Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€
La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni
Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.
Claudio Pagelli
Estratti da Lo Stato Pontificio:
OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO
Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco, espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco, scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza, io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo, senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».
Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen, è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma, vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen, e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma 180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio, la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.
Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto, Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto, adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando, ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici, magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.
SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO
Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano, con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.
Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali, io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali, i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio, credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima, a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.
Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.
Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018, lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte, mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848 i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.
IL POETA PROSSENETA
Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito, al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.
Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi, tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.
Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio, a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi, la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.
Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.
Tu puoi fare a pezzi una poesia per vederne la sua consistenza… Ma ti ritrovi nel mistero dell’essere commosso dalle parole.
D. T.
Dylan Thomas nasce il 27 ottobre 1914 a Swansea, nel Galles, in un ambiente familiare in cui la parola e la letteratura hanno un ruolo centrale: il padre, insegnante di inglese, coltiva una profonda passione per la poesia e trasmette al figlio un precoce interesse per il linguaggio. Fin da giovane Thomas dimostra una sensibilità fuori dal comune verso il suono delle parole, più ancora che verso il loro significato immediato. Questa attenzione musicale al linguaggio diventerà uno dei tratti più distintivi della sua produzione. Non segue un percorso accademico tradizionale: lascia presto la scuola e lavora come giornalista, ma continua a scrivere poesie con disciplina quasi ossessiva, costruendo versi densi e ricchi di immagini. La sua affermazione avviene negli anni Trenta, un periodo segnato da tensioni politiche e da una profonda crisi culturale in Europa. Tuttavia, Thomas rimane in gran parte estraneo alle poetiche impegnate o esplicitamente politiche che caratterizzano molti dei suoi contemporanei. La sua poesia non si propone di descrivere direttamente la realtà sociale, ma di esplorare dimensioni più profonde e universali dell’esperienza umana: la nascita, la morte, il tempo, la memoria, il desiderio. Questo distacco da una funzione civile della poesia non significa isolamento, ma piuttosto una scelta consapevole di privilegiare un linguaggio simbolico e visionario. Le prime raccolte mostrano già una straordinaria maturità espressiva. I testi sono costruiti attraverso un intreccio fitto di metafore, spesso ardite, che trasformano elementi naturali e corporei in simboli di processi vitali e cosmici. Il corpo umano, la natura e il ciclo della vita sono continuamente messi in relazione, come se ogni individuo fosse parte di un organismo più grande e misterioso. La poesia di Thomas è infatti profondamente organica: ogni immagine sembra nascere da un’altra, in un processo di continua trasformazione. Uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura è la tensione tra ordine e caos. Da un lato, i suoi versi appaiono estremamente controllati, costruiti con grande attenzione alla struttura sonora e ritmica; dall’altro, il contenuto sembra spesso fluido, sfuggente, attraversato da immagini che si susseguono senza una logica immediatamente evidente. Questo contrasto crea un effetto ipnotico, in cui il lettore è coinvolto più a livello sensoriale che razionale. La poesia non si offre come un messaggio da decifrare, ma come un’esperienza da attraversare. Il tema del tempo è centrale nella sua opera. Thomas non lo concepisce come una linea retta, ma come un ciclo continuo in cui nascita e morte sono inseparabili. In molte poesie, la vita è già intrisa della sua fine, e la morte appare come una trasformazione piuttosto che come una cessazione. Questo modo di pensare si traduce in immagini di straordinaria intensità, in cui elementi opposti convivono: luce e oscurità, crescita e dissoluzione, innocenza e corruzione. La poesia diventa così uno spazio in cui gli opposti si riconciliano, anche se solo momentaneamente. Un altro elemento fondamentale è il rapporto con l’infanzia. Thomas non la rappresenta come un’età semplicemente felice o nostalgica, ma come un tempo carico di energia primordiale e di percezioni amplificate. L’infanzia è il momento in cui il mondo appare ancora misterioso e carico di significati nascosti. Tuttavia, questa dimensione è sempre vista alla luce della sua perdita: la memoria dell’infanzia è attraversata da una consapevolezza dolorosa del tempo che passa. In questo senso, la sua poesia può essere letta anche come un tentativo di recuperare, attraverso il linguaggio, quella intensità originaria dell’esperienza. Durante la Seconda guerra mondiale, Thomas lavora anche per la radio, scrivendo testi che mostrano una diversa modalità espressiva. In queste opere emerge una maggiore attenzione alla narrazione e alla dimensione collettiva, pur mantenendo la sua tipica ricchezza linguistica. Il suo lavoro radiofonico contribuisce a rendere la sua voce più accessibile, senza però semplificare la complessità del suo stile. La sua vita personale è segnata da eccessi e instabilità. Il rapporto con l’alcol, le difficoltà economiche e una certa irregolarità nei ritmi di lavoro contribuiscono a costruire un’immagine quasi leggendaria del poeta, ma non devono oscurare la disciplina e la serietà con cui affronta la scrittura. Dietro l’apparente spontaneità dei suoi versi si nasconde infatti un lungo lavoro di revisione e di costruzione formale. Negli ultimi anni, Thomas raggiunge una grande popolarità, soprattutto grazie alle sue letture pubbliche, in cui la sua voce profonda e il suo modo teatrale di interpretare i testi affascinano il pubblico. La dimensione orale è fondamentale nella sua poesia: i versi sono pensati per essere ascoltati, e la loro musicalità si rivela pienamente solo attraverso la voce. Questo aspetto lo avvicina a una tradizione antica, in cui la poesia era prima di tutto suono e ritmo. La sua morte, avvenuta nel 1953 a New York, interrompe una carriera che avrebbe potuto svilupparsi ulteriormente, ma contribuisce anche a fissare la sua figura in una dimensione quasi mitica. Nonostante la brevità della sua vita, l’opera di Thomas esercita un’influenza duratura, soprattutto per la sua capacità di rinnovare il linguaggio poetico senza aderire a movimenti specifici. Dal punto di vista stilistico, la sua poesia si distingue per una densità lessicale straordinaria. Le parole sono scelte non solo per il loro significato, ma per il loro suono, la loro energia interna, la loro capacità di evocare immagini multiple. Questo uso del linguaggio crea una sorta di “sovraccarico” semantico, in cui ogni verso può essere interpretato in diversi modi. La difficoltà che ne deriva non è un limite, ma una caratteristica essenziale: il lettore è chiamato a partecipare attivamente alla costruzione del senso. La metafora è lo strumento principale di questa costruzione. Tuttavia, non si tratta di metafore decorative o illustrative: esse funzionano come veri e propri meccanismi di pensiero, che mettono in relazione ambiti diversi dell’esperienza. Il corpo umano può diventare un paesaggio, la natura può assumere caratteristiche umane, e così via. Questo continuo slittamento tra piani diversi crea un effetto di straniamento, ma anche una percezione più profonda dell’unità del reale. Un altro elemento importante è il ritmo. Thomas utilizza una varietà di schemi metrici, spesso combinando tradizione e innovazione. Il risultato è una musica complessa, in cui allitterazioni, assonanze e ripetizioni contribuiscono a creare un tessuto sonoro molto ricco. Il ritmo non è solo un elemento formale, ma parte integrante del significato: esso guida la lettura e influisce sulla percezione delle immagini. L’analisi della sua opera non può prescindere dal considerare la dimensione simbolica. Molte delle sue immagini non hanno un significato univoco, ma funzionano come nodi di senso che si aprono a diverse interpretazioni. Questo rende la sua poesia particolarmente adatta a letture sempre nuove, in cui ogni ritorno al testo può rivelare aspetti prima non percepiti. La sua scrittura resiste a una spiegazione definitiva, e proprio in questa resistenza risiede gran parte del suo fascino. In conclusione, la poesia di Dylan Thomas rappresenta un caso unico nel panorama del Novecento. Pur dialogando con le avanguardie e con la tradizione, essa mantiene una forte autonomia, costruendo un universo linguistico inconfondibile. La sua capacità di fondere musicalità, immaginazione e riflessione esistenziale fa sì che la sua opera continui a essere letta e studiata, non come un semplice documento storico, ma come un’esperienza viva e attuale.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Immagine della foresta
Quest’ora serale è calma e strana nella foresta, intagli di verdi cupole gli alberi sul sentiero, davanti a me infinite isole d’ombra silenziose, appesantita dall’età l’estate s’addossa all’autunno.
Matura è tutta la terra. Non c’è movimento per le lunghe baie azzurre ove quei promontori annuvolati s’assonnano al bagliore del tramonto sbiadito; tutte le cose riposano nel volere d’un fine trionfante.
I contorni fondendosi in una vaga immensità svaniscono, più cupa si fa la verde oscurità, più fondo il crepuscolo: udite! una voce e una risata—viventi e amanti per questi viali fantastici vanno come ombre.
Forest picture
Calm and strange is this evening hour in the forest, Carven domes of green are the trees by the pathway, Infinite shadowy isles lie silent before me, Summer is heavy with age, and leans upon Autumn.
All the land is ripe. There is no motion Down the long bays of blue that those cloudy headlands Sleep above in the glow of a fading sunset; All things rest in the will of purpose triumphant.
Outlines melting into a vague immensity Fade, the green gloom grows darker, and deeper the dusk: Hark! a voice and laughter-the living and loving Down these fantastic avenues pass like shadows.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Clown sulla luna
Le mie lacrime come il calmo vorticare di petali d’una magica rosa; e il mio dolore, tutto, fluisce dalla frattura di cieli e nevi non ricordati.
Penso che se sfiorassi la terra, si sbriciolerebbe; è così triste e bella, così tremantemente simile a un sogno.
Clown in the moon
My tears are like the quiet drift Of petals from some magic rose; And all my grief flows from the rift Of unremembered skies and snows.
I think, that if I touched the earth, It would crumble; It is so sad and beautiful, So tremulously like a dream
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Sono venuto a prendere la tua voce
Sono venuto a prendere la tua voce, le tue note costruite che vengono alla gola con gesti asciutti, meccanici, a prendere il raggio benché così dritto e inflessibile; e poi, quando aprirò la bocca, vi entrerà la luce con linea decisa e poi a prendere la notte che s’inoltra nella sua grotta oscura su ali feroci. O, bocca d’aquila sono venuto a spennarti, portarti via il tuo esotico piumaggio, sebbene la tua rabbia non sia cosa lieve, portarti dove sono, dove il gelo non potrà calare, né petali d’alcun fiore cadere.
