La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo,
ma ciò che siamo.
F. P.

Fernando Pessoa nacque a Lisbona nel 1888 e morì nella stessa città nel 1935, lasciando un’eredità letteraria tanto vasta quanto enigmatica.
La sua vita, apparentemente discreta e priva di eventi clamorosi, si svolse tra il Portogallo e il Sudafrica, dove trascorse parte dell’infanzia e dell’adolescenza a seguito del trasferimento della madre.
Fu proprio lì che acquisì una padronanza eccezionale della lingua inglese, che influenzò profondamente la sua formazione culturale e stilistica.
Tornato a Lisbona, visse una vita appartata, lavorando come traduttore commerciale e dedicando il resto del tempo alla scrittura. Tuttavia, dietro questa apparente normalità si celava una delle menti più complesse della letteratura europea del Novecento.
Pessoa non fu semplicemente un poeta, ma un vero e proprio sistema letterario vivente.
La sua caratteristica più celebre è l’invenzione degli eteronimi, personalità poetiche autonome dotate di biografie, stili e visioni del mondo differenti.
Tra questi emergono Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, ciascuno dei quali rappresenta una diversa modalità di percepire e interpretare la realtà.
Caeiro incarna una poesia della semplicità e dell’immediatezza sensoriale, rifiutando ogni metafisica; Reis, invece, esprime una visione classica e stoica, influenzata dalla tradizione latina; Campos si distingue per un’espressione più moderna e inquieta, segnata dall’entusiasmo per il progresso e da una profonda crisi esistenziale.
Questi eteronimi non sono maschere superficiali, ma veri e propri autori, con una coerenza interna che rende l’opera di Pessoa un laboratorio di identità multiple.
Il tema dell’identità è centrale nella sua produzione. Pessoa sembra suggerire che l’io non sia un’entità stabile, ma una costruzione frammentata e mutevole. Questa intuizione, che anticipa molte riflessioni della filosofia contemporanea, si manifesta in una scrittura che oscilla tra introspezione e distacco, tra confessione e finzione.
L’autore stesso si definiva un “drammaturgo di anime”, indicando così la sua tendenza a trasformare il conflitto interiore in una rappresentazione letteraria.
La molteplicità degli eteronimi diventa quindi un modo per esplorare le diverse possibilità dell’essere, senza mai ridurle a un’unica verità.
Un’altra dimensione fondamentale della sua opera è il rapporto con il tempo e con la modernità.
Pessoa visse in un’epoca di profonde trasformazioni, segnata dall’avvento della tecnologia e da nuove correnti artistiche. In questo contesto, la sua poesia riflette sia l’entusiasmo per il progresso sia il senso di smarrimento che ne deriva.
In particolare, attraverso la voce di Álvaro de Campos, emerge una tensione tra il desiderio di vivere intensamente e la consapevolezza dell’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
Questo contrasto si traduce in un linguaggio spesso frammentato, ricco di immagini dinamiche e di improvvisi cambi di tono.
Parallelamente, Pessoa mantiene un legame profondo con la tradizione. La sua attenzione per la cultura classica e per la letteratura portoghese si manifesta soprattutto nei testi attribuiti a Ricardo Reis, dove l’equilibrio formale e la riflessione morale richiamano modelli antichi.
Questa duplice tensione tra innovazione e tradizione conferisce alla sua opera una complessità particolare, rendendola difficile da collocare in un’unica corrente letteraria. Pessoa dialoga con il passato senza rinunciare a sperimentare nuove forme espressive, creando un ponte tra epoche diverse.
Un capitolo significativo della sua produzione è rappresentato dalla prosa, in particolare da Il libro dell’inquietudine, un’opera frammentaria e incompiuta che raccoglie riflessioni, pensieri e annotazioni attribuite al semi-eteronimo Bernardo Soares.
In questo testo, l’autore esplora in modo radicale il senso di alienazione e di estraneità rispetto al mondo. La scrittura si fa qui più intima e meditativa, rivelando una sensibilità acuta e spesso malinconica. L’inquietudine di cui parla il titolo non è solo uno stato d’animo, ma una condizione esistenziale permanente, che spinge l’individuo a interrogarsi continuamente sulla propria identità e sul significato della vita.
