Dieci anni di Limina mundi

Oggi Limina mundi compie dieci anni di attività. Questo post raccoglie i contributi di Deborah Mega, Francesco Palmieri, Emilio Capaccio, Maria Allo, Miriam Bruni, Yuleisy Cruz Lezcano, Loredana Semantica per l’occasione. Una festa celebrativa, di auguri e lunga vita a Limina mundi!

di DEBORAH MEGA

L’idea di inaugurare un blog di poesia, letteratura, arti, società nacque nel 2015 a conclusione di un progetto precedente che aveva coinvolto me e Loredana Semantica permettendoci di testare una conoscenza e una collaborazione che nel corso degli anni sarebbe divenuta amicizia. Quando il 21 marzo 2016 pubblicammo il primo post, eravamo animate da passione, estro creativo, desiderio di proporre contenuti significativi e di lasciare una traccia, nonostante fossimo consapevoli che un blog presenta il duplice pregio della capillarità e della velocità di diffusione ma il grande limite del transeunte rispetto ad una rivista cartacea. Ricordo delle conversazioni lunghissime e stimolanti condotte fino a tarda notte, durante le quali scegliemmo il nome, in questo (e non solo in questo), Loredana è bravissima, stabilimmo la struttura di pagine e categorie, l’immagine della testata che rappresentava “Apollo e le Muse”, un dipinto su tela collocato nella camera da letto dei miei nonni paterni che mi aveva attratta fin da bambina. Organizzammo un equipaggio scelto reclutando amici che sentivamo affini e prendemmo il largo. Questo spirito, dopo dieci anni di attività, non ci ha abbandonate. Abbiamo garantito nel corso di questo lungo corso una pubblicazione costante, se si eccettuano i periodi di vacanza natalizi ed estivi, grazie all’impegno di ciascun redattore e dei tantissimi amici poeti, scrittori ed editori che continuano a inviarci contributi di qualità, comunicati stampa, notizie su nuove uscite. Senza timore di essere smentita posso affermare che Limina si alimenti autonomamente e questo, rispetto ai primi tempi, quando io e Loredana ci alternavamo quasi quotidianamente, talvolta con affanno perché siamo entrambe molto impegnate, ci ha rasserenate. Abbiamo accolto le innumerevoli email che sono giunte alla nostra casella e abbiamo cercato di venire incontro al bisogno di partecipazione e al desiderio di esserci di chi ci ha scritto. Ad un certo punto, dal 2022, abbiamo sentito la necessità di trasformare il blog in sito, di acquistare un dominio, di ampliare la capacità del contenitore, di eliminare gli inserti pubblicitari migliorando le funzionalità offerte dalla piattaforma wordpress. Siamo contente di aver costruito dal nulla un collettivo di letteratura e arti che pubblica quasi ogni giorno. Come in ogni bilancio consuntivo che si rispetti è giusto parlare di numeri, non per crogiolarci nell’autocompiacimento, ma come sprone a fare sempre meglio. Oltre a me e a Loredana la redazione attuale è costituita da: Antonella Pizzo, Emilio Capaccio, Francesco Palmieri, Francesco Tontoli, Maria Allo, Miriam Bruni, Yuleisy Cruz Lezcano. In passato ne hanno fatto parte anche: Adriana Gloria Marigo, Alessandra Fanti, Anna Maria Bonfiglio, Francesco Severini, Maria Grazia Galatà, Raffaella Terribile. Le visite al sito sono state 473.731, in costante aumento, perché dalle 10812 visualizzazioni del 2016 siamo giunti alle 54372 dell’anno appena trascorso. Abbiamo notato che il 2020, anno della pandemia, è stato il periodo in cui l’affluenza al sito è stata altissima, superata solo dal 2024 con 65.059 visite.

A partire dall’anno di fondazione, gli articoli pubblicati fino a oggi sono stati 1672. Dalla top ten degli articoli più visualizzati emerge che l’articolo più letto è stato “La casa di Asterione” con 40910 visualizzazioni, scritto e pubblicato da me il 15 aprile 2016. Svolgendo la mia attività di docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado, quotidianamente ho la fortuna di imbattermi in pagine tra le più belle che mai siano state scritte, posizione privilegiata questa, che favorisce l’incontro e la scoperta di prodotti della creatività e dell’ingegno di tutti i tempi, selezionati per mio gusto personale. Mi piace pensare  di compiere nel mio piccolo un’opera di alfabetizzazione culturale. Ho il sospetto, infatti, che molti miei post siano utilizzati da studenti e fungano da spunto per ulteriori approfondimenti.

Gli utenti abbonati attualmente sono 290, i visitatori in questi anni sono stati 341616, provenienti da vari stati del mondo, regioni e città, italiane e non solo.

Il file più scaricato è risultato il pdf dei “Cuentos Olvidados” di Emilio Capaccio.

Il giorno di maggior affluenza è stato il 15 marzo 2019. L’intenzione che ci animava era quella di perseguire e celebrare l’armonia, la bellezza, la solidarietà prendendo le distanze dall’ingiustizia, dall’intolleranza, dalla discriminazione, dalle violenze che imperversano oggi nel mondo. Pensiamo di esserci riuscite e ci auguriamo di continuare a percorrere questa rotta per molto tempo ancora.

Deborah Mega

di FRANCESCO PALMIERI

Sono passati 10 anni…grazie soprattutto all’impegno incrollabile e continuo delle colonne portanti di questo blog: Deborah Mega e Loredana Semantica; senza di loro oggi non avremmo alcun decennale da celebrare. Considerando la vastità delle scritture e delle proposte che affollano lo spazio virtuale e social di internet, non sarebbe blasfemo gridare “al miracolo”, per essere riusciti a resistere nel tempo e all’urto distruttivo del clamore annichilente del web, Limina Mundi è ancora nel suo luogo ai confini del mondo, dove può avvenire che si scoprano nuove terre o che si precipiti in un “folle volo” verso l’abisso dell’inesistenza e del silenzio. Limina, dal momento in cui è nato come blog 10 anni fa, è stato ed è isola di resistenza culturale, uno spazio dove si sono avvicendate voci, nomi e proposte di scrittura che vanno dalla poesia al racconto, dal saggio breve alla riflessione filosofica su questo nostro tempo contemporaneo, dalla presentazione di raccolte poetiche alle letture ‘a viva voce’ ad opera di autori e collaboratori saltuari, avendo sempre come obiettivi principali la gratuità della collaborazione e soprattutto l’ambizione di essere testimonianza e persistenza della parola, quella parola dove l’anima è ancora luogo genetico insopprimibile della creatività e la razionalità il filtro ineludibile della dicibilità. In questi dieci anni molto è cambiato nell’universo mondo: la dimensione umana e umanistica viene sempre più erosa dall’incedere potente di una antropologia seviziata dall’innovazione tecnologica usata come instrumentum regni e dalle brame regressive di un potere brutale e assolutistico, dove i niciani mostri sembrano non avere rivali nella costruzione del mondo e del tempo futuro che, lungi dall’essere un’opportunità, pare invece un terrorizzante abisso profondo. Per queste inquietanti ragioni oggi è più che mai necessario, se non vitale, farsi isole di resistenza, e dal silenzio, zittiti dal clamore e dal rumore, anche se sempre più emarginati e schiacciati ai confini del mondo, un mondo che mai potremmo amare: un mondo che non vogliamo.

