Poesia sabbatica: “14”

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14

 

oggi, angelo mio,
ho in bocca tempeste
fulmine e furia
che strappa i tetti alle case,
l’alzo di una marea
che ingoia sabbia alle rive,

oggi, angelo mio,
ho in mano lo specchio
e tu sei la strega e sei l’orco
la notte lunga e assassina
l’aguzza lametta
che seziona il mio petto

oggi, angelo mio,
per quanto t’amo, ti odio,
e ti odio e so che t’amo,
e dentro è tutto un cielo
di nubi scure e di squarci,

a un tratto il temporale
e dai miei occhi la pioggia.

Francesco Palmieri

(dalla plaquette inedita  “I giorni dell’abbandono” )

Venerdì dispari

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Da piccolo avevo un angelo accanto
di un colore celeste pallido
freddo nel giudicarmi
quasi severo e molto paterno
parlavo con lui e scrivevo di lui
devo ammettere che mi aiutava a vivere.

E anche nel gioco come un fratello maggiore
mi faceva fare gol e sognare
e quando nel letto mi giravo e rigiravo
edificando storie di ragazze irraggiungibili
a volte mi concedeva di toccarne una con un dito
di assaporarla nella sua magra tenerezza
un’infanzia e adolescenza serrata tra due ali.

Devo ammettere che con lui ho imparato
a parlare non solo con gli altri ma anche con me
e sempre un po’ infastidito e restio
spesso svogliato e taciturno ho vinto
perfino qualche partita senza che lui mi aiutasse
ingannandolo e lasciandolo ad aspettare
ad un incrocio nel traffico.

Quando l’ho perso di vista ho pianto
e ho immaginato le sue lacrime salate
la rabbia e la delusione della sua solitudine.

Quando è scomparso nel secondo cielo
per andare a riferire della sua perdita
ho chiuso il libro per non sapere più
nemmeno leggervi un finale adeguato.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 55: Antonia Pozzi, Jan Mankes, Charles Warren Eaton

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Jan Mankes

Tramonto

Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascano le primule –
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i colori del cielo –
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.

Antonia Pozzi

Charles Warren Eaton

Poesia “Tramonto” di Antonia Pozzi, 1933, dalla raccolta “Parole” Mondadori, 1939

Opere:

Jan Mankes, “Filare di alberi”, 1915

Charles Warren Eaton “Chiaro di luna sul canale di Bruges”, 1910

Tre poesie visive di Gabriele Micozzi

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Sono al confine tra le arti le tre poesie visive inedite di Gabriele Micozzi, raccolte sotto il titolo Domenica, fortuna, coda: Calciologia, Grattaevincilogia, Autologia.

“In ciascuna il testo riempie la sagoma dell’oggetto di cui parla: un pallone, un gratta e vinci, un’automobile. La forma diventa così la gabbia del contenuto. Sono tre manifesti contro tre consolazioni italiane: la domenica al posto della vita, la fortuna venduta dallo Stato, la libertà ferma in tangenziale. In un angolo, ogni tavola ha una piccola scena parlata che ne è il contrappunto. Nella prima, al bar dello sport, il lunedì si discute ancora se fosse rigore, mentre la fabbrica ha chiuso.”

Nota biografica

Gabriele Micozzi (Macerata, 1968) è poeta, narratore e saggista. Vive tra Milano, Roma e le Marche. I suoi testi sono usciti in quindici paesi, su riviste come Bellevue Literary Review, Asymptote, Strange Horizons, American Poetry Journal, Cha: An Asian Literary Journal, Kitaab, 34thParallel e Poetry Lab Shanghai, oltre a ballast, che gli ha dedicato un intero numero. È stato candidato al Pushcart Prize 2026 e finalista al Bath Flash Fiction Award 2026. Ha pubblicato EroSferica (TransEuropa), Peccati, Perversioni e Preghiere (AttraVerso), Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) e La Legge del Sì (FrancoAngeli). È docente alla LUISS Business School e all’Università Politecnica delle Marche.

Gian Piero Stefanoni, “La città che sale/connubi”, Giuliano Ladolfi Editore, 2026.

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Francis Jammes e l’albero

secondo connubio

«questo nido sulla vostra fronte»

Quello che ho detto ho detto, eppure nel momento della deposizione, laddove il movimento di gravitazione è segnato per sempre in quelle carni, in quel sangue, chi è davvero per noi quell’uomo nel cui sudario è tutta la risposta ad una contrastata e disordinata oscurità d’amore? Sciolti i lacci, strappati i chiodi chi ha volto nell’abbandono tra quelle donne, tra quelle mani nel riflesso di uno sguardo
cui va ad affidarsi?
In realtà, forse, solo la madre sembra saperlo davvero (in una raffigurazione che ha per me la sua immagine nell’affresco della cappella di Santa Giuliana Falconieri in Via dei quattro venti a Roma, nel quartiere dove abito).
Nell’umiltà di quella forza in cui il mondo continua a reggersi prima della domenica, prima di tutte le albe e le domeniche delle nostre resurrezioni, è la coscienza di un carico portato non nell’immagine di un credo nel recinto delle proprie attese ma raccolto nello spazio di una incarnazione nel compimento definitivo della sua Parola.
Di una salvezza al cui illimite, nella rivelazione nella sua notte di tutte le notti, Maria non si è esclusa, fedele a una verità non mitigata nella sua intrusione al suo esser creatura, e al suo esserlo donna.
Di un saperci (oltre la ragione direbbe Padre Turoldo) che ha come da profezia la sua entrata in Gerusalemme al passo paziente del somaro, nel peso di un Cristo che ha nella misura del trasporto il richiamo dell’altro.
Nella docile determinazione di questo passo, entro questo passo vogliamo apprenderci, feriti, gonfi, stanchi, perché ecco è nell’altro che sempre si torna, laddove la vita ci chiama a vivere oltre la figura che abbiamo di lei.
Un passo congiungendo i nostri piccoli piedi come queste creature; laceri come detto ma possibili nel riflesso di altre piaghe, di un’Altra piaga nell’immagine della via maestra, a proposito di mansuetudine, a noi consegnata da uno dei tanti piccoli uomini sul cui pensiero la poesia ha provato a incamminarsi in relazione alla Croce.
Parliamo di Francis Jammes, il solitario, il contraddittorio ma magnificamente nudo servitore dei Pirenei, il cui Le Crucifix du Poète può esserci utile nel breviario di confidenza che insieme stiamo provando a scrivere.
E c’è subito, a proposito di Maria, un lapsus nella lettura di queste pagine che può aiutarci. Ossia, in luogo di: «è venuto, ma è inchiodato alla croce», è venuto, mi ha inchiodato alla croce.
Perché questo è accaduto alla Vergine, è venuto il Figlio e l’ha inchiodata alla Croce in quel cammino in cui in realtà nella custodia il divin grembo è sempre stato davanti all’evento. In tal senso quando lo stesso Jammes si arresta nel riflesso della Croce nuda che attende Cristo dal pretorio appare chiaro nel segno la direzione di un compimento che solo nella sequela, silenziosa, assertiva nel totale abbandono del suo senso non indagante, è possibile compiere.
Arrivare a precederLo, a precederci, reciprocamente in medesima adozione («Ecco, è dietro il nostro muro», Ct 2,9), l’insegnamento, non più trascinati come Simone di Cirene ma trascinanti inchiodati ma fedeli a ciò che il giorno chiama ad essere, la realtà aperta, libera dai meccanismi di irrigidimento di un moderno che ha nel controllo
dell’abitudine l’irretimento del presente, e quindi della persona come ebbe a ricordare Péguy. Così nella lettura delle nostre storie, della Storia alla luce della fede, essere prima è essere davvero nella possibilità di scoprirci all’interno di una passione (di una pietà) figlia di una medesima adozione e di un medesimo riscatto innalzato, che ci innalza, agli occhi di noi stessi. Questo è l’albero piantato nel nostro cuore, cui nella separazione non la durezza ma la tenerezza della Parola allora appare più facilmente spiegabile («ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli
più piccoli lo avete fatto a me», Mt 25,40).
Questo è il legno divino ed umano di una eternità reclamante nei suoi pellegrini, nei suoi indovini, «parsimoniosamente commisurato alla taglia dell’uomo», di ogni uomo ma di cui Jammes (siamo nel 1934, ricordiamolo) ne va a segnalare proprio dell’uomo l’abuso, non più utilizzabile per quanto a lui necessario: «il letto, la ruota, del carro, la
mola, il torchio, la madia, la tavola».
Senza foglie, fiori e frutti, obliata «la voce degli uccelli» di cui proteggeva i nidi. Non scossa dal vento facente cantare le aste del suo ventaglio.
A dire questo l’unità di un cammino, del Cammino nell’arco di iscrizione di un Tempo sacro del quotidiano, scandito dai lavori dei campi, dall’avvicendarsi delle stagioni, dal ciclo di morte e nascita proprio della semina e della raccolta (ben sottolineato come anche nelle citazioni qui riportate da Matteo Veronesi nell’edizione italiana del 2012 per Medusa), della Chiesa, nella sua definizione di Corpo mistico, che è quanto più andiamo a dimenticare forse non avendolo mai davvero compreso.
Corpo nel cui albero, nella giusta sottolineatura tornando a questo, Jammes nel mistico commentario alla Croce non nel motivo teologico ma nella lode iscrive e approssima la sua poesia, in un movimento che ha nell’assommato patire vegetale del regno, di tutti gli alberi della Scrittura la sua purificazione, gli organi tutti di Cristo contemplati, toccati, compianti nel suo ricominciamento.
Nel suo invito allora a risalirvi e a discendere nella carne di occhi, orecchie, odori nella traccia e nell’assorbimento di strazi e miserie umane, di tradimenti e oltraggi di falsari
dell’anima nell’umiliazione degli innocenti, è allora la rimessa evocazione di un versificare che ha lì in quell’essere dell’uomo ora il colpitore ora il battuto la misura di
un’umana condizione che non sa più corrispondere. Ma che però può non cessare di apprendere, dalle corsie, dagli uffici, nella sostanza di una salvezza che ha ovunque nell’altro la propria liberazione. Chi ha dato allora e dà intralcio a quelle spalle che sorreggono il mondo nelle sue impalcature?
Chi le sostiene piuttosto, ancora, e le reclama nei portatori di peso, dal Golgota aperta la via? Non è infatti questa poesia l’astratto laudario di una realtà compiuta ma nelle domande il canto preciso di una ferita, di una bellezza dimenticata nella sua realtà più intima, di dita, mani che hanno separato la luce dalle tenebre, plasmato quell’uomo e quella donna cui poi con Maria e Giuseppe hanno avuto modo di partecipare.
E ora spezzate, a dirla proprio con Maria, nel labirinto di un pensiero che ha i suoi effetti nelle piaghe di ultimi cui non ci riconosciamo, e non riconosciamo, torvi sovente
alla verità di Cristo nella sua incarnazione.
«Ti accetto Cristo, non ti accetto Dio», ancora il timore, lo scandalo nelle nostre relazioni, nella nostra poesia. Più che reclamare il corpo allora con Giuseppe d’Arimatea, e di piangerlo ed ungerlo con le pie donne, con la Madre e Giovanni, o di lavarcene con Pilato le mani, forse di quelle ginocchia, di quei piedi, di quel costato dovremmo ripercorrerne l’infanzia, quell’infanzia, (la nostra stessa infanzia) nel movimento inverso al mondo e ad ognuno di noi ridonata. Inizi di una relazione, e di un incontro con una creazione che ci coinvolge, nello stupore e nell’abisso dei suoi contrasti anche, delle sue morti, nella cui estremità è la comprensione in noi della parte, non del possesso, nell’immenso sudario che reclamandolo geme l’uomo nella grazia già data e dove la prova non è il buio ma il sì nella densità di figli toccati e accesi, e ricontrattati secondo un termine così caro a un’economia del bisogno che ha nel profitto sull’uomo le sue esclusioni («Nella grande arena deserta / muggiva la testa bovina appena tagliata / ed erano duro cristallo definitivo / le forme che cercavano l’anello della serpe» ebbe a scrivere qualche anno prima Lorca in Poeta a New York).
Il varco nel vociare confuso di tanti binari e strade risalite e scambiate è nel volto di Dio che si apre dal costato, ci ricorda non voltandosi l’uomo di Tournay.
E noi con lui, nel «calice degli spiriti inquieti», perché farlo nell’incalzare della luce significherebbe negarla, e al contrario in quel varco addentrarsi reciprocamente in se stessi, nel ritrovamento o nello smarrimento, nell’accoglienza o nel rigetto del nome nell’uomo rivelato e sposato dal Cristo lungo il bordo di una vita che ha conosciuto il suo vuoto nelle tante figure incontrate e sollevate con lui poi in ogni dove «fino ai confini della terra».
Dalla pietà deposta allora la pietà raccolta, anche noi come Jammes nella constatazione sì del bando del sacro, di una disgiunzione se possibile ancora più violenta da un Dio abbandonato ed assente in una dispersione di fatica e di morte cui non abbiamo lasciato prendere parte alcuna ma anche nella consapevolezza di un tempo in realtà ancora nella sacramentale presenza dell’ eternità di una raccolta che non intende cessare di fiorire soprattutto laddove, sovente, la vita è solo nuda croce: «Vieni, ti darò la veste di tuo Fratello, / che si sono giocati a dadi».

