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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Note critiche e note di lettura

Sussurri d’Altrove – Ritratti: Lya Luft

01 mercoledì Lug 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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Tag

Emilio Capaccio, POESIA, Sussurri d'Altrove, TRADUZIONI

“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

C’è gente che invece di distruggere, costruisce;
invece di invidiare, regala;
invece d’avvelenare, abbellisce;
invece di strappare, riunisce a aggrega.

L. L.

Lya Luft è stata una delle voci più intense e raffinate della letteratura brasiliana contemporanea. Nata nel 1938 a Santa Cruz do Sul, nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul, in una famiglia di origine tedesca, crebbe in un ambiente culturalmente ricco ma anche segnato da rigidità morali e sociali.
La sua formazione fu profondamente influenzata dalla cultura germanica: fin da bambina lesse Goethe, Schiller e altri grandi autori europei, sviluppando una sensibilità letteraria precoce che avrebbe segnato tutta la sua produzione.
La doppia appartenenza culturale, brasiliana e tedesca, contribuì a creare in lei uno sguardo complesso sull’identità, sul senso di appartenenza e sulla fragilità dell’essere umano.
Studiò pedagogia e lettere anglo-germaniche a Porto Alegre, diventando successivamente docente universitaria di linguistica e letteratura. Parallelamente iniziò un’intensa attività di traduttrice, portando in lingua portoghese opere di autori come Virginia Woolf, Thomas Mann, Hermann Hesse e Rainer Maria Rilke.
Questo lavoro di mediazione culturale fu fondamentale per la maturazione del suo stile, perché le consentì di confrontarsi con grandi tradizioni narrative europee e con una scrittura psicologica profonda e introspettiva.
La sua carriera letteraria ebbe inizio con la poesia. Le prime raccolte, pubblicate negli anni Sessanta e Settanta, rivelavano già alcuni temi che sarebbero diventati centrali nella sua opera: il rapporto conflittuale con il corpo e con la femminilità, la solitudine, la memoria, il tempo e la morte. Tuttavia fu soprattutto nella narrativa che Lya Luft trovò la propria voce più autentica. A partire dagli anni Ottanta pubblicò romanzi e racconti che ottennero grande successo in Brasile e all’estero.
Le sue opere non si limitano a raccontare vicende familiari o psicologiche: esse esplorano gli spazi più nascosti dell’animo umano, affrontando paure, desideri e tensioni interiori con una scrittura elegante e intensa.
Uno degli aspetti più significativi della sua produzione è l’attenzione alla condizione femminile. Le protagoniste dei suoi romanzi sono spesso donne intrappolate in relazioni oppressive, in famiglie dominate dal silenzio o da convenzioni sociali soffocanti. Tuttavia Lya Luft non propone una narrativa apertamente ideologica o militante. La sua riflessione sulla donna nasce piuttosto dall’analisi dell’esperienza interiore, dal conflitto tra desiderio di libertà e imposizioni culturali.
Le sue figure femminili vivono spesso in una dimensione di inquietudine: cercano amore e riconoscimento, ma si confrontano continuamente con il senso di perdita, con la paura dell’abbandono e con il limite imposto dal tempo.
Nel romanzo As Parceiras, una delle sue opere più note, emerge chiaramente questa dimensione psicologica. La storia ruota attorno a rapporti familiari segnati da dolore, incomunicabilità e memorie traumatiche. L’atmosfera è cupa, quasi sospesa, e la casa familiare assume un valore simbolico: diventa il luogo della memoria, dei segreti e delle ferite mai guarite. La narrazione non procede secondo uno schema realistico tradizionale, ma si costruisce attraverso ricordi, riflessioni e immagini interiori. Questo modo di raccontare rende evidente l’influenza della letteratura europea moderna, in particolare di autori interessati all’indagine psicologica e al flusso della coscienza.
Anche in A Asa Esquerda do Anjo ritornano temi simili. Qui il conflitto identitario assume un ruolo centrale: la protagonista si sente divisa tra il peso delle origini familiari e il desiderio di costruire un’esistenza autonoma. La famiglia appare come un universo chiuso, regolato da rigide gerarchie e da una moralità soffocante. La tradizione tedesca, che nella vita dell’autrice aveva avuto un ruolo importante, viene rappresentata in modo ambivalente: da una parte è fonte di cultura e disciplina, dall’altra è simbolo di rigidità e repressione emotiva. In questo romanzo, come in molti altri di Lya Luft, il passato non è mai realmente concluso, ma continua a influenzare il presente attraverso ricordi, sensi di colpa e fantasmi interiori.
Un altro elemento fondamentale della sua narrativa è il rapporto con la morte. Dopo un grave incidente automobilistico avvenuto alla fine degli anni Settanta, la scrittrice sviluppò una riflessione ancora più intensa sulla precarietà dell’esistenza. Nei suoi romanzi la morte non è soltanto un evento finale, ma una presenza costante che accompagna la vita quotidiana. I personaggi vivono spesso nella consapevolezza della fragilità umana e dell’impossibilità di controllare completamente il destino. Questa visione dona alla sua scrittura un tono malinconico e meditativo, ma mai disperato. Anche nei momenti più oscuri rimane infatti uno spazio per la ricerca di senso, per la memoria degli affetti e per una forma di resistenza interiore.
Lo stile di Lya Luft si distingue per la capacità di unire semplicità e profondità. La sua prosa è limpida, elegante, priva di eccessi retorici, ma allo stesso tempo ricca di immagini simboliche e di suggestioni emotive. Le descrizioni non sono mai puramente decorative: ogni elemento assume un valore psicologico o simbolico. Le case, gli oggetti, i paesaggi e persino il silenzio diventano strumenti per rappresentare gli stati interiori dei personaggi. Il linguaggio è controllato e raffinato, ma capace di trasmettere emozioni intense. La scrittrice evita il sentimentalismo e preferisce suggerire piuttosto che dichiarare apertamente i sentimenti.
La memoria occupa un ruolo centrale nella sua opera. I personaggi ricordano continuamente il passato, cercando di comprendere eventi che hanno segnato le loro vite. Tuttavia il ricordo non appare mai stabile o oggettivo: esso cambia, si deforma, si intreccia con il desiderio e con la paura. In questo senso la memoria diventa un processo doloroso ma necessario, perché soltanto attraverso il confronto con il passato è possibile comprendere se stessi. Molte opere di Lya Luft mostrano come le esperienze infantili e familiari continuino a influenzare profondamente l’età adulta.
Negli anni Duemila la scrittrice raggiunse anche un vasto pubblico grazie a opere più saggistiche e autobiografiche. Opere come Perdas e Ganhos e Pensar é Transgredir affrontano temi universali quali il tempo, l’invecchiamento, la paura, la libertà e la responsabilità individuale. In questi testi emerge una voce più diretta e riflessiva, che dialoga apertamente con il lettore. Pur mantenendo la profondità della sua scrittura, Lya Luft adotta un tono più accessibile e meditativo. Le sue riflessioni invitano a guardare con sincerità la propria esistenza, accettandone limiti e contraddizioni.
La scrittrice insiste spesso sull’importanza del pensiero critico e della libertà interiore, sostenendo che vivere autenticamente significa anche avere il coraggio di mettere in discussione convenzioni e paure.
Un aspetto interessante della sua produzione è il continuo dialogo tra dimensione privata e universale. Pur partendo spesso da esperienze personali o familiari, Lya Luft riesce a trasformarle in riflessioni che riguardano ogni essere umano.
Le sue opere parlano della difficoltà di amare, del bisogno di essere riconosciuti, della paura della solitudine e del desiderio di dare senso al tempo che passa. Questa capacità di trasformare l’esperienza individuale in una meditazione universale spiega il successo internazionale della sua narrativa.
La figura della casa ritorna frequentemente nei suoi romanzi come simbolo dell’interiorità. Le abitazioni descritte da Lya Luft non sono semplici ambienti realistici, ma spazi della memoria e dell’inconscio. Stanze chiuse, corridoi silenziosi e oggetti antichi rappresentano spesso segreti nascosti, traumi familiari o emozioni represse.
Questo uso simbolico dello spazio contribuisce a creare atmosfere dense e inquietanti, vicine talvolta alla dimensione del sogno o dell’incubo. La scrittrice costruisce così una narrativa psicologica che supera il semplice realismo e si avvicina a una forma di introspezione quasi poetica.
La sua esperienza come traduttrice influenzò profondamente il suo modo di scrivere. Tradurre grandi autori europei significò confrontarsi con diversi stili narrativi e con differenti modi di rappresentare la complessità umana.
Nella sua opera si possono riconoscere echi della narrativa modernista, della letteratura mitteleuropea e dell’introspezione psicologica tipica di alcuni autori del Novecento.
Tuttavia Lya Luft riuscì sempre a mantenere una voce personale, capace di unire influenze internazionali e sensibilità brasiliana.
Nel panorama della letteratura brasiliana contemporanea, Lya Luft occupa una posizione particolare. Pur essendo molto letta e apprezzata, non appartiene facilmente a correnti o movimenti definiti. La sua scrittura si distingue per l’intensità emotiva e per la centralità dell’indagine interiore. In un’epoca spesso dominata da narrazioni rapide e superficiali, le sue opere invitano invece alla riflessione lenta, all’ascolto delle emozioni e alla contemplazione della fragilità umana.
La morte della scrittrice nel 2021 ha segnato la fine di una delle voci più importanti della cultura brasiliana contemporanea. Tuttavia la sua opera continua a essere letta e studiata perché affronta temi universali che mantengono intatta la loro attualità. Nei suoi libri emerge una concezione della letteratura come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Scrivere, per Lya Luft, significava esplorare le zone più oscure dell’animo umano senza paura delle contraddizioni.
La sua narrativa non offre risposte semplici, ma invita il lettore a confrontarsi con la complessità dell’esistenza.
L’eredità di Lya Luft risiede proprio nella sua capacità di trasformare il dolore, la memoria e la fragilità in materia letteraria di grande intensità. Attraverso una prosa elegante e profondamente umana, la scrittrice ha raccontato il difficile equilibrio tra libertà e paura, tra desiderio di amore e senso di perdita. Le sue opere continuano a parlare ai lettori perché mostrano che la vulnerabilità non è una debolezza, ma una parte essenziale dell’esperienza umana.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

Canzone nella pienezza

Non ho più gli occhi di bambina
né il corpo adolescente, e la pelle
traslucida da tempo si è macchiata.
Ci sono rughe dove un tempo c’era la seta, sono una struttura
allargata dagli anni e dal peso dei fardelli
buoni o cattivi.
(Ne ho portati molti con piacere e alcuni con ribellione.)

Quello che posso darti è più di tutto
quello che ho perduto; ti dono le mie conquiste.
La maturità che riesce a sorridere
quando in altri tempi avrebbe pianto,
cerca di renderti felice
quando una volta avrebbe voluto
solo essere amata.
Posso darti molto più della bellezza
e della giovinezza, ora: questi anni dorati
mi hanno insegnato ad amare meglio, con più pazienza
e con non meno ardore, a comprenderti
se ne hai bisogno, ad aspettarti quando vai via,
a darti il grembo dell’amante e l’affetto dell’amica,
e soprattutto forza — che nasce dall’esperienza.
Questo posso darti: un mare antico e affidabile
le cui maree — anche se si allontanano — ritornano,
le cui correnti nascoste non trascinano relitti
ma l’interminabile sogno delle sirene.

Canção na plenitude

Não tenho mais os olhos de menina
nem corpo adolescente, e a pele
translúcida há muito se manchou.
Há rugas onde havia sedas, sou uma estrutura
agrandada pelos anos e o peso dos fardos
bons ou ruins.
(Carreguei muitos com gosto e alguns com rebeldia.)

O que te posso dar é mais que tudo
o que perdi: dou-te os meus ganhos.
A maturidade que consegue rir
quando em outros tempos choraria,
busca te agradar
quando antigamente quereria
apenas ser amada.
Posso dar-te muito mais do que beleza
e juventude agora: esses dourados anos
me ensinaram a amar melhor, com mais paciência
e não menos ardor, a entender-te
se precisas, a aguardar-te quando vais,
a dar-te regaço de amante e colo de amiga,
e sobretudo força — que vem do aprendizado.
Isso posso te dar: um mar antigo e confiável
cujas marés — mesmo se fogem — retornam,
cujas correntes ocultas não levam destroços
mas o sonho interminável das sereias.

( Secreta Mirada, 1997 )

Questi sono i miei oggetti

Questi sono i miei oggetti:
hanno una patina che non è del tempo,
è il mio dolore
che li sfiora con la sua mano afflitta.
Questo è il mio viso:
occhi che, per aver cercato troppo, guardano
solo dentro. E se tutto sfocia nella morte
quello è il mio destino. È là che sto andando,
speranza e protesta,
reggendo il candelabro degli amori
che hanno illuminato la mia vita.

(Resisteranno, singolarmente,
al mio ultimo respiro?)

Estes são os meus objetos

Estes são os meus objetos:
têm uma pátina que não é do tempo,
é minha dor
roçando neles sua mão aflita.
Este é o meu rosto:
uns olhos que, de procurar demais, olham
só para dentro. E se tudo desemboca na morte
esse é o meu destino. É para lá que vou,
esperança e protesto,
segurando o candelabro dos amores
que me iluminaram na vida.

(Resistirão, singularmente,
ao meu último sopro?)

Invito

Non sono la sabbia
su cui si disegna un paio d’ali
o grate davanti a una finestra.
Non sono solo la pietra che rotola
nelle maree del mondo,
rinascendo diversa su ogni spiaggia.
Sono l’orecchio accostato alla conchiglia
della vita, sono costruzione e disfacimento,
servo e signore, e sono
mistero.

A quattro mani scriviamo questo copione
per il palcoscenico del mio tempo:
il mio destino ed io.
Non sempre siamo in sintonia,
non sempre ci prendiamo
sul serio.

Convite

Não sou a areia
onde se desenha um par de asas
ou grades diante de uma janela.
Não sou apenas a pedra que rola
nas marés do mundo,
em cada praia renascendo outra.
Sou a orelha encostada na concha
da vida, sou construção e desmoronamento,
servo e senhor, e sou
mistério.

A quatro mãos escrevemos este roteiro
para o palco de meu tempo:
o meu destino e eu.
Nem sempre estamos afinados,
nem sempre nos levamos
a sério.

( Perdas & Ganhos, 2003 )

Canzone della prima volta

Mi sono conservata per te come un segreto
che io stessa non ho svelato:
ci sono note nella mia viola
che non ho suonato,
ci sono spiagge nella mia vita
che non ho percorso.

È necessario che tu mi accolga
oltre il riso e lo sguardo
in ciò che non conosco
e ho intuito;
è necessario che tu mi canti
la canzone di ciò che sarò
e mi crei con il tuo gesto
che non ho mai neppure sognato.

Canção da vez primeira

Guardei-me para ti como um segredo
que eu mesma não desvendei:
há notas na minha viola
que não toquei,
há praias na minha vida
que não andei.

É preciso que me tomes
além do riso e do olhar
naquilo que não conheço
e adivinhei;
é preciso que me cantes
a canção do que serei
e me cries com teu gesto
que nem sonhei.

( Secreta Mirada, 1997 )

IV

Dio
(o era la Morte?)
colpì con la sua pesante falce
il cuore del mio amato
(non si vede la ferita, ma ha squarciato anche il mio).
Aprì gli occhi, con aria trasognata,
pronunciò forte il mio nome nella stanza d’ospedale,
e se ne andò.

Quando se furono andati anche i medici e le loro inutili macchine,
restammo soli: la Morte (o era Dio?)
il mio amato ed io.
Affondai il volto nella curva della sua spalla
come facevo sempre,
dissi le parole d’amore che eravamo soliti scambiarci.
Il suo silenzio era assoluto: il suo cuore ammutolito
e il mio, trafitto da quella falce dorata.
Ovunque vada lascio la scia di un sangue denso e triste
che non si arresterà mai.

IV

Deus
(ou foi a Morte?)
golpeou com sua pesada foice
o coração do meu amado
(não se vê a ferida, mas rasgou o meu também).
Ele abriu os olhos, com ar deslumbrado,
disse bem alto meu nome no quarto de hospital,
e partiu.

Quando se foram também os médicos e suas máquinas inúteis,
Ficamos sós: a Morte (ou foi Deus?)
O meu amado e eu.
Enterrei o rosto na curva do seu ombro
como sempre fazia,
disse as palavras de amor que costumávamos trocar.
O silêncio dele era absoluto: seu coração emudecido
e o meu, varados por essa dourada foice.
Por onde vou deixo o rastro de um sangue denso e triste
que não estancará jamais.

( O Lado Fatal, 1989 )

Danza lenta

Non siamo né buoni né cattivi:
siamo tristi. Piantati tra la terra
e le stelle, lottiamo con sangue,
pietre e bastoni, sogno
e arte.

Né vita né morte:
siamo lucida vertigine,
gloria e dannazione. Siamo gente:
duro compito.
E qua e la, con un po’ di fortuna,
la tenerezza.

Dança lenta

Não somos nem bons nem maus:
somos tristes. Plantados entre chão
e estrelas, lutamos com sangue,
pedras e paus, sonho
e arte.

Nem vida nem morte:
somos lúcida vertigem,
glória e danação. Somos gente:
dura tarefa.
Com sorte, aqui e ali a ternura
faz parte.

( Para não dizer adeus, 2005 )

Semantica

Non fatevi ingannare:
se dico sud può essere nord,
arrivo ma resto assente,
il triste è anche il bello,
cerco ciò che non si perde
né si può trovare.

Cercare risposta nei libri
è nascondersi tra le righe.
Non credo in ciò che si vede,
ma in ciò che si maschera
per quanto si tenti di guardare:
così sono stata sedotta.

Ecco il gioco che inseguo,
il mio modo d’essere felice,
la sfida che mi culla:
ogni volta che scrivo “morte”
sto parlando della vita.

Semântica

Não se enganem comigo:
se digo sul pode ser norte,
chego mas fico ausente,
o triste é também o belo,
procuro o que não se perde
nem se pode encontrar.

Buscar resposta nos livros
é esconder-se entre linhas.
Não creio no que se enxerga,
mas nisso que se disfarça
por mais que se tente olhar:
assim me tem seduzida.

Eis o jogo que eu persigo,
meu jeito de ser feliz,
o desafio que me embala:
sempre que escrevo “morte”
estou falando da vida.

( Para não dizer adeus, 2005 )

Scelta

Nonostante la paura,
scelgo l’audacia.
Al conforto delle catene, preferisco
la dura libertà.
Volo col mio paio d’ali storte,
senza la noia della dimostrazione.

Scelgo la follia, con un granello
di realtà:
il mio impeto fa esplodere il punto,
incurva la linea, traccia contorni
per poi spezzarli.

Perdonatemi, ma devo dirlo:
io voglio il delirio.

Escolha

Apesar do medo
escolho a ousadia.
Ao conforto das algemas, prefiro
a dura liberdade.
Vôo com meu par de asas tortas,
sem o tédio da comprovação.

Opto pela loucura, com um grão
de realidade:
meu ímpeto explode o ponto,
arqueia a linha, traça contornos
para os romper.

Desculpem, mas devo dizer:
eu quero o delírio

( Para não dizer adeus, 2005 )

Temporalità

Il tempo striscia sul tetto
dopo aver fatto figli e debiti,
e i dubbi sono germogliati tra le fessure
della porta.

Il tempo intreccia ricami sul volto
e macchie sulle mani,
ma noi non cambiamo: piove ancora
nel buio e un uccello comincia a cantare,
un amico muore prima dei quarant’anni,
e nostra madre, di quasi cento, non c’è
e non se ne va.

Come tutto il resto,
il tempo non ha spiegazione:
corrode e trasfigura, espande
o impoverisce, secondo la scelta
di ognuno.

(Io, con paura e stupore,
scelgo la moltiplicazione.)

Temporal

O tempo rasteja no telhado
depois de se fazerem filhos e dívidas,
e as dúvidas brotarem nas frestas
da porta.

O tempo trança bordados no rosto
e manchas na mão,
mas a gente não muda: ainda chove
no escuro e um pássaro começa a cantar,
um amigo morre antes dos quarenta anos,
e nossa mãe, com quase cem, nem está
nem se ausenta.

Como tudo o mais,
o tempo não tem explicação:
corrói e transfigura, expande
ou empobrece, conforme a escolha
de cada um.

(Eu, com medo e susto,
escolho a multiplicação.)

( Para não dizer adeus, 2005 )

Onere

La speranza mi chiama,
e io salto a bordo
come fosse il primo viaggio.
Se non conosco le mappe,
scelgo l’imprevisto:
qualsiasi segno è un buon presagio.

Sia come sia, io vado,
perché quasi sempre ci credo:
cammino a occhi chiusi
come una bambina che gioca alla cieca.
Più d’una volta ne sono uscita ferita, o quasi affogata,
ma non mi arrendo.

Il dolore occasionale è il prezzo della vita:
biglietto, assicurazione e pedaggio.

Ônus

A Esperança me chama,
e eu salto a bordo
como se fosse a primeira viagem.
Se não conheço os mapas,
escolho o imprevisto:
qualquer sinal é um bom presságio.

Seja como for, eu vou,
pois quase sempre acredito:
ando de olhos fechados
feito criança brincando de cega.
Mais de uma vez saio ferida, ou quase afogada,
mas não desisto.

A dor eventual é o preço da vida:
passagem, seguro e pedágio.

( Para não dizer adeus, 2005 )

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Decisi per la gioia Antonella Pizzo – Analisi Tematica di Cristina Patanè

30 martedì Giu 2026

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali, POESIA

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https://liminamundi.com/2026/05/06/una-poesia-da-decisi-per-la-gioia-di-antonella-pizzo-anterem-edizioni-2026/

Analisi Tematica della Poesia: Memoria, Morte, Natura e la Scelta della Gioia di Cristina Patanè

La poesia offre un ricco intreccio di immagini e riflessioni che ruotano attorno a quattro tematiche principali: la memoria, la morte, la natura (in particolare il mare e i venti) e la scelta consapevole della gioia. Queste tematiche non sono isolate, ma si fondono in un filo conduttore che esplora la condizione umana e il suo dialogo con il tempo, la natura e il senso della vita.

La memoria emerge come una presenza viva e fragile, richiamata attraverso immagini di ricordi e saluti:

  • La nave che torna all’orizzonte “come un’eco e un riverbero” rappresenta il ritorno intermittente del passato nella coscienza presente.
  • I “saluti dimenticati” e il “biglietto scordato” richiamano episodi o persone lontane nel tempo ma ancora capaci di lasciare un segno, nonostante l’oblio.
  • La poesia coglie la memoria come un fenomeno discontinuo, segnato da echi e rivoli che tornano di tanto in tanto per farsi sentire, ma mai del tutto chiari o intatti.

La morte non è declinata come fine assoluto, ma piuttosto come trasformazione e ritorno alla natura:

  • Le “ossa disciolte” e “ricomposte in altre forme” evocano un ciclo naturale in cui ciò che muore si trasforma in elementi della natura come conchiglie e spirali, simboli di rinascita e continuità.
  • La morte, quindi, si collega a un processo di rigenerazione, conferendo un senso di pace e accettazione.

La natura appare come sfondo potente e dinamico, ma anche come elemento vivo e partecipante all’esistenza umana:

  • Il mare è presente con immagini suggestive di onde, spuma, correnti ascendenti e discendenti, simbolo di movimento, cambiamento e forza vitale.
  • I venti (scirocco, libeccio, tramontana) rappresentano forze contrastanti e mutevoli che influenzano il clima e, metaforicamente, lo stato dell’animo e il fluire del tempo.
  • Gli animali (pipistrello, assiolo) e la flora (palme, ulivo, uve) creano un ambiente vivo che intreccia i temi di natura e vita quotidiana, indicando una connessione profonda con la terra e il ciclo stagionale.
  • La specificazione geografica della “costa iblea” e la presenza dell’”Africa savana” evocano un senso di luogo e distanza, ampliando il respiro del testo.

