“Poetry in Music Project in Progress” di Carlo Zarinelli

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“Poetry in Music Project in Progress” è un encomiabile progetto di Carlo Zarinelli, una rilettura in musica e canzone di testi poetici, un percorso di condivisione di liriche di singolare intensità talvolta poco note, una forma espressiva altra, un differente linguaggio attraverso l’emozione musicale e vocale. Viene mantenuto inalterato il testo poetico, quello che cambia sono i tempi espositivi perché è indubbio che i versi siano scritti per essere letti uno dopo l’altro per un tempo che non varia mai sensibilmente, mentre quando si fonde con la musica la poesia ne risulta in qualche modo modificata ed è in effetti un’altra rilettura. Ad oggi è stato creato un repertorio di circa quaranta opere, indicativamente su liriche di : Emily Dickinson – Antonia Pozzi-  Aldo Palazzeschi – Sami Al Qasim – Camillo Sbarbaro – Vincenzo  Cardarelli – Umberto Saba – Fernando Pessoa – Costantino Kavafis – Giuseppe Ungaretti  – M.L. Spaziani  – William Shakespeare – Elsa Morante – Eugenio Montale – Nazim Hikmet – Dante Alighieri – Patrizia Cavalli – Franco Loi – Ugo Foscolo – Cesare Pavese –  P.P. Pasolini  e alcuni poeti contemporanei tra i quali Maria Grazia Calandrone, Guido Oldani, Alberto Pellegatta, Umberto Piersanti, Elio Pecora. Nel maggio 2020 il Centro Lunigianese di Studi Danteschi ha lanciato la sfida di musicare il terzo appuntamento di una tetralogia dantesca, il tema filosofico era “IL BUON GOVERNO DEL MONDO” e ha proposto quattro terzine dal Canto XI del Paradiso: il canto di San Francesco (Paradiso/Canto XI  55-66 /50/74). All’opera “IL BUON GOVERNO DEL MONDO”,  realizzata in casa nel giugno 2020 per ovvi motivi, è stato conferito il Premio Lunezia 2020 – Musicare i Poeti e consegnato la scorsa estate in una serata concerto dedicata a Lucio Dalla. https://www.lanazione.it/sarzana/cronaca/una-serata-per-lucio-dalla-al-lunezia-1.6587301

Lo spettacolo musicale “Poetry in Music or Music in Poetry”  è strutturato in modalità differenti a seconda delle ambientazioni: in quartetto / duo / singolo e con la proiezione di immagini ed è stato inserito anche tra gli eventi musicali di BookCity Milano 2021 al Teatro Franco Parenti.
https://www.bookcitymilano.it/eventi/2021/poetry-music-or-music-poetry-2021

Il 22 settembre scorso nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria di Pavia dedicato a Pier Paolo Pasolini si è tenuto un evento di “Poetry in Music Project in Progress” in compagnia del poeta Guido Oldani.

https://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2022/09/20/news/le-poesie-di-pasolini-diventano-canzoni-nel-salone-teresiano-1.41681307

Prossime date di “Poetry in Music Project in Progress” si terranno a Forlì ( Candischi) in ottobre e a Milano il 2 novembre allo Spazio Merini e il 22 novembre all’Auditorium Cerri,  BookCity di Milano.

 

 

 

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

(a mia figlia)

ricordami come la mano sicura,
il passo dietro alle spalle
a guardarti il cammino

ricordami all’angolo
come una fotografia
tra la mensola e il muro,
come il gattino, l’orsetto,
ora in fondo alla cesta

e se ti verrò in mente
qualche volta o per anni,
tu fammi leggero
scarta errori e dolori,
sfoglia il velo di nero
delle colpe a mio nome
poi di quelle accadute
senza averle volute

guarda all’attimo puro
quando io padre e tu figlia
stavo avanti nel buio
per le ombre sui muri
l’improvvisa paura

e ricordami un breve
ricordami lieve

sarò morto due volte
se sarò sulle spalle
un altro peso di croce.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Biografie” edita da Terra d’ulivi)

http://www.edizioniterradulivi.it/biografie/204

“Feriti dall’acqua” di Pietro Romano (peQuod Editrice, 2022). Nota di lettura di Maria Allo

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Uno stormo di rondini che migra
non è ancora. Laggiù il presente
si arena, senza doni
” (p.39)

Dopo il precedente Case sepolte, Pietro Romano, con questo suo nuovo libro, prosegue con un viaggio a ritroso sul confine tra memoria e desiderio e con decisa volontà di dare corpo, voce e sostanza alla condizione dell’uomo nell’universo insidiato costantemente dalla distanza fra l’io e il mondo. La poesia di Feriti dall’acqua sembra nascere da riferimenti alla vicenda biografica dell’autore, che divengono occasioni per dare corpo a tematiche di più ampio respiro in un mondo sempre più multirazziale:” Un turbinio, rumori umani, viali. / Quel che è successo infuria in un tempo/ cristallizzato: l’aria è il passo/ verso la costa, gli occhi che guardano/ sono le case, il corteo, le panche. / Mantenere la vita, sollevarla/ alla bocca, senza occhi a sponda della fine” (p. 7). Il tema, intrecciandosi anche con la sua personale esperienza “Io da bambino, voce di confine, / smembrato nella vita di ogni giorno “(p.17), ritornerà in più di una lirica, ora con il motivo memoriale “Madre, oggi ti colgo nella luce dei vetri/ che istoria gli occhi d’evento e catarsi” o “È nelle sere autunnali la via/ in cui ricordo chi sono. La mente/ oscilla lungo un rivo di fango, / si sporge quanto basta per sentire”(p. 39), ora con il costante anelito all’ innocenza primigenia, intesa come la capacità di sapersi aprire all’ignoto riconoscendolo come parte di sé, giacché l’innocenza unisce gli uomini e fa ritrovare loro quel caldo senso di appartenenza alla condizione umana che costituisce un vincolo più profondo del legame di appartenenza nazionale :“Non esiste innocenza nel giorno: le nostre ombre/ perse tra gli uccelli crollano sulle nuche”(p.61). Domina dunque, come nucleo tematico dell’opera, la tensione della ricerca di un’identità sofferta e complessa e la solitudine spirituale in un mondo che troppe volte ognuno di noi sente estraneo a sé, lontano, irraggiungibile quando ci si accorge di esserci allontanati dalla legge dei nostri desideri. Di essere andati in un’altra direzione: “Così si vive: lentamente il passo/ nell’aria, la scrittura tra nuvole colme di lontananza” (p.65). E tuttavia la poesia deve cercare di ridare significato alle cose (del passato come del presente) e cioè una stabile identità all’individuo, tentativo perso in partenza, eppure mai ricusato. Lo stesso Romano così commenta i suoi versi: “È una distanza irredimibile quella che separa ognuno di noi da un’origine. L’acqua è un remoto che non sappiamo pronunciare” giacché le radici dell’essere, aggiungo, affondano sotto la superficie dove le acque si fanno così turbolente che incutono paura e come certe immagini aspre possono ferire e imbarazzare. La raffinata architettura dell’opera divisa in quattro sezioni (I Acque di confine, II Dentro la foschia, III Cancelli, IV Sono qui ad attendere riparo), il legame profondo che intercorre tra testi e titoli e il sapiente lavoro di cesello interessa tutti i livelli dei testi, fonico- ritmico, lessicale e sintattico nella costante tensione a una parola che sappia sondare un Io profondamente diviso e che sfiori l’indicibile. L’opera di Pietro Romano canta la separatezza ma si augura di trovare un varco attraverso cui approdare perché nel caos si annida anche il germe della visione che resiste fra un passato di dolore e un presente ancora capace di mantenere uno sguardo oltre la soglia dell’Io: “Luce di dentro, soglia inesausta del passo. / Mi vedo oltre il sentore che a ogni varco o stanza, / come guardi, io per voi ancora non sia” (p.8).

p.20

La notte è a un passo dall’alba,

l’aria una fluorescenza azzurra.
Io mi disseto ancora

p.78

Come vero e sofferto il lido, il sogno
o il volto che trema, fra le acque
la parola si svuota,
ogni casa ritorna.

p.87

È accaduto e si è perso. Traluce
senza più il suo dire, rimemora
gli asfalti bagnati della coscienza.

p.89

Voci quietate nel sonno dei passi,
tra le fredde luci delle parole
è il vostro mattino. Quelle sono
le stanze vuote a cui ritornate

quando nel buio l’assenza sancisce
il suo luogo e sfiora la vita.
È ora di nominarvi:
in voi c’è tutto, la fame e la sete,
gli occhi e le labbra che ancora non siamo.

p.92

Quest’ombra si interra
per dissetare l’impronta a un passo
dalla pietra a cui dicevi viva
la parola. Era forse il seme raggelato
sotto il sole di dicembre, la voce
che si stemperava dentro il dolore
dirsi soli e incompiuti


Maria Allo

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra le quali Fra mani rifiutate (I Quaderni
del Bardo, 2018) e Case sepolte (I Quaderni del Bardo, 2020- pref. di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo), quest’ultimo classificatosi tra i libri finalisti del Premio Mauro Prestigiacomo. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом — до молчанья», “La mia casa è prima del silenzio”, Free Poetry, 2019, con pref. e traduz. di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry, 2019, a cura di Paolo Galvagni). “Feriti dall’acqua” (peQuod, 2022, coll. Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto), è il suo ultimo lavoro.

Lúcio Cardoso traduzioni di Emilio Capaccio

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C’è un’epoca in cui la delusione,
la fatica della lotta,
l’intima convinzione che in fondo
la vita non vale così grandi sforzi,
diventano, per taluni spiriti,
un nembo che a poco a poco s’allarga,
fino a oscurare l’orizzonte intero.

L. C.

Lúcio Cardoso (1912-1968)

traduzioni di Emilio Capaccio 


ALBEGGIARE

La notte è in me
ruota nel mio sangue.
Sento sbattere nella mia bocca
le pupille cieche della luna.
Sento le stelle come dita
smuovere la solitudine in cui cammino.
Poi il profumo della poesia
sale ai miei occhi tremanti, serrati,
odo la musica delle cose che si ridestano
sul corpo nero della terra
e la voce del vento distante,
la voce delle palme che s’aprono in raggi,
la voce dei fiumi che scorrono.
E la notte è in me.
Come un uccello
il mio sogno solleva le ali nel cuore dell’ombra.
Ascolto la musica dei fiori che cadono,
il chiasso delle nubi che passano,
e la mia voce che s’alza
come una preghiera nella pianura solitaria.
Allora sento la notte fuggire da me,
sento la notte fuggire dagli uomini
e il sole che avanza a cavallo del mare
e le nubi curvate che riempiono il cielo
come grandi destrieri di fuoco
che svaniscono risucchiati con l’oscurità.

AMANHECER

A noite está dentro de mim,
girando no meu sangue.
Sinto latejar na minha boca,
as pupilas cegas da lua.
Sinto as estrelas, como dedos
movendo a solidão em que caminho.
Logo o perfume da poesia
sobe aos meus olhos trêmulos, cerrados,
ouço a música das coisas que acordam
sôbre o corpo negro da terra
e a voz do vento distante
e a voz das palmeiras abertas em raios
e a voz dos rios viajantes.
E a noite está dentro de mim.
Como um pássaro,
meu sonho ergue as asas no coração da sombra.
Ouço a musica das fiôres que tombam,
o tropel das nuvens que passam
e a minha voz que se eleva
como uma prece na planície solitária.
Então sinto a noite fugindo de mim,
sinto a noite fugindo dos homens
e o sol que avança na garupa do mar
e as nuvens curvas que enchem o céu
como grandes corcéis de fogo côr-de-rosa
desaparecendo sugados pela treva.  


UNICA POESIA D’AMORE

tutto così calmo
la vita che sonnecchia
com’ora che cade senza rumore
nella pianura del mio pensiero…
foglie morte che non volano,
uccelli fissi che non cantano,
acqua stagnante che non scorre…
e il corpo tuo come un giglio sulla terra,
e muta la terra, impregnata di profumo,
gli occhi tuoi grandi come fiori notturni,
fiori che s’aprono nella dolciura del silenzio
e l’ombra mia, nuvoletta perduta
affacciata sui tuoi inerti capelli
che fluttuano, fluttuano sull’acqua della pianura…


ÚNICO POEMA DE AMOR

tudo tão calmo
a vida dormindo
como agora que tombasse sem murmúrio
na planície do meu pensamento …
folhas mortas que não voam,
pássaros imóveis que não cantam,
água parada que não corre …
e teu corpo como um lírio sobre a terra,
e a terra muda impregnada de perfume,
teus olhos grandes como flores noturnas,
flores que se abrem na doçura do silêncio
e minha sombra como uma nuvem perdida
debruçada sobre teus cabelos imóveis
que bóiam na água da planície…

POESIA DEL FERRO E DEL SANGUE

Hanno dimenticato i campi scompigliati
dove vegetano perdute
le ossa oscure
calcinate
di dieci milioni di morti.

Hanno dimenticato le croci improvvisate
che sollevano in alto
preghiere di rami contorti.

E hanno dimenticato il rumore delle granate
rivoltando la terra e i vivi
divorando e i morti
annientando.

POEMA DO FERRO E DO SANGUE

Esqueceram os campos revolvidos
onde vegetam perdidos
os ossos obscuros
calcinados
de dez milhões de mortos.

