Ho fatto come avevo promesso del mio meglio ma non in assoluto. Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda tu che sbagli serratura quando torni la sera a casa. Forse chi parla intende questo quando dice prima le cose importanti come il tuo dare e prendere tutto sollevare le macerie ritirare quello che opprime in questa grande stanza. Per questo e altro ti sono grato per come a volte mi lanci contro la vita solo per svegliarmi.
Cosa esattamente mi vorresti dire. Come esattamente dovrei reagire. Cederti il mio spazio, versartelo nel bicchiere con il calmante di un risveglio insieme sanato appena da queste garze nere. In circostanze meno affrettate sarei morto per te. Ora invece schiaccio tutto con le dita e tutto, tutto quanto mi costa fatica.
È da tre mesi che dormo con gente riempio bicchieri a ignoti strappo le pellicine seccate sulle mani per l’inverno; già chiusi i cartoni, pieni di jeans che non mi pare di aver mai messo. Da qualche giorno ho un tetto in prestito. Il quartiere è nuovo ma lo conosco dopo lavoro passeggio in tondo e ad ogni angolo riscommetto “da qui in poi cambia tutto”. Anche oggi ho perso ma ho trovato per strada cinque euro
Otto tipi di insetti hanno fatto casa sotto al mio letto mentre davo ripetizioni fuori al freddo -la sede era inagile ratti ovunque- ho deciso avrei saltato pugilato niente serie né proteine neanche una canzone per dormire; domani in pausa pranzo mi diranno ti trovo bene accidenti è servita la malattia sei un po’ dimagrito ma sembri carico. Sembri pronto.
Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli infortuni nel mezzo dell’età. C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus tua madre con la cataratta, i video dei nipotini. È ancora presto… Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa a guardare attori e attrici vivere per noi la spaccatura era lontana questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.
Ho sognato che non ci lamentavamo più che avevamo smesso di agitarci per il beep di uno schermo per blackout infiniti e risvegli di soprassalto. Ho sognato che era finito l’esodo nei corpi, finita la fame del venerdì che tanto poi eravamo stanchi; erano cambiati i nostri grazie non più al master non più a Tinder né al migliore tra di noi. Ho sognato che allagavamo l’appartamento.
In un mondo sempre più frammentato, l’Europa si trova di fronte a una domanda cruciale: cosa può offrire, quale ruolo può giocare in un sistema internazionale multipolare dove le alleanze tradizionali sono messe in discussione e la competizione tra grandi potenze si intensifica? Recenti dibattiti accademici e diplomatici, da Oxford fino ai forum ASEAN a Kuala Lumpur, evidenziano che l’Europa, pur priva di un’unica voce strategica, può giocare un ruolo di stabilizzatore e mediatore, capace di conciliare interessi diversi e di proporre regole condivise in un contesto di crescente frammentazione. L’intervento del presidente del Consiglio Europeo, António Costa, durante il recente summit sull’integrazione economica e la sicurezza internazionale, ha sottolineato come l’Europa possa offrire un modello di cooperazione multilaterale basato su norme comuni, rispetto dei diritti e sostenibilità. Secondo Costa, in un mondo dove accordi commerciali come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) stanno ridisegnando le regole dei mercati globali e dove dazi e pressioni economiche imposti da Trump hanno ridefinito i confini delle relazioni transatlantiche, l’UE può rappresentare un punto di equilibrio, un interlocutore affidabile per paesi sia dell’Asia che delle Americhe. Il tema delle relazioni transatlantiche resta delicato. La recente approvazione di un contributo del 5% da parte della NATO ha segnato un cambio di paradigma: gli Stati Uniti hanno indicato che le precedenti regole del gioco non torneranno più come prima, e che l’Europa dovrà assumersi maggiore responsabilità nella difesa comune e nella gestione dei conflitti regionali. In questo scenario, la capacità dell’UE di operare come soggetto unitario diventa essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per garantire stabilità economica e politica in aree ad alta tensione.