La Scelta Consapevole della Gioia

Al centro della poesia si trova una decisione esplicita a favore della vita e della gioia, nonostante le difficoltà e consapevoli del tempo che passa:

  • Il verso “E noi che ci siamo già decisi per la gioia” indica la volontà attiva di abbracciare la felicità come una scelta esistenziale.
  • Segue il gesto di chiudere le finestre, stringersi come complici e “tornare a dormire sopra l’albero di ulivo” in un’immagine rassicurante e mitica, che richiama la tradizione e la radice culturale (l’”albero di Odisseo”).
  • La consapevolezza dei cambiamenti climatici e stagionali, come l’arrivo dell’autunno e delle intemperie, non spaventa: la gioia si esercita nel momento presente, prima che il freddo e la tempesta mettano alla prova.
  • Si tratta di una scelta di resistenza e di rinnovamento, di accoglienza attiva della vita nel suo fluire naturale e imprevedibile.

Il testo costruisce un percorso in cui la memoria del passato e la realtà della morte si integrano con la potenza viva della natura, suggerendo che la vita è un continuo fluire tra ricordo e trasformazione. La presenza costante del mare e dei venti intensifica il senso di un ciclo naturale e universale. Fra queste forze in gioco, l’essere umano compie una scelta fondamentale: quella della gioia, intesa come un atto consapevole di vita, di libertà e di speranza.
In definitiva, la poesia sembra invitare a riconoscere il valore della memoria e della natura come maestri che accompagnano la nostra esistenza, mentre si decide di abbracciare con coraggio e pienezza il dono della vita, anche quando tutto pare precario o effimero.

Odisseo come simbolo di stabilità e ritorno

Nella poesia, la presenza di Odisseo rappresenta la stabilità, la radice e la scelta consapevole. Odisseo, celebre per il suo lungo viaggio e per l’ingegno con cui affronta prove e difficoltà, diventa simbolo di chi ha compiuto un percorso fatto di sfide ma sa ritornare a casa, a un luogo certo e duraturo.

Il letto intagliato nell’albero di ulivo è emblematico di questa stabilità. L’ulivo, albero secolare e profondamente radicato nella cultura mediterranea, rappresenta la forza delle radici, la permanenza e la resistenza al tempo e agli eventi. Il letto, oggetto dell’intimità e del riposo, intagliato nel tronco di questo albero, aggiunge una dimensione di armonia tra natura e uomo, fra continuità e cura.

Il letto di Odisseo: simbolo di radice e appartenenza

Il letto intagliato nell’albero di ulivo simboleggia una solidità che si fonda sulla natura stessa, una casa che nasce dal cuore della terra e segna forte appartenenza e legame con la propria terra d’origine. Non è una dimora fragile o temporanea; è un segno tangibile di stabilità, costruita in modo naturale, quasi sacro.

Questo elemento richiama la capacità di radicarsi profondamente nonostante le tempeste della vita, intese sia come eventi climatici descritti nella poesia (vento, grandine, mare agitato), sia come metafore del tempo che tutto muta e tutto può distruggere.

Scelta consapevole della gioia e dell’esistenza contro la caducità

La poesia parla di una decisione esplicita verso la gioia e la vita, in opposizione alla caducità rappresentata dal tempo e dalla tempesta. L’immagine di Odisseo nel suo letto di ulivo segnala una volontà di possedere un ancoraggio fermo e riconoscibile in cui appoggiarsi e da cui partire, per rinunciare al pericolo di essere travolti da ciò che è incerto e fugace.

In questo senso, il letto rappresenta un rifugio e una meta, e la poesia lo associa intimamente all’idea di un ritorno e una scelta consapevole in cui la felicità e la vita non sono accidenti o destini ignoti, ma risultati della volontà e dell’azione.

Conclusione: Odisseo, simbolo di equilibrio tra viaggio e ritorno

In sintesi, la figura di Odisseo nella poesia si inscrive come simbolo della contrapposizione tra il viaggio, l’incertezza e il pericolo e la casa, la radice e la stabilità. Il letto intagliato nell’albero di ulivo racchiude questa tensione: è la prova materiale che malgrado il passare del tempo, il mutare degli eventi e le tempeste inevitabili, esiste una possibilità di fermarsi e scegliere la gioia e la vita fondate su radici profonde.

Il richiamo al mito di Ulisse rappresenta la ricerca di un centro di gravità permanente e di radici profonde, contrapposte al mare “errante” e alla tempesta della vita. Il letto di Odisseo diventa il simbolo di una stabilità conquistata e di una complicità che permette di affrontare l’inverno dell’esistenza con gioia. 

La nave che mandi dal ponte
la nave che si chiama amore e morte
salpata l’anno scorso e ancora non partita
ma già lontana che torna ogni tanto
alla riva come un’eco e un riverbero
di fazzoletti bianchi in aria
e all’orizzonte sfuma e di spume d’onda
che si abbattono sul molo
così resta la fronte imperlata di cenni
nelle mani un ciao stropicciato
accorto e guardingo nella tasca un biglietto
scordato con le parole stonate e fuori tempo
scritte in una sera che fuori pioveva e c’era vento a soffiare alla finestra
e non c’era nessuna candela
così non resta altro che replicare al saluto
raccoglierlo e attendere che la prossima onda
ne porti un altro ancora
saluti dimenticati
di gente morta da tempo
le loro ossa si sono disciolte
ricomposte in altre forme
a spirali a conchiglie a madreperle
a chele di paguro come questo che ti mando.

***

Cinque palme ondeggiavano al vento
una notte di settembre sulla costa iblea
affacciati e insonni immaginavamo il mare
mite e l’onda lenta e senza spuma.

Vagano erranti le anime in uno spazio
che non è terra e non è cielo e non è luogo
il pipistrello si aggrappa alla grondaia
l’assiolo si nasconde nella crepa del muro
pronto a virare verso l’Africa savana.

E noi che ci siamo già decisi per la gioia
canticchiando l’aria di una canzone antica
serriamo gli infissi e stretti come complici
torniamo a dormire sopra l’albero di ulivo
nel letto intagliato di Odisseo
prima che l’autunno giunga ad assalirci
prima che il freddo faccia scolorire le uve
dolci e pronte per la vendemmia
prima che la grandine ci distrugga.

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Fernando Pessoa

24 mercoledì Giu 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo,
ma ciò che siamo.

F. P.

Fernando Pessoa nacque a Lisbona nel 1888 e morì nella stessa città nel 1935, lasciando un’eredità letteraria tanto vasta quanto enigmatica.
La sua vita, apparentemente discreta e priva di eventi clamorosi, si svolse tra il Portogallo e il Sudafrica, dove trascorse parte dell’infanzia e dell’adolescenza a seguito del trasferimento della madre.
Fu proprio lì che acquisì una padronanza eccezionale della lingua inglese, che influenzò profondamente la sua formazione culturale e stilistica.
Tornato a Lisbona, visse una vita appartata, lavorando come traduttore commerciale e dedicando il resto del tempo alla scrittura. Tuttavia, dietro questa apparente normalità si celava una delle menti più complesse della letteratura europea del Novecento.
Pessoa non fu semplicemente un poeta, ma un vero e proprio sistema letterario vivente.
La sua caratteristica più celebre è l’invenzione degli eteronimi, personalità poetiche autonome dotate di biografie, stili e visioni del mondo differenti.
Tra questi emergono Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, ciascuno dei quali rappresenta una diversa modalità di percepire e interpretare la realtà.
Caeiro incarna una poesia della semplicità e dell’immediatezza sensoriale, rifiutando ogni metafisica; Reis, invece, esprime una visione classica e stoica, influenzata dalla tradizione latina; Campos si distingue per un’espressione più moderna e inquieta, segnata dall’entusiasmo per il progresso e da una profonda crisi esistenziale.
Questi eteronimi non sono maschere superficiali, ma veri e propri autori, con una coerenza interna che rende l’opera di Pessoa un laboratorio di identità multiple.
Il tema dell’identità è centrale nella sua produzione. Pessoa sembra suggerire che l’io non sia un’entità stabile, ma una costruzione frammentata e mutevole. Questa intuizione, che anticipa molte riflessioni della filosofia contemporanea, si manifesta in una scrittura che oscilla tra introspezione e distacco, tra confessione e finzione.
L’autore stesso si definiva un “drammaturgo di anime”, indicando così la sua tendenza a trasformare il conflitto interiore in una rappresentazione letteraria.
La molteplicità degli eteronimi diventa quindi un modo per esplorare le diverse possibilità dell’essere, senza mai ridurle a un’unica verità.
Un’altra dimensione fondamentale della sua opera è il rapporto con il tempo e con la modernità.
Pessoa visse in un’epoca di profonde trasformazioni, segnata dall’avvento della tecnologia e da nuove correnti artistiche. In questo contesto, la sua poesia riflette sia l’entusiasmo per il progresso sia il senso di smarrimento che ne deriva.
In particolare, attraverso la voce di Álvaro de Campos, emerge una tensione tra il desiderio di vivere intensamente e la consapevolezza dell’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
Questo contrasto si traduce in un linguaggio spesso frammentato, ricco di immagini dinamiche e di improvvisi cambi di tono.
Parallelamente, Pessoa mantiene un legame profondo con la tradizione. La sua attenzione per la cultura classica e per la letteratura portoghese si manifesta soprattutto nei testi attribuiti a Ricardo Reis, dove l’equilibrio formale e la riflessione morale richiamano modelli antichi.
Questa duplice tensione tra innovazione e tradizione conferisce alla sua opera una complessità particolare, rendendola difficile da collocare in un’unica corrente letteraria. Pessoa dialoga con il passato senza rinunciare a sperimentare nuove forme espressive, creando un ponte tra epoche diverse.
Un capitolo significativo della sua produzione è rappresentato dalla prosa, in particolare da Il libro dell’inquietudine, un’opera frammentaria e incompiuta che raccoglie riflessioni, pensieri e annotazioni attribuite al semi-eteronimo Bernardo Soares.
In questo testo, l’autore esplora in modo radicale il senso di alienazione e di estraneità rispetto al mondo. La scrittura si fa qui più intima e meditativa, rivelando una sensibilità acuta e spesso malinconica. L’inquietudine di cui parla il titolo non è solo uno stato d’animo, ma una condizione esistenziale permanente, che spinge l’individuo a interrogarsi continuamente sulla propria identità e sul significato della vita.
Dal punto di vista stilistico, Pessoa si distingue per una grande versatilità. La sua capacità di adattare il linguaggio alle diverse voci eteronimiche dimostra una padronanza straordinaria della forma poetica.
Ogni eteronimo possiede un proprio ritmo, un proprio lessico e una propria struttura, rendendo l’opera complessiva estremamente variegata.
Questa pluralità stilistica non è però fine a se stessa, ma risponde a un’esigenza profonda di esplorazione e di conoscenza. La scrittura diventa così uno strumento per indagare la complessità dell’esperienza umana.
La ricezione dell’opera di Pessoa fu inizialmente limitata, anche a causa della sua scelta di pubblicare poco in vita.
Dopo la sua morte, però, il ritrovamento di numerosi manoscritti contribuì a rivelare la vastità del suo progetto letterario. Oggi, Pessoa, è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, capace di influenzare generazioni di scrittori e di lettori.
La sua originalità risiede non solo nei contenuti, ma anche nella forma stessa della sua produzione, che sfida le categorie tradizionali di autore e di opera.
In conclusione, la figura di Fernando Pessoa rappresenta un caso unico nella storia della letteratura. La sua vita, segnata da una discrezione quasi invisibile, contrasta con la ricchezza e la complessità della sua opera.
Attraverso gli eteronimi, egli ha creato un universo poetico in cui convivono voci diverse e spesso contrastanti, offrendo una riflessione profonda sull’identità e sull’esistenza.
La sua scrittura, sospesa tra tradizione e modernità, continua a interrogare il lettore, invitandolo a confrontarsi con le molteplici dimensioni dell’essere.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

Non ho mai accudito greggi

Non ho mai accudito greggi
ma è come se le accudissi.
L’anima mia è come un pastore
conosce il vento e il sole
e va per mano delle Stagioni
seguendo e guardando.
Tutta la pace della Natura senza gente
viene a sedersi al mio fianco.
Ma io resto triste come un tramonto
per la nostra immaginazione
quando raffresca in fondo alla pianura
e si sente la notte entrare
dalla finestra come una farfalla.

Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che dev’esserci nell’anima
quando già pensa di esistere
e le mani colgono fiori senza che se ne accorga.

Come uno scampanellio di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Mi dispiace solo sapere che sono contenti,
perché se non lo sapessi
invece di essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.

Pensare incomoda come andare sotto la pioggia
quando il vento cresce e sembra che piova di più.

Non ho ambizioni né desideri
essere poeta non è una mia ambizione
è il mio modo di stare solo.

E se desidero a volte
nell’immaginazione, essere un agnellino
(o essere tutto il gregge
per spargermi lungo tutto il pendio
ed essere molte cose felici allo stesso tempo)

è solo perché ciò che scrivo lo sento al tramonto
o quando una nuvola passa la mano sopra la luce
e un silenzio corre sull’erba.

Quando mi siedo a scrivere versi
o, passeggiando per sentieri e scorciatoie,
scrivo versi su un foglio che sta nel mio pensiero,
sento un vincastro tra le mani
e vedo un profilo di me
sulla cima di un poggio,
che tende l’occhio al mio gregge e guarda le mie idee
o che tende l’occhio alle mie idee e guarda il mio gregge
e sorride vagamente come chi non comprende
ciò di cui si parla e vuole fingere di comprendere.

Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il largo cappello
quando mi vedono alla mia porta
non appena la diligenza spunta sulla cima del poggio.

Li saluto e auguro loro il sole,
e la pioggia, quando è necessaria la pioggia
e che le loro case abbiano
vicino a una finestra aperta
una sedia prediletta
dove si seggano, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia una cosa naturale ―
per esempio, un albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano con un tonfo, stanchi di giocare
e s’asciugavano il sudore dalla fronte calda
con la manica del grembiulino a righe.

Eu nunca guardei rebanhos

Eu nunca guardei rebanhos,
Mas é como se os guardasse.
Minha alma é como um pastor,
Conhece o vento e o sol
E anda pela mão das Estações
A seguir e a olhar.
Toda a paz da Natureza sem gente
Vem sentar-se a meu lado.
Mas eu fico triste como um pôr de sol
Para a nossa imaginação,
Quando esfria no fundo da planície
E se sente a noite entrada
Como uma borboleta pela janela.

Mas a minha tristeza é sossego
Porque é natural e justa
E é o que deve estar na alma
Quando já pensa que existe
E as mãos colhem flores sem ela dar por isso.

Como um ruído de chocalhos
Para além da curva da estrada,
Os meus pensamentos são contentes.
Só tenho pena de saber que eles são contentes,
Porque, se o não soubesse,
Em vez de serem contentes e tristes,
Seriam alegres e contentes.

Pensar incomoda como andar à chuva
Quando o vento cresce e parece que chove mais.

Não tenho ambições nem desejos
Ser poeta não é uma ambição minha
É a minha maneira de estar sozinho.

E se desejo às vezes
Por imaginar, ser cordeirinho
(Ou ser o rebanho todo
Para andar espalhado por toda a encosta
A ser muita cousa feliz ao mesmo tempo),

É só porque sinto o que escrevo ao pôr do sol,
Ou quando uma nuvem passa a mão por cima da luz
E corre um silêncio pela erva fora.

Quando me sento a escrever versos
Ou, passeando pelos caminhos ou pelos atalhos,
Escrevo versos num papel que está no meu pensamento,
Sinto um cajado nas mãos
E vejo um recorte de mim
No cimo dum outeiro,
Olhando para o meu rebanho e vendo as minhas ideias,
Ou olhando para as minhas ideias e vendo o meu rebanho,
E sorrindo vagamente como quem não compreende o que se diz
E quer fingir que compreende.

Saúdo todos os que me lerem,
Tirando-lhes o chapéu largo
Quando me vêem à minha porta
Mal a diligência levanta no cimo do outeiro.

Saúdo-os e desejo-lhes sol,
E chuva, quando a chuva é precisa,
E que as suas casas tenham
Ao pé duma janela aberta
Uma cadeira predileta
Onde se sentem, lendo os meus versos.
E ao lerem os meus versos pensem
Que sou qualquer cousa natural –
Por exemplo, a árvore antiga
À sombra da qual quando crianças
Se sentavam com um baque, cansados de brincar,
E limpavam o suor da testa quente
Com a manga do bibe riscado.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )

Quando verrà la primavera

Quando verrà la primavera
se sarò già morto,
i fiori fioriranno allo stesso modo.
E gli alberi non saranno meno verdi della primavera scorsa.
La realtà non ha bisogno di me.
Sento un’allegria enorme
nel pensare che la mia morte non ha alcuna importanza.
Se sapessi che domani morirei
e la primavera venisse dopodomani
morirei contento perché essa verrebbe dopodomani.
Se la primavera è il suo tempo, quando dovrebbe arrivare se non nel suo tempo?
Mi piace che tutto sia reale e che tutto sia certo;
e mi piace perché così sarebbe, anche se non mi piacesse.
Per questo, se muoio adesso, muoio contento,
perché tutto è reale e tutto è certo.
Possono pregare in latino sulla mia bara, se lo vogliono.
Se lo vogliono, possono danzare e cantare attorno ad essa.
Non ho preferenze per quando non è più possibile avere preferenze.
Qualunque cosa, quando sarà, sarà per quello che è.

Quando vier a primavera

Quando vier a Primavera,
Se eu já estiver morto,
As flores florirão da mesma maneira
E as árvores não serão menos verdes que na Primavera passada.
A realidade não precisa de mim.
Sinto uma alegria enorme
Ao pensar que a minha morte não tem importância nenhuma
Se soubesse que amanhã morria
E a Primavera era depois de amanhã,
Morreria contente, porque ela era depois de amanhã.
Se esse é o seu tempo, quando havia ela de vir senão no seu tempo?
Gosto que tudo seja real e que tudo esteja certo;
E gosto porque assim seria, mesmo que eu não gostasse.
Por isso, se morrer agora, morro contente,
Porque tudo é real e tudo está certo.
Podem rezar latim sobre o meu caixão, se quiserem.
Se quiserem, podem dançar e cantar à roda dele.
Não tenho preferências para quando já não puder ter preferências.
O que for, quando for, é que será o que é.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )  

I tuoi occhi s’intristiscono

I tuoi occhi s’intristiscono,
neppure senti ciò che dico.
Dormono, sognano, dimenticano…
Non m’ascolti, e continuo.

Dico ciò che già, di triste,
tante volte ti dissi…
Credo che mai l’udisti,
per quanto tu sia tua.

D’improvviso m’osservi
da un’imprecisa distanza
con uno sguardo assente.
Cominci un sorriso.

Io continuo a parlare.
Tu continui a sentire
ciò che stai pensando,
quasi più non sorridendo.

Finché in quest’ozioso
svanir della futile sera
si sfoglia silenzioso
ll tuo inutile sorriso.

29-10-1935 

Teus olhos entristecem

Teus olhos entristecem
Nem ouves o que digo.
Dormem, sonham esquecem…
Não me ouves, e prossigo.

Digo o que já, de triste,
Te disse tanta vez…
Creio que nunca o ouviste
De tão tua que és.

Olhas-me de repente
De um distante impreciso
Com um olhar ausente.
Começas um sorriso.

Continuo a falar.
Continuas ouvindo
O que estás a pensar,
Já quase não sorrindo.

Até que neste ocioso
Sumir da tarde fútil,
Se esfolha silencioso
O teu sorriso inútil.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 ) 

Non basta aprire la finestra

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non è sufficiente non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
È necessario anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C’è soltanto ognuno di noi, come una caverna.
C’è soltanto una finestra chiusa e il mondo là fuori;
e un sogno di ciò che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è ciò che si vede quando la finestra si apre. 

Não basta abrir a janela

Não basta abrir a janela
para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
e um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 ) 

Ho così tanto sentimento

Ho così tanto sentimento
che spesso mi convinco
di essere sentimentale,
ma riconosco, quando mi osservo,
che tutto ciò è pensiero,
che in fondo non ho sentito.
Tutti noi che viviamo,
abbiamo una vita che è vissuta
e un’altra vita che è pensata,
e l’unica che abbiamo
in effetti è quella che si divide
tra la vera e la falsa.
Quale tuttavia sia quella vera
e quale quella falsa,
nessuno saprà spiegarlo;
e viviamo in modo
che la vita che abbiamo
è quella che dobbiamo pensare.

 
Tenho tanto sentimento

Tenho tanto sentimento
Que é frequente persuadir-me
De que sou sentimental,
Mas reconheço, ao medir-me,
Que tudo isso é pensamento,
Que não senti afinal.
Temos, todos que vivemos,
Uma vida que é vivida
E outra vida que é pensada,
E a única vida que temos
É essa que é dividida
Entre a verdadeira e a errada.
Qual porém é a verdadeira
E qual errada, ninguém
Nos saberá explicar;
E vivemos de maneira
Que a vida que a gente tem
É a que tem que pensar.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )  

Vedo i paesaggi sognati

Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi affaccio sui miei sogni è su qualcosa che mi affaccio.
Se vedo passare la vita, sogno qualcosa.

Di qualcuno si è detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e contorno delle figure della vita. Per me, anche se capirei che una frase simile potrebbe essermi attribuita, non la accetterei. Le figure dei sogni per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele.

 
Vejo as paisagens sonhadas

Vejo as paisagens sonhadas com a mesma clareza com que fito as reais. Se me debruço sobre os meus sonhos é sobre qualquer coisa que me debruço.
Se vejo a vida passar, sonho qualquer coisa.

De alguém disse que para ele as figuras dos sonhos tinham o mesmo relevo e recorte que as figuras a vida. Para mim, embora compreendesse que se me aplicasse frase semelhante, não a aceitaria. As figuras dos sonhos não são para mim iguais às da vida. São paralelas.

( Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol. II. Fernando Pessoa. Lisboa: Edições Ática, 1982 ) 

Anno nuovo

Finzione che qualcosa cominci!
Nulla inizia: tutto continua.
Nella fluida e incerta essenza misteriosa
della vita, scorre in ombra l’acqua nuda.

Le curve del fiume celano solo il movimento.
Lo stesso fiume scorre dove lo si vede.
Cominciare comincia solo nel pensiero.

1-1-1923

 
Ano novo

Ficção de que começa alguma coisa!
Nada começa: tudo continua.
Na fluida e incerta essência misteriosa
Da vida, flui em sombra a água nua.

Curvas do rio escondem só o movimento.
O mesmo rio flui onde se vê.
Começar só começa em pensamento.

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )  

Preghiera

Signore, la notte viene e l’anima è vile.
Tanta fu la volontà e tanto il fortunale!
Ci rimane oggi nel silenzio ostile
la nostalgia e il mare universale.

Ma la fiamma, che la vita in noi creò,
se ancora ha vita, ancora non è spenta.
Il freddo morto in cenere la occultò:
la mano del vento può darle altra spinta.

Da’ il soffio, la brezza – rovina o trepidanza –
con cui la fiamma dell’ardire si mostra,
e conquisteremo di nuovo la Distanza –
del mare o un’altra, ma che sia nostra!
 
Prece

Senhor, a noite veio e a alma é vil.
Tanta foi a tormenta e a vontade!
Restam-nos hoje, no silencio hostil,
o mar universal e a saudade.

Mas a chamma, que a vida em nós creou,
se ainda há vida ainda não é finda.
O frio morto em cinzas a ocultou:
a mão do vento pode erguel-a ainda.

Dá o sopro, a aragem – ou desgraça ou ancia –
com que a chamma do esforço se remoça,
e outra vez conquistemos a Distancia –
do mar ou outra, mas que seja nossa!