I have come to catch your voice
I have come to catch your voice Your constructed notes going out of the throat With dry, mechanical gestures, To catch the shaft Although it is so straight and unbending; Then, when I open my mouth, The light will come in an unwavering line. Then to catch night Wading through her dark cave on ferocius wings. Oh, eagle-mouthed, I have come to pluck you, And take away your exotic plumage, Although your anger is not a slight thing, Take you into my own place Where the frost can never fall, Nor the petals of any flower drop.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Lasciatemi fuggire
Lasciatemi fuggire, essere libero, (vento per il mio albero e acqua per il mio fiore), vivere per me stesso, e affogare in me gli dèi, o schiacciare le loro teste di vipera sotto il mio piede. Non c’è spazio, non c’è spazio, voi dite, ma dentro non mi terrete, benché la vostra gabbia sia forte. La mia forza fiaccherà la vostra; squarcerò la vostra nuvola oscura per vedere da me il sole, pallido e putrefatto, un’orribile escrescenza.
Let me escape
Let me escape, Be free, (wind for my tree and water for my flower), Live self for self, And drown the gods in me, Or crush their viper heads beneath my foot. No space, no space, you say, But you’ll not keep me in Although your cage is strong. My strength shall sap your own; I’ll cut through your dark cloud To see the sun myself, Pale and decayed, an ugly growth.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Tempo sufficiente a marcire
Tempo sufficiente a marcire; lancia in alto la tua palla dorata di sangue; respira contro l’aria, soffiando avanti e indietro la fiamma di luce, senza attrarre il bacio del tuo risucchio. La polvere fine della tua bocca troverà amore controcorrente, e sfonderà l’oscurità; è acre nelle strade; una strega di carta sulla scopa solforata vola dai bassifondi. Chi è immobile s’indurisce, il movimento fruttifica; la mela del viandante è nera come il peccato; le acque della sua mente si ritirano. Allora lascia nuotare la tua testa, perché hai un mare in cui giacere.
Time enough to rot
Time enough to rot; Toss overhead Your golden ball of blood; Breathe against air, Puffing the light’s flame to and fro, Not drawing in your suction’s kiss. Your mouth’s fine dust Will find such love against the grain, And break through dark; It’s acrid in the streets; A paper witch upon her sulphured broom Flies from the gutter. The still go hard, The moving fructify; The walker’s apple’s black as sin; The waters of his mind draw in. Then swim your head, For you’ve a sea to lie.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Concepite queste immagini nell’aria
Concepite queste immagini nell’aria, avvolgetele nella fiamma, sono mie; poggiatele sul granito, lasciate che due pietre smorte siano grigie, o formate di sabbia filtrino via attraverso il pensiero, nell’acqua o nel metallo, scorrendo e fondendosi sotto la calce. Intagliatele nella roccia, così per non essere sfregiate, s’induriscono e riprendono forma come segni che non ho portato a uno stato più lieve con punta d’amore o dal rosso calore della mia mano.
Conceive these images in air
Conceive these images in air, Wrap them in flame, they’re mine; Set against granite, Let the two dull stones be grey, Or, formed of sand, Trickle away through thought, In water or in metal, Flowing and melting under lime. Cut them in rock, So, not to be defaced, They harden and take shape again As signs I’ve not brought down To any lighter state By love-tip or my hand’s red heat.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
C’è tanto al mondo
C’è tanto al mondo che non muore, e molto che vive per soccombere, che sorge e poi cade, germoglia ma appassisce; il sole della stagione, pur conoscendo il suo tramonto fino all’istante dell’arrivo del buio, la morte scruta e vede con grande apprensione una costola di cancro sul cielo fluido. Ma noi, rinchiusi nelle dimore della mente, rimuginiamo su ogni pianta da serra che vomita attorno le sue foglie senza linfa, e guardiamo incessantemente la mano del tempo consumare il mondo, chiusi nel manicomio chiediamo aria fresca da respirare. C’è tanto che soccombe; il tempo non può guarire né resuscitare; eppure, folli di sangue giovane o segnati dall’età, siamo sempre riluttanti a separarci da ciò che resta, sentendo il vento sulla testa che non ci rinfresca, e sulle labbra la bocca arida della pioggia.
There’s plenty in the world
There’s plenty in the world that doth not die, And much that lives to perish, That rises and then falls, buds but to wither; The season’s sun, though he should know his setting Up to the second of the dark coming, Death sights and sees with great misgiving A rib of cancer on the fluid sky. But we, shut in the houses of the brain, Brood on each hothouse plant Spewing its sapless leaves around, And watch the hand of time unceasingly Ticking the world away, Shut in the madhouse call for cool air to breathe. There’s plenty that doth die; Time cannot heal nor resurrect; And yet, mad with young blood or stained with age, We still are loth to part with what remains, Feeling the wind about our heads that does not cool, And on our lips the dry mouth of the rain.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
La gioventù chiama l’età
Anche tu hai visto il sole come un uccello di fuoco, calpestare nuvole nel cielo dorato; l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio, hai amato e perduto. Tu, che sei vecchio, come me hai amato e perduto tutto ciò che è bello ma nato per morire; hai tracciato i tuoi segni nel gelo che corre in fretta. E hai camminato di notte sulle colline, hai scoperto la testa sotto il cielo vivo, quando a mezzogiorno sei entrato nella luce, conoscendo la mia stessa gioia. Pur essendoci anni tra noi, non contano; attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età: «Cosa hai trovato», grida, «cosa hai cercato?» «Quello che hai trovato», risponde l’età tra le lacrime, «Quello che hai cercato».
Youth calls to age
You too have seen the sun a bird of fire Stepping on clouds across the golden sky, Have known man’s envy and his weak desire, Have loved and lost. You, who are old, have loved and lost as I All that is beautiful but born to die, Have traced your patterns in the hastening frost. And you have walked upon the hills at night, And bared your head beneath the living sky, When it was noon have walked into the light, Knowing such joy as I. Though there are years between us, they are naught; Youth calls to age across the tired years: ‘What have you found’, he cries, ‘what have you sought?’ ‘What you have found’, age answers through his tears, ‘What you have sought’.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Sei tu il sovrano di questo regno di carne
Sei tu il sovrano di questo regno di carne, e questo colle d’ossa e di capelli si muove al Maometto della tua mano. Ma tutta questa terra emana un fetore carnale, il vento puzza di poveri morti ammutoliti che gli anfratti accolgono ed occultano.
Tu domini il cuore che tonfa e morde il fianco; il cuore obbedisce al dito della morte, il cervello agisce secondo i morti legali. Perché dovrei pensare alla morte se tu sei a governare?
Tu sei il sovrano della mia carne che tradisco, ospitando la morte nel tuo regno, prestando attenzione alla voce assetata. Condannami a un eterno confronto con gli occhi morti dei bambini e i loro fiumi di sangue tramutati in ghiaccio.
You are the ruler of this realm of flesh
You are the ruler of this realm of flesh, And this hill of bone and hair Moves to the Mahomet of your hand. But all this land gives off a charnel stench, The wind smacks of the poor Dumb dead the crannies house and hide.
You rule the thudding heart that bites the side; The heart steps to death’s finger, The brain acts to the legal dead. Why should I think on death when you are ruler?
You are my flesh’s ruler whom I treason, Housing death in your kingdom, Paying heed to the thirsty voice. Condemn me to an everlasting facing Of the dead eyes of children And their rivers of blood turned to ice.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Il sole arde il mattino
Il sole arde il mattino, nel cervello una selva; sul fiume la luna si spinge ed evoca i morti; qui, nel mio deserto, a vagare è il sangue; e sulla fronte fa un segno il sudore, e piangente il cuore è inchiodato sul fianco.
Qui è un universo allevato nelle ossa, qui è un salvatore a cantare come un uccello, qui la notte dà rifugio e qui brillano le stelle, qui dice la prima parola un bimbo mansueto nella stalla sottopelle.
Sotto le costole navigano il sole e la luna; una croce sul petto del bambino è tatuata, e sul cranio è cucita una spina scarlatta; una madre in travaglio due volte paga il dolore, una per il figlio, una per quello della Vergine.
The sun burns the morning
The sun burns the morning, a bush in the brain; Moon walks the river and raises the dead; Here in my wilderness wanders the blood; And the sweat on the brow makes a sign, And the wailing heart’s nailed to the side.
Here is a universe bred in the bone, Here is a saviour who sings like a bird, Here the night shelters and here the stars shine, Here a mild baby speaks his first word In the stable under the skin.
Under the ribs sail the moon and the sun; A cross is tatooed on the breast of the child, And sewn on his skull a scarlet thorn; A mother in labour pays twice her pain, Once for the Virgin’s child, once for her own.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Qui giacciono le bestie
Qui giacciono le bestie dell’uomo e qui banchetto io, disse il morto, e silenziosamente mungo il petto del diavolo. Qui sgorgano i veleni silenziosi del suo sangue, qui s’attacca la carne da sfasciare dal suo fianco. L’inferno è nella polvere.
Qui giace la bestia dell’uomo e qui gli angeli suoi, disse il morto, e silenziosamente mungo i fiori sotterrati. Qui gocciola un miele silenzioso nel mio sudario, qui scivola il fantasma che del letto mio scialbo ha fatto la casa del cielo.
Here lie the beasts
Here lie the beasts of man and here I feast, The dead man said, And silently I milk the devil’s breast. Here spring the silent venoms of his blood, Here clings the meat to sever from his side. Hell’s in the dust.
Here lies the beast of man and here his angels, The dead man said, And silently I milk the buried flowers. Here drips a silent honey in my shroud, Here slips the ghost who made of my pale bed The heaven’s house.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Quando il tuo moto furioso
Quando il tuo moto furioso si sarà placato, e il tuo clamore si sarà quietato, e quando la luminosa ruota della tua voce si fermerà, il tuo passo resterà sospeso, sul punto di cadere. Così vibrerà la tua voce e la sua lama inciderà la superficie, così l’oscura trama dei tuoi capelli fluirà inquieta alle tue spalle.
Questo fiore ponderoso che s’inclina da un lato, ha gravato stranamente su di te finché non hai potuto più sostenerlo e ti sei piegata sotto di esso, mentre le sue conchiglie violacee si spezzavano e si dischiudevano. Quando te ne sarai andata il profumo del grande fiore rimarrà, disegnando il suo dolce sentiero più chiaro di prima. premi, premi, e stringi con fermezza; non lo lascerai andare; incatena la voce potente e afferra l’inesorabile canto, o scaglialo, pietra dopo pietra, nel cielo.
When your furious motion
When your furious motion is steadied, And your clamour stopped, And when the bright wheel of your turning voice is stilled. Your step will remain about to fall. So will your voice vibrate And its edge cut the surface, So, then, will the dark cloth of your hair Flow uneasily behind you.