Francesco Palmieri

di EMILIO CAPACCIO

Dieci anni sono un tempo che si misura non solo in giorni, ma in vibrazioni, in parole che hanno attraversato silenzi e pensieri, in incontri invisibili tra chi scrive e chi legge. Celebrare il decennale di Limina Mundi significa fermarsi a sentire il battito di un progetto nato dal desiderio di dare forma alle emozioni, di esplorare la vita con attenzione, e di trasformare la scrittura in spazio di ascolto e condivisione. In un mondo dove tutto scorre veloce e la parola spesso perde il suo peso, questo spazio ha scelto di essere rifugio e orizzonte insieme: luogo in cui ogni testo respira, vibra e invita chi legge a perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo.
Ogni poesia, ogni racconto, ogni riflessione che ha attraversato questi dieci anni è come una stella in un cielo vasto: brilla da sola, ma insieme alle altre crea costellazioni che raccontano storie, sentimenti, visioni del mondo. Limina Mundi ha saputo costruire questi cieli, tracciando percorsi di pensiero e immaginazione che conducono lontano, verso territori inaspettati dell’anima e della società. La scrittura qui non è mera espressione estetica, ma atto di presenza, gesto che testimonia la cura di chi cerca di capire e dare senso a ciò che accade dentro e fuori di sé.
In dieci anni si accumulano frammenti di vita, riflessioni, intuizioni che diventano tessuto comune. La bellezza di questo progetto non sta nella quantità, ma nell’intensità: ogni parola scelta, ogni immagine evocata, ogni pensiero condiviso è parte di una trama più grande che unisce chi scrive e chi legge. È come se ogni testo fosse una vela dispiegata sul mare aperto della cultura e della riflessione, spinta dal vento delle idee, capace di portarci oltre la riva della superficialità quotidiana verso un orizzonte più profondo.
Il decennale non è solo un punto nel tempo, ma un invito a guardare avanti, a continuare a navigare in un mare che non teme la profondità. Limina Mundi ha mostrato che la parola è ancora strumento potente: può costruire ponti tra esperienze diverse, accendere intuizioni, aprire finestre sull’ignoto. La poesia diventa voce, la prosa diventa cammino, e ogni lettura si trasforma in un piccolo viaggio. Qui non si tratta di consumare contenuti, ma di partecipare a una conversazione che attraversa le stagioni della vita, le luci e le ombre dei nostri tempi.
Dieci anni di scrittura condivisa significano anche dieci anni di relazioni invisibili: tra autori e lettori, tra pensieri ed emozioni, tra memoria e futuro. Limina Mundi ha saputo creare un ecosistema culturale in cui ogni voce trova spazio, in cui ogni parola ha peso e ogni silenzio ha senso. È un luogo in cui la scrittura non si limita a raccontare, ma accompagna, provoca, invita a riflettere, a sentire e a immaginare. La ricorrenza del decennale diventa così celebrazione di un atto di cura: verso la parola, verso chi legge e verso il mondo che ci circonda.
Guardando oltre, questa soglia dei dieci anni non chiude un capitolo, ma apre nuove rotte. È promessa di continuità, di innovazione, di attenzione costante al valore della scrittura come strumento di comprensione e bellezza. Limina Mundi ci ricorda che, anche nell’oceano frenetico del digitale, è possibile costruire spazi di lentezza, di ascolto, di profondità. Che la parola può ancora essere luce e guida, può ancora sorprendere, emozionare e trasformare.
In definitiva, il decennale di Limina Mundi celebra non solo un percorso di dieci anni, ma la possibilità che la cultura viva e respiri, che le parole possano ancora aprire mondi, creare ponti invisibili, dare senso alle cose e alle persone. È un invito a continuare a navigare, insieme, in questo alto mare aperto, dove ogni parola conta, ogni pensiero vibra, e ogni lettura diventa viaggio. Dieci anni sono solo l’inizio: la rotta è aperta, e le vele sono pronte a dispiegarsi ancora, verso nuovi orizzonti di bellezza e scoperta.

Emilio Capaccio

di MARIA ALLO

Raggiungere dieci anni di attività nella gestione di un lit-blog letterario rappresenta un traguardo significativo, frutto di costanza, impegno e passione per la scrittura. Deborah Mega e Loredana Semantica, attraverso un lavoro attento e dedicato, sono riuscite a mantenere vivo un progetto che ha saputo adattarsi nel tempo, affrontando le inevitabili sfide con determinazione e competenza. Il loro percorso dimostra quanto possa essere importante coltivare uno spazio di confronto e approfondimento culturale, anche in un contesto spesso mutevole come quello digitale. Quanto a me, semplice rematore occasionale lungo le rotte di questa appassionante avventura, posso affermare che in questi dieci anni non ho mai lasciato la nave. Anche se il mio contributo è stato altalenante, simile al ritmo irregolare di un tamburo che a volte batte e altre tace, non è mai mancato il cuore. Continuo a offrire il mio sostegno con gratitudine e con la consapevolezza che ci sono viaggi dove la meta finale serve solo a ricordarci il valore intrinseco del viaggio stesso, del navigare per il puro piacere di farlo. Seneca ci ammonisce sottolineando che il tempo a nostra disposizione non è mai troppo breve, ma siamo spesso noi stessi a sprecarlo senza riflettere. Non c’è risorsa più preziosa del tempo, più rara dell’oro e impossibile da recuperare una volta perduta. In queste parole si cela forse il segreto: far sì che ogni tappa del viaggio abbia significato e valore. A suo avviso, la chiave per allungare quella che chiamiamo esistenza risiede nel vivere con consapevolezza ogni istante del presente, orientando le nostre energie verso attività dotate di significato – ovvero il nobile otium filosofico, assai distante dall’inerte pigrizia – invece che disperderle negli affanni vani dell’inutile. Per Seneca, il tempo libero rappresenta tutto fuorché una sterile inattività: esso è il terreno fertile da dedicare alla coltivazione della mente, tra letture e riflessioni culturali, un’autentica forma di investimento per arricchire i giardini segreti della nostra anima. È come se ci ricordasse che, affinché la vita si espanda, non servono più anni, ma modi migliori di seminarla. Parlando di Limina Mundi, emergono con chiarezza le capacità di Loredana e Deborah nel favorire il consenso e la collaborazione all’interno del progetto. La loro gestione si distingue per flessibilità e apertura al dialogo, creando un ambiente armonioso e inclusivo. Il blog si configura come uno spazio dedicato alla diffusione di contenuti letterari e culturali, con un focus che spazia dai classici della letteratura alle produzioni contemporanee. Attraverso recensioni e analisi approfondite, il progetto propone una lettura critica che pone attenzione anche agli autori più giovani e alle nuove produzioni. In un contesto influenzato dalla comunicazione rapida dei social network, diventa importante ritagliare luoghi dedicati alla scoperta e alla valorizzazione delle diverse espressioni culturali, mettendo in risalto voci emergenti e prospettive innovative. Negli ultimi dieci anni, Limina ha esaminato con cura le diverse proposte creative presentate dai collaboratori, dedicando attenzione ai vari ambiti e sezioni, tra cui quella denominata “La poesia prende voce “alla quale ho contribuito direttamente. Questo progetto si è configurato come uno spazio di confronto poetico, dove le idee dei giovani autori si sono incrociate con l’esperienza di scrittori già affermati. In questo spazio, concepito come un crocevia ricco di suggestioni, hanno preso forma nuovi linguaggi poetici, caratterizzati da una rinnovata vitalità e intensità espressiva. Attraverso un delicato equilibrio tra eleganza e autenticità, le ottantasei voci poetiche coinvolte hanno saputo esprimere la propria identità, trovando spazio in contesti dedicati alla valorizzazione della diversità creativa e al riconoscimento del valore universale della poesia. Limina Mundi prosegue così il suo percorso, grazie al contributo di lettori, ideatrici e sostenitori che ne sostengono attivamente la crescita, anche se rimanere al passo con le novità e rispettare le tempistiche rappresenta sicuramente una sfida impegnativa, ma essenziale per garantire efficienza e risultati tangibili.