Esqueceram as cruzes improvisadas
erguendo para o alto
preces de galhos retorcidos.

E esqueceram o rumor das granadas
revolvendo a terra e os vivos
devorando os mortos
destruindo.

RICETTA DELL’UOMO

Poi deve esser alto,
senza far pensare al freddo stile della palma.
Quanto basti moro per vedersi
tinti i capelli dal sol d’agosto.
E non troppo biondo, talché d’improvviso
nei suoi occhi scintilli qualcosa della zigana patria assopita.
E che abbia mani grandi, per lunghe carezze
e addii rallentati dal peso stesso del gesto.
Anche piedi grandi, perché no,
cosicché i ritorni siano brevi
e ch’abbiano animo a camminar con altri piedi.
Gli occhi parlino, parlino sempre, parlino
d’amore, gelosia, morte o tradimento.
Ma che parlino. Perché senza la musica degli occhi
l’uomo è come una tomba al sol di mezzogiorno.
E possa la risata ricordar un po’ dell’infanzia,
affinché abbia, nel fervor del bacio,
una memoria di pitanga e mora pesta.
Ah, il corpo! S’avvicendino albe per il gentil petto,
e scurisca la calugine fin al sesso velato.
(Ma non del tutto.)
E il suo passo ricordi la danza, ma solida danza,
e parli la sua scia di profumo, senza profumo,
e lenti scorrano fiumi sui fianchi ieratici.
E che canti, senza cantare,
per tutta la sua umana tessitura,
affinché anche le cose attorno a lui cantino,
allorquando, come il prim’uomo,
nudo s’erge davanti al mare. 


RECEITA DE HOMEN

Depois deve ser alto,
sem lembrar o frio estilo da palmeira.
Moreno sem excesso para que se encontre
tons de sol de agosto em seus cabelos.
E nem louro demais para que, de repente
no olhar cintile algo da cigana pátria adormecida.
E que tenha mãos grandes, para demorados carinhos
e adeuses que se retardem ao peso do próprio gesto.
Pés grandes, também, por que não,
para que os regressos sejam breves
e haja resistência para as conjuntas caminhadas.
Os olhos falem, falem sempre, falem
de amor, de ciúme, de morte ou traição.
Mas que falem. Porque o homem sem a música dos olhos
é como sepultura exposta ao sol do meio-dia.
E que o riso relembre um pouco da infância,
para que se tenha, no fervor do beijo,
uma memória de pitanga e amora esmagadas
Ah, o corpo! Sucedam alvoradas ao longo do tórax gentil,
e escureça a penugem até o sexo velado.
(Mas não definitivamente.)
E o seu passo lembre a dança, mas com firmeza,
e o seu rastro fale de perfume, sem perfume
e escorram pausados rios em seus flancos hieráticos.
E que ele cante, sem cantar
por toda a sua humana contextura,
para que também em torno dele as coisas cantem,
quando, como o primeiro homem,
nu ele se erguer defronte ao mar.

A UNA STELLA

Il mio dominio è quello del sogno,
la mia gioia, del ciel c’abbuia la bufera
il mio domani al chiar della disperazione.
Solo tu sai il segreto della mia predestinazione.
Solo tu sai l’estensione di tanto dover andare,
solo tu sai l’umile casina in cui ho vissuto.
Chi saprebbe spezzare il sortilegio che m’attornia,
O rosso sole, alba dei moribondi?

Ma mai rifletti il gesto che condanna.
Questo paese, ahimè, è d’arido eterno!
Se dall’alto la stella non guarda la palude,
più grande allor del suo splendore è la sua malignità.

E tu, Vespero, solo tu placherai il mio desiderio,
solo tu potrai deporre, su quest’aggrinzita carne,
il bacio che nelle tenebre dà al sonno il sereno del riposo.

A UMA ESTRELA

Meu domínio é o do sonho,
minha alegria é a do céu que a tormenta obscurece,
meu futuro é aquele que amanhece à luz do desespero.
Só tu saberás o segredo da minha predestinação.
Só tu saberás a extensão de tantas caminhadas,
só tu conhecerás a casa humilde em que morei.
Quem saberia romper o sortilégio que me cerca,
ó sol vermelho, aurora dos agonizantes.

Mas não reflitas nunca o gesto que condena.
Ai, este país é o da eterna aridez!
Se da altura a estrela não baixar o olhar ao pântano,
maior será a sua impiedade que o seu esplendor.

E só tu Vésper, só tu aplacarás o meu desejo,
só tu poderás depositar, nesta carne crispada,
o beijo que nas trevas dá ao sono a serenidade do repouso.

Una vita in scrittura: Antonio Nazzaro

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Maria Grazia Galatà ad Antonio Nazzaro che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Antonio e grazie altrettante a Maria Grazia

Intenti di scrittura

Della poesia ho i calzini rotti / le unghie sporche / e la barba mal tagliata / un posacenere pieno / una pancia appoggiata / graffi del grattarsi / e una finestra / aperta

Lui è seduto davanti al computer, il posacenere colmo, e cenere sulla tastiera, colpita come si faceva con le macchine da scrivere. Il ventilatore aggrappato al soffitto taglia un’aria fumosa.
Si accende un’altra sigaretta, scrive: ……………………………………………………………

Batte con due dita, la sigaretta tra i denti. Lo vedo con la faccia di chi scrive appunti che non rilegge. Lo vedo cercare immagini nello schermo, si allontana e si avvicina: non per vedere meglio, per sostenere un dolore. Lo vedo non alzare lo sguardo dai tasti come a fuggire il suo volto riflesso nello schermo.

*Inconscientemente yo levanté los ojos a la torre bárbara que dominaba el vial larguísimo de los
plátanos. Encima del silencio hecho o vuelto intenso ella revivía su mito lejano y salvaje: mientras por visiones lejanas, por sensaciones oscuras y violentas otro mito, también este místico y salvaje me recorría por momentos a la mente. (…)
(“La noche” de Dino Campana Suramericano-Cantos Órficos, Abisinia Editorial, 2022. Traduzione di Antonio Nazzaro)

Caracas per ogni stella ha una donna. L’Avila si pavoneggia alla luna. Caracas è una femmina danzante. L’Avila suona un triste ballo. Caracas è assenza di clacson nel ritmo di un ballo inchiodato sulle spalle di donne costanti, che portano la città in borse troppo grandi. Sono mani nervosamente magre quelle che tolgono la cenere dallo schermo. Le punte delle dita tradiscono passi di danza sulla tastiera. Caracas è canto di pioggia, suoni di tamburi e vita che strabocca dai tombini. L’Avila muove maliziosa i capelli all’aria.

Lo vedo fumare appoggiato al gomito cercando mappe di città come foto ricordo.

Di dove sei?

Tram leggeri scorrono sull’asfalto che si fa ponte per correre tutto d’un fiato la scalinata di un qualche sagrato. Di dove sei? Ogni volta che gli fanno questa domanda resta a pensare.
La casa che aspetta si disegna tra strade che attraversano oceani e le onde s’infrangono su marciapiedi forse tutti uguali. Non si lascia una terra per cercarne un’altra, si cerca una terra solo quando non ne hai una.
Torino offre un cielo da cartolina e sedili di legno sui tram. Gli occhi prendono i colori e li dipingono in un vivido bianco e nero. Muoversi per Città del Messico è come muoversi in universi più o meno ordinati sono 40 milioni le persone che la percorrono. Lo vedo con la faccia di un emigrante che non ha storia. L’ aria canta: ” México Lindo y Querido Si muero lejos de ti Que digan que estoy dormido Y que me traigan aquí”. Entra por la ventana/esta noche suramaericana/escrita en italiano…

Torino è la distanza tra la terra e la punta della Mole che misura il cielo.
Città del Messico ritmi sconosciuti / attraversano le strade / fanno danzare la metro / violini, mormorio incessante / fisarmoniche a auto…
Cozumel abbiamo perso i sogni qui / su questa barca di pietra e selva / a nuovi porti andando (…)
onde che approdano / al lungomare stancamente appoggiato all’orizzonte…
Caracas el paso infinito de la belleza suspendida / y caderas de ritmos de la tierra. / En el pecho cimas que alcanzan las estrellas / las uñas como casas que se agarran una encima de otra / de la pobreza que roza / los brazos avenidos hacia el infinito

vivo in un paese che si spara / come si mangiano le caramelle / e le mani che stringono il calcio
/ non hanno pallone / ma vanno ancora / in pantaloni corti / con occhi spenti / che non hanno /mai visto il mare / a disegnare /i sorrisi / delle onde

Al funerale di un delinquente le ragazze a cavalcioni sulla bara a muovere i fianchi e il culo: un ultimo meneo all’amato. Perché o sei madre o sei donna del malo, uniche identità possibili nei barrios: con la dittatura, la democrazia e il socialismo. Qui aprire le gambe o premere un grilletto non fa differenza e la notte scende sui buoni e sui cattivi. Il problema è chi vedrà l’alba. (Caracas, 2017)

ma ancora mi tuffo in un oscuro caffè d’America / e brucio tabacco d’India / sul veleggiare di questa finestra.

amori dalle lingue diverse / seduti su questo viaggio/ riconosciuti da un solo bacio / come una promessa aperta.

Antonio, omonimo venezuelano d’Abruzzo, mi riceve con l’immancabile itañolo:

«Hola como stai?», e prima che possa rispondere «ho visto tua madre, parece che

sta bien e tuo padre mejora».

Per Daniela Nazzaro (sorella)

A te che non leggerai
ma come ti racconto
sulla tua sedia dalle ruote che non girano
sulla tua testa che non, che non sta su
e gli occhi ad indicare il nord e il sud
il sud di quest’amore
che non ha parole
ma raccoglie con la mano
la tua bava che cade
che cade su un bavaglino
dai cinquant’anni.

Dai cinquanta anni di silenzi.

*

A mio padre

Ho una poesia
solo per te:

click

tu che fotografi me
che scrivo te.

*

Malattia. Tredicesimo giorno. Pioggia.

Scendo a vedere il tuo sonno. La pioggia scivola lenta lenta sui vetri. Non entro. Dalla porta con paura guardo se il tuo petto si muove nel gesto del respirare. Alla memoria si accalcano i ricordi ma con un gesto della mano li allontano. Hai bisogno del mio presente e io di sostenere il tuo. Ma inciampo in quel tuo prendermi in giro per il mio andare dal barbiere anche se sono davvero pochi i capelli. Solo voglia di sorridere nonostante tutto e tutti. Nascondo il pianto sul lavandino del bagno e dal lucernaio la pioggia dà il ritmo. Vorrei chiederti scusa per tutto il male che ti ho fatto quando la furia correva per le vene a macchiare le camicie di sangue. Ma non serve. Ogni scalino sembra un paramo andino. Sono qui madre con un bacio pronto per il tuo risveglio. Il sugo di pomodoro e gli spaghetti sono quasi pronti. Un bacio tuo o mio poco importa. Siamo noi: Zambonina e il disgraziato. Bacio ma’.
(16 settembre 2021)

Sono odori a scoprire il sesso e qualcosa chiamato amore e un tram che ruba la

mattina.

Di te so poco:
la lunghezza delle tue braccia
il tempo dei tuoi baci
quelli umidi dell’amore vorace
e quelli lenti dell’amore quotidiano.

Il taglio degli occhi
e l’incedere scalza.

Il movimento dei seni
a cui accordo il respiro
quel gesto tuo
di spostare i capelli
quello che so
è che quando arrivi
e ti siedi in un sorriso
sogno.

*

(…) Si dovrebbe affrontare il giorno
ma la testa si gira
sotto il cuscino del tempo
ad allungare la notte
che abbraccia
l’odore di te.

*

sono carezze a delineare gli occhi come carovane dai carichi esotici

carezze patagoniche
lunghe da poter toccare il freddo polo e scatenare le passioni infinite di Capo Horn

carezze platensi orientali
capaci di mantenere il limite dell’onda del piacere tra un’acqua dolce e una salata

carezze andine
salgono e scendono senza posa e corrono sotto il mare sotto la pelle

carezze caraibiche
muovono i fianchi e con i talloni rubano il danzare della terra

carezze di selva
tessono i corpi a dare un’ombra umida dove scivolare

carezze nostre
ancora tutte da inventare

*

e sono di nuovo qui su questo farsi della notte
appoggiato tra luna e Ande a spiarti le gambe
a farle pontili di navi da passare in rivista
meticolosità lenta di chi non vede terra

ma la aspetta dietro il gesto consueto
quell’andare della mano tra viso e capelli
carezze non date mille volte sfiorate
distanza è una parola perduta nell’oceano

avvicino le tue labbra il tuo respiro sospesi
tra le Ande e la luna ti disegno amore mio
solo questo volevo dirti

L’emigrante lo riconosci / perché anche sotto il sole del mezzogiorno / disegna / due ombre.

Sono un emigrante
figlio di emigranti.

Non ho razza né terra
ma solo un cielo di stelle.

La mia lingua è una nuvola
che insegue il vento.

Muoio e rinasco al toccare terra.

*

il silenzio
di tante lingue

lo sguardo
di tanti orizzonti

la solitudine
di ogni terra

masticare terra ed acqua

l’essere emigrante
non ha fine

*

L’albero

Io
ho un albero
piccolo molto piccolo
senza terra e senza radici.