This ponderous flower Which leans one way, Weighed strangely down upon you Until you could bear it no longer And bent under it, While its violet shells broke and parted. When you are gone The scent of the great flower will stay, Burning its sweet path clearer than before. Press, press, and clasp steadily; You shall not let go; Chain the strong voice And grip the inexorable song, Or throw it, stone by stone, Into the sky.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
I loro volti risplendevano sotto uno splendore
I loro volti risplendevano sotto uno splendore di luce mista di luna e lampioni che trasformava i baci vuoti in significato, l’isola d’un amore da quattro soldi in un paese prezioso, le tombe che li confinavano a pozzi di calore, (e scheletri avevano linfa). Per un minuto i loro volti risplendevano; la pioggia di mezzanotte pendendo appuntita nel vento, prima che la luna si spostasse e la linfa finisse, lei, col suo vestito banale, dicendo parole banali, e lui rispondendo, senza sapere che lo splendore era apparso e svanito. I suicidi sfilano ancora, ormai pronti a morire.
Their faces shone under some radiance
Their faces shone under some radiance Of mingled moonlight and lamplight That turned the empty kisses into meaning, The island of such penny love Into a costly country, the graves That neighboured them to wells of warmth, (And skeletons hap sap). One minute Their faces shone; the midnight rain Hung pointed in the wind, Before the moon shifted and the sap ran out, She, in her cheap frock, saying some cheap thing, And he replying, Not knowing radiance came and passed. The suicides parade again, now ripe for dying.
( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
Qui in questa primavera
Qui in questa primavera, nel vuoto fluttuano stelle; qui in quest’inverno ornamentale scroscia nudo il tempo; quest’estate sotterra un uccello di primavera.
Simboli sono scelti dal lento ruotare degli anni sulle coste di quattro stagioni, in autunno insegnano fuochi di tre stagioni e note di quattro uccelli.
Dovrei riferire l’estate dagli alberi, i vermi riferiscono, semmai, i temporali dell’inverno o il funerale del sole; dovrei apprendere la primavera dal cucù, e la lumaca insegnarmi distruzione.
Un verme riferisce l’estate meglio dell’orologio, vivente calendario di giorni è la lumaca; cosa mi si riferisce se un insetto senza tempo dice che il mondo si sgretola via?
Here in this spring
Here in this spring, stars float along the void; Here in this ornamental winter Down pelts the naked weather; This summer buries a spring bird.
Symbols are selected from the years’ Slow rounding of four seasons’ coasts, In autumn teach three seasons’ fires And four birds’ notes.
I should tell summer from the trees, the worms Tell, if at all, the winter’s storms Or the funeral of the sun; I should learn spring by the cuckooing, And the slug should teach me destruction.
A worm tells summer better than the clock, The slug’s a living calendar of days; What shall it tell me if a timeless insect Says the world wears away?
( Collected Poems 1934–1952 )
Quasi estate
Quasi estate, e il diavolo ancora viene a trovare i suoi poveri parenti; se non in persona, manda il suo male senza fine per messaggeri, nel volo degli uccelli che scrive nel cielo le notizie diaboliche, le grida delle stagioni, piene delle sue allusioni. Ora ha tutto il campo, gli dei sono partiti e non possono contare i semi che ha seminato; la legge permette le sue baldorie selvagge, e le sue labbra pronte all’orecchio attento per sussurrare, quando vuole, la guerra dei sensi o diffondere il pettegolezzo dei sensi. Il diavolo benvenuto arriva come ospite, aggranfia il meglio – lo splendore del corpo – vìola, lascia perduto (l’amante!) e conta sul pugno tutto ciò che ha raccolto in meraviglia.
Il diavolo benvenuto viene invitato, sospettoso, ma presto la diffidenza svanisce. Essi gridano per essere presi, e il diavolo rompe tutto ciò che non è già rotto, lasciandolo tra bicchieri e mozziconi di sigarette.
Nearly summer
Nearly summer, and the devil Still comes visiting his poor relations, If not in person sends his unending evil By messengers, the flight of birds Spelling across the sky his devil’s news, The seasons’ cries, full of his intimations. He has the whole field now, the gods departed Who cannot count the seeds he sows, The law allows His wild carouses, and his lips Poised at the ready ear To whisper, when he wants, the senses’ war Or lay the senses’ rumour. The welcome devil comes as guest, Steals what is best-the body’s splendour – Rapes, leaves for lost (the amorist!), Counts on his fist All he has reaped in wonder.
The welcome devil comes invited, Suspicious but that soon passes. They cry to be taken, and the devil breaks All that is not already broken, Leaves it among the cigarette ends and the glasses.
[creature laboratoriali che l’autore chiama egg-word]
haiku
[di-versi, secondo l’autore, perché
anche di pace di guerra d’altro]
monostici
[nell’officina dell’autore linee]
poesie sullo scrivere poesia
[che l’autore chiama spaventate minuscole]
da QUADRO I Flusso difettoso
*
se al presente
levi il pre
è un’assenza
che si sente
*
il tempo partito da un punto e non ancora arrivato
*
sbottano tappi,
gira l’angolo cieco
la mezzanotte
di giorno le cose utili
alla poesia il turno di notte
da QUADRO III Solitudini
*
mesto si sente
il mestolo
senza il suo lo
*
corre il vento
si porta via il silenzio –
cuore nel vuoto
*
paradosso mai ti lascia solo la solitudine
all’oscurità oscura
preferisco l’oscurità chiara
nel penombroso dilemma
una cosa mi cattura
ed è la parola nuda
da QUADRO IX Metamorfosi
*
al macigno stacca
quel ma
che d’esser cigno
dubitar lo fa
*
siamo pupe diventar farfalle è un’altra questione
*
un nuovo fiore
dal ramo osserva il mondo–
tu o è mutato
di una poesia restano sillabe
scarnificate del minimo respiro
scriviamo silenziose parole d’aria
e mai sapremo se sia pura
QUADRO XIX A(r)mare
*
odio invernale
primavera assalita
fiori soldato
*
quando armare
la prima erre disarmerà
amare potrà
*
consapevolezza il mondo non salverà la bellezza
c’è in giro una gran fantasia di poesia
verbale frenesia banale schizofrenia
ma la ricerca della rima allarga lo iato
fra chi vien le o e ch’invece ignorato
da QUADRO XXVII
*
si bordeggia e viveggia dove si tocca
*
è quel ri
che a risentimento
toglie ogni sentimento
*
sole spuntato
freddi luce e calore –
si estingue l’alba
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L’equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo. http://www.ugomautheparolescritte.it | https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe
A giugno apro le finestre anche di notte
così che dalla strada mi giungano le voci
dei passanti ubriachi, dei solitari al telefono
dei gatti in amore e degli uccelli notturni.
Sono i miei compagni di sonno
a volte vorrei fermarli per parlarci
scambiare le mezz’ore frettolose o lente
concordare con loro il tipo di sogno
che mi aspetta per finire la notte.
Li lascio andare mentre calpestano
scompigliano, invadono il mio territorio
rovistano tra i fiori che piazzo sul balcone
che si affaccia sul baratro di una guerra.
Li convinco con le buone che non è il caso
di insistere a chiamare l’altra parte del mondo
per cercare una figlia perduta nel viaggio.
Per prendere sonno infine
parlo con le civette e i gufi
delle cose che disperatamente
non osiamo dire di giorno.
Il gatto del vicino è l’unico animale
che mi fa da ponte e messaggero.
Il 3 giugno 1924, in un sanatorio di Kierling, nei pressi di Vienna, si spegneva a soli quarant’anni Franz Kafka, uno degli scrittori più influenti e misteriosi della letteratura moderna. La sua esistenza, segnata dalla malattia, dall’inquietudine e da un profondo senso di estraneità al mondo, avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella cultura del Novecento, al punto che il termine “kafkiano” è entrato nel linguaggio comune per descrivere situazioni assurde, oppressive e apparentemente prive di una logica comprensibile. Kafka nacque il 3 luglio 1883 a Praga, allora parte dell’Impero austro-ungarico, in una benestante famiglia ebraica di lingua tedesca. Crebbe in un contesto culturalmente complesso, sospeso tra identità tedesca, tradizione ebraica e fermenti sionisti. Studiò giurisprudenza e conseguì il dottorato in diritto, ma fin dalla giovinezza fu attratto da questioni metafisiche, religiose e filosofiche. Le sue letture spaziavano dalla mistica ebraica alle grandi correnti del pensiero europeo, alimentando una sensibilità straordinariamente ricettiva verso i temi dell’esistenza, della colpa e dell’incomprensibilità del reale. Per molti anni lavorò presso un istituto assicurativo contro gli infortuni sul lavoro. Quel mestiere, apparentemente lontano dalla letteratura, gli consentì di osservare da vicino i meccanismi della burocrazia moderna, che sarebbero poi diventati uno degli elementi più caratteristici delle sue opere. Dietro le scrivanie, le procedure e i regolamenti, Kafka intuì la nascita di un potere impersonale e opprimente, destinato a diventare uno dei simboli della modernità. La sua vita privata fu segnata da profonde inquietudini. Il rapporto con il padre, Hermann Kafka, rappresentò probabilmente la ferita psicologica più importante della sua esistenza. Nella celebre “Lettera al padre”, mai consegnata, descrisse una figura autoritaria e schiacciante, davanti alla quale si sentiva costantemente inadeguato. Molti studiosi ritengono che da questo conflitto derivino alcuni dei temi centrali della sua narrativa: il senso di colpa, il giudizio incombente, l’impotenza e la continua ricerca di una giustificazione impossibile da ottenere. Le sue relazioni sentimentali furono altrettanto tormentate. Amò profondamente donne come Felice Bauer, Milena Jesenská e Dora Diamant, ma visse ogni rapporto con una costante oscillazione tra desiderio di vicinanza e bisogno di isolamento. Nei suoi diari emerge un uomo che sogna una vita familiare stabile ma che, allo stesso tempo, teme il matrimonio come una possibile limitazione della propria libertà interiore e creativa. Anche il suo corpo sembrava ribellarsi continuamente. Soffriva di insonnia, ansia, disturbi digestivi e di una costante preoccupazione per la salute. Nel 1917 gli venne diagnosticata la tubercolosi, una malattia che avrebbe progressivamente compromesso la sua esistenza fino alla morte. La malattia pose fine anche al progetto di un viaggio in Palestina, un desiderio che coltivò a lungo ma che non riuscì mai a realizzare. Eppure ridurre Kafka