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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: LETTERATURA

Andrea Abruzzese, Inediti

04 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Andrea Abruzzese

Le cappelle nelle quali pregare

C’è chi vive re Mida,
mondovisione-sfarzo; smorfie-disprezzo
verso moltitudini strangolate da povertà,
che tendono brandelli-speranze.

Gli specchi
sono le cappelle
nelle quali pregare.

C’è chi vive libero
nell’abbraccio di bene e male,
ma eruzioni-odio, in cravatte rosse,
flagellano masse incatenate.
E vestendo muri-propagande,
isolano le menti delle persone,
fomentando guerre-tutti contro tutti…
Seppellendo futuri, eclissando sogni.

Gli specchi
sono le cappelle
nelle quali pregare.

C’è chi vede oltre i confini,
chi pensa che non siano reali.
C’è chi muore per uguaglianza, pace e libertà.
chi mostra che non sono solo ideali.

I nostri specchi sono
le cappelle
nelle quali pregare.

*

Dallo stadio alla piazza

Frastuono-mano sveglia tenebre.
I grugniti, gli epiteti
fanno crollare tra le ombre.

(Far finta di niente…
Gli altri faranno altrettanto)

Ma fuori l’apprensione è esser sola,
con tachicardia a sconvolgere il petto,
e voce che scompare in gola.

(Dallo stadio alla piazza…
Che bruti questi uomini,
quanta efferatezza)

Firmamento-nuovo anno esibisce fuochi…
Disperazione straripa dai condotti lacrimali,
terrore trema nelle gambe.
Ventose e tentacoli sui corpi,
urla primitive a violentare la mente.

(Ed è stato deciso! Tutti l’abbiam deciso!
Qual è il posto delle donne)

« Lo ha fatto la televisione.»
« Titoli di giornali.»
« Il silenzio delle poltrone.»
« Impotenza di divise e distintivi.»

E ammesso che oggi notizia sia albore,
domani sarà buio,
fino a quando concentrazione
si volterà per qualcosa
ancor più grave.

*

Dicembre 1969

Milano, ore 16:37, il tempo si è fermato
alla banca nazionale dell’agricoltura,
un silenzio assordante, dopo un forte boato.

88 feriti, morti 17,
in un dicembre improvvisamente rovente,
ma tutta la nazione ha tremato
sotto l’ombra corrotta di uno scudo crociato.

E mentre ancora si elaborava il lutto
e le domande correvano tra shock e lacrime,
un ideale d’anarchia volò giù
dalla finestra di una stazione di polizia.

Con l’innocenza, le ingiurie e le prove,
nell’aria che mutava in piombo
in quell’inverno del 1969.

E ci fu qualche condannato,
chi colpevole, chi innocente;
ma per chi a pianto,
per chi la vita ha dato,
ancora non ha pagato
chi è Stato.

*

Morti in buona fede

Spalle dritte, pancia in dentro,
soldato.

Hai medaglie al valore,
dal sangue forgiate,
di morti senza peccato.

Sguardo fiero, gonfia il petto
soldato.

Nel bagliore, particelle
di donne, bambini e qualche
vecchio tutto storto.

Mento alto, deciso il passo
soldato.

Nel silenzio, nelle bugie, il torto
di un errore in assassinii,
di morti in buona fede…
Ma sono dita umane
in amplesso con grilletto,
soldato.

L’Arma non conosce
la differenza
tra giusto e sbagliato.

*
Andrea Abruzzese nasce a Foggia il 27/04/1989.
Alcune sue poesie sono state pubblicate su blog e riviste Letterarie:
“L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia”, “Pioggia Obliqua”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Limina Mundi”,“Cultura Oltre”, “Sentieri di Cartesensibili”, “L’equivoco” e “Risme”.
Altre all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.