Pubblicata il 24 aprile 2024 su «La Poesia e lo Spirito»

L’AUTORE

Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967 dove si è laureato in Lettere Moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta poetica In suo corpo vivo (Arlem edizioni), cui sono seguiti diversi titoli, l’ultimo dei quali La costanza del cielo (Il ramo e la foglia, Roma, 2024). Presenti in volumi antologici, suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste del settore e tradotti in Spagna, Malta, Grecia, Cile, Venezuela, Argentina. Sulla sua poesia con Francesco Di Ciaccia è del 2023 Di novembre (alveo) e la poetica dell’aderenza (Stampa Eliografica Correggio, col supporto nominativo dell’Archivio dei Cappuccini Lombardi, Milano, 2023). Già collaboratore con «Pietraserena» e «Viaggiando in autostrada» è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale «Caffè» e, per la poesia, della rivista teatrale «Tempi moderni». Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per «LaRecherche.it» (per i cui ebook è uscito nel 2017 il lavoro sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni). Dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk – Proust en Italie”. Per la critica si ricordano il lavoro sulla poesia italiana All’altezza degli occhi, il ricordo dell’intellettuale maltese Oliver Friggieri Lettere da Malta (entrambi del 2023 per Ideobook di Colli al Metauro) e lo studio sulla poesia in dialetto e lingue minoritarie d’Italia Biografia delle voci (PDE, Formia, 2026). Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa di “Arte in versi” nel 2021.

Poesia sabbatica: “34”

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34

*

con te avrei attraversato oceani e mari

scalato catene e vette a toccare il cielo,

con te sarebbe stato eden

persino il caffè del mattino

e le briciole di pane sulla tovaglia,

per te avrei amato ogni levar di sole

e tutte le stelle della sera e la luna sui tetti,

con te davvero la speranza

sarebbe stata l’ultima a morire

e forse ancora sarei stato certo

di un’altra vita oltre questa,

*

ma io non lo sapevo

che i mari erano pozzanghere dopo il temporale

che giorni, mesi ed anni nascondono crepacci e precipizi

che vivere è un contare chi muore

o chi prende un altro treno per non tornare più

e tu che rientri in case sempre più disabitate

o te ne resti in stazione

solo

e senza più destinazioni.

*

giugno 2026

*

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Poesie del saluto”)

“Spendersi” di Francesco Tontoli. Nota critica di Deborah Mega.

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SPENDERSI

I

ci sono state altre vite mie
immaginate sempre in grandi assenze
e quando le riguardo tutte in fila
le volte che mi soffermo a leggerle
vi trovo manifesti di intenzioni e confidenze

non devo essermi laureato varie volte in una
ma diventato cercatore d’oro o ferroviere
ho anche scalpellato marmo nelle cave
ho seppellito dei corpi e delle asce
e poi sono stato giardiniere del re
specializzato naturalmente in rose

in tutti questi e in altri talenti e gesti
in tutte le altre pose a pensatore
a uomo d’azione che si spende in cause
vinte o soprattutto perse non importa

in tutte quelle cose c’eri
mi correvi dentro
come proprio il significato stesso
dei significati.
.
II

la lingua eri che si apre un varco tra i denti
e percorre la fessura della bocca non ancora schiusa
così da definire l’interna percezione
di come siamo ottusi nel crederci morti

di come siamo muti nel parlare attraverso i sogni
fino a quando articoliamo con dolore le parole

la mano eri quella di un altro io in un altro dove
che non si fa e non si disfa ma tratteggia
disegna strade case interni alberi
e possibilità di essere lì trasognati

essere in quella donna che passeggia sola
nel finanziere che esce indaffarato e indugia
eri nel vedere la foglia impertinente
appiccicata all’abito autunnale
in quel bambino che fatica a tenere il passo
quel passo dell’adulto che non lo rassicura

III

eri tu come un me virato ad altro senso
che percorre un’ ulteriore strada inaccessibile
e in un amore eri
(in un amore in fondo si è)
perfino nel suo odore
in un amore pensato come mai nato

insomma eri in tutte le somme e le divisioni
che si fanno alle ascisse degli incroci
in una città vagamente ortogonale
coi semafori sempre gialli alle ordinate
dove traccheggiano sui marciapiedi
musicisti spacciatori e tirapiedi

IV

avendo avuto una vita che non vissi
nemmeno in un passato straremoto
semplicemente in quel passato trafugato
mi divenne essa stessa un accidente
e neppure un futuro benpensato avevo in mente

(un tempo incosato curvo su sè stesso non lo possedevo)

avevo dunque un presente complesso
talmente ingarbugliato e imperfetto
talmente condizionato e tale che
tutti gli altri tempi erano ridotti a un minimo
di pura e incausata sussistenza

ero stato figlio di un non ricordo qual maestro
e genitore disattento di altre domande evase
che si erano sparse per l’universo mondo
creando altri universi per corrispondenza
e solo poco diversamente orientati
diretti verso altri mondi controversi

e chiamavamo tutta questa cosa amore
come chi voglia risolvere una definizione
nel puro giocoforza di cosarla

ma seppure fossi stato dotato di malizia
non sarei riuscito a richiamarla in altro modo
mentre altri pur non chiamandola
la sentivano arrivare e ne venivano ghermiti
alcuni nel sonno altri nel loro gioco di sempre
la vita di giorno in giorno su ogni giorno avvitata

come sopra a un sovraesposto pudore

V

eccomi al dolore
si direbbe quindi quello di vivere
ma non è vero

fa male quello di essere
ed è un dolore ben più articolato
con diversi sostantivi
aggettivato e supposto come animato

un dolore luminoso fuggito dal plesso solare
con quei raggi disposti a filo spinato
costruito intorno a un edificio senza risposte
senza forma e con le finestre murate

e nel dolore tu eri
perfino lì dentro
e non eri tu il dolore
ma appunto di nuovo
il suo strano significato.

 

Francesco Tontoli

 

L’identità come possibilità, l’amore come significato dell’esistere

“Spendersi”, intenso poemetto di Francesco Tontoli, si presenta come un’intensa esplorazione dell’identità, del tempo e dell’amore, condotta attraverso un’abilissima scrittura a cui l’autore ci ha abituati e che intreccia immagini concrete e riflessioni esistenziali. Nei cinque movimenti che lo compongono, la voce poetica ripercorre le vite che avrebbe potuto vivere, le esistenze rimaste allo stato di possibilità, gli amori immaginati o mai nati, fino a confrontarsi con il dolore più radicale: non tanto quello di vivere, quanto quello di essere. Già il titolo costituisce la prima chiave interpretativa dell’opera. “Spendersi” suggerisce l’idea di un’esistenza consumata nell’azione, nella ricerca di un senso che comporta la progressiva dispersione dell’io nelle esperienze e nelle relazioni possibili che avrebbero potuto avere luogo. Nel primo movimento il poeta si immagina in una successione di identità differenti: cercatore d’oro, ferroviere, scalpellino, giardiniere del re, fantasie autobiografiche e figure attraverso le quali l’io esplora la vastità delle proprie possibilità. Ogni mestiere rappresenta una diversa forma di esperienza, un modo alternativo di abitare il mondo e di conferirgli significato. Particolarmente suggestiva è l’immagine di chi ha «seppellito dei corpi e delle asce», che evoca la memoria di qualcuno che non c’è più ma che continua ad abitare il cuore e delle asce, intese forse come simbolo di lotta e di resistenza. A conferire unitarietà a queste vite immaginate appare una presenza, una persona amata, che conferisce coerenza alle esperienze vissute, «in tutte quelle cose c’eri / mi correvi dentro / come proprio il significato stesso / dei significati». L’amore diviene una forma di conoscenza, non necessariamente una risposta, ma la possibilità di attribuire un senso alle molteplici direzioni della vita. Nel secondo movimento, si sviluppa una poesia della percezione, la presenza dell’altro si manifesta nella lingua, nella mano, negli oggetti e negli incontri quotidiani. Il mondo viene osservato attraverso dettagli minimi: una donna che passeggia da sola, un finanziere che esce indaffarato, una foglia attaccata a un abito autunnale, un bambino che fatica a tenere il passo dell’adulto. Sono immagini apparentemente marginali, in cui però si riconosce una possibilità di appartenenza. L’io non è più soltanto ciò che è stato o che sarebbe potuto essere; è anche ciò che riesce a percepire delle esistenze altrui. In questa prospettiva, la poesia suggerisce che comprendere sé stessi significhi uscire dai confini della propria individualità, riconoscendosi anche negli altri. La realtà diventa un luogo di continue identificazioni, in cui ogni incontro può aprire la strada verso un’esistenza alternativa. Il terzo movimento approfondisce il tema dell’altro: «eri tu come un me virato ad altro senso», l’altro viene percepito come una variazione dell’io, una possibilità di sé trasposta in una direzione differente. Il riferimento all’amore «pensato come mai nato» introduce l’idea di un amore mancato, immaginato o rimasto sospeso ma che comunque può esercitare la sua presenza concreta nella coscienza. «La città vagamente ortogonale», con i suoi «semafori sempre gialli alle ordinate», traduce questa condizione interiore in una geografia simbolica. Gli incroci, le coordinate e le strade rimandano alla necessità di orientarsi in uno spazio esistenziale che non offre indicazioni definitive. Perfino il giallo permanente dei semafori suggerisce una sospensione continua tra il procedere e il fermarsi, tra la decisione e l’incertezza. La città diventa così il correlativo di una coscienza che vive costantemente sulla soglia delle proprie possibilità. È nel quarto movimento che la riflessione raggiunge il suo maggiore grado di complessità. Il tempo perde la sua consueta linearità: il passato non è più soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che sarebbe potuto essere e non è stato; il presente diventa il luogo confuso in cui le possibilità non realizzate continuano a esercitare la propria pressione; il futuro non costituisce un orizzonte di attese. Il verso «avendo avuto una vita che non vissi» esprime con particolare efficacia questa condizione. La vita mancata non viene collocata in un altrove puramente fantastico, ma si insinua nel presente e continua a condizionarlo. La sua assenza diventa paradossalmente una forma di presenza Le domande evase si disperdono per l’universo e generano altri universi, una proliferazione di possibilità, di destini alternativi che procedono lungo direzioni differenti. Il tentativo di racchiudere una realtà tanto complessa in una sola parola rivela il limite del linguaggio, ma anche la necessità di definire ed etichettare tutto, quando il poeta scrive: «e chiamavamo tutta questa cosa amore». Il quinto movimento si apre con la drammatica conclusione: «Eccomi al dolore».  Ma il poeta corregge immediatamente la propria affermazione: non è proprio il dolore di vivere a ferire, bensì «quello di essere». La distinzione introduce una dimensione ontologica che va oltre la sofferenza legata a circostanze particolari. Il dolore nasce dalla stessa condizione dell’esistenza, dalla difficoltà di coincidere pienamente con sé stessi. Anche l’immagine del «dolore luminoso», con i raggi disposti «a filo spinato», esprime efficacemente questa ambivalenza. La luce, tradizionalmente associata alla conoscenza e alla rivelazione, diventa qui una forza che ferisce. Ciò che illumina non necessariamente libera; può, al contrario, rendere più evidente l’impossibilità di raggiungere una risposta definitiva. L’edificio senza forma, privo di risposte e con le finestre murate, rappresenta uno spazio interiore chiuso, nel quale la ricerca di senso sembra arrestarsi davanti a un limite invalicabile. Eppure, anche in questo luogo, la presenza evocata continua a esistere, non coincide con il dolore, ma con «il suo strano significato». L’altro non elimina la sofferenza, non risolve il mistero dell’essere, ma consola, rendendo possibile una relazione con ciò che altrimenti resterebbe incomprensibile. La scrittura procede attraverso versi liberi, privi di regolarità metrica tradizionale, affidandosi alle associazioni semantiche e ai rimandi lessicali. La punteggiatura ridotta e l’andamento spesso ipotattico conferiscono ai componimenti il carattere di un pensiero che si sviluppa mentre viene pronunciato, torna sui suoi passi, si corregge, si amplia. Il poemetto si distingue per la sua vocazione meditativa, la precisione concettuale e per la volontà di affrontare temi universali senza rinunciare a una voce personale, amara e visionaria. Il valore più profondo della raccolta risiede forse nella consapevolezza che una vita non è composta soltanto da ciò che è accaduto. È fatta anche di ciò che abbiamo immaginato, di ciò che non abbiamo saputo realizzare, delle persone che continuano ad abitare il nostro pensiero e delle possibilità che, pur non essendosi concretizzate, hanno contribuito a definirci. Significa accettare di essere molteplici, attraversati da esistenze possibili, significa riconoscere che il senso non coincide necessariamente con una risposta definitiva, ma può manifestarsi nel legame che unisce le esperienze, nel modo in cui l’altro ci attraversa e nella possibilità di trasformare anche il dolore in un’esperienza condivisa. È in questa tensione tra dispersione e significato, tra vita mancata e presenza, tra sofferenza e amore, che la silloge trova la propria unità e la propria ragione poetica.