all’immagine di un uomo depresso e sconfitto sarebbe un errore. La critica contemporanea ha progressivamente smontato il mito dello scrittore esclusivamente malinconico. Le testimonianze di amici e conoscenti raccontano infatti una persona intelligente, ironica, capace di grande umorismo. Durante le letture pubbliche dei propri racconti, Kafka stesso rideva spesso fino alle lacrime insieme agli ascoltatori. Accanto all’angoscia convivevano dunque lucidità, spirito critico e una sottile vena comica che attraversa molte delle sue opere. Paradossalmente, lo scoppio della Prima guerra mondiale coincise con il periodo più fecondo della sua produzione letteraria. In pochi anni scrisse alcuni dei testi destinati a cambiare la storia della narrativa moderna: “La metamorfosi”, “Il processo”, “La condanna”, “Il fuochista”, “Nella colonia penale” e la raccolta “Un medico di campagna”. In queste opere il confine tra realtà e incubo si dissolve. I protagonisti si trovano improvvisamente immersi in situazioni assurde che tuttavia vengono raccontate con una precisione quasi documentaria. È proprio questa fusione tra realismo e assurdo a costituire una delle innovazioni più straordinarie della sua scrittura. La sua opera più famosa rimane “La metamorfosi”, pubblicata nel 1915. La storia di Gregor Samsa, che una mattina si risveglia trasformato in un gigantesco insetto, è diventata una delle immagini più potenti della letteratura universale. L’aspetto più sorprendente del racconto non è tanto la trasformazione in sé, quanto il modo in cui essa viene accettata e gestita dai personaggi. L’evento impossibile viene trattato come una questione quasi pratica, mentre il vero dramma emerge nell’isolamento progressivo del protagonista e nella perdita del suo valore agli occhi della famiglia. La critica ha interpretato quest’opera come una riflessione sull’alienazione sociale, sulla malattia, sul conflitto familiare e sulla fragilità dell’identità umana. Molti studiosi considerano però “Il processo” il suo autentico capolavoro. Il protagonista, Josef K., viene arrestato senza conoscere l’accusa che gli viene rivolta e trascorre il resto della vicenda tentando inutilmente di comprendere il sistema che lo sta giudicando. L’angoscia nasce proprio dall’assenza di spiegazioni. Non esiste un colpevole identificabile, non esiste una colpa chiaramente definita, non esiste una via di uscita. Questa struttura narrativa riflette uno degli aspetti più caratteristici della visione kafkiana del mondo: la sensazione che l’essere umano sia immerso in una realtà le cui regole gli sfuggono completamente. Non sorprende che numerosi critici abbiano cercato di interpretare il suo apparente pessimismo. Alcuni vi hanno visto una forma di anticipazione dell’esistenzialismo, altri una ricerca religiosa segnata dall’assenza di Dio, altri ancora una profezia delle società burocratiche e totalitarie del Novecento. Le letture psicoanalitiche hanno invece posto l’accento sul conflitto con il padre, sul senso di colpa e sulle sue difficoltà relazionali. Nessuna di queste interpretazioni, tuttavia, riesce da sola a esaurire la complessità della sua opera. L’aspetto forse più affascinante di Kafka è proprio la sua capacità di trasformare il disagio personale in una forma di conoscenza universale. I suoi personaggi spesso non possiedono un’identità definita; a volte sono indicati soltanto con un’iniziale, frequentemente la lettera “K”. Essi vagano in mondi dove le cause delle sofferenze rimangono oscure e i persecutori non mostrano mai il proprio volto. In questa condizione di incertezza permanente molti lettori hanno riconosciuto qualcosa di profondamente umano e contemporaneo. Quando comprese che la fine era vicina, Kafka affidò al suo amico e consigliere letterario Max Brod una richiesta precisa: distruggere tutti i suoi manoscritti inediti. Fortunatamente per la letteratura mondiale, Brod decise di disobbedire. Grazie a quella scelta sono giunti fino a noi romanzi, racconti, diari e lettere che hanno influenzato generazioni di scrittori, filosofi e artisti. Una parte dei manoscritti rimase invece nelle mani della sua compagna Dora Diamant. Nel 1933 quei documenti furono confiscati dalla Gestapo e da allora il loro destino rimane avvolto nel mistero. Ancora oggi studiosi e ricercatori sperano che un giorno possano riemergere, aggiungendo nuovi tasselli alla comprensione di uno degli autori più enigmatici della storia. A più di un secolo dalla sua morte, Franz Kafka continua a parlarci perché seppe cogliere una verità che trascende il suo tempo: la fragilità dell’individuo di fronte a forze che non comprende pienamente. Non fu soltanto uno scrittore pessimista, né semplicemente un uomo tormentato. Fu un osservatore straordinariamente lucido della condizione umana, capace di trasformare le proprie paure in opere che ancora oggi interrogano, inquietano e affascinano milioni di lettori in tutto il mondo.
Cielo di giugno, azzurra giovinezza dell’anno; ed allegrezza di rondini sfreccianti in folli giri nell’aria. Ombre, ombre d’ali vedo guizzar sul bianco arroventato del muro in fronte: ombre a saetta, nere: vive, al mio sguardo, più dell’ali vere. Traggon dal nulla, scrivono col nulla parole d’un linguaggio perduto; e le cancellano ratte, fuggendo via fra raggio e raggio. Vita che mi rimani, fin che io veder potrò quelle parole strane apparire scomparir sul muro candente al sole (forse un tempo io le dissi a chi m’amava, egli le disse a me, bocca su bocca) vita che mi rimani, ancor dolcezza puoi darmi. Basta l’ombra d’un bacio alla memoria, basta l’ombra d’un’ala alla felicità.
Ada Negri
il sottofondo alla lettura è “Birds” di Adrián Berenguer
“L’erba più verde – The greener gras”, edita da Terra d’ulivi edizioni, è un’antologia bilingue in italiano e in inglese che riunisce, attraverso un percorso di oltre quindici anni, diversi testi poetici di Cinzia Demi, rinomata poetessa, scrittrice e traduttrice di origine toscana e bolognese di adozione. La traduzione dei testi in inglese è stata curata da Graziella Sidoli. L’immagine di copertina dal titolo “Nonna Filomena e Giuseppe” è un’opera di Maurizio Caruso che rappresenta la figura di una nonna che abbraccia il nipotino, immagine che evoca ricordi e legami che talvolta, si ha la fortuna di vivere e di rievocare tra i ricordi più cari. Il tema del ricordo e della continuità spirituale è il primo, sotteso all’intera opera. È ben rappresentato dall’esergo iniziale tratto da Histrion di Ezra Pound che introduce la prima lirica della raccolta e che appartiene a “Il tratto che ci unisce”. Esiste una continuità che non si spezza, un tratto di collegamento che attraversa il tempo e lo spazio e che riunisce le anime affini. In alcune liriche emergono pensieri e osservazioni condivise (il beneficio della veglia, delle notti insonni affinché la mente da sola possa “cercare le risposte”), il linguaggio oracolare, l’importanza delle stelle che guidano il cammino “proprio adesso / che camminare al buio / è più semplice che mai”, proprio perché mai come ora è stato facile perdere la rotta, la giusta direzione. Emerge la necessità della scrittura, l’urgenza del dire che si presenta come ad un appello elementare in modo “immutato ostinato”. Compare anche l’invito rivolto ai figli a cercare nei propri ricordi il legame da annodare tra i capelli, da proteggere per sentirsi più forti e ancorati alla propria madre e, per estensione, alla propria famiglia e alla propria terra anche se ci si dovesse trovare lontani. Diversi testi rappresentano scene di vita domestica, la quotidianità serena, intima e familiare di quando si prepara una torta al cioccolato, mentre si osserva la statuina di Benino, pastore dormiente, simbolo dell’innocenza della fanciullezza, mentre si apparecchia per la cena e ci si racconta. Quest’idea di apertura al mondo, di “prossimità” agli altri attraversa tutta la raccolta di Demi: vivere con consapevolezza permette di osservare il reale, la natura circostante, di coglierne l’essenza materica con sguardo onnicomprensivo e di tradurli in immagini e in parole che gli conferiscono forma e significato. In molti testi la natura e i suoi elementi, un fiore, le api, le rondini, una tortora, un merlo sono osservati attentamente e definiti nelle loro manifestazioni fisiche e biologiche. L’orchidea sul tavolo della cucina è “trafitta da quell’ultimo raggio / di luce tradito dalle pieghe arancio /della tenda se avesse una sua voce / mi direbbe di questo tempo”, “il gelsomino sembra rinverdito come alzato nel fusto”; gli uccelli che volteggiano nel cielo, garriscono e fischiano, invece, scandiscono momenti significativi ed evocano ricordi o situazioni da rivivere. Alcune atmosfere e descrizioni di interni ricordano testi celebri di taglio crepuscolare. È fortemente presente anche la tensione metafisica in versi come “morderò anche il pane / berrò forse del vino /eucaristia dei miei sensi” o quando si afferma che “la tunica non si gioca ai dadi” o ci si immedesima in Maria di Magdala e ancora in alcune rievocazioni della tradizione cristiana (la pietra del sudario, la croce di spine) o quando si ricordano “le guerre sull’altare di pietra”. Compare anche frequentemente la tensione dialogica con un ipotetico interlocutore, molto frequente il tu di montaliana memoria come per attribuire concretezza all’altro da sé. Il ricorso a temi autobiografici, gli interrogativi esistenziali, l’impressionismo lirico, l’intonazione colloquiale, la nostalgia, ricordano Caproni, uno dei maestri di Demi: in versi come “i miei occhi cinerini / gli insulsi miei orecchini” è impossibile non pensare al poeta livornese. Sembrerebbe una poesia del quotidiano, quasi cantabile, caratterizzata da un’apparente leggerezza espressiva che però non deve trarre in inganno perché è il risultato di un approfondimento rigoroso, di una grande padronanza degli strumenti metrici e linguistici. Pur essendo attuale, la scrittura di Demi, infatti, utilizza gli strumenti retorici della tradizione, allitterazioni, metafore, anafore, ripetizioni, personificazioni, rime baciate, interne, rime imperfette. La scrittura quasi filosofica e riflessiva, descrive e racconta oggetti, emozioni, situazioni concrete, muove infatti da un evento qualsiasi, all’apparenza trascurabile per poi giungere, attraverso accelerazioni improvvise di immagini o di domande, a vere riflessioni sul senso dell’esistenza. Una poesia da cui emerge in molti luoghi un forte senso di umanità, di compartecipazione, di accettazione affettuosa della vita in tutte le sue manifestazioni.