Dal punto di vista stilistico, Pessoa si distingue per una grande versatilità. La sua capacità di adattare il linguaggio alle diverse voci eteronimiche dimostra una padronanza straordinaria della forma poetica.
Ogni eteronimo possiede un proprio ritmo, un proprio lessico e una propria struttura, rendendo l’opera complessiva estremamente variegata.
Questa pluralità stilistica non è però fine a se stessa, ma risponde a un’esigenza profonda di esplorazione e di conoscenza. La scrittura diventa così uno strumento per indagare la complessità dell’esperienza umana.
La ricezione dell’opera di Pessoa fu inizialmente limitata, anche a causa della sua scelta di pubblicare poco in vita.
Dopo la sua morte, però, il ritrovamento di numerosi manoscritti contribuì a rivelare la vastità del suo progetto letterario. Oggi, Pessoa, è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, capace di influenzare generazioni di scrittori e di lettori.
La sua originalità risiede non solo nei contenuti, ma anche nella forma stessa della sua produzione, che sfida le categorie tradizionali di autore e di opera.
In conclusione, la figura di Fernando Pessoa rappresenta un caso unico nella storia della letteratura. La sua vita, segnata da una discrezione quasi invisibile, contrasta con la ricchezza e la complessità della sua opera.
Attraverso gli eteronimi, egli ha creato un universo poetico in cui convivono voci diverse e spesso contrastanti, offrendo una riflessione profonda sull’identità e sull’esistenza.
La sua scrittura, sospesa tra tradizione e modernità, continua a interrogare il lettore, invitandolo a confrontarsi con le molteplici dimensioni dell’essere.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Non ho mai accudito greggi
Non ho mai accudito greggi
ma è come se le accudissi.
L’anima mia è come un pastore
conosce il vento e il sole
e va per mano delle Stagioni
seguendo e guardando.
Tutta la pace della Natura senza gente
viene a sedersi al mio fianco.
Ma io resto triste come un tramonto
per la nostra immaginazione
quando raffresca in fondo alla pianura
e si sente la notte entrare
dalla finestra come una farfalla.
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che dev’esserci nell’anima
quando già pensa di esistere
e le mani colgono fiori senza che se ne accorga.
Come uno scampanellio di sonagli
oltre la curva della strada,
i miei pensieri sono contenti.
Mi dispiace solo sapere che sono contenti,
perché se non lo sapessi
invece di essere contenti e tristi,
sarebbero allegri e contenti.
Pensare incomoda come andare sotto la pioggia
quando il vento cresce e sembra che piova di più.
Non ho ambizioni né desideri
essere poeta non è una mia ambizione
è il mio modo di stare solo.
E se desidero a volte
nell’immaginazione, essere un agnellino
(o essere tutto il gregge
per spargermi lungo tutto il pendio
ed essere molte cose felici allo stesso tempo)
è solo perché ciò che scrivo lo sento al tramonto
o quando una nuvola passa la mano sopra la luce
e un silenzio corre sull’erba.
Quando mi siedo a scrivere versi
o, passeggiando per sentieri e scorciatoie,
scrivo versi su un foglio che sta nel mio pensiero,
sento un vincastro tra le mani
e vedo un profilo di me
sulla cima di un poggio,
che tende l’occhio al mio gregge e guarda le mie idee
o che tende l’occhio alle mie idee e guarda il mio gregge
e sorride vagamente come chi non comprende
ciò di cui si parla e vuole fingere di comprendere.
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il largo cappello
quando mi vedono alla mia porta
non appena la diligenza spunta sulla cima del poggio.
Li saluto e auguro loro il sole,
e la pioggia, quando è necessaria la pioggia
e che le loro case abbiano
vicino a una finestra aperta
una sedia prediletta
dove si seggano, leggendo i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
che io sia una cosa naturale ―
per esempio, un albero antico
all’ombra del quale da bambini
si sedevano con un tonfo, stanchi di giocare
e s’asciugavano il sudore dalla fronte calda
con la manica del grembiulino a righe.