Deborah Mega

 

La casa, il tempo, il paesaggio. La poesia di Paolo Polvani in Cucine abitabili

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Con Cucine abitabili, pubblicato per la prima volta nel 2014 e oggi riproposto da Arcipelago Itaca nel 2026, Paolo Polvani consegna al lettore una poesia che trova nella concretezza delle cose il proprio punto di partenza e nella loro progressiva trasfigurazione il proprio approdo. È una poesia che non ha bisogno di allontanarsi dal quotidiano per diventare lirica, ma al contrario, sembra cercare nella dimensione domestica, negli oggetti, nei corpi, nei gesti consueti e nei paesaggi familiari quella soglia attraverso la quale il reale può improvvisamente rivelare la propria dimensione enigmatica.

Il titolo stesso, Cucine abitabili, contiene già una dichiarazione poetica. La cucina è uno dei luoghi più concreti dell’esistenza, spazio della quotidianità, del cibo, delle relazioni familiari, delle abitudini; ma l’aggettivo «abitabili» sposta immediatamente l’attenzione dalla semplice funzionalità dell’ambiente alla possibilità di viverlo, di riempirlo di presenze, di memoria, di affetti. La cucina diventa così una figura della casa e la casa, a sua volta, una figura della vita. Non è soltanto uno spazio fisico: è un organismo sensibile nel quale gli oggetti sembrano conservare le tracce di chi li ha toccati, guardati, utilizzati, amati.

La poesia inaugurale, «Cosa accade alla casa quando esco sbattendo la porta», a pagina 9, costituisce in questo senso una sorta di manifesto della raccolta. Il titolo introduce già una domanda apparentemente semplice, quasi narrativa, ma in realtà profondamente ontologica: cosa accade alle cose quando l’uomo si sottrae alla loro presenza? Che cosa rimane di una persona quando esce dalla casa? E, soprattutto, gli oggetti continuano a vivere, a parlare, a registrare l’assenza? La risposta di Polvani è sorprendente perché consiste nell’attribuire agli oggetti una forma di vita autonoma. Le «parole» che precedono il silenzio continuano a «volteggiare nell’aria»; i loro «vuoti involucri» si adagiano lungo le pareti; «piccoli insetti diventano padroni del silenzio»; la poltrona «trattiene il vuoto della forma»; i quadri «mantengono un rigido riserbo»; la finestra «registra» il profilo delle nuvole; il frigorifero «si mette a borbottare». È qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Polvani: la personificazione. Gli oggetti non sono semplicemente descritti; vengono dotati di comportamento, intenzione, memoria, perfino di una forma di coscienza. La poltrona non è vuota: «trattiene il vuoto della forma». La formula è particolarmente felice perché il vuoto non viene rappresentato come semplice assenza, ma come traccia positiva di una presenza precedente. La poltrona conserva la sagoma di chi vi sedeva, così come la casa conserva, attraverso i suoi oggetti, la memoria di chi l’ha abitata, in cui l’assenza diventa dunque una presenza paradossale.

La poesia procede attraverso una fitta successione di personificazioni, metafore e slittamenti semantici. La finestra «registra» le nuvole, come se fosse una macchina fotografica o un dispositivo di memoria; il frigorifero «borbotta» come un essere umano; le tubature producono «gorgoglii, guaiti», «sospiri, soffi». La casa viene antropomorfizzata fino a diventare un organismo dotato di un proprio sistema nervoso e di una propria voce. È significativo, inoltre, che il poeta ricorra frequentemente a verbi appartenenti al campo semantico umano per descrivere oggetti inanimati: «parla», «registra», «trattiene», «mantengono», «borbotare», «conservano». L’operazione poetica consiste dunque nel trasferire qualità umane alle cose, ma anche, implicitamente, nel trasferire qualità delle cose all’uomo. La casa diventa una forma della coscienza.

Anche la struttura sintattica contribuisce a questo effetto. Il componimento procede per accumulo, attraverso una serie di proposizioni prevalentemente coordinate. La sintassi non costruisce una narrazione tradizionale, ma una sequenza di percezioni. Ogni frase aggiunge un elemento alla scena e contemporaneamente dilata il silenzio iniziale. È una struttura per successive messe a fuoco, quasi cinematografica: la poltrona, i quadri, il pavimento, la finestra, il frigorifero, il sole, una pantofola, il postino, il traffico, le tubature. L’occhio del poeta si muove nella casa come una macchina da presa, ma una macchina da presa che progressivamente attribuisce vita a ciò che osserva. Particolarmente significativa è l’immagine della pantofola: «una pantofola, cerbiatta timida / prossima alla consunzione». Qui l’oggetto domestico viene trasformato in animale attraverso una metafora sorprendente. La pantofola è «cerbiatta» perché è fragile, appartiene alla dimensione della familiarità e dell’intimità, ma anche perché sembra improvvisamente dotata di una propria timida presenza. L’aggettivo «timida» accentua la personificazione, mentre «prossima alla consunzione» introduce il tema del tempo e dell’usura. È proprio questo il punto in cui la poesia domestica di Polvani si apre alla dimensione esistenziale. Gli oggetti si consumano perché il tempo li attraversa. La casa non è soltanto il luogo dell’assenza: è il luogo in cui il tempo diventa visibile.

Il verso «Si assiste alla declinazione degli oggetti / durante la parabola del sole» è particolarmente rivelatore. Il sostantivo «declinazione» appartiene alla grammatica, ma qui viene applicato agli oggetti; «parabola» appartiene invece al linguaggio geometrico e astronomico. L’intera frase costruisce una metafora temporale: gli oggetti sembrano declinarsi, modificarsi, perdere progressivamente luce mentre il sole compie il proprio percorso. Il tempo non viene dunque raccontato direttamente, ma misurato attraverso le cose. Questo procedimento è fondamentale per comprendere la poesia di Polvani. Il poeta non afferma astrattamente che il tempo passa: mostra una pantofola consumata, una luce che cambia, una casa vuota, una madre che invecchia. A pagina 11, in «I tuoi anni», questa trasformazione diventa esplicita. L’interlocutrice è la madre:

«Guarda mamma, i tuoi anni / si allungano spediti / come formiche in fila indiana / sul tavolo di marmo / della cucina». Ancora una volta Polvani ricorre a un’immagine concreta per rappresentare un concetto astratto. Gli anni vengono trasformati in formiche. La similitudine è efficace non soltanto perché rende visibile lo scorrere del tempo, ma perché introduce un senso di movimento inarrestabile. Le formiche procedono «in fila indiana», una dietro l’altra, e «già s’appressano al bordo». Il bordo del tavolo diventa così il bordo della vita e l’immagine possiede una semplicità quasi infantile, ma proprio questa semplicità le conferisce forza. Il tempo non viene rappresentato mediante grandi simboli tradizionali, l’orologio, la clessidra, il fiume, ma attraverso una scena domestica. Il tavolo della cucina diventa il luogo sul quale gli anni della madre avanzano inesorabilmente. La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica: La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica:

«la luce del neon / spande un sentore d’inverno / e d’improvviso / sento freddo». Qui la sinestesia è evidente: una luce, elemento visivo, produce un «sentore», termine appartenente al campo olfattivo. Ma il «freddo» finale non è soltanto fisico. È il freddo della consapevolezza, della paura della perdita, della percezione improvvisa della vecchiaia della madre. La luce del neon, fredda e artificiale, diventa così una metafora della coscienza che si accende improvvisamente davanti al tempo. Il passaggio è tipicamente polvaniano: dall’oggetto alla percezione, dalla percezione all’emozione, dall’emozione alla condizione esistenziale.

A pagina 16, «I segni del tempo», la relazione fra corpo e tempo viene affrontata con un’immagine di grande densità: «I segni del tempo si depositano / sulla tua pelle come una polvere dorata». Ancora una volta il tempo diventa materia. I suoi segni «si depositano» come una sostanza fisica. Ma quella polvere non è grigia né sporca: è «dorata». L’aggettivo modifica radicalmente il significato della metafora. Le rughe e i segni dell’età non sono semplicemente devastazioni prodotte dal tempo, ma possono diventare qualcosa di prezioso. La pelle della persona amata contiene la storia di chi ha vissuto. La poesia introduce quindi un’altra immagine significativa: «Specchiano l’adesione dei miei autunni». Il plurale «autunni» trasforma la stagione in una metafora della maturità e dell’invecchiamento. Ma il poeta non contempla dall’esterno il trascorrere del tempo: gli autunni dell’altro riflettono i propri. Il tempo della persona amata diventa il tempo del soggetto. Il verso «non posso che amarli / come si ama l’aria» conduce questa metafora verso una dimensione quasi assoluta. L’aria è ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che respiriamo senza pensarci. Amare i segni del tempo «come si ama l’aria» significa accettare l’invecchiamento dell’altro come parte inseparabile dell’amore stesso. In queste poesie il corpo non è quindi semplicemente un oggetto erotico o visivo. È un archivio temporale. Ed è proprio questa attenzione al tempo che consente di comprendere il rapporto fra dimensione domestica e dimensione affettiva in Cucine abitabili. La casa e il corpo svolgono una funzione analoga: entrambi conservano tracce. Entrambi registrano assenze. Entrambi mostrano l’azione del tempo.

La forma della persona rimane nella poltrona; gli anni della madre scorrono sul tavolo; il tempo si deposita sulla pelle; gli oggetti conservano i colori; le stanze trattengono paure e voci. Nulla è completamente presente, ma nulla è completamente perduto. Questa concezione della realtà spiega anche il frequente ricorso alla personificazione. Se le cose possono parlare, ascoltare, ricordare, aspettare, allora il mondo di Polvani è un mondo nel quale la separazione fra soggetto e oggetto diventa porosa. L’uomo non è davanti alle cose: è immerso in una rete di relazioni con esse.