Deborah Mega
da: Il tratto che ci unisce
diventerà un appuntamento
tra le tue pagine preferite
il conoscersi
il voler sapere delle nostre vite
vedrai recitare una parte
che ti compete che ti si addice
scivolerò piano
nel tragitto breve
tra l’occhio e la mente
dapprima ti sembrerà niente
poi parola per parola
ti approprierai di em
e scaverai fino a trovare il seme
il tratto che ci unisce
it will be an appointment
among your favorite pages
when we meet
to learn about our lives
you’ll see role played out
that suits and fits you well
I shall slide down slowly
on the brief patch
between eye and mind
at first it’ll mean nothing to you
then one word at a time
you will over take me
and search until you find the seed
the core that binds us
*
quante notti ti ho descritto
per arrivare a questa
a questa di bicchieri non lavati
e briciole
raccolte con la mano
solita panca solita cucina
-dobbiamo fare mattina –
hai detto
poi con gli occhi
hai cercato qualcosa
qualcosa di lontano
mi hai preso la mano
era estate all’improvviso
Firenze fuggiva quella notte
come un campo seminato di fresco
perché, te lo sei chiesto? –
baci e velluto sulla pelle
amore non giurato
baccanti, dei prodighi e pittori
bravi quegli artisti di strada
che orchestra ci portava il vento
un solo strumento
variabili nessuna
si forse c’era anche lei
la luna
e i passo veloce
di quegli anni
sul lung’Arno
una chiatta c’accompagnava
brivido di fuoco sulla pelle
la tua giacca
mi copriva le spalle
so many nights I’ve described to you
to get to this one
with unwashed glasses
and breadcrumbs
collected with my hands
same bench same kitchen
-we have to make it to the morning –
you said
then with your eyes
you looked for something
very far away
you took my hand
and it was suddenly summer
Florence was fleeing that night
like a field freshly sown
-why, did you ask yourself why? –
kisses and velvet on our skin
love unsworn
baccanals, prodigal gods and painters
really good street artists
symphonies brought by the wind
a single instrument
no variables
yes maybe it was also
the moon
ad the swift pace
of those years
along the river Arno
a barge gliding by
quivering fire on our skin
your shawl
sheltering myhoulders
*
da: Incontri e Incantamenti
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda.
Giorgio Caproni, Il muro della terra
* * c’è un’erba più verde
bagnata come pianto
in questa primavera
sembra il canto
dei tuoi giovani anni
figlio dei vent’anni
figlio dei giorni bui
piovosi
e dei cieli immensi
** subito sereni
luminosi da non guardare
figlio che non inganni
figlio degli affanni
e del tempo che ride
beffardo e per incantamento
* * nell’azzardo
ti porta altri orizzonti
figlio dei tramonti
figlio degli incontri
figlio tra la gente
come pietre di sorgente
* * acqua smarrita
ma donata ritrovata
figlio della vita
anch’io mi sono vestita
di verde
ma più chiaro
* * come il giorno
che Maria ti sorrise
che ti mise nelle mie mani
figlio del domani
che ancora stringo
in un abbraccio
* * che non so lasciare
non mi rimproverare
figlio che devi andare
Become my father, take me
by the hand
where your Irish steps
lead with certainty
Giorgio Caproni, The Wall of the Earth
there is a greener grass
wet as tears
** this spring
it seems the song
of younger years
son of twenties
** son of the dark days
rain filled
and the immense skies
** suddenly serene
too bright to bear
son never deceitful
son of worry
and of time that laughs
mocking yet enchanting
in its hazard
leading you to new horizons
son of sunsets
son of encounters
son among the people
like spring water stone
with lost water
yet offered found again
son of life
I too wore green
but lighter
like the day
when Mary smiled at you
and placed you in my hands
son of tomorrows
still held close
I cannot let you go
do not blame me
son who must go
*
dal poemetto: Ero Maddalena
Non sapremo noi
che faccia hai avuto
mai
né quella che
voltandoti
potresti avere
ed hai.
Giovanni Testori, dedicato alla Maddalena del Masaccio
manca ancora molto all’alba
e vorrei che la notte non finisse
vado in controtendenza adesso
è più forte la voglia di ombre
la luce mi acceca
nella notte ritrovo il cuore
del mondo
il cerchio di fuoco acceso
dentro cui buttarsi
per sparire nel rosso
e rinascere
come terra da amare
from the poem: I was Magdalene
We will never know
not us
which face was yours
nor which
now as you turn
it still could be
and is
Giovanni Testori, dedicated to Masaccio’s Magdalene
still hours until dawn
and I’d have no end to night
I’m clawing forward now
more covetous of shadows
blind in the light
in the night, I return
to the heart of the world
that glowing ring of flames
where I would dive
and vanish in the red
to be reborn
as cherished earth.
*
da: Il solstizio dei sentieri
la tua bellezza atroce
di dea accovacciata sulla
crisalide schiusa abbracciata
al gelo della morte geme
senza appello preme
sull’erba che tutto ricopre
anche le scarpe lontane
dal tuo corpo alzati
grida il tuo sangue alzati
sbraita il furore cieco
chi ti strinse i seni e i
fianchi nell’alba screziata
della casa matrigna
con il latte sul fuoco e
il pane da poco spezzato
alzati urla il coro degli
alberi il brusio degli insetti
il canto degli uccelli
alzati per questo gioco
da nulla non serve cadere
unisciti all’ombra che sale
si mischia al drappo e al
rosario balena sul filo
dell’acqua come giorno che
accade nei sentieri di mirto
tu sorda ai richiami
condanni la tua sostanza
gli occhi di polvere un
tempo di scherno hanno
scelto l’inferno la mattanza
your fierce beauty
a goddess folded over
the chrysalis just opened
held in the frost of death moaning
without answer pressing
into the grass that covers it all
even your shoes lying far
from your body rise shout
your blood rise the blind fury
crying through you
who squeezed your breasts and
hips in the mottled dawn
of the stepmother’s house
with milk on the stove and
bread freshly broken
rise calls the chorus of trees
the whisper of insects
the bright throats of birds
rise for this small game
where falling has no meaning
join the rising shadow
mingling with the cloth
and the rosary flaring along
the thread of water like a day
breaking in myrtle paths
you who hear no calling
condemn your own substance
eyes full of dust a season
of scorn choosing hell
and the slaughter
Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026.
I ragazzi
A volte vengono a trovarmi nei sogni
i ragazzi che ho cresciuto
vengono come li ho conosciuti
intatti, ragazzi per sempre
parlano la lingua degli adulti
il loro marasma con i figli.
si fanno largo e mi strattonano.
Qualcuno che mi ha sempre detestato
ora mi spiega con cura perché
e io rimango incantato
a pensarmi così pigro nel capirli
quando cercavano di svelarmi l’indicibile
ciò che li aveva segnati
il marchio indelebile, lo stigma.
Avere speso così tante parole fino a sfinirli
cosa mi spingeva a non essere stato cattivo
come mi richiedevano?
L’illusione che parlarne risolva il dolore?
Come ci si sente dopo aver saputo
che il biondino è morto nel fosso
con la sua moto, e quello sciocco e dolcione
si è impiccato al suo posto di barista?
Che quello che picchiava le testate sui muri
e massacrava i compagni nei bagni
ora ha la sua bella famiglia
e ha messo una pietra sulla sua adolescenza
per ricordarmi che bruciarsi con la giovinezza
non lascia cicatrici evidenti, almeno per sé?
Che far soffrire i compagni più deboli
provochi quel sottile piacere
che il teatro della vita replicherà mille volte?
Un rito iniziatico dove si gioca con la morte
rincorrendo la vita e innamorandosene
rifiutati o accolti, acclamati o derisi.
Ecco il mondo piccolo che imita quello grande.
Ripetermi la lezione del giovane scuro
e di quello trasparente,
di quello saggio da sempre
e dell’altro scemo e confuso.
Su quale collina ora state portando la croce?
collana di poesia icaro, diretta da Gaetano Giuseppe Magro prefazione di Alessandro Pertosa
La ferita della luce
di Maria Allo
“muove all’indietro il fiore
mira il bianco iniziale
chiede di non essere nato “.
