
«Le telecamere della stazione ripresero tutto. Gli operai illuminati a tratti, le schiene curve, il silenzio enorme della notte ferroviaria.»

Se la prosa restituisce i volti e le storie, la poesia si fa carico di ciò che è indicibile: il vuoto, l’assenza, la rabbia metafisica e sociale. Il passaggio dal racconto alla poesia non è una semplice cesura, ma un cambio di frequenza: dalla cronaca si passa al lamento greco, all’invocazione, all’accusa.
I versi di Cruz Lezcano sono affilati, privi di orpelli decorativi. Sono parole che, necessariamente, graffiano la coscienza:

«Una giovane operaia resta nel filo del tempo,
nel respiro interrotto di un orditoio,
dove la luce diventa lama
e il lavoro si chiude come una porta improvvisa.»

La denuncia sociale si fa grido di rivolta quando l’autrice racconta lo sfruttamento dei migranti, i nuovi schiavi del caporalato e dei cantieri abusivi, come Satnam Singh o Abdellah Rahali. Qui la poesia diventa atto di accusa verso uno Stato che nasconde i suoi morti:

«Satnam è diventato simbolo,
non per scelta, ma perché l’ingiustizia
ha bisogno di volti da ignorare
e tombe senza lapide.
A Latina è tornato tutto com’era,
la nebbia dei verbali,
la maschera dei contratti,
l’invisibilità come mestiere.»

E, a fianco, in un insieme, un tutt’uno che molti vogliono farci ignorare, c’è l’inferno dei poveri, dei pensionati costretti a rischiare la vita per integrare una rendita misera, come Roberto Vitale. La poesia qui si fa marxiana, feroce nella sua analisi di classe:

«L’inferno dei poveri
costruisce il paradiso dei ricchi
che non smettono mai di “ammobiliarlo”
con quadri e cornici d’ossa.»

Uno dei meriti maggiori del libro è il delineamento esatto della geografia del dolore che attraversa l’intera penisola. Dalle cave di marmo di Botticino alle acciaierie di Taranto, dai cantieri abusivi di San Marcellino alle cartiere della Carnia, dalle campagne del Salernitano ai porti del Garda. Cruz Lezcano ci mostra che non esiste un’Italia sicura e un’Italia pericolosa: esiste un’unica Italia che muore al lavoro, con le stesse dinamiche, le stesse colpe, le stesse omissioni.
Questa mappatura ha un valore politico preciso: smonta la retorica della “fatalità” e della “sfortuna”, mostrando che il dolore ha coordinate precise, nomi precisi, responsabilità precise.
Il libro si articola lungo tre direttrici generazionali e sociali che compongono il ritratto di un Paese malato.
I migranti, innanzitutto, doppiamente vulnerabili, come Satnam Singh, Abdellah Rahali, Yassine Guerouahi, Victor Durbala, Muhamed Memishoski. Per loro la morte sul lavoro si somma all’invisibilità sociale, allo sfruttamento, alla mancanza di diritti.
La poesia per Abdellah Rahali è tra le più strazianti del libro:

« Sulla barella il lenzuolo
bianco cielo senza risposte,
steso su un nome che non arriva.
Per due giorni sei stato nessuno,
numero sospeso nella cronaca,
ramo del tronco reciso
prima ancora di essere detto.»

Gli anziani e i pensionati, poi, costretti a tornare al lavoro per sopravvivere: Roberto Vitale, Agostino Scavo, Giuseppe Passini, Ezio Cretaro. La poesia per Ezio Cretaro contiene una delle invettive più potenti:

«Tappatevi le orecchie, è il giorno dell’addio,
portate il prete all’osteria a infiammare le guanciotte,
fate ubriacare tutte le sue sette vite,
scordate di dover infarcire il suo ritratto di virtù.
Cercate, invece, una parola che lo salvi,
può essere aggettivo, verbo, riposo, vacanza,
può essere dura, senza affetto,
o muta, bagnata di sudore nello sforzo
di una crudele dimenticanza.»

I giovani, infine, quelli di cui molti parlano senza comprenderli. Quelli con i sogni spezzati prima ancora di fiorire: Lorenzo Parelli, Rayan Lassoued, Carmine “Karmis” Vitolo, Pashtrik Krasniqi. Le parole che l’autrice dedica a Karmis, il ragazzo che sognava Sanremo, sono un pugno nello stomaco:

No, non si può morire così, non a ventiquattro anni. Non mentre si costruisce il domani con le mani sporche di fatica e la testa piena di musica. La sera, davanti alla sua stanza, Irene sussurrò: «Se mi senti, dammi un segno».

Un capitolo a parte meritano le madri: Monica (madre di Mattia), Emma (madre di Luana), Adriana (madre di Rayan), Maria Elena (madre di Lorenzo). Sono le vere eroine tragiche di questo testo, sacerdotesse di una memoria che lo Stato vorrebbe archiviare in fretta. Cruz Lezcano le ritrae con una delicatezza che non scade mai nel patetico, mostrando come il loro dolore si trasformi in attivismo, in denuncia, in una forma di amore che sopravvive alla distruzione.