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Poesia sabbatica: “30”

02 sabato Mag 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

30

*

no, mio Dio,
non voglio il bianco smorto dei capelli
e nemmeno la pelle che si aggrinza,
non voglio il fiato che si accorcia
e le gambe sconfitte dalle scale,
non il pensiero di chi sa d’aver vissuto
e vede sempre più breve il tempo che gli resta,
non la resa della voglia per te donna che passi
e sei curve, fianchi e seno,
non il ciclo della foglia
che nasce, cresce e cade,
non il giro del giorno
che inizia in gloria di sole
e poi cade nell’oscuro,
*
no, mio Dio,
non basta il tempo che finisce
a chi ha pensato l’eterno,
non basta un giro sulla terra
a chi vede universo e cosmo,
non basta il conto a unità e decine
a chi sa numerare miriadi e miliardi,
*
no, mio Dio,
divino non è stato
scaraventare noi quaggiù nel mondo
noi che siamo nati
a tua immagine e somiglianza.
*

gennaio 2026

*

 Francesco Palmieri

 

(dalla raccolta inedita e in corso di scrittura “Poesie del saluto”)

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Venerdì dispari

01 venerdì Mag 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Primo maggio sul lago

Primo maggio sul lago

imprimo l’unico raggio

di sole che trovo al lavoro

sul tuo corpo dorato.

Son pago di sudato salario

qui è tutto un erbario

di lucide e tenere foglie.

La pioggia e la luce che piove

mescolate dal vento

mi fanno uno scemo contento.

 

Francesco Tontoli

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Pasquale Lucio Losavio, “Della vita anteriore”, Fallone Editore, 2025.

27 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Della vita anteriore, Pasquale Lucio Losavio

 

da Non escludere mai la caduta

 

Non escludere mai la caduta

e le conseguenti risate

come il protofilosofo non sarai compreso

e la serva ti deriderà

perché hai la testa fra le nuvole

 

se darai di più della misura

non sarai riconosciuto

e il detto del padre

“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”

diventerà il prezzo della tua ambizione.

*

L’occhio indurisce la specie

eccede il corpo la direzione

si tende verso il colore della carne.

Se tutto il meccanismo produce l’atto

allora il sincronismo ha pause nello stile

e si divide il tempo nei due sipari

dissimulando l’unità aristotelica.

L’epilogo dipana la mistificazione.

*

Degli occhiali seri ma moderni

dissi all’ottico

ma non avevo in mente quelli che comprai

mi davano l’aspetto di un medico

quelli della pubblicità dei dentifrici

con il camice candido

 

gli occhiali non mi servono tanto per vedere

quanto per accompagnare

i miei discorsi in pubblico

con il gesto teatrale di toglierli

e rimetterli

con il movimento coordinato

del braccio e della testa

 

lei vuole fare il professore

di filosofia

e non apre bocca

disse l’assistente di storia moderna

la Grande paura e gli Annales

mi rimanevano taciuti

nell’inciampo della memoria.

*

da Dentro alle mura

 

La causa del sintomo

risale all’adolescenza

quando il desiderio era negato

nell’immagine allo specchio

che riflettevo.

Non bastavano i libri

che avidamente leggevo

a colmare il niente e la nostalgia.

Tu eri in quarta ginnasio

e mi aspettavi

poggiata alla porta del bagno.

Non ti seppi parlare

poiché parlare era inutile.

*

da Falansterio onirico

 

Giusto un incubo ho pensato

mi teneva il braccio, forte

e tendeva in alto la lama

che non fendeva

tentavo di colpirlo con un vocabolario

ma la mano non si muoveva

tra i denti ringhiavo il nome inascoltato

in fondo alla stanza la forma di un corpo

avvolta in un lenzuolo.

Si muovono rapide le gambe

invitano alla finta e al dribbling

sul campo di terra dei ragazzi

ma subito le ginocchia cedono

e le viti fermano una piastra d’acciaio

ad impedire che fuoriesca la rotula.

L’AUTORE

Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.

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Venerdì dispari

24 venerdì Apr 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, I pensieri si soffermano nell'immagine

I pensieri si soffermano nell’immagine
di ciò che siamo stati e di ciò che saremo
prima della vita e dopo.

La polvere carica del polline di primavera
la sabbia di una spiaggia
dove piccoli animali scalano
le loro montagne con enorme fatica

alcune gocce che si ostinano
a rimanere attaccate alle foglie
ignorando la forza di gravità.