Franca Maria Catri
Daìta Martinez, audace e innovativa poeta, consapevole della propria funzione e delle sue capacità, si distingue per la tenacia con cui unisce rigore e generosità. Il tutto è arricchito da un innato slancio immaginativo e da una profonda visione ispiratrice. Anche in sant’anna, edito da ilglomerulodisale, la sua scrittura si apre come una fessura nell’opacità di un cielo carico di presagi, rivelando un’intensità inaspettata, capace di suggerire trame nascoste, sospese tra l’immanente e il sacro. I versi della poeta emergono come frammenti scolpiti dal passaggio del tempo, sussurri capaci di restituire lo stupore travolgente del primo sguardo sul mondo. È una poesia che affronta il vuoto e la paura, ma che mai si arrende all’inconsistenza del silenzio. Il testo si muove con una danza eterea su un filo sottile: invisibile ma resistente, accompagna il lettore dal fremito delicato dell’alba narrativa fino al crepuscolo velato della chiusura. È proprio in questa interruzione perfetta che emerge un’assenza dal peso tangibile, capace di radicarsi nello spirito come una presenza sconosciuta e magnetica. Un vuoto che non tace ma pulsa di desiderio: “sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco” (p. 23). È il richiamo di ciò che è smarrito, l’eco di una divinità immobile che governa mondi interi dagli abissi del suo silenzio. Eppure, al cuore di questa quiete apparente risiede la sorgente primigenia della creazione: un grembo invisibile dove la parola germoglia e la preghiera – leggera come il respiro di un mattino – si trasforma in corpo vivo della poesia: “rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia adesso /che scende l’origine alla tua sera” (p. 30). La voce poetica si sviluppa tramite un intreccio di scelte lessicali e metriche, dove ritmi, rime, anafore e allitterazioni disegnano atmosfere intrise di simbolismi sacri. Si diffonde nell’aria, seguendo le tracce dell’essenza più intima dell’anima, trovando riflessi nei dettagli della natura, che sembrano rivelarsi come frammenti di un’eternità fuori dal tempo. La magnolia, sospesa tra cielo e terra con la sua purezza candida, diviene simbolo del legame tra universo e cuore, diffondendo un profumo lieve e divino. Attraverso queste immagini vibranti, i versi invitano a seguire la luce interiore con passo delicato, intrecciando dialoghi silenziosi tra riflessi interiori e universali. In questo spazio privo di confini certi, la poesia di sant’anna si perde nell’immensità dell’indicibile per divenire varco ed esplorazione. Ogni parola è fuga ma anche ritorno, uno scarto fragile in cui dimora una verità destinata a risiedere nel nucleo nascosto dell’anima. Nella raccolta di Martinez, nulla è svelato interamente; invece, tutto pulsa tra le alternanze di silenzio eterno e caos generativo dell’esistenza. Leggerla è un atto di coraggio: implica abbandonare ogni certezza rassicurante per accogliere il flusso vitale e mutevole dell’insondabile. Nel paesaggio incerto della poesia contemporanea, Daìta Martinez si staglia con forza come lama affilata che fende l’oscurità senza timore. La sua parola è viva e ribelle, indomabile, capace di urlare attraverso le rovine della sofferenza per scavare nel buio più profondo. La poeta rifiuta protezioni o mediazioni nella sua ricerca: con mani nude e sporche manipola la ferita del dolore per squarciarne il sigillo, rivelando sotto la crosta la vibrazione ardente della vita nascente:
“il taglio si è smarrito”
“sono sette anni sono solo sette noci i denti/ che nascondo sotto al cuscino per l’illusione/ di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle/ che sappia per un solo attimo farmi fiatare la/gondola del cuore ha poche onde il mio cuore/ e nessun pontile per l’attracco” (pp.69-70). Un taglio che non smette di vagare, una ferita solitaria persa nel tempo e nello spazio, come un ciclo interrotto fatto di promesse sussurrate tra passato e presente. Sette anni e sette noci: un ritmo antico e rituale che si spezza, lasciando solo l’eco di un desiderio irrisolto. I denti sotto il cuscino, reliquie di un’infanzia sbiadita, implorano un ritorno impossibile, un affetto dimenticato. L’abbraccio che giunge da dietro è appena un lampo di calore, già dissolto nell’inevitabile assenza. E il cuore? Fragile come una gondola alla deriva, incapace di sopportare le onde del vivere o di trovare riparo presso un molo. Questo universo chiuso in poche immagini risuona di silenzi densi e buchi irraggiungibili, in cui il marinaio-anima naviga all’infinito, prigioniero di un mare che non dona rive ma solo un eterno galleggiamento verso il nulla. La scrittura è un turbinio di carne e cenere, un grido che trasforma sofferenza in una luce cruda, incessante e vivida. Il linguaggio di Daita si dispiega come un fiume in piena, un torrente di versi che avvolge e seduce con il suo moto incessante. Nelle prime battute, le sue acque si intrecciano in vortici intricati, seguendo un tracciato invisibile che lega pensieri e immagini in una danza fluida e armoniosa. Ogni pausa è il respiro del fiume, ogni accento il suo salto tra rocce e correnti, componendo un cammino che conduce il lettore entro paesaggi interiori in costante mutamento, dove le parole risuonano come echi di racconti eternamente cangianti. Nei versi di Franca Maria Catri che accompagnano l’incipit, un fiore sfida il tempo piegandosi all’indietro, alla ricerca dell’innocenza di quel “bianco iniziale”, quel grembo originario dove tutto giaceva ancora indiviso. Allo stesso modo, le poesie di Daita Martinez sembrano risuonare di quel canto primigenio, strettamente intrecciato con i fili segreti della natura. È un invito a immergersi nelle radici nascoste, ad accogliere i silenzi ancestrali dai quali scaturisce il significato più profondo dell’essere. In questo eterno ciclo vitale, ogni cosa si riflette come in un delicato specchio sospeso tra desiderio e dissolvenza, tra la pienezza dell’esistenza e l’assenza ultima che ci accoglie. “Ha poche onde il mio cuore, e nessun pontile per l’attracco”.
Maria Allo
*
da: sant’anna, ilglomerulodisale 2025
non è ancora sera sul costato della casa
mentre altro il tempo che al sonno sfiora
nudo il viso del cigno o della vita l’aurora
e nessuna luce che di luce sia poi attesa
la carezza di Dio a nido scesa sulla ferita
della vita caduta di vuoto nell’era bianca
come bianca foglia perduta alla speranza
*
nel silenzio il glicine ha rotto
il vento la ferita del tramonto
*
ha il nudo del sole il silenzio
cadente sul dorso della casa
dimenticata sotto l’albero dei
merli in fiore che lieve è l’aria
della sera mentre accorgi una
piccola sirena ferita di rugiada
*
tutto trema dentro la prima preghiera
orlata tra le costole della casa violata
un istante dopo tra le gambe del lago
che d’imperfetto al Suo silenzio ama
*
proteggi la sua bocca angelo della sera alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio
Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato: (dietro luna), Lietocolle 2011, la bottega di via alloro, Lietocolle 2013, nutrica, Lietocolle 2019. Vincitrice – sezione dialetto – del 7^ Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44^ edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, per Salarchi Immagini; il rumore del latte, per Spazio Cultura Edizioni; a varca di zagara per Macabor. È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso (puntoacapo 2020). Finalista – sezione raccolta inedita – della 34^ edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 ha pubblicato: Liturgia dell’acqua per Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, per le Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, per Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora per la collana portosepolto di peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Ha pubblicato, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, per Ladolfi e, nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole per Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con lacollana “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana “la brocca rossa” con Pietro Romano.
Tra le tue prime frasi di bambina
c’è quella che più mi ha squassato il cuore.
Felice come un uccellino
mentre ti riporto a casa dall’asilo
e ti chiedo com’è andata
mi hai detto che il sole è venuto con te
che è dentro di te
e che ti piace anche la pioggia.
E tutto ha preso a navigare
nel mio petto in tempesta
che pensa alla guerra vicina
e agli altri uccellini canterini.
Sole e pioggia, tutto in uno.
“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”
dalla postfazione di Enrico Maria`
“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”
Un grido muto l’urgenza di nascere, tra muri asettici porte a scorrimento
si aprono e chiudono in un pomeriggio d’ottobre luce del vespro
ravvivata da questo inno alla vita.
🌱
L’esule sole l’affanno accelerato, di chi sente sfuggirsi
verso la terapia intensiva dove l’aria sembrava essere stata rapita dal sonno dei bimbi
in quest’aria di latte nevica sulle colline bianche.
🌱
Sei un oceano di luce nella sconfinata bellezza del cosmo, come se l’eterno irrompesse
tutte le cose hanno respiro e senso nel tuo nome.
🌱
Ascolto l’aria lungo i corridoi dell’ospedale
storie di ritorni di sonni socchiusi ma anche di ali cresciute
ora sei la più piccola grazia
🌱
Vedo il miracolo che ci somiglia quando il sole va a toccare la collina
da lì guardare con te l’ordine spettacolare del mondo osservare quell’armonia perfetta che non comprendo.
Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,
la scommessa distratta della canicola serale.
C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato
dai fumi del barbecue di sotto e
i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.
Le mie braccia perdute
restano a frugare il ricordo,
una misura incerta del rumore
che sale dai giorni lasciati indietro.
E le poesie, ciò che ne rimane,
trafitte nell’odore del grano tagliato,
ancora cercano un varco
tra un silenzio e l’altro.
Ora i bambini scendono in strada;
un pallone sbiadito, lo spareggio perso
al minuto urlato dalla cena che si fredda.
Tempo sbagliato, incollato agli occhi.
Così un’altra estate,
senza treni sudati nelle stazioni di recupero,
così senza odore si passa la frontiera.
*
Lampedusa
Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio
che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.
L’acqua è passata sulla razza
che umana si dice
nonostante le coperte argentate
a coprire lembi di pelle che per ore
hanno galleggiato orfane
nella bocca di Nettuno.
Ora neanche più le telecamere verranno a fare
un timido inchino,
un rapido mestiere,
tanto per dire che la guerra è brutta
che ci interessa il labbro storto dalla paura
che ci impegna la disperazione.
Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,
al limite della geografia, dell’assetto morale.
Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,
il sospetto tacito.
*
Bruciano i fiori
Bruciano i fiori sul letto vuoto,
e non c’è luogo che li contenga:
lo stelo è una fame in salita,
una lingua che non conosce mondo
se non quello che consuma
fino all’osso del giorno.
Bisogna fare attenzione:
i fiori sanno incendiare il sangue
nell’ultima ora trattenuta,
e i petali si staccano come nomi
annegati nella cenere
di ciò che non torna.
Bruciano i fiori con me,
che cerco un vaso d’acqua
capace di negare al fuoco
la sua preghiera rovente,
capace di fermare
il suo continuo dire.
L’assenza,
questa soglia che stringe,
è un assedio antico,
cresciuto dentro mani
che hanno conosciuto battaglia
prima ancora di chiamarsi carezza.
*
Calma piatta
È la vela che si piega,
qualcosa senza radici
che si arrampica sull’aria.
Qua cambia il momento
quello che dietro resta, che pone il corpo
sul lato errato.
Siamo grandi, cresciuti,
ed è solo scempio di voci
o silenzio composto,
la scaletta del giorno e della notte.
Nessuno chiederà un riscatto
per i filacci di stoffa
scesi dai vestiti,
ora paga il bianco sulla testa.
*
Consiglio di classe
Pare o forse è questa giornata
un caldo ristagno di faccende e
commissioni sparse sul tavolo.
La scuola, ancora aperta per gli
ultimi voti da decidere,
sembra oramai un misto tra una
roulette di Stato e un indovinello indulgente.
Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni
che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.
Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni
cartelloni sudano sui muri ruvidi.
Anche oggi questo anno è finito.
Ita missa est.
Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026
L’AUTRICE
Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.
-scrivete e leggete una frase
fino a essere privi di voce
-torcetela
-fate in modo che possa trasformarsi
in una frase biforcuta
-spuntate ognuno dei suoi corni
-dopo averla asciugata rileggetela
-pensatela assolutamente come priva
di metafora fiacca di vita
-assicuratevi che sia aritmica anarmonica
e cava
-riempitela quindi di opinioni
di sensi svigoriti di odori estenuanti
-ogni lettera sfatta trasandata abbandonata
a un destino analfabetico e punteggiatura assente
-come quivi esemplificato in poche e leggere congetture
-tratteggiate uno sfondo di patemi d’animo
senza traccia alcuna di emozioni e ripensamenti
-condite a piacere con spezie dearomatizzate
-servite.
Il fuoco è spento, il corpo un tonfo – nell’aria voci armate, lingue smarrite, inanimate. Così spendiamo il tempo blandendo il buio benedicendo il bolo di silenzio sbocciato nella bocca.
Contro il metallo corre la scure della notte a incensare il sacrificio irreversibile del bianco. Il passo incespica, è ormai segnato – nell’apice si assiepa un desiderio contrito: scagionare la spina sanguinare contro il cielo.