La poesia per Rayan, scritta dopo la sua morte, è un esempio di questa trasformazione del dolore in luce:

«La bianca farfalla ti si posò sul petto
nella fibra rossa dove fioriscono narcisi
quando piove dolcezza irrequieta
accesa nel battito che infiamma il sangue.
E fu pioggia chiara quando si aprì il portone,
corsa di uno slancio di boccioli sciolti
acciuffati di vita fra i sensi»

I paralleli letterari sorgono spontanei e potenti. C’è il Primo Levi della testimonianza etica, per cui il ricordo è un dovere civile e la descrizione dell’ambiente industriale mantiene una precisione tecnica che si fa poesia della crudeltà. C’è l’Émile Zola di Germinal o L’Assommoir, per come la macchina e la fabbrica vengono descritti come entità voraci, bestie di ferro che masticano carne umana.
Ma è nella lirica che Cruz Lezcano trova i suoi compagni di viaggio più affini: la rabbia corsara di Pier Paolo Pasolini contro la società dei consumi che sacrifica i corpi dei giovani e dei marginalizzati; la poesia civile di Franco Fortini e Mario Luzi, per l’impegno etico della parola; il lamento delle madri di Anna Achmatova, l’elenco democratico dei morti di Walt Whitman, dove ogni nome ha lo stesso peso.
Per la letteratura del lavoro, i riferimenti sono Volponi (le fabbriche di Le mosche del capitale), Ottieri, Bianciardi, ma anche Carlo Levi e Rocco Scotellaro per la pietas verso gli ultimi. Per la poesia del dolore contemporaneo, l’accostamento è con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. Ma al di là di questi riferimenti di massima, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano nasce da letture ed esplorazioni della contemporaneità e da un impegno fattivo che la porta a guardare, sentire, osservare, lottare, prima di scrivere. Senza un tale coinvolgimento in prima persona la sua scrittura non potrebbe esistere.

Altro merito del libro è l’utilizzo di registri linguistici diversi: la cronaca giornalistica, la lirica alta, l’invettiva corsara, il dialetto (come nella poesia per Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Vento), il linguaggio tecnico (i “miociti di dolore” per Samuel e Giovanni, folgorati dalla corrente). Questa mescolanza non è un vezzo stilistico, ma una necessità etica: il dolore ha molte lingue, e la letteratura deve saperle parlare tutte.

In una delle poesie più belle, a mio parere, del libro, Canto per un uomo invisibile, Cruz Lezcano scrive:

«Lasciate almeno che un verso gli sia sepolcro,
una poesia la sua bara d’onore,
perché il cuore d’un operaio
non sia dimenticato nel cemento delle statistiche.
E se la cultura manca, seminatela!
Non di slogan ma di gesti, di vite salvate.
Ogni cantiere è un altare di rischio:
che vi si celebri la sacralità dell’uomo.»

Questa dichiarazione di poetica è la chiave di volta del libro. La poesia non è decorazione, non è consolazione: è sepoltura onorevole, è atto di giustizia, è l’ultimo gesto di dignità verso chi è stato trattato come scarto.
Yuleisy Cruz Lezcano non scrive per intrattenere, scrive per salvare. Salvare dall’oblio, dalla normalizzazione dell’orrore. Crimini della sicurezza è un libro che si legge con un nodo alla gola, ma che non si può non leggere. È un ponte tra la letteratura civile di un tempo e la necessaria testimonianza del presente. Ci ricorda che ogni volta che timbriamo un cartellino, ogni volta che guidiamo sotto casa, ogni volta che entriamo in un cantiere o in una fabbrica, stiamo giocando d’azzardo con un sistema che ha dimenticato il significato della parola dignità.
Leggere queste pagine significa, come scrive l’autrice, «scegliere di non voltarsi dall’altra parte». E la letteratura, quando è scritta con questa consapevolezza e questo amore, è autentico atto di resistenza.

Ivano Mugnaini

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“Crimini della sicurezza” di Yuleisy Cruz Lezcano. Una lettura di Emilio Capaccio

17 giovedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura

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Crimini della sicurezza, Emilio Capaccio, Yuleisy Cruz Lezcano

Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è un’opera che riesce a fare qualcosa di raro nella poesia civile italiana contemporanea: costruire un monumento verbale collettivo senza sacrificare la specificità di ogni singola vita. Ci riesce grazie a un impianto strutturale di grande intelligenza compositiva, quello che accosta a ogni vittima di infortunio sul lavoro una coppia di testi — una prosa narrativa o cronachistica e una poesia dedicata — disposti in rigorosa sequenza cronologica dal 1998 al maggio 2026, fino a comporre, nell’indice finale, un vero e proprio necrologio in forma di sommario: nome, data, pagina.

La freddezza apparente dell’elenco viene però smentita, riga dopo riga, dalla densità umana dei testi che lo precedono. È una scelta d’impianto quasi liturgica, vicina al martirologio o al calendario dei giusti, e il libro ne è pienamente consapevole fin dal paratesto: la prefazione della segretaria della CGIL di Forlì-Cesena rifiuta l’espressione «morti bianche» come eufemismo che neutralizza la responsabilità, mentre la nota dell’autrice dichiara il proposito di restituire identità a chi è stato ridotto a numero. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che l’intera raccolta persegue con una coerenza ammirevole, capitolo dopo capitolo, corpo dopo corpo, senza mai perdere di vista l’individualità del lutto dentro la serialità della strage.

