
La rabbia, in adolescenza, non è un errore da correggere ma un linguaggio da imparare a leggere. La ricerca pedagogica contemporanea, dall’educazione emotiva alla psicologia dello sviluppo, insiste su un punto chiave: le emozioni intense, se non trovano canali espressivi, tendono a trasformarsi in comportamento disfunzionale o in chiusura. Al contrario, quando vengono riconosciute e nominate, diventano strumenti di crescita. In questo quadro si inserisce con forza il lavoro di Bruno Tognolini, in particolare il libro Rime di rabbia, che rappresenta un esempio concreto di come la scrittura possa trasformare la rabbia in parola, ritmo, pensiero. Le sue filastrocche non “calmano” la rabbia nel senso di spegnerla: la accolgono, le danno forma, le permettono di esistere senza distruggere. Dal punto di vista pedagogico, questo approccio si collega alle teorie dell’educazione socio-emotiva, che vedono nella verbalizzazione delle emozioni un passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’autoregolazione. Scrivere, soprattutto in forma poetica o ritmica, consente ai ragazzi di: dare un nome all’emozione, passando dal caos interno a una prima forma di consapevolezza; creare distanza, perché ciò che è scritto può essere osservato, riletto, trasformato; trasformare l’impulso in linguaggio, evitando che si traduca solo in azione (urla, chiusura, aggressività); sentirsi legittimati, perché la rabbia non viene negata ma riconosciuta come esperienza umana.
Le ricerche in ambito educativo mostrano che i ragazzi che trovano spazi espressivi nell’ambito della scrittura, che può essere scrivere un diario, poesie, sviluppano una maggiore capacità di gestione dei conflitti e una migliore comprensione di sé. Questo è particolarmente importante in adolescenza, fase in cui il bisogno di essere visti e ascoltati è spesso frustrato da adulti che minimizzano o interpretano la rabbia solo come opposizione. In Rime di rabbia, la forza sta proprio nel rovesciare questa prospettiva: la rabbia diventa materiale creativo. Non è più solo un’esplosione, ma una costruzione. Le parole fanno da argine, ma anche da ponte: permettono di passare da “non mi capiscono” a “provo a dire cosa sento”. Scrivere, quindi, non è un esercizio estetico, ma un atto educativo profondo. È un modo per insegnare che si può essere arrabbiati senza perdersi, che si può dare forma al disordine interno, che esistere, anche nella rabbia, è un diritto che merita voce. In una scuola o in un contesto familiare, proporre la scrittura come spazio di espressione significa offrire ai ragazzi uno strumento concreto per abitare le proprie emozioni. Non per eliminarle, ma per trasformarle. Perché una rabbia detta, scritta, condivisa, smette di essere solo un peso: diventa materia viva, capace di cambiare chi la prova e chi la ascolta. A partire da questa prospettiva educativa, la scrittura diventa anche un gesto personale, un attraversamento. Non si tratta solo di comprendere la rabbia, ma di darle un corpo visibile, una forma che possa essere guardata senza paura. È proprio in questo spazio che si inserisce il calligramma: una parola che non resta lineare, ma si muove, occupa lo spazio, diventa immagine oltre che voce. Ispirata alla lettura di Rime di rabbia di Bruno Tognolini, ho sentito la necessità di trasformare la riflessione in un atto creativo. Il calligramma nasce così: come tentativo di dare forma alla rabbia degli adolescenti che spesso resta inascoltata, compressa, etichettata.
e
s i s t e r e
│
(dove storcono il naso)
non ci provare
parole a perdi-fiato-ros-po
singhiozzo che salta in bocca
in mezzo ai rovi dei nostri
ca si ni
bianche spine sui cuscini
delle notti lunghe
nuvole di progetti (senza cielo)
perché non notati
non ascoltati
non capiti
(non non)
brufoli che suonano arpe storte
facce che cambiano stagione
nessuno resta / resta?
difficili ci chiamano
etichette addosso addosso
giacche strette strette
sbat
tia
mo
la
por
ta
la voce rimbalza
rim bal za
torna indietro
vuo
ta
tagliamo il cordone
ombe li ca le
con forbici di giorni
(chi li ha visti crescere?)
genitori vogliono scarpe
le nostre scarpe
camminano loro
sopra i sassi
noi
(non vogliamo vincere)
non vogliamo spiegare
vo
glia
mo
es
i
ste
re
la rabbia si arrampica
arram pi ca
muri della stanza
segni invisibili
unghie di luce
sul
buio