Da questo punto di vista, la poesia conclusiva, «Il significato del paesaggio», a pagina 57, assume un valore quasi programmatico. Se l’inizio della raccolta porta il lettore dentro la casa, l’ultima poesia spalanca le finestre verso il paesaggio. La traiettoria sembra dunque andare dall’interno verso l’esterno, dalla stanza al territorio, dall’oggetto domestico alla terra, ma il procedimento poetico rimane sostanzialmente identico. Gli ulivi «restano inchiodati alla collina»; non hanno «la vanità di credersi i capelli della terra»; non «scuotono le chiome»; sono «pensieri fermi». Ancora una volta la natura viene antropomorfizzata. Gli ulivi possiedono caratteri umani: possono avere vanità, aspirazioni, atteggiamenti, perfino un codice comportamentale. La metafora dei «capelli della terra» è particolarmente efficace perché trasferisce al paesaggio una fisionomia umana. Gli ulivi diventano capelli; la collina diventa corpo. Ma Polvani rovescia subito l’immagine attraverso l’ironia: gli ulivi non hanno la «vanità» di crederlo. La sua poesia, infatti, non rinuncia mai completamente all’ironia, nemmeno davanti al paesaggio. Gli ulivi aspettano «un’euforia di tuoni», uno «sproloquio di pioggia» per «sfoggiare l’abito della festa, a volte persino la cravatta». Il linguaggio colloquiale e antropomorfico trasforma il paesaggio in una comunità di esseri viventi che sembrano avere comportamenti sociali. Lo «sproloquio di pioggia» è una metafora particolarmente felice: la pioggia diventa parola e il temporale diventa discorso eccessivo, quasi verboso. L’«abito della festa» e la «cravatta» trasferiscono invece il paesaggio nel campo semantico della socialità umana.

Questa capacità di abbassare il linguaggio poetico verso il quotidiano costituisce uno dei tratti distintivi della scrittura di Polvani. La poesia non ha bisogno di parole solenni per essere lirica. Può parlare di una cravatta, di un frigorifero, di una pantofola, di un neon, di tubature che gorgogliano. Il paesaggio, nella parte successiva della poesia, non è più immobile. «Il paesaggio immobile si muove»: l’apparente ossimoro condensa uno dei nuclei concettuali più importanti della raccolta. Il paesaggio sembra stabile, ma è continuamente trasformato dalle stagioni, dagli animali, dagli uomini, dai trattori, dalla pioggia, dal vento, dalla notte.

Si veste di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni; è attraversato dalle bisce; apre e chiude finestre e imposte; «sparisce, grida, poi riappare». La metafora del vestire è particolarmente insistita: il paesaggio «si veste» di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni. La terra viene trattata come un corpo capace di cambiare abito. Ma questa personificazione non è semplicemente decorativa. Serve a mostrare che il paesaggio non è una realtà neutra posta davanti allo sguardo umano: è una realtà in trasformazione continua, che partecipa della vita. Il verso conclusivo «Il paesaggio mi divora gli occhi» porta questa relazione a un punto estremo. Così non è più il poeta a guardare il paesaggio: è il paesaggio che guarda, assorbe, divora il poeta e il rapporto fra soggetto e oggetto si rovescia.

Questa conclusione permette di rileggere retrospettivamente l’intera raccolta. All’inizio è il poeta che osserva gli oggetti della casa; alla fine è il paesaggio a «divorare» lo sguardo del poeta. L’osservatore diventa osservato, il soggetto si dissolve nell’oggetto, la distinzione fra io e mondo si fa incerta. È un esito quasi fenomenologico della poesia di Polvani: il mondo non è semplicemente qualcosa che vediamo, ma qualcosa che ci coinvolge e ci costituisce. Da questo punto di vista, Cucine abitabili può essere letto come un percorso dalla casa al mondo, ma anche dalla cosa all’essere. Gli oggetti quotidiani sono il primo livello della poesia; attraverso di essi il poeta arriva alla memoria, al tempo, all’amore, alla vecchiaia, alla perdita e infine al paesaggio come esperienza totale. Anche formalmente la raccolta sembra coerente con questa poetica. Nei testi qui considerati prevale il verso libero, privo di uno schema metrico tradizionale riconoscibile. La musicalità nasce piuttosto dalla disposizione delle frasi, dalle ripetizioni, dagli enjambement, dalle allitterazioni occasionali, dalla variazione della lunghezza dei periodi e dalla successione delle immagini. L’enjambement, in particolare, contribuisce spesso a sospendere il senso e a costringere il lettore a proseguire nel verso successivo. Il significato non è sempre contenuto nell’unità sintattica del verso, ma scorre oltre il limite tipografico. La sintassi tende alla paratassi, ma non è per questo elementare. La semplicità grammaticale viene continuamente attraversata da slittamenti semantici e metaforici. Polvani costruisce una poesia accessibile sul piano lessicale ma stratificata sul piano interpretativo. È questa, forse, la sua qualità più interessante: la profondità non nasce dall’oscurità del linguaggio, ma dalla trasformazione delle cose ordinarie.

Sussurri d’Altrove – Ritratti: Conrad Aiken

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Il mio cuore è diventato duro come una strada di città,
i cavalli lo calpestano, canta come il ferro,
per tutto il giorno e la la notte battono,
risuonano come gli zoccoli del tempo.

C. A.

Conrad Aiken (1889–1973) è stato un poeta, narratore e critico letterario statunitense, considerato una delle voci più intense e introspettive del modernismo americano. La sua opera è profondamente legata alla sua esperienza personale e si distingue per l’attenzione ai processi mentali, alle emozioni e ai conflitti interiori dell’individuo moderno.
Aiken nacque a Savannah, in Georgia, in un contesto familiare segnato da forti tensioni. L’evento più drammatico della sua vita avvenne durante l’infanzia: quando aveva undici anni, il padre uccise la madre e poi si tolse la vita. Questo trauma ebbe un impatto decisivo sulla sua formazione psicologica e artistica, influenzando in modo diretto i temi della sua produzione letteraria. Il senso di perdita, la colpa, la paura e la frammentazione dell’io diventano infatti elementi ricorrenti nelle sue poesie e nei suoi racconti.
Dopo la tragedia, Aiken fu mandato a vivere presso parenti e successivamente si trasferì nel Nord degli Stati Uniti per studiare. Frequentò l’Università di Harvard, dove entrò in contatto con un ambiente culturale estremamente stimolante. Qui conobbe T.S. Eliot, con il quale instaurò un rapporto di amicizia e confronto intellettuale. Gli anni universitari furono fondamentali per la sua formazione: Aiken si interessò alla filosofia, alla musica e soprattutto alla psicoanalisi, che in quegli anni stava emergendo come nuova chiave di lettura della mente umana.
La sua carriera letteraria fu ampia e diversificata. Aiken scrisse poesie, romanzi, racconti e saggi critici, ma è soprattutto come poeta che viene ricordato. La sua poesia si concentra meno sulla descrizione del mondo esterno e più sull’analisi dei movimenti interiori della coscienza. I suoi testi spesso rappresentano flussi di pensiero, percezioni soggettive e stati emotivi complessi, anticipando alcune tecniche che diventeranno centrali nella letteratura modernista.
Dal punto di vista stilistico, Aiken attribuiva grande importanza alla musicalità del verso. Riteneva che la poesia dovesse possedere un ritmo capace di rispecchiare il funzionamento della mente umana. Per questo motivo, pur sperimentando nuove forme, non abbandonò completamente la tradizione poetica.
La sua scrittura si colloca, quindi, in una posizione intermedia tra innovazione e continuità, distinguendosi sia dalla poesia più tradizionale del ‘900, sia dalle avanguardie più radicali.
Alcuni critici fanno confluire Aiken nella corrente dell’immaginismo di Ezra Pound e Richard Aldington, a causa di alcune peculiarità della sua scrittura, quali lo sforzo di trasmettere emozioni senza eccessive definizioni nei versi, l’utilizzo di immagini precise e concrete, talvolta ispirate a oggetti quotidiani. Tuttavia, Aiken non dichiarò mai di sentirsi vicino all’immaginismo e, inoltre, a differenza degli immaginisti che puntavano a un’oggettività quasi fotografica, Aiken, nei suoi versi, filtrava l’immagine attraverso la propria percezione emotiva e psicologica.
Nel 1930 ottenne il Premio Pulitzer per la poesia con l’opera Selected Poems. Nonostante il successo, rimase una figura relativamente appartata nel panorama letterario americano.
La sua personalità introversa e la complessità della sua opera contribuirono a renderlo meno popolare rispetto ad altri autori modernisti, ma non meno rilevante dal punto di vista artistico.
Anche la sua vita privata fu segnata da instabilità. Ebbe diversi matrimoni e attraversò periodi di profonda crisi emotiva, che rifletterono la difficoltà di superare i traumi dell’infanzia. Tuttavia, proprio questa inquietudine alimentò la sua attività creativa, trasformando il dolore personale in materia letteraria.
Negli ultimi anni, visse tra gli Stati Uniti e l’Europa, continuando a scrivere. Morì nel 1973, lasciando un’eredità letteraria complessa ma di grande valore.

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“Il sogno” da “La casa che scrive” di Loredana Semantica

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“La casa che scrive” è un giallo psicologico, opera prima di narrativa di Loredana Semantica. Attualmente è pubblicato in formato eBook su Amazon KDP a questo link. A breve avverrà la pubblicazione anche in formato cartaceo. Il libro è arricchito da circa 40 disegni e altrettante brevi poesie della stessa autrice.

Si riporta di seguito il capitolo “Il sogno”, tratto da “La casa che scrive”

Il sogno

Giorgio quella sera si addormentò profondamente pensando alla gita in montagna con Arianna.
La sua vita era in un momento particolarmente promettente. Nuovo lavoro, nuovi incontri, la speranza di stare sempre meglio nei suoi panni, nell’ambiente, ma soprattutto la prospettiva di costruire qualcosa che fosse più del provvisorio, del giorno per giorno. Una stabilità sentimentale che gli avrebbe permesso di poggiare le basi per crescere, evolversi, guardare al futuro con fiducia.
Giorgio non era per nulla un essere inquieto. Era come tutti qalla ricerca della felicità. E per felicità intendeva, stare bene con qualcuno, farsi una propria famiglia, avere dei figli, proseguire nel suo lavoro. Fare lo psicologo gli piaceva, l’aveva scelto come sviluppo coerente dei propri studi di scuola superiore e universitari. I suoi ideali erano davvero semplici, ma così difficili da realizzare. Trovare un’anima gemella che avesse i suoi stessi desideri non era per nulla facile. Aveva incontrato ragazze che mettevano al primo posto la propria libertà, altre che opponevano la carriera, altre ancora entrambe le cose e nessuna di queste aveva in animo di avere figli. La libertà di fare ciò che desideravano prendeva strade diverse dalle aspettative sociali del passato. Madri, mogli non erano modelli da imitare. Formare una famiglia, affrontare la maternità non erano obiettivi a cui votarsi. Qualcuno avrebbe giudicato le sue idee alquanto retrive, altri le avrebbero giudicate distorte dal risentimento per le delusioni subite. Alle considerazioni di tipo sociologico si sovrapponevano le obiezioni che faceva a sé stesso sui suoi stessi pensieri. Il viluppo cognitivo gli frullava in testa alle due di notte. A quell’ora improvvisamente s’era risvegliato, come se qualcuno l’avesse scosso. Aveva sbarrato gli occhi nel buio, in allerta con l’orecchio attento. Nessun rumore, solo silenzio. La sua mente s’era messa a vagare. Adesso perfettamente sveglio rimuginava senza potersi riaddormentare.
All’improvviso, in una sorta di inspiegabile lampo di memoria disconnesso dalle riflessioni del momento, gli tornò in mente il sogno che aveva appena fatto. Era un’immagine simile ai disegni lineari che elaborava Tullio nelle riunioni a Villa Elicriso, ma animata e raccapricciante. Il soggetto era cruento. Una testa mozzata con i capelli irti verso l’alto, tipica dei disegni di Tullio, e uno sfarfallio intorno. Il sogno era giunto assieme a delle frasi simili a versi, pronunciate da una voce indefinibile, che si riferivano alla scena. Una combinazione che riproduceva molto da vicino i binomi creativi proposti nelle riunioni del progetto Krugen.
Giorgio, accese la luce del comodino, prese un taccuino per appunti e riportò le parole del sogno.