Maria Allo

di MIRIAM BRUNI

Miriam Bruni legge la poesia “Esempi” di Antonia Pozzi

ph. Miriam Bruni

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.
Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.
Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.
Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

di YULEISY CRUZ LEZCANO

Limina Mundi: abitare la soglia della parola

Dieci anni sono un tempo ambiguo: abbastanza lungo da trasformare un’intuizione in una traiettoria, ma ancora intriso della freschezza originaria di un gesto nato per necessità più che per progetto. È dentro questa ambivalenza che si colloca l’anniversario di Limina Mundi, litblog fondato nel 2016 da Loredana Semantica e Deborah Mega, e cresciuto nel tempo come uno spazio di attraversamento, più che come un semplice contenitore editoriale.
Fin dall’inizio, come emerge dal manifesto inaugurale pubblicato nel marzo di quell’anno, Limina Mundi si è definito come un luogo di soglia: il “limen” non è soltanto un confine, ma una zona di passaggio, uno spazio in cui la scrittura si espone alla trasformazione. In questo senso, il blog si è inserito in quella tradizione contemporanea di riviste letterarie online che, come sottolineano diversi studi nell’ambito dei media digitali e delle digital humanities, hanno ridefinito il concetto stesso di comunità letteraria. Non più gerarchica, chiusa, filtrata esclusivamente da istituzioni editoriali, ma diffusa, dialogica, spesso fondata su relazioni orizzontali e su una partecipazione spontanea e appassionata.
Limina Mundi non nasce come rivista registrata, né come prodotto editoriale formalizzato: è, piuttosto, un litblog nel senso più autentico del termine, animato da una tensione culturale che precede ogni struttura. Questa assenza di formalizzazione giuridica non rappresenta una mancanza, ma una scelta implicita: quella di privilegiare la libertà del gesto creativo e la costruzione di uno spazio condiviso rispetto a logiche istituzionali. In questo contesto, la tutela del diritto d’autore si affida a pratiche diffuse nella cultura digitale, come l’attribuzione chiara dei testi, la responsabilità individuale e la visibilità pubblica che, paradossalmente, diventa una forma di protezione.
Le rubriche iniziali, pur nella loro fluidità, riflettevano già una vocazione plurale: poesia, riflessione critica, traduzione, dialogo tra arti e linguaggi. Col tempo, il blog si è ampliato non tanto in termini di struttura quanto di profondità e varietà delle voci. “Hanno collaborato” diventa una formula significativa: non un elenco di presenze, ma una costellazione di passaggi, di incontri, di autori che hanno abitato temporaneamente questo spazio per poi proseguire altrove. In questo senso, Limina Mundi è stato ed è un luogo di transito, coerente con la propria identità di soglia.
Ciò che colpisce, a distanza di dieci anni, è la persistenza dell’energia originaria. Come afferma Loredana, con una sincerità che restituisce il senso profondo del progetto: “Sì, noi stessi siamo stupiti e orgogliosi di aver retto tanto animati solo dalla passione”. È proprio questa passione il motore reale del blog, una forza che sfugge alle definizioni e che si avvicina a quella dimensione quasi “nebulosa” che molti scrittori evocano quando parlano della nascita della loro vocazione. Nel caso della poesia, in particolare, non si tratta di una scelta deliberata, ma di una chiamata, di un attraversamento che coinvolge l’identità stessa di chi scrive.
La mia esperienza personale si inserisce in questa trama di incontri. Sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e scrittrice, e il mio avvicinamento a Limina Mundi è avvenuto attraverso una mediazione inattesa: un poeta, Emilio Capaccio, che un giorno mi fece conoscere il blog traducendo alcune poesie tratte dal mio libro pubblicato in Portogallo, Doble acento para un naufragio. Da quel momento, il passaggio da lettrice a collaboratrice è stato naturale, quasi inevitabile. Inviare testi, partecipare al dialogo, entrare in quella corrente di scambio ha significato riconoscere in Limina Mundi uno spazio affine, capace di accogliere e risuonare con la mia ricerca poetica. Partecipare a un litblog come questo non significa soltanto pubblicare, ma condividere un percorso. È un’esperienza che mette in gioco il senso stesso della scrittura come pratica relazionale. Gli studi accademici sulle comunità letterarie digitali sottolineano come questi spazi favoriscano forme di co-creazione e di negoziazione simbolica: ogni testo pubblicato è il risultato di un dialogo implicito con chi legge, con chi commenta, con chi scrive accanto. In Limina Mundi, questo dialogo si estende anche al direttivo, dove le differenze non rappresentano ostacoli, ma risorse. La negoziazione delle idee diventa un esercizio di ascolto, un modo per far emergere una visione condivisa senza annullare le singolarità.
In questo contesto, la leadership non assume mai una forma autoritaria o verticale. È, piuttosto, una leadership diffusa, che si manifesta nella capacità di tenere insieme il progetto, di orientarlo senza irrigidirlo, di accogliere senza disperdere. Loredana Semantica e Deborah Mega incarnano questa forma di guida: non come controllo, ma come cura. È una leadership che si misura nella durata, nella coerenza, nella capacità di attraversare le inevitabili trasformazioni senza perdere il nucleo originario.
Nel corso degli anni, Limina Mundi ha dato vita anche a momenti di incontro dal vivo, occasioni in cui la dimensione digitale si è tradotta in presenza, confermando che la comunità costruita online possiede una realtà concreta, fatta di corpi, voci, relazioni. Questi eventi rappresentano un’estensione naturale del progetto, un modo per rendere tangibile ciò che nasce nella scrittura.
A dieci anni dalla sua nascita, Limina Mundi non è soltanto un archivio di testi, ma un’esperienza collettiva. Ha rappresentato per molti autori un luogo di formazione, di confronto, di passaggio. Ha dimostrato che la scrittura, quando è sostenuta da una passione autentica e condivisa, può costruire spazi duraturi anche al di fuori delle strutture tradizionali. E continua a farlo, mantenendo viva quella tensione originaria verso il limite, verso ciò che sta tra le cose, verso quel confine mobile in cui la parola si rinnova continuamente. Se questi sono gli intenti dichiarati, ciò che emerge con forza è la loro traduzione concreta in una pratica quotidiana della scrittura che non si limita a testimoniare, ma prende posizione. La parola, in Limina Mundi, non è mai neutrale: è un gesto che si espone, che sceglie, che accetta il rischio di stare dentro il tempo presente senza rinunciare a una tensione verso ciò che lo trascende. In questo senso, il riferimento alla bellezza non è evasione, ma forma di resistenza, così come lo sguardo sulle fratture del mondo non è compiacimento del dolore, ma esigenza etica.
L’immagine della danza, evocata dal dipinto di Danza di Apollo con le Muse, suggerisce un equilibrio dinamico tra discipline, sensibilità e linguaggi. Non si tratta di un’armonia statica, ma di un movimento continuo in cui ogni voce trova spazio senza annullare le altre. Scrivere sulle arti, attraversarle, metterle in relazione diventa allora un modo per sottrarsi alla frammentazione e ricostruire un senso di unità, fragile ma necessario.
In questa prospettiva, anche il richiamo a Ulisse e a Costantino Kavafis non è soltanto letterario, ma esistenziale. Il viaggio non è metafora ornamentale, bensì struttura profonda dell’esperienza del blog: ogni contributo è una tappa, ogni autore un approdo temporaneo, ogni testo una traccia lasciata lungo una rotta che non è mai definitivamente tracciata. L’Itaca evocata non coincide con un punto d’arrivo, ma con la consapevolezza maturata lungo il percorso.
Accogliere scritture altrui, in questo contesto, significa assumersi una responsabilità ulteriore: non solo offrire spazio, ma custodire uno spirito. È qui che si misura la coerenza di Limina Mundi, nella capacità di mantenere aperta la soglia senza disperdere il senso di ciò che la attraversa. Ogni testo accolto deve, in qualche modo, dialogare con quell’idea di libertà che non è arbitrio, ma tensione consapevole verso la conoscenza.
E forse è proprio in questa apertura vigilante che si comprende fino in fondo il valore dell’esperienza condivisa: non un semplice insieme di contributi, ma una costruzione collettiva che si rinnova continuamente, restando fedele a un nucleo etico e poetico che, dopo dieci anni, continua a interrogare chi scrive e chi legge.
C’è un punto, nella scrittura, in cui ogni tentativo di spiegazione si arresta e lascia spazio a qualcosa di più originario, quasi insondabile. È lo stesso punto in cui molti autori esitano quando si chiede loro “quando è iniziato tutto”: non c’è una data, non c’è una decisione, ma una sorta di emersione. Scrivere, in fondo, è rispondere a una voce che non si possiede del tutto. E forse è proprio per questo che chi scrive legge con una fame diversa: non per accumulare storie, ma per riconoscere, negli altri, quella stessa voce che lo attraversa.
Il lettore vorace è già, in potenza, uno scrittore. Non perché imiti o replichi, ma perché completa. Qui si innesta quella tensione teorica che mi avvicina agli strutturalisti: l’idea che ogni opera non sia chiusa, ma continuamente riattivata da chi la legge. In questa prospettiva, il testo non appartiene mai a un solo autore. Ogni lettura è una riscrittura invisibile, ogni interpretazione è un gesto creativo. La letteratura diventa allora uno spazio plurale, dove l’autorialità si moltiplica e si dissolve insieme. È questa una delle forme più alte della cultura: un’opera che vive di infinite coscienze.
Limina Mundi si inserisce con naturalezza in questa visione, perché è costruito come un luogo di voci. Non una voce dominante, ma una coralità che accetta differenze di stile, provenienza, lingua, sensibilità. In questo senso, il blog assume una dimensione che va oltre il contesto nazionale: accogliendo autori che scrivono da altri paesi, che attraversano lingue e traduzioni, diventa a tutti gli effetti uno spazio internazionale. Non tanto per una dichiarazione formale, quanto per la pratica concreta dell’incontro. Come mostrano anche studi recenti sulle reti letterarie globali, la dimensione digitale consente oggi una circolazione senza precedenti di opere e autori, creando connessioni tra comunità lontane e spesso marginalizzate.
In questo scenario, Limina Mundi dialoga idealmente con altre esperienze che, pur diverse per struttura e visibilità, condividono una tensione simile. Riviste come Zoetrope: All-Story, fondata da Francis Ford Coppola, hanno saputo unire autori emergenti e figure di rilievo internazionale, pubblicando scrittori come Gabriel García Márquez o Salman Rushdie e contribuendo a creare un ponte tra diverse tradizioni narrative. Allo stesso modo, esperienze come Storie hanno proposto una visione aperta e bilingue della letteratura, accogliendo autori di differenti nazionalità e cercando di esplorare forme innovative della scrittura.
Queste realtà, pur più strutturate, condividono con Limina Mundi un’idea fondamentale: la letteratura come spazio di relazione, come laboratorio di senso, come luogo in cui le differenze non vengono livellate ma rese visibili.
In questo orizzonte, il nome stesso Limina Mundi acquista una risonanza ulteriore. Non è soltanto una soglia, ma un confine mobile tra mondi: tra autore e lettore, tra lingue, tra esperienze, tra centro e margine. È un nome che contiene un movimento, una tensione verso l’attraversamento. E forse è proprio qui che si rivela il suo senso più profondo: non indicare un luogo stabile, ma una condizione. Stare sulla soglia significa accettare l’inquietudine della ricerca, ma anche la possibilità dell’incontro.
Così, nel mistero della scrittura e nella pluralità delle sue voci, Limina Mundi continua a esistere come uno spazio in cui chi legge può diventare autore e chi scrive resta, inevitabilmente, un lettore tra gli altri. Ed è in questa reciprocità, mai conclusa, che si rinnova il suo significato più autentico.