( Mensagem. Fernando Pessoa. Lisboa: Parceria António Maria Pereira, 1934 )
 
Sogno. Non so chi sono in questo momento

Sogno. Non so chi sono in questo momento.
Dormo e mi sento. Nell’ora calma
dimentica il pensiero il mio pensiero,
non ha anima la mia anima.

Se esisto, saperlo è un errore. Se mi sveglio
Sembra che sbagli. Sento di non sapere.
Nulla voglio, né possiedo, né ricordo.
Non ho essere né legge.

Lasso di coscienza tra illusioni.
Mi delimitano e mi contengono fantasmi.
Dormi, insciente d’altri cuori,
Cuor di nessuno!

6-1-1923

 
Sonho. Não sei quem sou neste momento

Sonho. Não sei quem sou neste momento.
Durmo sentindo-me. Na hora calma
Meu pensamento esquece o pensamento,
Minh’alma não tem alma.

Se existo, é um erro eu o saber. Se acordo
Parece que erro. Sinto que não sei.
Nada quero, nem tenho, nem recordo.
Não tenho ser nem lei.

Lapso da consciência entre ilusões.
Fantasmas me limitam e contêm.
Dorme, insciente de alheios corações,
Coração de ninguém!

( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
 
Suonano gnomi o elfi?

Suonano gnomi o elfi?…
Si sfiorano tra i pini
Ombre e aliti leggeri
Di ritmi musicali…

Ondeggiano come in giri
Di strade non so dove,
O come chi fra gli alberi
Ora si mostra o si nasconde…

Forma lontana e incerta
Di ciò che non avrò mai…
Ascolto appena e quasi piango…
Perché piango non so…

Così tenue melodia
Che quasi non so se esiste
O è solo il crepuscolo,
I pini ed io ad essere triste…

Ma cessa, come una brezza,
Scorda la forma nei suoi sospiri,
E ora non v’è più musica
Che quella dei pini…

19-1-1915

 
Elfos ou gnomos tocam?

Elfos ou gnomos tocam?…
Roçam nos pinheirais
Sombras e bafos leves
De ritmos musicais…

Ondulam como em voltas
De estradas não sei onde,
Ou como alguém que entre árvores
Ora se mostra ou esconde…

Forma longínqua e incerta
Do que eu nunca terei…
Mal ouço e quase choro…
Porque choro não sei…

Tão ténue melodia
Que mal sei se ela existe
Ou se é só o crepúsculo,
Os pinhais e eu estar triste…

Mas cessa, como uma brisa,
Esquece a forma aos seus ais,
E agora não há mais música
Do que a dos pinheirais…

( Cartas de Fernando Pessoa a Armando Côrtes-Rodrigues. Lisbona: Editorial Confluência, 1944 )
 
Se morirò giovane

Se morirò giovane,
Senza poter pubblicare un libro,
Senza vedere l’aspetto che avranno i miei versi in lettere stampate,
Vi chiedo, se volete preoccuparvi per me,
Di non farlo.
Se è andata così, è così che doveva andare.

Anche se i miei versi non saranno mai stampati,
Avranno comunque la loro bellezza, se sono belli.
Ma non possono essere belli e restare non stampati,
Perché le radici possono stare sotto terra,
Ma i fiori sbocciano all’aria aperta e alla vista di tutti.
Deve essere così per forza. Nulla può impedirlo.

Se morirò molto giovane, ascoltate questo:
Non sono stato altro che un bambino che giocava.
Sono stato pagano come lo è il sole e l’acqua,
D’una religione universale che solo gli uomini non hanno.
Sono stato felice perché non ho chiesto nulla,
Né ho cercato di trovare qualcosa,
Né ho pensato che ci fosse una spiegazione
Che la parola spiegazione non avesse alcun senso.

Non ho desiderato che stare al sole o sotto la pioggia —
Al sole quando c’era il sole
E alla pioggia quando pioveva
(E mai nient’altro),
Sentire caldo, freddo, vento,
E non andare oltre.

Una volta ho amato, ho creduto che m’avrebbero amato,
Ma non sono stato amato.
Non sono stato amato per l’unica ragione che è ragione.
Perché non sono stato amato.

Mi sono consolato tornando al sole o alla pioggia,
E sedendomi di nuovo sulla porta di casa.
I campi, in fondo, non sono così verdi per chi è amato
Come per chi non lo è.
Sentire è essere distratti.

7-11-1915 

Se eu morrer novo

Se eu morrer novo,
Sem poder publicar livro nenhum,
Sem ver a cara que fazem os meus versos em letra impressa,
Peço que, se se quiserem ralar por minha causa,
Que não se ralem.
Se assim aconteceu, assim está certo.

Mesmo que os meus versos nunca sejam impressos,
Eles lá terão a sua beleza, se forem belos.
Mas eles não podem ser belos e ficar por imprimir,
Porque as raízes podem estar debaixo da terra
Mas as flores florescem ao ar livre e à vista.
Tem que ser assim por força. Nada o pode impedir.

Se eu morrer muito novo, oiçam isto:
Nunca fui senão uma criança que brincava.
Fui gentio como o sol e a agua,
De uma religião universal que só os homens não têm.
Fui feliz porque não pedi coisa nenhuma,
Nem procurei achar nada,
Nem achei que houvesse mais explicação
Que a palavra explicação não ter sentido nenhum.

Não desejei senão estar ao sol ou à chuva —
Ao sol quando havia sol
E à chuva quando estava chovendo
(E nunca a outra coisa),
Sentir calor e frio e vento,
E não ir mais longe.

Uma vez amei, julguei que me amaria,
Mas não fui amado.
Não fui amado pela única razão que é razão.
Porque não fui amado.

Consolei-me voltando só ao sol ou à chuva,
E sentando-me outra vez à porta de casa.
Os campos, afinal, não são tão verdes para que os que são amados
Como para os que o não são.
Sentir é estar distraído.

( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )

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Sussurri d’Altrove – Ritratti: Dylan Thomas

17 mercoledì Giu 2026

Posted by emiliocapaccio in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Sussurri d'Altrove - Ritratti, TRADUZIONI

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Tu puoi fare a pezzi una poesia per vederne la sua consistenza…
Ma ti ritrovi nel mistero dell’essere commosso dalle parole.

D. T.

Dylan Thomas nasce il 27 ottobre 1914 a Swansea, nel Galles, in un ambiente familiare in cui la parola e la letteratura hanno un ruolo centrale: il padre, insegnante di inglese, coltiva una profonda passione per la poesia e trasmette al figlio un precoce interesse per il linguaggio. Fin da giovane Thomas dimostra una sensibilità fuori dal comune verso il suono delle parole, più ancora che verso il loro significato immediato. Questa attenzione musicale al linguaggio diventerà uno dei tratti più distintivi della sua produzione. Non segue un percorso accademico tradizionale: lascia presto la scuola e lavora come giornalista, ma continua a scrivere poesie con disciplina quasi ossessiva, costruendo versi densi e ricchi di immagini.
La sua affermazione avviene negli anni Trenta, un periodo segnato da tensioni politiche e da una profonda crisi culturale in Europa. Tuttavia, Thomas rimane in gran parte estraneo alle poetiche impegnate o esplicitamente politiche che caratterizzano molti dei suoi contemporanei. La sua poesia non si propone di descrivere direttamente la realtà sociale, ma di esplorare dimensioni più profonde e universali dell’esperienza umana: la nascita, la morte, il tempo, la memoria, il desiderio. Questo distacco da una funzione civile della poesia non significa isolamento, ma piuttosto una scelta consapevole di privilegiare un linguaggio simbolico e visionario.
Le prime raccolte mostrano già una straordinaria maturità espressiva. I testi sono costruiti attraverso un intreccio fitto di metafore, spesso ardite, che trasformano elementi naturali e corporei in simboli di processi vitali e cosmici. Il corpo umano, la natura e il ciclo della vita sono continuamente messi in relazione, come se ogni individuo fosse parte di un organismo più grande e misterioso. La poesia di Thomas è infatti profondamente organica: ogni immagine sembra nascere da un’altra, in un processo di continua trasformazione.
Uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura è la tensione tra ordine e caos. Da un lato, i suoi versi appaiono estremamente controllati, costruiti con grande attenzione alla struttura sonora e ritmica; dall’altro, il contenuto sembra spesso fluido, sfuggente, attraversato da immagini che si susseguono senza una logica immediatamente evidente. Questo contrasto crea un effetto ipnotico, in cui il lettore è coinvolto più a livello sensoriale che razionale. La poesia non si offre come un messaggio da decifrare, ma come un’esperienza da attraversare.
Il tema del tempo è centrale nella sua opera. Thomas non lo concepisce come una linea retta, ma come un ciclo continuo in cui nascita e morte sono inseparabili. In molte poesie, la vita è già intrisa della sua fine, e la morte appare come una trasformazione piuttosto che come una cessazione. Questo modo di pensare si traduce in immagini di straordinaria intensità, in cui elementi opposti convivono: luce e oscurità, crescita e dissoluzione, innocenza e corruzione. La poesia diventa così uno spazio in cui gli opposti si riconciliano, anche se solo momentaneamente.
Un altro elemento fondamentale è il rapporto con l’infanzia. Thomas non la rappresenta come un’età semplicemente felice o nostalgica, ma come un tempo carico di energia primordiale e di percezioni amplificate. L’infanzia è il momento in cui il mondo appare ancora misterioso e carico di significati nascosti. Tuttavia, questa dimensione è sempre vista alla luce della sua perdita: la memoria dell’infanzia è attraversata da una consapevolezza dolorosa del tempo che passa. In questo senso, la sua poesia può essere letta anche come un tentativo di recuperare, attraverso il linguaggio, quella intensità originaria dell’esperienza.
Durante la Seconda guerra mondiale, Thomas lavora anche per la radio, scrivendo testi che mostrano una diversa modalità espressiva. In queste opere emerge una maggiore attenzione alla narrazione e alla dimensione collettiva, pur mantenendo la sua tipica ricchezza linguistica. Il suo lavoro radiofonico contribuisce a rendere la sua voce più accessibile, senza però semplificare la complessità del suo stile.
La sua vita personale è segnata da eccessi e instabilità. Il rapporto con l’alcol, le difficoltà economiche e una certa irregolarità nei ritmi di lavoro contribuiscono a costruire un’immagine quasi leggendaria del poeta, ma non devono oscurare la disciplina e la serietà con cui affronta la scrittura. Dietro l’apparente spontaneità dei suoi versi si nasconde infatti un lungo lavoro di revisione e di costruzione formale.
Negli ultimi anni, Thomas raggiunge una grande popolarità, soprattutto grazie alle sue letture pubbliche, in cui la sua voce profonda e il suo modo teatrale di interpretare i testi affascinano il pubblico. La dimensione orale è fondamentale nella sua poesia: i versi sono pensati per essere ascoltati, e la loro musicalità si rivela pienamente solo attraverso la voce. Questo aspetto lo avvicina a una tradizione antica, in cui la poesia era prima di tutto suono e ritmo.
La sua morte, avvenuta nel 1953 a New York, interrompe una carriera che avrebbe potuto svilupparsi ulteriormente, ma contribuisce anche a fissare la sua figura in una dimensione quasi mitica. Nonostante la brevità della sua vita, l’opera di Thomas esercita un’influenza duratura, soprattutto per la sua capacità di rinnovare il linguaggio poetico senza aderire a movimenti specifici.
Dal punto di vista stilistico, la sua poesia si distingue per una densità lessicale straordinaria. Le parole sono scelte non solo per il loro significato, ma per il loro suono, la loro energia interna, la loro capacità di evocare immagini multiple. Questo uso del linguaggio crea una sorta di “sovraccarico” semantico, in cui ogni verso può essere interpretato in diversi modi. La difficoltà che ne deriva non è un limite, ma una caratteristica essenziale: il lettore è chiamato a partecipare attivamente alla costruzione del senso.
La metafora è lo strumento principale di questa costruzione. Tuttavia, non si tratta di metafore decorative o illustrative: esse funzionano come veri e propri meccanismi di pensiero, che mettono in relazione ambiti diversi dell’esperienza. Il corpo umano può diventare un paesaggio, la natura può assumere caratteristiche umane, e così via. Questo continuo slittamento tra piani diversi crea un effetto di straniamento, ma anche una percezione più profonda dell’unità del reale.
Un altro elemento importante è il ritmo. Thomas utilizza una varietà di schemi metrici, spesso combinando tradizione e innovazione. Il risultato è una musica complessa, in cui allitterazioni, assonanze e ripetizioni contribuiscono a creare un tessuto sonoro molto ricco. Il ritmo non è solo un elemento formale, ma parte integrante del significato: esso guida la lettura e influisce sulla percezione delle immagini.
L’analisi della sua opera non può prescindere dal considerare la dimensione simbolica. Molte delle sue immagini non hanno un significato univoco, ma funzionano come nodi di senso che si aprono a diverse interpretazioni. Questo rende la sua poesia particolarmente adatta a letture sempre nuove, in cui ogni ritorno al testo può rivelare aspetti prima non percepiti. La sua scrittura resiste a una spiegazione definitiva, e proprio in questa resistenza risiede gran parte del suo fascino.
In conclusione, la poesia di Dylan Thomas rappresenta un caso unico nel panorama del Novecento. Pur dialogando con le avanguardie e con la tradizione, essa mantiene una forte autonomia, costruendo un universo linguistico inconfondibile. La sua capacità di fondere musicalità, immaginazione e riflessione esistenziale fa sì che la sua opera continui a essere letta e studiata, non come un semplice documento storico, ma come un’esperienza viva e attuale.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio 


Immagine della foresta

Quest’ora serale è calma e strana nella foresta,
intagli di verdi cupole gli alberi sul sentiero,
davanti a me infinite isole d’ombra silenziose,
appesantita dall’età l’estate s’addossa all’autunno.

Matura è tutta la terra. Non c’è movimento
per le lunghe baie azzurre ove quei promontori annuvolati
s’assonnano al bagliore del tramonto sbiadito;
tutte le cose riposano nel volere d’un fine trionfante.

I contorni fondendosi in una vaga immensità svaniscono,
più cupa si fa la verde oscurità, più fondo il crepuscolo:
udite! una voce e una risata—viventi e amanti
per questi viali fantastici vanno come ombre.  

Forest picture

Calm and strange is this evening hour in the forest,
Carven domes of green are the trees by the pathway,
Infinite shadowy isles lie silent before me,
Summer is heavy with age, and leans upon Autumn.

All the land is ripe. There is no motion
Down the long bays of blue that those cloudy headlands
Sleep above in the glow of a fading sunset;
All things rest in the will of purpose triumphant.

Outlines melting into a vague immensity
Fade, the green gloom grows darker, and deeper the dusk:
Hark! a voice and laughter-the living and loving
Down these fantastic avenues pass like shadows.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Clown sulla luna

Le mie lacrime come il calmo vorticare
di petali d’una magica rosa;
e il mio dolore, tutto, fluisce dalla frattura
di cieli e nevi non ricordati.

Penso che se sfiorassi la terra,
si sbriciolerebbe;
è così triste e bella,
così tremantemente simile a un sogno.
 
Clown in the moon

My tears are like the quiet drift
Of petals from some magic rose;
And all my grief flows from the rift
Of unremembered skies and snows.

I think, that if I touched the earth,
It would crumble;
It is so sad and beautiful,
So tremulously like a dream

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Sono venuto a prendere la tua voce

Sono venuto a prendere la tua voce,
le tue note costruite che vengono alla gola
con gesti asciutti, meccanici,
a prendere il raggio
benché così dritto e inflessibile;
e poi, quando aprirò la bocca,
vi entrerà la luce con linea decisa
e poi a prendere la notte
che s’inoltra nella sua grotta oscura su ali feroci.
O, bocca d’aquila
sono venuto a spennarti,
portarti via il tuo esotico piumaggio,
sebbene la tua rabbia non sia cosa lieve,
portarti dove sono,
dove il gelo non potrà calare,
né petali d’alcun fiore cadere.
 
I have come to catch your voice

I have come to catch your voice
Your constructed notes going out of the throat
With dry, mechanical gestures,
To catch the shaft
Although it is so straight and unbending;
Then, when I open my mouth,
The light will come in an unwavering line.
Then to catch night
Wading through her dark cave on ferocius wings.
Oh, eagle-mouthed,
I have come to pluck you,
And take away your exotic plumage,
Although your anger is not a slight thing,
Take you into my own place
Where the frost can never fall,
Nor the petals of any flower drop.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Lasciatemi fuggire

Lasciatemi fuggire,
essere libero, (vento per il mio albero e acqua per il mio fiore),
vivere per me stesso,
e affogare in me gli dèi,
o schiacciare le loro teste di vipera sotto il mio piede.
Non c’è spazio, non c’è spazio, voi dite,
ma dentro non mi terrete,
benché la vostra gabbia sia forte.
La mia forza fiaccherà la vostra;
squarcerò la vostra nuvola oscura
per vedere da me il sole,
pallido e putrefatto, un’orribile escrescenza.
 
Let me escape

Let me escape,
Be free, (wind for my tree and water for my flower),
Live self for self,
And drown the gods in me,
Or crush their viper heads beneath my foot.
No space, no space, you say,
But you’ll not keep me in
Although your cage is strong.
My strength shall sap your own;
I’ll cut through your dark cloud
To see the sun myself,
Pale and decayed, an ugly growth.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Tempo sufficiente a marcire

Tempo sufficiente a marcire;
lancia in alto
la tua palla dorata di sangue;
respira contro l’aria,
soffiando avanti e indietro la fiamma di luce,
senza attrarre il bacio del tuo risucchio.
La polvere fine della tua bocca
troverà amore controcorrente,
e sfonderà l’oscurità;
è acre nelle strade;
una strega di carta sulla scopa solforata
vola dai bassifondi.
Chi è immobile s’indurisce,
il movimento fruttifica;
la mela del viandante è nera come il peccato;
le acque della sua mente si ritirano.
Allora lascia nuotare la tua testa,
perché hai un mare in cui giacere.
 
Time enough to rot

Time enough to rot;
Toss overhead
Your golden ball of blood;
Breathe against air,
Puffing the light’s flame to and fro,
Not drawing in your suction’s kiss.
Your mouth’s fine dust
Will find such love against the grain,
And break through dark;
It’s acrid in the streets;
A paper witch upon her sulphured broom
Flies from the gutter.
The still go hard,
The moving fructify;
The walker’s apple’s black as sin;
The waters of his mind draw in.
Then swim your head,
For you’ve a sea to lie.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Concepite queste immagini nell’aria

Concepite queste immagini nell’aria,
avvolgetele nella fiamma, sono mie;
poggiatele sul granito,
lasciate che due pietre smorte siano grigie,
o formate di sabbia
filtrino via attraverso il pensiero,
nell’acqua o nel metallo,
scorrendo e fondendosi sotto la calce.
Intagliatele nella roccia,
così per non essere sfregiate,
s’induriscono e riprendono forma
come segni che non ho portato
a uno stato più lieve
con punta d’amore o dal rosso calore della mia mano.
 
Conceive these images in air

Conceive these images in air,
Wrap them in flame, they’re mine;
Set against granite,
Let the two dull stones be grey,
Or, formed of sand,
Trickle away through thought,
In water or in metal,
Flowing and melting under lime.
Cut them in rock,
So, not to be defaced,
They harden and take shape again
As signs I’ve not brought down
To any lighter state
By love-tip or my hand’s red heat.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
C’è tanto al mondo

C’è tanto al mondo che non muore,
e molto che vive per soccombere,
che sorge e poi cade, germoglia ma appassisce;
il sole della stagione, pur conoscendo il suo tramonto
fino all’istante dell’arrivo del buio,
la morte scruta e vede con grande apprensione
una costola di cancro sul cielo fluido.
Ma noi, rinchiusi nelle dimore della mente,
rimuginiamo su ogni pianta da serra
che vomita attorno le sue foglie senza linfa,
e guardiamo incessantemente la mano del tempo
consumare il mondo,
chiusi nel manicomio chiediamo aria fresca da respirare.
C’è tanto che soccombe;
il tempo non può guarire né resuscitare;
eppure, folli di sangue giovane o segnati dall’età,
siamo sempre riluttanti a separarci da ciò che resta,
sentendo il vento sulla testa che non ci rinfresca,
e sulle labbra la bocca arida della pioggia.
 
There’s plenty in the world

There’s plenty in the world that doth not die,
And much that lives to perish,
That rises and then falls, buds but to wither;
The season’s sun, though he should know his setting
Up to the second of the dark coming,
Death sights and sees with great misgiving
A rib of cancer on the fluid sky.
But we, shut in the houses of the brain,
Brood on each hothouse plant
Spewing its sapless leaves around,
And watch the hand of time unceasingly
Ticking the world away,
Shut in the madhouse call for cool air to breathe.
There’s plenty that doth die;
Time cannot heal nor resurrect;
And yet, mad with young blood or stained with age,
We still are loth to part with what remains,
Feeling the wind about our heads that does not cool,
And on our lips the dry mouth of the rain.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
La gioventù chiama l’età

Anche tu hai visto il sole come un uccello di fuoco,
calpestare nuvole nel cielo dorato;
l’invidia dell’uomo hai conosciuto e il suo debole desiderio,
hai amato e perduto.
Tu, che sei vecchio, come me hai amato e perduto
tutto ciò che è bello ma nato per morire;
hai tracciato i tuoi segni nel gelo che corre in fretta.
E hai camminato di notte sulle colline,
hai scoperto la testa sotto il cielo vivo,
quando a mezzogiorno sei entrato nella luce,
conoscendo la mia stessa gioia.
Pur essendoci anni tra noi, non contano;
attraverso gli anni stanchi la gioventù chiama l’età:
«Cosa hai trovato», grida, «cosa hai cercato?»
«Quello che hai trovato», risponde l’età tra le lacrime,
«Quello che hai cercato».
 
Youth calls to age

You too have seen the sun a bird of fire
Stepping on clouds across the golden sky,
Have known man’s envy and his weak desire,
Have loved and lost.
You, who are old, have loved and lost as I
All that is beautiful but born to die,
Have traced your patterns in the hastening frost.
And you have walked upon the hills at night,
And bared your head beneath the living sky,
When it was noon have walked into the light,
Knowing such joy as I.
Though there are years between us, they are naught;
Youth calls to age across the tired years:
‘What have you found’, he cries, ‘what have you sought?’
‘What you have found’, age answers through his tears,
‘What you have sought’.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Sei tu il sovrano di questo regno di carne

Sei tu il sovrano di questo regno di carne,
e questo colle d’ossa e di capelli
si muove al Maometto della tua mano.
Ma tutta questa terra emana un fetore carnale,
il vento puzza di poveri morti ammutoliti
che gli anfratti accolgono ed occultano.

Tu domini il cuore che tonfa e morde il fianco;
il cuore obbedisce al dito della morte,
il cervello agisce secondo i morti legali.
Perché dovrei pensare alla morte se tu sei a governare?

Tu sei il sovrano della mia carne che tradisco,
ospitando la morte nel tuo regno,
prestando attenzione alla voce assetata.
Condannami a un eterno confronto
con gli occhi morti dei bambini
e i loro fiumi di sangue tramutati in ghiaccio.
 
You are the ruler of this realm of flesh

You are the ruler of this realm of flesh,
And this hill of bone and hair
Moves to the Mahomet of your hand.
But all this land gives off a charnel stench,
The wind smacks of the poor
Dumb dead the crannies house and hide.

You rule the thudding heart that bites the side;
The heart steps to death’s finger,
The brain acts to the legal dead.
Why should I think on death when you are ruler?

You are my flesh’s ruler whom I treason,
Housing death in your kingdom,
Paying heed to the thirsty voice.
Condemn me to an everlasting facing
Of the dead eyes of children
And their rivers of blood turned to ice.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Il sole arde il mattino

Il sole arde il mattino, nel cervello una selva;
sul fiume la luna si spinge ed evoca i morti;
qui, nel mio deserto, a vagare è il sangue;
e sulla fronte fa un segno il sudore,
e piangente il cuore è inchiodato sul fianco.