L’Europa ha inoltre strumenti economici e diplomatici unici. Il suo mercato integrato, la forza normativa delle regole europee e la capacità di promuovere accordi commerciali con vincoli sociali e ambientali rappresentano un’alternativa credibile alle dinamiche di competizione pura che caratterizzano oggi le relazioni globali. Paesi dell’ASEAN e dell’Asia emergente, così come partner africani e latinoamericani, guardano con interesse all’Europa come modello di governance multilaterale e come potenziale contrappeso agli effetti destabilizzanti di una politica americana sempre più protezionista o di una Cina assertiva. Tuttavia, per diventare un attore capace di incidere realmente, l’Europa deve affrontare le proprie fragilità interne. La coesione politica tra Stati membri, la capacità di definire una politica estera comune e l’armonizzazione delle strategie economiche e industriali sono prerequisiti indispensabili per evitare di essere percepita come un blocco debole o indeciso. Solo così l’UE potrà trasformare la frammentazione globale in un’opportunità, offrendo regole stabili, trasparenza e negoziazione equilibrata in un contesto internazionale sempre più complesso. In definitiva, l’Europa può proporre al mondo frammentato non solo commercio o investimenti, ma un paradigma di cooperazione basato su norme condivise, multilaterismo e responsabilità collettiva. In un’epoca in cui le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno più come prima, la capacità dell’Unione di parlare con una voce coerente e di trasformare la sua influenza normativa in leadership strategica potrebbe rappresentare la vera chiave per garantire stabilità e ordine globale.
Nella lunga storia delle notti
che ho passato da sveglio
a volte senza sapere perché
altre volte immaginando solo i contorni
sovrappongo anche questa notte
la classifico per puro scopo scientifico,
facendo dell’insonnia missione e destino.
C’è forse una che ancora non mi trova
e un’altra che amo conservare nel ricordo.
Collezionista di veglie e di silenzi
non riesco a leggere niente
se non le screpolature dei soffitti
le ombre cinesi proiettate dall’abat jour
le sagome mute degli oggetti che riposano
perché nessuno li guarda e li condiziona.
Cose che accadono nella meccanica quantistica
cose che si animano quando tutti dormono
ma non pretendono di turbare nessuno.
Hanno come scopo l’immobilità nella sua perfezione
e pur non avendo occhi e bocca sembrano sempre dirmi
che il tempo di raggiungerle non è così lontano.
Diventare cosa o uomo succede all’alba
anche se il sole bacia entrambi
indifferente nella scelta di chi bruciare.
Nella storia argentina, l’immigrazione italiana non è stata soltanto un fenomeno demografico o economico, ma una delle principali matrici della costruzione civile, culturale e politica del Paese. Studi storici e sociologici concordano nel riconoscere come l’apporto degli immigrati italiani abbia inciso in modo determinante sulla formazione delle istituzioni, del sistema educativo e dell’etica pubblica argentina tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Tra le figure che meglio incarnano questa eredità, Arturo Umberto Illia rappresenta un caso emblematico di come l’immigrazione possa tradursi in eccellenza intellettuale, rigore morale e servizio allo Stato. Illia nacque il 4 agosto 1900 a Pergamino, nella provincia di Buenos Aires, figlio di immigrati italiani. Come molte famiglie arrivate dall’Italia, i suoi genitori portarono con sé un capitale invisibile ma decisivo: l’importanza dello studio, del lavoro e dell’impegno civico. Arturo si formò nelle scuole pubbliche di Pergamino e proseguì gli studi secondari come convittore al Collegio Pio IX di Buenos Aires, un percorso che riflette l’ascensore sociale tipico delle seconde generazioni di immigrati. Nel 1918 iniziò a studiare medicina all’Università di Buenos Aires, una delle principali istituzioni accademiche del Paese, laureandosi nel 