Ognuno alla sua battaglia
un’epica colorata
di teste mozze e sfarfallii


Riportò anche l’immagine, il più fedelmente possibile, per quanto fosse in grado il suo modesto talento da disegnatore.
Lo fece in fretta, consapevole che il ricordo del sogno, la mattina successiva, si sarebbe dileguato, e anche perché, se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a girare attorno a tutte le possibili interpretazioni della visione e delle parole.
Spense la luce e tentò di riprendere sonno. Girandosi e rigirandosi di nuovo nel letto. Non aveva più la testa, pensò, con sarcasmo evidente, per considerazioni esistenziali o critiche sull’evoluzione sociale.
I suoi sfoghi di pancia contro il deludente genere femminile s’erano arenati, ma, in conclusione, nemmeno riusciva a dormire. L’aveva sperato, una volta fissato su carta il contenuto del sogno, ma non fu così. Pensava e ripensava alla testa mozzata, allo sfarfallio, cercava di capire chi rappresentasse la figura decollata, cosa significassero le farfalle. Certamente il concetto era cruento, richiamava ghigliottine ed esecuzioni. Guerre, lotte, rivoluzioni. Un’evocazione epica di katane e spadoni medievali.
Poi si affacciò alla mente un’ipotesi allarmante e funesta, che una decapitazione potesse significare che si preparava un assassinio, uno sgozzare qualcuno, un’azione diretta a far fuori, realmente o metaforicamente, un rivale oppure poteva trattarsi di un incidente imminente come un presagio.
Aveva letto, una volta, di un terribile incidente domestico nel quale un pesante vetro di una finestra s’era improvvisamente rotto in mille pezzi, uno dei quali, abbastanza grande e affilato, era caduto su un giovane che si trovava affacciato al davanzale. Gli tagliò la testa di netto, in modo che non ci fu più nulla da fare.
Perso dietro a queste rievocazioni dal sapore orrido, Giorgio non poteva più addormentarsi e, come tutte le migliori insonnie, il suo tribolare andò avanti per ore. Si concluse la mattina all’alba, quando il cinguettare degli uccelli giunse alle sue orecchie.
Dapprima solo due passeri mattinieri che dialogavano tra loro, scambiandosi le notizie del giorno, man mano si aggiunsero altri canti e gorgheggi di piccoli piumati. Solo allora Giorgio, riverso di sghimbescio sul letto a testimonianza dell’agitazione che l’aveva abitato, si girò su un fianco, e, senza rendersene conto, cullato dal rasserenante cinguettio, finalmente s’addormentò. Erano le sei del mattino.
È curioso come l’insonnia si quieti spesso quando inizia l’alba. La luce che vince il buio reca in sé un qualche messaggio atavico sul cessare del pericolo e dell’allerta, rassicura sul mancato attacco notturno e sulla continuità dell’esistenza. L’ansia recede, il corpo si rilassa e si abbandona. Il subconscio percepisce che dopo le tenebre il sole sta sorgendo. La luce è la conferma che la vita, dopo la perdita di coscienza onirica, ricomincia ogni giorno, come una promessa di rinascita.
Il risveglio, com’era prevedibile, avvenne più tardi del previsto. Erano già le otto quando aprì gli occhi. Ben un’ora oltre le sette, orario in cui si svegliava solitamente.
Appena fu minimamente presente a sé stesso, si accorse che aveva nuovamente sognato, un’immagine e delle frasi. Le aveva nitide nella mente, come se le vedesse stampate, ma non aveva tempo di annotare nulla.
Saltò giù dal letto, si tolse il pigiama e andò a lavarsi in fretta. Tutte le operazioni di routine della sua preparazione si svolsero di corsa. Non voleva fare tardi e nemmeno rinunciare alla gustosa colazione al bar Alserio.
A Villa Elicriso giunse con qualche minuto di ritardo. Si recò nel suo studio, dopo aver salutato Carlo che, affidabile come una roccia, presidiava l’accettazione. Prese un foglio per appunti e tracciò rapidamente sul foglio l’immagine e le parole che al risveglio si erano presentate vivide e impressionanti alla sua memoria. Dopo averle trasferite sul foglio, osservandole, si rese conto che trasmettevano un senso di chiusura soffocante, un sentore di delirio o delitto, di trama e oppressione.
E rimase così per qualche minuto, a riflettere su un possibile significato, senza trovare il bandolo della matassa, tanto più che il bozzolo rappresentato era proprio una matassa, ma lui non riusciva a sbrogliarla. Si rendeva conto ancora di più, dopo quest’altro sogno, che si prospettavano eventi negativi. Una disgrazia, un lutto, qualcosa di infausto aleggiava su Lavigo.

Come una furia ritraggo il mondo
la crisalide morirà nel bozzolo
i pugnali saranno faville
tesseranno una bava di seta.

Francesco Lorusso, “L’ultimo uomo”, Transeuropa Edizioni, 2026.

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da  L’ultimo uomo

1.

È pronto il sibilo di maggio

che tutto nei cenni flette in controtempo,

incombono persino le cose rovistate

e lo specchio che ancora divide

l’altra fetta del tempo scoperto

oltre il passaggio ristretto senza ragione.

 

2.

Si forma il filo oscuro

goccia con goccia

dove langue la lettera scolpita

nel fosso dal nome confuso

 

sulla pietra che si è macchiata

al passaggio insonne delle suole

e alla voce forte dell’assenza

d’ogni singolo calcolo di piede inespressivo.

 

3.

Esiste ancora un riflesso nel salotto

una parola abbandonata col suono

come sorgente di tempo perplesso

che sorride il suo nome parente al nostro.

 

Oltre la porta adesso ci tradisce l’attesa

l’arco buio sorvegliato dalle spalle,

mentre nello squasso perduto dell’onda

si raccoglie luce nel liquido del bicchiere.

 

da Le spore sperse

1.

Scorre il ronzio vuoto dei veicoli

felpati dalla coltre sola della notte

attraverso i vasti capelli rimestati

rimasti con la loro asola scampata

alle dolci attese lunghe della luna

seduta sulle acque amareggiata,

 

dove si scaricano i fervidi lividi

liberati lungo gli ampi schermi

e raccolti con protezioni facili

fra passaggi elettrici sillabanti

sulla ragione dei tanti dati marciti

delle loro povere chiavi di parole.

 

2.

Con una scansione spietata

si accompagna l’ombra

lungo il fresco del muro

proprio vicino alla porta.

 

Adesso che è tornato l’urlo

a svegliare il ramo del giardino

girando cupo e sperduto

attraverso l’afa dell’isolato.

 

3.

La sabbia fluente col perduto

seleziona il bianco a voci sgretolate

poggiando il fianco al greto muto

e restando in pochi gesti liquidi

che pietrificano i lati presenti

con gli spigoli delle cose

perdute nella polvere del tufo.

 

L’AUTORE

Francesco Lorusso (Bari) è poeta e musicista. Sue poesie e interventi critici sono apparsi su riviste quali “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, e su diverse piattaforme online, tra cui “La Recherche”, “Carte Sensibili” e altre. Ha pubblicato le raccolte L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), Il secchio e lo specchio (Manni Editore, 2018), Maceria (Arcipelago Itaca Edizioni, 2020) e Due punto uno (Arcipelago Itaca Edizioni, 2025). Sperimenta forme di scrittura condivisa e interdisciplinare: con Mauro Pierno ha realizzato il volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021); con il musicista Franco Degrassi ha ideato Decodifiche2 (2019), installazione acusmatica che fonde suono e parola poetica.

Poesia sabbatica “Passato presente e futuro”

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PASSATO PRESENTE E FUTURO

 

non so se te ne accorgi

ma si vive

in una fotografia

scattata mentre inconsapevole

ridevi

o nella feroce testardaggine

che qualcosa di buono

finalmente verrà

 

l’oggi

non serve che a questo,

a far tornare indietro il microfilm,

a sedersi in prima fila

con gli occhi sullo schermo

dove prima o poi

speri compaia fra gli attori

il tuo nome.

 

(1983)

Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

Venerdì dispari

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Contare i venerdì

Avevo smesso di contare i venerdì
anche mettendoli in fila non tornavano,
un venerdì per capello, e capelli ne avevo pochi
ricordavo solo alcune domeniche piene di sole.
I giorni della settimana si riducevano a due
il tempo di un caffè ristretto preso in fretta
la macchina, i saluti appena accennati e via
via ad ammazzarsi per strada dietro le curve.
La morte era lì, e mi faceva sempre passare
dirigeva il traffico facendo scorrere i ricordi
in tutti gli abitacoli, riempiendoli di musica
e asfaltando con gli occhi le traiettorie lì davanti.
Percorsi che si fanno con la testa, stando fermi
seduti, col volante ben saldo che ti porta
dietro la prossima montagna e oltre.
Un occhio stanco al sole che cala
e l’orecchio che s’illumina sulla crescita beffarda
di una luna tatuata e gelida
che sorprende gli automobilisti
e scortica l’orizzonte.

Francesco Tontoli

“La casa che scrive” di Loredana Semantica.