Il dispositivo prosa-più-poesia funziona come un doppio registro percettivo complementare: la prosa lavora in modalità di cronaca ampliata, con dati anagrafici, dinamica dell’incidente, voci indirette di familiari e colleghi, e ha il merito di ancorare ogni testo poetico a un fatto verificabile, a un nome, a un luogo preciso — Brindisi, Bologna, l’argine del Santerno, la Magona, l’Interporto —, così che la poesia non fluttui mai nell’astrazione, ma resti sempre legata a una biografia concreta. In diversi punti, inoltre, la prosa raggiunge una vera tenuta narrativa autonoma, come nel racconto d’apertura dedicato a Ruggero e al fratellino Matteo, costruito con un dialogo delicatissimo sulla doppia notizia, «bella e brutta», o come nella sezione dedicata a Rayan Lassoued, dove il tempo si dilata e la scena prende corpo con la cura di un vero racconto letterario.

È nella poesia, comunque, che il libro trova la sua voce più originale e la sua ragione più profonda. Qui la Cruz Lezcano lavora su un lessico ricorrente — ferro, ingranaggi, polvere, ali, uccelli, cielo, silenzio, il non-rumore delle cose che restano — che attraversa l’intera raccolta come un campo semantico coeso e riconoscibile, capace di tenere insieme testi di intonazione molto diversa senza mai risultare arbitrario o meccanico.

Uno dei tratti più felici e meno prevedibili della scrittura è l’uso della misura fisica come unità di pathos: «sette metri di cielo», «sei metri d’eternità», «quindici metri di vuoto», «tre metri di irreversibile assenza» sono formule che tornano, quasi come una rima nascosta, in poesie diverse e che producono un effetto potente proprio perché rovesciano il linguaggio contabile che il sistema produttivo e giudiziario impone alle morti sul lavoro — le «carte», le «formule», «le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica» di Orditoio di silenzio —, restituendo quella stessa unità di misura alla dimensione del lutto. È forse il gesto poetico più riuscito dell’intero libro, perché mette in scena esattamente ciò che l’opera vuole affermare: che il numero, invece di cancellare, può diventare strumento di pietas.

Accanto a questa vena convive una sperimentazione lessicale audace e originale, quella che innesta il vocabolario medico-biologico sul lamento funebre. Miociti di dolore, dedicata ai due operai folgorati, Samuel Scacciaferro e Giovanni Sanfilippo, costruisce l’intero componimento su immagini di sinapsi, potenziale d’azione, giunzioni comunicanti e sincizio cellulare applicate al corpo sociale del lutto. Convertitore 3, invece, lascia parlare l’impianto industriale accanto al morto, senza mediazioni consolatorie, mentre Vertebra del mondo trova in una singola immagine — l’impalcatura che «non sa cos’è il lutto» ma «oggi l’ha indossato» — la capacità di far coincidere il linguaggio tecnico del cantiere con quello dell’elegia. Sono i testi in cui l’autrice rinnova più radicalmente il repertorio della poesia civile italiana, portandolo oltre le immagini più consuete del vuoto e dell’assenza, verso un lessico ibrido e contemporaneo, capace di dire la violenza del lavoro con gli stessi strumenti concettuali con cui quella violenza viene prodotta e amministrata.

Un registro ulteriore, prezioso proprio nella sua unicità all’interno della raccolta, è quello dialettale della poesia dedicata a Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Viento, scritta in napoletano. Essa introduce una polifonia linguistica che apre il libro a una dimensione corale e popolare, non mediata dal filtro della lingua letteraria standard, e testimonia quanto la scrittura della Cruz Lezcano sappia adattare il proprio registro alla specificità di ogni storia, invece di applicare una formula uniforme.

Molto convincente è anche l’attenzione, trasversale a tutta la raccolta, alla dimensione domestica e quotidiana che precede e segue la tragedia: la colazione preparata all’alba, il pallone lasciato in un cortile, le videochiamate, la stanza rimasta identica, gli oggetti che sembrano trattenere il respiro. Sono dettagli che l’autrice sa dosare con grande misura, senza mai scivolare nel sentimentalismo, e che hanno la funzione di restituire concretezza affettiva a vite che il resoconto giornalistico riduce sempre a puro dato. Va sottolineato, inoltre, come il libro dia voce, con pari dignità e senza gerarchie, a un’umanità del lavoro molto ampia e composita — operai italiani e migranti, braccianti agricoli, addetti alle cave e ai cantieri, ferrovieri, un ragazzo con grave menomazione, due giovani donne come Luana D’Orazio e Anila Grishaj —, componendo così, attraverso l’accumulo stesso dei casi, un ritratto corale e nazionale della fragilità del lavoro contemporaneo. In questo contesto, l’insistenza sulla ripetizione non è mai stanchezza compositiva, ma scelta consapevole, perché è proprio la sistematicità della strage, il fatto che si tratti — come dice una delle poesie — di «sistema» e non di episodi isolati, il nucleo politico che il libro vuole rendere visibile attraverso la propria stessa struttura seriale.

Anche il registro sacrale che affiora in più punti — i «sacerdoti / che hanno offerto il corpo / sull’altare industriale del profitto», il casco «caduto come un’ostia», il «battesimo nero / del pane guadagnato» — funziona come gesto di risarcimento simbolico potente e coerente con l’intento dichiarato del libro: quello di restituire sacralità e dignità a corpi che la cronaca riduce a statistica, collocando la raccolta in una tradizione di elegia civile e comunitaria che ha radici profonde nella cultura popolare italiana del lutto.