L’intervista a Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce nel contesto della presentazione del suo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, evento che ha inaugurato la rassegna “Il Maggio dei Libri” a Piombino. L’incontro si è svolto il 2 maggio scorso presso la Biblioteca del Comune, in un clima di partecipazione attenta e coinvolta, alla presenza dell’assessore alla cultura, a testimonianza dell’importanza istituzionale e civile dell’iniziativa. In questo spazio dedicato alla riflessione e al dialogo, la voce dell’autrice si è intrecciata con quella dei relatori e del pubblico, dando vita a un confronto profondo sui temi della scrittura, dell’identità e dell’impegno sociale. È proprio a partire da questo momento di condivisione che prende forma l’intervista condotta dalla professoressa Loretta Mazzinghi: un dialogo che approfondisce non solo il percorso letterario dell’autrice, ma anche le radici più intime della sua poesia e il suo costante impegno sui temi dei diritti umani e della violenza di genere.
Intervista della Prof.ssa Loretta Mazzinghi a Yuleisy Cruz Lezcano
Come è nata in lei questa passione per la scrittura e la poesia? La mia passione per la scrittura e per la poesia non è nata all’improvviso, ma come una necessità interiore, quasi un richiamo inevitabile. Fin da giovane ho sentito che la parola aveva un peso diverso: non era soltanto uno strumento per comunicare, ma uno spazio in cui potermi rifugiare e, allo stesso tempo, comprendere ciò che mi circondava. Crescendo, questo impulso si è nutrito delle mie letture. L’incontro con José Lezama Lima è stato decisivo: mi ha insegnato che la poesia non è semplice espressione, ma una forma di conoscenza, una ricerca dell’origine e del mistero. Allo stesso modo, nella scrittura di Alejandra Pizarnik ho riconosciuto una dimensione più intima e fragile, dove la parola diventa uno specchio dell’anima, anche nei suoi lati più oscuri. Un’altra influenza importante è arrivata dal realismo magico di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, che mi hanno mostrato come la realtà possa essere attraversata da una dimensione simbolica e visionaria. Questo ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ma, più profondamente, la scrittura è nata come risposta a un’esigenza personale, cioè quella di dare forma alle emozioni, alle domande, alle fratture interiori. Anche l’esperienza dello sradicamento ha avuto un ruolo importante, essere lontana dalla mia terra ha reso la parola ancora più necessaria, come un ponte tra ciò che ero e ciò che sono diventata. Per questo dico sempre che la poesia non è stata una scelta, ma una scoperta graduale. È nata nel silenzio, nella lettura, nella ricerca di senso. Scrivere è diventato il mio modo di esistere, di resistere e di restare in dialogo con il mondo e con me stessa.
Questo suo modo poetico di guardare il mondo e di trasmettere emozioni nasce in lei direttamente in immagini? O c’è anche un lavoro raffinato sulla parola, e le scelte di lessico sono dovute anche ad una profonda cultura letteraria e filosofica? Il mio modo poetico di guardare il mondo nasce spesso da immagini, ma non si tratta mai di un processo puramente immediato o istintivo. L’immagine arriva come un’apparizione, come direbbe la tradizione simbolista, è qualcosa che si impone alla coscienza ma che, allo stesso tempo, chiede di essere decifrato. Penso che il simbolo non comunica mai in modo diretto, ma “nasconde mostrando”, e proprio in questa tensione tra visibile e invisibile si apre lo spazio della poesia. L’immagine, quindi, non è mai un punto di arrivo, ma una soglia. È il luogo in cui inizia un lavoro più profondo sulla parola. Qui sento forte la lezione dell’Espressionismo, che, come ha mostrato la critica di inizio Novecento, non si limita a rappresentare la realtà, ma la deforma per restituirne la verità interiore. È ciò che accade, ad esempio, nella poesia di Georg Trakl, dove il paesaggio non è mai descrizione, ma proiezione dell’abisso emotivo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è profondamente attraversato dalla densità del Simbolismo, che, come ha ricordato anche la tradizione critica francese e russa, trasforma ogni parola in un campo di risonanze. Penso a Stéphane Mallarmé, per il quale il linguaggio non nomina semplicemente le cose, ma le evoca, le sospende, le rende quasi metafisiche. In questa prospettiva la parola non è mai neutra: è un organismo vivo, carico di stratificazioni. Per questo ogni scelta lessicale è per me un gesto consapevole. La parola viene ascoltata, pesata, interrogata. La filosofia ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, in particolare la lezione di María Zambrano, quando scrive che il pensiero nasce da una “ragione poetica”, cioè da una forma di conoscenza che non separa intuizione e riflessione. Allo stesso modo Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa sostare nel mondo senza fuggirlo, accettando la complessità delle domande più che la fretta delle risposte. È proprio da qui che nasce quella che sento come una necessità di “tornare a camminare”. Camminare, in senso filosofico e poetico, significa rifiutare la risposta immediata, accettare la lentezza del pensiero, come nella tradizione greca della permanenza interrogativa. È un movimento che richiama anche Walter Benjamin quando parla del pensiero come “arresto” e insieme come attraversamento: fermarsi per vedere meglio, ma senza perdere il movimento della ricerca. Le immagini, dunque, sono fondamentali, ma non sono mai isolate. Sono attraversate da una lunga sedimentazione culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla tradizione simbolista alle avanguardie espressioniste, fino alla riflessione sul linguaggio come spazio di conoscenza. Senza questo lavoro, l’immagine resterebbe muta; senza l’immagine, la parola sarebbe vuota. La poesia nasce proprio nell’incontro tra queste due dimensioni: tra ciò che appare improvvisamente alla visione e ciò che, lentamente, la lingua riesce a trasformare in pensiero. È un equilibrio fragile, ma necessario: tra intuizione e costruzione, tra emozione e coscienza, tra il vedere e il nominare.
Si considera una cittadina italiana integrata nelle sue due radici? (la terra di origine e quella di adozione?) E dunque si può parlare anche di “meticciato” culturale nella sua produzione? Non vivo l’identità come qualcosa di stabile o definitivamente acquisito, ma come un processo in continua trasformazione. Non mi considero una “cittadina integrata” nel senso chiuso del termine, perché l’integrazione, per come la sento io, non è mai fusione perfetta né cancellazione delle origini. È piuttosto una convivenza dinamica tra più strati di appartenenza, tra più lingue che si osservano, si contaminano e a volte si interrogano a vicenda. La mia esperienza nasce proprio da questa frizione fertile tra Cuba e Italia, tra la lingua materna e la lingua adottata, tra la memoria affettiva e la realtà presente. Scrivere in italiano non ha significato abbandonare lo spagnolo, ma abitare una soglia. E lo spagnolo, a sua volta, continua a lavorare dentro la scrittura italiana come una sorta di eco interiore, come una vibrazione che non si spegne. In questo senso, sì, si può parlare di meticciato culturale nella mia produzione, ma non come somma armoniosa di due identità già definite. È piuttosto un campo di tensioni, di passaggi, di traduzioni mai definitive. Il translinguismo, per me, non è soltanto una pratica linguistica, ma una condizione esistenziale: ogni lingua modifica la percezione del mondo e, allo stesso tempo, è modificata dall’esperienza che la attraversa. Mi sento vicina al pensiero di Edmond Jabès quando afferma che lo scrittore è sempre uno straniero nella propria lingua. Questa idea è centrale per comprendere il mio rapporto con l’italiano: non è mai una lingua completamente “posseduta”, ma una lingua in cui mi sposto, in cui cerco, in cui a volte mi riconosco e altre volte mi perdo. Per Jabès, la scrittura nasce proprio da questa condizione di esilio permanente, da una mancanza che non si risolve ma si trasforma in domanda. E io sento che questa dimensione interrogativa è profondamente presente nel mio modo di scrivere. Essere tra due lingue significa anche accettare che nessuna delle due possa contenere interamente l’esperienza. La lingua non è mai un contenitore neutro ma è memoria, storia, corpo culturale. Per questo la mia scrittura si muove tra questi due poli senza cercare una sintesi definitiva. Non si tratta di scegliere una patria linguistica, ma di abitare lo spazio tra le lingue come luogo creativo. Se parlo di integrazione, allora, la intendo come una forma di ascolto reciproco tra mondi diversi, non come assimilazione. Il mio lavoro poetico nasce proprio da questa intersezione tra ciò che porto con me e ciò che mi accoglie, tra ciò che si conserva e ciò che si trasforma. In questo spazio intermedio, che non è mai del tutto stabile, si costruisce la mia voce.
Di un’altra voce sarà la paura: Perché ha sentito il bisogno di esprimere la violenza di genere e non solo in un’intera raccolta, con immagini così potenti e un linguaggio così oscuro e evocativo? Quale funzione pensa che abbia la sua poesia nell’affrontare questa complessa problematica? La scelta di dedicare un’intera raccolta poetica alla violenza di genere nasce, per me, da una necessità etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un tema “affrontato”, ma di una realtà che attraversa i corpi, le storie e il linguaggio stesso, imponendo alla parola poetica una responsabilità precisa, quella di non distogliere lo sguardo. In Di un’altra voce sarà la paura ho sentito l’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta indicibile o frammentato: la paura, il silenzio, la frattura dell’identità, ma anche le zone più sottili della resistenza. La poesia, in questo senso, non è mai decorazione del dolore, ma una forma di esposizione della ferita. Come ho cercato di dire anche in altre occasioni, la parola poetica diventa uno spazio in cui l’esperienza traumatica può essere nominata senza essere semplificata, mantenendo tutta la sua complessità umana e sociale. Il linguaggio che ho scelto, a tratti oscuro, materico, fortemente evocativo, nasce dalla consapevolezza che la violenza non è mai lineare né trasparente. Ha stratificazioni psicologiche, culturali, simboliche. Per questo la poesia non può limitarsi a descriverla, deve deformarla, farla emergere attraverso immagini che colpiscano non solo l’intelletto, ma anche la percezione emotiva. In questo senso mi sento vicina a una concezione della scrittura come “trasfigurazione del reale”, dove la metafora non attenua, ma intensifica la realtà. La funzione della mia poesia non è quella di spiegare la violenza, ma di creare uno spazio di ascolto. Un luogo in cui il lettore possa entrare in contatto con ciò che spesso resta invisibile o normalizzato. La poesia diventa così un atto di testimonianza e, allo stesso tempo, di resistenza: nomina ciò che il linguaggio sociale tende a rimuovere o a semplificare. Dare voce non significa parlare al posto di qualcun’altra, ma costruire un campo di risonanza in cui le esperienze possano essere riconosciute. In questo senso la scrittura ha anche una dimensione politica e trasformativa.