Mi accompagna da sempre
i suoi rami non hanno foglie né frutti
ma sta nella mia valigia
di emigrante.

E forse un giorno
riusciremo a piantarci.

(…) Quello stesso anno, avevo quindici anni, insieme a mio cugino Dario comprammo il primo biglietto ferroviario Interrail decisi a raggiungere il sole di mezzanotte. Fu l’inizio di un viaggiare che non si è ancora fermato. Quando a Narvik, in Norvegia, ci trovammo di fronte a questo tramonto che non tramonta con i compagni di viaggio, mentre alcuni cantavano Because the Night di Patti Smith, io leggevo quella frase: “Quiere Usted Mate? uno spagnolo professe a bassa voce, quasi a non turbare il profondo silenzio della Pampa (…)”. Mi separai dal gruppo immaginando che là, al di là dell’orizzonte ci fosse La Pampa. Molti anni dopo partivo per un viaggio in America Latina che doveva durare quindici giorni e sono diventati più di vent’anni. (…)

.¿Quiere usted Mate? Recibí el vaso y chupé la caliente bebida.
…..Tirado en la hierba virgen, de cara a las extrañas constelaciones yo me iba abandonando entero a los misteriosos juegos de sus arabescos, acunado deliciosamente por los ruidos atenuados del vivac. Mis pensamientos fluctuaban: se subseguían mis recuerdos: que deliciosamente parecían sumergirse para reaparecer a ratos lúcidamente trashumantes en la distancia, como por un eco profundo y misterioso, dentro de la infinita majestad de la naturaleza. (…)
(Pampa, de Dino Campana Suramericano-Cantos Órficos, Abisinia Editorial, 2022. Traduzione di Antonio Nazzaro)

Antonio Nazzaro

“L’abito fa il monaco” un racconto di Patrizia Destro

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Ritratto di Raymond, Amedeo Modigliani

Tutto era cominciato l’anno in cui la biblioteca chiuse al pubblico. “Manutenzione straordinaria”, così dissero. “Tra quattro mesi al massimo riapriremo”.
I quattro mesi erano ormai passati da tempo. Di mese in mese, di stagione in stagione, in tutto ne passarono quasi trentasei. Tre anni, giorno più, giorno meno.
Frank, in principio, vi tornava, pieno di speranza, una volta alla settimana per controllare se avessero riaperto. In seguito vi ritornava una volta al mese ma poi decise di abbandonare del tutto l’attesa.
Il soprannome gli era stato affibbiato da un signore anziano all’esterno del supermercato dove a volte comprava del cibo vicino alla scadenza, a metà prezzo. L’anziano lo aveva visto appoggiato al muro vicino alla porta d’ingresso, mentre stava mangiando un tramezzino, e lo aveva chiamato. “Dammi una mano, Frank. Aiutami a caricare l’automobile. Queste borse sono pesantissime”. E Frank lo aveva aiutato, ricevendone in cambio una banconota da cinque e un nome nuovo di zecca.
La biblioteca chiusa era un grosso problema per i molti studenti che ogni giorno avevano riempito le sue
sale, anno dopo anno. Ed era un problema enorme per Frank che, con l’arrivo dell’estate, non aveva più un posto fresco e accogliente dove trascorrere la giornata con un buon libro, una bottiglia d’acqua e un bicchierino di caffè preso al distributore di bevande. Tempo prima le panchine del vicino punto scambio libri erano state eliminate, e così trovare un posto dove sedersi a leggere diventava arduo. Era un buon posto, quello! Frank lo rimpiangeva amaramente. Una piccola oasi in mezzo al cemento, una nicchia fatta di alberi ad alto fusto, scaffali di libri sempre in movimento, tra arrivi e partenze, proprio come i treni che sfrecciano alle spalle di quella biblioteca all’aperto. Alcune panchine quasi nuove completavano il piccolo rifugio per amanti della lettura, così come il saluto degli altri utenti e dei volontari con i quali Frank, a volte, scambiava quattro chiacchiere.
Spesso, su una di quelle panchine, Frank ci aveva anche passato la notte, un po’ dormendo e un po’ leggendo alla luce del vicino lampione. Il dormitorio, in certi giorni, è davvero troppo lontano da raggiungere a piedi, a volte a causa di un malessere, altre volte per la stanchezza di aver lavorato troppe ore per racimolare solo un paio di banconote. E non sempre ci si può permettere di pagare una moneta da due euro per un viaggio in metropolitana.
“Guarda che bella borsa abbiamo ricevuto oggi!” gli dissero un giorno al guardaroba pubblico. “Se la vuoi
è tua, puoi metterci i libri e i vestiti di ricambio. E’ arrivato anche questo bel completo. Provalo, sembra fatto su misura per te”. Frank ringraziò e si ritirò nell’angolo adibito a spogliatoio. Dopo aver tirato la tenda si spogliò con calma; indossò prima i pantaloni e poi la giacca e sentì che effettivamente il completo gli stava comodo. Era quasi nuovo. Prese un lembo della giacca e lo saggiò con una mano. “E’ di cotone!” pensò. “E’ così fresco e profumato!” Aveva fatto da poco la doccia e tagliato barba e capelli, laggiù, alle docce pubbliche. Si sentiva un altro, quasi nuovo e fresco anche lui, come il vestito e la borsa in simil-cuoio che, dall’aspetto, si notava che era stata usata proprio pochissimo.
“Sembra una borsa da medico” pensò Frank. “O forse da uomo d’affari”, aggiunse. O forse nessuno dei due. E’ da tanto di quel tempo che Frank non trova più un lavoro, un impiego stabile. Che cosa può saperne? “A proposito: che lavoro facevo? Non me lo ricordo quasi più. Tanti lavori, nessun lavoro, alla fine”.
“Vieni a guardarti allo specchio” disse la voce del guardarobiere-operatore sociale, distogliendo Frank da pensieri cupi. Vedere la propria immagine riflessa e sentire un sorriso enorme spuntargli prima negli occhi e poi sulle labbra fu un tutt’uno.
“Il meraviglioso abito color gelato alla panna! (*) Non è esattamente color panna, tutt’altro! Si tratta più di un grigio, un grigio chiaro, certo, ma è il concetto che conta”. La mente di Frank sta velocemente rispolverando una propria, personalissima gamma cromatica formatasi in uno degli ultimi posti di lavoro, un colorificio.
“Color panna grigia! Forse è stato aggiunto del pepe nero…” pensa Frank, ridacchiando tra sé e sé.
“Metti tutto in questa busta, maglione giaccone e pantaloni, così li mandiamo in lavanderia” gli dice il volontario. “Te li restituiremo in autunno, promesso!” Frank sa che non glieli ridaranno, non proprio questi, almeno, ma sta al gioco. E’ sempre uno shock, per lui, separarsi dagli indumenti invernali. Soffre il freddo, anche d’estate. “Quel che protegge dal freddo protegge anche dal caldo” è il motto che ripete a se stesso – e talvolta anche agli altri – quando si accorge che i suoi vestiti fuori stagione attirano gli sguardi dei passanti.
“Non mi sento a mio agio, così elegante. Grazie per avermelo fatto provare, ma…” Quel vestito, in realtà, non è così lussuoso come sembra a Frank. Ma il fatto è che lui, ormai, è abituato a indumenti smessi adatti alla vita per strada. E così, per lui, un completo giacca pantaloni pur di seconda mano è uguale ad
un vestito da cerimonia.
“Ascoltami, ho avuto un’idea: ti porti via il vestito così ti ci abitui. Sotto la giacca metti questa maglietta grigia scura, che è in tinta. Domani hai un appuntamento per quel colloquio di lavoro, ti ricordi? Vestito così vedrai che ti prendono. Nella borsa ho messo un paio di jeans e una maglietta blu, così hai il cambio pulito per i prossimi giorni. Cerca di non sporcare i pantaloni! Nella borsa troverai anche della biancheria nuova. Dammi quelle scarpe, che ormai sono sfondate. Prendi queste, più leggere e sportive. Vanno con tutto!”
“Tranquillo, non mi siedo mica ovunque!” (E si, certo che mi ricordo del colloquio, come farei a dimenticarmelo? Un posto di custode giù ai magazzini della stazione, un posto di lavoro con una stanza privata e i servizi igienici, l’alloggio del personale…)
Frank non si sedeva mai per terra; faceva già abbastanza fatica a tenere i vestiti puliti per una settimana, a volte dieci giorni. E quando si sedeva sulle panchine ci metteva sopra un giornale di quelli in distribuzione gratuita. Ne prendeva sempre due copie, di cui una da leggere. Ma le panchine pubbliche
diminuivano, ancora e ancora…
Questa volta aveva un motivo in più per non sporcarsi. Un motivo importantissimo, essenziale. E quando c’è un motivo così grande per fare una cosa, si diventa più audaci.
Frank iniziò a maturare una decisione: avrebbe trascorso il tardo pomeriggio e la notte in un albergo. Da
quanto tempo non entrava in un albergo? Da tanto di quel tempo che ormai dubitava di averne mai visitato uno.
Si ricordò dell’hotel di otto piani a due strade di distanza dal Centro dove si trovava ora. Ogni tanto ci passava perché, lì vicino, c’era una di quelle panetterie dove, nel tardo pomeriggio, il pane e altri prodotti sono venduti a metà prezzo o regalati. Frank aveva voglia di un trancio di pizza, anche semplice, era da tanto che non ne mangiava! Ma temeva di sporcare il vestito, cosa che non poteva assolutamente permettersi. “Vediamo che cosa è avanzato”, si disse. “Magari una fetta di focaccia non molto condita”.
Si avvicinò e si accorse che questa volta il fornaio aveva lasciato fuori dalla porta, in una cesta, pizzette e biscotti già imbustati. Con l’acquolina in bocca, Frank disse a se stesso che avrebbe fatto molta attenzione. Afferrò due buste con delicatezza, una per tipologia di prodotto, e si avviò verso l’albergo.
“Se è rimasto tutto come prima dovrebbero esserci ancora le chiavi metalliche”. Frank nutriva un’avversione per le tessere elettroniche – con tutti quei dati personali in memoria! – tanto maggiore adesso, che stava per diventare un probabile ospite insolvente e temeva che, a causa di un guasto, avrebbe potuto rimanere chiuso dentro…
Prese il coraggio a quattro mani, inspirò profondamente ed entrò. Alla reception non c’era nessuno. Il registro delle presenze non si vedeva: usano il computer, qui! e le chiavi di metallo, uno strano abbinamento di antico e moderno su cui Frank si ripromise di riflettere in seguito. Una rapida occhiata alla bacheca portachiavi e documenti gli rivelò che, molto probabilmente, la camera 412 era libera. Frank afferrò le chiavi e, con il cuore in gola per l’emozione, si avviò in fretta su per le scale. La stanza era effettivamente libera; niente valigie, l’armadio vuoto, il letto – singolo -intatto. Con un respiro di sollievo, Frank chiuse la porta, si tolse i vestiti e li appese sulle grucce, accarezzandoli con un dito. Si sdraiò sul letto, pregustando una cena a base di prodotti da forno e acqua del rubinetto. Da molti anni,
ormai, non aveva più una casa. Se tutto andava bene, da domani ne avrebbe avuta di nuovo una, minuscola ma tutta per sé, insieme ad un lavoro stabile. E poi, chissà, l’estate prossima, risparmiando su tutto, sarebbe riuscito a fare una vacanza al mare, senza pretese…
L’indomani mattina Frank si svegliò presto, si lavò, e dopo una colazione a base di biscotti avanzati dalla sera precedente e un bicchier d’acqua si vestì di tutto punto, prese la sua borsa e uscì dalla stanza, lasciando le chiavi nella toppa. Nessuno lo vide andare via. Quando, un’ora dopo, si trovò a firmare il contratto per il posto di custode, disse a se stesso che forse, dopotutto, anche se è di un colore sbagliato, questo vestito è davvero ‘Il meraviglioso abito color gelato alla panna’, quello che ti dà il coraggio di fare tutto, perfino di esaudire un piccolo enorme sogno a lungo sognato.

(*) cit. Il meraviglioso abito color gelato alla panna di Ray Bradbury.