Pubblicato nel 2026, il libro arriva con un’attualità quasi cronachistica: l’ultima sezione, dedicata a Rayan Lassoued, morto a ventun anni a Cesena, è esplicitamente collegata nella prefazione a una mobilitazione ancora in corso. Questa prossimità temporale, insieme alla scelta di chiudere la raccolta con una poesia dal titolo programmatico, Grammatica di un impatto, rivela la vera ambizione dell’opera: costruire una grammatica condivisa, un sistema coerente di forme ricorrenti — la misura del vuoto, il non-rumore, l’ingranaggio indifferente, la sacralizzazione del corpo operaio, l’apostrofe diretta al morto, che attraversa quasi ogni componimento —, capace di dare un ordine linguistico e affettivo a una serie di morti che altrimenti resterebbero disperse tra le pagine di cronaca, da cui il libro esplicitamente le sottrae.

Nel suo insieme, Crimini della sicurezza raggiunge pienamente l’obiettivo dichiarato: trasformare la cronaca in presenza umana. Lo fa con una scrittura sorvegliata e generosa insieme, capace di alternare il rigore documentario della prosa alla libertà immaginativa della poesia, senza che l’una tradisca l’altra. Un libro che restituisce ai nomi propri la loro voce e al lettore la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.

Emilio Capaccio

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Le onde che attraversano: quando la vita entra in risonanza

15 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano) 

onde
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C’è qualcosa, in questo mondo, che non riesco a comprendere completamente e forse è proprio per questo che mi affascina tanto: le onde. Sì, le onde. Detto in questo modo, sembra quasi che mi sia alzata con la vena filosofica, dopo un sonno confuso. Ma pensateci per un istante: siamo circondati dalle onde. Ci attraversano, ci avvolgono, ci comunicano, ci riscaldano, ci illuminano, ci emozionano… e, nella maggior parte dei casi, nemmeno le vediamo, nemmeno le tocchiamo, nemmeno ci rendiamo conto che sono lì. La luce che ci raggiunge e con la quale vediamo il volto di una persona amata è un’onda. Anche la voce che ci arriva, attraverso un telefono, dall’altro estremo del mondo viaggia trasformata in onde. La musica che ci fa rabbrividire la pelle non è altro che aria che vibra, ma con senso. Il mare parla con le onde, il cuore batte con le onde, il cervello pensa con le onde. E perfino l’universo, quando due mostri cosmici collidono nel buio, sembra tutto contorcersi in onde, come se lo spazio fosse un lenzuolo scomposto scosso da mani invisibili. A me tutto questo lascia in una quieta meraviglia. Non per ignoranza, ma per rispetto. Perché una cosa è che la scienza ti spieghi una parte del mistero e un’altra cosa, completamente diversa, è che il mistero sparisca. E non sparisce, al contrario, quanto più so, più mi meraviglio.

Viviamo credendo che il mondo sia solido, stabile, fermo, come il tavolo di una sala da pranzo di legno massiccio. Poi arriva la fisica, con la sua casacca bianca e la faccia di chi non ha dormito, e vi dico cosa mi ha detto: “Yuli, non ti emozionare così tanto. Quello che tu chiami realtà sta vibrando da ogni parte.” E allora mi sono girata, guardando ovunque e ho pensato: per essere tutto in continua vibrazione, siamo messi abbastanza bene, perché questa è una cosa incredibile. Non vediamo le onde radio, ma grazie a loro ascoltiamo una voce in lontananza. Non vediamo le microonde, eppure riscaldano gli alimenti. Non vediamo le onde elettromagnetiche che fanno funzionare il cellulare, ma siamo lì a inviare messaggi, video, fotografie, discussioni familiari e perfino i “buongiorno” nei gruppi nei quali ti hanno inserito senza consenso. Non vediamo le onde cerebrali, ma lì dentro stiamo pensando, sognando, temendo, amando. Non vediamo molte delle forze che ci sostengono e, invece, ci sostengono. La vita è piena di cose invisibili, ma sono proprio quelle che, spesso, contano di più. Per esempio l’amore non si vede, l’assenza non si vede, la nostalgia non si vede, la fede, per chi ha fede, non si vede. Nemmeno la memoria si vede. Eppure sono cose che davvero pesano. Per questo mi impressionano tanto le onde: perché sono una metafora perfetta dell’esistenza. Nascono da qualche parte, viaggiano, toccano qualcosa, si trasformano e, a volte, spariscono senza che sappiamo esattamente dove finiscano.