1927. L’anno successivo incontrò il presidente Hipólito Yrigoyen, che gli propose di mettere le sue competenze al servizio delle aree più periferiche dell’Argentina. Illia accettò e si stabilì a Cruz del Eje, in Córdoba, dove esercitò la professione medica con una dedizione tale da essere soprannominato “l’Apostolo dei poveri”. Qui maturò l’idea, profondamente radicata nella tradizione civica degli immigrati italiani, che la politica dovesse essere uno strumento per migliorare concretamente la vita delle persone. Parallelamente all’attività medica, Illia intraprese una carriera politica che lo portò a essere senatore provinciale, vicegovernatore e deputato nazionale. Nel contesto turbolento dell’Argentina del secondo dopoguerra, segnato da colpi di Stato e dalla proscrizione del peronismo, Illia emerse come figura di equilibrio e legalità. Eletto presidente nel 1963 con un consenso limitato, dovuto al voto in bianco dei peronisti, fece una scelta che ancora oggi viene studiata nei manuali di scienza politica: legalizzare nuovamente il peronismo come primo atto di governo, riaffermando il principio della piena rappresentanza democratica. Il suo governo, spesso sottovalutato nella narrazione dominante, fu in realtà uno dei più avanzati sul piano sociale ed economico dell’Argentina del Novecento. Illia rifondò YPF, rompendo contratti petroliferi considerati onerosi e lesivi dell’interesse nazionale; introdusse la legge sul salario minimo, vitale e mobile; approvò la legge sull’approvvigionamento e quella di tutela dell’allevamento; e soprattutto promulgò la Legge Oñativia sui medicinali, che impose un forte controllo dei prezzi e limitò la durata di brevetti e royalties, anticipando temi oggi centrali nel dibattito globale sulla sanità pubblica. Particolarmente significativo fu l’investimento nell’istruzione: sotto la sua presidenza il bilancio per l’educazione raggiunse il 23% della spesa pubblica, il livello più alto nella storia argentina. Un dato che gli studiosi mettono in relazione diretta con l’eredità culturale dell’immigrazione europea, e italiana in particolare, che vedeva nella scuola e nell’università il principale strumento di emancipazione sociale. Questa visione, però, entrò in rotta di collisione con i grandi interessi economici. La Società Rurale, l’Unione Industriale, settori della stampa monopolistica, la destra reazionaria e alti comandi militari si coalizzarono per destabilizzare il governo. Il 28 giugno 1966 Illia fu rovesciato da un colpo di Stato. Rimase nella Casa Rosada fino all’ultimo, accettando di lasciare il palazzo presidenziale solo per evitare vittime civili. Uscì senza auto ufficiale, salì su un taxi per tornare a casa a Martínez e non aveva nemmeno il denaro per pagare la corsa. Un’immagine che ancora oggi viene citata negli studi di etica pubblica come simbolo di integrità politica. Illia non chiese mai una pensione da ex presidente. Morì il 18 gennaio 1983 a Córdoba, pochi mesi prima del ritorno definitivo della democrazia in Argentina. I suoi resti riposano nel Pantheon Radicale del cimitero della Recoleta. La sua storia conferma quanto evidenziato da numerose ricerche accademiche sulla migrazione italiana in America Latina: l’immigrazione non è solo forza lavoro, ma produzione di élite civili, di pensiero politico, di modelli di governo. In un’epoca in cui il dibattito sull’immigrazione è spesso dominato da paure e semplificazioni, la vicenda di Arturo Umberto Illia ricorda che l’incontro tra culture può generare leadership etiche e riforme durature. Non un’eccezione, ma una delle tante eccellenze nate dall’intreccio tra radici italiane e società argentina.
Sono fatta di storie sussurrate aru vientu, storie di fimmini forti come temporali. Sono una somma di storie storte e date in pasto all’oblio. Sono fatta di semine e raccolti, canti e cunti. Sono fatta di generosi perdoni e mancate scuse. Sono fatta di storie coraggiose e non le tradirò.