Qui è un universo allevato nelle ossa,
qui è un salvatore a cantare come un uccello,
qui la notte dà rifugio e qui brillano le stelle,
qui dice la prima parola un bimbo mansueto
nella stalla sottopelle.

Sotto le costole navigano il sole e la luna;
una croce sul petto del bambino è tatuata,
e sul cranio è cucita una spina scarlatta;
una madre in travaglio due volte paga il dolore,
una per il figlio, una per quello della Vergine. 

The sun burns the morning

The sun burns the morning, a bush in the brain;
Moon walks the river and raises the dead;
Here in my wilderness wanders the blood;
And the sweat on the brow makes a sign,
And the wailing heart’s nailed to the side.

Here is a universe bred in the bone,
Here is a saviour who sings like a bird,
Here the night shelters and here the stars shine,
Here a mild baby speaks his first word
In the stable under the skin.

Under the ribs sail the moon and the sun;
A cross is tatooed on the breast of the child,
And sewn on his skull a scarlet thorn;
A mother in labour pays twice her pain,
Once for the Virgin’s child, once for her own.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Qui giacciono le bestie

Qui giacciono le bestie dell’uomo e qui banchetto io,
disse il morto,
e silenziosamente mungo il petto del diavolo.
Qui sgorgano i veleni silenziosi del suo sangue,
qui s’attacca la carne da sfasciare dal suo fianco.
L’inferno è nella polvere.

Qui giace la bestia dell’uomo e qui gli angeli suoi,
disse il morto,
e silenziosamente mungo i fiori sotterrati.
Qui gocciola un miele silenzioso nel mio sudario,
qui scivola il fantasma che del letto mio scialbo ha fatto
la casa del cielo.
 
Here lie the beasts

Here lie the beasts of man and here I feast,
The dead man said,
And silently I milk the devil’s breast.
Here spring the silent venoms of his blood,
Here clings the meat to sever from his side.
Hell’s in the dust.

Here lies the beast of man and here his angels,
The dead man said,
And silently I milk the buried flowers.
Here drips a silent honey in my shroud,
Here slips the ghost who made of my pale bed
The heaven’s house.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Quando il tuo moto furioso

Quando il tuo moto furioso si sarà placato,
e il tuo clamore si sarà quietato,
e quando la luminosa ruota della tua voce si fermerà,
il tuo passo resterà sospeso, sul punto di cadere.
Così vibrerà la tua voce
e la sua lama inciderà la superficie,
così l’oscura trama dei tuoi capelli
fluirà inquieta alle tue spalle.

Questo fiore ponderoso
che s’inclina da un lato,
ha gravato stranamente su di te
finché non hai potuto più sostenerlo
e ti sei piegata sotto di esso,
mentre i suoi gusci violacei si spezzavano e si dischiudevano.
Quando te ne sarai andata
il profumo del grande fiore rimarrà,
tracciando il suo dolce sentiero più chiaro di prima.
premi, premi, e stringi con fermezza;
non lo lascerai andare;
incatena la voce potente
e afferra l’inesorabile canto,
o scaglialo, pietra dopo pietra,
nel cielo.

 
When your furious motion

When your furious motion is steadied,
And your clamour stopped,
And when the bright wheel of your turning voice is stilled.
Your step will remain about to fall.
So will your voice vibrate
And its edge cut the surface,
So, then, will the dark cloth of your hair
Flow uneasily behind you.

This ponderous flower
Which leans one way,
Weighed strangely down upon you
Until you could bear it no longer
And bent under it,
While its violet shells broke and parted.
When you are gone
The scent of the great flower will stay,
Burning its sweet path clearer than before.
Press, press, and clasp steadily;
You shall not let go;
Chain the strong voice
And grip the inexorable song,
Or throw it, stone by stone,
Into the sky.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
I loro volti risplendevano sotto uno splendore

I loro volti risplendevano sotto uno splendore
di luce mista di luna e lampioni
che trasformava i baci vuoti in significato,
l’isola d’un amore da quattro soldi
in un paese prezioso,
le tombe che li confinavano a pozzi di calore,
(e scheletri avevano linfa). Per un minuto
i loro volti risplendevano; la pioggia di mezzanotte
pendendo appuntita nel vento,
prima che la luna si spostasse e la linfa finisse,
lei, col suo vestito banale, dicendo parole banali,
e lui rispondendo,
senza sapere che lo splendore era apparso e svanito.
I suicidi sfilano ancora, ormai pronti a morire.

 
Their faces shone under some radiance

Their faces shone under some radiance
Of mingled moonlight and lamplight
That turned the empty kisses into meaning,
The island of such penny love
Into a costly country, the graves
That neighboured them to wells of warmth,
(And skeletons hap sap). One minute
Their faces shone; the midnight rain
Hung pointed in the wind,
Before the moon shifted and the sap ran out,
She, in her cheap frock, saying some cheap thing,
And he replying,
Not knowing radiance came and passed.
The suicides parade again, now ripe for dying.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )
 
Qui in questa primavera

Qui in questa primavera, nel vuoto fluttuano stelle;
qui in quest’inverno ornamentale
scroscia nudo il tempo;
quest’estate sotterra un uccello di primavera.

Simboli sono scelti dal lento ruotare
degli anni sulle coste di quattro stagioni,
in autunno insegnano fuochi di tre stagioni
e note di quattro uccelli.

Dovrei riferire l’estate dagli alberi, i vermi
riferiscono, semmai, i temporali dell’inverno
o il funerale del sole;
dovrei apprendere la primavera dal cucù,
e la lumaca insegnarmi distruzione.

Un verme riferisce l’estate meglio dell’orologio,
vivente calendario di giorni è la lumaca;
cosa mi si riferisce se un insetto senza tempo
dice che il mondo si sgretola via?
 
Here in this spring

Here in this spring, stars float along the void;
Here in this ornamental winter
Down pelts the naked weather;
This summer buries a spring bird.

Symbols are selected from the years’
Slow rounding of four seasons’ coasts,
In autumn teach three seasons’ fires
And four birds’ notes.

I should tell summer from the trees, the worms
Tell, if at all, the winter’s storms
Or the funeral of the sun;
I should learn spring by the cuckooing,
And the slug should teach me destruction.

A worm tells summer better than the clock,
The slug’s a living calendar of days;
What shall it tell me if a timeless insect
Says the world wears away?

( Collected Poems 1934–1952 )  


Quasi estate

Quasi estate, e il diavolo
ancora viene a trovare i suoi poveri parenti;
se non in persona, manda il suo male senza fine
per messaggeri, nel volo degli uccelli
che scrive nel cielo le notizie diaboliche,
le grida delle stagioni, piene delle sue allusioni.
Ora ha tutto il campo, gli dei sono partiti
e non possono contare i semi che ha seminato;
la legge permette
le sue baldorie selvagge, e le sue labbra
pronte all’orecchio attento
per sussurrare, quando vuole, la guerra dei sensi
o diffondere il pettegolezzo dei sensi.
Il diavolo benvenuto arriva come ospite,
aggranfia il meglio – lo splendore del corpo –
vìola, lascia perduto (l’amante!)
e conta sul pugno
tutto ciò che ha raccolto in meraviglia.

Il diavolo benvenuto viene invitato,
sospettoso, ma presto la diffidenza svanisce.
Essi gridano per essere presi, e il diavolo rompe
tutto ciò che non è già rotto,
lasciandolo tra bicchieri e mozziconi di sigarette.
 
Nearly summer

Nearly summer, and the devil
Still comes visiting his poor relations,
If not in person sends his unending evil
By messengers, the flight of birds
Spelling across the sky his devil’s news,
The seasons’ cries, full of his intimations.
He has the whole field now, the gods departed
Who cannot count the seeds he sows,
The law allows
His wild carouses, and his lips
Poised at the ready ear
To whisper, when he wants, the senses’ war
Or lay the senses’ rumour.
The welcome devil comes as guest,
Steals what is best-the body’s splendour –
Rapes, leaves for lost (the amorist!),
Counts on his fist
All he has reaped in wonder.

The welcome devil comes invited,
Suspicious but that soon passes.
They cry to be taken, and the devil breaks
All that is not already broken,
Leaves it among the cigarette ends and the glasses.

( The Poems of Dylan Thomas, 1971 )

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Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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“L’erba più verde - The greener gras”, Cinzia Demi

 

“L’erba più verde – The greener gras”, edita da Terra d’ulivi edizioni, è un’antologia bilingue in italiano e in inglese che riunisce, attraverso un percorso di oltre quindici anni, diversi testi poetici di Cinzia Demi, rinomata poetessa, scrittrice e traduttrice di origine toscana e bolognese di adozione. La traduzione dei testi in inglese è stata curata da Graziella Sidoli. L’immagine di copertina dal titolo “Nonna Filomena e Giuseppe” è un’opera di Maurizio Caruso che rappresenta la figura di una nonna che abbraccia il nipotino, immagine che evoca ricordi e legami che talvolta, si ha la fortuna di vivere e di rievocare tra i ricordi più cari. Il tema del ricordo e della continuità spirituale è il primo, sotteso all’intera opera. È ben rappresentato dall’esergo iniziale tratto da Histrion di Ezra Pound che introduce la prima lirica della raccolta e che appartiene a “Il tratto che ci unisce”. Esiste una continuità che non si spezza, un tratto di collegamento che attraversa il tempo e lo spazio e che riunisce le anime affini. In alcune liriche emergono pensieri e osservazioni condivise (il beneficio della veglia, delle notti insonni affinché la mente da sola possa “cercare le risposte”), il linguaggio oracolare, l’importanza delle stelle che guidano il cammino “proprio adesso / che camminare al buio / è più semplice che mai”, proprio perché mai come ora è stato facile perdere la rotta, la giusta direzione. Emerge la necessità della scrittura, l’urgenza del dire che si presenta come ad un appello elementare in modo “immutato ostinato”. Compare anche l’invito rivolto ai figli a cercare nei propri ricordi il legame da annodare tra i capelli, da proteggere per sentirsi più forti e ancorati alla propria madre e, per estensione, alla propria famiglia e alla propria terra anche se ci si dovesse trovare lontani. Diversi testi rappresentano scene di vita domestica, la quotidianità serena, intima e familiare di quando si prepara una torta al cioccolato, mentre si osserva la statuina di Benino, pastore dormiente, simbolo dell’innocenza della fanciullezza, mentre si apparecchia per la cena e ci si racconta. Quest’idea di apertura al mondo, di “prossimità” agli altri attraversa tutta la raccolta di Demi: vivere con consapevolezza permette di osservare il reale, la natura circostante, di coglierne l’essenza materica con sguardo onnicomprensivo e di tradurli in immagini e in parole che gli conferiscono forma e significato. In molti testi la natura e i suoi elementi, un fiore, le api, le rondini, una tortora, un merlo sono osservati attentamente e definiti nelle loro manifestazioni fisiche e biologiche. L’orchidea sul tavolo della cucina è “trafitta da quell’ultimo raggio / di luce tradito dalle pieghe arancio /della tenda se avesse una sua voce / mi direbbe di questo tempo”, “il gelsomino sembra rinverdito come alzato nel fusto”; gli uccelli che volteggiano nel cielo, garriscono e fischiano, invece, scandiscono momenti significativi ed evocano ricordi o situazioni da rivivere. Alcune atmosfere e descrizioni di interni ricordano testi celebri di taglio crepuscolare. È fortemente presente anche la tensione metafisica in versi come “morderò anche il pane / berrò forse del vino /eucaristia dei miei sensi” o quando si afferma che “la tunica  non si gioca ai dadi” o ci si immedesima in Maria di Magdala e ancora in alcune rievocazioni della tradizione cristiana (la pietra del sudario, la croce di spine) o quando si ricordano “le guerre sull’altare di pietra”. Compare anche frequentemente la tensione dialogica con un ipotetico interlocutore, molto frequente il tu di montaliana memoria come per attribuire concretezza all’altro da sé. Il ricorso a temi autobiografici, gli interrogativi esistenziali, l’impressionismo lirico, l’intonazione colloquiale, la nostalgia, ricordano Caproni, uno dei maestri di Demi: in versi come “i miei occhi cinerini / gli insulsi miei orecchini” è impossibile non pensare al poeta livornese. Sembrerebbe una poesia del quotidiano, quasi cantabile, caratterizzata da un’apparente leggerezza espressiva che però non deve trarre in inganno perché è il risultato di un approfondimento rigoroso, di una grande padronanza degli strumenti metrici e linguistici. Pur essendo attuale, la scrittura di Demi, infatti, utilizza gli strumenti retorici della tradizione, allitterazioni, metafore, anafore, ripetizioni, personificazioni, rime baciate, interne, rime imperfette. La scrittura quasi filosofica e riflessiva, descrive e racconta oggetti, emozioni, situazioni concrete, muove infatti da un evento qualsiasi, all’apparenza trascurabile per poi giungere, attraverso accelerazioni improvvise di immagini o di domande, a vere riflessioni sul senso dell’esistenza. Una poesia da cui emerge in molti luoghi un forte senso di umanità, di compartecipazione, di accettazione affettuosa della vita in tutte le sue manifestazioni.

Deborah Mega

 

da: Il tratto che ci unisce

 

   diventerà un appuntamento

tra le tue pagine preferite

il conoscersi

il voler sapere delle nostre vite

vedrai recitare una parte

che ti compete che ti si addice

scivolerò piano

nel tragitto breve

tra l’occhio e la mente

dapprima ti sembrerà niente

poi parola per parola

ti approprierai di em

e scaverai fino a trovare il seme

       il tratto che ci unisce

 

     it will be an appointment

among your favorite pages

when we meet

to learn about our lives

you’ll see  role played out

that suits and fits you well

I shall slide down slowly

on the brief patch

between eye and mind

at first it’ll mean nothing to you

then one word at a time

you will over take me

and search until you find the seed

the core that binds us

*

 

     quante notti ti ho descritto

 

per arrivare a questa

a questa di bicchieri non lavati

e briciole

raccolte con la mano

 

   solita panca solita cucina

-dobbiamo fare mattina –

hai detto

 

poi con gli occhi

hai cercato qualcosa

qualcosa di lontano

mi hai preso la mano

era estate all’improvviso

 

Firenze fuggiva quella notte

come un campo seminato di fresco

perché, te lo sei chiesto? –

 

 baci e velluto sulla pelle

amore non giurato

baccanti, dei prodighi e pittori

bravi quegli artisti di strada

che orchestra ci portava il vento

 

 un solo strumento

variabili nessuna

si forse c’era anche lei

la luna

e i passo veloce

di quegli anni

 

   sul lung’Arno

una chiatta c’accompagnava

brivido di fuoco sulla pelle

la tua giacca

mi copriva le spalle

 

so many nights I’ve described to you

to get to this one

with unwashed glasses

and breadcrumbs

collected with my hands

 

same bench same kitchen

-we have to make it to the morning –

you said

 

  then with your eyes

you looked for something

very far away

you took my hand

and it was suddenly summer

 

  Florence was fleeing that night

like a field freshly sown

-why, did you ask yourself why? –

 

 kisses and velvet on our skin

love unsworn

baccanals, prodigal gods and painters

really good street artists

symphonies brought by the wind

 

a single instrument

no variables

yes maybe it was also

the moon

ad the swift pace

of those years

 

 along the river Arno

a barge gliding by

quivering fire on our skin

your shawl

sheltering myhoulders

*

da: Incontri e Incantamenti

 

Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda.

Giorgio Caproni, Il muro della terra

 

* *    c’è un’erba più verde

bagnata come pianto

in questa primavera

sembra il canto

dei tuoi giovani anni

figlio dei vent’anni

figlio dei giorni bui

piovosi

e dei cieli immensi

**      subito sereni

luminosi da non guardare

figlio che non inganni

figlio degli affanni

e del tempo che ride

beffardo e per incantamento

*   *     nell’azzardo

ti porta altri orizzonti

figlio dei tramonti

figlio degli incontri

figlio tra la gente

come pietre di sorgente

*    *       acqua smarrita

ma donata ritrovata

figlio della vita

anch’io mi sono vestita

di verde

ma più chiaro

*   *     come il giorno

che Maria ti sorrise

che ti mise nelle mie mani

figlio del domani

che ancora stringo

in un abbraccio

* *       che non so lasciare

non mi rimproverare

figlio che devi andare

 

Become my father, take me

by the hand

where your Irish steps

lead with certainty

Giorgio Caproni, The Wall of the Earth

 

there is a greener grass

wet as tears

**         this spring

it seems the song

of younger years

son of twenties

 

**     son of the dark days

rain filled

and the immense skies

**      suddenly serene

too bright to bear

son never deceitful

 

son of worry

and of time that laughs

mocking yet enchanting

        in its hazard

leading you to new horizons

son of sunsets

 

son of encounters

son among the people

like spring water stone

        with lost water

yet offered found again

son of life

 

I too wore green

but lighter

       like the day

when Mary smiled at you

and placed you in my hands

 

      son of tomorrows

still held close

      I cannot let you go

do not blame me

son     who must go

*

dal poemetto: Ero Maddalena

 

Non sapremo noi

che faccia hai avuto

mai

né quella che

voltandoti

potresti avere

ed hai.

Giovanni Testori, dedicato alla Maddalena del Masaccio

 

 manca ancora molto all’alba

e vorrei che la notte non finisse

vado in controtendenza adesso

è più forte la voglia di ombre

la luce mi acceca

 

nella notte ritrovo il cuore

del mondo

il cerchio di fuoco acceso

dentro cui buttarsi

per sparire nel rosso

e rinascere

come terra da amare

 

from the poem: I was Magdalene

We will never know

not us

which face was yours

nor which

now as you turn

it still could be

and is

Giovanni Testori, dedicated to Masaccio’s Magdalene

 

   still hours until dawn

and I’d have no end to night

I’m clawing forward now

more covetous of shadows

blind in the light

 

  in the night, I return

to the heart of the world

that glowing ring of flames

where I would dive

and vanish in the red

to be reborn

as cherished earth.

*

 

da: Il solstizio dei sentieri

 

 la tua bellezza atroce

di dea accovacciata sulla

crisalide schiusa    abbracciata

al gelo della morte    geme

senza appello     preme

 

sull’erba che tutto ricopre

anche le scarpe    lontane

dal tuo corpo    alzati

grida il tuo sangue     alzati

sbraita il furore cieco

 

chi ti strinse i seni e i

fianchi     nell’alba screziata

della casa matrigna

con il latte sul fuoco e

il pane da poco spezzato

 

 alzati urla il coro degli

alberi     il brusio degli insetti

il canto degli uccelli

alzati     per questo gioco

da nulla non serve cadere

 

 unisciti all’ombra che sale

si mischia al drappo e al

rosario    balena sul filo

dell’acqua come giorno che

accade nei sentieri di mirto

 

tu    sorda ai richiami

condanni la tua sostanza

gli occhi di polvere un

tempo di scherno    hanno

scelto l’inferno la mattanza

 

 your fierce beauty

a goddess folded over

the chrysalis just opened

held in the frost of death moaning

without answer pressing

into the grass that covers it all

even your shoes lying      far

from your body rise    shout

your blood    rise the blind fury

crying through you

 

who squeezed your breasts and

hips     in the mottled dawn

of the stepmother’s house

with milk on the stove and

bread freshly broken

 

rise calls the chorus of trees

the whisper of insects

the bright throats of birds

rise    for this small game

where falling has no meaning

 

join the rising shadow

mingling with the cloth

and the rosary flaring along

the thread of water like a day

breaking in myrtle paths

 

you   who hear no calling

condemn your own substance

eyes full of dust    a season

of scorn choosing hell

and the slaughter

 

Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026.

 

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“sant’anna” di Daìta Martinez

03 mercoledì Giu 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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sant’anna – daìta martinez

collana di poesia icaro, diretta da Gaetano Giuseppe Magro
prefazione di Alessandro Pertosa

La ferita della luce

di Maria Allo

“muove all’indietro il fiore

 mira il bianco iniziale

 chiede di non essere nato “.

Franca Maria Catri

Daìta Martinez, audace e innovativa poeta, consapevole della propria funzione e delle sue capacità, si distingue per la tenacia con cui unisce rigore e generosità. Il tutto è arricchito da un innato slancio immaginativo e da una profonda visione ispiratrice. Anche in sant’anna, edito da ilglomerulodisale, la sua scrittura si apre come una fessura nell’opacità di un cielo carico di presagi, rivelando un’intensità inaspettata, capace di suggerire trame nascoste, sospese tra l’immanente e il sacro. I versi della poeta emergono come frammenti scolpiti dal passaggio del tempo, sussurri capaci di restituire lo stupore travolgente del primo sguardo sul mondo. È una poesia che affronta il vuoto e la paura, ma che mai si arrende all’inconsistenza del silenzio. Il testo si muove con una danza eterea su un filo sottile: invisibile ma resistente, accompagna il lettore dal fremito delicato dell’alba narrativa fino al crepuscolo velato della chiusura. È proprio in questa interruzione perfetta che emerge un’assenza dal peso tangibile, capace di radicarsi nello spirito come una presenza sconosciuta e magnetica. Un vuoto che non tace ma pulsa di desiderio: “sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco” (p. 23). È il richiamo di ciò che è smarrito, l’eco di una divinità immobile che governa mondi interi dagli abissi del suo silenzio. Eppure, al cuore di questa quiete apparente risiede la sorgente primigenia della creazione: un grembo invisibile dove la parola germoglia e la preghiera – leggera come il respiro di un mattino – si trasforma in corpo vivo della poesia: “rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia adesso /che scende l’origine alla tua sera” (p. 30). La voce poetica si sviluppa tramite un intreccio di scelte lessicali e metriche, dove ritmi, rime, anafore e allitterazioni disegnano atmosfere intrise di simbolismi sacri. Si diffonde nell’aria, seguendo le tracce dell’essenza più intima dell’anima, trovando riflessi nei dettagli della natura, che sembrano rivelarsi come frammenti di un’eternità fuori dal tempo. La magnolia, sospesa tra cielo e terra con la sua purezza candida, diviene simbolo del legame tra universo e cuore, diffondendo un profumo lieve e divino. Attraverso queste immagini vibranti, i versi invitano a seguire la luce interiore con passo delicato, intrecciando dialoghi silenziosi tra riflessi interiori e universali. In questo spazio privo di confini certi, la poesia di sant’anna si perde nell’immensità dell’indicibile per divenire varco ed esplorazione. Ogni parola è fuga ma anche ritorno, uno scarto fragile in cui dimora una verità destinata a risiedere nel nucleo nascosto dell’anima. Nella raccolta di Martinez, nulla è svelato interamente; invece, tutto pulsa tra le alternanze di silenzio eterno e caos generativo dell’esistenza. Leggerla è un atto di coraggio: implica abbandonare ogni certezza rassicurante per accogliere il flusso vitale e mutevole dell’insondabile. Nel paesaggio incerto della poesia contemporanea, Daìta Martinez si staglia con forza come lama affilata che fende l’oscurità senza timore. La sua parola è viva e ribelle, indomabile, capace di urlare attraverso le rovine della sofferenza per scavare nel buio più profondo. La poeta rifiuta protezioni o mediazioni nella sua ricerca: con mani nude e sporche manipola la ferita del dolore per squarciarne il sigillo, rivelando sotto la crosta la vibrazione ardente della vita nascente:

“il taglio si è smarrito”

“sono sette anni sono solo sette noci i denti/ che nascondo sotto al cuscino per l’illusione/ di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle/ che sappia per un solo attimo farmi fiatare la/gondola del cuore ha poche onde il mio cuore/ e nessun pontile per l’attracco” (pp.69-70). Un taglio che non smette di vagare, una ferita solitaria persa nel tempo e nello spazio, come un ciclo interrotto fatto di promesse sussurrate tra passato e presente. Sette anni e sette noci: un ritmo antico e rituale che si spezza, lasciando solo l’eco di un desiderio irrisolto. I denti sotto il cuscino, reliquie di un’infanzia sbiadita, implorano un ritorno impossibile, un affetto dimenticato. L’abbraccio che giunge da dietro è appena un lampo di calore, già dissolto nell’inevitabile assenza. E il cuore? Fragile come una gondola alla deriva, incapace di sopportare le onde del vivere o di trovare riparo presso un molo. Questo universo chiuso in poche immagini risuona di silenzi densi e buchi irraggiungibili, in cui il marinaio-anima naviga all’infinito, prigioniero di un mare che non dona rive ma solo un eterno galleggiamento verso il nulla. La scrittura  è un turbinio di carne e cenere, un grido che trasforma sofferenza in una luce cruda, incessante e vivida. Il linguaggio di Daita si dispiega come un fiume in piena, un torrente di versi che avvolge e seduce con il suo moto incessante. Nelle prime battute, le sue acque si intrecciano in vortici intricati, seguendo un tracciato invisibile che lega pensieri e immagini in una danza fluida e armoniosa. Ogni pausa è il respiro del fiume, ogni accento il suo salto tra rocce e correnti, componendo un cammino che conduce il lettore entro paesaggi interiori in costante mutamento, dove le parole risuonano come echi di racconti eternamente cangianti. Nei versi di Franca Maria Catri che accompagnano l’incipit, un fiore sfida il tempo piegandosi all’indietro, alla ricerca dell’innocenza di quel “bianco iniziale”, quel grembo originario dove tutto giaceva ancora indiviso. Allo stesso modo, le poesie di Daita Martinez sembrano risuonare di quel canto primigenio, strettamente intrecciato con i fili segreti della natura. È un invito a immergersi nelle radici nascoste, ad accogliere i silenzi ancestrali dai quali scaturisce il significato più profondo dell’essere. In questo eterno ciclo vitale, ogni cosa si riflette come in un delicato specchio sospeso tra desiderio e dissolvenza, tra la pienezza dell’esistenza e l’assenza ultima che ci accoglie. “Ha poche onde il mio cuore, e nessun pontile per l’attracco”.