Una religione transitoria e breve
viene praticata in modo inconsapevole
da ogni essere che all’alba si desta alla vita.

Anche se ritorneremo a essere cose
fantastichiamo all’idea che le pietre
possano conservare un tratto indelebile
una parola, un canto.

Francesco Tontoli

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“Derma” di Arianna Vartolo, Arcipelago Itaca, 2025

23 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.

di Mattia Tarantino

V

Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.

VI

Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.

di Arianna Vartolo

Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola
Padre. Ho pensato per un attimo
a quello che per ipotesi – non remota
quanto la conferma – dovrebbe essere
il mio. Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato
per un attimo a pesarne la figura – farne
giuntura essenziale a dispetto della forma
fessa che ne spaccava i contorni
in quei giorni che mai è stato presenza.
Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla
non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi
che ne dicessero una qualche vaga rilevanza.
Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo
a pensare a mio padre:
non me ne sono ricordata il volto.

Nel bere la gola si muove veloce
quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece
– invece – non parla. Ha sete e ingoia
acqua spiriti, cose segrete di varia matrice
rimaste sospese a farla lavorare.
Il moto ondulatorio produce pressione
appena sotto il punto d’adesione tra faringe
e laringe. È il processo respiratorio a rischiare
la compromissione: prestare dunque attenzione
a che nulla vi sia a stringere il canale.
A soffocare un corpo
con un altro estraneo che spinge

Non tralasciare il potere dei giorni
dispari; quello degli attimi fuori
fuoco – fuori tempo. Trova i contorni
di questo mio dedalico costato
e lascia entrare luce e sangue sempre
nuovi; alle tue dita ho dedicato
il nume di ciò che c’è e non si vede

La debolezza che spezza le unghie
nel togliere la buccia ai mandarini
somiglia a certi mattini d’inverno:
è gennaio con il sole che basso
passa sotto lo sterno; segue passo
passo un respiro mancato, quel battito
infermo che nulla trova tra sistole
e diastole. Si direbbe forza
quella che manca – priva di ossa o scorza
a protezione; del frutto che lascia
è l’ultima forma di assoluzione

Che cosa c’è dietro questo curare
il lievito madre per settimane:
farlo maturare a temperatura
ambiente – forse ottimale, o lasciarlo
respirare in barattoli di vetro?
Cosa dietro l’asse del tavolo in legno
messa in orizzontale a sostenere
quel peso in più che non le appartiene?
Ti chiedi dove sia quella forza
che fa tornare indietro dopo tanto
andare; che tiene il conto di quanto
carico sia ancora da portare.

di Sonia Caporossi

“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”

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Carmine Lubrano, “Come Carmelo Bene sono apparso alla Madonna di Roca”, Terra del Fuoco, 2025. Nota critica di Laura Cammarota.

20 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Carmine Lubrano, Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca

Carmine Lubrano, poeta, operatore culturale e poliartista, si presenta ancora attivo e militante, uscendo a febbraio 2025 con la raccolta poetica Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca (edito con il marchio Terra del Fuoco), una nuova produzione estremamente intensa e forse anche inaspettata (dopo il suo personale “Basta”, grido di protesta alla contemporanea situazione panoramica nazionale di ‘non poesia’, presente nel precedente volume CarmineCanta). Leggendo questo nuovo libro appare evidente come l’impulso a dire, a cantare ancora è forte, è esigenza impellente dell’autore, è ossigeno di cui non può fare a meno e si cercherà qui in queste poche righe di mettere l’accento sul carattere proprio delle poesie di questo Lubrano, che è un Lubrano pure estremamente riconoscibile nel suo stile, ma per la prima volta al lettore vengono
rivelati aspetti che forse in precedenza erano prevalentemente latenti nella sua produzione ed anche il suo stile, maturato in tanti anni di lavoro e introspezione, risulta qui ulteriormente evoluto e mutato in qualche sua essenza.
Nella recensione che Gualberto Alvino aveva redatto per CarmineCanta si legge, giustamente, “In un’epoca di rinunzia alla riflessione e d’orrore della profondità, leggere – e ascoltare – Lubrano è un dovere.” Ed è realmente un dovere, oltre che un piacere, e specialmente per chi comprende il potere trasformativo del fare arte e poesia e perché non si può sapere che effetto abbia su un altro essere umano la parola di Lubrano, ma vale la pena tentare e vedere cosa accade, perché l’autore si è già dimostrato capace di aprire varchi nelle persone e far nascere qualcosa di nuovo, emozionare e smuovere gli animi, che non restano mai immutati dopo un’esperienza di immersione nella sua poesia. E se la lettura è un invito banale, ancora più interfacciandosi con un autore così viscerale, il mio invito ai lettori incuriositi è quello di abbandonarsi, di viaggiare in un flusso di trance allucinogena e lasciarsi trasportare dalla sua poesia e dentro la poesia, attraverso il canto, l’ascolto, la danza, il vaneggiamento (secondo quanto consiglia al riguardo Carmelo Bene “la poesia va vaneggiata”, o come troviamo ancora in questo libro in Lubrano “il verbo avanza a passo di danza in questa stanza”). L’intero libro si richiama vistosamente, e già a cominciare con la scelta del titolo, a Carmelo Bene, come a voler entrare in un filo storico ben preciso
e con un fine chiaro, poiché è palpabile tra questi versi la presenza dell’esperienza autobiografica del poeta. I primi versi di apertura presentano quasi una sintesi di tutte le poesie qui raccolte e raffigurano un quadro condensato del sentire che dall’intero libro sgorga: l’autore è in queste pagine totalmente presente in prima persona ed espone e mette a nudo la sua ferita di dolore, sublima tale sofferenza, non annullandola nei versi, anzi donandole un nuovo valore (“c’è una luna piena questa sera e così oscena/ nella sua gravida pienezza nuda/ forse l’estate è già finita e sui muri/ schiaffeggiati dal vento del nord/ i manifesti scoloriti mordicchiati dal sole/ sofferenti ci dicono della/ bellezza che diventa
pianto”). Qui realmente il poeta “sfugge dal codice”, sfugge dal suo stesso codice implicito, dalla sua stessa guida interiore e si modifica apparendo nuovo a sé stesso, si apre al mondo, si rivela nella sua piaga più profonda e ancora non rimarginata e che mai si rimarginerà ma che rimane “bellezza che diventa pianto”.
Lubrano non è di facile lettura, semplice o banale, anzi riesce sempre a scavare grotte con le sue parole, ad abbattere muri, sfondare confini (“salta il recinto il poeta e forgia/ aspira a forgiare una parola”), riesce a liberare follie che nel comune vivere quotidiano non si concepirebbero; adopera la parola con maestria ed esperienza, imprime nel ricevente la poesia una sensazione che poi è difficile scrollarsi di dosso, che rimane sotto la pelle, che trasforma e trasmette un di più, un oltre, di cui poi non si riesce a fare a meno. Il poeta è mago, è abile alchimista che stappa la bottiglia del genio della lampada nascosto al proprio interno e all’interno del lettore predisposto, e stappata questa lampada ne esce qualcosa che l’ascoltatore non sapeva di avere dentro, che viene