Mi porto addosso la pelle di tante donne che non ho conosciuto. Vengo da un mondo contadino e vergine, ribelle e aspro, da un dialetto caldo nella cadenza e forte nell’accento. Sono quella che sono perché altre donne hanno guidato i miei passi e lo hanno fatto senza neppure conoscermi. Da un utero sconosciuto e lontano ho ereditato questo sangue caldo e questa fibra tenace, ma quieta. Vengo dal ventre di donne comuni, abituate a riconoscere nel quotidiano le ragioni del loro vivere. Mi hanno insegnato ad allungare lo sguardo solo se è necessario, altrimenti so guardare alle cose solo da vicino. Non so se è un bene, so che si risparmiano energie. Non porto il nome di nessuna, non assomiglio a nessuna, ma sono insieme la 11somma e la differenza delle generazioni che mi hanno preceduta e oggi vorrei saper pensare pensieri forti e utili, concreti, misurabili. Le donne da cui vengo avevano pensieri buoni e necessari come il pane e oggi voglio indossare una pelle nuova e remota, ancestrale, sincera, concreta. Dalle viscere del tempo, donne simili a lupe, hanno costruito per me dimore sicure, focolari e letti. Hanno acceso candele e impastato il pane, hanno setacciato la farina e raccolto castagne, olive, pomodori, fichi da seccare al sole. Hanno rinunciato al piacere, alla vanità, al gioco, ma non all’allegria. Poi un giorno di primavera è nata Dora, era il 14 maggio 1927, lei è andata oltre il suo tempo, ha voluto imparare l’arte della gioia e tramandarla ai suoi figli e nipoti. Da lei ho imparato ad annusare la menta, i pomodori appena raccolti, il basilico, il sugo sul pane nelle mattine d’inverno, l’odore della legna quando brucia, le bucce degli agrumi. Con lei ho imparato a dare e ricevere baci, abbracci, slanci improvvisi d’amore impavido. A lei penso quando faccio qualcosa di bello, quando brillo per vanità o per amore. Penso a lei quando la mia pelle è sincera, quando mi dedico alle cose che mi fanno stare bene e mi concedo di essere nient’altro che una creatura fragile e avida di dolcezze. E quando è così divento anch’io una rosa di Maggio. Ci sono donne che abitano il tempo con la forza dei fiori di campo, del grano che diventa pane, del mare che diventa nuvole, della pioggia che nutre gli alberi, della terra che non conta i nostri passi. Dora era una donna così e così sono le sue figlie e così voglio essere io. Il tempo sulla pelle graffia. Su di me ha disegnato tante smagliature e a me piace riconoscere nel mio corpo la storia che lo nutre. Somigliano alle strade che ho percorso le mie smagliature, le strade che mi hanno allontanata da qui, che mi riportano qui, che ancora una volta mi porteranno altrove. Graffia la nostalgia, io accarezzo i ricordi, abbraccio chi c’è, ritrovo l’odore del mio passato remoto sulla mia stessa pelle.
*
7 dicembre 2022
L’amore è grembo e placenta, nutre, ma non sazia. Tu sei stata grembo e placenta, ma l’amore non sazia e tu questo lo sapevi. Se fossi qui ne parleremmo insieme e, invece, semplicemente ti penso e vorrei chiederlo a te se siano stati gli uomini ad aver inventato l’amore, addomesticando l’istinto, o sarà stato questo istinto ad evolvere attraverso le civiltà e a renderci domestici? Più semplicemente siamo noi che ci inventiamo l’amore o è l’amore che ci determina? Forse, ci determinano gli amori necessari, quelli asimmetrici che nutrono l’infanzia e sono necessaria dipendenza, tutti gli altri amori sono pura invenzione, proiezione, promessa, illusione, sogno. La magia è data dal fatto che in un punto imprecisato e qualunque di due vite indipendenti si vada a collidere nei desideri e l’intenzione testarda di innestarsi abbia la meglio rispetto alla naturale inclinazione egocentrica che ognuno ha. E poi? E poi c’è la cura, l’intenzione, la promessa, la sfida, la pazienza, l’impazienza, gli strappi.