Maria Allo

*

da: sant’anna, ilglomerulodisale 2025

non è ancora sera sul costato della casa

mentre altro il tempo che al sonno sfiora

nudo il viso del cigno o della vita l’aurora

e nessuna luce che di luce sia poi attesa

la carezza di Dio a nido scesa sulla ferita

della vita caduta di vuoto nell’era bianca

come bianca foglia perduta alla speranza

*

nel silenzio il glicine ha rotto

il vento la ferita del tramonto

*

ha il nudo del sole il silenzio

cadente sul dorso della casa

dimenticata sotto l’albero dei

merli in fiore che lieve è l’aria

della sera mentre accorgi una

piccola sirena ferita di rugiada

*

tutto trema dentro la prima preghiera

orlata tra le costole della casa violata

un istante dopo tra le gambe del lago

che d’imperfetto al Suo silenzio ama

*

proteggi la sua bocca angelo della sera
alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio

Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato: (dietro luna), Lietocolle 2011, la bottega di via alloro, Lietocolle 2013, nutrica, Lietocolle 2019.
Vincitrice – sezione dialetto – del 7^ Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44^ edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, per Salarchi Immagini; il rumore del latte, per Spazio Cultura Edizioni; a varca di zagara  per Macabor.
È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso (puntoacapo 2020).
Finalista – sezione raccolta inedita – della 34^ edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 ha pubblicato: Liturgia dell’acqua per Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, per le Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, per Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora per la collana portosepolto di peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Ha pubblicato, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, per Ladolfi e, nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole per Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con lacollana “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana “la brocca rossa” con Pietro Romano.

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Carmine Lubrano, “Come Carmelo Bene sono apparso alla Madonna di Roca”, Terra del Fuoco, 2025. Nota critica di Laura Cammarota.

20 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Carmine Lubrano, Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca

Carmine Lubrano, poeta, operatore culturale e poliartista, si presenta ancora attivo e militante, uscendo a febbraio 2025 con la raccolta poetica Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca (edito con il marchio Terra del Fuoco), una nuova produzione estremamente intensa e forse anche inaspettata (dopo il suo personale “Basta”, grido di protesta alla contemporanea situazione panoramica nazionale di ‘non poesia’, presente nel precedente volume CarmineCanta). Leggendo questo nuovo libro appare evidente come l’impulso a dire, a cantare ancora è forte, è esigenza impellente dell’autore, è ossigeno di cui non può fare a meno e si cercherà qui in queste poche righe di mettere l’accento sul carattere proprio delle poesie di questo Lubrano, che è un Lubrano pure estremamente riconoscibile nel suo stile, ma per la prima volta al lettore vengono
rivelati aspetti che forse in precedenza erano prevalentemente latenti nella sua produzione ed anche il suo stile, maturato in tanti anni di lavoro e introspezione, risulta qui ulteriormente evoluto e mutato in qualche sua essenza.
Nella recensione che Gualberto Alvino aveva redatto per CarmineCanta si legge, giustamente, “In un’epoca di rinunzia alla riflessione e d’orrore della profondità, leggere – e ascoltare – Lubrano è un dovere.” Ed è realmente un dovere, oltre che un piacere, e specialmente per chi comprende il potere trasformativo del fare arte e poesia e perché non si può sapere che effetto abbia su un altro essere umano la parola di Lubrano, ma vale la pena tentare e vedere cosa accade, perché l’autore si è già dimostrato capace di aprire varchi nelle persone e far nascere qualcosa di nuovo, emozionare e smuovere gli animi, che non restano mai immutati dopo un’esperienza di immersione nella sua poesia. E se la lettura è un invito banale, ancora più interfacciandosi con un autore così viscerale, il mio invito ai lettori incuriositi è quello di abbandonarsi, di viaggiare in un flusso di trance allucinogena e lasciarsi trasportare dalla sua poesia e dentro la poesia, attraverso il canto, l’ascolto, la danza, il vaneggiamento (secondo quanto consiglia al riguardo Carmelo Bene “la poesia va vaneggiata”, o come troviamo ancora in questo libro in Lubrano “il verbo avanza a passo di danza in questa stanza”). L’intero libro si richiama vistosamente, e già a cominciare con la scelta del titolo, a Carmelo Bene, come a voler entrare in un filo storico ben preciso
e con un fine chiaro, poiché è palpabile tra questi versi la presenza dell’esperienza autobiografica del poeta. I primi versi di apertura presentano quasi una sintesi di tutte le poesie qui raccolte e raffigurano un quadro condensato del sentire che dall’intero libro sgorga: l’autore è in queste pagine totalmente presente in prima persona ed espone e mette a nudo la sua ferita di dolore, sublima tale sofferenza, non annullandola nei versi, anzi donandole un nuovo valore (“c’è una luna piena questa sera e così oscena/ nella sua gravida pienezza nuda/ forse l’estate è già finita e sui muri/ schiaffeggiati dal vento del nord/ i manifesti scoloriti mordicchiati dal sole/ sofferenti ci dicono della/ bellezza che diventa
pianto”). Qui realmente il poeta “sfugge dal codice”, sfugge dal suo stesso codice implicito, dalla sua stessa guida interiore e si modifica apparendo nuovo a sé stesso, si apre al mondo, si rivela nella sua piaga più profonda e ancora non rimarginata e che mai si rimarginerà ma che rimane “bellezza che diventa pianto”.
Lubrano non è di facile lettura, semplice o banale, anzi riesce sempre a scavare grotte con le sue parole, ad abbattere muri, sfondare confini (“salta il recinto il poeta e forgia/ aspira a forgiare una parola”), riesce a liberare follie che nel comune vivere quotidiano non si concepirebbero; adopera la parola con maestria ed esperienza, imprime nel ricevente la poesia una sensazione che poi è difficile scrollarsi di dosso, che rimane sotto la pelle, che trasforma e trasmette un di più, un oltre, di cui poi non si riesce a fare a meno. Il poeta è mago, è abile alchimista che stappa la bottiglia del genio della lampada nascosto al proprio interno e all’interno del lettore predisposto, e stappata questa lampada ne esce qualcosa che l’ascoltatore non sapeva di avere dentro, che viene inevitabilmente liberato ed è destinato ad andare in giro nel mondo, nelle case, nelle piazze, a portare un po’ di follia, un po’ di quell’arte sempre con sé. Lubrano entra nelle persone con le sue poesie e senza mai usare convenzioni, anzi combattendole, senza risultare mai banale, senza cliché (a meno che i cliché non siano voluti per raggiungere uno scopo altro). In questo libro con una presenza così forte dell’uomo-poeta, sono versi i suoi che entrano e divorano, in cui vengono dipinti, scena dopo scena, autoritratti dell’esistenza dell’autore trasfigurati, resi altro da sé e che toccano nervi, punti sensibili interni, come se la sua esperienza, vera o sognata, diventasse esperienza comune di chi legge e tragica, epica, seppure l’autore rimanga ben lontano dalla lirica. La scelta delle parole infatti riporta sempre ad un piano misto, mai solo alto o solo basso, mai solo dolce o solo amaro, mai solo estetico/segnico o solo concettuale: Lubrano si riconferma pieno di tutto, sempre barocco, sempre vitale, più intimo in queste pagine, più rivelante e un po’ meno enigmatico rispetto al passato, sempre critico della contemporaneità, anarchico e politico, sebbene più personale, e rimanendo carico, ricco e denso di significato. Questo libro è il racconto intimo e bruciante di un sogno o di un lontanissimo ricordo che ritorna e si rivive continuamente ed è ferita che sanguina (“quella/questa cicatrice che continua a sanguinare”; “e sarà assetata più che mai tradita e ferita sarà/ questa inquieta bellezza”), ma c’è anche in queste pagine come una nuova malinconica speranza (“in questa voce che mi brucia e che feconda/ e così che possa ingravidare la tua/ voce/ e gravida per il mondo andrai”): il poeta ha fatto tutto ciò che era in suo potere fare e ora non resta che sperare che il canto possa vivere ancora, restare nel mondo a compiere il suo destino (“il verbo avanza a passo di danza in questa stanza/ e nonostante le assenze”; “e a proposito dell’amore qui in questo libro/sto imparando lentamente a/ morire”). E come si evince da questa speranza fecondativa, lo scopo di Lubrano non è semplicemente riflessivo in questi versi, non c’è solo lavoro introspettivo su di sé, vi è infatti pure un’esigenza penetrativa e ricettiva, l’autore desidera entrare nell’altro e rimanergli dentro, ha bisogno di trovare un varco per donare sé stesso, per trasformare l’altro, per impregnarlo e in tal modo il poeta si fa anche toccare dall’altro e si fa a sua volta ingravidare. La poesia di Lubrano è quindi poesia di trasformazione ed è sempre amplesso: è questo forse sempre stato il suo scopo principale e lo è ancor più in questa ultima pubblicazione, in cui la parola è davvero strumento per donarsi al mondo, è linguaggio d’amore (“Lengua Amor Osa”). La poesia per Lubrano è atto totale di libertà, espressione d’amore innocente, perché fine a sé stesso, è atto di imporsi come una presenza necessaria nel mondo, è scambio necessario e primario, è atto di concedersi, di rivelarsi, di scoprirsi nel proprio intimo e di fondersi con l’altro per modificarsi, modificandolo.
Come manipola la parola, la musica, l’arte, usandole per metabolizzare la sostanza inconscia che vuole tirare fuori, così viene manipolato lo spettatore, il ricevente che, se veramente aperto e capace di accogliere, ottiene molto di più del semplice piacere di ascoltare un canto gradevole (e quasi mai Lubrano è poeta semplicemente ‘gradevole’), ma ne ottiene un forte turbamento interiore che lo porta a evolvere, a crescere. Questo autore ancora in questo libro riesce a generare un processo interno, attraverso la costante sperimentazione linguistica, l’inesauribile inventiva, il bisogno di esprimersi e celebrare la totale libertà, in questa dimensione di arte così terrestre, così fisica, in fermento, viscerale e ricca: come in fermento è la ricca e fertile terra nera vulcanica, così è il poeta, così questo artista a tutto tondo, così quest’uomo pieno di energia vitale, e allo stesso
tempo pieno di contraddizioni interiori, pieno di forza che si percepisce nella forza del suo canto, nella passione che mette quando si concede a un pubblico, quando fa l’amore con le parole e gli spettatori, trasmettendosi, imprimendosi nel mondo indelebilmente e così anche trasformandolo.

*
Laura Cammarota

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“Il taccuino dell’ospite” di Michele Zacchia, RPlibri, 2024. Una lettura di Rita Bompadre.

24 lunedì Nov 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Michele Zacchia, Rita Bompadre

 

“Viaggio spesso, non torno sempre” (frase scritta su un muro di Roma): questa intestazione, in epigrafe al libro “Il taccuino dell’ospite” di Michele Zacchia (Rplibri, 2024 pp. 64 € 12.00) anticipa il contenuto e il significato del viaggio poetico dell’autore lungo le incrinature nascoste dei luoghi, la visione simbolica che restituisce agli occhi e all’anima il sentimento dello spazio, i meandri di un linguaggio metaforico, nella densità espressiva delle parole. Michele Zacchia percorre un itinerario di scoperta ancestrale e di ricerca personale nel percorso esistenziale, segnato dal rifugio dell’accoglienza e dall’immediatezza delle sensazioni, incrocia turbamenti inattesi, indica la dispersione del silenzio, combinando l’ispirazione misteriosa per ogni richiamo sconosciuto nell’incognita di ogni previsione emotiva. La poesia di Michele Zacchia alberga nel riflesso inafferrabile della memoria degli sguardi, nella destinazione bruciante delle attese, nelle stagioni imprevedibili in giro per le strade, coniuga il senso dell’accadere all’analisi esegetica del tempo, riconosce gli incastri delle ombre e la fatalità delle speranze, supera il muro di cinta dell’aridità individuale. Michele Zacchia ascolta l’oscillazione dei passi, lastricati dalla polvere del mondo, urta l’incedere dell’instabilità, giunge alla soglia della superficialità, attraversa il varco della decadenza, presta attenzione alla direzione variabile degli ostacoli. Il territorio privilegiato di osservazione del poeta aggira la cornice sfuggente dell’inquietudine, fronteggia l’enigmatica corrispondenza delle illusioni, circonda la voragine paludosa degli inganni. Michele Zacchia indica la postazione di un impreciso immaginario, intriso di volti, gesti, corpi, sorrisi e lacrime, dove la frammentazione e la desolazione dei contrasti interiori accolgono la superficie lucida e inesorabile dell’itinerario errante. Esplora la concavità nei segmenti della finitezza umana, contempla la transitorietà di ogni effimero passaggio dei desideri umani, scruta la distensione sospesa dell’istante, vivendone tutta la sua vulnerabilità. “Il taccuino dell’ospite” annota le incertezze motivate nella solitudine di contesti cristallizzati nell’estraneità del margine sensibile, ritrae gli appunti raccolti nel cuore vivo e incisivo dell’inchiostro che dipinge il disorientamento degli ambienti accoglienti e delle atmosfere inospitali, nell’abisso della sfumatura tra il buio del vuoto e la luce della grazia. Il libro rilegge gli spostamenti delle sensazioni, ospita l’origine della commiserazione nell’orizzonte di ogni interpretazione degli atteggiamenti terreni, oltrepassa la materia impalpabile e trascendente dell’entità sovrumana. Michele Zacchia concede al lettore di visitare ogni stazione del pensiero come sosta cosciente della fragilità degli eventi e delle estenuanti impressioni dell’impermanenza, si lascia inabissare nel sentiero dell’esperienza vissuta accanto alla persistente rivelazione della nostalgia e della dimenticanza. Registra l’ancorata tensione delle evocazioni verso l’intento ultraterreno, eleva l’identità dell’ospite a divinità viva e ragionevole intorno a noi, nel suo mutamento conoscitivo. Compone, in una scrittura poetica colta, intellettuale, ricca di superbe giunture stilistiche, l’armonia elegiaca che si declina spogliata dal tormento dei ricordi. Un libro che esalta una riflessione carica di esasperata consapevolezza, commemora la mitologia profetica di chi accoglie il dono della poesia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

*

Sfere opache tramortite dal silenzio, in un andirivieni

di spazio e oltre misura riconoscenti

un contrordine deciso per destabilizzare

e la trama di questa lirica sonnecchia

in un cuculo beato tiepido

disperso.

 

Roma, luogo sconosciuto

 


 

Qui si beve vernaccia, dolce rugiada bianca.

Dell’edificio dirimpettaio non resta che una pietra,

una speranza.

 

Tra i buoi del campo che arano la terra salmastra,

un raggio fu luce. La luna mattiniera ancora in su,

ridimensiona la penombra e svanisce, scortata dal

bianco pallido del cotone.

 

Il saluto dei galli è musica incerta lungo la strada,

tutti ancora raccolti nella notte. Ecco il sole,

come ci si sente a esser mattina.

 

dalla finestra della mia stanza, Roma

 


 

Era già previsto che scoppiasse

questa guerra nel mio corpo, nel

momento in cui era tutto vederti

da lontano. Avrei preferito prevedere

l’imprevisto, nella vita tutta insieme

che passa in un bacio di nascosto.

 

Nel racconto non so dire di

aver amato, brucia il tempo dei

guasti funzionali, tecnici apparati

in disuso: tutto il mio corpo in questa

condizione, spaventa essere vivi,

la guerra non il corpo.

 

di ritorno da Torino

 


 

L’azzurro si pronuncia inefficace, fossilizza

il cuore diventa buio. Il possesso è nella

contrazione dell’occhio, si traduce per

ripararsi dal freddo.

 

Si estingue il passo nella strada ripetuta

fare ricorso al sonno per non riconoscere

più il colpo della luce, presto diventare il

suono che ricomincia il giorno.

 

agosto, in traghetto per Ischia

 


 

Di alberi e frutteti come il librare

delle ali, fruscio e scorta di malessere.

Intemperie orizzontali e coltre

di nubi accovate al mistero

e di fulgidi fasci di grano.

 

Così t’aspettavo,

contemplando quella linea apparente

tra cielo e terra

che era l’orizzonte.

 

in campagna da Gino

 


 

Nel giorno più isolato dell’estate, è l’ombra del

vulcano spento a sentire la mancanza delle rive. La mitologia

matura nelle brame dei tuoi desideri. Il celeste cielo celeste

è sfigurato nelle braccia.

 

L’immaginario della consolazione, sotto la sfera del disfare,

non si definisce il mare, sconfinato nelle bestie delle onde,

e il travalico del selvaggio rende obliquo tutto il dentro

del mio petto.

 

camera tua

 

 

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“Fermagenesi” di Isabella Bignozzi

25 giovedì Set 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Anterem edizioni, 2025

 (opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)

“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi

Nota di lettura di Maria Allo

Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria.  L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.

Maria Allo

Ph. Daniele Ferroni

Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

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Potere evocativo e simbolismo in “Scrigno”

17 martedì Giu 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, Poesie

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Maria Allo, Rosaria Di Donato, Scrigno

a cura di Maria Allo

Rosaria Di Donato, Scrigno, Amazon.it 2025

Prefazione di Lucianna Argentino, postfazione di Marzia Alunni. Editing, impaginazione e copertina di Valeria Girardi.

Autoritratto

sono nata in un angolo di cielo

dove il vento rincorre nuvole

e spazza via la tristezza

Rosaria di Donato

Nella sua nuova raccolta poetica “Scrigno”, Rosaria Di Donato esplora il tema della memoria, riavvicinandosi a luoghi e volti familiari fin dall’infanzia, senza cadere nella trappola di un rimpianto sterile per il passato, pur evocandolo. Riflettendo sul passato, l’autrice si lascia guidare dai ricordi, seguendo la sua inclinazione verso un’autobiografia intima che caratterizza l’intera raccolta. I titoli delle quattro sezioni – visioni, chiaroscuri, miniature e tracce – rappresentano le fasi di un viaggio di riscoperta del passato e di conoscenza di sé. Questi titoli mettono in risalto e rafforzano la metafora dello scrigno, conferendo all’opera una notevole coerenza. Il passato del tempo presente al passato del ricordo si accompagna, nei versi del testo l’ulivo secolare: “…uni-verso in espansione/nuovo anno aggiunge/un nodo un ramo /un altro cerchio al tronco/poderose radici/s’allungano d’intorno/come a sfidare il tempo//e degli uccelli in volo//le stagioni / quali storie racconta il secolare ulivo”. Il tempo della memoria si manifesta con il suo maestoso scorrere, ma la poetessa non ne è sopraffatta. Al contrario, trova la sua essenza nel recupero dei vari momenti di quel fluire interrotto. In questo modo, la scrittura accompagna ogni passo nel percorso verso una verità riconquistata. È una poesia che tendenzialmente rimane legata all’esperienza diretta e concretamente vissuta: “il quartiere misurato/con il tuo passo//padre/ora mi è più caro/ogni angolo vivo//nel suono-profumo/di gemme in boccio…” (da “lascito”). La luce e i colori utilizzati nelle immagini del testo sembrano accentuarsi progressivamente man mano che lo sguardo dell’autrice abbraccia uno spazio sempre più vasto: “lo sguardo all’orizzonte/incontra dio/azzurra linea di colore/l’infinito…” (da “Silenzio tra cielo e mare”). Uno dei principi chiave della poetica di Rosaria Di Donato, come dimostra “Il fiore di melo”, celebra la forza evocativa che scaturisce da intuizioni soggettive e irrazionali, espressa attraverso uno stile agile e fluido. Tuttavia, a un livello più profondo, questa leggerezza suggerisce anche la capacità della scrittura di osservare la realtà. Come esprime l’autrice: “leggeri vorrei giorni / senza cupi pensieri / senza affanni / un filo di vento / fra le mani”, invitando a non farsi sopraffare dal peso del mondo. Da qui deriva l’alternanza tra il tema della violenza contro le donne, vittime dell’odio dei loro carnefici, e le poesie che commemorano l’assassinio di Samia Yusuf Omar e delle sorelle Mariposa, oppresse dalla loro opposizione al regime del dittatore Trujillo. In contrasto, si esplora anche il tema del luogo d’origine, depositario invece di un’esistenza genuina, colma di affetti profondi. I testi, accompagnati da fotografie, sembrano confermare la possibilità di riportare il passato nel presente, creando un dialogo profondo tra parole e immagini. In questo modo, riescono a sottrarre il passato al suo contesto originale, donandogli una dimensione di eterno presente. Una poesia può emergere come un modo per offrire serenità a un’anima inquieta. Niente è più adatto della poesia, che ci è stata trasmessa nel tempo, per narrare le esperienze degli uomini del passato. Essa comunica i loro sentimenti più profondi e la vita quotidiana, non attraverso descrizioni astratte, ma attraverso la rappresentazione di emozioni, coinvolgimento e una sorprendente attualità, come se fosse un autentico scrigno.

Maria Allo

Testi tratti da “Scrigno”

Lascito  

il quartiere

misurato

con il tuo passo

padre

ora mi è più caro

ogni angolo vivo

nel suono-profumo

di gemme in boccio

il tempo intriso

d’attese lo sguardo

che dai muri sorride

nuovo stupore

nei giorni infonde

rinnovata primavera.      