Yuleisy Cruz Lezcano

di LOREDANA SEMANTICA

Era 21 marzo del 2016 quando è cominciata l’ avventura di Limina mundi, e oggi – non sembra vero – sono trascorsi dieci anni! Possiamo già parlare di “storia” e non solo avventura. All’epoca – ricordo – dedicammo tempo e cura alla scelta del nome e del logo del blog, scartando tante prove e ipotesi, pensammo anche a un “manifesto”, che diventò anche il primo post, una dichiarazione d’intenti di farne un luogo che esaltasse la bellezza e l’arte per contrasto alle brutture della realtà, magnificando il senso di libertà e dell’esplorazione di mondi nuovi, paragonandoci a novelli Ulisse, navigatori dell’Oceano, da percorrere metaforicamente in lungo e in largo fino ai più sperduti confini, consapevoli che importa più il viaggio che la destinazione, contano maggiormente gli incontri, l’esperienza, l’arricchimento culturale e spirituale che l’ Itaca, l’approdo di quiete che ci attende al termine del nostro peregrinare.
Dopo dieci anni la visione non è cambiata, anzi appare corroborata e più autentica che mai, ma, al contempo, è come se appartenesse a un sogno o aspirazione, è più precisamente un’ispirazione. La “visione” è una metafora, la realtà è un’altra cosa, molto più ordinaria, ma molto più concreta. Nessuna esaltazione, nessuna gloria o compiacimento, non gesta epiche o grandiosità, nessun incontro coi Lestrigoni o – per fortuna – con la maga Circe, nessun Eolo che per noi soffi nelle vele, o Penelope che si confidi, sussurrandoci segreti regali nelle orecchie. Penelope al più è solo una compagna di viaggio, anche lei intenta a tessere la tela dell’attesa e della dilazione. Dell’intrattenimento. Una figura di pazienza che architetta il pretesto per rinviare all’infinito chi ha sete di conquista e dominio. La realtà è un miracolo di piccoli passi, un piede dopo l’altro, un colpo di remo appresso all’altro, uno spingere la barca sull’acqua, ma non con fatica, non per abbrivio, bensì con volontà e perseveranza. Un altro ambito dove viene provata la resistenza, la capacità di non rinunciare, nonostante a volte l’andare appaia senza meta e senza ritorni. Un’altra forma di solitudine concentrata in un progredire oltre ogni limite. Trovare compagni ogni volta in questo andare è una sorpresa che si rinnova ad ogni incontro. Un conforto e una speranza che c’è del buono in ciò che si fa, in ciò a cui si crede.
All’entusiasmo iniziale è subentrata una nuova consapevolezza, che la tenacia è un valore (Deborah Mega in questo eccelle) , che costruire è sempre con fatica, che il mare è bello, ma infido, che per la libertà si paga un prezzo. Senza recedere dagli intenti iniziali, ma con la coscienza che essi sono ambiziosi e, perciò, come tutte le cose, non sono un regalo, ma esistono in quanto agli intenti si dà corpo con la determinazione.
Il progetto più ambizioso di tutti non era tanto creare un blog e animarlo col nostro impegno, inventare iniziative, rubriche, invitare partecipanti a condividere visione e a contribuire con loro idee e produzione. Tutto ciò, a dire il vero, era il divertimento. Il progetto più ambizioso era reggere nel tempo, mantenere l’impegno, attraversando secche e risacche, contrarietà e tempeste, gli impegni e gli affanni della vita.
Tra i miei ricordi di gioventù la passione del lavoro a maglia con i ferri da lana, ma anche l’incostanza e la stanchezza che mi portavano ad avviare progetti e a lasciarli incompleti, fermi per anni, infine ad abbandonarli. Col tempo ho cominciato ad apprezzare il lavoro a maglia non tanto per l’obiettivo o il risultato, bensì in sé per il lavorio, per lo sferruzzare, quell’accavallare di maglie agli aghi, di punti tra loro, di trame, legacci e rasati che componevano l’intreccio, per la ripetitività del gesto nella progressione dei ferri, l’andata e ritorno dell’avanzamento. Un percorso che ondeggia, cadenzato, una ritmicità simile al battito cardiaco, lo stesso ticchettio dei ferri nel silenzio mima il palpitare del cuore, l’ipnotismo del movimento, la capacità di giungere a lavorare quasi senza guardare la maglia, e vedere questa accrescersi in grembo, sotto le mani che sanno dove andare, hanno la misura dell’ampiezza, la sicurezza della precisione, calibrando pressione e tensione in gesti d’eleganza e sapienza. Potremmo dirlo trance, incanto, esperienza. Ossessione che intrama e convoglia. Ossessione che stempera e risorge. Costruzione. Quasi una p-ossessione che produce.