*
Domenica, neglia ca cummoglia
Mia madre mi ha insegnato la dignità della solitudine. Ha accolto con tenerezza e forza le contraddizioni dell’amore. Si separò dal marito, ma non ci negò mai la gioia di un pranzo condiviso. Eppure erano appena gli anni venti di un secolo fa. Oggi penso a lei per consolarmi e farmi forza. C’è tanta gente intorno a me, ma io sono sola e stordita, isolata dal resto del mondo. Dicono che ho l’Alzheimer.
Sugnu ‘nta nu gummulu.
*
Giovedì, fuocu appiccicatu
Questa casa è piena di cose non mie. Ma io so che questa fotografia in bianco e nero è qui da sempre e so che non sono io, anche se tutti dicono così. A volte questo spazio mi opprime e ho voglia di andare via da qui, ma non so dove e così resto dove sono, ma dove sono non sempre io lo so. Non ricordo con esattezza niente, solo cose così, mentre confondo cose importanti e la mia vita non è altro che un amalgama di frammenti, molti senza colore, in bianco e nero come la foto di questa donna che non sono io. Ricordo bene solo cose di poca importanza, ad esempio: una teiera rossa; la frittata nei giorni di Pasquetta; i soldati in guerra; le uova fresche; i giorni di sole spesi a lavorare in campagna.
*
In un giorno qualunque, fantasma e fantasia
Diamoci da fare, ché in un baleno arriva l’alba a sparigliare i sogni e i giorni finiscono in fretta. C’è da seminare prima che sia Aprile, già fioriscono le primule e i ciclamini cantano da un po’. La rosa aspetta Maggio, tu, nel frattempo, impara a riconoscere miracoli e preghiere. Le preghiere si mangiano crude e scondite, si scandiscono piano piano e poi si masticano lentamente, sono il frutto maturo della gramigna, ma nessuno lo sa. I miracoli si bevono con gli occhi a grandi sorsi, vanno fissati a lungo e mai diluiti con acqua. Io mi sono fatta bastare il poco, il niente, il troppo, l’abbastanza, ho accolto tutto e ho sempre avuto negli occhi e cieli vergini e incantamenti stupidi.
Doris Bellomusto, “Passo a due”,Tralerighe libri, 2025.
Questo interno è foderato di silenzio
profondo come una tasca vuota
cerco di tastare un oggetto
che abbia più solidità dell’anima
frugo senza trovare aderenze
stringo nel pugno me stesso
e avverto il tiepido calore della stretta
il pulsare lontano del cuore.
Il tatto nel suo vicolo cieco
è un senso perfetto e lineare
accarezza le forme, valuta le impurità
rincorre il desiderio di ricostruire
riparando con le mani
ciò che è irreparabile con gli occhi.
Così sono io stanotte
lato oscuro della mia ombra
percorro il verso del mio corpo
raccogliendomi nella punta delle dita.
Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile. Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto. Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio. Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza. In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità. Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.
Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:
Frammenti scalzi di forma Lo trovarono là, tra margherite bianche e gialle, inermi come occhi spalancati. Il prato era un disordine di frammenti scalzi di forma, un lessico rotto che il giorno non seppe tenere insieme. Le urla inespresse strette tra le labbra, semi di suono non caduti, mentre le ultime aritmie tremavano nelle sue corde vocali. Il ferro aveva parlato prima del cuore, la macchina chiudendo il gesto, inceppando si è portato via il suo tempo. Lontano, una madre sentì il corpo farsi vuoto, un peso improvviso nel respiro: il legame avverte sempre quando qualcosa si spezza. Le sirene attraversavano l’aria come fenditure di luce, portavano un corpo non il ritorno. E i giovani sogni, sognando ancora, tentavano di correggere il finale, spostando le virgole del destino, come se la vita potesse ancora tornare indietro.