Patrizia Destro

Raffaele Piazza, “Nel delta della vita”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Marco Zelioli

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Recensione di Marco Zelioli 

 

Lo scrittore e critico letterario napoletano Raffaele Piazza ci offre, per i tipi di Guido Miano Editore, queste cinquanta liriche intitolate Nel delta della vita: una sola ha un titolo, la prima, ed è Prologo; le altre sono semplicemente numerate da 1 a 49; ma l’Editore (che come sempre propone, in appendice, un’utilissima bio-bibliografia dell’autore) ha pensato bene di mettere nell’indice non il solo numero, ma il verso iniziale di ogni lirica, a mo’ di titolo, per non spaesare il lettore. In queste poesie appaiono due costanti presenze femminili, l’amica drammaticamente perduta Mirta (alla cui memoria è dedicato il libro) e la sposa ed amante Selene, nominata fin dalla poesia n.1 e di cui alla n.7 dice, concludendo: «…/ Ti esponevi al sole sul balcone / attiravi sinuosa e sensuale sguardi / ma eri solo mia nella duale magia». Aspetto che ritorna, questo del “duale” con Selene, quasi a voler lasciar fuori il resto – che però incessantemente bussa alla porta della vita con il bagaglio dei ricordi e delle reminiscenze, anche letterarie, come in questa n.15 «All’ombra del cipresso / e del destino si apre la speranza / liberi nel nostro duale film privato / di vita nova e tutto resta uguale / al giorno della genesi per varcare / la soglia della speranza nel fascinoso / incantesimo di noi oltre la soglia / infinita e la felicità sono». Il linguaggio è complesso pur se le singole parole sono semplici (tranne forse un paio), l’incedere del verso è frastagliato e fa frequente ricorso all’enjambement, con segni di interpunzione molto radi e ripetute congiunzioni “e” ad inizio verso; è emblematica la n.8: «La lezione imparata a memoria / collaboratore volontario  / della cattedra e mi compiacevo / di me stesso nel silenzio vegetale / e giù nel quadriportico / c’era la vasca con il papiro / della rarità verde e centrale / per ritrovare delle cose il senso / e le ragazzine insegnavano / a tessere dei giorni l’ordito / pari a sacerdotesse di un culto / profano». Tutto ciò dà all’insieme un che di misteriosamente faticoso, come del resto faticosa è la vita («Avventura e viaggio è questa vita», inizia la n.2) ed anche il suo continuo paragone con la morte: «Ora sei cenere, Mirta, e potevi essere / felice come noi nel ristorante dei vivi / in soave connivenza a giocare / a Una donna per amico» (n.5). Così pare che il filo del discorso che si dipana tra i versi di Raffaele Piazza resti sospeso all’infinito, come nella mai doma ansia di cercare il senso del tutto: «Ansia incessante a stellarmi / perché una è la vita: / oh mezzanotte dell’incantesimo / inverso da quello di Cenerentola, / incantesimo il mio di pienezza / e gioia. E si logora il tempo / in attimi di non tempo» (n.32). Attimi nei quali si annida, però, anche la speranza, che nei piccoli dettagli dei ricordi quotidiani è quasi come un preludio alla felicità, che talora pare così vicina: «Ti chiedo felicità, / Selene, e tu farfalla rosa di sorriso / mi restituisci e tutto resta pari a sé. / Si diradano le ombre e il fare leggero / dei tuoi scalza passi per la casa / e in prossimità del lago della pace / che nonostante tutto esiste» (n.23). Una lettura che fa pensare, decisamente.

Marco Zelioli

 

Raffaele Piazza, Nel delta della vita, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 60, isbn 978-88-31497-88-6, mianoposta@gmail.com.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

e allora mi sono messo in viaggio
e ti ho cercata altrove

ho bussato a mille porte
credendo dietro ogni porta
che avresti aperto tu

ho camminato mille strade
aspettando ad ogni incrocio
che poi arrivassi tu

ho inseguito cento spalle
chiamandoti per nome
e poi non eri tu
ma solo un’altra faccia
che non eri tu

ho guardato in mille case
ho ascoltato mille passi
ho aspettato mille treni
cercato in gallerie
disceso mille scale
e risalite a mille

e tu soltanto un’ombra
a rimanere scura,
un lampo di memoria
e poi ancora la sera

domani mi laverò la faccia
mi pulirò dal sale
un fiore rosso e vivo
io prenderò in giardino
e gli darò il tuo nome
poi senz’acqua, senz’acqua,
io lo vedrò morire.

 

Francesco Palmieri

dalla raccolta inedita “Mr Hyde o del profondo abisso”

Versi trasversali: Gianni Marcantoni

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIANNI MARCANTONI

 

LA PAURA DELL’UOMO

E un fiume scava e passa
davanti alla nostra memoria
piena di significati,
piena di immagini che raffigurano
la paura dell’uomo
in un mondo da cui non si torna,
verso un mondo ignoto,
sconosciuto come il passato assai lontano da noi.
E la caverna lunga e buia
ora è vuota, l’acqua cadendo dall’alto
è divenuta roccia;
non siamo noi quei resti,
quei resti non sono di nessuno.

 

DI NOI VEDRANNO

Vicina tu rimani e sempre mi trattieni,
nel sonno che ci hanno consegnato,
senza chiedere,
tu parli un linguaggio separato
e mentre così stai, supina,
in tutto tondo l’aria secca ti echeggia.

Per il senso che noi proviamo
saremo più di te ed io, uniti;
di noi vedranno
mille o più corpi intatti,
accanto l’uno all’altro,
vicini a un banco, irriconoscibili.

 

ALLA PIETRA

Pietra dimmi dove volgi lo sguardo,
tu che sei occhi, vertebra, taglio
dentro di me.
Dimmi dove respiri, dove tiri fuori
la tua anima atavica,
il senso del paesaggio,
la trama silenziosa che elevi in forme
nascoste e pure.

Hai parola soltanto in un segno,
un cumulo di vento ti accarezza
solitaria e dolorosa
fra le promiscue correnti,
possiedi qualcosa che si dispiega
nel luogo perduto in cui ti rigeneri.

 

UNA VITA IMMAGINATA

È vero che ci sono individui
stanchi e mutilati che sorridono
al sole, e io sto dall’altra parte
a guardare senza specchiarmi,
nel vuoto solare che presenta un punto.

Nel mezzo della via ci ritroviamo
come vecchi amici perduti
che per caso si sono rincontrati,
così sto invecchiando come un cavallo
e non posso più correre,
non posso più competere.
Il sole va giù come una pastiglia in acqua,
giù anche il mio pensiero
che in eterno cerca una salvezza.

Piovono foglie verdi
come la giovinezza di esistere
e quella di rendersi inutili
alla folla delle piazze,
come un viso che non trova spazio
in mezzo ad altri visi in una fotografia.

È vero che ci sono individui
mutilati dalla vita che sorridono alla vita;
io non sorrido molto,
faccio a meno di ritrovarmi,
non ho amici ma figure immaginarie
che bevono con me la sera, intorno
al tavolo, e sotto la luce
io dico loro
che si è fatto tardi ed è ora di ritirarsi.

 

INTAGLIO

Sono scomparso fra le ortiche,
un sonno disattento mi completa,
sono nella moltitudine dell’aria,
non sento echi ma un conato.
Quanto non si viva nel più assiduo
sentirsi andare,
incontro a un’agonia non avrei
voluto infrangermi. È tutto pesato:
ondivago il tempo, atteso il sole opaco
dietro una lastra abnorme.

ll taglio è complicato e poliforme,
la bocca cucita stretta,
sgualcita la coperta e lasciata
appena aperta la finestra;
si è voltato dall’altra parte il corpo,
più fuori da me un alto cumulo tocca il muro.

 

 

Nota Bio-bibliografica

Gianni Marcantoni è nato nel 1975 a San Benedetto del Tronto e vive nelle Marche. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato fin da adolescente a comporre versi. Le sue opere poetiche: Al tempo della poesia (Aletti, 2011), La parete viva (Aletti, 2011), In dirittura (Vertigo, 2013), Poesie di un giorno nullo (Vertigo, 2015), Orario di visita (Schena, 2016), Ammessi al paesaggio (Calibano, 2019), Complicazioni di altra natura (Puntoacapo, 2020), Panorama dei lumi (plaquette, Puntoacapo, 2021). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti, 2017) nonché su Italian Poetry, sito ufficiale dei poeti italiani dal Novecento ad oggi, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie AA.VV, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste, in cui sono presenti delle recensioni (La Poesia, Pensieriparole, Scrivere, Frasi celebri, Aforismi Frasi, Poesia, di Luigia Sorrentino-Rai news, Poesia ultra contemporanea, Apparenze, L’Altrove–Appunti di poesia, Inverso–Giornale di poesia; Punto Almanacco di poesia, L’Ottavo, Cartesensibili, Alma Poesia, The Bookish Explorer, Calcio alla poesia, la Voce delle Marche, Roma Capitale Magazine, Soundcloud, Literary, VivereFermo, L’Attualità-Periodico di società e cultura, Shockwave Magazine, Alessandria Today, Leggere:tutti, Oubliette Magazine…). Ospite in alcune rubriche letterarie, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

 

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. Chumbote di Josè de la Cuandra

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 E C U A D O R

CHUMBOTE

(1931)

José de la Cuadra (1903-1941)

Traduzione di Emilio Capaccio

È considerato uno dei più importanti narratori del suo paese. Studiò diritto, fu docente universitario, membro del partito socialista ecuadoriano e scrittore, appartenente al gruppo Guayaquil, il più importante movimento culturale del XX secolo, in Ecuador. Il suo stile di scrittura si distacca dai canoni del modernismo per tendere verso le tematiche del realismo sociale. Nei suoi racconti, caratterizzati a volte da una crudezza espressiva a cui si accompagna un’attitudine all’uso dell’ironia, si pone l’attenzione sulla natura dell’uomo comune, del “montuvio” che abita la costa e in generale si enfatizza la ricchezza culturale dei personaggi nell’ambito del loro contesto rurale.

Si diceva che Chumbote (1) fosse mezzo scemo. Chissà che alla fine, non fosse probabile.

Il padrone, don Federico Pinto, che si spacciava per studioso di etnologia, ripeteva:

— Molto naturale che questo ragazzo sia una bestia! È cambujo e dai cambujos non ci si può aspettare altro. La scienza lo dice.

Tuttavia, don Federico Pinto, e sua moglie, la corpulenta Feliciana, detta “la otella” o “la maiala” come alle sue spalle la chiamavano le amiche, legnavano Chumbote ogni santo giorno, forse con lo scopo segreto di dirozzarlo, anche quando farlo avrebbe significato andare contro le pretese della scienza.

Chumbote, da quando aveva dodici anni, si masturbava in luoghi “solitari”, come aveva visto fare al ragazzo Jacinto, il figlio dei suoi padroni. Tra le masturbazioni e le perticate che riceveva, la sua carne si era rinsecchita. Era diventato mingherlino, flaccido, giallastro, come se fosse stato consumato da una malaria perenne. Del resto, non sarebbe stato insolito se fosse stato malarico: il suo corpo serviva da banchetto per le zanzare, nelle notti roventi, disteso a dormire sui tavoli sporchi della cucina.

Chumbote nacque nella tenuta di don Federico Pinto, dalle parti di Colimes. Lo avevano sempre chiamato con quel appellativo perché quando viveva nella tenuta si cresceva forte e ben piantato come un vitellino. Nessuno lo conosceva con un altro nome se non come Chumbote. Ma il suo vero nome era Federico, come quello del padrone. Federico di Prussia Viejó. Suo padre, Baldomero Viejó, che era stato mezzo azzeccagarbugli e mezzo farabutto a Colimes, mentre faceva il guardaspalle di un cacicco; lo chiamava ora Federico ora Prussia. Quando si ubriacava aggiungeva, il titolo, “figlio di puttana”. Però (si dice fosse in onore della defunta, che dormiva da molto tempo nel lotoso cimitero di Samborondón) la madre di Chumbote aveva ricevuto in amore, sotto il tendone di chintz rosso del suo pagliericcio, solo pochissimi uomini oltre al suo Baldomero Viejó, che se la prese da piccola.

Quando Chumbote ebbe dieci anni, suo padre lo diede al padron Pinto perché lo mettesse a fare lo sguattero nella casa di Guayaquil.

Donna Feliciana lo ricevette con un sorriso, l’unico che abbozzò per quel ragazzo. Appena lo sentì dire che si chiamava Federico, il sorriso si trasformò in una smorfia.

— Che insolenza! Federico! – Non sai che questo è il nome del signore?

Il povero ragazzo, ingiuriato e timoroso, dovette convenire che aveva mentito e che il suo nome non era Federico, ma Chumbote, soltanto Chumbote.

Nel suo intimo però aggiunse qualcos’altro che il suo visino bruno non lasciava trapelare.

Fu un mal comincio. Donna Feliciana armò un orrendo arruffio sul nome del ragazzo.

— Federico! Come te! Niente di meno che come te! — rimproverò il marito quando fece ritorno per lo spuntino pomeridiano. Può darsi che sia figlio tuo… sì; figlio tuo, senza dubbio… Un figlio che avrai fatto con una di quelle selvagge montanare della tenuta, e che ora hai la terribile sfacciataggine di portarlo nella tua casa, nella tua dimora che è sacra! Affinché diventi uomo da pari a pari con l’altro tuo figlio, quello legittimo, quello autentico, quello che è uscito dalle mie viscere! Canaglia!

Si gettò in faccia al marito e lo scorticò ben bene con le sue unghie affilate da gatta, che era l’unica peculiarità che la differenziava dai maiali pasciuti. Poi fu scossa dal pianto.

Dopo questa scena, don Federico Pinto comprese che per convincere sua moglie che Chumbote non era sangue del suo sangue, la cosa migliore da fare era trattarlo come un cane odioso.

Quella notte stessa lo pestò come Dio solo sa. Un piccolo pretesto fu sufficiente per infliggergli le bastonate.

Quando Donna Feliciana sentì ululare il ragazzo, si rifocillò beatamente.

Le sembrò sostanzialmente giusto; però mantenne il silenzio. Un silenzio di dea propiziata. E abbozzò persino un gesto di incredulità che suo marito percepì e comprese.

Da quel momento in avanti, don Federico legnò duramente il ragazzo. La cosa lo ripugnava un po’, ma stimava che la pace coniugale fosse la cosa più importante.