Sferruzzare come scrivere. Parola dopo parola.
Ecco, del lavoro sul sito, similmente dello scrivere, mi sento di compiere questo fantasioso parallelismo con lo sferruzzare. Alla fine una maglia che tenga calda d’inverno verrà fuori, si potrà indossare. Alla fine qualcosa di quanto scritto/prodotto si potrà salvare. Non lo dico io, ma Dino Buzzati nella poesia che riporto più sotto.
Concludendo, se guardiamo al tempo trascorso, ai compagni passati a quelli trovati, a quelli che sono qui dalla prima ora, credo che ne sia valsa la pena, di ogni cosa intendo, ogni difficoltà, ogni impegno, ogni tensione. Cercando la bellezza, forse ci accorgeremo che essa è in noi, in ciascuno di coloro che la coltivano, l’ammirano, la scorgono dove altri non vedono nulla, la proteggono, la sostengono.

E quindi, a tutti quelli che leggono, a quelli che scrivono, hanno scritto, partecipano, qui, con noi.

Grazie.

Loredana Semantica

di Dino Buzzati

Scrivi, ti prego.
Due righe sole, almeno,
anche se l’animo è sconvolto
e i nervi non tengono più.
Ma ogni giorno.
A denti stretti, magari delle cretinate senza senso,
ma scrivi.
Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni.
Crediamo di fare cosa importante
tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca.
Comunque, questo è il tuo mestiere,
che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte,
solo questa è la porta da cui,
se mai, potrai trovare scampo.
Scrivi, scrivi.
Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
una riga si potrà salvare. (Forse).


Dino Buzzati

Venerdì dispari

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La cura dell’acqua

Più in là degli anni visibili
a pochi metri dalla fonte
passavamo le acque per purgarci
ognuno circondato dal suo oceano.
Ridevamo da soli ad alzare le braccia
tuffarle nel buio e rimanere
in quella placenta calda
imparavamo l’arte di esistere
il rumore della mano che affonda.
Le parole galleggiavano a pelo d’acqua
e si stava con la bocca semi sommersa
a cantare qualcosa di gutturale e sconosciuto pronti a uscire dal gioco
e pronti anche a restarci in eterno.
La luce era lontana e ignota
il tempo si curvava sopra di noi
non conoscevamo lo spazio
se non quello interiore.
Caldo e vicino era il nostro dio
e la sua bellissima voce
la nostra ragione di vita.

Francesco Tontoli

Una poesia di Giovanna Sicari

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Per il 19 marzo di Limina mundi, una poesia di Giovanna Sicari

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Vorrei farti felice con questo niente

Babbo, vorrei comprarti
tutte queste piccole cose
esposte al mercato,
cose piccole, inutili:
arnesi, cianfrusaglie, biglietti.
Vorrei farti felice con questo niente
che colma il vuoto
con quest’amore che ripara,
tu solo annaffi le piante lievi
lavi e curi ogni cosa
e scavi nella compostezza
della vita, con decisione
raccogli foglioline e altro
tu solo puoi entrare nell’infinito.

da Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

“Passato! ” di Giovanni Verga

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“Passato!” è una novella di Giovanni Verga dalla raccolta Tutte le novelle, Oscar Mondadori, 1973. Si tratta di una novella breve, senza dialoghi, nella quale di frequente il capoverso inizia con la parola “Penso”, una sorta di refrain; declinata tutta in prima persona, essa consiste in una profonda e intima riflessione dell’autore rivolta al tempo passato, si distingue perciò dalla produzione verghiana, caratterizzata dall’osservazione oggettiva e dalla “spersonalizzazione” tipica del Verismo, corrente letteraria alla quale si ascrive la produzione maggiore dell’autore. Pervasa da un tono malinconico, venata di sentire poetico e contemplazione esistenziale, la novella s’incentra sul dolore profondo che il passare del tempo e il ricordo dei cari suscita nel narratore. Inserti descrittivi della natura costituiscono elementi vivi nel testo che esaltano la ricorrenza dei fenomeni, introducono il verde della speranza, questi insieme alle memorie di un passato sereno leniscono il dolore, ma il suo svanire, lo rende, proprio per questa ragione, a sua volta inutile, colpevole di inconsistenza, e accentua il senso di vacuità del vivere e l’anelito a lasciarsi andare all’incoscienza del sonno.

***


Qui, quando la città è più festosa e la folla più allegra, penso alla campagna lontana, laggiù, fra i miei monti, dietro il mare azzurro.
Penso ai sentieri verdeggianti, alle siepi odorose, alle lodole che brillano al sole, alla canzone solitaria che sale dai campi, monotona e triste come un ricordo d’altre patrie.
Penso a quell’ora dolce del tramonto, quando l’ultimo raggio indora le nevi della montagna, e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte.
Penso a quell’ora calda di luglio quando il sole innonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra, e il grillo nelle stoppie canta la canzone dell’ora silenz8iosa.
Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna.
Penso alle lunghe notti d’inverno spazzate dal vento e dagli acquazzoni, agli alberi che gemono nel temporale, e vi raccontano fantastiche storie cui sorridono gli occhi dei vostri cari, raccolti intorno alla lampada domestica.
Penso alla mia fanciullezza, che sembra sia tutta trascorsa in quella nota campagna; penso a quei colli, a quei valloni, a quei sentieri, a quella fontana, davanti alla quale è passata tanta gente, che veniva da lontano, a quel cespuglio su cui moriva il sole d’autunno quel giorno in cui vi passaste anche voi, con me, per l’ultima volta.
Quest’ultimo raggio di sole che mi è rimasto in cuore come un addio, come la vaga angoscia dei giorni spensierati dell’infanzia, che ci fa presentire le amarezze della vita, con un senso di vaga e dolorosa dolcezza.
Penso a quel sasso in cui ho segnato il primo amore de’ miei tredici anni, quando non conoscevo ancora altri dolori all’infuori di quelli creatimi dalla mia fantasia.
Ora che il dolore so cosa sia, il dolore vero, quelle che vi immerge le unghie nella carne viva e vi ricerca le fibre del cuore, quello che vi divorava le lagrime, le sensazioni e le idee, quando la morte entrò nella vostra casa…; penso ancora a quei luoghi, a quelle scene serene che vi tornano dinanzi agli occhi feroci come un’ironia nell’ora terribile di quell’angoscia; penso al muricciolo di quella fontana al quale si sono appoggiati quelli che non son più, a quell’erba che si è piegata sotto i loro passi, a quelle pietre sulle quali si erano seduti.
Ora l’erba è morta anch’essa, ed è risorta tante volte. Il sole l’ha bruciata, e la pioggia l’ha fatta rinascere. Quando le nuove gemme hanno verdeggiato nella siepe lì accanto, ne’ bei giorni d’aprile, essi non sapevano più nulla di voi, miei cari!
Io che sono rimasto, penso a quell’erba che non è più la stessa, a quelle pietre che dureranno ancora, mentre voi siete passati su di loro – e per sempre; penso che dell’altra erba spunta e muore fra le pietre della vostra fossa; e quando penso che lo strazio feroce di questo dolore non è più così vivo dentro di me, che ogni strappo dell’anima lentamente va rimarginandosi, mi viene uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla, d’ogni cosa umana, se non dura nemmeno il dolore, e vorrei sdraiarmi su quell’erba, sotto quei sassi, anch’io nel sonno; nel gran sonno.