È in corso di pubblicazione su Amazon KDP il mio primo romanzo. Tra pochi giorni sarà online la versione eBook e subito dopo – o forse in contemporanea – quella cartacea.
Ho mantenuto l’impegno preso mesi fa, ho portato a termine “l’impresa”.
Dire che mi sono divertita a scriverlo sarebbe un falso. In realtà è stata un’esperienza coinvolgente, sfidante, ma soprattutto tanto impegnativa.
Scrivere un romanzo è sempre stato un mio desiderio, ma ritenevo lo sforzo necessario oltre le mie forze e possibilità di controllo della “materia”. Non sono, di mio, una produttrice compulsiva di scrittura, come vedo di alcuni, che macinano parole come farina, con scorte di grano infinite e un certo compiacimento di sé. Scrivere mi richiede sforzo, tempo, specie in prosa. La poesia la sento più mia, sorge alle labbra quasi nascente. Limarla, rielaborarla, a volte la migliora, ma non sempre. Spesso la forma originaria è quasi perfetta, qualunque ritocco la rovina.
Con un romanzo non è così, ma ne ero pienamente consapevole. Scrivere un romanzo è impostare una storia coerente, un edificio scrittorio che deve reggere, interessare, avere un senso complessivo e uno per ogni passo che lo compone. L’obiettivo era scriverlo, inglobando al contempo in esso i miei scritti in prosa poetica, alcuni dei quali veri e propri involuti flussi di coscienza. L’inserimento doveva avvenire con naturalezza, come se fossero stati pensati per stare dall’origine lì, dove poi sarebbero finiti.
Com’è che si dice? La scrittura è come il maiale. Non si butta via nulla. Ci ho infilato dentro anche quaranta miei disegni che mi piacevano e non avevo cuore di lasciare senza vita, desideravo l’occasione di condividerli, esporli alla visione, insieme ad alcune poesie brevi che gli avevano dato motivo di esistere. Parte di questi disegni, unitamente ad alcuni testi che ora sono nel romanzo, avevano avuto un certo apprezzamento all’edizione 2023 del premio Lorenzo Montano. Erano finiti come finalisti, scusate il bisticcio di parole. Non mi dispiaceva dargli nuova vita.
Insomma questo romanzo è più di una storia, è una vera e propria composizione. Ho cominciato a lavorare a fine maggio scorso, cioè non appena ho cessato il mio impiego nella Pubblica Amministrazione. Per renderlo coerente ho dovuto usare un calendario, reale ovviamente, e ho scelto l’anno in corso. Ho dovuto pensare una piantina di un edificio a due piani, e, siccome mi piace progettare e mi piace l’IA, l’ho descritta e immessa in IA. Ne è venuta fuori una pianta non corrispondente del tutto alla descrizione e, in certi punti, non funzionale. Ad esempio non erano accessibili le scale. Però non vi fate ingannare, non è che con ciò intendo dire che l’IA non è in grado, solo che più chiedi cose specialistiche, più ti inducono a chiedere la versione pro o specializzata a pagamento. Di ieri l’esperienza in cui Claude non riconosce una famosa citazione di Calvino, la imputa a Pirandello e mi invita a sottoscrivere la versione a pagamento. Ma per favore! In sostanza la piantina della costruzione l’avevo ben chiara in mente, ho tralasciato l’IA e sono passata avanti. L’altra cosa importante era la struttura in capitoli. La faccenda interessante dei capitoli è che alcuni sono nati prima, altri dopo. Non so se avvenga anche per gli altri scrittori così. In sostanza il romanzo si è andato formando come un puzzle di scritti, dove mancavano tessere, dove c’erano veri e propri buchi, che dovevano trovare il riempimento. E ciò accadeva perché, nello sviluppo, certe scene o dialoghi li avevo già in mente o mi andava di parlarne, certi altri li accantonavo, perché non era chiaro neanche a me come muovere le cose. Più spesso mi mancava l’ispirazione.
L’intuizione originaria è stata collocare l’ambientazione in una clinica per malati di mente. A chi altri potevo mettere in bocca i “miei deliri” complessi e inquietanti? Scritti che sono un vero e proprio scavare nei meandri mentali. Essi mentre chiedono comprensione, si avvoltolano su sé stessi come spirali, chiudendosi a ogni lettura “normale”, invocando piuttosto una compartecipazione emozionale. Per il lettore rappresentano una sfida e un mistero. Sono certa che i più, leggendoli, si sarebbero arresi. Il lettore comune non ha alcuna attrattiva per lo scrivere sperimentale. Ho dato perciò una chiave di lettura più umana, avendoli messi in bocca a personaggi con una loro storia e pena e fornendo spiegazioni che ne aprano il senso, specie di quelli più oscuri.
La seconda intuizione è stata l’ambientazione medica e investigativa. Ho di entrambi un minimo di esperienza riflessa. Cioè non proprio mia personale, ma di persone a me vicine o di soggetti che ho osservato per anni muoversi sulla scena. Credo infatti che, senza un minimo di confidenza con lo scenario dentro il quale si cala la storia, lo sviluppo appare poco credibile. Le due cose si sono combinate nella decisione di fare del mio primo romanzo un giallo psicologico.
Ho sperimentato, ed è stato bellissimo, che davvero la storia, per certi versi, si scrive da sé, come dicono scrittori ben più noti. Ora lo dico anch’io per esperienza. Essa si scrive un po’ per come noi scrittori siamo dentro, nei nostri “slittamenti” semantici, (ad esempio io non ho potuto fare a meno di immettere aspetti sentimentali), un po’ per come vengono fuori i personaggi, nel loro essere, da un lato pedine generate da noi autori e in movimento nella scacchiera della nostra fantasia, dall’altro esseri dotati quasi di vita propria, che rifuggono per aspetto descritto, per nome scelto, per ruolo dentro la storia di essere forzati dove proprio non vogliono stare o a fare cose che proprio non vogliono fare.
Ad esempio individuare chi fosse il criminale nella storia di questo giallo è avvenuto proprio così. Più di un candidato a questo ruolo tra i personaggi, si smarcava, rifiutandolo, quasi con orrore. “No, No, io non potrei mai farlo!” diceva. E scappava. Fuggivano tutti come conigli. Fino a quando la “vittima” per commettere il delitto non è emersa da sé, come figura perfetta, dai meandri della mia immaginazione. Un personaggio che si rivela essere un reietto persino da sé stesso, bisognevole di cure a rischio di gesti insani. Uno di quelli che si fa male da solo, essendo un male anche per gli altri. Credo che un po’ tutti coloro che commettono crimini siano così. Scelgono e scelgono male. Infilandosi sempre più a fondo nel loro personaggio, senza riuscire a salvarlo. Solo che non sono in un romanzo, sono conficcati nella vita.
Creare i personaggi è divertente in effetti. Forse l’aspetto più divertente dello scrivere un romanzo. Diventano tua compagnia per mesi e ti affezioni a loro, come se fossero degli amici, pensando che anche chi legge possa provare un pizzico dei tuoi stessi sentimenti.
Quando il romanzo sarà online condividerò uno stralcio tratto da un capitolo. Penso che la scrittura abbia ritmi e lessico che possono essere percepiti anche solo da un brano. Quindi condividerne una parte è condividere questa esperienza, in modo da poter valutare se risulta congeniale alla lettura.
Posso solo anticiparvi che l’ebook non supererà il costo di 5 euro. Il cartaceo non so ancora. Magari in un’altra occasione parlerò dell’esperienza con KDP.

Sussurri d’Altrove – Ritratti: Eugenio Montejo

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“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio

Cercai altro tempo nel mondo
e solo trovai altro spazio

E. M.

Eugenio Montejo nacque a Caracas, in Venezuela, il 19 ottobre 1938. La sua esistenza si intrecciò fin da subito con le parole, come se la poesia fosse il filo invisibile che guidava ogni suo passo.
La sua infanzia e giovinezza trascorsero tra strade e paesaggi la cui luce, cieli e silenzi, avrebbero permeato i suoi versi per tutta la vita.
Montejo scelse la poesia come compagna costante, uno specchio attraverso cui riflettere la memoria, l’assenza, la caducità delle cose e la bellezza nascosta nelle pieghe del quotidiano.
Valencia, nello stato di Carabobo, divenne la sua seconda pelle e il laboratorio delle sue riflessioni.
Qui, tra biblioteche, università e riviste letterarie, costruì una presenza culturale forte e coerente: si dedicò all’insegnamento, curò collane editoriali, fondò riviste come “Azar” e, con altri intellettuali, “Poesía”, creando spazi in cui la poesia non era solo scrittura, ma esperienza condivisa, luogo di incontro e di respiro collettivo.
Montejo non amava la parola vuota: ogni verso, ogni riga doveva portare con sé il peso e la luce di un significato profondo, la capacità di evocare il mondo e di attraversarlo, di illuminare l’interiorità di chi legge.
La sua produzione poetica è un viaggio tra memoria e cosmo, tra il quotidiano e l’universale. Dalle prime raccolte come Élegos (1967) alle opere più mature come Terredad (1978), Alfabeto del mundo (1986) e Fábula del escriba (2006), Montejo costruì un linguaggio che è insieme limpido e stratificato, capace di dialogare con la natura, il mito, la storia e la condizione umana. In ogni poesia si percepisce la tensione tra il silenzio e la parola, tra il mistero e la comprensione, tra la caducità delle cose e la loro eternità simbolica.
La sua scrittura è meditativa e intensa, capace di trasformare un gesto semplice, un paesaggio o un oggetto in un ponte verso il trascendente.
Montejo non si limitò alla poesia.
Nei saggi come La ventana oblicua (1974) e El taller blanco (1983) lasciò riflessioni rilevanti sul linguaggio, sulla creazione e sulla funzione del poeta, confermando la sua visione della scrittura come esperienza viva e necessaria.
La sua attenzione alla lingua, al ritmo, alla musicalità del verso, così come alla densità delle immagini, lo hanno reso capace di trasmettere, in modo straordinario, emozione e pensiero allo stesso tempo.
Il riconoscimento nazionale e internazionale arrivò come conseguenza naturale della sua opera: nel 1998 ricevette il “Premio Nazionale di Letteratura del Venezuela”, e nel 2004 il “Premio Internazionale di Poesia e Saggio Octavio Paz”, segnali della sua rilevanza oltre i confini del suo paese. La sua poesia raggiunse anche il cinema: un verso di Montejo fu citato da Sean Penn nel film “21 Grammi”, (“La terra girò per renderci più vicini / girò sul suo asso e su di noi / finché finalmente / ci ricongiunse in questo sogno”), portando la sua voce poetica a un pubblico globale e dimostrando che le sue parole possiedono una risonanza universale.
I temi principali della sua poesia — memoria, tempo, natura, silenzio, parola e oblio — rivelano un’attenzione costante alla fragilità e alla bellezza dell’esistenza. La sua lingua è rigorosa e insieme accogliente, potente e delicata, capace di evocare immagini profonde senza perdere la leggibilità e la musicalità del verso.
La sua opera rimane oggi una delle testimonianze più alte della poesia venezuelana e ispanoamericana, un invito a riflettere sul senso della vita, sull’importanza della parola e sull’incessante dialogo tra il mondo esterno e la nostra interiorità.
Eugenio Montejo morì a Valencia il 5 giugno 2008, lasciando dietro di sé un’eredità che continua a vivere nei suoi versi. In definitiva, la sua poesia non è solo scrittura, ma presenza: un invito a percorrere con lui i sentieri della memoria e del cuore, a sentire l’eco delle cose, a riconoscere la bellezza nascosta nel mondo e nella lingua, in un dialogo che non finisce mai.
La sua voce rimane, silenziosa e potente, testimone di un uomo che ha saputo trasformare la parola in esperienza e la poesia in vita.

Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio

Nessun amore sta in un corpo solamente

Nessun amore sta in un corpo solamente,
anche se le sue vene coprono la grandezza del mondo;
fuori resta sempre un desiderio,
un altro singhiozza ma manca.

Lo sa il mare nel suo lamento solitario
e la terra che cerca i resti della sua statua;
non basta un solo corpo a dar riparo alle sue notti,
restano stelle fuori dal sangue.

Nessun amore sta in un corpo solamente,
anche se l’anima si scosta e cede spazio
e il tempo ci riconsegna l’ora che trattiene.
Due mani non ci bastano per raggiungere l’ombra;
due occhi vedono solo poche nuvole
ma non sanno dove vanno, da dove vengono,
quale paese musicale le unisca e le disperda.
Nessun amore, neppure il più schivo, il più fugace,
nasce in un corpo che è solo;
nessuno sta nella dimensione della sua morte.

Ningún amor cabe en un cuerpo solamente

Ningún amor cabe en un cuerpo solamente,
aunque abarquen sus venas el tamaño del mundo;
siempre un deseo se queda fuera,
otro solloza pero falta.

Lo sabe el mar en su lamento solitario
y la tierra que busca los restos de su estatua;
no basta un solo cuerpo para albergar sus noches,
quedan estrellas fuera de la sangre.

Ningún amor cabe en un cuerpo solamente,
aunque el alma se aparte y ceda espacio
y el tiempo nos entregue la hora que retiene.
Dos manos no nos bastan para alcanzar la sombra;
dos ojos ven apenas pocas nubes
pero no saben dónde van, de dónde vienen,
qué país musical las une y las dispersa.
Ningún amor, ni el más huidizo, el más fugaz,
nace en un cuerpo que está solo;
ninguno cabe en el tamaño de su muerte.

( Terredad, 1978 )

Uccelli

Sento gli uccelli fuori,
altri, non quelli di ieri che abbiamo perduto,
i nuovi richiami innocenti.
E non so se sono uccelli,
se qualcuno che non sono più continua a sentirli
a metà della vita sotto il sole della terra.
Forse è il desiderio di trattenere la loro voce selvaggia
nel mezzo della stagione
prima che si allontanino dagli alberi.

Qualcuno che sono stato o sono, non so,
sente o ricorda,
se c’è qualcosa di reale dentro di me sono loro,
più di me stesso, più del sole fuori,
se è musicale la forza che fa girare il mondo,
non c’è mai stato altro che uccelli,
il canto degli uccelli
che ci prende e ci porta.

Pájaros

Oigo los pájaros afuera,
otros, no los de ayer que ya perdimos,
los nuevos silbos inocentes.
Y no sé si son pájaros,
si alguien que ya no soy los sigue oyendo
a media vida bajo el sol de la tierra.
Quizás es el deseo de retener su voz salvaje
en la mitad de la estación
antes que de los árboles se alejen.

Alguien que he sido o soy, no sé,
oye o recuerda,
si hay algo real dentro de mí son ellos,
más que yo mismo, más que el sol afuera,
si es musical la fuerza que hace girar el mundo,
no ha habido nunca sino pájaros,
el canto de los pájaros
que nos trae y nos lleva.