inevitabilmente liberato ed è destinato ad andare in giro nel mondo, nelle case, nelle piazze, a portare un po’ di follia, un po’ di quell’arte sempre con sé. Lubrano entra nelle persone con le sue poesie e senza mai usare convenzioni, anzi combattendole, senza risultare mai banale, senza cliché (a meno che i cliché non siano voluti per raggiungere uno scopo altro). In questo libro con una presenza così forte dell’uomo-poeta, sono versi i suoi che entrano e divorano, in cui vengono dipinti, scena dopo scena, autoritratti dell’esistenza dell’autore trasfigurati, resi altro da sé e che toccano nervi, punti sensibili interni, come se la sua esperienza, vera o sognata, diventasse esperienza comune di chi legge e tragica, epica, seppure l’autore rimanga ben lontano dalla lirica. La scelta delle parole infatti riporta sempre ad un piano misto, mai solo alto o solo basso, mai solo dolce o solo amaro, mai solo estetico/segnico o solo concettuale: Lubrano si riconferma pieno di tutto, sempre barocco, sempre vitale, più intimo in queste pagine, più rivelante e un po’ meno enigmatico rispetto al passato, sempre critico della contemporaneità, anarchico e politico, sebbene più personale, e rimanendo carico, ricco e denso di significato. Questo libro è il racconto intimo e bruciante di un sogno o di un lontanissimo ricordo che ritorna e si rivive continuamente ed è ferita che sanguina (“quella/questa cicatrice che continua a sanguinare”; “e sarà assetata più che mai tradita e ferita sarà/ questa inquieta bellezza”), ma c’è anche in queste pagine come una nuova malinconica speranza (“in questa voce che mi brucia e che feconda/ e così che possa ingravidare la tua/ voce/ e gravida per il mondo andrai”): il poeta ha fatto tutto ciò che era in suo potere fare e ora non resta che sperare che il canto possa vivere ancora, restare nel mondo a compiere il suo destino (“il verbo avanza a passo di danza in questa stanza/ e nonostante le assenze”; “e a proposito dell’amore qui in questo libro/sto imparando lentamente a/ morire”). E come si evince da questa speranza fecondativa, lo scopo di Lubrano non è semplicemente riflessivo in questi versi, non c’è solo lavoro introspettivo su di sé, vi è infatti pure un’esigenza penetrativa e ricettiva, l’autore desidera entrare nell’altro e rimanergli dentro, ha bisogno di trovare un varco per donare sé stesso, per trasformare l’altro, per impregnarlo e in tal modo il poeta si fa anche toccare dall’altro e si fa a sua volta ingravidare. La poesia di Lubrano è quindi poesia di trasformazione ed è sempre amplesso: è questo forse sempre stato il suo scopo principale e lo è ancor più in questa ultima pubblicazione, in cui la parola è davvero strumento per donarsi al mondo, è linguaggio d’amore (“Lengua Amor Osa”). La poesia per Lubrano è atto totale di libertà, espressione d’amore innocente, perché fine a sé stesso, è atto di imporsi come una presenza necessaria nel mondo, è scambio necessario e primario, è atto di concedersi, di rivelarsi, di scoprirsi nel proprio intimo e di fondersi con l’altro per modificarsi, modificandolo.
Come manipola la parola, la musica, l’arte, usandole per metabolizzare la sostanza inconscia che vuole tirare fuori, così viene manipolato lo spettatore, il ricevente che, se veramente aperto e capace di accogliere, ottiene molto di più del semplice piacere di ascoltare un canto gradevole (e quasi mai Lubrano è poeta semplicemente ‘gradevole’), ma ne ottiene un forte turbamento interiore che lo porta a evolvere, a crescere. Questo autore ancora in questo libro riesce a generare un processo interno, attraverso la costante sperimentazione linguistica, l’inesauribile inventiva, il bisogno di esprimersi e celebrare la totale libertà, in questa dimensione di arte così terrestre, così fisica, in fermento, viscerale e ricca: come in fermento è la ricca e fertile terra nera vulcanica, così è il poeta, così questo artista a tutto tondo, così quest’uomo pieno di energia vitale, e allo stesso
tempo pieno di contraddizioni interiori, pieno di forza che si percepisce nella forza del suo canto, nella passione che mette quando si concede a un pubblico, quando fa l’amore con le parole e gli spettatori, trasmettendosi, imprimendosi nel mondo indelebilmente e così anche trasformandolo.