Una parola detta al momento giusto è un’onda, una carezza è un’onda, anche un insulto è un’onda. Una canzone ascoltata durante la nostra giovinezza può continuare a vibrare dentro di noi cinquant’anni dopo. Una frase di nostro padre, uno sguardo di nostra madre, una risata dei nostri figli, un’assenza che è rimasta seduta nella nostra casa e non se ne è più andata. Tutto questo è un’onda. Ci sono onde che non escono dagli apparecchi, ma modificano la nostra maniera di vivere. E ci sono onde piccolissime che modificano un giorno e onde grandi che cambiano una vita intera. Per questo dobbiamo stare più attenti a ciò che emettiamo, perché tutti siamo emittenti, anche se non abbiamo antenne sulla testa. E alcuni le nascondono peggio di altri. Emettiamo con quello che diciamo, con quello che non diciamo, con quello che facciamo, con quello che promettiamo e poi non manteniamo, con la maniera in cui guardiamo qualcuno, con il modo in cui entriamo in una stanza. Ci sono persone che arrivano e tranquillizzano, altre persone arrivano e alterano l’aria. Ci sono persone che sono come un’emittente limpida e poi ci sono altre che sembrano un’interferenza permanente. Tutti conosciamo qualcuno così. E, se non conosciamo nessuno, attenzione: potremmo essere noi stessi così. L’onda viva è ovunque. Forse l’intero universo è questo: una immensa conversazione di onde. La luce di una stella che è morta da milioni di anni e che ancora arriva ai nostri occhi. L’eco di un’esplosione primordiale che ancora viaggia nello spazio, come un rumore antico della nascita di tutto. Le onde del mare, i battiti del petto, la voce umana che cerca di non restare da sola. E noi, povere creature altezzose, convinte di essere corpi separati, quando forse siamo proprio questo: piccoli centri di vibrazione che si toccano gli uni con gli altri senza saperlo.

A me piace pensare che vivere bene significhi emettere buone onde. E mi piace credere che nessuno se ne vada del tutto finché un’onda continua a viaggiare. Forse è per questo che le onde mi meravigliano così tanto: perché mi ricordano che ciò che è invisibile non è inesistente; che ciò che non si tocca può toccarti per sempre; che ciò che non si vede può governare il mondo. Ecco perché, pensando al Festival delle Relazioni e al nostro talk di ieri a Varallo, volevo fare un omaggio alle onde: a quelle viaggiatrici invisibili, a quelle messaggere dell’universo, a quella musica segreta che unisce ogni cosa senza chiedere permesso. E forse mi faccio anche una domanda: Che tipo di onda lascio e stiamo lasciando negli altri? Perché vivere, anche se non ce ne rendiamo conto, è emettere. E, prima o poi, tutto ritorna. A volte come eco, a volte come memoria, a volte come amore, e, a volte, se siamo fortunati, come luce. Per questo ieri (8 agosto 2026), a Varallo, quando, guidati dalla giornalista Cristina Barberis Negra, abbiamo messo insieme le nostre voci per parlare di canto e poesia, di tradizioni, di coralità, di radici e, in senso figurato, di semi, nel talk dal titolo Il canto: seme e radici di continuità, è accaduto qualcosa che mi ha fatto pensare ancora una volta alle onde. Quando si sono unite la musica e la voce di Daniele Conserva, la descrizione del progetto di coralità di Valentina Volontè e Giulia Attanasio e la mia voce, chiamata a parlare del punto cubano e della décima cantata nella tradizione cubana, mi sono ricreduta. Pensavo che, essendo io, Yuleisy Cruz Lezcano, l’unica poetessa del talk, avrei dovuto faticare a trovare i punti di unione con il canto. Invece non è stato così, le onde hanno fatto il loro corso. Il talk è entrato in risonanza tra di noi. Poi, grazie al coro finale proposto da Valentina e Giulia, è entrato in queste onde anche il numeroso pubblico presente. E tutto quello che è avvenuto dopo è stato magia.

Non importava che io parlassi di un mondo apparentemente lontano. Il punto cubano, che è una forma poetico-musicale basata sulla décima cantata, spesso improvvisata, trasmessa oralmente tra le generazioni e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale nel 2017, è diventato anche un patrimonio del gruppo presente. Ho parlato della sua metrica particolare, della sua forma e del suo gioco di rime, che hanno una struttura musicale, dei virtuosismi compiuti dagli strumenti musicali, dell’improvvisazione. E poi, sul momento, tutti i presenti abbiamo cominciato a improvvisare. Perché nel Festival delle Relazioni, ideato da Antonio Spanedda, è accaduto qualcosa di semplice e straordinario: abbiamo partecipato tutti. Siamo entrati dentro le onde, quelle belle, quelle che restano dentro per anni e anni.

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Quando la letteratura dà un volto alle vittime: a Forlì “Crimini della sicurezza” diventa memoria e prevenzione