***

samia yusuf omar 

sono io samia

nube dissolta nel vento

onda mai giunta alla riva

sono io samia

corrente gelida inarrestabile

che solca oceani di luce

sola come un punto nel cielo

intemerata sfida

il pregiudizio

svelata (corre)

va oltre la morte

corre ancora (vince)

sono io samia

nulla potè la censura   

contro di loro

la rivolta scardinò

il regime (trujillo morì)

volevano essere farfalle

le sorelle mirabal

la dissidenza

ha dato loro le ali

***

C’è

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce di chi non ha voce

donne umiliate-percosse

massacrate dall’odio dei carnefici

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce degli orfani

delle vittime di femminicidio

non c’è sole per loro al mattino

ma ombre-tristezza e il vuoto

di una vita non-vita

incubo della paura

c’è violenza che annienta

***

scrigno

le notti insonni

uno scrigno dischiudo

di lucciole e parole

sembrano piccole stelle

e suoni comparsi

all’improvviso dal buio

volano ballano

s’attorcigliano

come a voler comporre

una canzone in libertà

è la poesia

che uscita dallo scrigno

s’innamora dei sogni

culla le anime inquiete

Rosaria Di Donato (2021)

Fotografia: Rita Valenzuela

Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato sei raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. Scrigno, Amazon.it 2025. Ha partecipato sia come autrice che come organizzatrice alla Rassegna Realtà del Divino, a c. di N. A Rossi (Giubileo 2.000) a S. Nicola In Carcere – Roma. E’ presente nell’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono inseriti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali compaiono nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola.  Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica Break Point Poetry – Città Poetica, c. di  Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipatoall’antologia Ho sete, l’Arte si fa Parola, a c. di Maria Pompea Carrabbae Ella ClafiriaGrimaldi, Ed. SarpiArte 2020; è presente nell’antologia del Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi – Premio Sygla XIV ed. 2022. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni in francese di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal) e in inglese di Valeria Girardi (riviste on-line in vari Paesi). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 ha curato un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna poi interrotto a causa del Covid-19. E’ presente nell’antologia Sorella Morte a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2023. Ha partecipato con il racconto Candore a Un magico e prezioso Natale – piccoli racconti per bambini di tutto il mondo, a c. di Sara Conci, Macabor 2023.

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“La muta per amore” di Francesca Canobbio, Terra d’ulivi edizioni, 2024

28 mercoledì Mag 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Podcast

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Francesca Canobbio, La muta per amore, Podcast

“La muta per amore” è l’ultima opera di Francesca Canobbio stampata per i tipi di Terra d’ulivi edizioni nell’anno 2024. In copertina una foto dell’autrice, che mette in luce i grandi, magnetici occhi verdi.

Il titolo “La muta per amore” ha per la sua prima parte un senso ambivalente. Muta come cambio di pelle quale avviene per certi animali che abbandonano la pelle vecchia per venirne fuori con una tutta nuova che li ricopre. Pronti a vivere un’altra fetta d’esistenza ringiovaniti, rigenerati, lucidi, levigati. Muta è anche il rinnovare di piume o pelo degli uccelli o dei mammiferi. In questo senso potrebbe intendersi “La muta” come  metamorfosi che “muta” radicalmente l’essere. “Muta” tuttavia  è anche l’aggettivo qualificativo che indica il fare silenzio declinato al genere femminile, potrebbe quindi voler alludere all’atto di tacere “per amore”. In entrambi i casi quest’ultima locuzione non lascia dubbio sulla seconda parte del titolo, la potente forza che ha ingenerato la trasformazione o provocato il mutismo. Dal silenzio, in particolare, è ben noto che spesso germogli la scrittura poetica.

All’interno del libro tre sezioni,  la prima e più ampia, senza titolo, è arricchita dalle tavole pittoriche di Stefania Bergamini le altre sezioni sono  titolate “Le cinque fiamme” e “Temporalia”. La prima contiene, tra l’altro, le sottosezioni LA MUTA PILOTA, LA MUTA PAZIENZA, LA MUTA COMMOSSA, LA MUTA COMPAGNA, LA MUTA ROSA, LA MUTA SPASIMANTE, LA MUTA MISURA, LA MUTA RIDE, LA MUTA NOSTRA, LA MUTA CALIGO.

Il trasformismo che anima “la muta” la offre allo sguardo nel fermo immagine di una pluralità di declinazioni che oscillano dalla sofferenza, alla tenerezza, dall’esitazione alla certezza, dalla dedizione alla nudità. Quest’ultima spalanca le porte dell’introspezione, un onere d’indagare a cui non è aliena l’espressione poetica. Si direbbe, nell’insistenza del vocabolo, che sia il tacere a produrre il frutto.

L’opera si compone per la maggior parte di scritti in prosa poetica, caratterizzati dalla quasi totale assenza di segni di interpunzione e da un’abbondanza di relativi (“che”, “dove”), nonché dall’andamento tipico del flusso di coscienza, nel quale immagini, ricordi, sensazioni, pensieri, desideri fluiscono inarrestabili fino al punto fermo che delimita l’enucleazione. Pochi testi hanno invece la forma più consueta della poesia, con i versi delimitati dagli a capo. Queste poesie segnano un apice dove, pur nella brevità, il dettato si distende, amplifica, esalta e puntualizza “che sei scheletro dei miei mondi”, rivolgendosi a un “tu” che è anche “musica” “tamburo d’ossa”, “spina dorsale”. Un’essenza in seconda persona singolare, spesso chiamata in causa, che si pone al vertice dell’architettura fondante l’interiorità e l’armonia dell’interlocutrice.

Il tema che è la causa della “muta”, focalizzato fin dal titolo, è l’amore. In tal senso è centrale la poesia di pag. 25 (vedi la prima immagine qui sotto), che reca appunto questo titolo. La scrittura riverbera il sentimento amoroso. Serpeggiano in tutta l’opera la sensualità e la sessualità che lo pervadono. L’alleanza potenzia il singolo proiettato nel rapporto e lo esalta in una pluralità di connessioni, nella varietà delle circostanze, nella combinazione degli elementi soggettivi e antropici, la complessità della relazione fiorisce in un dinamismo al contempo duplice – monolitico – molteplice. Come una rosa dai molti petali che, ciononostante, resta una. L’amore riluce nella percezione di un caleidoscopio – fantasmagoria di forme e colori -, ma è consapevole anche di un dopo o oltre, al quale, nel viluppo della ramificazione tende, perchè sbocco inevitabile che, di contro, libera dalla materialità e dalla materia, dal corpo e dalle necessità. Punto di approdo per l’esplicazione totale del sentire amoroso esteso oltre ogni delimitazione dell’empirico.

La prefazione all’opera è di Francesco Forlani, chiude Paolo Ivaldi con la postfazione.

Loredana Semantica

Di seguito una breve lettura di Loredana Semantica di una poesia di Francesca Canobbio tratta dalla raccolta “La muta per amore”, Terra d’ulivi edizioni, 2024

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Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024. Nota di lettura di Deborah Mega

17 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Emilio Paolo Taormina, Il tempo lungo

 

 

Da molto tempo è nota la vocazione poetica di Emilio Paolo Taormina, apprezzatissimo poeta e scrittore siciliano dei nostri anni. L’ultima sua raccolta, “Il tempo lungo” è stata edita a ottobre 2024 da Ladolfi Editore ed è permeata da due sentimenti prevalenti: l’amore che domina i rapporti interpersonali e con la natura che circonda il poeta e il sentimento del tempo che passa. La raccolta è costituita da un nutrito numero di componimenti e frammenti che per la loro organicità, compattezza, omogeneità di toni e temi, si presentano come un unitario poema d’amore. Poesia crepuscolare, ricca di metafore e personificazioni, poesia della memoria, dove si alternano dialoghi immaginari con l’amata, monologhi interiori, flussi di coscienza. La lezione è quella dei poeti decadenti, di Machado, Salinas e altri grandi del Novecento. Come scriveva Machado “L’amata non viene all’incontro; è l’assenza. Non fa compagnia; è quello che non si ha e si aspetta invano”. E nel caso di Taormina, si ricorda; la mancanza dell’amore diviene presenza tangibile e costante. Le pause di silenzio tra un componimento e un altro rivestono la loro importanza dal momento che i testi appaiono indipendenti tuttavia concatenati. Accanto a mutamenti di stagioni, scorci del paesaggio siciliano con limoni, zagare, ulivi, arance, mandorle, gelsomini, gerani, melagrane, menta, oleandri, ginestre, si delinea il segno di un intimismo lirico, frutto di un sentimento di nostalgia che riconduce ai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. La città con i suoi vicoli, le sue strade, le statue, le fontane, le piazze diventano oggetti familiari, liberati dalla loro staticità per diventare simboli e allegorie della “solitudine” interiore del poeta: gli scenari esterni, infatti, alimentano il dialogo di Taormina con la realtà e gli consentono di approfondire la conoscenza di sé. La tendenza alla riflessione e la semplicità lessicale permettono un graduale processo di interiorizzazione operando allo stesso tempo una fusione del sentimento del tempo con il paesaggio. L’amore sfugge e ritorna, come la natura, come le onde del mare. Il poeta, segnato nel fisico dal tempo che passa, resta giovane nei ricordi, è un bambino che gioca ancora col mondo, infila ancora il filo “nella cruna del verso”.

Deborah Mega

 

 

sono un bambino

affacciato agli occhi

di un vecchio

per giocare col mondo

 

a gennaio

basta un giorno di sole

e il limone fiorisce

era quel raro profumo di zagare

che volevo regalarti in un verso

 

talvolta nella solitudine

davanti a me

viene a sedere

una donna di sabbia

che le onde del tempo

non hanno sgretolato

 

la pioggia è una bambina

che corre a piedi nudi

cigola la porta del vento

la stanza ha pareti di nuvole

le lancette del pendolo

mi cuciono con ago e cotone

tutto è fermo

una sabbia impalpabile

come il tempo copre ogni cosa

 

ci conoscemmo di sfuggita

nel cortile del ginnasio

t’incontrai che gettonavi

“only you”

mi fermai con te

con “passion flowers”

e “diana”

eri abbronzata

passeggiammo per

corso vittorio con un cono

di cioccolata e nocciola

il frastuono del traffico

aveva un ritmo di cha cha cha

le colombe nel tramonto

erano d’oro

per molti giorni

come un malato

di notte alla finestra

cercai i tuoi occhi

in un cielo blu reale

non t’incontrai

né al jukebox né sulla spiaggia

a luglio la luna

è una lampada immensa

le falene e gli amori

girandovi intorno

si bruciano le ali

 

sei la parola che non riesco

a scrivere

il seme portato dal vento

germogliato dentro di me

le tue radici

prendono linfa nelle mie vene

ti porto con me

 

andrò a samarcanda

a comprare

un tappeto volante

voglio tornare bambino

sdraiato sotto l’azzurro

sentire sulla mia pelle

l’erba crescere come piume

volare sui tetti

ritrovarmi nella sala

di un cinema

accanto alla nonna

guardare sullo schermo

come dentro uno specchio

il ladro di bagdad

 

ci sei

sento la tua musica

i tuoi occhi verdi

mi scrutano dalla superficie

del torrente

basta solo un raggio di sole

e tu mi appari

in forma di verso

 

tutta la notte il ragno

dell’insonnia

a tessere la tela

della tua assenza

 

sei passata

come un giorno di festa

al crepuscolo

è rimasta la tristezza

di un treno che parte

 

non sei vecchio

se riesci ad infilare

il filo

nella cruna del verso

 

Emilio Paolo Taormina, “Il tempo lungo”, Ladolfi Editore, 2024.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Emilio Paolo Taormina è nato a Palermo nel 1938. Sue opere sono state tradotte in albanese, armeno, croato, francese, inglese, portoghese, russo, greco, tedesco, spagnolo, ebraico, polacco. Ha pubblicato molti libri di poesia e sei romanzi, tra cui Archipiélago, ed. Plaza & Janés, con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale. Barcellona 2002, La stanza sul canale, Palermo 2005, Lo sposalizio del tempo, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2011, Le regole della rosa, edizioni del foglio clandestino, Sesto San Giovanni, 2014, La cengia del corvo, edizioni del foglio clandestino, 2016 e con testo a fronte spagnolo di Carlos Vitale, ed. peccata minuta, Barcellona 2016 e con testo a fronte in armeno di Hiacob Symonian, Erevan, 2016, Cronache da una stanza, ed. l’arciere del dissenso, 2017, Palermo, Gelsi neri, ed. la linea dell’equatore, 2018, Parnassius apollo, ed. l’arciere del dissenso, 2018, Il giardino dell’elleboro, ed. la linea dell’equatore di Fabrizio Orlandi, 2019, nel 2020 Il sorriso del tulipano, nel 2021 Ore piccole e nel 2023 Poesie scritte all’aria aperta (tutte e tre con Giuliano Ladolfi). Dopo Il fonografo a colori del 1970 ed. Siculiana, Palermo, ha pubblicato molti quaderni e libri con il logo l’arciere del dissenso e la Forum quinta generazione di Giampaolo Piccari. Da cinquanta anni non partecipa a premi letterari. In prosa ha pubblicato: Elvira des Palmes, Palermo 1991 (ristampa Giuliano Ladolfi, 2022), La pioggia di agosto, Marina di Patti, 1993, Il giusto peso dell’anima, Palermo, 1999, Inchiostro, Sesto San Giovanni. 2011, Passeggiata notturna, ed. l’arciere del dissenso.
emiliopaolo@taormina-bendrien.it

 

 

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Tra ironia e disincanto: “Barracuda”

04 martedì Mar 2025

Posted by maria allo in Note critiche e note di lettura

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Loredana Semantica, Maria Allo

“Barracuda”

di Loredana Semantica

Terra d’ulivi edizioni, 2024

Nota critica di Maria Allo

“Ecco uno spaccato del mondo

 osceno fino al disgusto

 che nessuna poesia sensazionalista

 può oltrepassare in verità

questo il mare di melma

 che ci sommerge

 che ci affonderà.

(Pag.89)

Barracuda, la raccolta poetica di Loredana Semantica, recentemente edita da Terra d’Ulivi e corredata dalle sue illustrazioni, arricchisce l’esperienza di lettura con un mix di emozioni e suggestioni, anche dal punto di vista visivo. Il criterio che investe la produzione “civile” di Barracuda è il grado di autenticità della sua comprensione del reale, basata sull’identificazione della conoscenza poetica con l’esperienza personale nella stessa misura in cui l’autrice se ne distacca e lo distanzia in una dimensione prettamente artistica:” Io non scrivo per rompere il silenzio/ ma per proclamarlo. / Dicono che si scriva/ per non imbracciare un fucile/ e sparare. / Io sparerei a volte/ non a ladri assassini e stupratori/ folli balordi e disonesti/ ma alle persone normali/ tutte prese dalla loro normalità/ di esseri superiori. / Poi contemplandoli da questa rocca/ girerei il fucile/ e mi sparerei in bocca (pag. 40). Il testo, collocato nella terza sezione Un sillabario di passiflore, contiene un’esplicita dichiarazione di poetica, seguita da una riflessione sulla funzione della poesia di illuminare la realtà nella sua interezza, ponendosi come limpida chiarificazione del confuso caos dell’esistenza e delle sue contraddizioni. In Barracuda la fisicità della parola fa spazio al pulsare delle sensazioni, all’evidenza del corpo, ai tratteggi nitidi che incidono sul foglio un cromatismo intenso e diretto: “Essere infido informe infame/ ti osserva l’occhio enorme/che tutto vede” (pag. 80). Di fronte a questa negatività, che presenta molte affinità con la desolata Terra di Eliot, l’autrice si scaglia contro chi predica bene ma agisce male: “… Intanto il potere si arroga ogni diritto/ dilaga e gonfia tronfio il proprio petto/ riempie il portafoglio di sbruffoni” (pag. 37). Con lucidità e disincanto, si fa carico di proteggere un margine di libertà per l’umanità, affermando che “Solo un fiore placa il terrore” (pag.98), e che “Diremo poi all’altare dell’Unicità/ noi almeno abbiamo vissuto/ coi santi dei valori morali/ occidentali o musulmani/ fin dentro la terra/ liberi e umani” (pag. 98). Tuttavia, l’evento salvifico viene solo sfiorato e subito svanisce, rendendo la sconfitta ancora più amara. Così, l’occhio della poeta continua la sua indagine sulla condizione umana con la meticolosità di uno strumento scientifico, consapevole di saper distinguere tra il male subito e quello inflitto dall’uomo. Al contempo, avverte l’urgenza di opporsi a questa realtà, con l’idea implicita di un nuovo impegno intellettuale, finalizzato a creare una cultura in grado di avere un impatto concreto sulla società e di trasformare il mondo: “…c’è bisogno di un pensiero nuovo/ rigenerante universale”(pag.124) o “torniamo indietro/alla radice degli anni scorsi/ alla fonte dell’acqua/ che bagna la terra/ all’essenziale del tempo/ e ne facciamo vangelo/ dei prossimi anni/da vivere stretti alla luce/dei nostri occhi”(pag.125). Questo approccio mira a eliminare l’ingiustizia sociale, come sosteneva Vittorini, non limitandosi a offrire conforto di fronte alle sofferenze, ma cercando di proteggerci da esse, combattendole e sradicandole e a questo controllo vigile sembra richiamare anche la poesia della Semantica. Nelle sei sezioni infatti in cui è articolata Barracuda, l’autrice, per esprimere la sua poesia di impegno civile, affronta diversi temi, con un focus particolare sulla condizione femminile: “La vita sferra i suoi calci/con potenza inaudita travolge/ senza avvertenza l’essere e la grazia/l’archetipo di genere/ la minuzia dell’iperbole “(pag.31) e richiama alla mente le stragi dei bambini e le migrazioni, lasciando intravedere una rappresentazione terribile del mondo contemporaneo, responsabile della perdita della memoria storica e individuale, della capacità critica, dei valori più alti con una riflessione, che è anche un atto d’accusa: “Ci accendiamo per l’inutilità/ e intanto si consuma un olocausto/filtrato tra mezze verità/ consegnato vergognosamente/alla storia” (pag.68). L’autrice, dimostrando una notevole concretezza nell’affrontare la realtà, smaschera anche le illusioni intellettualistiche, che si rivelano essere semplici inganni privi di sostanza. E la poesia non è esente da questa analisi; ha infatti imparato a prendersi gioco di se stessa e della sua arte, in un contesto sociale segnato dalla indifferenza e dalla superficialità: “La vita è una musica/ triste che apre le braccia/ senza volare “(pag.45), o “che volete voi tutti/ siamo inesistenza reciproca/ un sillabario di passiflore” (pag.63). La vita non è un percorso sereno, ma una battaglia che ciascuno affronta quotidianamente, spesso in solitudine. L’autrice sembra indicare che la coerenza con cui si affronta questa sfida è legata alla consapevolezza che se ne ha. Allo stesso modo, il linguaggio prende vita dalla pagina bianca, come se emergesse da un silenzio profondo, attraverso immagini di intensa espressività: “Io so il silenzio fossile dei barracuda/ attestati sui balconi di cartapesta” .In questo scenario, il titolo della raccolta acquista un significato emblematico.

Maria Allo

Da Barracuda (Terra D’Ulivi Edizioni 2024):

Crederò per un attimo

 d’essere qualcosa

 di diverso da un nulla perfetto

 incastonato nello specchio

 tra il nessuno e il niente

 Guarderò l’altro negli occhi

senza un briciolo d’ossequio

 passerà sulla fronte irridente

 l’ombra del riscatto nel canto

 modulato acuto incontenibile

 sazio di vendetta sdegnato

 sdegnoso infastidito acre

 gonfio di rivolta.

(Pag.58)

*

Per i bambini annegati Signore

 per tutti i bambini annegati

 bruciati strappati spezzati

 per tutti i bambini sgozzati

 per tutti tutti i bambini

 coi loro teneri piedi e pancini

 ti prego Signore.

 Per i bambini che muoiono

 Signore

 mentre non sanno di morire

 per tutti i bambini che muoiono

 ti prego Signore

 rimpastali di nuovo dal fango

 riportali integri al mondo

 con occhi nuovi e felici

 di angeli nel paradiso

 angeli siano nel paradiso

 di una storia migliore.

 Pag.77

*

C’è un qualcosa che scorna

 sbattendo sui muri d’amianto

 e nel sorriso insolente di chi

 ha centrato il bersaglio c’è

 la perdita dell’etica trame e tragedia

 il luogo altolocato dei complotti

 e ben prima di adesso

 molto prima di qui

 la perdita del sacro.

 Brandisce le armi una guerra

cola scempio dovunque

 conduce un assalto un affondo

 nell’aria mitraglia

c’è un coltello che taglia

la violenza che grida

un mare per tomba

 una bomba.

 Piangete la domanda ora

 e il messaggio piangete

le madri col velo sulla bocca

nere fosse negli occhi

formate un bavaglio e scalciate  

fiorite di buono

abbiate stelle tra le mani

non più per l’uomo o la donna

lavorate il profondo

salvate la pelle

ai bambini

(pag.78)

LOREDANA SEMANTICA

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Terra matta di Vincenzo Rabito lettura di Antonella Pizzo

12 mercoledì Feb 2025

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, Terra matta, Vincenzo Rabito

Terra matta

Di Vincenzo Rabito, Einaudi, 2007

Incipit di Terra matta

Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata. Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzare più alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare e per darece ammanciare.

L’autore di Terra matta

Così comincia l’autobiografia postuma di Vincenzo Rabito, contadino semianalfabeta, pubblicata nel 2007 da Einaudi. Con questa autobiografia Rabito ha vinto nel 2000 il «Premio Pieve – Banca Toscana», ed è conservata, nella versione integrale, presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Nato a Chiaramonte Gulfi nel 1899 Rabito è stato minatore in Germania, poi è tornato in Sicilia dove si è sposato ed ha allevato tre figli, è morto nel 1981. Era, quindi, un ragazzo del 99, uno di quei desgraziate strappati dalle famiglie, dai campi, dai paesi, e mandati, dopo la disfatta di Caporetto, a combattere la prima guerra mondiale nel Piave, quando il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio….

Il paese di Terra matta

Chiaramonte è un paese in provincia di Ragusa situato a circa 650 metri di altezza, si trova ai piedi di un gruppo di monti, fra i quali l’Arcibessi; è denominata balcone di Sicilia perché da lì si può vedere Gela, l’Etna, la valle dell’Ippari, gli Erei, gli Iblei e nelle giornate chiare anche il mare dell’Africa. Ci sono molti uliveti che danno un olio conosciuto in tutto il mondo. Se vai in piazza un uomo come Vincenzo può essere che ancora lo trovi, sono gli uomini di una volta, quelli dalle scarpe grosse e dal cervello fino, le mani callose, la fronte rigata, il sorriso sempre e la gentilezza sempre, gente saggia, con intelligenza vigorosa, che non ha paura di niente, gente che lavora senza mai stancarsi. Chiuso nella sua stanza dal 1968 al 1975 il nostro ha scritto, utilizzando una vecchia Olivetti, più di mille pagine, senza margine superiore e inferiore e inserendo, come punti di interpunzione, il punto e virgola dopo ogni parola.

Il pubblicato è di circa 400 pagine.  Rabito ha scritto in una lingua sicul-italiana, insomma in una lingua ammiscata fra l’italianu e il sicilianu. In questo diario ci racconta la sua vita rocambolesca, la prima e la seconda guerra mondiale, il fascismo, l’emigrazione e la storia della Sicilia, il brigantaggio, il contrabbando, la fame, la povertà, l’arte di arrangiarsi, le speranze, i sogni, tutte le sue avventure, le sue esperienze, le sue peripezie.

Gli editor di Terra matta dell’Einaudi hanno aggiunto la punteggiatura e diviso il diario in capitoli inserendo ad ogni capitolo un titolo, hanno aggiunto delle note a piè pagina laddove il significato delle parole non era molto chiaro. Rabito non ha inventato una nuova lingua, la lingua che ha usato è quella che parlavano i nostri vecchi, quella che noi siciliani abbiamo sentito parlare ai nostri vecchi quando, seduti davanti alle porte dei vari circoli dei mestieri, raccontavano, in quello che  a loro sembrava italiano, le loro storie, quella lingua che usavano i nostri nonni quando raccontavano la loro guerra ai nostri figli; non è quindi siciliano ma un siciliano italianizzato. L’italianizzazione   del siciliano dei nostri nonni avveniva utilizzando la stessa sintassi della frase in siciliano ma cambiando le “u” in “o” e, dove possibile o dove si pensava occorresse, cambiando le “i” in “e” .