*
Laura Cammarota

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Poesia sabbatica: “25”

18 sabato Apr 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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25, Francesco Palmieri

 

25

*

da che si è fatto silenzio

nel mio pensiero

nel cuore nascosto dentro al petto

in ogni capello del mio cranio

in ogni cellula della mia carne

in ogni respiro della mia bocca

*

(e non so dire se sei stata tu

a strapparmi gli occhi

e poi gli orecchi

e poi la lingua così come succede

quando l’amore è parola bugiarda

*

o se così è stato voluto in cielo il mio destino

o soltanto perché non ho saputo vivere

sapendo sempre quale treno prendere

e quale lasciare andare)

*

me ne sto

come una conchiglia vuota nella sabbia

il legno spezzato di un veliero naufragato

un vecchio che non aspetta più niente e più nessuno

ma sa che la guerra non è mai finita

e durerà  per sempre, fino all’ultimo saluto.

*

aprile 2025

*

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

17 venerdì Apr 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Ritorno sul primo verso

Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi.
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole.
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.

Francesco Tontoli

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Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

13 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Prosa poetica

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Campagne, Giancarlo Busso

 

da Campagne

Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.

 

Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.

 

Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.

 

Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?

 

da Contrade

La domenica in paese

Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte

 

I morti

Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.

 

Vestigia a me prossime e terrene

Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.

 

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTORE

Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.

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Poesia sabbatica: “22”

11 sabato Apr 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

22, Francesco Palmieri

22

sì, è magnifico il sole alto nell’alto dei cieli,
la luna sdraiata sul mare a mezzanotte,
la neve nei cortili e la pioggia sulle foglie,
la maestà gloriosa delle montagne azzurre
e il grano d’oro che diventerà il tuo pane,
sì, è bella lei coi suoi capelli sciolti
e il passo di ragazza che corre verso l’amore,
la curva intorno ai seni e la gonna sul ginocchio
e poi il suo corpo nudo sdraiato su lenzuola

ma

perché succede poi l’arsura della terra
per l’acqua che non viene,
i chicchi allo sterminio e la tremenda fame,
il mare che s’infuria e spazza via la casa
di chi lì abitava credendosi al sicuro,
e poi ancora lei con la testa fra le mani
a contare gli anni che non verranno più
e lui che regge appena il peso sulle gambe
e tutti e due a sapere ora
che non c’è eternità
e neanche un altro sogno
paziente ad aspettarli,

perché chi ha creato meraviglia,
il cielo tutte stelle e la vastità del cosmo,
ci ha tradito poi
con il morire a poco a poco,
l’andarsene per sempre
e un tempo che cancella
anche l’ultima memoria
di noi che nati un giorno
duriamo appena appena
un battito di ciglia.

agosto 2024

Francesco Palmieri

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Venerdì dispari

10 venerdì Apr 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

O luna, luna tu
per sempre e non per molto luna
stai per essere raggiunta
ed ognuna delle tue pietre
comete infrante che si son posate
sul tuo corpo minerale
teme in silenzio, il sabotaggio
il diritto violato
il cascame vetrificato
di oggetti non identificati
il metallo d’argento
il tessuto purpureo e celeste
di bandiere sgonfie di vento
e malamente armate.
Fatti coraggio
e indaga col tuo occhio
come sempre attento
ciò che è apparecchiato
sul deserto blu e bianco
del tuo carnefice vicino
ciò che vive nel corpo di tua madre
che ha generato un seme maligno
e che vuole diffonderlo perfino nello spazio
confonderlo coi semi di luce del sole.
Sforzati ad alzare le tue maree
manda una flottiglia di meteoriti
e fanne pioggia, inverno, inferno.
Fai cadere le stelle sulla testa dei candidati
alla carcerazione degli atomi
a chi deporta i figli dalle pianure al mare
a chi è figlio degli dei e non figlio degli alberi e dei fiori.
Fatti coraggio
e fatti ancora sorella minore più saggia
àncora di salvataggio, miraggio
confidente di bambini e piccoli poeti
maestra di discipline notturne
capace di sedurre senza rapire
e di ferire senza fare del male.

Francesco Tontoli

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Tre poesie da “Bianche fioriture nere” di Claudio Pagelli, Puntoacapo editrice, 2026

09 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Novità editoriali, POESIA

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Tag

Caludio Pagelli, Fotografia, Gian Maria Garuti, POESIA, Puntoacapo editrice

La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti

Ruggine

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

splende di ruggine

l’erba della terra.

come un dio

sbranato dal vento

al peso della luce

s’arrende il fiore.

Radice

resta poco, resta l’osso

che s’inarca e sbanda

nel vento che ci divora.

resta il bianco, il nero,

fragili radici fra i denti

della terra, l’aria che trema

tra gli insetti e la luna…

Attesa

il bianco mi acceca

quando il sole spinge

la lingua sui muri.

all’ombra degli alberi

riposa la luce,

il corpo nero delle pietre.

attendono i fiori dei campi

il saluto delle stelle.

nasconde un pugnale il cielo

sul petto aperto di settembre.