Eu nunca guardei rebanhos
Eu nunca guardei rebanhos,
Mas é como se os guardasse.
Minha alma é como um pastor,
Conhece o vento e o sol
E anda pela mão das Estações
A seguir e a olhar.
Toda a paz da Natureza sem gente
Vem sentar-se a meu lado.
Mas eu fico triste como um pôr de sol
Para a nossa imaginação,
Quando esfria no fundo da planície
E se sente a noite entrada
Como uma borboleta pela janela.
Mas a minha tristeza é sossego
Porque é natural e justa
E é o que deve estar na alma
Quando já pensa que existe
E as mãos colhem flores sem ela dar por isso.
Como um ruído de chocalhos
Para além da curva da estrada,
Os meus pensamentos são contentes.
Só tenho pena de saber que eles são contentes,
Porque, se o não soubesse,
Em vez de serem contentes e tristes,
Seriam alegres e contentes.
Pensar incomoda como andar à chuva
Quando o vento cresce e parece que chove mais.
Não tenho ambições nem desejos
Ser poeta não é uma ambição minha
É a minha maneira de estar sozinho.
E se desejo às vezes
Por imaginar, ser cordeirinho
(Ou ser o rebanho todo
Para andar espalhado por toda a encosta
A ser muita cousa feliz ao mesmo tempo),
É só porque sinto o que escrevo ao pôr do sol,
Ou quando uma nuvem passa a mão por cima da luz
E corre um silêncio pela erva fora.
Quando me sento a escrever versos
Ou, passeando pelos caminhos ou pelos atalhos,
Escrevo versos num papel que está no meu pensamento,
Sinto um cajado nas mãos
E vejo um recorte de mim
No cimo dum outeiro,
Olhando para o meu rebanho e vendo as minhas ideias,
Ou olhando para as minhas ideias e vendo o meu rebanho,
E sorrindo vagamente como quem não compreende o que se diz
E quer fingir que compreende.
Saúdo todos os que me lerem,
Tirando-lhes o chapéu largo
Quando me vêem à minha porta
Mal a diligência levanta no cimo do outeiro.
Saúdo-os e desejo-lhes sol,
E chuva, quando a chuva é precisa,
E que as suas casas tenham
Ao pé duma janela aberta
Uma cadeira predileta
Onde se sentem, lendo os meus versos.
E ao lerem os meus versos pensem
Que sou qualquer cousa natural –
Por exemplo, a árvore antiga
À sombra da qual quando crianças
Se sentavam com um baque, cansados de brincar,
E limpavam o suor da testa quente
Com a manga do bibe riscado.
( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )
Quando verrà la primavera
Quando verrà la primavera
se sarò già morto,
i fiori fioriranno allo stesso modo.
E gli alberi non saranno meno verdi della primavera scorsa.
La realtà non ha bisogno di me.
Sento un’allegria enorme
nel pensare che la mia morte non ha alcuna importanza.
Se sapessi che domani morirei
e la primavera venisse dopodomani
morirei contento perché essa verrebbe dopodomani.
Se la primavera è il suo tempo, quando dovrebbe arrivare se non nel suo tempo?
Mi piace che tutto sia reale e che tutto sia certo;
e mi piace perché così sarebbe, anche se non mi piacesse.
Per questo, se muoio adesso, muoio contento,
perché tutto è reale e tutto è certo.
Possono pregare in latino sulla mia bara, se lo vogliono.
Se lo vogliono, possono danzare e cantare attorno ad essa.
Non ho preferenze per quando non è più possibile avere preferenze.
Qualunque cosa, quando sarà, sarà per quello che è.
Quando vier a primavera
Quando vier a Primavera,
Se eu já estiver morto,
As flores florirão da mesma maneira
E as árvores não serão menos verdes que na Primavera passada.
A realidade não precisa de mim.
Sinto uma alegria enorme
Ao pensar que a minha morte não tem importância nenhuma
Se soubesse que amanhã morria
E a Primavera era depois de amanhã,
Morreria contente, porque ela era depois de amanhã.