Tutti i giorni Benedetta Sastri faceva una passeggiata. Disponeva di appena mezz’ora per la pausa, consumava rapidamente un frugale pasto, poi impiegava il tempo restante passeggiando. Benedetta svolgeva un lavoro sedentario, fare quattro passi era un modo per riattivare la circolazione del corpo, smaltire la tensione dei muscoli. Il collo e la schiena protesi verso lo schermo di lavoro. Le braccia e le mani sempre in movimento a sfogliare pagine di documenti o pigiare i pulsanti della tastiera. Soprattutto gli occhi applicati allo schermo necessitavano di una pausa di riposo. Guardare lontano o verso il cielo era un modo per rilassare lo sguardo, dare sollievo al delicato sistema oculare, già provato da una consistente miopia, da molteplici mosche volanti. Miodepsie l’aveva chiamate l’oculista, raccomandandole di imparare a guardare oltre le ombre danzanti negli occhi.
Nella zona della passeggiata stazionavano gruppi di colombe. Animali infestanti che sporcavano dappertutto e mangiavano di tutto, ma a Benedetta piaceva osservarli. Nei movimenti a scatti e per l’iridescenza delle piume. Se aveva piovuto da poco e si era formata una pozzanghera le colombe a gruppi vi sostavano per bere o per lavare le piume. Scuotevano il corpo, piegavano le zampe, aprivano le ali come a fare un bagno rinfrescante. Sul percorso incontrava spesso anche dei gatti, alcuni erano gatti comuni, ma c’erano anche splendidi rossi e tigrati a pelo lungo con magnetici occhi verdi. Sul cammino osservava diverse case e attorno a esse giardini piantumati con alberi da frutto e piante ornamentali, un rivenditore di ricambi, una tipografia, tre panifici, uno studio di veterinario, un barbiere, due parrucchieri, un negozio per la climatizzazione, un supermercato. Benedetta non aveva molto interesse per i negozi, non abitava in zona e non intendeva fare acquisti, tantopiù che era ora di pranzo, molti di questi erano chiusi e avrebbero riaperto solo un paio d’ore più tardi.
Proprio durante una di queste passeggiate ebbe modo di notare che il suo occhio fotografico o per meglio dire poetico, coglieva scorci, oggetti, particolari che le sarebbe piaciuto fissare nella memoria, condividere o mostrare ad altri. Scattare foto con il suo iperphone, non apparteneva, secondo Benedetta, ai comportamenti disdicevoli. Anzi la immetteva nel flusso della modernità, una modernità che transitava continuamente verso gli altri, ma solo apparentemente, in realtà penetrava il presente in modo acuto, impietoso talvolta, ma sempre autentico, profondo, dribblando tra finestre e tetti sbirciava la vita degli altri senza che mai i protagonisti fossero presenti. Benedetta, infatti, non fotografava le persone. Cominciò con qualche scatto di particolari. Una panchina rossa di legno e ghisa, la corolla di un fiore di lantana, l’arancio di clementine ancora appese al loro albero, un virgulto sfuggito alla compattezza del fogliame, che svettava irto e solitario verso il cielo, oppure s’allungava al suolo, spiccando per contrasto su un muretto imbiancato. Un altro giorno si soffermava su elementi antropici, tipicamente urbani, underground. Talvolta, proprio in questi ultimi azzerava il colore, per esaltare il senso di degrado, estraneità e solitudine che essi trasmettevano. Così in bianco e nero le ringhiere dei muretti prendevano l’aspetto delle sbarre di una prigione, o per l’angolazione dello scatto dal basso verso l’alto, altre volte apparivano lance verso il cielo, braccia di ferro sollevate a implorare una qualche grazia. Soggetti interessanti potevano essere un motociclo abbandonato tra le erbacee, una bicicletta appoggiata a un muro, una sedia di ferro con inserti di ceramica, una vecchia porta scrostata, una finestra colorata. Persino un muro ammalorato coi blocchetti di tufo a vista aveva un suo decadente fascino.