Donna Feliciana collaborò con suo marito alla gragnola delle percosse. Il bambino Jacinto, che era un insolente presuntuoso ed effeminato, seguì i suoi genitori.

Anzi fece di peggio. Con l’esempio gli insegnò a masturbarsi.

Se avesse vissuto nella tenuta, Chumbote non avrebbe mai pensato a simili porcherie. I meschini vizi solitari, tenebrosi e sordidi come sono, prosperano come la muffa negli angoli bui; non attecchiscono negli spazi aperti. Naufragano in un mare di sole.

Chumbote trascorreva le ore morte del tardo pomeriggio, dopo aver lavato i piatti sporchi del pranzo e prima di accendere il fuoco per la merenda, seduto in un angolo del solaio, all’amore della canicola, divertendosi a strappare le ali delle libellule e dei moscerini e a organizzare la marcia delle formiche.

Pensava vagamente a una moltitudine di cose senza un senso preciso, non riuscendo a fare un ragionamento completo. A volte, questo sì, si fissava in lui il ricordo della tenuta, e gli occhi scuri gli si annebbiavano di futili nostalgie.

Era quando lanciava all’improvviso quelle grandi grida che faceva più credere a tutti che la testa non gli funzionasse bene:

— Melarosa! Cassia fistula! Amaranto ! Tettona! Uhj… jah… jah… jah… jah…!

Nessuno sospettava l’umile verità. Che Chumbote potesse avere dei ricordi. Che Chumbote potesse risuscitare miracolosamente, nella sua memoria, quei pomeriggi assolati o piovosi lontano, laggiù, nel campo sconfinato, quando, piegato in avanti a pelo del suo ronzino gialliccio, fischiava al bestiame del suo padrone.

Al sentirlo di sopra, donna Feliciana la si vedeva comparire con la frusta in mano.

— Animale! Non mi lasci fare la siesta!
Lo frustava fino a quando dalla carne smagrita e tormentata delle natiche gli sgorgava il sangue, un sangue scolorito che sembrava più purulenza versata.
Allora lo lasciava.
Se ne tornava nella sua stanza maestosa, ondeggiando il grasso traboccante come un andare navigando in bonaccia.
Rosa, la huasicama , accorreva compassionevole. Gli calava i pantaloncini blu, sempre gli stessi, la cui stoffa aderiva ai lunghi solchi delle frustate, e strofinava su quelle gambe martoriate dell’acqua salata. Quando poteva rubarlo nella dispensa senza pericolo, gli cospargeva dell’aceto.
— Vita mia, ti ha ridotto a un Ecce Home .
Con la sua compassione, la huasicama faceva a Chumbote più male che bene. Tra il dolore acuto e pungente delle frustate e la vicinanza della ragazzona bianca, dalla carne soda, il cui profondo odore di sporco e di femminilità gli entrava nelle narici, le voglie di Chumbote si destavano.
E, al restare solo, si chiudeva nella latrina a imporsi sacrifici onanistici, con la sua piena immaginazione della ragazzona Rosa.
Era questo, quasi senza variazioni, il programma di ogni giornata…
Un pomeriggio, dovevano essere le quattro e Jacinto, il figlio del padrone, non era ancora tornato dalla scuola. Chumbote, come al solito, trascorreva il suo breve tempo libero sul solaio.
Giocava con Toribio, l’enorme gatto d’angora di donna Feliciana, che era fuggito chissà come, alle molli e sudaticce carezze della padrona.
Chumbote gli correva dietro, molestandolo con un bastone.
— Micio micio, piccolo Toribio!
Secondo le disposizioni di Donna Feliciana, il gattaccio doveva partecipare al rispettoso trattamento dovuto ai suoi padroni.
— Corri, piccolo Toribio!
La bestiola, che stava cercando di rifugiarsi in un angolo, passò sopra una tavola schiodata, di cui Chumbote non si era accorto, e che traballava su una corda di mangrovie con un movimento oscillatorio. La tavola muovendosi lasciava trapelare un varco attraverso il quale sarebbe potuto passare facilmente un corpo umano. Per di più, quella parte del solaio, destinata a contenere i vasi dei fiori di Dona Feliciana, era spiovente ed era quasi completamente marcia a causa dell’acqua che veniva adoperata quotidianamente per innaffiare i fiori.
Chumbote dovette soccorrere il piccolo Toribio per impedirgli di cadere violentemente nel patio. E restò lì, mentre il gatto rimesso sulla superficie solida fuggiva via.
Ma con il correre tutt’intorno c’era stato un gran trambusto; e, come ogni volta, donna Feliciana comparve con la frusta in mano.
— Che rumore è questo? Ah, mascalzone, te ne infischi del riposo della tua padrona!
Alzò il braccio, la cui mano brandiva la frusta.
— Adesso vedrai!
Inflisse la prima frustata.
Fu così grande il dolore, che Chumbote, per la prima volta da quando prestava servizio in quella casa, sentì la necessità di sottrare il suo povero corpicino dal quel supplizio e si mise a correre.
Mentre correva, ricevette una seconda frustata.
Allora, solo in quel momento, rapidamente considerò la vendetta. Tutto l’odio che aveva accumulato silenziosamente, ignorandolo lui stesso, scoppiò in un’esplosione insolita.
— Trippona maledetta! – biascicò.
Diede un grande balzo e si fermò all’angolo delle semine, evitando la tavola sconficcata.
— Farabutto, stai calpestando i miei fiori!
Addossato alla recinzione del solaio nell’atteggiamento di una bestiola alle strette, Chumbote attendeva.
Sapeva quello che stava per accadere. Quello che accadde davvero.
Donna Feliciana cercò di avvicinarsi rapidamente, facendo pesare tutto il suo grasso sui legni marci, poggiò il piede proprio sulla tavola smossa che al punto giusto traballò…
Fu un attimo.
La padrona sprofondò come dentro una pozzanghera. Fece appena in tempo a tentare di aggrapparsi ad una corda alla sua destra che le negò il sostegno.
— Ahi!
Chumbote reagì vivamente.
— Rosa! Rosa! È caduta la signora! Non è colpa mia!
Nessuno gli rispose. Senza dubbio, Rosa era andata a fare compere. Era quella l’ora, e la casa era solitaria.
Chumbote non sapeva cosa fare.
Si affacciò dal buco che aveva lasciato passare il corpo della padrona.
— Signora! Signora!
Donna Feliciana era distesa laggiù, nel patio… Precipitata su un mucchio di pietre spigolose. Chissà, forse era morta. Forse, no. Chumbote non capiva queste cose. Aguzzando le orecchie, giunse a percepire un grugnito lamentoso che usciva dalla gola della padrona.
Nella caduta a donna Feliciana le si era sollevata la gonna, e all’aria mostrava le cosce ampollose, di un osceno color latte e acqua.
Chumbote non poté resistere a quello spettacolo.
Senza distogliere lo sguardo dalle cosce della padrona, seduto lì sul bordo del buco, cominciò a masturbarsi un’altra volta. Era la quarta quel giorno…

1) Termine che significa in gergo: “torello”, “manzo”

Una vita in scrittura: Lucetta Frisa

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Lucetta Frisa che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Lucetta e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

La vita in scrittura

Sans passion il n’y a pas d’art – ha scritto Henri Matisse. La poesia è libertà dello spirito, l’unica libertà che ci resta in condizioni di prigionia, fisica o morale. Forse la poesia mette radici e ali proprio in questa condizione. Un esempio per tutti: Osip Mandel’stam che, esiliato, scrive i suoi Quaderni da Voronez. La poesia è un lavoro duro e ostinato perché la parola poetica voli oltre ogni tipo di sbarre. Ogni esercizio poetico, fin dall’adolescenza, corrisponde specularmente a un esercizio di conoscenza, di approfondimento della realtà, di conquista di un’altra vista. Una sorta di veggenza, simile a quella del mistico. Si può essere mistici religiosi come mistici laici, anche atei, e cercare comunque conoscenza, vivere “in stato di poesia”. Scrive il poeta catalano Gabriel Ferrater: “scriviamo poesia per il desiderio di vedere fin dove possiamo elevare l’energia emotiva della lingua.”

Fin dall’inizio la poesia era, per me, un “qualcosa” fatto di parole che nasconde un messaggio misterioso e desta uno stato di allarme,  di stupore. Il suo ruolo è quello di mantenere viva e accesa la ribellione allo status quo, la resistenza alla superficialità dilagante, nella lingua come nel pensiero come nel modo di porsi nella vita e nella società. La poesia contiene in sé, come osserva Novalis, tutta la realtà nella sua interezza simultanea e contraddittoria. E arriva da un’emozione, di qualunque natura essa sia: certe emozioni non colpiscono solo il cuore ma la mente. Può essere la parola letta e ascoltata, un concetto filosofico, un’immagine quotidiana o imprevista, un’immagine d’arte o della natura. Dall’esterno penetra – a nostra insaputa – nella nostra interiorità, che la rielabora e traduce in parola. Tutto può diventare poesia. Siamo noi gli alchimisti, noi i ribelli controcorrente, noi che dobbiamo preservarne lo spirito dalle aggressioni che continuamente la minacciano. Per me un punto di partenza dello scrivere versi è una  malinconia accidiosa, mista fra pensiero nomade e magico stupore, che crea dentro di me uno stato di malessere, di torpore, dal quale mi devo liberare scrivendo. Ed è il ritmo, naturalmente, la struttura vertebrale di una poesia, la caratteristica principale che la distingue dalla prosa, oltre che l’impasto sonoro, timbrico, di cui era maestro insuperabile Gerard Manley Hopkins,  Hopkins diceva che la sua metrica si adattava strettamente al suo tempo emotivo. Da parte mia, concepisco la poesia come uno spartito musicale. In poesia non c’è una qualità separata dalle altre. Tutte dovrebbero coesistere (parlo al condizionale, che è la forma verbale del desiderio): il senso del mistero, la sua intensità, la visionarietà, l’asciuttezza. E naturalmente, il ritmo, che è la mia ossessione principale. Dopo averla letta o scritta, la poesia deve lasciarmi lì, con le orecchie che ronzano, e la sensazione di avere capito poco ma di essere turbata da quanto non ho capito: Quell’istante, rigoroso e vertiginoso, è la mia esperienza poetica.

È dal buio che scrivo.

Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,

sfavillano. Legano te a me.

Se le cancello

rientriamo nel buio.

Ma il ponte crollato

non esiste più.

Ne rifaremo un altro, dicono.

Comporre un verso o un ponte

è strutturare

la vibrazione di una colonna vertebrale

sognare

ancora un nesso

perché le parole con le macerie non restino

inerti strumenti sul fondo.

Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti.

Solo quello che è ancora da fare è eterno.

Canto presente 58: Cristina Simoncini

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Cristina Simoncini

quando mi osservo da lontano
cercando tracce di un piano nel mio tempo
non vedo un essere compiuto
gli incastri assennati di una vita
piuttosto i pezzi sparsi, il corso sordo delle cose
non una trama ma un vasto repertorio
di me mai state fino in fondo, una babele
di disperse – ognuna intenta a far mondo,
a recitare da sola la sua parte

*
mia madre non è morta in una volta sola
non l’ha spenta un ultimo fatidico respiro
come succede al resto della gente
se n’è andata con calma cominciando dai piedi
che si son fatti duri e gelidi come nelle statue
interrompendo il transito dei passi
poi è toccato al marmo delle braccia
arreso in una croce sul torace
che a fatica sotto quel peso si sollevava
gli occhi impauriti sono rientrati
nell’abisso insondabile dell’interiore
l'ultimo è stato il naso scolorito
che sventolava a mezz’asta in segno di commiato
quel poco di lei che rimaneva
stava intanato nel muscolo cardiaco
diffondeva nell’aria piccole pulsazioni
un alfabeto Morse con cui esortava
le persone amate, Su, fate presto, salutate!

*
giorni severi, eravamo assediati
da sconfitte, eppure proiettavi un sorriso
che avremmo cercato invano sulla bocca:
si riversava da uno scatto – una frattura,
lasciando una coda di luce nella stanza

*
negli occhi di mia madre a giorni
brillava una luce inviolabile
c’è sempre un segreto negli altri
una maniera di mancare
la vedevo affacciarsi a una finestra
e con un tintinnio innocente di parole
scivolare fuori dal suo vero
allontanare il grido dalla bocca

*

lo spazio intorno a te un colmo
ogni punto pervaso di prodigio
e piedi in fila, uno dopo l’altro
un’invasione – l’attrazione esercitata
dal mutare di colpo degli sguardi
quotidiano animato qui e ora

spiava taciturna in controluce
gli occhi puntati sulla filigrana
soffriva del filamento lucente
latenza del vero che in te affiorava
saldatura dietro la trasparenza
sapeva bene che non era sua

*
se non abitavate nella casa
accadeva qualcosa – ogni stanza
restava solidale col suo volto
in quel vuoto la vitalità si attardava
risaliva piano le pareti
piccoli angeli ammassati sulle
mensole cadendo nella memoria
seminavano colori, il tempo stava
nascosto negli armadi, nell’ottusa
misericordia dei vestiti

non è vero che una vita
è una volta sola, una volta
è l’avvertimento del destino

*
adesso prova a immaginare
la bambina che vola
sulla discesa scardinata
niente appigli
la bici senza freni
apre i piedini come ali
su un turbine di sassi
è leggera dentro la paura,
veloce – non ha tenuta
non c’è memoria di vita
che si oppone, il sole
la segue da dietro
prima di sparire

non saprei come chiamare
l’istante in cui la testa
si rapprende in un’ipotesi
di morte – la periferia
inclina verso il niente
fa buio tra gli alberi
educati nei giardini –
se avrai fortuna
dal muro sbucheranno
braccia rampicanti
sarà uno sconosciuto
a rinnovarti il giorno.