Questo scambio si può notare anche nella scrittura del Rabito, infatti la parola “carusi” (ragazzi) viene tradotta in “caruse”,  “sèntire” in “sèntere”, e nel dubbio si cambiano le “i” in “e” e le “e” in “i” anche alle  parole in italiano vedi “piedi scalzi” in “piede scalze”;  “metà” in  “mità”;  “medico” in  “medeco” , “disonesta” in desonesta, gli esempi potrebbero essere moltissimi e si trovano sparsi in tutto il libro. Riguardo le note dei curatori, Evelina Santangelo e Luca Ricci, pur riconoscendo la validità del loro lavoro nell’inserimento dell’h nel verbo avere, nella scomposizione di alcune parole che il Rabito aveva scritto unite ai fini di una migliore leggibilità del testo  ho riscontrato nelle note a più pagina alcune carenze, ad esempio i curatori traducono bommolillo con boraccia, ma la bummula non è una boraccia ma una piccola giara di creta; il retapunto non è un generico lavoro di cucito ma è il retropunto; “inzamaie” non è “malauguratamente” ma più correttamente  è “non sia mai”. E tutte dicevano “Refrescate le armuzze dello priatorio”  non è “andate ad allietare le animucce del purgatorio” ma, probabilmente dal latino requiescat , è riposino; oppure mi pare che in questo caso possa essere “siano alleviate  le pene delle anime del Purgatorio”  sicuramente non allietate. Senza dubbio queste sono sfumature poco importanti quello che a noi importa, quello che conta è l’opera del Rabito, un’opera forte, che ha una grande potenza narrativa, scrittura genuina, viva, un’opera epica, è il cuntu di un cantastorie.

Il cuntu della sua vita in Terra matta inizia come padre di famiglia ad appena 12 anni, perché la madre aveva sette figli ed era vedova, continua in trincea, in Africa, nel matrimonio con la moglie appartenente ad una famiglia della ricca borghesia che poi ricca non era, c’è la voglia di riscatto dalla sua condizione di povertà e di ignoranza, il desiderio di fare parte di un ceto sociale superiore, («impriaco di nobilità»), colto, raffinato, che assomiglia tanto allo stesso desiderio di Mastro Don Gesualdo  che sposa Bianca Trao, una nobile decaduta e alla fine quel matrimonio si rivelerà un affare sbagliato. Nel caso di Rabito la suocera Anna è senza soldi e gli mangia, per una questione di case, quasi tutto quello che Rabito aveva messo da parte in tanti anni di lavoro. Però l’affare Rabito in un certo senso lo fa perché la moglie anche se gli porta in dote questa suocera terribile gli da tre figli meravigliosi che Rabito fa studiare perché ha capito che il riscatto è, anche e soprattutto, nel sapere, nello studio. Perché lui pensa “ e i miei figli, se vuole il Dio, la vita meschina che offatto io non ci la voglio fare fare” E quando il primogenito si laurea lui si è sentito come se avesse vinto la Sisola.

Dio appare qui forse per la prima volta come un Dio che probabilmente vorrà fare quello che Rabito desidera, nel resto del libro, nelle trincee, sotto i bombardamenti, nella malattie d’Africa, Dio è spesso assente, spesso bestemmiato «ognuno bestimiava al santo protettore del suo paese». «Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, nonave niente darracontare».

Rabito aveva  tanto da raccontare e per nostra fortuna in Terra matta lo ha fatto in modo sublime.
Ma la storia non finisce qui, esce infatti nel 2022, sempre con Einaudi, Il romanzo della vita passata,  un ulteriore inedito ritrovato dal figlio Giovanni. Nel sito Einaudi leggiamo: Se c’è una vicenda editoriale che vale la pena ricordare, è quella di Terra matta. «Il capolavoro che non leggerete», cosí fu definito dalla giuria dell’Archivio di Pieve Santo Stefano: 1027 pagine fitte fitte di una lingua impossibile trasformate miracolosamente in un libro amato da tantissimi lettori, lanciando il cuore oltre l’ostacolo come si può fare soltanto quando si ha la certezza di avere tra le mani qualcosa di unico. Quel che è accaduto dopo ce lo spiega Giovanni Rabito, il figlio di Vincenzo: «Fu solo in seguito al successo di Terra matta che mi ricordai dell’esistenza di un secondo plico di dattiloscritti conservati a casa di mio fratello Turi, a Ragusa. Dopo la morte di mio padre ero stato proprio io a consegnare quel malloppo a mia cognata Lucia per preservarlo dalla distruzione. Temevo che mia madre avesse intenzione di buttarlo via, come fece d’altronde con tutto ciò che c’era nella stanzetta dove mio padre, quasi in segreto, per tredici anni aveva lavorato alla sua storia di scrittore “inafabeto”». Il malloppo sopravvissuto alla catastrofe è «un’Amazzonia espressiva» di liane aggrovigliate, sabbie mobili e piante lussureggianti. Una giungla di quindici quadernoni per un totale di 1486 pagine: il secondo memoriale. Che in questa versione, ridotta e adattata proprio da Giovanni, si apre con la parola «romanzo». Perché Vincenzo Rabito, giunto a questa sua seconda, titanica prova, ormai sapeva bene ciò che stava costruendo.

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L’animale morente di Philip Roth lettura di Antonella Pizzo

15 mercoledì Gen 2025

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, L'animale morente, Philip Roth, The Dying Animal

animale-morente

L’animale morente (The Dying Animal) è un romanzo di Philip Roth, pubblicato nel 2001. Il titolo è tratto da un verso di Yeats: «Consumami il cuore; malato di desiderio | E avvinto a un animale morente | Che non sa cos’è». Il romanzo è ambientato negli anni sessanta, narra della relazione che il sessantaduenne David Kepesh ha avuto con una donna di ventiquattro anni. Terminata la relazione i due  si rincontrano in un capodanno di otto anni più tardi.  

David Kepesh è un professore universitario che tiene per i laureandi un unico corso, un seminario di critica letteraria, che ha chiamato Practical Criticism. Da giovane ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito e durato poco tempo, inoltre ha un figlio che non vede mai. Come critico letterario appare settimanalmente in una trasmissione televisiva, grazie a questa sua attività gode di una certa notorietà nell’ambiente universitario e anche al di fuori di esso. Il suo corso è molto seguito.  David è un uomo che ama la vita e i piaceri del sesso. Sono molte le studentesse che andrebbero volentieri a letto con lui. Di questo ne è consapevole ma la sua posizione accademica gli consente di andare a letto con loro solo alla fine del corso e dopo l’esame finale. Per l’occasione  dà dei festeggiamenti a casa sua dove invita tutti gli studenti che hanno completato il seminario. David non è uno sprovveduto, quella procedura lo tiene lontano dai guai, evita il rischio che possa essere accusato di molestie sessuali nei confronti delle sue studentesse. È un procedura   che gli dà soddisfazione e che svolge sempre nello stesso modo e ogni volta è un successo, ha la garanzia del risultato, alla fine della serata qualcuna delle sue giovani studentesse finisce allegramente nel suo letto.  Lui vive il sesso come piacere e superficialmente, senza  lasciarsi coinvolgere sentimentalmente da questi incontri.  Fino a che non incontra Consuela Castillo, una ragazza cubana di ventiquattro anni. Kepesh ama la vita e la bellezza. Consuela non è come le altre, appartiene a una ricca e nobile famiglia di esiliati cubani, ha nostalgia dell’Avana anche se non ha mai vissuto a Cuba. Ha dei principi un po’ antiquati, vede nel professore la “versione soggiogabile della raffinatezza della sua famiglia”. Consuela ha un corpo statuario, dei seni prorompenti. A tratti li nasconde,  a tratti li mostra sbottonando i tre bottoni della sua camicetta di seta bianca, che indossa sotto una severa giacca blu, simile a quelle che usano le segretarie di uomini importanti. David, così racconta a un interlocutore di cui non sappiamo nulla, ne è soggiogato. Consuela diventa per lui non più un piacere ma un’ossessione, una malattia. Ne è geloso, ha paura di perderla, è malato di desiderio. Consuela non è come le solite studentesse che lui si portava a letto, Consuela lo fa star male, con le altre  non ha mai provato quella smania e quella brama di possesso. Gli incontri sessuali con Consuela sono descritti nei particolari, spesso spregiudicati e inaspettati, come assaggiarne il sangue mestruale. Il romanzo potrebbe sembrare pornografico per certe disgressioni, ma non lo è. David è letteralmente ammaliato dai seni della ragazza, li adora. I seni oltre a essere sessualmente importanti hanno una funzione specifica, la produzione del latte. Il latte è il nutrimento primordiale, è come il sangue, è  vita. Ciò richiama un simbolismo religioso, il Cristo e l’ultima cena, prendete e mangiate questo è il mio corpo. David si nutre del corpo di Consuela, ne beve il suo sangue, adora i suoi seni floridi e turgidi, vuole inglobarla, quasi sostituirsi a lei, prendersi la sua vita, la sua gioventù, la sua bellezza.  È un bisogno primordiale e ancestrale. Il sesso è l’alternativa alla morte?

«Essere casto, vivere senza sesso, be’, come digerirai le sconfitte, i compromessi, le frustrazioni? Guadagnando di più, guadagnando tutti i soldi che puoi? Facendo tutti i figli che puoi? Questo aiuta, ma è niente rispetto all’altra cosa. Perché l’altra cosa si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticartela mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?» 

È David l’animale morente?   È George, l’amico di Kepesh, che in punto di morte utilizza le sue ultime forze vitali per sfiorare il seno della moglie?

È Consuela che si ammalerà e che vorrà essere fotografata i seni prima di essere operata di cancro?  “Le scattai una trentina di fotografie. Lei sceglieva le pose, e voleva tutto. Voleva avere le mani sotto, che li reggevano. Li voleva mentre se li strizzava, li voleva dal lato sinistro, dal lato destro, li voleva fotografati mentre si chinava”.

È Consuela che ha il rimpianto di non aver potuto vedere L’Avana?  

“… e di momento in momento il suo pianto si fa sempre più forte, – credevo che un giorno avrei visto L’Avana.» «La vedrai.» «No. Oh, David, mio  nonno…» «Si, cosa? Coraggio, dimmi, parla.» «Mio nonno sedeva nel soggiorno…» «Avanti.» La tenevo tra le braccia quando cominciò a parlare di se stessa come  non aveva mai fatto prima, come prima non aveva mai avuto motivo di fare, come, forse, lei stessa non aveva mai saputo. «Mentre andava in onda The News Hour, mentre andava in onda The MacNeil-Lehrer News Hour, e… – disse, tra lacrime copiose, – improvvisamente sospirava: “Pobre Mama”. Che era morta all’Avana senza di lui. Perché la loro generazione, quella generazione, non era andata via.

“Pobre Mama”. “Pobre Papa”. Loro erano rimasti indietro. Aveva solo questa  tristezza, questo rimpianto per loro. Un terribile, terribile rimpianto. Ed è quello che ho io. Ma per me stessa. Per la mia vita, Mi tocco, tocco il mio corpo con le mani, e penso, Questo è il mio corpo! Non può andarsene così! Non può essere  vero! Non può capitarmi una cosa simile! Come può andarsene così? Non voglio morire! David, ho paura di morire!»

Siamo tutti animali morenti. 

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“Le viti del pianto” di Lara Pagani

07 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, La poesia prende voce, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Lara Pagani, Maria Allo

ilglomerulodisale 2024
collana La rosa del guardare, diretta da Franca Alaimo
prefazione di Franca Alaimo
con una nota di Daìta Martinez

Nota di lettura: Maria Allo

Lara Pagani, nella sua opera prima, “Le viti del pianto”, per conto della casa editrice “ilglomerulodisale, ci consegna una vita vissuta tutta dal di dentro in una dimensione verticale, perché vibra il sogno di una bellezza che, si affaccia sul deserto, ma con l’alternativa dell’unica scelta consapevole: fra terra e mare è quest’ultimo che corrisponde alla sua vita (“sono l’acqua/ che manca sotto i piedi”). La realtà nella quale lo sguardo dell’autrice si sofferma sui dettagli è densa di circostanze , sfumature, tratti descrittivi che si intrecciano nel tempo, si dimenticano o riaffiorano nella memoria ( “In piazza a Venezia fu l’incubo” p.19, o “Era questione di tempo, di correnti/propizie innamorarmi dall’origine”p.27) per cercare strade da battere esclusivamente entro l’orizzonte del tempo e dello spazio, la sola dimensione che ci appartenga, anche se una frattura insanabile accresce il senso di solitudine dell’io. Così nonostante i tratti descrittivi, qui i particolari diventano emblemi tanto più efficaci quanto più sono realistici, perché, come dice Zanzotto, la poesia ci ridà le emozioni più profonde, che possono nascere in noi. Ma non è sufficiente, il tempo incalza e semina rovine, il passato si dissolve, eppure un incontro, un’emozione vissuta o un pensiero resta solo l’oggetto, che era presente e che, come un amuleto, sembra raccoglierne in sé il segreto: “passi e gli angeli si piegano, girano /le viti del pianto. Dai tuoi dolori /brucia una risata – dal mento d’oro/ spunta al cosmo l’inedito profilo”. Ecco, la poeta non accetta l’idea che della vita vissuta non resti traccia e che il trascorrere del tempo porti con sé emozioni legate a una presenza concreta (“Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure/lascia sui quattro polsi un lungo segno invisibile” p. 37), messa in dubbio dall’azione del tempo:” È stata una catastrofe /per sottrazioni, non ha fatto danni /particolari – soltanto ha annullato/giorno per giorno il dono del tempo”. Le viti del pianto presenta pertanto una costruzione complessa e delicatissima che si fonda sull’analogia, ovvero sull’accostamento alogico di elementi disparati, che si caricano di valore allusivo, così la discesa di Clizia, figura metamorfica, (come è stato giustamente osservato da Franca Alaimo nella prefazione), coincide con la possibilità che i valori umanistici resistano alla deriva della storia e i significati delle cose vengano ricercati con gli strumenti della ragione. Tuttavia Clizia si contrappone anche alla lontananza irraggiungibile, in quanto connotata con i caratteri istintivi della sensualità e della corporeità : “avevo le piume /e un bel paio d’ali: ero diventata/uno splendido piccione”(p.16) o in un tentativo di rintracciare sul filo della memoria un passato perduto, resta dunque, pur sempre uno jato , un duplice senso di rimpianto e di desiderio della poeta : “A lampioni eclissati ti ho sfogliato le palpebre –/l’iride tremula, viola come la notte /quando è impossibile da spegnere”. In questa raccolta percorsa dal dolore dell’assenza quasi urlata nel sussulto di una raffinata postura poetica (dalla postfazione di Daita Martinez), il nucleo ispirativo di Lara Pagani tende a coincidere con l’istante di grazia e la sua capacità di cogliere il dono ereditato da Clizia che in questa raccolta si definisce con rigorosa coerenza.

Maria Allo

da: Le viti del pianto (glomerulodisale 2024)

Canto il tuo corpo acquatico –
i polpastrelli senz’ombra
di grinze, le pinne chiare che sono
la tua chioma. Quando trema
la terraferma è il tuo respiro.

*

Cammino sulla sponda del mio mare
che non è calmo, non è tutto azzurro –
azzurri sono gli occhi disegnati
sul viso, quelle gemme che nascondo
come parole perché fanno male.
Lunghi e ramati i miei capelli, sfoggio
un sorriso capace di confondere
i cercatori di perle più avveduti:
non mi avrete, voi bestie – sono l’acqua
che manca sotto i piedi, sono il fuoco
che arretra al solo pensiero di toccarvi.

*

Dei tuoi dolori non fare parola –
tirare dritto fosse l’ultima prova,
l’ultimo incendio della tua figura:
anche questo sei tu, pianeta rosso
per orbite e per anelli che splendono
al dito, nera cometa e sventura
di tutte le solitudini, tu –
passi e gli angeli si piegano, girano
le viti del pianto. Dai tuoi dolori
brucia una risata – dal mento d’oro
spunta al cosmo l’inedito profilo.

*

Ti si può solo ascoltare, sperare
un giorno di somigliarti. I girasoli
che tanto ami hanno appena messo
la testa fuori dal fango, qualcuno
intanto la china. Tu comprendi tutto:
anche morire è una fatica, dici
mentre sgombri la tavola dai resti
del pranzo che non abbiamo diviso.

*

Alla strada che hai disegnato
di fronte a me come qualcuno
che ti spiega le vele e ti prepara
l’amore di una barca penso adesso
che muori in lunghi momenti bianchi.
Ho avuto la fortuna sul collo, la stella
che non brilla bensì trama sotto il ventre
azzurro delle nuvole logorandomi
in altalena la curva dei fianchi.

*

Ricordo il pulviscolo, la prima bruma
ascendente delle stelle. La tua clavicola
mi parlava incrinata, piuma da mordere.
Come arde la memoria, come trama
la luce. Guarda: sembra ancora viva
la piccola donna amata un secolo fa.

*

Il filo che ci lega non è rosso.
Non stringe, non fa male eppure
lascia sui quattro polsi un lungo segno
invisibile. La scia di una cometa
al confronto mi pare una bugia.

Lara Pagani selfie

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature
straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Le Parole di Fedro, Bottega Portosepolto e Di Sesta e di Settima Grandezza. Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024) è la sua prima raccolta di poesie.

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I giorni di Vetro di Nicoletta Verna lettura di Antonella Pizzo

20 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, SINE LIMINE

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Antonella Pizzo, I GIORNI DI VETRO, Nicoletta Verna

 
 
 
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I GIORNI DI VETRO  di Nicoletta Verna – Einaudi Stile Libero Big
pp. 448
 

Era molto meglio prima, quando io non c’ero e non c’era nessuno dei miei fratelli, né i vivi né i morti. C’era solo mia madre che si rivoltava sul materasso del camerino e urlava: “Ammazzatemi, osta dla Madona” e la Fafina rispondeva: “Sta’ zeta ché chiami il Diavolo”, e andò avanti così per tre giorni e tre notti, finché mia madre lanciò un grido feroce e venne fuori Goffredo, il primo dei miei fratelli morti. Quando gli diedero lo schiaffo per farlo piangere lui non pianse, allora la Fafina scosse la testa e disse: “E’ segno che a Dio Cristo lassù gli bisognavo un angiolino”.
Ne vedeva tanti di bambini nati morti, e quello era uguale a tutti gli altri, anche se era suo nipote.
Mia madre la guardò avvilita. “Perché?” chiese.
“Perché hai mangiato troppo cocomero. Il cocomero fa acqua nello stomaco e il bambino si è annegato, il purino”.

La vicenda si svolge in Romagna durante il ventennio fascista, una Romagna povera e arcaica, dove vige la superstizione e l’ignoranza, dove si va dal Zambuten per curarsi e fare figli usando il sangue del mestruo versato in un pitale d’argento. 

“Dovete aspettare che vi venga il mestruo. Il primo mestruo dopo la bambina morta è quello buono. Dovete stare seduta su un pitale d’argento e raccogliere il sangue, quindi dovete farne bere dieci gocce a vostro marito, diluite nel Sangiovese. Dopo dodici giorni lui deve prendervi, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Poi non dovete guardarvi più. Voi dovete dormire in un letto e lui in un altro. Vi nascerà una figlia che ancora addosso la scarogna, ma camperà.”

Nasce così la figlia che aveva previsto Zambuten che chiameranno Redenda. Redenta rappresenta il ventennio fascista, è nata il 10 giugno del 1924, lo stesso giorno della morte di Matteotti. Nasce a Castrocaro, in Romagna, da una famiglia modesta, il padre è Primo, un uomo mediocre, fa il guardiano e considera la guerra l’unico mezzo per riscattarsi, è una mezza tacca fascista e senza scrupoli. La madre è Adalgisa, vende lupini al mercato ed è una madre che partorisce figli morti. Redenta sopravvive ma, come aveva già avvertito  Zambuten avrà pietà e la scarogna addosso. Redenta si ammala di poliomielite, la malattia le lascia danni permanenti alla gamba, lei la chiama la gamba matta. La babina non parla, sembra ritardata al punto che la chiamano inscimunita,  la purina. La nonna Fafina fa l’infermiera e lavora fuori casa, per guadagnare qualcosa in più accoglie in casa degli orfani per denaro che chiamano i bastardi. Con gli affamati e terribili bastardi Redenta cresce, va d’accordo solo con uno di loro, Bruno.   Fafina lo preferisce agli altri che sono dei selvaggi affamati e quasi lo considera suo figlio. Bruno è un bastardo diverso, è intelligente, si occupa degli altri bastardi, prepara loro da mangiare, li lava. Con Bruno la Redenta comincia a parlare. Redenta vive ai margini, ha uno sguardo laterale, parla con i fratellini morti. Bruno promette di sposarla  ma invece sparisce nel nulla.

I giorni di Vetro del titolo sono i giorni del fascismo, giorni che sembrano non terminare mai, giorni invincibili, imbattibili, ma alla fine finiscono per essere sconfitti dal bene, da chi all’apparenza sembra insignificante, fragile, debole. Sono giorni in cui l’occhio fasullo di Amedeo Neri sostituisce l’occhio vero del bellissimo Amedeo Neri, soprannominato Vetro. Sono i suoi giorni, quelli di un angelo cattivo, un demone, bello, possente, un colosso. Il crudele e sadico gerarca fascista aveva perso il suo occhio in Africa durante una delle sue tante rappresaglie verso la popolazione locale. Il personaggio di Vetro è ispirato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani che durante il fallito attentato del febbraio del 1937 aveva perso un occhio. Graziani era denominato il macellaio di Fezzan, durante il periodo del colonialismo si è reso protagonista delle peggiori atrocità perpetrando stragi di massa contro intere tribù accusate di collaborare con i ribelli, uccisioni di donne, anziani e bambini, ha distrutto interi villaggi, ha confiscato risorse essenziali, come acqua e bestiame, ha fatto uso di armi chimiche. L’occhio di vetro è il vero protagonista del romanzo, è la violenza allo stato puro, quella violenza incapace di verità. Vetro è la rappresentazione del male assoluto, bello all’apparenza ma incapace di vedere e sentite, inerme e senza vita, uno zombie il cui scopo è quello di causare sofferenza e affermare il potere della malvagità. Di quell’occhio lui è quasi orgoglioso, lui è orgoglioso del male che sa fare,  così come lo è della testa della donna africana mummificata. Nel romanzo si alternano due voci narranti femminili le cui storie si intersecano e trovano ragione di essere l’una nell’altra. Le due voci sono quella di Redenta e quella di Iris.