Quali sono le differenze e le similitudini, per quanto riguarda la disuguaglianza di genere, fra il nostro paese e Cuba? Soprattutto per quanto riguarda le cause e gli strumenti per combatterla? Quando si osserva la disuguaglianza di genere tra Italia e Cuba, è importante evitare letture semplicistiche o comparative in termini di “meglio” o “peggio”, perché in realtà si tratta di due sistemi diversi che producono forme differenti, ma ugualmente radicate, di disuguaglianza. La prima similitudine riguarda la radice culturale del problema. In entrambi i paesi la disuguaglianza di genere si innesta su una struttura patriarcale ancora attiva, anche se declinata in modi diversi. A Cuba questa struttura si intreccia con una cultura storicamente segnata dal machismo latinoamericano e da condizioni economiche più fragili, che amplificano la vulnerabilità delle donne. In Italia, invece, il patriarcato assume forme più sottili e istituzionalizzate, perchè si manifesta nelle disuguaglianze salariali, nella rappresentanza politica ancora limitata, e soprattutto nella persistenza della violenza domestica e dei femminicidi, che restano un fenomeno strutturale. Se guardiamo alle cause, in entrambi i contesti emerge un elemento comune: la difficoltà a trasformare le norme in cambiamento culturale reale. Le leggi possono avanzare, ma la mentalità sociale evolve più lentamente. A Cuba, per esempio, esistono riforme importanti sul piano dei diritti familiari e della diversità, ma la loro applicazione incontra limiti legati sia alle condizioni economiche sia a una gestione ancora centralizzata della sfera pubblica e della libertà civile. In Italia, al contrario, il sistema democratico garantisce una maggiore articolazione istituzionale, ma spesso si scontra con vuoti legislativi e con una cultura mediatica che tende ancora a riprodurre stereotipi di genere o a normalizzare la violenza. Per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, le differenze sono più evidenti. In Italia esiste un apparato più strutturato di protezione: centri antiviolenza, strumenti giudiziari come il “Codice Rosso”, reti associative e una crescente attenzione giuridica ai diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+. Tuttavia, la frammentazione degli interventi e la lentezza dei procedimenti giudiziari mostrano che l’efficacia non è ancora pienamente garantita. A Cuba, invece, il quadro è diverso: esiste una forte presenza dello Stato nelle politiche sociali e alcune riforme legislative significative, ma mancano ancora strumenti capillari e indipendenti di protezione, così come un riconoscimento giuridico pieno e sistematico della violenza di genere come fenomeno strutturale. Eppure, c’è anche un punto di contatto importante: in entrambi i paesi la battaglia contro la disuguaglianza di genere si gioca oggi sulla distanza tra legge e realtà. Non basta proclamare diritti o approvare riforme; è necessario che questi diritti diventino esperienza quotidiana, possibilità concreta di vita. In questo senso, la disuguaglianza di genere non è solo una questione normativa o giuridica, ma una questione di cultura, di linguaggio e di immaginario collettivo. E forse è proprio qui che il lavoro della poesia e della riflessione culturale può avere un ruolo: rendere visibile ciò che spesso resta normalizzato, e restituire complessità a ciò che viene semplificato.
In che cosa consiste il suo progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro i minori e la sua esperienza dentro una casa rifugio a Bologna? Il mio progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro la violenza sui minori nasce dall’esperienza concreta dentro una casa rifugio a indirizzo segreto a Bologna, dove l’accoglienza non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana fatta di protezione, ascolto e ricostruzione. Dentro questo spazio si lavora con donne e bambini che hanno attraversato forme di violenza estrema: violenza domestica, abusi prolungati, tratta, controllo coercitivo. Non si tratta di “casi”, ma di biografie spezzate che arrivano con un carico di trauma che spesso non è ancora nominabile. In questo contesto ho compreso che la prima forma di sensibilizzazione non è verso l’esterno, ma dentro la relazione di cura: riconoscere la complessità di ciò che la persona porta, senza semplificarla né ridurla alla violenza subita. La casa rifugio, con il suo numero limitato di ospiti (massimo 14 persone compresi i bambini), è uno spazio che funziona come soglia tra il prima e il dopo. Qui la priorità non è “cercare la verità” in senso giudiziario o narrativo, ma garantire sicurezza e possibilità di ri-esistenza. La verità, se arriva, arriva dopo; prima c’è la sopravvivenza, la stabilizzazione emotiva, la ricostruzione di un minimo di fiducia. Il mio progetto di sensibilizzazione nasce proprio da questa consapevolezza: la violenza non è solo un evento, ma un sistema che attraversa corpo, linguaggio e istituzioni. Per questo lavoro su due livelli. Il primo è interno alla struttura: osservare e comprendere come il percorso di protezione internazionale, dalla presa in carico dei servizi sociali fino alla Questura e alla Commissione territoriale, non sia solo un iter burocratico, ma anche un percorso umano profondamente fragile. Figure come assistenti sociali, mediatori culturali e operatori legali non sono solo tecniche, ma presenze che possono fare la differenza tra il sentirsi oggetto o soggetto di un percorso di rinascita. In questo senso la sensibilizzazione passa anche attraverso la formazione e la consapevolezza di chi opera nei servizi. Il secondo livello è esterno, raccontare ciò che accade dentro questi luoghi senza violarne la segretezza, ma restituendone la complessi” tà. Significa far comprendere che dietro parole come “accoglienza” “protezione internazionale”, “seconda accoglienza”, ci sono donne e bambini che attraversano tempi lunghi, procedure articolate, attese anche di due anni, e che la violenza non finisce con la fuga, ma continua spesso sotto forma di paura, precarietà, trauma. Per quanto riguarda i minori, la sensibilizzazione assume una dimensione ancora più delicata. I bambini che entrano in casa rifugio portano spesso una memoria corporea della violenza, anche quando non hanno le parole per raccontarla. Il lavoro educativo e relazionale diventa quindi fondamentale, così come lo è ricostruire routine, sicurezza, possibilità di gioco e di linguaggio. Proteggere i minori significa anche proteggere il loro diritto a una narrazione diversa della propria storia. In questo percorso ho imparato che la violenza di genere e quella sui minori non possono essere separate, ma sono spesso intrecciate, perché colpiscono la stessa struttura relazionale e lo stesso spazio domestico, che da luogo di cura diventa luogo di rischio. La sensibilizzazione che porto avanti si fonda quindi su una doppia direzione: da un lato dare visibilità a ciò che normalmente resta invisibile, dall’altro evitare ogni semplificazione. Non si tratta di trasformare il dolore in slogan, ma di restituire complessità a ciò che la società tende a ridurre. Dentro la casa rifugio ho compreso che la protezione non è solo un atto istituzionale, ma un processo umano lungo, fatto di piccoli passaggi, che possono essere una firma consapevole, una traduzione che permette di capire, un incontro con l’assistente sociale, una decisione della Commissione, ma anche un gesto quotidiano di cura. È in questa trama concreta che il mio progetto di sensibilizzazione trova la sua radice.
Il suo impegno civile si estende anche alla denuncia degli omicidi bianchi dovuti alla mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro. Che cosa l’ha spinta a immergersi anche in questo aspetto? Non si tratta di due percorsi separati, ma di due volti della stessa fragilità: la violenza che colpisce i corpi quando vengono resi invisibili, esposti, sacrificabili. L’attenzione alle morti sul lavoro nasce per me dalla stessa radice che attraversa il lavoro nella casa rifugio: l’idea che la vita umana venga spesso collocata in una zona di esposizione, dove la protezione non è garantita o non è sufficiente. Nel caso delle donne vittime di violenza domestica o di tratta, il corpo è uno spazio su cui si esercita il potere in modo diretto; nel caso delle morti sul lavoro, il corpo diventa invece uno strumento dentro un sistema produttivo che, quando non rispetta le norme di sicurezza, lo espone a rischi evitabili. In entrambi i casi c’è una stessa dinamica di fondo: la normalizzazione del rischio. Da un lato il rischio della violenza privata, che si consuma nel silenzio delle relazioni; dall’altro il rischio professionale, che si consuma nella quotidianità del lavoro. E in entrambi i casi, troppo spesso, la società tende a considerare queste morti come “incidenti”, quasi inevitabili, invece che come il risultato di scelte, omissioni o responsabilità strutturali. Quello che mi ha spinta ad approfondire anche questo aspetto è stata proprio la consapevolezza maturata nel lavoro sociale: quando si ascoltano storie di vulnerabilità estrema, si comprende che la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un diritto che va continuamente costruito e difeso. La casa rifugio insegna che senza protezione reale non esiste libertà; allo stesso modo, nei luoghi di lavoro, senza sicurezza non esiste dignità. Per concludere: In Italia abbiamo profondamente amato la Cuba rivoluzionaria di Fidel e Che Guevara, e la lotta di David contro il Golia americano. Che cosa rimane oggi di quel sogno di uguaglianza e giustizia sociale? E quale è oggi la situazione del suo paese di origine? Parlare di quel “sogno” significa sempre muoversi tra memoria storica e realtà presente, e le due dimensioni oggi non coincidono più in modo lineare. Dell’idea originaria di giustizia sociale che ha attraversato la rivoluzione cubana restano certamente alcuni pilastri importanti: un sistema di istruzione e sanità pubblica universale, una forte centralità dello Stato nella tutela dei diritti sociali di base e una cultura dell’uguaglianza che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese. Sono elementi che, anche nelle difficoltà attuali, continuano a rappresentare una conquista storica reale per la popolazione. Tuttavia, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza è la distanza tra quel progetto ideale e le condizioni concrete di vita. Cuba attraversa una crisi economica e sociale molto complessa, segnata da scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, inflazione, emigrazione crescente e una pressione quotidiana sulla sopravvivenza materiale delle famiglie. A questo si aggiunge la tensione tra riforme legislative importanti, come quelle in ambito familiare e dei diritti civili, e una realtà amministrativa e infrastrutturale che fatica a renderle pienamente operative. È una società in cui convivono, in modo quasi paradossale, avanzamenti normativi significativi e una fragilità economica che incide profondamente sulla libertà reale delle persone. Questo crea una forma di disuguaglianza meno visibile rispetto a quella classica, ma altrettanto incisiva: la disuguaglianza delle possibilità concrete. Il “Golia” di cui spesso si è parlato nel confronto geopolitico con gli Stati Uniti non è più l’unico riferimento interpretativo. Oggi le difficoltà di Cuba non si leggono solo attraverso la lente del blocco o delle tensioni internazionali, ma anche attraverso fattori interni strutturali: la capacità di aggiornare il sistema produttivo, la gestione delle risorse, l’apertura economica controllata, e soprattutto la possibilità di garantire spazi più ampi di partecipazione e autonomia sociale. Il risultato è un Paese che continua a vivere dentro una forte contraddizione: da un lato un capitale simbolico di uguaglianza e dignità sociale che ha segnato la sua storia; dall’altro una quotidianità segnata da limiti materiali che incidono profondamente sulla vita delle persone.