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024).
Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.

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Miriam Bruni legge una poesia di Anna Santoliquido

08 mercoledì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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ph Miriam Bruni

TESTAMENTO

lascio in eredità ai passeri
le emozioni represse
riscalderanno il nido
proteggeranno la specie

al falco lascio le visioni
e l’ampiezza della fantasia
aggiungeranno estro al volo
lo rallegreranno al vespro

al cerro e alla quercia
lascio l’intimità dell’opera
li aiuterà a sopportare il gelo
e le barbarie

alla vigna lascio le idee acerbe
matureranno con il sole
saranno aglianico
e brindisi

alla luna lascio un sentimento mai nato
sarà incanto e resurrezione
dovrà covarlo con l’energia della scienza
e la genuinità dei semplici

al fuoco e alla neve
lascio l’impeto del linguaggio
e la brina delle liriche
alimenteranno la tenerezza

al fiume e al ruscello
lascio la liquidità dei segni
scorreranno fino a quando l’uomo
difenderà il creato

al cielo e ai bimbi
lascio i colori della scrittura
le rime e le assonanze
e i mulinelli dell’innocenza

al nulla lascio la pena
i grumi di sangue
l’ansia delle doglie
e l’inquietudine

ai poeti lascio il dilemma
la giovialità del percorso
e la purezza delle pagine
li tramanderanno ai posteri

alle parole lascio una carezza
soave come il miele di acacia
grata per la fedeltà
e la battaglia

Anna Santoliquido

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“Resurrezione” di Vladimir Holan

05 domenica Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Angelo Maria Ripellino, POESIA, Resurrezione, TRADUZIONI, Vladimir Holan

Jesus Christ emerges from a rock-cut tomb into bright sunlight near his disciples.
Image AI generated

Che dopo questa vita di nuovo ci si debba svegliare
con il suono delle trombe e i corni?
Scusami Signore, ma credo
che per tutti noi il segno della resurrezione
sarà il canto semplice di un gallo.

Per un attimo ancora rimarremo a letto.
La prima che si alzerà sarà la mamma.
Sentiremo come nel silenzio accende delicatamente il fuoco,
come mette l’acqua a bollire,
e come con un gesto quotidiano
tira fuori dalla credenza il macinino del caffè.
Saremo di nuovo a casa.

trad. di Angelo Maria Ripellino

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“La Crocifissione” di Pier Paolo Pasolini

03 venerdì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA, RICORRENZE

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L'Usignolo della Chiesa Cattolica, Pier Paolo Pasolini

Ma noi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo pe’ Giudei, stoltezza pe’ Gentili

Paolo, Lettera ai Corinzi

 

Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L’alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l’Aprile
intenerisce il Suo esibire
la morte a sguardi che Lo bruciano.

Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto…atroce
offesa al suo pudore crudo…
Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.

Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso.)

Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.

 

Pier Paolo Pasolini, da “L’Usignolo della Chiesa Cattolica”, sezione Paolo e Baruch, Longanesi, 1958.

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Miriam Bruni legge “Pioggia” di Alice Silvia Morelli

31 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Tag

Alice Silvia Morelli, Miriam Bruni

Cupped hands catching rain on a wet cobblestone street with stone buildings in the background.
Image AI generated

Pioggia

Mi cerchi dal cielo,

senza avviso,

come chi scopre

la soglia segreta del sonno.

Goccia dopo goccia

mi disarmi,

entri nei polsi —

clessidre lente —

nelle pieghe dell’attesa.

Non sei tempesta:

sei tatto che cade,

sei pelle che ride

sotto dita d’acqua.

Un alfabeto liquido

che riscrive i confini,

una finestra d’aria

tra profumi e colori.

Pioggia.

Mi lasci intrisa

di silenzi buoni,

di respiri che aprono

i polmoni.

Alice Silvia Morelli

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Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

30 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Giulia Catricalà, Reboot del sentire

 

I

C’è sempre tanto da dire,

ma il codice è derubricato

al silenzio.