Benedetta trovava il suo fotografare un passatempo innocente, che rendeva la passeggiata un momento in cui dimenticava il peso degli impegni di lavoro e relazionali. Un modo per riconnettersi al sé più autentico, sempre disperatamente alla ricerca del bello, come se non se ne potesse mai saziare, uno spirito sofferente di una fame atavica e insoddisfatta al quale le incombenze quotidiane, i rapporti coi simili, il tedio della vita, le notizie di cronaca e politica apparivano come insulti mentali, legami oppressivi, maglie di una rete da cattura.
Tali erano la sua serenità e buona fede che non si allarmò quando vide la silhouette della macchina nera della polizia posteggiata dall’altra parte della strada, né pensò d’essere l’oggetto della loro attenzione quando vide scendere due poliziotti dall’auto.
E invece i poliziotti le si pararono davanti, impedendole di procedere.
“Si fermi, signora, favorisca i documenti!” disse uno dei due
Benedetta si scosse da una sorta di inebetimento che l’aveva presa, sentendosi apostrofare con tale perentorietà.
“Ma ce l’avete con me, cosa sta succedendo!? Cosa ho mai fatto?” intanto porgeva il suo documento al poliziotto che aveva parlato. Questi lo lesse e poi lo passò al collega che andò verso l’automobile.
“Allora signora Sastri, si diverte a circolare in zona fotografando alloggi, cose e persone. Non lo sa che è vietato?”
La preoccupazione di Benedetta dilagò e il poliziotto senza darle respiro.
“Abbiamo avuto diverse denunce di cittadini circa il suo comportamento illecito e noi l’abbiamo colta in flagranza di reato. Adesso lei ci segue alla Centrale.”
Benedetta provò a difendersi “Ma…ma…ma…io fotografo fiori, gatti, piante, come posso dare fastidio agli abitanti?”
E l’altro con tono che non ammetteva repliche “Ci segua al Comando e non discuta che ad ogni parola peggiora la sua posizione”
Benedetta dovette seguirli, ammanettata come il peggiore delinquente, la mente stravolta.
Le vicende successive furono il trionfo dell’assurdo. Non ci fu verso di convincerli della bontà dei suoi gesti. Era come spiegare ai terrapiattisti che l’allineamento cosmico dei corpi celesti produce un’eclissi. Impossibile per le autorità comprendere che fotografare è mettere sulla stessa linea di mira occhio, mente e cuore. Lo diceva proprio con queste parole Henri Cartier-Bresson, un fotografo francese morto da cinquant’anni. Un allineamento di un istante che produce l’impulso allo scatto e l’incanto di una foto. Essa contiene un mondo di emozioni, persone, piante, animali, fiori e oggetti. Dentro scenari naturali o artificiali, o nei particolari, la fotografia cerca di cogliere l’attimo, la bellezza della verità. L’avvocato di Benedetta si dette un gran da fare per cercare di convincere il Consiglio supremo della VEA (Vigilanza Estremisti e Attivisti) della sua innocenza, ma non si sa come, lei finì ugualmente nella colonia di recupero per alterati mentali. Lì rimase condannata alla rieducazione sociale per la durata di trent’anni. Non li completò nemmeno, la stroncò un tumore al fegato di quelli che non dà scampo. Nel ventennale dalla sua morte, le foto delle sue passeggiate furono esposte nella mostra celebrativa della Rivolta Calliope del 2080, a testimonianza di una civiltà che aveva dimenticato la bellezza e perseguiva i suoi preziosi cercatori. Benedetta nel 2084 fu inclusa nell’elenco degli eroi della resistenza.
Disseppelliti dal cuore, riemergono legni che curvano
i ricordi come fossero piogge o meteore,
i nostri giorni si rifilano come pigri bambini
e si fanno impronta di insetti, gatti e volpi.
Mestizia di soffitti e ritorni turchini,
questo brama la geografia del sonno
e una divina ubriachezza si disfa di altre storie,
storie di piccole cose dimenticate
che sono pappagalli sulle spalle
di questi figli di legno.
Credimi, ancora, sciupata innocenza
la bugia è un unico frutto acerbo e
fingo sia l’incrinato interno di balena
questa silente estate del mondo.