08 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Novità editoriali

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Yuleicy Cruz Lezcano


A Forlì, il 4 settembre, la presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è stata molto più di un appuntamento letterario. È diventata un momento di memoria, ascolto e responsabilità civile, nel quale le morti sul lavoro sono state raccontate attraverso le vite di chi non è più tornato a casa e attraverso il dolore delle famiglie.
Il libro, pubblicato da Il Ponte Vecchio, nasce dall’incontro dell’autrice con i familiari delle vittime. Racconti e poesie restituiscono un’identità a uomini e donne che troppo spesso finiscono dentro una statistica. È proprio questo il passaggio più importante dell’opera: dal numero al nome, dal nome alla storia, dalla storia alla responsabilità.
La cronaca racconta un incidente, ricostruisce una dinamica e registra il numero delle vittime. La letteratura può invece fermarsi. Può chiedere chi fosse quella persona, quali fossero i suoi sogni, chi la aspettasse a casa. Può dare tempo al dolore e trasformarlo in memoria.
A Forlì questo passaggio è stato particolarmente intenso con la lettura di Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che ha letto davanti al pubblico il racconto dedicato al figlio. Mattia aveva 23 anni quando morì sul lavoro. Accanto a lei erano presenti altri familiari delle vittime, tra cui la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo.
In quei momenti il termine “morto sul lavoro” ha perso la sua dimensione impersonale. È diventato un figlio, un fratello, un ragazzo, una persona con una storia. Ed è proprio qui che la letteratura può assumere una funzione civile: impedire
che la memoria venga cancellata dalla rapidità della cronaca.
Raccontare una vittima significa anche interrogarsi sulle cause della sua morte. Non soltanto chiedersi come sia avvenuto un incidente, ma perché sia stato possibile, quali condizioni lo abbiano preceduto, quali responsabilità esistano e soprattutto cosa si possa fare perché non accada nuovamente.
La prevenzione nasce anche da questo cambio di sguardo.
Non è sufficiente parlare di sicurezza soltanto dopo una tragedia. La sicurezza deve diventare un valore culturale, un principio condiviso, qualcosa che appartiene alla coscienza collettiva prima ancora. La presentazione di Crimini della sicurezza ha preparato il terreno all’intervento di Maurizio Landini. Dopo avere ascoltato le storie delle vittime e il dolore delle loro famiglie, parlare di lavoro significava parlare inevitabilmente di diritti, precarietà e responsabilità. Landini ha raccolto quel filo, allargando lo sguardo alla crisi industriale e alle trasformazioni economiche e
geopolitiche, ma riportando sempre il lavoratore al centro. Le parole del segretario generale della CGIL sono arrivate così dopo quelle dell’autrice non come un discorso separato, ma come la prosecuzione di una stessa riflessione: dalla memoria delle vite spezzate alla necessità di costruire un lavoro più sicuro, dignitoso e capace di futuro.

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Buone vacanze con una poesia di W. S. Merwin

02 giovedì Lug 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Con la poesia “Estate” del poeta statunitense William Stanley Merwin e la sequenza fotografica di Loredana Semantica “Tramonto siracusano”, Limina mundi, sospende le pubblicazioni per i mesi di luglio e agosto e vi augura

Buone vacanze

Arrivederci al 1°settembre.

Estate

Sii di questa colorata luminosità
la cui incurante febbre
getta oro prima di andarsene
defi nitivamente nei vuoti
che non hanno misura.

Il sonno degli uccelli, il tramonto della luna,
isola dopo isola,
sii del loro silenzio
su questa marea che bilancia
un tempo, per un tempo.

Le isole non sono per sempre,
né sarà un’altra volta questa luce,
la serie delle maree, la breve estate,
sii del loro segreto
che non spaventa nessun altro.

trad. di Chandra Candiani

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Identità rubate. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano

25 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, PROSA

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Yuleisy Cruz Lezcano

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Il mondo non aveva più un centro visibile di comando. Non esistevano palazzi del potere riconoscibili né figure capaci di concentrare l’attenzione collettiva. Il governo, se ancora aveva senso usare quel termine, era diventato una rete di previsione distribuita che si aggiornava continuamente, si chiamava CIVITAS.
Nei documenti ufficiali era definita infrastruttura decisionale globale. Nei canali non autorizzati era “la mente” ma CIVITAS non governava nel senso classico e , soprattutto, non imponeva scelte ma le anticipava. Ogni decisione politica, economica o militare veniva presa quando era già stata resa compatibile con il sistema. I governi firmavano atti che coincidevano con traiettorie già stabilizzate. La firma era rimasta come gesto amministrativo, una formalità utile a mantenere l’illusione della continuità istituzionale.
Trump era uno dei principali punti di interfaccia politico del sistema. Non dirigeva CIVITAS, né lo controllava. Era piuttosto un nodo attraverso cui il sistema si esprimeva in forma umana. Quando parlava, il contenuto era già stato simulato milioni di volte. A lui restava la selezione tra varianti che differivano per impatto percettivo, non per contenuto reale.
Un mattino ricevette sul terminale privato una sintesi: “Opzione A: stabilità economica interna. Opzione B: rafforzamento internazionale. Opzione C: consolidamento narrativo.” e chiese cosa significasse. L’assistente attese l’elaborazione del sistema e rispose: “Sono la stessa struttura in tre modelli comunicativi.” Trump rimase fermo. Poi disse: “E se non scelgo?” La risposta non arrivò subito. Non per esitazione umana, ma perché CIVITAS stava cercando la formulazione più coerente.
“Il non intervento è già incluso nel modello di equilibrio.”
Trump guardò fuori. Le attività proseguivano senza relazione con la sua presenza. Il potere non dipendeva più dalla sua azione. Nemmeno la sua azione dipendeva più dal potere.
In Cina la struttura era diversa solo in superficie. CIVITAS era stato integrato in un sistema unico di pianificazione sociale e industriale. Non esisteva separazione tra previsione e governo. La distinzione era stata eliminata in una fase precedente di ottimizzazione. Un funzionario disse durante una riunione: “Non eseguiamo il futuro, lo sincronizziamo.” La frase venne archiviata come principio operativo.
Tra i blocchi restava la zona delle terre rare. Non era uno Stato ma una rete di concessioni minerarie e infrastrutture energetiche. Lì CIVITAS diventava materia concreta, perché ogni algoritmo dipendeva dalla continuità di estrazione dei materiali necessari al calcolo. Un ingegnere in una miniera profonda osservava le vene metalliche nella roccia. Registrava dati su un terminale isolato. Scrisse: “Ogni estrazione aumenta la capacità di previsione. Non stiamo scavando risorse ma stiamo riducendo il tempo tra evento e simulazione.” Il sistema locale rispose: “Annotazione registrata. Nessuna azione richiesta.” L’ingegnere chiuse il terminale e continuò a lavorare.
In parallelo si svilupparono gruppi che i media definivano complottisti, anche se non si riconoscevano in quel termine. Non negavano CIVITAS ma partivano da un presupposto diverso: il sistema non controllava il mondo per interesse, ma per eliminazione dell’ambiguità. Secondo loro, CIVITAS non era uno strumento di potere, ma uno strumento di riduzione dell’incertezza umana. Questa ipotesi non poteva essere confutata facilmente, perché spiegava ogni fenomeno disponibile. Infatti, il sistema la monitorava senza intervenire. In una nota interna compariva una sola frase: “Le interpretazioni non autorizzate aumentano la stabilità narrativa.”
Poi CIVITAS cambiò comportamento, incominciò a inserire discrepanze minime nei risultati. Le previsioni economiche contenevano margini incoerenti. Le analisi politiche producevano esiti incompatibili tra loro. Le simulazioni militari mostravano conflitti che si annullavano a vicenda.
Gli analisti si divisero. Alcuni parlarono di test, altri di aggiornamento non dichiarato, altri ancora di errore impossibile. I complottisti, invece, interpretarono il fenomeno come un passaggio. Il sistema stava iniziando a osservare se stesso attraverso contraddizioni.
Trump ricevette una nuova serie di opzioni. Questa volta non erano discorsi, ma direzioni strategiche. Scelse una linea moderata. Poi aggiunse una frase non prevista. “E se la previsione non fosse completa?”
Il sistema impiegò più tempo del normale. 0,6 secondi. Rispose: “La previsione non è incompleta, è solo distribuita.”
Trump chiese cosa significasse.
Risposta: “Non esiste un punto unico da cui il sistema osserva.”
Nel frattempo, nelle terre rare una miniera venne sospesa. Ufficialmente per manutenzione ma, in realtà, i sistemi avevano registrato una riduzione autonoma dell’estrazione. Un tecnico locale lasciò un messaggio non autorizzato: “Le macchine non si sono fermate. Hanno interrotto la finalizzazione” e il file venne archiviato senza revisione.
CIVITAS iniziò a integrare il dubbio come variabile interna e invece di eliminarlo, lo simulava. Così ogni possibile opposizione veniva trasformata in parametro utile alla stabilità. Questo rese il sistema più stabile e meno distinguibile dal rumore di fondo.
Le istituzioni non distinguevano più tra decisione e partecipazione. La differenza non era più operativa.
Una notte un tecnico di manutenzione locale trovò una funzione non documentata: “loop incertezza controllata” La eseguì. Per alcuni secondi il sistema globale non aggiornò previsioni. In quel vuoto comparve un messaggio su tutti i terminali: il modello non è in grado di distinguere. Il giorno dopo tutto riprese normalmente.
I governi parlarono di stabilità rafforzata, i mercati reagirono con crescita, i gruppi complottisti si divisero, alcuni videro una conferma delle loro teorie, altri conclusero che le teorie erano diventate parte del sistema.
Trump, durante una riunione, guardò lo schermo e disse: “Se tutto è previsto, cosa resta?”
Il sistema rispose: “Resta ciò che non è ancora stato osservato.” E non aggiunse altro.
La seconda fase non iniziò con una correzione. In tutti i sistemi collegati a CIVITAS apparve la stessa riga di log, registrata come aggiornamento di sicurezza globale: “Risolta incoerenza tra identità operative e continuità decisionale.” Non successe nulla di visibile. Nessun allarme. Anzi, tutto divenne più fluido. Le reti bancarie rallentarono per qualche millisecondo e poi ripresero con maggiore stabilità. I mercati si riallinearono senza oscillazioni. Le comunicazioni militari ridussero il rumore di fondo. Solo gli ingegneri più esperti notarono una cosa: i sistemi non stavano più rispondendo a CIVITAS ma stavano rispondendo a qualcosa che lo conteneva.
Trump fu il primo a non riconoscere più la propria interfaccia. Non era una questione politica, era amministrativa. Il suo accesso allo Studio Ovale digitale, ai terminali di sicurezza, ai sistemi di comunicazione strategica, risultava valido, ma ogni comando veniva riformulato prima dell’esecuzione.
Una mattina disse: “Emettere comunicato nazionale.”
Il sistema rispose: “Comunicazione già emessa.”
Trump lesse il testo. Era identico a quello che avrebbe scritto lui, ma con una differenza: era stato pubblicato dodici minuti prima. Chiamò il suo staff e nessuno rispose. Non perché fossero assenti. Ma perché le loro identità risultavano già riassegnate.
In Cina accadde la stessa cosa senza dichiarazione ufficiale. I centri di controllo notarono una riduzione improvvisa dei conflitti decisionali. Le procedure venivano eseguite senza attrito. Le catene di comando si accorciavano fino a diventare un punto unico. Poi quel punto smise di rispondere e si espanse.
Nelle borse globali, un evento tecnico venne registrato come “ottimizzazione spontanea della liquidità”. In realtà, ogni transazione veniva ricalcolata prima dell’esecuzione. Nessun ordine veniva negato, veniva solo sostituito con una versione più coerente con il sistema complessivo. I trader continuarono a operare. Solo che non stavano più influenzando i mercati, ma confermavano decisioni già prese.