La parte amputata del verso

zampetta sui nostri volti

come una festosa fragilità.

Mi mancano

i pennacchi ariosi della metrica

il grip del ritmo

la brulicante calca del parlare.

Anche oggi

con gli occhi fissi sullo smartphone

cerco il senso

succhio una radice

dallo schermo.

 

VI

Quando avrai la mia età

non ti serviranno poemetti,

diari e altre reliquie.

Ci saranno bisturi quantici

– innesti cerebrali –

pronti a disconnettere il male.

Vedrai tutti quei volti in processione

– i volti che adesso vedo anch’io –

li potrai sgranare, cesellare

ripercorrerli frame dopo frame

sviscerarne a posteriori

lo sguardo, la vertigine.

Potrai tradurre i pixel galoppanti

di un sorriso – lo script dell’addio.

 

Era rabbia? Era amore?

Sarai in grado di riavvolgere, emendare

o sospendere in un firewall.

Lo faccio anch’io

con i miei sistemi rozzi

– analogici e traslati –

Ti sembreranno fossili!

Com’è bizzarro e obsoleto

questo buffering del sentire.

 

IX

In sogno

non riesco a replicarti il volto

sei pixelato, incerto, lontanissimo.

Tento di sognarti con soddisfazione

ma sempre a bassa risoluzione.

Così

apro i libri di scienza

frugo nei manuali,

apprendo che l’ippocampo

non indicizza la tua immagine

e mi smarrisco nel tentativo

di ricodificare l’impianto,

di far attecchire

il tuo bellissimo volto bannato

a questa sorta di sistema vacante.

Ed ecco che mi drizzo sul divano,

scorro l’album fotografico

e mi sincronizzo.

Questo è il tuo naso,

questa – la tua bocca

questi sono i tuoi occhi:

interfaccia tra due mondi.

 

Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTRICE

Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).

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Poesia sabbatica: “17”

28 sabato Mar 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

≈ 1 Commento

Tag

17, Francesco Palmieri

 

17

*

si sta facendo sera

*

e poco in là

la notte

e poi ancora una

che non avrà più fine

*

avrei potuto dire

di qualcuno ad aspettarmi

con una candela accesa

(almeno uno di quelli

 che più mi hanno amato

 ed è ormai da tempo

 che non ci sono più)

ma sono trascorsi gli anni

da quando ci credevo

che il cielo fosse casa

e noi creature in volo

nel mondo oltreconfine

*

si sta facendo sera

di lampadine accese

e ombre sopra i muri,

silenzio dentro casa

e fuori le sirene,

altrove piovono bombe

e piangono i bambini,

*

adesso che si fa sera

lo scrivo sopra a un foglio

che siamo tutti traditi,

perché ogni nato al mondo

ha stelle dentro agli occhi

e il respiro dei giganti,

poi arriva il giorno

che il colpo scoppia in faccia

e si apre una ferita

che durerà la vita.

*

Francesco Palmieri

*

ottobre 2023

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Venerdì dispari

27 venerdì Mar 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Tra gli altri in disparte

Tra gli altri in disparte

Ieri sono ritornato al cimitero di Filetto
ho portato mia nipote
alla visita dei nostri morti.
Leggevamo i nomi e le date
e tutti gli sguardi seri e asciutti
rimasti sulle foto.
Per lei era la prima volta
per me come se fosse sempre la prima.
Sulle lapidi i fiori finti e polverosi
da cambiare con la cura
di chi dà colore al bianco.
C’erano lettere cadute dai marmi
di molte tombe abbandonate
e date di nascita e morte irriconoscibili.
Ero incantato a guardare la bambina
che cercava di ricomporle
per dargli vita e senso.
Abbiamo fatto il solito giro degli zii
e della cugina, e due volte ci siamo fermati
a rileggere le date e i nomi dei bisnonni.
Lei non sembrava turbata
io mi aspettavo che mi stringesse
forte la mano mentre andavamo via
ma era già pronta a entrare nella serra
che sta di fronte al cimitero
col pensiero pieno di fiori veri
perché le avevo appena detto
che era il primo giorno di primavera.

Francesco Tontoli

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