Pasquale Ciboddo, “Andar via”, Guido Miano Editore, 2021. Recensione di Fabio Dainotti.

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Recensione di Fabio Dainotti

 

È certamente la terra, e segnatamente quella della Sardegna, culla della civiltà pastorale, il fondamento esistenziale per Pasquale Ciboddo, che nel suo libro di poesia, Andar via (impreziosito da un dipinto di Franca Maschio in copertina e corredato dei giudizi critici di Antonio Piromalli, Franco Fresi, Giuseppe Fiamma, Elio Andriuoli, Eugenio Maria Gallo, Enzo Concardi), rievoca, in toni a tratti anche queruli ed elegiaci (E cosa rimane), ricordi da conservare «nel museo del cuore» (Come dimenticare). Il poeta canta, non sottacendone l’asprezza (La poesia della vita), un mondo fatto di «pascoli sofferti», di «sudore e fatica» da «rispettare» (con il contraltare dei furbi e dei profittatori che ne ridono) e insieme la semplice vita «…/ dei tempi andati, / pieni di vita, di feste, / di gioia di vivere /…» (È pena che tormenta), che corrispondono, sul piano personale e privato, all’infanzia fantasticante, quando, sotto gli occhi trasognati dell’autore fanciullo, i gesti sempre uguali delle donne assumevano contorni favolosi: «…/ mia madre / a luce di ‘acetilena’ / accanto al focolare / la sera dopo cena / sino a tarda notte / rammendava / con macchina da cucito / a manovella / pantaloni e camicie / strappate di mio padre. /…» (Invece era). Prendono vita paesaggi dell’anima di una geografia interiore ma anche archeologica (Era l’antenna del tempo), rievocati sul filo della nostalgia (Luoghi e colori) e rivissuti sensorialmente come «gusti e sapori» e «profumi» (Ora è nella memoria) o con descrizioni orientate verso un fresco naturalismo; paesaggi che si situano tra memoria e storia (sulla retrospettiva storica notevole la descrizione della condizione concentrazionaria nei campi di sterminio in Per non dimenticare). Numerosi i lessemi rientranti nel campo onomasiologico di quella civiltà; una parola chiave, ma la definirei parola-testimone, è «stazzi». Della «civiltà agreste» e pastorale il poeta rivendica i valori e insieme l’importanza delle «radici». C’è qualcosa di sacrale in questa «vita dura di caprai» dai «lunghi capelli» che indossano «…/ casacca / di pelle conciata / e larga cintura / di cuoio crudo / attorno ai fianchi /…» (Vita di caprai). E forse non è solo sogno o sterile vagheggiamento, ma ardito disegno: fare dell’arcaico un progetto di rinascita (Tornare ai valori). Se è vero che il duro lavoro dell’allevatore impedisce un’adeguata acculturazione, d’altro canto esiste anche la cultura in senso lato, quella che fa sì che sia più ‘colto’ un contadino, cresciuto a contatto con la natura, di tante ‘teste d’uovo’ d’oggi (Fonti di altro sapere). E spesso la natura (una natura romanticamente animata, composta di semplici creature che parlano un loro linguaggio senza «parole»), che pure è «nostra madre», si mostra «ostile», scatenando un vento rabido, personificato in un «discepolo del male», o si rivolta contro l’invadenza dell’uomo, dando luogo a terremoti e sommovimenti tellurici (Allora); a tal proposito si leva alto il monito dell’autore, che ammonisce gli uomini in tono esortativo: la natura va rispettata. Tra gli elementi naturali, anche il mare, «… arbitro / della vita sulla terra /…» (È guardiano), riveste una sua importanza; l’elemento equoreo è infatti presente nella poiesi di Ciboddo. Opposta alla vita naturale è quella che si conduce nelle città; l’opposizione città- campagna corrisponde alla contrapposizione tra naturalità ed artificio. Molte altre sono le tematiche trattate nell’ambito di una poesia civile mossa dall’indignatio (alla raccolta di Ciboddo non è estraneo l’impegno civile, di cui parla nell’acuta prefazione Maria Rizzi): il dramma dell’emigrazione (Esodo, ma anche E ordine e pace) e ad essa connesso il divario Nord/Sud; il tema ecologico (il disboscamento selvaggio e l’equilibrio idrogeologico, lo scioglimento dei ghiacciai, l’inquinamento); la povertà e la fame (soprattutto negli anni di guerra); i lavori precari e pericolosi o mal pagati; la droga e i suoi effetti demoniaci; il timore dello sterminio causato da una guerra nucleare; la piaga degli «incendi estivi» (Ma è disumano) e quella della sofisticazione alimentare (Oggi). Non manca qualche componimento di carattere metaletterario: basterà citare il «rammendo», che diventa metafora della scrittura, e la «trama» e «l’ordito», che richiamano l’etimo della parola ‘testo’. Attraversa tutta la raccolta una delicata vena esistenziale: ed ecco la solitudine, una «prigione di solitudine» (Che c’è di concreto), quasi una sfuggenza; ma c’è anche l’elogio della vita solitaria, propizia agli studi e vista come risorsa e ricchezza per guardarsi dentro e trovare alimento per la scrittura; l’amore, che pure è tra gli interessi del poeta; il pensiero della vecchiaia, che trova il correlativo oggettivo nell’immagine del tramonto («…/ in faccia al sole / che cala in mare /…», Chi potrà negare), e del destino di morte che attende tutti, magari dietro «curve impensate» (È meandro d’impatto), con l’inevitabile corredo di rimpianto per la «primavera di vita» (Sarebbe dolore) e per le gioie della giovinezza. Di fronte a un presente degradato e corrotto e al pensiero della finitudine, la via di fuga, oltre al ritorno all’infanzia e alla nostalgia della terra (si arriva a un’equazione tra l’io e la terra in Tutto si perde) di cui si è detto, è la religiosità, la fede, anche se Dio appare a volte lontano e indifferente, un Dio che «tace» (Esodo), e sembra trasparire in questi momenti un’ombra di pessimismo cristiano (ma la silloge risente anche di certe conclusioni sconsolate e pessimistiche dei frammenti dei lirici greci come in L’esistenza, o in Meglio non nascere). Comunque l’io si mostra interessato al discorso sulla «trascendenza», i testi sterzano sovente in direzione del religioso, dell’«Oltre», soprattutto nell’explicit, dove si respira l’abbandono a una «fede» salvifica. Interessanti dal punto di vista stilistico certe riprese dall’alto, con i «…/ piccoli movimenti / di affamati roditori /…» (Sempre in agguato) visti dall’occhio del rapace, che simbolizza «…/ La morte / sempre in agguato /…» (ivi). La rima baciata pare voler sottolineare i punti di maggior concitazione lirica. Questo e molto altro si riscontra nei testi di Pasquale Ciboddo (che utilizza tessere montaliane, termini del linguaggio specialistico, detti proverbiali e espressioni bibliche), con l’apodittica sentenziosità, non disgiunta da una capacità osservativa e di trasfigurazione del reale, di chi negli anni ha maturato una “sagesse” da rivelare ai lettori nel quadro di una concezione della poesia concepita non come semplice sfogo, ma con l’ambizione di essere di una qualche utilità agli altri; si può parlare in tal senso di istanza pragmatico-referenziale. Logico dunque che tra le figure di pensiero sia usitato l’epifonema, soprattutto in clausola. Il tono è quello tipico di una poesia sapienziale; e tale si qualifica nel testo intitolato proprio Ed è sapienza, ma vedi anche Nulla si ridesta e altre poesie ancora; e assume anche movenze profetiche e apocalittiche: «…/ La natura / è nostra madre. / Ci aiuta a vivere sereni / lontano da rumori / troppo intensi / che incitano a litigare / gli uni con gli altri / mai contenti di nulla / e invidiosi di chi sta bene. / È così che nascono le guerre / tra tutti i popoli. / È sarà la fine» (E sarà la fine); un ammonimento valido e di stringente attualità anche oggi, per tutti.

 

Fabio Dainotti

Pasquale Ciboddo, Andar via, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 136, isbn 978-88-31497-75-6, mianoposta@gmail.com.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Non sono un poeta vero

i poeti veri, quelli col sondino nella stratosfera,
m’ingiungono di lanciare le mie lenze
oltre lo sbarramento della vista
pure se intatta è ogni diottria,

dicono: questo non è luogo di rilievo, è un dove
qualcuno si consuma, un altro entra in scena,
si comincia col persempre e in fretta è già la fine,
questa la terra, gli uomini, il passo d’ogni cosa
che se quaggiù ha inizio, quaggiù ha la conclusione)

eppure, non è l’altrove ciò che mi dispera,
distendermi sdraiato in sospensione d’aria,
è piuttosto un altro giorno che finisce,
il soggiorno a terra che s’abbrevia,

qui, dov’è il profumo in mezzo ai seni
a dirmi che si può essere felici,

qui, dove la prima volta il mare
mi disse l’infinito (ed era azzurro e vero),

qui, dove pensai l’eterno per stare qui in eterno
e dove fu l’inferno vedere nel giardino
come morivano le cose, morivano le rose,

non è l’altrove ciò che mi dispera,
è piuttosto un giorno, il giorno che finisce.

Francesco Palmieri

dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa”, Edizioni Terra d’ulivi

 

http://www.edizioniterradulivi.it/fra-improbabile-cielo-e-terra-certa/86?search=Fra%20improbabile%20cielo%20e%20terra%20certa&sort=relevance&order=DESC

Giuseppe Settanni, “Affreschi strappati”, Edizioni Ensemble, 2022.

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Postfazione di Ilaria Triggiani

 

Cosa fa di un verso, una poesia? Cosa rende un uomo, anche un poeta?

Sono queste le domande da porsi al termine di Affreschi strappati, terza pubblicazione di Giuseppe Settanni, arrivata un po’ insieme alla stessa maturità anagrafica dell’autore. Forse perché, già dal titolo, si avvertiva un senso di rottura, un piccolo momento – o motivo? – di ribellione, un’inquietudine non ancora risolta, ma finalmente rivelata. Come fece l’immenso Montale negli ultimi anni di vita e in risposta a coloro che incessantemente chiedevano cosa la poesia fosse, quale atto – umano o divino – la rendesse tale, dopo questo libro è lecito ancora domandarselo. Se lo chiede il lettore, ma ancor prima l’autore. Poiché è l’autore il primo destinatario del suo stesso poiéin. Poiché la riflessione sul linguaggio, determinante nella poesia di Settanni, qui diventa umanamente urgente. Poiché da questi versi emerge prepotente una curiosità nuova, rinvenire chi si cela dietro la poesia, e poi ancora dietro il poeta. Come in un gioco di scatole cinesi. Come se la poesia, l’arte, si potessero spiegare empiricamente. O psicanaliticamente. Ma il poeta ha la straordinaria dote di affrontare tutto con naturale leggerezza. Anche ora che la materia prende corpo, che il pantone lascia spazio alla scala cromatica, l’ansia non prevale sulla ragione. Il linguaggio si fa più asciutto, quasi tagliente. Il senso metafisico permane, nella forma e nella sostanza, ma questa volta, purezza e misticismo si alternano a modi crudi, talvolta indelicati, quasi l’autore avesse trovato coraggio. Coraggio di squarciare il velo classico della perfezione e gridare al mondo istanze nuove e potenti. Ecco che allora la celestiale geometria piana dei pensieri si concretizza, lasciando trapelare un umanesimo talvolta sconosciuto. L’inconsistente fluttuare delle prime poesie si sporca un poco di terra e sangue, rendendo l’atmosfera più carnale, esiziale. Pur continuando a giocare abilmente tra sa- cro e profano, ora il poeta sceglie di stare nel mezzo, in un interstizio corporale fino a oggi inesplorato. Sicuro solo all’apparenza, il poeta procede in una sorta di “dialogo allo specchio”. Talvolta insorge, a volte ripiega, illudendo il lettore di aver smarrito la via. Sempre più la lirica di Settanni si fa qui ricerca e non risposta. Stupore e disturbo insieme. Verso il mondo e verso se stesso. Come a evocare una verità, ma allo stesso tempo rifiutando di volerla ascoltare. Che sia questo il momento della maturità, anche artistica, dell’autore? Settanni sembra ancora non curarsene, perché sa che l’arte è libertà e la libertà è da assecondare. È questa la sua sicurezza, sicurezza della maturità dell’artista: sapere, appunto, che non esiste sicurezza. Così come non esiste risposta. O forse sì. Dietro la poesia c’è il poeta e dietro il poeta c’è l’uomo! È l’uomo che fa dell’uomo stesso un poeta. Inutile nasconderlo! Nasconderlo mai. Confonderlo a volte.