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

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Il gatto marmorizzato

dietro l’angolo sonnecchia.

Un cielo plumbago azzurro

ha inondato il lato sud.

“Occhipinti aglio e menta

al tavolo ventidue!”.

Muta la zultanite

sull’anello di Samir.

Tiri fuori

un piccolo seme dalla tasca.

Bustrofedico procedi. Sogni

idromele e mescalina.

*

(Mia madre dorme.

Anche quando ero bambina dormiva.

Dormivamo insieme

e facevamo sogni uguali,

una mamma e una figlia foglia d’oro,

abbracciate come in un’odegitria.

 

Mia madre dorme.

Guardavamo i Film della Fiera

in flanella e bigodini,

c’era Amedeo Nazzari

e un bambino che moriva.

– Mamma, non voglio guardarli più –

 

Mia madre dorme.

Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,

le sue mani insaponate,

voli di bucato dalla finestra,

la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.

 

Mia madre dorme.

In estate non riuscivo a prendere sonno.

Odore di smog e Adriatico nella stanza.

Leggevamo di nascosto

fino all’ultimo aereo postale.

 

Mia madre dorme.

La notte ora cresce concava

sulle sue ginocchia girasoli).

*

Inchiodata a una bilancia

o a passo silenzioso e svelto

fra scaffali e lattine

 

(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)

 

con l’orizzonte portatile nella borsa,

violacciocche nella scollatura,

e un destino di cartapecora in tasca,

mangiava pane e fumo.

*

Sono spezzata.

 

Spezzata in un punto

a metà della schiena

ho un nido abbandonato

con uova schiuse

e piume insanguinate.

 

Sono spezzata.

Spezzata in un punto.

*

Vorrei soffermarmi sul delta

che sfocia nella tua fronte ampia.

Campeggiare sul tuo sorriso vago,

scivolare fra le pieghe dell’orecchio

e stendere una palpebra

come tovaglia da picnic.

 

Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,

accovacciarmi sul tuo mento glabro.

Percorrere il letto delle lacrime

sino ai calanchi del piccolo naso.

Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini

e dondolare, come se fosse estate

e io avessi ancora i tuoi undici anni.

*

Bice ha gli occhi grigi.

È minuta e le piace cantare.

Fiorin fiorello

l’amore è bello vicino a te.

 

Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.

Bice indossa camice con volant.

I soldati le guardano,

ma Anita è Anita.

Anita ha il fuoco dentro agli occhi.

Bice ha capelli nuovi

castani, lucentissimi.

 

Bice legge,

porta gattini a casa,

frigge le alici,

arrotola trippa e serve vino.

 

Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.

È bella Bice,

ma c’ha la risacca dentro

e la risacca abbaglia

chi non la sa guardare.

 

Bice scrive

e quando scrive è come un ricamo

fitto fitto di parole

scrive diari, poesie, preghiere,

piange per un pino caduto.

 

A fine agosto, Monopoli è una brace.

L’afa si addensa

filtra dai muri nei palazzi.

La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,

si va al mare. Ma Bice è a casa.

Chissà a cosa pensa,

se si massaggia le caviglie bianche

se gratta la nuca di Nerone

se legge a bassa voce oppure prega.

Un colpo al portone, secco, uno solo.

Un cacioricotta galeotto

e un breve messaggio.

Bice non lo dice,

ma la sua risacca si fa mare.

*

Ho la felicità inceppata

come una pistola al Luna Park

dieci colpi, cento lire

era il prezzo della libertà.

 

Il crepuscolo è caduto

irrimediabilmente su tutte le cose

e in questa nuova estate

si rintanano le lucciole.

 

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

 

 

Poesia sabbatica: “15”

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-15-

*

non raccontiamoci più nulla (amore)

di chi sei stata

di chi sono stato

delle altre vite avute

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

*

non ci diciamo più

che già abbiamo amato e pianto

ma non ero io

non eri tu

chi ci prendeva

e poi ci ha lasciato andare

*

non raccontiamoci più (amore)

chi siamo stati

quando tu non c’eri

quando io non c’ero

*

guardami nuovo

come io ti guardo nuova

*

guardami

non sono mai esistito

io sono nato adesso

*

dimmelo,

non sono mai esistita

io sono nata adesso

*

e io e te

un’altra vita ancora.

*

*

 Francesco Palmieri

 

Venerdì dispari

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L’uomo guarda gli storni vagare nel cielo della città

Loro non sanno che appartengono all’idea di un essere sconosciuto
che sta nella mente e negli occhi di chi è incantato dalle loro fughe

Il falco li insegue invisibile come un dio dei giochi e degli agguati

Le forme perturbanti e ancestrali che si dissolvono e si addensano hanno il destino di durare solo il tempo per sedurre
e lasciarsi andare

Disegnano ombre senza corpo e corpi che fluttuano ognuno seguendo le piccole variazioni musicali del compagno vicino

Nessuno sa di essere parte di un silenzioso motivo che abita i sensi di chi guarda

Sotto questa musica visiva precipitano le cose terrene sul balcone dei desideri.

Qualcuno si incanta e si interroga
lasciando che le risposte prendano forma
e si disperdano.

Francesco Tontoli

“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

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L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

Loredana Semantica legge una sua poesia

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Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

Disegno digitale della stessa autrice

Quando lo stress diventa pericolo: la sindrome del bambino scosso

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita.
La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica.
Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa.
Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile.
La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile.
Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

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1.

Ho paura di tutto

A giorni alterni

E come una favola di buio

Attraverso i campi

Le notti hanno una schiuma

Io

Costruisco la mia pace

Le pozze di fango mi prendono

Non ho il tempo di cadere

Io

Costruisco la mia fame

Le foglie del grano mi tagliano

Non ho il tempo di Io

Non ho il tempo

Se domani non saprò più niente

Di ciò che non avevo mai saputo

 

4.

A volte

Non so chi io sia

Quella che conosco

Mi pare

Solo strana

Come una deviazione

Una strada mal diretta

Vago

Tra cortili spaiati

In cerca d’acqua

E tracce

Che forse ho dimenticato

Ciò che conosco

Mi conosco?