( Terredad, 1978 )

Lettera profonda

Ciò che ho scritto nel ventre di mia madre
davanti alla luce scompare.
Il sogno della mia antica scrittura
tatuato in attesa del mondo
si è cancellato con il passare del tempo.
Colori, tatti, orme
sono caduti sotto tumuli di neve.
Solo mormorii fuori tempo
affiorano oggi dal fondo,
visioni eclissate, indecifrabili
che avvolge l’alone degli specchi.
Gli occhi cercano nell’aria
lo spazio dove l’anima fluttuava
e si perdono dietro il suo cammino.
Ciò che ho scritto nel ventre di mia madre
forse non era altro che un fiore
perché fa più male quando svanisce.
Un fiore vivo che non ha ricordo.

Letra profunda

Lo que escribí en el vientre de mi madre
ante la luz desaparece.
El sueño de mi letra antigua
tatuado en espera del mundo
se borró a la crecida del tiempo.
Colores, tactos, huellas
cayeron bajo túmulos de nieve.
Sólo murmullos a deshora
afloran hoy del fondo,
visiones en eclipse, indescifrables
que envuelve el vaho de los espejos.
Los ojos buscan en el aire
el espacio donde el alma flotaba
y se pierden detrás de su senda.
Lo que escribí en el vientre de mi madre
quizás no fue sino una flor
porque más hiere cuando desvanece.
Una flor viva que no tiene recuerdo.

Finché gira la terra

Lascia che ti ami finché gira la terra
e gli astri inclinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Fluttuando, a bordo di questo giorno
in cui per caso, per un istante,
ci siamo svegliati così vicini.
Avrei potuto vivere in un altro regno,
in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Avrei potuto nascere secoli fa
quando in nulla esistevi
e nelle mie ansie d’orizzonte
presagirti nei sogni del futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
sarebbero già alberi o pietre.
Non fu ieri né sarà domani, in un altro tempo,
in un altro spazio, né accadrà mai più,
benché l’eternità trucchi i suoi dadi
a favore della mia sorte.
Lascia che ti ami finché la terra
continui a gravitare al ritmo dei suoi astri
e in ogni minuto ci sorprenda
questo fragile miracolo d’essere vivi.
Non abbandonarmi fino a che essa non si fermi.

Mientras gire al tierra

Déjame que te ame mientras gire la tierra
y los astros inclinen sus cráneos azules
sobre la rosa de los vientos.
Flotando, a bordo de este día
en que al azar, por un instante,
despertamos tan cerca.
Pude vivir en otro reino, en otro mundo,
a muchas leguas de tus manos, de tu risa,
en un planeta remoto, inalcanzable.
Pude nacer hace ya siglos
cuando en nada existías
y en mis angustias de horizonte
adivinarte en sueños de futuro,
per mis huesos a esta hora
ya serían árboles o piedras.
No fue ayer ni mañana, en otro tiempo,
en otro espacio,
ni ocurrirá ya nunca,
aunque la eternidad cargue sus dados
a favor de mi suerte.
Déjame que te ame mientras la tierra siga
gravitando al compás de sus astros
y en cada minuto nos asombre
este frágil milagro de estar vivo.
No me abandones hasta que ella se detenga.

( Papiros amorosos, 2002 )

La casa

Nella donna, nel profondo del suo corpo
si costruisce la casa,
tra mormorii e silenzi.
Bisogna trasportare ombre di pietre,
impalcature leggere,
imitare gli uccelli.
Specialmente quando dorme
e nel sonno sorride
– livellare fino in fondo
senza svegliarla;
seguire il declino delle sue forme
i movimenti delle sue mani.
Sulle dune che coprono il suo sonno
in un paesaggio convulso,
bisogna innalzare alte pareti,
fondare contro la pioggia, contro il vento,
anni e anni.
Un gesto a volte fissa un muro,
da qualche sussurro nasce una finestra,
smontiamo erranti alla porta
e leghiamo il cavallo.
In fondo al suo corpo la casa ci attende
e la tavola apparecchiata con parole limpide
per vivere, forse per morire,
non lo sappiamo più,
perché entrando non si esce mai.

La casa

En la mujer, en lo profundo de su cuerpo
se construye la casa,
entre murmullos y silencios.
Hay que acarrear sombras de piedras,
leves andamios,
imitar a las aves.
Especialmente cuando duerme
y en el sueño sonríe
– nivelar hasta el fondo
no despertarla;
seguir el declive de sus formas
los movimientos de sus manos.
Sobre las dunas que cubren su sueño
en convulso paisaje,
hay que elevar altas paredes,
fundar contra la lluvia, contra el viento,
años y años.
Un ademán a veces fija un muro,
de algún susurro nace una ventana,
desmontamos errantes a la puerta
y atamos el caballo.
Al fondo de su cuerpo la casa nos espera
y la mesa servida con las palabras limpias
para vivir, tal vez para morir,
ya no sabemos,
porque al entrar nunca se sale.

( Alfabeto del mundo, 1986 )

Addio al secolo XX

Attraverso via Marx, via Freud;
cammino lungo un margine di questo secolo,
lento, insonne, cavilloso,
spia ad honorem di qualche regno gotico,
raccogliendo vocali cadute, piccoli ciottoli
tatuati di un mormorio infinito.
La linea di Mondrian davanti ai miei occhi
continua a tagliare la notte in ombre rette
ora che non entra più solitudine
nelle pareti di vetro.
Attraverso via Mao, via Stalin;
guardo l’istante in cui muore un millennio
e un altro sporge il suo dominio terrestre.
Il mio secolo verticale e pieno di teorie…
Il mio secolo con le sue guerre, i suoi dopoguerra
e il suo tamburo di Hitler laggiù lontano,
tra sangue e abisso.
Proseguo tra le pietre dei vecchi sobborghi
per un bicchiere, per un po’ di jazz,
contemplando gli dèi che dormono dissolti
nella segatura dei bar,
mentre ne decifro i nomi al passaggio
e continuo il mio cammino.

Adiós al siglo XX

Cruzo la calle Marx, la calle Freud;
ando por una orilla de este siglo,
despacio, insomne, caviloso,
espía ad honorem de algún reino gótico,
recogiendo vocales caídas, pequeños guijarros
tatuados de rumor infinito.
La línea de Mondrian frente a mis ojos
va cortando la noche en sombras rectas
ahora que ya no cabe más soledad
en las paredes de vidrio.
Cruzo la calle Mao, la calle Stalin;
miro el instante donde muere un milenio
y otro despunta su terrestre dominio.
Mi siglo vertical y lleno de teorías…
Mi siglo con sus guerras, sus posguerras
y su tambor de Hitler allá lejos,
entre sangre y abismo.
Prosigo entre las piedras de los viejos suburbios
por un trago, por un poco de jazz,
contemplando los dioses que duermen disueltos
en el serrín de los bares,
mientras descifro sus nombres al paso
y sigo mi camino.

( Adiós al siglo XX, 1992 )

Scrittura

Un giorno scriverò con le pietre,
misurando ciascuna delle mie frasi
dal suo peso, volume, movimento.
Sono stanco di parole.

Niente più matita: impalcature, teodoliti,
la nudità solare del sentimento
che tatua nel profondo delle rocce
la sua musica segreta.

Disegnerò con linee di ciottoli
il mio nome, la storia della mia casa
e la memoria di quel fiume
che passa sempre e indugia
nelle mie vene come un saggio architetto.

Con pietra viva scriverò il mio canto
in archi, ponti, dolmen, colonne,
davanti alla solitudine dell’orizzonte,
come una mappa che si apra davanti agli occhi
dei viaggiatori che non tornano mai.

Escritura

Alguna vez escribiré con piedras,
midiendo cada una de mis frases
por su peso, volumen, movimiento.
Estoy cansado de palabras.

No más lápiz: andamios, teodolitos,
la desnudez solar del sentimiento
tatuando en lo profundo de las rocas
su música secreta.

Dibujaré con líneas de guijarros
mi nombre, la historia de mi casa
y la memoria de aquel río
que va pasando siempre y se demora
entre mis venas como sabio arquitecto.

Con piedra viva escribiré mi canto
en arcos, puentes, dólmenes, columnas,
frente a la soledad del horizonte,
como un mapa que se abra ante los ojos
de los viajeros que no regresan nunca.

Finale senza fine

…E me ne andrò
J.R.J.

Quella che se ne andrà alla fine sarà la vita,
la stessa vita che ha condotto i nostri passi
senza tregua alla velocità del suo desiderio.
Si porterà via anche tutte le sue ore
e gli orologi che suonavano e il suono
e ciò che in essi è sempre restato nascosto
senza essere tempo né oltretempo…
Quando si deve partire – è la vita che se ne va,
lei e la sua musica veloce tra le mie vene
che mi percorre con canti remoti,
lei e la sua melodiosa geometria
che inventa gli scacchi di queste parole.

Di tutto ciò che guardo in questo istante
sarà la vita a partire per sempre o mai,
ovvero, quella che parte senza partire, quella che resta
e con essa il mio corpo notte e giorno,
seguendola nelle sue luci e nelle sue ombre…
Sì, forse nessuno s’allontana da questo mondo,
benché ciascuno s’estingua nel proprio momento.
– Ce ne andremo senza andar via,
nessuno resterà né se ne andrà,
proprio come abbiamo sempre vissuto
sulle sponde di questo sogno indecifrabile,
dove uno è e non è e nessuno sa nulla.

Final sin fin

…Y yo me iré
J.R.J.

La que se irá al final será la vida,
la misma vida que ha llevado nuestros pasos
sin tregua a la velocidad de su deseo.
Se llevará también todas sus horas
y los relojes que sonaban y el sonido
y lo que en ellos siempre estuvo oculto
sin ser tiempo ni trastiempo…
Cuando haya de partir – se irá la vida,
ella y su música veloz entre mis venas
que me recorre con remotos cánticos,
ella y su melodiosa geometría
que inventa el ajedrez de estas palabras.

De todo cuanto miro en este instante
será la vida la que parta para siempre o para nunca,
es decir, la que parta sin partir, la que se quede
y con ella mi cuerpo noche y día,
siguiéndolas en sus luces y sus sombras…
Si, tal vez nadie se aleje de este mundo,
aunque se extinga cada quien en su momento.
– Nos iremos sin irnos,
ninguno va a quedarse ni va a irse,
tal como siempre hemos vivido
a orillas de este sueño indescifrable,
donde uno está y no está y nadie sabe nada.

( Fábula del escriba, 2006 )

La poesia

La poesia attraversa la terra sola,
posa la sua voce sul dolore del mondo
e non chiede nulla
neppure parole.

Arriva da lontano e senza un’ora, non avvisa mai;
ha la chiave della porta.
Entrando si ferma sempre a guardarci.
Poi apre la sua mano e ci consegna
un fiore o un sassolino, qualcosa di segreto,
ma così intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

La poesía

La poesía cruza la tierra sola,
apoya su voz en el dolor del mundo
y nada pide
ni siquiera palabras.

Llega de lejos y sin hora, nunca avisa;
tiene la llave de la puerta.
Al entrar siempre se detiene a mirarnos.
Después abre su mano y nos entrega
una flor o un guijarro, algo secreto,
pero tan intenso que el corazón palpita
demasiado veloz. Y despertamos.