Se esse é o seu tempo, quando havia ela de vir senão no seu tempo?
Gosto que tudo seja real e que tudo esteja certo;
E gosto porque assim seria, mesmo que eu não gostasse.
Por isso, se morrer agora, morro contente,
Porque tudo é real e tudo está certo.
Podem rezar latim sobre o meu caixão, se quiserem.
Se quiserem, podem dançar e cantar à roda dele.
Não tenho preferências para quando já não puder ter preferências.
O que for, quando for, é que será o que é.
( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )
I tuoi occhi s’intristiscono
I tuoi occhi s’intristiscono,
neppure senti ciò che dico.
Dormono, sognano, dimenticano…
Non m’ascolti, e continuo.
Dico ciò che già, di triste,
tante volte ti dissi…
Credo che mai l’udisti,
per quanto tu sia tua.
D’improvviso m’osservi
da un’imprecisa distanza
con uno sguardo assente.
Cominci un sorriso.
Io continuo a parlare.
Tu continui a sentire
ciò che stai pensando,
quasi più non sorridendo.
Finché in quest’ozioso
svanir della futile sera
si sfoglia silenzioso
ll tuo inutile sorriso.
29-10-1935
Teus olhos entristecem
Teus olhos entristecem
Nem ouves o que digo.
Dormem, sonham esquecem…
Não me ouves, e prossigo.
Digo o que já, de triste,
Te disse tanta vez…
Creio que nunca o ouviste
De tão tua que és.
Olhas-me de repente
De um distante impreciso
Com um olhar ausente.
Começas um sorriso.
Continuo a falar.
Continuas ouvindo
O que estás a pensar,
Já quase não sorrindo.
Até que neste ocioso
Sumir da tarde fútil,
Se esfolha silencioso
O teu sorriso inútil.
( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
Non basta aprire la finestra
Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non è sufficiente non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
È necessario anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C’è soltanto ognuno di noi, come una caverna.
C’è soltanto una finestra chiusa e il mondo là fuori;
e un sogno di ciò che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è ciò che si vede quando la finestra si apre.
Não basta abrir a janela
Não basta abrir a janela
para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
e um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
que nunca é o que se vê quando se abre a janela.
( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )
Ho così tanto sentimento
Ho così tanto sentimento
che spesso mi convinco
di essere sentimentale,
ma riconosco, quando mi osservo,
che tutto ciò è pensiero,
che in fondo non ho sentito.
Tutti noi che viviamo,
abbiamo una vita che è vissuta
e un’altra vita che è pensata,
e l’unica che abbiamo
in effetti è quella che si divide
tra la vera e la falsa.
Quale tuttavia sia quella vera
e quale quella falsa,
nessuno saprà spiegarlo;
e viviamo in modo
che la vita che abbiamo
è quella che dobbiamo pensare.
Tenho tanto sentimento
Tenho tanto sentimento
Que é frequente persuadir-me
De que sou sentimental,
Mas reconheço, ao medir-me,
Que tudo isso é pensamento,
Que não senti afinal.
Temos, todos que vivemos,
Uma vida que é vivida
E outra vida que é pensada,
E a única vida que temos
É essa que é dividida
Entre a verdadeira e a errada.
Qual porém é a verdadeira
E qual errada, ninguém
Nos saberá explicar;
E vivemos de maneira
Que a vida que a gente tem
É a que tem que pensar.
( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
Vedo i paesaggi sognati
Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi affaccio sui miei sogni è su qualcosa che mi affaccio.
Se vedo passare la vita, sogno qualcosa.
Di qualcuno si è detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e contorno delle figure della vita. Per me, anche se capirei che una frase simile potrebbe essermi attribuita, non la accetterei. Le figure dei sogni per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele.
Vejo as paisagens sonhadas
Vejo as paisagens sonhadas com a mesma clareza com que fito as reais. Se me debruço sobre os meus sonhos é sobre qualquer coisa que me debruço.
Se vejo a vida passar, sonho qualquer coisa.
De alguém disse que para ele as figuras dos sonhos tinham o mesmo relevo e recorte que as figuras a vida. Para mim, embora compreendesse que se me aplicasse frase semelhante, não a aceitaria. As figuras dos sonhos não são para mim iguais às da vida. São paralelas.