Come una piccola noce

Che quando cade

Fa rumore

 

14.

Forse

Sarei dovuta tornare a casa

Con quel libro

Forse

Con l’altro libro

Un altro

Uno in più

O forse

Avrei dovuto dare voce

Alla mia voce

E ascoltare il suono

Che vibra

Segreti di potenza

La falda che aspettava

Di travolgere il silenzio

Lo spazio per la voce

Tra le guance

Nella bocca

È piccolo

I denti la mordono

La gola la risucchia

La tira indietro

Se pensavo che il tremore fosse paura

No

Era l’inizio di un sisma

Tutto ciò che vibra è vivo

Tutto ciò che vibra può risuonare

Tutto ciò che vibra può rompere la materia

Come si può parlare?

Ora lascerei andare questa onda

Irresponsabile io

Indispensabile lei

 

18.

Guardo la luna piena

Scie bianche

Mi dissolvono

Le mie cosce tronche

Si disossano

Ed io

Sto dormiente alla finestra

E la luna

Si allontana dalla notte

Va a lottare

Contro corna di rinoceronte

Resto ferma

Nel mistero che mi appare

E sogno di una lepre

Che salta indisturbata

Tra fossati umidi

Calpestando quadrifogli

 

21.

In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde

 

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

Buon 8 marzo su Limina mundi

Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

Sylvia Plath

Poesia sabbatica: “Sentenza senz’appello”

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Sentenza senz’appello

 

non riuscire a trattenere

lo smeraldo delle foglie,

questa la pena

 

arrendersi all’affondo delle rughe

allo sfibrarsi della pelle

al passo che non tiene più la strada

e rimanere indietro

all’allontanarsi delle spalle

di chi solo ieri

appena si reggeva sulle gambe

 

scoprire oltre il ritardo di saggezza

che semplicemente vivere

era già essere felici,

stare nell’essenziale di un respiro quotidiano

e ancora così lontano

il tempo di falce e mietitura

 

non riuscire a trattenere neanche un giorno,

questa la pena,

sapere l’impossibile risparmio delle ore

e noi a guardarci morire nello specchio

 

ad ogni singolo risveglio.

 

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.

(8/10/2015)

Francesco Tontoli

America First o navigazione a vista?

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.

Miriam Bruni legge una poesia di Jules Supervielle

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È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.

Jules Supervielle

C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.

Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)

Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960). 

Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).

“Hachiko alla stazione” di Lluís Prats Martínez

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Chiunque abbia avuto la possibilità e il privilegio di avere un cane conosce il suo amore e la sua dedizione incondizionata ma la storia di Hachiko, il cane divenuto un emblema di lealtà per il suo padrone, ha qualcosa di eccezionale, tanto da essere raccontata in film, serie televisive e videogiochi fin dalla sua morte, avvenuta nel 1935. Il nome della regione di Akita, nell’isola di Honshu, la più grande del Giappone, identifica anche la razza canina originaria della zona: cani dal pelo lungo, bianco o fulvo, utilizzati da cacciatori e samurai per la caccia e per l’arte della guerra, grazie al loro coraggio. Il professor Hidesaburo Ueno, ingegnere agronomo dell’Università di Tokyo, all’inizio titubante, decise di adottare il cucciolo perché mosso a compassione, data la presenza di una malformazione alle zampe anteriori, che si presentavano incurvate come se rappresentassero il numero otto in giapponese. Per questo motivo, il professor Ueno decise di chiamarlo Hachiko. Ogni mattina il professore prendeva il treno dalla stazione centrale di Shibuya a Tokyo, per recarsi al lavoro all’Università. Il suo cane Hachiko lo accompagnava ogni giorno fino al binario. Nel pomeriggio, al ritorno dalle lezioni, Hachiko era sempre lì ad attendere il suo padrone all’ingresso della stazione.  Questa routine continuò per circa un anno, fino a quando, in un giorno di maggio del 1925, il professor Hidesaburo Ueno fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre teneva una lezione all’Università. Morì sul colpo e non fece mai ritorno sul treno che Hachiko continuava ad aspettare a Shibuya. Nonostante ciò, il cane rimase fedelmente davanti alla stazione. La sua presenza non passò inosservata: i commercianti, gli impiegati, i viaggiatori di Shibuya iniziarono a prendersi cura di lui mentre la sua storia si diffondeva in tutta Tokyo. Gli anni trascorsero e nel 1934, dopo nove anni di attesa, le autorità di Shibuya decisero di dedicargli una statua di bronzo proprio nel luogo in cui il cane continuava a sperare nel ritorno del professor Ueno. Un anno più tardi, Hachiko morì a causa dell’età avanzata ma è ancora oggi ricordato come esempio di amore e lealtà di un cane nei confronti del suo padrone. Il brano racconta l’ultimo giorno di vita di Hachiko alla stazione.

*

I veterinari giapponesi ritengono che la vita di un cane di razza akita abbia una durata di circa dieci anni. Hachiko ne aveva undici e qualche mese. Dieci dei quali trascorsi in attesa del professor Eisaburo Ueno, perché questi gli aveva promesso che si sarebbero incontrati alla stazione di Shibuya e lui lo aspettava là per una semplicissima ragione: che il professore gliel’aveva promesso. La sera dell’otto marzo, Hachiko era sotto un vecchio vagone. Il freddo era pungente e gli penetrava nel cuore. Le gambe gli tremavano, ma ciò nonostante lui si alzò e andò verso la stazione. Avanzó lentamente nelle strade di Shibuya, un percorso che conosceva a memoria perché l’aveva fatto esattamente tremila cinquecento tredici volte- o, che è lo stesso, dieci anni – sotto la neve di febbraio, i venti di novembre o le piogge di aprile. Cosa sono dieci anni di freddo, fame, sete, delusioni, disperazione e frustrazione? Niente. Niente se, come quella sera, Hachiko aveva la certezza di rivedere il professor Ueno. Perciò, per quanto quella sera, già piuttosto scura, nevicasse e ci fosse un freddo pungente, Hachiko si mise davanti alla porta della stazione di Shibuya, come ogni giorno. Ibuki e il capostazione lo videro arrivare e si dissero:

– É giù. Non ci vede più da un occhio.

– Poveretto – aggiunse il signor Sato, il capostazione. – Non credo che passerà questa notte.

Ibuki gli si avvicinò, gli accarezzò la testa e tentò di tirarlo nel deposito dove finalmente godeva della stufa tanto desiderata. Ma Hachiko resistette, piantando le zampe al suolo. Chi avesse voluto spostarlo, avrebbe avuto bisogno di una ruspa. Quel giorno Hachiko abbaiò a quasi tutti quelli che lo salutarono, come per accomiatarsi. Gli ultimi a lasciare la stazione, dopo che la signora Shuto aveva raccolto le sue cose, furono Ibuki e il capostazione Sato, e quest’ultimo lo guardò come se fosse l’ultima volta che lo vedeva dopo dieci anni che condividevano tante serate di attesa. A mezzanotte, la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago da sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava li, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l’unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d’incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri. A un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era di una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l’ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c’era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n’era andato a casa maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n’erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d’oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l’avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si apri lentamente e un bastone col puntale d’argento incominciò a battere sul selciato.

– Sei ancora qui, Hachiko? – gli sorrise il nuovo arrivato. – Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po’ più del solito, oggi, ma ho perso il treno.

Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccolo lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non  osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.

– Su, andiamo – sussurrò il professor Ueno. Oggi sì che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l’avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono.

Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni.

Entrambi salirono passo passo gli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse la voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:

I fiocchi di neve cadono lentamente.