Iris  non vive a Castrocaro ma a Tavolicci, dove storicamente nel luglio 1944, i nazi-fascisti italiani trucidarono 64 persone, fra cui 19 bambini di età inferiore ai 10 anni, donne e anziani. Le vittime vennero arse vive. I capi famiglia dopo essere stati costretti ad assistere al massacro, furono condotti in una località vicina dove furono torturati e poi uccisi.
Le due protagoniste amano lo stesso uomo, Bruno, che diventa l’eroe Diaz, capo di una brigata partigiana capace di azioni esemplari. Nel contempo le due donne, che non si conoscono, sono vittime dello stesso carnefice, il crudele gerarca Vetro. Il nemico principale di Vetro è Diaz. Vetro sposa Redenta e ne fa la sua schiava sessuale. Vetro è un sadico violento che ama sopraffare le donne. Ha ucciso senza pietà, scaraventato bambini vivi nel fuoco, ha portato dall’Africa la testa di una donna mummificata che mette in bella mostra in camera da letto. Redenta subisce ogni violenza, ogni tortura, viene stuprata, viene picchiata e violentata con armi e pugnali, viene ferita e costretta ad assistere ai rapporti sessuali violenti che lui ogni sera ha con le prostitute del locale casino. Redenta subisce e non racconta nulla alla sua famiglia di origine. Per non rimanere incinta di Vetro, sa che se le nascerà una femmina vetro ucciderà la bambina perché vuole un maschio, beve ogni giorno un sorso di acqua con il piombo, non sa che l’ingestione di piombo è causa di grave, spesso fatale, avvelenamento.
La resistenza fa da contraltare alla violenza e ci fa ben sperare che non tutto è perduto, che esistono gli eroi, che hanno paura come tutti, ma la generosità fa superare ogni paura, gli eroi sono le persone comuni che mettono a repentaglio e sacrificano la propria vita per gli altri. Nel ventennio fascista le donne avevano un ruolo di sottomissione e marginale, ma nelle cascine, nei campi, nella Romagna le donne sono quelle che hanno portano avanti le famiglie quando gli uomini erano stati richiamati o costretti a nascondersi, sono gli eroi della storia. Iris e Redenta, ciascuna a modo loro  hanno fatto la resistenza. A volte gli eroi sono le persone meno insospettabili, le babine, le purine, le inscimunite, insospettabili eroi come la Redenta. Il romanzo è riuscito,  aderente alla realtà storica, i personaggi indimenticabili, Redenta in modo particolare, ma anche quello di Vetro il cui nome è presente nel titolo del romanzo.

Antonella Pizzo

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La città e le sue mura incerte di Haruki Murakami lettura di Antonella Pizzo

13 mercoledì Nov 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Antonella Pizzo, Haruki Murakami, La città e le sue mura incerte

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La città e le sue mura incerte – Haruki Murakami – Einaudi – Collana: Supercoralli – Traduzione di Antonietta Pastore

Dalla quarta di copertina: «Diciassette anni lui, sedici lei, il primo amore, il tempo di un’indimenticabile estate. Tra passeggiate lungo il fiume o in riva al mare, speranze sussurrate su una panchina e sogni affidati alle righe di una lettera, lei gli racconta di una città circondata da alte mura: i ponti di pietra, la torre di guardia, un orologio senza lancette, una biblioteca. «La vera me stessa è lì che vive», gli dice la ragazza, e in quel luogo lui sarà il Lettore dei sogni. Poi, all’improvviso, lei scompare. La chiave per ritrovarla è quella città. Ma solo chi lo desidera con tutto il cuore potrà superare le sue mura.»

Il romanzo è diviso in tre parti e settanta sezioni. Le parti si ricongiungono come fiumi che si riversano tutti nel mare. La prima parte riguarda la ragazza e la vita di lui, che sarebbe anche il narratore di cui non conosciamo il nome.   Il suo compito dentro la città è quello di leggere i sogni contenuti nelle uova, due/tre al giorno, per farlo ha dovuto rinunciare alla sua ombra  e farsi ferire gli occhi dal guardiano . Nella seconda parte Il narratore, ormai adulto e che ha abbandonato la città dalle alte mura,  lavora come bibliotecario capo della biblioteca della Città rurale Z. sulle montagne di Tohoku. Lì conosce il bibliotecario capo, Tatsuya Koyasu, incontra anche M.  un misterioso ragazzo di 16 anni, lì si innamora di una donna. Nella terza parte tutto si conclude.

Lui ne ha diciassette  e lei sedici, hanno cominciato a frequentarsi e a scriversi dopo essersi conosciuti perché entrambi avevano partecipato a un concorso letterario. Sono due adolescenti che si innamorano, lui l’accompagna a casa risalendo il fiume. “Sei tu che mi hai fatto scoprire la città. Una sera di quell’estate, risalivamo il corso del fiume pervaso dalla fragranza dell’erba. Ogni tanto superavamo piccole cascate, fermandoci a guardare i pesciolini argentati che vi guizzavano.” Lei ha dei sandali rossi che conserva in una borsa di plastica gialla per non bagnarli, le foglie le si appiccicano alle gambe.

La ragazza gli confida che lei non è reale e che la sua vera essenza vive in una città circondata da alte mura, dove fa la bibliotecaria.  Per entrare in quella città bisogna staccarsi dalla propria ombra. In quella città non esiste il tempo, l’orologio della torre è senza lancette. La città è molto fredda, la gente veste con abiti lisi, molte case sembrano abbandonate da tempo,  come una città morta abitata da morti, con un guardiano alla porta, delle mura che non si possono scalfire, ma mutano, in giro transitano degli unicorni. L’unicorno nella cultura giapponese punisce i malvagi con il suo unico corno, protegge i giusti e assicura loro la buona sorte. Solo gli unicorni possono entrare  e uscire dalla città, una città in cui gli abitanti tentano di conservare i sogni di chi lì ha abitato, in un tempo nel quale, forse, la gente era viva e sognava. I sogni sono racchiusi nelle uova, la ragazza bibliotecaria li consegna al lettore  che sembra avere il compito di schiuderli, di  liberarli. In quale dimensione ci troviamo? Luogo di vita o di morte? Ci sono salici e glicini. C’è molto freddo, non ci sono le ombre, sono state strappate via, non esiste il tempo. Sembra  un mondo di morte. Il calore è vita. La ragazza conforta e sostiene il lettore preparandogli ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, una tisana calda con delle erbe speciali. La ragazza, che prima indossava dei sandali rossi, ora veste abiti cupi e grigi, incolori.

Nella seconda parte il narratore ormai adulto e che ha lavorato per anni nel mondo dell’editoria,  cerca e trova un impego nella vecchia biblioteca di un paese sperduto che si chiama Z.  Nella prima biblioteca si leggevano i sogni, in questa invece si leggono libri. Anche in questo paese c’è molto freddo, il ghiaccio ricopre le strade e ogni angolo della città. Qui il narratore incontra un personaggio, estremamente caratteristico e quasi tenero per il suo vissuto doloroso e per la sua sensibilità, il signor Tatsuya Koyasu. È il vecchio bibliotecario andato in pensione,  è un uomo anziano molto particolare,  indossa una gonna scozzese, una sciarpa scozzese, una calzamaglia nera, scarpe di tennis bianche e un basco azzurro. Gli incontri fra i due avvengono in una piccola stanza quadrata, con l’unica stufa a legna presente nel palazzo dove ha sede la biblioteca. La stanza viene riscaldata da questa stufa che viene accesa prima di ogni incontro dal signor Koyasu, il quale, come la bibliotecaria della città dalle alte mura,  gli prepara una bevanda calda, per la precisione un the servito usando delle raffinate porcellane. In questa città il narratore incontra anche un ragazzo che ha la particolarità di saper leggere una enorme quantità di libri e che indossa una felpa con la stampa del Yellow submarine dei Beatles. Quest’ultimo a un certo punto della storia scompare senza lasciare traccia, così come svanisce il signor Koyasu.  

I colori presenti nel romanzo sono il rosso dei sandali della ragazza, il giallo della sua borsa, il giallo del sottomarino del ragazzo, l’azzurro blu del basco, la gonna e la sciarpa scozzese, il glicine, il verde dei salici. Il giallo e il rosso sono colori caldi come il sole, simboleggiano la vita, il glicine nella cultura giapponese simboleggia l’amicizia, l’amore eterno e la longevità, Il Salice simboleggia la grazia e la resistenza. Tutto sembra essere utile per contrastare il freddo e la morte, i colori, il supporto e l’affetto dimostrato nella preparazione delle calde bevande, il conforto e l’importanza della lettura, della storia, del passato, delle testimonianze. Grande importanza hanno Il lettore dei sogni, le biblioteche, i vari bibliotecari, il ragazzo che legge interrottamente.  Leggere il proprio essere, leggere per capire, analizzare il profondo, leggere ciò che è stato scritto o sognato, che forse è irreale o può anche essere vero e reale, nulla deve andare perduto o essere dimenticato.  Attraversare il fiume della vita in un flusso che porta alla fine dell’esistenza, fra realtà e irrealtà, fra sogno e fantasia, fra viventi e fantasmi. Nella città dalle alte mura torna la primavera, il ragazzo Yellow submarine  diviene ciò che vuole essere “Il vero lettore dei sogni”, il narratore incoraggiato dal ragazzo fa il salto e si lancia nel vuoto con fiducia, piomba nel buio, lui che è ombra si ricongiunge al suo corpo.  Qual è la realtà? è quella che stiamo vivendo o stiamo vivendo nei sogni di un altro, stiamo uscendo da un uovo che si sta schiudendo grazie a un lettore a cui la visione della nostra vita gli sta causando un forte dolore agli occhi? La nostra vita vera è dentro o fuori la città, dentro o fuori l’uovo? Il percorso della nostra vita è già scritto o può mutare? Possiamo scegliere di lasciare la nostra ombra o riprendercela? Seguire ciò che crediamo sia vero amore o abbandonare la strada e saltare aldilà del muro.  Risalire il fiume e andare contro corrente come i salmoni? Lasciarci trasportare dalle acque senza sapere la nostra destinazione finale, oppure aiutarci con la mappa della città a forma di rene che ha disegnato il ragazzo? Il rene che nella medicina cinese è l’organo dell’ energia ancestrale, che permette la vita dell’organismo, che è simbolo della potenza procreatrice e della capacità di resistenza dell’organismo. Quella città che sembra città di morte ma che invece è il luogo dove i sogni vengono liberati, dove gli uomini si fortificano, dove mutano e si muovono.  

Le ultime sezioni della terza parte si chiudono con il buio. In questo romanzo niente è stato scritto per caso, ogni parola, ogni simbolo, ogni vicenda, fanno parte di un enorme puzzle che il lettore deve ricostruire per avere una visione chiara dell’insieme. Che io però, mio malgrado, credo di non avere. Anche se penso che a volte la verità sia più semplice di quella che crediamo. Probabile che il protagonista/narratore sia arrivato alla fine della sua vita, che ci abbia semplicemente raccontato il suo percorso, il suo amore adolescenziale, il suo lavoro, l’amore per una donna più matura, il calore dell’amicizia,  la sua passione per la lettura, per la natura, il suo amore per la vita, la sua morte.

Dove sta la verità? resta un mistero, i confini fra il reale e il sogno sono incerti come le mura di quella città, incerti fra il vero e mera rappresentazione del vero. Murakami però è così abile nella costruzione dei personaggi e di quel mondo irreale che mi sembra di conoscere da sempre il signor Koyasu, come fosse realmente esistito, al punto che provo per lui ammirazione e dispiacere per ciò che ha vissuto e per il fatto che si sia dissolto nel nulla diventando evanescente, dispiacere per il fatto che sia svanito in un luogo dove non ha trovato quello che si aspettava, il ricongiungersi con i suoi cari. Penso a lui come fosse un amico scomparso. Murakami ci conduce in un mondo irreale ma dalle sembianze reali, dove tutto si muove e si spostano i confini, dove il tempo scorre lasciando dietro di se i rimpianti e le domande senza risposta ma l’orologio non ha le lancette, come accade viaggiando nello spazio alla velocità della luce, sulla terra il tempo scorre ma nella navicella si è fermato e può anche accadere di essere arrivati ancora prima di partire.

Dove si trova la verità? A questa domanda risponde l’autore nella postfazione del suo romanzo:

“In ultima analisi, la verità non si trova in un’immobilità fissata una volta per tutte, ma nel movimento costante – cioè nelle fasi di spostamento. Non consiste forse in questo il mistero della narrazione? Io ne sono convinto.”

Antonella Pizzo

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Canto della pianura di Kent Haruf lettura di Antonella Pizzo

30 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura

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Antonella Pizzo, kENT HARUF

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Canto della Pianura di Kent Haruf edizioni NNE

“A Holt c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno. Quando il sole ebbe raggiunto la sommità del mulino a vento, l’uomo rimase a guardare la luce che si faceva sempre più rossa sulle alette di acciaio e sulla coda, alte sulla piattaforma in legno.”

Siamo a Holt, un paese immaginario collocato dall’autore in Colorado, assomiglia forse al piccolo villaggio agricolo  dove Haruf ha trascorso la sua infanzia, un paese dalla natura selvaggia e caratterizzato dagli spazi aperti delle grandi pianure. Siamo immersi nel silenzio e nella luce, un raggio di sole colpisce il mulino a vento, a volte soffia il vento, i campi sono dorati, le estati calde e gli inverni gelidi, allora il vento solleva i fiocchi di neve.

“Fuori, il vento era aumentato rispetto al pomeriggio. Lo sentivano ululare attorno alla casa, gemere e rumoreggiare fra gli alberi spogli. La neve farinosa, sollevata dal vento, passava davanti alle finestre e sfrecciava in raffiche improvvise attraverso il cortile gelato, alla luce di un fanale appeso a un palo del telefono sul retro. Candidi, vorticosi mulinelli nella luce azzurrina.”

Notevoli sono i contrasti fra movimento e stasi, il vento che solleva la neve, il raggio di sole che nel silenzio del mattino  colpisce le pale e Tom Guthrie, il padre di due ragazzini che non stanno mai fermi anche se in quel momento dormono ancora, sta alla finestra immobile a osservare il paesaggio che muta. Come in un film, lo spettatore osserva lo svolgimento dell’azione nello schermo, ma presto lo spettatore diventerà protagonista e farà la sua parte.
Assomiglia a un villaggio western dove ancora vivono i pionieri, gli abitanti sono pochi e si conoscono tutti, tutti sanno tutto di tutti. I contadini vivono nelle loro fattorie, coltivano i campi, riempiono i granai, accudiscono il bestiame. La strada principale è la Main Street, la città più vicina è Denver, ma lì la vita è diversa, è più dispersiva. A Holt c’è un giornale, un caffè, un fast food. C’è l’essenziale, una cittadina che basta a sé stessa. In questo spazio, in un tempo di mezzo, né troppo moderno né troppo antico si muovono i personaggi. Non c’è una precisa trama ma sembra uno spaccato di vita che inizia in un tempo e in uno spazio e a un certo punto finisce, come la vita, le vite di tutti, che non hanno una trama logica, ma un inizio e una fine, a volte insulsa, inaspettata, poco soddisfacente, a volte ha un senso compiuto, si vive sperando di trovarlo, come dice il Vasco nazionale: “Voglio trovare un senso a questa vita…Senti che bel vento, Non basta mai il tempo.”

Tom Guthrie è un professore che insegna Storia Americana, boccia uno studente che è un ignorante senza voglia di studiare. Capita nella vita di un professore, capita anche che la famiglia dello studente e lo studente stesso promettano di vendicarsi. Il professore ha due figli di nove e dieci anni, Ike e Bobby, cresciuti anzitempo, la madre soffre di depressione e va a vivere in città dalla sorella. I due bambini prima di andare a scuola prendono la bicicletta e si occupano della consegna dei giornali che arrivano ogni giorno con il treno. Una collega del professore è la buona Maggie Jones, che aiuta una studentessa sedicenne, Victoria Roubideaux, rimasta incinta di Dwayne, un quasi balordo, e cacciata di casa dalla madre. Maggie Jones prima la ospita a casa sua ma il vecchio padre non accetta la sua presenza e Maggie convince a ospitarla nella loro fattoria i due anziani fratelli McPheron, Raymond e Harold, scapoli che vivono soli, da quando la loro madre, molti anni prima, è morta. Si occupano di giovenche, di cavalli, campi di mais, di cereali. Nel romanzo sembra tutto semplice, la struttura semplice, i fatti chiari, i sentimenti ben controllati, gli ignoranti sono ignoranti che non nascondono la loro ignoranza, i cattivi non sono tanto cattivi ma sono solo ignoranti, non sono stati educati, non hanno senso civico, sono come i banditi del far west, stupidi e prepotenti, si riconoscono facilmente e quindi si riesce a tenerli a bada. Poi ci sono i buoni, e sono la maggioranza, e ciò è consolante. Sono buoni i due fratellini Ike e Bobby e i due fratelli anziani Raymond e Harold. Rappresentano il futuro e il passato. Entrambe le coppie di fratelli sentono la mancanza della madre ma riescono a vivere la loro vita anche senza. Entrambe, nonostante l’apparente fragilità, derivata dal loro essere troppo giovani o dal loro essere troppo anziani, hanno coraggio. I fratelli anziani hanno coraggio nell’accogliere in casa, con generosità, una studentessa sedicenne incinta, della quale non conoscono i comportamenti avendo vissuto sempre da soli e in mezzo al disordine, sapendo solo che la ragazza è gravida come lo sono le loro giumente. Hanno coraggio quando fanno partorire la giovenca e quando infilano le braccia dentro l’utero delle giovenche per vedere se sono state fecondate. I fratelli più giovani hanno coraggio nel far visita e compagnia a una vecchia signora abbandonata da tutti alla quale consegnano il giornale, che un mattino trovano morta nel suo appartamento, in solitudine completa. Hanno coraggio quando assistono all’autopsia del loro cavallo morto che viene squartato, le budella rinfilate dentro e poi ricucito con lo spago. Le descrizioni sono crude e il linguaggio essenziale, la natura è quella e non occorre edulcorala, bisogna accettare che ci sono le nascite e che ci sono le morti, c’è chi copula e chi rimane incinta, è il ciclo della natura, le stagioni che si susseguono, si è giovani come i due fratelli Guthrie e poi si diventa vecchi come i fratelli McPheron, si muore come la vecchia signora e si nasce come la figlia di Victoria.
In questo romanzo ci leggo la speranza, la bontà e la generosità, il trovarsi tutti insieme attorno a un tavolo a condividere esistenze, ad amarsi. Nel contrasto fra il movimento e la stasi, osservo il vento, lo spirito che soffia in tutte le stagioni, che fa muovere gli animi e fa nascere la speranza nel futuro. Leggere questo libro mi ha fatto star bene e per questo motivo lo consiglio, nonostante le descrizioni siano a volte crude e tragiche, c’è sotteso un insegnamento, mai avere paura dei banditi che entrano in città a fare razzie, meglio isolarli e fare famiglia, fare comunità aiutandosi l’uno con l’altro, come accadde nella casa dei  fratelli McPheron “quella sera di fine maggio, diciassette miglia a sud di Holt.”

Antonella Pizzo

dal sito della casa editrice NNE

Kent Haruf

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i suoi libri ambientati nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, bestseller uscito postumo nel 2017.

Sinossi

Con Canto della pianura si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un’insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all’allevamento di mucche e giumente. Come in Benedizione, le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d’amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

Questo libro è per chi ama spostarsi solo con il pensiero, meglio se in poltrona e sotto una coperta a scacchi rossi e blu, per chi riesce a sentirsi a casa anche solo con una finestra aperta sul cielo, per chi cerca su google maps i luoghi dei libri, meglio se immaginari, e per chi ha deciso di affidarsi al tempo, nella convinzione che lo spazio possa sempre tradirlo.

Vite insignificanti ma indispensabili, per la più semplice delle ragioni: per la voce stupenda, quieta e luminosa, con cui Haruf ci racconta della sua Holt, di questa piccola città dove ci sembra di vivere da sempre e che mai vorremmo lasciare.” TOMMASO PINCIO

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun lettura di Antonella Pizzo

23 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

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Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun (Autore) Egi Volterrani (Traduttore) La nave di Teseo, 2022

Un essere umano può dirsi felicemente realizzato quando ha risolto le proprie conflittualità, riconoscendo sé stesso, le proprie fragilità, i propri difetti, i punti deboli, le carenze affettive, i traumi subiti, le proprie mancanze o anche i talenti, le prorie caratteristiche peculiari, la faccia, il naso, il suo corpo disarmonico o armonioso e bello che sia, sano o malato. Quando ha iniziato ad amarsi e accettarsi, così come è. Quando ha smesso di essere come gli altri vogliono che sia, è diventato autentico, non nascondendo le proprie passioni e le proprie aspirazioni, piuttosto coltivandole, affinché i talenti diano dei frutti, non in termini di successo sociale ma di soddisfazione personale. Per essere vero, ascoltando la coscienza, praticando il bene, per essere manifestazione autentica del proprio essere.
Se donna, se uomo, se etero, omo, se bisex, se fluid o queer, che viva e si rapporti con gli altri in armonia con la propria essenza, autentica essenza ed esistenza, senza finzioni. Diversamente lo squilibrio e la dissonanza saranno strada che condurrà all’infelicità, sarà stridio di unghie che grattano sulla lavagna. Occorre vivere nella verità e senza nascondimenti, vivere in armonia con il prossimo e con sé stessi.
Accade, a volte, che circostanze particolari, costrizioni esterne provenienti dal potere o dalla famiglia, portino a reprimere la propria natura senza possibilità di ribellarsi. Ciò sarà causa di dolore ed estrema sofferenza.
Si può essere creatura all’apparenza forte e ben solida ma poi sgretolarsi come creatura effimera, una scultura di sabbia in balia dei venti delle circostanze. È questo il caso di Ahmed, la protagonista del romanzo Creatura di sabbia scritto da Tahar Ben Jelloun e pubblicato per la prima volta nel 1985. Il romanzo è ambientato in un Marocco del secolo scorso. Le atmosfere, gli usi, i costumi, sono nettamente marocchini e non poteva essere altrimenti. La vicenda si svolge fra fiaba e realtà.
Hadj Ahmed avrebbe voluto un maschio al quale lasciare la propria eredità. La moglie era incinta, era stata prolifica partorendogli già sette figlie femmine ma nessun figlio maschio, così l’uomo decise che da quell’ottavo parto, se fosse nata una femmina come le altre, per lui sarebbe stato come se fosse nato un maschio. E così malauguratamente accadde, nacque una femmina. La bambina viene dichiarata maschio. Per continuare l’inganno le viene fintamente tagliato il prepuzio e imposto il nome di Mohamed Ahmed. La bambina viene educata come un bambino, le viene inculcata la mentalità maschile, le si impone di pensare, di vestirsi, di parlare come un uomo, di considerare le donne degli esseri inferiori, prive di ogni diritto e sottomesse all’uomo, in quanto l’uomo è per natura superiore. Segue alla lettera le imposizioni del padre arrivando a fasciarsi il seno e si convince che davvero lei è un uomo nato per errore in un corpo di donna.
Mohamed Ahmed trova sollievo dal dolore dell’esistenza prevaricando il prossimo, approfittando della sua posizione sociale per commettere quanti più abusi possibili. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è una illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa.” Si macchia così delle peggiori colpe, diventa cattivo e crudele, quasi perfido. Si sposa con una cugina, che malata muore subito dopo il matrimonio. Dopo la morte della moglie e del padre, venendo meno l’autore della sua forzata trasformazione in ciò che non era. “Quello che adesso rimpiango davvero è di non aver svelato prima la mia identità e infranto gli specchi che mi tenevano lontana dalla vita. “
Mohamed Ahmed entra in crisi e inizia a pentirsi, interrogandosi e soffrendo per la sua condizione, si smarrisce nel deserto non riconoscendosi più, né in un uomo e neppure in una donna.
“E’ tempo, per me, di sapere chi sono. Lo so, ho un corpo di donna/ ho un comportamento da uomo, o più precisamente, mi è stato insegnato a comportarmi come un essere naturalmente superiore alla donna. Tutto me lo permetteva: la religione, il testo coranico, la società, la tradizione, la famiglia, il paese … e io stesso …”
Nella migliore tradizione orale nel secondo capitolo la storia di Ahmed viene raccontata da un cantastorie che si aggira per le piazze del Marocco leggendo le pagine del suo diario. Fa parlare il protagonista stesso e nel contempo racconta la sua storia, finché il cantastorie muore con il diario stretto nel petto senza aver rivelato agli uditori la fine. Il romanzo diventa corale e ogni persona che ascoltava il cantastorie racconterà la morte della protagonista avvenuta con diverse modalità. Una donna di nome Fatouma, sembra essere Ahmed stessa che ha attraversato il deserto, superato le dune, fino ad arrivare all’oasi rigogliosa del suo essere autentico.

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