( Livro do Desassossego por Bernardo Soares. Vol. II. Fernando Pessoa. Lisboa: Edições Ática, 1982 )
Anno nuovo
Finzione che qualcosa cominci!
Nulla inizia: tutto continua.
Nella fluida e incerta essenza misteriosa
della vita, scorre in ombra l’acqua nuda.
Le curve del fiume celano solo il movimento.
Lo stesso fiume scorre dove lo si vede.
Cominciare comincia solo nel pensiero.
1-1-1923
Ano novo
Ficção de que começa alguma coisa!
Nada começa: tudo continua.
Na fluida e incerta essência misteriosa
Da vida, flui em sombra a água nua.
Curvas do rio escondem só o movimento.
O mesmo rio flui onde se vê.
Começar só começa em pensamento.
( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
Preghiera
Signore, la notte viene e l’anima è vile.
Tanta fu la volontà e tanto il fortunale!
Ci rimane oggi nel silenzio ostile
la nostalgia e il mare universale.
Ma la fiamma, che la vita in noi creò,
se ancora ha vita, ancora non è spenta.
Il freddo morto in cenere la occultò:
la mano del vento può darle altra spinta.
Da’ il soffio, la brezza – rovina o trepidanza –
con cui la fiamma dell’ardire si mostra,
e conquisteremo di nuovo la Distanza –
del mare o un’altra, ma che sia nostra!
Prece
Senhor, a noite veio e a alma é vil.
Tanta foi a tormenta e a vontade!
Restam-nos hoje, no silencio hostil,
o mar universal e a saudade.
Mas a chamma, que a vida em nós creou,
se ainda há vida ainda não é finda.
O frio morto em cinzas a ocultou:
a mão do vento pode erguel-a ainda.
Dá o sopro, a aragem – ou desgraça ou ancia –
com que a chamma do esforço se remoça,
e outra vez conquistemos a Distancia –
do mar ou outra, mas que seja nossa!
( Mensagem. Fernando Pessoa. Lisboa: Parceria António Maria Pereira, 1934 )
Sogno. Non so chi sono in questo momento
Sogno. Non so chi sono in questo momento.
Dormo e mi sento. Nell’ora calma
dimentica il pensiero il mio pensiero,
non ha anima la mia anima.
Se esisto, saperlo è un errore. Se mi sveglio
Sembra che sbagli. Sento di non sapere.
Nulla voglio, né possiedo, né ricordo.
Non ho essere né legge.
Lasso di coscienza tra illusioni.
Mi delimitano e mi contengono fantasmi.
Dormi, insciente d’altri cuori,
Cuor di nessuno!
6-1-1923
Sonho. Não sei quem sou neste momento
Sonho. Não sei quem sou neste momento.
Durmo sentindo-me. Na hora calma
Meu pensamento esquece o pensamento,
Minh’alma não tem alma.
Se existo, é um erro eu o saber. Se acordo
Parece que erro. Sinto que não sei.
Nada quero, nem tenho, nem recordo.
Não tenho ser nem lei.
Lapso da consciência entre ilusões.
Fantasmas me limitam e contêm.
Dorme, insciente de alheios corações,
Coração de ninguém!
( Poesias de Fernando Pessoa, volume I, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1941 )
Suonano gnomi o elfi?
Suonano gnomi o elfi?…
Si sfiorano tra i pini
Ombre e aliti leggeri
Di ritmi musicali…
Ondeggiano come in giri
Di strade non so dove,
O come chi fra gli alberi
Ora si mostra o si nasconde…
Forma lontana e incerta
Di ciò che non avrò mai…
Ascolto appena e quasi piango…
Perché piango non so…
Così tenue melodia
Che quasi non so se esiste
O è solo il crepuscolo,
I pini ed io ad essere triste…
Ma cessa, come una brezza,
Scorda la forma nei suoi sospiri,
E ora non v’è più musica
Che quella dei pini…
19-1-1915
Elfos ou gnomos tocam?