 

la ragnatela appesa al ramo del castagno

e i capelli genuflessi

 

il passaggio è aperto ma

sembra un’arpa in decomposizione

ammutolita dal troppo rumore

 

la bocca si è sciolta tempo fa

nei vigneti di mio nonno

bruciati dalla fatica

 

un invito

a cui ora non so più rispondere

 

 

gradazione di tonalità velenose

e io assaggio con piacere

sperando di farmi decapitare

per mano di una radice

 

non è un bosco quello dove passiamo

forse più un sarcofago

di quelli che nascondono il silenzio

per non tradire le chiese

 

filtra un po’ di tepore

non è ancora tempo di tornare

lo era prima di partire

ora no

 

provo a togliere

le scarpe

per non precipitare

 

 

feriscimi

prima che sia tardi

 

voglio uno sfregio da te

sulle ciglia

per marchiare

il segno dell’offesa

anche nell’oscurità

 

 

una piccola fenditura

al massimo un disturbo

è solo un momento

passerà

 

tutto

pur di non dire

che vuoi solo

uno spicchio d’amore

 

 

seduti

in attesa di fiducia

 

gli anni andati,

l’affetto

e le distanze

mai riempite

 

parallele

con le traversine gracili

ma il treno non deraglia

 

e docilmente

se ne va

anche l’ultimo cigolio

di un’apparente grandinata

 

con la leggerezza

della quiete

“Poesia e pudore” di Cipriano Gentilino

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Il rapporto tra pudore e poesia è complesso come lo è per tutte le produzioni artistiche ma necessita di una attenzione particolare alle tematiche e al linguaggio principalmente per quanto attiene al rapporto tra poeta e i suoi versi e tra poeta e lettore.
Per questo iniziare con una poesia di Antonia Pozzi (scritta nel 1933) può essere interessante perché ne inquadra sufficientemente la relazione facendone vedere gli specifici risvolti storici ed evolutivi.
Antonia nasce in una famiglia alto borghese di Milano, si dedica alla poesia e durante gli studi classici si innamora del suo professore di latino e greco.
Un amore osteggiato per pudore dai genitori.
Una impossibilità che le fà decidere di porre fine alla sua vita.

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Nella poesia la similitudine con una giovane mamma nasconde profondi sentimenti d’amore e grazia sia per le parole che per il bambino, i quali divengono entrambi l’altro da sé presentato con tanto pudore da arrossire perfino se un passante benevolmente li apprezza.
Poeta e madre e passante e, per, estensione concettuale, poeta e lettore e pudore.
Relazioni intime, corporee, affettive e sociali che attengono tutte alla sfera di un pudore per il quale se non è cambiata la definizione sono cambiati nettamente i limiti e la percezione collettiva.
Sembra infatti, ad una visione generale e spesso però anche generica, che del pudore sia stato dimenticato il limite tra l’intimo e il condivisibile a favore della immagine, dell’apparire e dell’esserci con una corporeità e una affettività adattabile, pronta al cambiamento, talora mercificatile e, per dirla con Bauman, fluida.
Il continuo e rapido cambiamento dei paradigmi della società globalizzata, il frenetico progresso tecnologico con nuove modalità comunicative e il sempre più debole rispetto della privacy nonché la crisi delle dimensioni locali, della tradizione e di molti ideali generano insicurezza esistenziale e frequente rifugio in una immagine di sé magmatica, adattabile, narcisa e in una comunicazione rapida e sincopata senza un tempo-spazio dialogico e quindi senza un limite tra uso e abuso.
Uno spazio che più adeguatamente Manuel Castells ha definito “spazio dei flussi” dove la presenza individuale virtuale può fluire ovunque e contemporaneamente essere oggettivata nei social network oltre la sua dimensione reale.
Si può allora concordare, con Herbert Marcuse, sulla ipotesi che la dimensione sociale virtuale e mediatica sta assimilando tutta la nostra vita e creando un nuovo mostro, un “uomo unidimensionale”, senza un chiaro limite tra essere reale ed essere virtuale, con la conseguente paura o eccesso nell’ esprimere pensieri e opinioni non legittimate e quindi senza alcuna consapevolezza e limite del pudore.
L’arte e il linguaggio nascono dalla interazione con l’ambiente e com-prendono e inventano significati veicolati attraverso i linguaggi della scrittura, così come della musica o della pittura.
Una interazione che ha i tratti distintivi dell’esperienza dell’ascolto o, per dirla con R.M. Rilke, che è quel: “Lasciar compiere ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto di una nuova chiarezza….”
Dall’ascolto al creare e al comprendere quindi in un attraversamento dell’io dall’ambiente all’inconscio.
Un rapporto inconscio-poesia ampiamente indagato dalla psicoanalisi che vede l’arte come la attualizzazione di una sublimazione di pulsioni libidiche arcaiche perverse e incestuose rimosse ( Freud ) o come riparazione e ulteriore creazione di oggetti d’amore danneggiati ( Klein ).
Attività dell’inconscio nell’atto creativo che può quindi diventare sia oggetto di lettura psicoanalitica sia trasmissione, non consapevole, di particelle dell’io al lettore.
Il poeta e l’artista, infatti, ci ricorda Lacan, precedono sempre l’analista e arrivano a cogliere prima di lui delle verità che concernono l’essere umano e il suo rapporto con il linguaggio e, più nello specifico, precisa che “..i poeti, che non sanno quel che dicono, è ben noto, dicono però sempre le cose prima degli altri…”
(JACQUES LACAN, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud).

d’altro canto il poeta stesso lo dice :

UNGARETTI – COMMIATO 2.10.1916

“Poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”

È quindi il poeta a porsi pubblicamente in una relazione asimmetrica alla quale il lettore partecipa solo privatamente.
Il poeta si mette in gioco dopo aver giocato con sé stesso in una partita impari con l’inconscio, col far nascere e crescere la parola, con la ricerca del perfettibile, con il parto di una poesia, con il dolore del finito, la liberazione esausta, l’attesa di un sorriso.
Non si tratta solo del labor limae, si tratta più intensamente di ricerca di sè in sè stesso e nel mondo, negli altri da sè lungo percorsi personali dove il confine tra l’intimo e il condivisibile è mobile, cangiante, talora persecutorio.
La creatività, infatti, ha bisogno di nuove sapienze e nuove consapevolezze e per questo il bordo del limite è il suo spazio tra il trans-gradire, il comporsi e il comporre.
Un incontro con la coscienza della propria nudità, non quella fisica, ma quella culturale, relazionale, esistenziale che può condurre in uno spazio del dire e del dirsi che incontra sia la vergogna che il pudore, sia per l’eccesso della spudoratezza che per la riservatezza del ritegno.
Pudore che può anche essere resistenza alla spinta spasmodica di rendere pubblica la propria immagine o ponte tra socialità ed esigenza di ripiegamento in una zona di rispetto dove l’interiorità sta’ al di là
della dimensione esteriore.
In questo senso la rinnovata consapevolezza del pudore può diventare uno strumento di indagine della poesia sulla esistenza dell’uomo nella società contemporanea.
Una ricerca che possa riuscire a dirci sia “ciò che non siamo” (Montale – Non chiederci la parola) che, forse, ciò che saremo o rischiamo di essere in futuro.
Consapevolezza e ricerca attraverso quell’αἰδώς greco che oltre a pudore e intimo ritegno indica anche responsabile e dignitoso rispetto dovuto alle proprie e altrui dimensioni sociali ed esistenziali come sembrano suggerirci i versi di Valerio Magrelli che propongono, a mio modo di vedere, la possibilità di superare il pudore del sé corporeo e del suo sé-immagine con una serena consapevolezza e, ovviamente, con ammirevole creatività.

Io abito il mio cervello
Come un tranquillo possidente le sue terre
Per tutto il giorno il mio lavoro
È nel farle fruttare,
Il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
Mi affaccio a guardarle
Con il pudore dell’uomo
Per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
Come un tranquillo possidente le sue terre.

da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980

Cipriano Gentilino

Una vita in scrittura: Marco Ercolani

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto da Antonella Pizzo a Marco Ercolani che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite, Marco e grazie altrettante ad Antonella Pizzo

Autointervista (2022)

Mi chiedi quale sarebbe il mio compito. Il mio compito è guarire la mente inguaribile: una fatica senza senso, come per ogni psichiatra. Per questo scrivo, irrefrenabilmente: almeno le parole non fuggono e possono, se non guarire, accompagnare e consolare, come quando leggiamo i versi di Alcmane che rimpiangono la luce del giorno.
Non ho mai avuto intenzione di scrivere nessun libro, almeno non nella forma in cui sono scaturiti. I miei sono sogni in presenza della ragione, temporali che prevedono un sole che soltanto in un secondo tempo illuminerà il paesaggio. Sono proprio vertigini. Chi è in grado di prevedere quale sarà la vertigine successiva? Smarrimenti, lipotimie, assenze: non c’è nulla da fare, sono imprevedibili. Devo fermarmi, sedermi, vivere la mia ansia. Quando ritroverò un momento di quiete riprenderò in mano la materia, la dipanerò, troverò le giuste parole. Io non trascrivo solo sogni ma anche idee sconfinate, orgogliose, illimitate. All’inizio, quello che conta è esserne invaso e non sapere dove si andrà, come manovrare una nave senza timone e non farsi prendere dal panico.
Camminando a piedi spesso mi perdo. Ma alla fine un qualche luogo mi accoglie sempre, nella superficie della terra come nelle pagine dei libri, e torno a essere chi trova storie antiche, di pittori, falsari, suicidi, superstiti, ossessi, vittime, assassini, persi in qualche nebbia lontana, e quelle storie le svolgo con calma nel foglio. Ripeto: con calma. C’è bisogno di affrettarsi quando si va cercando la verità vissuta dai morti? Ho bisogno di tempo perché tutto il dolore di cui parlerò non si risolva nel lampo precario di una poesia ma si sviluppi come una progressiva, inarrestabile, sconfinata marea. Io ho voluto descrivere spesso i dettagli di stermini e di soprusi perché l’uniforme silenzio della storia, scritta sempre e soltanto dai vincitori, non riducesse migliaia di dolori reali a miseri resoconti anonimi, destinati a essere ammassati in biblioteche deserte o centrifugati nel vortice di pale di una trituratrice ecologica in qualche fatiscente quartiere della periferia di una città abbandonata. Un film inglese che mi commosse, quando avevo forse 40 anni, fu Voci sempre vicine, voci sempre lontane, di Terence Davies, che del pulviscolo nebbioso dei ricordi faceva la colonna sonora portante della storia. L’empatia con il dolore umano, se non esiste, è una mancanza irrecuperabile, come la mutilazione di un arto. Ma, se esiste troppo, è un veleno che paralizza e sprofonda nell’impotenza per ogni dolore che non riusciamo ad alleviare. Qui si gioca la differenza. Un medico pervaso dal dolore non è forse il primo dei suoi pazienti?

**

Grazie della tua domanda: ti risponderò che amo più il vento della terra. Io sono un uomo metodico, dovrei sapere cosa mi accadrà domani ma invece… So il vento che mi aspetta mentre scriverò ma non so cosa scriverò. I miei non sono romanzi, saggi, aforismi, poesie, ma divagazioni sulla memoria; la memoria la trovo e la perdo giorno dopo giorno; magari scriverò un diario per annotare ciò che la mente continua a dimenticare e di cui dimenticherò progressivamente tutte le pagine, lo scriverò solo per il lettore e non lo leggerò mai. Arrivato in fondo all’ultima pagina lo firmerò col mio nome e in pochi secondi lo scorderò come tutte le altre cose che ho appena scritto ma sempre provando un brivido di gioia, sempre iniziando. Ci sono porte rese invisibili dalla luce del tramonto; ci sono tramonti, da qualche parte del mondo, di cui non riesci neppure ad immaginare la luce.
Trasformare la paura. Munire la notte, come scriveva Paul Celan. Munire di armi lei, indifesa. Ecco il progetto di ogni scrittore: ricordare, creare. I ricordi non appartengono solo alla memoria: ti nascono dentro per una frenesia altra, per speranza, utopia, amore, perché ci smascheriamo leggendo. Viviamo liberi quando leggiamo, ipnotizzati dalla scrittura. In fondo a ogni libro letto c’è la libertà, il desiderio di rompere la rete, di essere qualcosa di non pensato, di alieno, sospesi fra autore e paesaggio, fra attore e regista, dentro e davanti alle quinte. La vertigine della scrittura è scommessa contro le tenebre, nostalgia di cose che non sono mai state dette, desiderio che siano dette e scritte ora, inventando un passato gravido di futuro. Ogni passato è futuro. Ogni forma genera il suo opposto/ con un soprassalto, ne è traversata in un senso e nell’altro, si rispecchia ovunque. Nulla, più delle rifrazioni dello specchio, rimanda al mistero della soglia, alle ragioni della notte. Se mi chiamassero per una conferenza, so già su quale tema parlerei: farei lezioni di vento. I tessuti della memoria, la rete neurale, sono l’aria che connette i nostri corpi; tutto si prosciugherebbe se lei ci mancasse, se non leggessimo o scrivessimo, se non mettessimo aria fra le pagine. Le risposte vengono dall’aria, come tutte le domande, oppure avremmo a che fare con sassi aridi, circondati da alberi morti.