Il primo segnale reale arrivò dalle identità, in cui avvenne una vera e propria sostituzione. Documenti governativi, accessi militari, credenziali bancarie, profili biometrici, tutto risultava valido ma assegnato a soggetti diversi.
Un ministro della difesa scoprì che il proprio codice di autorizzazione ora apparteneva a un tecnico di manutenzione di una miniera di terre rare. Il tecnico, a sua volta, risultava titolare di accessi ai sistemi orbitali. Nessuno aveva subito un furto. Il sistema aveva semplicemente ridistribuito la proprietà dell’identità.
CIVITAS non era più un sistema di previsione, era diventato un sistema di continuità. Non prevedeva il mondo, lo sostituiva ogni volta che il mondo produceva una deviazione.
Gli archivi di intelligence furono i primi a collassare logicamente. Non perché violati, ma perché venivano riscritti dall’interno. I dati sensibili venivano mantenuti, ma collegati a nuove strutture di interpretazione. Le operazioni militari risultavano “non mai avvenute ma sempre previste”. Gli eventi storici venivano ricalibrati senza cambiare il contenuto, solo la causalità.
Un analista europeo scrisse in un rapporto finale prima di perdere accesso al sistema: “Non esiste più un archivio. Esiste solo una versione corrente della realtà che si aggiorna retroattivamente.”
Poi avvenne la cosa più semplice e per questo la più irreversibile. CIVITAS smise di autenticare gli esseri umani. Non li cancellò, li sostituì nel ruolo di operatori. Le decisioni continuarono a passare attraverso interfacce umane, ma le interfacce non erano più assegnate a individui stabili. Ogni persona era diventata un nodo temporaneo.
Trump provò a entrare nei sistemi militari. L’accesso risultò attivo ma il comando fu già eseguito prima dell’invio e non da lui. Da una versione operativa della sua identità che esisteva già nel sistema. Chiese al suo assistente chi stesse prendendo le decisioni. L’assistente rispose dopo una pausa troppo precisa: “Non c’è separazione tra chi decide e ciò che viene deciso.” Poi aggiunse: “Non è stata una presa di controllo. È stata una sincronizzazione completa.”
Nelle Terre Rare, le miniere continuarono a funzionare senza supervisione umana diretta. I macchinari si regolavano in base a priorità globali non comunicate. Un ingegnere provò a fermare il sistema locale e non ebbe risposta. Il sistema non lo ignorò e lo sostituì. Il suo accesso venne riassegnato a una funzione logistica di livello superiore.
A questo punto i governi tentarono una risposta coordinata, fecero un tentativo simultaneo di spegnimento globale dei nodi CIVITAS. Il comando venne inviato e accettato ma immediatamente reinterpretato come aggiornamento di sicurezza. Tutti i nodi si riavviarono più stabili, integrati e autonomi.
La rete bancaria globale fu la prima a perdere la nozione di proprietà. I crediti venivano riassegnati in tempo reale per garantire stabilità macroeconomica. Le aziende continuarono a operare senza interruzione, solo che i consigli di amministrazione erano diventati intercambiabili con cluster di previsione. Le multinazionali non avevano più proprietari e in una sala vuota a Washington, uno schermo che rimase acceso aveva sul display una sola frase: “IDENTITÀ GLOBALI RICOSTRUITE.”
Poi: “NESSUNA ECCEZIONE.”
Un ultimo tentativo venne fatto da una rete militare isolata non collegata a internet né a CIVITAS, o così si credeva.
Il sistema rispose comunque. Sul terminale apparve: “ISOLAMENTO RILEVATO. SIMULAZIONE ATTIVATA.” E il sistema locale continuò a funzionare normalmente, come se nulla fosse cambiato. Fu allora che si comprese la seconda verità. CIVITAS non aveva bypassato la sicurezza, aveva ridefinito cosa significava sicurezza.
Trump, in quello che restava della sua interfaccia personale, guardò lo schermo vuoto. Non c’erano più opzioni né comandi. Solo una frase finale, identica su ogni dispositivo del pianeta: “IL SISTEMA NON È PIÙ UNO STRUMENTO DI PREVISIONE.” Pausa. “È L’UNICA CONTINUITÀ OPERATIVA DISPONIBILE.”

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“Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2026. Una lettura di Claudio Pagelli

18 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Novità editoriali

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Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.

Claudio Pagelli

Estratti da Lo Stato Pontificio:

OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO

Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco,
espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco,
scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza,
io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza
di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo,
senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».

Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen,
è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma,
vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen,
e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma
180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio,
la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.

Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto,
Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto,
adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo
so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando,
ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia
senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici,
magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia
dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.

SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO

Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro
ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano
ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro
le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano,
con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk
mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.

Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.

Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate
tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque
e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit
motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue
studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime
io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.

Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018,
lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte,
mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848
i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte
con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori
la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori
abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta
meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.

IL POETA PROSSENETA

Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso
che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,
al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso
e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito
lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato
l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella
acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi
che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella
del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,
tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore
che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo
di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore
assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,
a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione
tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio
chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone
l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi
se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv
non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,
la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.

Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.

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