Elfos ou gnomos tocam?…
Roçam nos pinheirais
Sombras e bafos leves
De ritmos musicais…
Ondulam como em voltas
De estradas não sei onde,
Ou como alguém que entre árvores
Ora se mostra ou esconde…
Forma longínqua e incerta
Do que eu nunca terei…
Mal ouço e quase choro…
Porque choro não sei…
Tão ténue melodia
Que mal sei se ela existe
Ou se é só o crepúsculo,
Os pinhais e eu estar triste…
Mas cessa, como uma brisa,
Esquece a forma aos seus ais,
E agora não há mais música
Do que a dos pinheirais…
( Cartas de Fernando Pessoa a Armando Côrtes-Rodrigues. Lisbona: Editorial Confluência, 1944 )
Se morirò giovane
Se morirò giovane,
Senza poter pubblicare un libro,
Senza vedere l’aspetto che avranno i miei versi in lettere stampate,
Vi chiedo, se volete preoccuparvi per me,
Di non farlo.
Se è andata così, è così che doveva andare.
Anche se i miei versi non saranno mai stampati,
Avranno comunque la loro bellezza, se sono belli.
Ma non possono essere belli e restare non stampati,
Perché le radici possono stare sotto terra,
Ma i fiori sbocciano all’aria aperta e alla vista di tutti.
Deve essere così per forza. Nulla può impedirlo.
Se morirò molto giovane, ascoltate questo:
Non sono stato altro che un bambino che giocava.
Sono stato pagano come lo è il sole e l’acqua,
D’una religione universale che solo gli uomini non hanno.
Sono stato felice perché non ho chiesto nulla,
Né ho cercato di trovare qualcosa,
Né ho pensato che ci fosse una spiegazione
Che la parola spiegazione non avesse alcun senso.
Non ho desiderato che stare al sole o sotto la pioggia —
Al sole quando c’era il sole
E alla pioggia quando pioveva
(E mai nient’altro),
Sentire caldo, freddo, vento,
E non andare oltre.
Una volta ho amato, ho creduto che m’avrebbero amato,
Ma non sono stato amato.
Non sono stato amato per l’unica ragione che è ragione.
Perché non sono stato amato.
Mi sono consolato tornando al sole o alla pioggia,
E sedendomi di nuovo sulla porta di casa.
I campi, in fondo, non sono così verdi per chi è amato
Come per chi non lo è.
Sentire è essere distratti.
7-11-1915
Se eu morrer novo
Se eu morrer novo,
Sem poder publicar livro nenhum,
Sem ver a cara que fazem os meus versos em letra impressa,
Peço que, se se quiserem ralar por minha causa,
Que não se ralem.
Se assim aconteceu, assim está certo.
Mesmo que os meus versos nunca sejam impressos,
Eles lá terão a sua beleza, se forem belos.
Mas eles não podem ser belos e ficar por imprimir,
Porque as raízes podem estar debaixo da terra
Mas as flores florescem ao ar livre e à vista.
Tem que ser assim por força. Nada o pode impedir.
Se eu morrer muito novo, oiçam isto:
Nunca fui senão uma criança que brincava.
Fui gentio como o sol e a agua,
De uma religião universal que só os homens não têm.
Fui feliz porque não pedi coisa nenhuma,
Nem procurei achar nada,
Nem achei que houvesse mais explicação
Que a palavra explicação não ter sentido nenhum.
Não desejei senão estar ao sol ou à chuva —
Ao sol quando havia sol
E à chuva quando estava chovendo
(E nunca a outra coisa),
Sentir calor e frio e vento,
E não ir mais longe.
Uma vez amei, julguei que me amaria,
Mas não fui amado.
Não fui amado pela única razão que é razão.
Porque não fui amado.
Consolei-me voltando só ao sol ou à chuva,
E sentando-me outra vez à porta de casa.
Os campos, afinal, não são tão verdes para que os que são amados
Como para os que o não são.
Sentir é estar distraído.
( Poemas de Alberto Caeiro, volume III, Obras Completas de Fernando Pessoa, Edições Ática, 1946 )