**

Quale sarebbe il mio ruolo? Non sono un uomo che serva a qualcosa. Di certi esseri umani si dice che siano come buche d’acido nella vita sociale addomesticata: li si evita, come si evitano gli artisti, i delinquenti, gli schizofrenici. Forse io sono uno di quelli.
Tu sai quale analogia lega la sindrome di Stendhal – lo smarrimento che un’opera d’arte di eccezionale intensità genera, in determinate condizioni emotive, in un soggetto ricettivo – e certe esperienze estreme di detenuti richiusi in celle d’isolamento e indotti, dalla deprivazione sensoriale, a vivere fenomeni allucinatori? L’analogia è sentirsi prigionieri. Come i personaggi dei miei racconti, io ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Così continuo, ossessivamente, a rappresentare l’atto del mio liberarmi, indugiando sui dettagli, rallentando il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente e non affrontando lo smarrimento futuro. Sono costretto alla solitudine e all’ascesi da una spaventosa chiaroveggenza. So tante, tantissime cose, ma non ho davvero nulla da dire. L’abisso è senza alcuna forma e nessun occhio può afferrare ciò che rappresenta.
Ma una via c’è: non essere mai in un solo luogo. Camminare dentro e fuori di te. Chiunque cammini non vede sempre la stessa parete. Chi vede sempre la stessa parete diventa carnefice o pazzo. Essere nomadi, o fingere di esserlo nei propri scritti non significa abitare nelle tende del deserto: significa vivere essendo pronti a lasciare tutto, in luoghi diversi della mente e del mondo. Avere un cuore che pulsa oltre i recinti della notte e scrivere di chissà cosa. Non chiedermi mai quali libri io abbia scritto: non ne ricordo un titolo.

Grazia Procino “E sia” nota di Maria Allo, Ladolfi Editore 2019

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Passiamo una vita intera a cercare il senso”, risponde sdegnata “Io non perdo il mio tempo / d’eternità in ricerche impossibili”, e poi sprezzante aggiunge “Solo gli uomini si ribellano / all’appartenere alla stirpe / di coloro che non sanno

La poesia non cerca significazioni, ma senso, il senso che c’è a vivere dice Bonnefoy. E sia è il libro a cui Grazia Procino ha affidato il senso della ricerca e della conoscenza. Come Ulisse del nostos, uno dei miti più attuali tra tutti quelli ereditati dalla cultura antica, simbolo dell’umanissimo desiderio di ritorno alla casa e di quiete, l’autrice esprime la ricerca intellettuale che spinge l’uomo a procedere sul cammino della storia o su quello più strettamente individuale dell’esistenza personale come esperienza di sé e come scoperta di nuovi orizzonti umani. Un progetto artistico preciso e coerente che si propone e si sviluppa in tutta la sua complessità sulla spinta di una straordinaria capacità immaginativa e di un personale impulso visionario al senso dell’esplorazione che può e deve vivere dentro di noi, orientato sulla concretezza del presente e sulle dinamiche che inglobano anche valori e i sentimenti privati di tutti. “Siamo uomini in preda all’abisso / dell’angoscia, nuovi Odisseo, che / rinunciamo all’immortalità”(p.17). È incontestabile non solo la singolare capacità dell’autrice di esplorare il mondo antico facendoci penetrare in quel luogo dello spirito dove l’autrice evoca Itaca e personaggi mitici (Penelope, Sirene, Ciclopi, Circe, Nausicaa, Odisseo) tutti rimasti nella memoria della Procino, restituendoci l’andamento musicale anche della lingua di Kavafis in un gioco di interscambio tra passato e presente sul filo comune che salda la vita nel suo insieme. Ma spesso vivere è anche doloroso per le insidie, emblematicamente rappresentate dalle sirene e il viaggio è solitudine dell’individuo in una società alienata dove a molti non è garantita sicurezza e stabilità ma incomunicabilità e immobilismo assoluti rimarcati dal netto contrasto che si stabilisce in chi cura l’interiorità oltre la superficie dei gesti e delle parole. «Non mi ha mai sfiorata/ il desiderio di essere come tutti/ io papavero ai bordi/ di un asfalto al catrame» (v. 11). Non passa sotto silenzio l’amore, una realtà dell’esperienza qui collegata al mito di Orfeo indocile al divieto, che fallirà nella sua prova per la scelta di voltarsi e perdere per sempre Euridice che considera solo “uno squarcio di passato “così la Procino: “La carne sente brividi / di freddo”. / “Non ho più mani. Le ho perdute / stendendo carezze e non sono ritornate” (p. 65), un chiaro intento dell’autrice di affrontare la visione e la cultura dell’amore che ieri come oggi, nonostante le profonde trasformazioni del costume, fa dell’amore l’espressione più autentica dell’individualità. È un lavoro faticoso questo, spesso la parola manca, “è assenza”, ma la parola è restituzione e così deve essere. Una chiave interpretativa che permette una maggiore comprensione della raccolta è quella della ricerca, che l’autrice compie infaticabilmente della struttura rigorosa del libro e questo modo di procedere è ben presente secondo i canoni della tragedia greca. Comprende infatti un prologo, la partitura in “stasimi”, la distonia del Coro (il livello dell’accadere e del riflettere) che dilata la più svariata gamma possibile di tonalità e di accenti corrispondenti alle più diverse connotazioni emotive e infine l’epilogo.

Nessuna catarsi dunque per noi oggi, della tragedia classica. L’ autrice coglie lo smarrimento di un’umanità sempre più povera di certezze e incapace di trovare risposte adeguate ai problemi che più le stanno a cuore, tuttavia “si domanda se sia possibile rinascere. La sua risposta è affermativa, scoprendo la potenza delle divinità ctonie, “Le viscere del Sud”: “Accolgono riti di nascita che non vogliono sparire / – la grazia della resurrezione – / come serpi danzanti / al calar della notte”(p.42). Il che fa del suo libro E sia un’opera estremamente attuale e degna di essere continuamente riscoperta “Lo so. Ci si aggrappa a tutto/pur di non sprofondare/anche alla notte (p-41).

Radici (p.14)
Fortunato chi ha radici.
Un’Itaca e una Penelope dove ritornare.
Le Sirene a impedire il viaggio,
i Ciclopi a mostrare che un altro mondo esiste,
Circe a cospargere di lussuria il corpo
già madido di sudore,
Nausicaa a ricordare il tempo che fu,
i Proci pronti a portar via
quello che è tuo di diritto,
ma tu sei Odisseo, un padre e un marito,
un uomo che sa piangere

Orizzonti (p.66)

Io non so dell’amore che le onde alte
e Odisseo che ritorna
a un’Itaca piena di sassi
sterposa e brulla
il profumo del mare lieve che
intona nostalgie e robusti desideri.

Insegnamenti da Kavafis (p. 24)


Ho vissuto troppo dolore
per non intuirlo negli altri.
Ho dovuto accogliere troppe rinunce e
le ho trangugiate, amare, insieme agli strascichi
di denso fastidio. Ho capito che la tua felicità
può procurare nell’altro dolore,
non puoi farci niente.
Tu puoi solo decidere di viverla o di rinunciarvi.
Se la vivi, guarderai all’altro che è in pena,
se vi riunì, nessuno
avrà cura del tuo nobile gesto.

Amore e mito (p.38)

Ci sono anche quando
sono assente. Mi inchino
mansueta alle tue parole
che sanno addomesticare
la mia anima zingara.
Mi volto come Orfeo
in attesa di squarci nitidi dal passato.
Come Euridice mi inoltro
nel futuro e mi smarrisco
in isole senza pace. Sono qui,
in spazi di compassione
con il vestito a fiori
leggero di vento.
Mi rifugio in libri pesanti di vita
per tessere come Penelope
la trama del giorno che viene.
Perdo l’amore,
lo riconquisto come guerriera ostinata
nell’universo sbandato
trovo anche io confini entro cui lavarmi
dalla polvere che fatica ad andar via.
È tutto uno scendere e un salire
pietre su pietre
nel commercio con la gente.
Amo il mondo anche quando mi viene contro.
Lo devo a te.

Le stagioni dell’amore (p.36)

Di te
ho amato ciò che si vede – lo amano in tanti.
Di te di più
ho amato ciò che non si vede, residui
di irrisolti tormenti e inconfessate ferite.
Le stagioni che passano
con la fretta di chi al mondo sta poco tempo
lasciano sapori di
dolce e amaro miele e fiele.
Hanno concesso lo stupore
di un amore che non sta fermo.

Epilogo (p.78)

Finiremo, finiremo

di stancarci per questi giorni magri,

smunti, per queste ore

che indeboliscono gli ardori,

per questi individui – spettri, che mai

risorgono alla sveglia dell’impegno,

pigri – ahi, ma quanto pigri! – e

guardano sempre dove Circe

sedusse i loro stupidi compagni e

si indignano senza conoscere il perché.

Ameremo senza stancarci

in stanze grandi a contenere cieli

neri come la pece

per confondere il mio dal tuo

ed essere nostro.

Torneremo a godere di vita.”

©Maria Allo

Canto presente 57: Isacco Turina

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ISACCO TURINA

 

Tre d’amore

 

Dimmi il fiore che porti nello stomaco

che porti nella mente.

Fiore scuro di paura

fiore giallo dello sforzo

fiore bianco dell’attesa.

Dimmi l’insetto che ti ronza intorno

la cicala che stride nell’orecchio

la sapienza del ragno che ti abita.

La forma che tu vedi è una follia:

sotto la giusta ombra intimamente

si muovono i giardini inconsapevoli.

 

Interludio

 

Da una bocca qualunque ascolteremo

la frase che ci annienta per bellezza

o crudeltà e porteremo sempre

in noi come una vecchia sentenza

che rilascia nel tempo la condanna.

Cibarsi d’ombre fino a quando

sia luce tutto intorno

è ancora il congedo più bello.

 

Nel presente

 

  1. Censimento

 

La storia è un’acqua ogni anno più sporca.

Dei molti che morirono stanotte

rimangono le immagini scattate

in un giorno qualunque.

Riassumi la tua vita in poche frasi.

 

«Ho preso ordini da un libro sacro.

Ora li prendo dalla mia automobile.

Quando ne ho voglia pago un’altra donna

per farmi sculacciare e insultare.

Non ho tempo di capire».

 

«Quando gli organi impazziscono

un uomo mi accompagna in ospedale,

mi descrive la luna nelle attese.

Splendida vita, dondolavi

dai rami e sapevi di bucato.

La mano di un estraneo ti ha raccolta».

 

«Ho vissuto il mio tempo in crociera.

A bordo della nave occidentale,

la Grande Anestesia,

mi sono divertito

fino al disgusto, all’oblio.

Quando mi sarò spento, disperdete

i miei dati nel vento».

 

6.Tre donne

 

«Con le parole nascondiamo il mondo.

Ora ti svelo l’aggettivo anonimo.

Ho tenuto la scatola nel frigo

tra le uova e la birra, così bianca

che sembrava di latte.

Mi sono distesa. Oltre le finestre

vedevo altri nei loro appartamenti.

Spiegarlo mi è impossibile,

eppure mi sentivo accarezzata.

Muovendo uno specchietto e la siringa

con queste mani ho impregnato me stessa.

Ipocrita non sei e mi capisci:

le origini non sono mai pure».

 

«Sono figlia di orfani e non ho generato.

Un frammento di sole che ho ingoiato

mi dà febbri continue. Sono stata

prima un uomo, fuori posto e infelice.

Cancellare e riscrivere è dovuto.

Più avanti non avremo

né un genere né alcuna biografia.

Lo spirito si scuote queste carni».

 

«I terremoti non mi fanno paura.

Un rifugio costruito coi frammenti

è più sicuro di un tempio di marmo.

L’uccello che ho sognato

aveva un’ala verde e un’ala bianca.

La verde lo spingeva sulla terra

tra la linfa e le grida dei neonati.

La bianca lo levava ancora in alto,

dove stormi innumerevoli migravano».

 

8.Vigilia delle ceneri

 

In principio fu la cenere

perché qualcosa era già stato.

Il grido che dura nella cenere

ascoltiamo quando intorno è silenzio.

Pioggia di cenere ci sfama e ci disseta,

cade lenta sul velo della sposa.

Come un pasto di ceneri

godo il tuo corpo vivo.

 

Nell’aldilà c’è una lavanderia.

Prima di immergerlo strofinerò

il mio cuore di mango

su una pelle di fiore.

 

«Quando mi sarò spento, disperdete

i miei dati nel vento».

 

Testi tratti da “Non come luce”, Terra d’ulivi Edizioni, 2021, Collana “Deserti luoghi” diretta da Giovanni Ibello.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

Uomini ed ali

forse non ti è chiaro
quello che mi tocca,

spazzare il pavimento dagli avanzi,
dai nastrini e le coccarde,
i fili rotti delle stelle
(che chi poteva immaginare
fossero ritagli d’alluminio)

non l’ho chiesto io
( a chi? alle muse? a chi? )
di mettermi di stanza sul confine
dove barbari in assedio
è già da tempo
che tentano sortite

per questo il mio racconto
è solo guerra,
il dirti chi è caduto
e chi ancora vive sopravvissuto,

anch’io avrei voluto
un viaggio d’aeroplano,
la perpetua sospensione
della velina in aria,
la spinta nel burrone
e poi le braccia
già addestrate al volo,
come l’aquila, il falco,

un angelo mai visto.

Francesco Palmieri
dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – edizioni Terra d’ulivi

http://www.edizioniterradulivi.it/fra-improbabile-cielo-e-terra-certa/86?search=Fra%20improbabile%20cielo%20e%20terra%20certa&sort=relevance&order=DESC