( Alfabeto del mundo, 1988 )

Martí, quando un poeta diventa la memoria di una nazione

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Mausoleo di José Martí


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

José Martí non è diventato il poeta nazionale di Cuba soltanto perché fu uno dei suoi maggiori scrittori. La sua trasformazione in simbolo nazionale è il risultato di un processo iniziato dopo la sua morte, quando la società cubana cominciò a riconoscere nella sua opera e nella sua vita un patrimonio capace di rappresentare l’idea stessa di patria.
Martí non si limitò a raccontare Cuba ma contribuì a immaginarla. Le sue poesie, i suoi testi politici e la sua attività intellettuale offrirono parole attraverso le quali generazioni di cubani avrebbero potuto parlare di libertà, dignità, indipendenza e identità nazionale. È anche per questo che la sua presenza è entrata così profondamente nell’educazione. La Edad de Oro, pensata per i bambini, ha avuto un ruolo particolare nella trasmissione di questa memoria. Il primo incontro con Martí può avvenire attraverso una poesia o un racconto e riemergere anni dopo davanti a una statua, in una scuola o durante una cerimonia pubblica.
La memoria, però, non vive soltanto nei libri. Ha bisogno di luoghi, immagini e rituali. Nel caso di Martí, uno dei luoghi decisivi è il mausoleo di Santa Ifigenia, a Santiago de Cuba, inaugurato nel 1951. Quando fu costruito, l’immagine nazionale di Martí era già profondamente radicata nella società cubana. L’architettura non inventò quindi il mito: lo rese visibile.
Il mausoleo può essere letto come una vera narrazione costruita nello spazio. I 28 monoliti richiamano l’ultima campagna del 1895; le sei figure femminili rappresentano le province cubane dell’epoca e trasformano la geografia nazionale in una presenza simbolica; la bandiera, la stella e la luce naturale completano un percorso che conduce al luogo della sepoltura.
Il significato non sta in un singolo elemento, ma nella loro combinazione. La bandiera richiama la patria, la stella l’identità, la luce la continuità della vita, le figure femminili Cuba stessa. La tomba, infine, non appare soltanto come il luogo nel quale riposa un uomo morto nel 1895, ma come uno spazio nel quale la nazione custodisce una parte della propria storia. È questo il passaggio decisivo: dal personaggio storico al simbolo.
Il Martí storico è l’uomo nato all’Avana nel 1853, scrittore, giornalista, organizzatore politico, fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e combattente morto a Dos Ríos. Il Martí della memoria nazionale è invece l’Apostolo, il Maestro, l’Eroe Nazionale, il poeta della patria. Queste definizioni non cancellano la sua biografia, ma la interpretano e la trasformano in un patrimonio collettivo.
Per questo non esiste una data precisa nella quale Cuba abbia semplicemente deciso di attribuirgli il ruolo di poeta nazionale. La sua consacrazione avvenne attraverso un lungo processo fatto di scuola, letteratura, commemorazioni, monumenti e uso dello spazio pubblico. Fu una costruzione culturale più che una nomina ufficiale.
Ed è proprio questa origine a spiegare la longevità del simbolo. Ogni generazione eredita Martí, ma può leggerlo in modo diverso. Il suo volto rimane riconoscibile mentre cambiano le interpretazioni politiche e culturali associate alla sua figura. La forza di un’icona nazionale sta anche in questo: può essere ripetuta senza avere necessariamente sempre lo stesso significato.
Santa Ifigenia rende evidente questa stratificazione della memoria. La presenza della tomba di Fidel Castro nello stesso cimitero crea un rapporto simbolico tra due epoche molto diverse della storia cubana. Martí appartiene alla lotta per l’indipendenza dalla Spagna; Fidel alla Rivoluzione del XX secolo. La distanza storica rimane, ma la scelta dello stesso luogo di sepoltura inserisce entrambe le figure all’interno di una stessa geografia della memoria nazionale.
Nel 2026, anno del centenario della nascita di Fidel Castro, Santa Ifigenia torna così a essere un luogo particolarmente significativo per osservare come Cuba costruisce e aggiorna il proprio racconto storico. Ma Martí occupa una posizione particolare: la sua immagine nazionale si era formata molto prima della Rivoluzione e aveva già attraversato generazioni, scuole e istituzioni.
Il mausoleo continua a colpire anche chi non conosce tutti questi passaggi perché comunica prima ancora delle parole. Il visitatore vede la geometria monumentale, le figure, la bandiera, la stella e la luce; solo dopo ne scopre i significati. È precisamente ciò che fanno i grandi monumenti nazionali: non conservano soltanto il passato, ma suggeriscono come ricordarlo.
La storia racconta la vita di Martí. La memoria nazionale racconta ciò che Cuba ha scelto di vedere in quella vita. È in questa distanza che nasce il poeta nazionale. Non nel giorno di una nomina, ma nel momento in cui le parole di uno scrittore entrano nella vita quotidiana di un Paese: quando vengono insegnate ai bambini, ripetute nelle cerimonie, scolpite nei monumenti e associate per generazioni alla stessa idea di patria.
A Santa Ifigenia, quella trasformazione diventa visibile. La poesia è diventata pietra, la biografia è diventata simbolo e la morte è diventata memoria. Martí non è più soltanto un uomo della storia cubana: è una delle forme attraverso cui Cuba continua a raccontare se stessa.

“La maschera” di Harper J.Quinn, racconto tratto da “Short Stories”, AEDE Books, 2026.

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PROLOGO

LA NOTTE DEL GIOCO

Trent’anni prima, nessuno dei presenti era mai riuscito a stabilire quando quella notte fosse davvero finita. La villa Montvale era isolata. Arroccata sulla scogliera. Sette persone erano arrivate nel corso del pomeriggio. Victor Delmar possedeva più terra di quanta ne avesse mai calpestata. Faceva l’avvocato per abitudine, non per necessità. Gli piaceva ascoltare la propria voce mentre trasformava un colpevole in un innocente. Clara Montvale era rimasta vedova troppo presto ed era vergognosamente ricca. Portava il lutto come un accessorio costoso. La noia era l’unica cosa che sembrasse davvero viva dentro di lei. Il dottor Adrian Vane apparteneva a una famiglia di medici da generazioni. Aveva mani curate e occhi stanchi. Dopo il terzo brandy iniziava sempre a parlare della morte come di una cattiva abitudine umana. Lucas e Nathan DeWitt speculavano su qualunque cosa producesse paura, scarsità o dipendenza. Non distinguevano più il denaro dal sangue. E probabilmente non lo facevano da anni. Isabelle Montvale possedeva la villa e le terre attorno. Suo marito era morto per un infarto, almeno ufficialmente. Troppa gente aveva trovato conveniente crederci. Henry Valcor aveva ereditato dal nonno una piccola flotta commerciale e abbastanza denaro da convincersi che quasi tutto potesse essere comprato. Aveva organizzato lui la giostra. Continua a leggere →

Poesia sabbatica: “Le mie rose per te”

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LE MIE ROSE PER TE

 

per i tuoi capelli leggeri, una rosa

per i tuoi occhi d’acqua, una rosa

una rosa per le tue labbra melograno

una rosa per quel tuo viso che amo

 

quando sorridi e per questo rido anch’io, una rosa,

per quando ci sei e per te ci sono anch’io, una rosa,

una rosa perché esisti

una rosa perché fai esistere me

 

per il sogno che hai salvato

proteggendolo pulcino fra le mani,

per il tuo viso che è il mondo

e solo per questo il mondo è bello,

una rosa e una rosa

e ancora milioni di rose

 

sono queste, amore,

le mie rose per te.

 

 

Francesco Palmieri
(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

Venerdì dispari

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Abbiamo fatto autunno anche quest’anno
è da ieri che il suo blues risuona lento
foglia che cade su foglia che cade.
Ci siamo sposati proprio quel giorno
la luce aveva già quella certa curva
lo abbiamo fatto per arrivare fino a terra
contare gli anni e poi le foglie
Non so se ne è valsa la pena
ma l’albero è cresciuto
e vorrà pur dire qualcosa
se non abbiamo neppure
contato i millimetri in altezza
né gli anelli al tronco.
E tutto è stato
perché proprio lì doveva stare.
Non sapendo dove metterlo
per non sciuparlo
lo abbiamo speso tutto
e ancora ne avanza.

Francesco Tontoli

L’agonia di un villaggio di Giovanni Verga

ph. Andrea Fontanelli da wikipedia

Bollettino dell’eruzione! Il fuoco a Nicolosi!» La folla accorreva dai dintorni, a piedi, a cavallo, in carrozza, come poteva. Lungo la salita, fra il verde delle vigne, un denso polverone disegnava il zig-zag della strada. Ad ogni passo s’incontravano carri che scendevano dal villaggio minacciato, carichi di masserizie, di derrate, di legnami, perfino d’imposte e di ringhiere di balconi, tutto lo sgombero di un villaggio che sta per scomparire. E colla roba, sui carri, a piedi, uomini e donne taciturni, recandosi in collo dei bambini sonnolenti, coi volti accesi dalla caldura e dall’ambascia. Pei casolari, nelle borgate, lungo la via, gli abitanti affacciati per vedere, colle mani sul ventre; qualche vecchierella che attaccava un’immagine miracolosa allo stipite della porta o al cancello dell’orto; i monelli che ruzzavano per terra festanti; e sulle porte spalancate delle chiesuole, la statua del santo patrono, luccicante sotto il baldacchino, come un fantasma atterrito, colle candele spente, e i fiori di carta dinanzi. A Torre del Grifo scaricavano carrate intere di assi e di tavole sulla piazzetta, per le baracche dei fuggiaschi. Le pompe d’incendio tornavano indietro di gran trotto, col fracasso di carri d’artiglieria; e in alto, dirimpetto, il vulcano tenebroso, dietro un gran tendone di cenere, lanciava in aria, con un rombo sotterraneo, getti di fiamme alti cinquecento metri.
All’ingresso del paesetto era un ingombro straordinario di carri, cavalli, gente che gridava, e soldati col fucile ad armacollo, quasi l’avanguardia di un esercito in rotta. Si camminava su di una sabbia nera, fra due file di case smantellate, irregolari, cogli usci e le finestre divelte. La gente ancora affaccendata a portare via roba. Dal balcone di una casa nuova calavano gridando – Largo! – un armadio monumentale. Una vecchierella stava a custodia di alcune galline, seduta su di un cesto, in un cortile ingombro di doghe e cerchi di botte. E qua e là, sulle porte senza uscio, vedevasi qualche povero diavolo che voltava le spalle alle stanzucce nude, aspettando colle mani in mano e il viso lungo, in silenzio, come nell’anticamera di un moribondo. Sul marciapiede del casino di compagnia erano schierate su due file di sedie alcune signore venute a vedere lo spettacolo, che si facevano vento, degli uomini che fumavano, un sorbettiere portava in giro dell’acqua fresca, il baldacchino del Santissimo appoggiato al muro, colle aste in fascio, e di faccia la chiesa spalancata, senza lumi, solo un luccichìo di santi dorati in fondo all’altare in lutto. – Lassù dal campanile, sul chiacchierìo, sul frastuono, sui boati del vulcano, la campana che sonava a processione, senza cessare un istante.
Al Nord, verso l’Etna, lo stradone si allungava in mezzo a due file di ginestre arboree, formicolante di curiosi che andavano a vedere, ridendo, schiamazzando, chiamandosi da lontano, e gli strilli soffocati delle signore barcollanti sul basto malfermo delle mule, e il vociare di quelli che vendevano gasosa, birra, uova e limoni, sotto le baracche improvvisate. Via via che i più lontani giungevano sull’erta udivasi gridare: – Ecco! ecco! – con un grido quasi giulivo; di faccia, a destra e a sinistra, fin dove arrivava l’occhio, come il ciglione alto di una ripa scoscesa, nera, fumante, solcata qua e là da screpolature incandescenti, dalle quali la corrente di lava rovinava con un acciottolìo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.
A due passi le ginestre in fiore si agitavano ancora alla brezza della sera; delle signore si stringevano al braccio del loro compagno di viaggio, con un fremito delizioso; altri si sbandavano per le vigne, lungo la linea della corrente minacciosa, scavalcando muricciuoli, saltando fossatelli, le donne colle sottane in mano, con un ondeggiare infinito di veli e d’ombrellini, mentre il crepuscolo moriva nell’occidente, e la marina in fondo dileguava lontana, nel tempo istesso che l’immensa fiumana di lava sembrava accendersi nell’orizzonte tetro. Dal paesetto perduto nell’oscurità giungeva sempre il suono delle campane, e un mormorìo confuso e lamentevole, un formicolìo di lumi che si avvicinavano, quasi delle lucciole in viaggio. Poi, dalle tenebre della via, sbucò una processione strana, uomini e donne scalzi, picchiandosi il petto, salmodiando sottovoce, con una nota insistente e lamentosa della quale non si sentiva altro che: – Misericordia! misericordia! –
E sul brulicame nero e indistinto di quei penitenti, fra quattro torce a vento fumose, un Cristo di legno, affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli uomini che affondavano nella sabbia