Cadono senza fine e si accumulano.

Tutte le montagne e i campi sono coperti

da candidi batuffoli di cotone.

– Senti la canzone, Hachiko? È la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermarti qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai.

Hachiko guardò il padrone e con un saltello sali sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un’altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo che aveva del professore, un ricordo che veniva da un’epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro. Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all’istante mentre quelle mani lo accarezzavano.

Lluís Prats Martinez, Hachiko. Il cane che aspettava, Albe Edizioni

Poesia sabbatica: “29”

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29

*

Dio

io non lo so se davvero ci sei

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

e per il nostro bene fai accadere ogni cosa

che persino il nostro male

è segno del tuo amore

*

io non so se davvero siedi

su qualche nuvola del cielo

e hai occhi sterminati,

uno per ogni nato a sostenerne il passo

sia quando siamo in piedi

sia quando poi cadiamo

*

io non so se davvero hai angeli guardiani

a dirci come salvare l’anima,

uno per ciascuno attento a sonno e veglia

e fino a che ci resta il fiato

o finisce il nostro tempo

perché si apra a noi il largo dell’eterno

*

Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,

buona era la terra e buono era il cielo

e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,

gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,

il verde delle foreste e i colori a mille di erbe, frutta e fiori

*

e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele

con solo occhi aperti a incanti e meraviglie

e corpi intatti e sani per vivere per sempre

ignari alla fatica e al parto fra le doglie

*

e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,

perché nel tuo giardino all’improvviso

grandine e neve a intirizzire carni e foglie,

la pioggia a devastare spighe

le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno

*

perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi

quelli di noi bambini

ignari di  chi partiva per non tornare più

e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male

e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni

per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso

*

era forse non sapere il nostro essere felici?

era il non avere ancora visto

che il leone sbrana l’agnello,

che il sole scalda e incendia

e l’acqua disseta e affoga,

che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,

che prima si è giovani fiori

e poi sterpaglia al fuoco,

che piove sull’ingiusto

ma s’infradicia anche il giusto?

*

Dio

io ancora non lo so se ci sei davvero

se davvero ci sei stato padre e madre

se davvero ci vuoi bene

ma com’è terribile il tuo silenzio

quando noi gridiamo forte

*

Dio, liberaci dal male.

*

ottobre 2025

*

Francesco Palmieri

Venerdì dispari

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IL MOSAICO BLU

Noi andavamo “laggiù” e non lo trovavamo.
Ritornando da “laggiù” ci sentivamo come naufraghi
dopo aver circumnavigato le paludi con il mare a due passi,
con nemmeno rumore e l’odore di mare.
Sapevamo dalle carte nautiche che la palude
nel ravennate può fare scherzi che non ci crederesti
e la nebbia ti spedisce un po’ dove vuole. E che in città
tutti i mosaici hanno come tema di fondo il labirinto
e tutti i pavimenti, le absidi e i mausolei rimandano
al cammino che l’anima deve compiere, tessera dopo tessera
per arrivare, ci fosse pure una nebbia del diavolo,
al porto celeste, alla pace una e indivisibile
che Ario e Eusebio auspicavano.
Visitammo basiliche e battisteri in quella nebbia
e i mattoni rossi di San Vitale , e perfino una chiesa
con una Madonna che accoglieva le suppliche dei tumori.
Vagavamo e incontravamo altri vaganti con toponomastiche
rabberciate che studiavano itinerari fantastici e approssimativi.
Per chiedere della tomba di Dante, un austriaco perse nella nebbia
una moglie americana e i suoceri parecchio contrariati,
che ritrovò fortunosamente al ristorante segnalato da un apposito
lampeggiatore automatico.
Sulla tomba di Teodorico invece si svolse lo psicodramma
di un bambino nascosto nel sarcofago rosso di porfido imperiale,
cercato dalla mamma inutilmente, e chiamato con voce alta
che la nebbia spegneva e avvolgeva nella sua ovatta.
Fu ritrovato lì steso mentre accennava a una canzoncina che io interpretai sadicamente “Teodorico, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava…”.
La nebbia cosa combina? Tutto diventa simbolico e solenne per compensare l’assenza della visione d’insieme. Una parola detta nella nebbia assume un significato destinato a essere taciuto. E tutta la nebbia infatti si era raccolta intorno a una parola.
Ma io non ricordo davvero quale fosse.
Mi sembrava di vedere da lontano, da una specie di finestra oscurata con una lastra di alabastro, quello che rimaneva dell’universo visto dalla Terra.
Il blu del mausoleo di Galla Placidia.
Lo stesso blu che per non farlo fuggire e disperdersi, avevano raccolto tutto in un solo edificio.
E che Cole Porter dopo averlo visto un giorno nebbioso di tanti anni fa, decise che era il tempo di scrivere “Night and Day”.

14/01/2016

Francesco Tontoli

La cultura del consenso: costruire relazioni sane e libere dal dominio

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(
Yuleisy Cruz Lezcano)

La cultura del consenso è un concetto fondamentale per costruire relazioni rispettose e sicure, ed è particolarmente importante per adolescenti e giovani, che stanno imparando a conoscere i propri limiti e quelli degli altri. Comprendere cosa significhi consenso significa sapere che ogni atto sessuale deve essere desiderato e volontario da tutte le persone coinvolte: un “sì” esplicito, informato e libero è l’unico modo per stabilire un rapporto sessuale sano. Il consenso non è implicito, non può essere presunto e può essere ritirato in qualsiasi momento. Questo principio diventa cruciale quando parliamo di violenza sessuale, abuso e molestie, fenomeni che non hanno nulla a che fare con il sesso o il piacere, ma sono strumenti di dominio e controllo. La violenza sessuale nasce spesso dal desiderio di esercitare potere su un’altra persona, umiliarla o sottometterla, e non da un bisogno biologico o sessuale.
Per comprendere a fondo il contesto in cui si sviluppano questi comportamenti, è necessario guardare al patriarcato e alla cosiddetta cultura dello stupro. La Rape Culture non si manifesta solo attraverso crimini espliciti, ma anche tramite atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano, giustificano o normalizzano la violenza contro le donne. Frasi come “Se era vestita così se l’è cercata” o la minimizzazione degli abusi subiti dalle vittime sono esempi chiari di questa cultura, che lega la disuguaglianza di genere a una serie di discriminazioni sociali interiorizzate. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere un sistema in cui la violenza e la sopraffazione diventano normali, e dove la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime. Le relazioni sane richiedono quindi una decostruzione attiva di stereotipi e ruoli di genere. È importante riconoscere pratiche manipolatorie come il gaslighting, una forma di abuso psicologico in cui la vittima viene portata a dubitare della propria percezione della realtà e delle proprie emozioni. Il gaslighting può assumere diverse forme: negazione dei fatti, svalutazione, adulazione alternata a critiche, silenzi punitivi e dirottamento delle conversazioni. Chi subisce gaslighting si trova spesso intrappolato in una dipendenza emotiva, cercando costantemente l’approvazione del partner. Essere consapevoli di questi schemi aiuta a proteggersi e a riconoscere le relazioni tossiche prima che possano degenerare.
Un altro aspetto cruciale riguarda forme di violenza più sottili ma altrettanto gravi, come lo stealthing, che consiste nella rimozione o manomissione del preservativo senza il consenso del partner. Questo comportamento è una violenza sessuale perché viola il consenso e mette a rischio la salute, esponendo a malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze non pianificate. Denunciare episodi di stealthing e riconoscerli per quello che sono è fondamentale per educare alla responsabilità e al rispetto reciproco. Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.