*
Rovinato l’occhio destro, ho trovato una macchia
di giraffa, affrescando i miei cieli
con segnaletiche stradali
per una cometa di titanio e caucciù,
travestita da moscerino.
Le luci si allungano:
cavi usurati, cani giocosi, pompelmi
e terre dure come idee,
io sono freddi abituali e camini dismessi.
I moscerini muoiono
come cardi e pastelle rifuggono l’olio
e vengono a sfinire macchine, ottoni e trapunte.
Copio linee: vocio e insensatezze hanno una loro aritmia.
L’ asistolia questo Natale é sentirsi,
dimenticarsi, con una tosse piena di sigarette
cantare il dolce profumo di canditi, di lenticchie e
di tutta la Morte che ha preso residenza nell’anno nuovo.
In petto il verde daltonico di uno spoglio albero
messo a bruciare.
Il mio cuore è un diacono con puntarelle
e penne di calamaro,
ha fatto della mia schiena un alveare,
con sangue e rame ha costruito case e abeti,
dovessero fiorire, avrei perso Natale e partita
e le mie urla in questa straziante sinfonia
sarebbero solo un Do minore.
*
Ogni ingenua foto di quel che potevo essere
è divenuta una sacra custodia dove ingrigire
i miei organi, invecchiare e
costringermi a custodire un incubo
rimasto bambino.
Inaridite braccia cullano il mio sopravvivermi:
una scatola un sogno infranto,
l’azzardo sudicio, una disgrazia
e tutto il vuoto che mi appartiene.
*
Le mie amanti sono lettere sbiadite,
su fogli sottili di giornali periodici,
che formano nomi di amici scomparsi,
e adesso calcano sabbia purulenta,
nella lettiera dei gatti.
Le mie amanti sono falci di notte,
tatuate sui polsi dei miei compagni,
in mezzo a dei “ punto a capo” d’ago sui gomiti,
su pelli bianche come pagine da scrivere.
Le mie amanti non mi trovano mai,
mi confondono con lo straniero vicino,
con telefoni e barbiturici, con cui fare l’amore,
per sentire le ore sugli occhi e dirsi ,
orfane tutte dello stesso Dio, fedeli
solo a chi gli deve dei soldi.
Le mie amanti sono queste infinite solitudini,
danzano con i treni e cavalcano sui ponti,
deluse si nascondono nelle piscine.
Sulla fine del bicchiere o dell’estate,
lì si cela questa triste gratitudine.
*
Il retro della mia voce ha riunito vuoti divari
dietro le palpebre dove ho intagliato
le mie fragilità come una linea di te,
mentre nel letto sregolato tra inverni,
capelli schiantati e accomodanti livori,
solo mute coperte mi avvolgono,
complici delle mie psicotiche prospettive,
mi sopravvivono come un sonno vegetale
e resisto svilito alla fame dei tuoi baci.
L’oltre lucido della coppale sulle persiane
fiorisce come una primavera di sfaceli
ed io mi distraggo a fare il Dio infausto
delle cortesi rovine costruite su me stesso.
Il tempo rimasto è un viziato bambino.
*
Serve ancora bere queste amare parole,
la mia compagnia, erede della ferocia d’inchiostro,
ha smesso di zittire il futuribile,
e ora mi rimangono solo sogni di uova e sigarette,
dove accoppiarmi incredulo con l’ablazione di nemici.
Appassire e rimanere a guardare
le ere al termine e la bellezza vergine
e amanti obsoleti, che come noi,
nella parola trovano solo
una scomoda futilità.
*
E il vento freddo divora le mie stanze,
docile furia di pensieri sembra
l’irresistibile stanchezza del non fare niente.
Sono soli gli alberi fuori ad ombreggiare,
arrangiano il silenzio e la fantasia
per quietare fame, sete e stanchezza
e mi donano un dilettevole lutto
fatto di indugi e poveri bocconi,
avvampando una tortura di randagi.
Tutta la mia indomabile ambizione
si traduce in uno strazio che non capisco
e adombra il mondo come una scure
prima della fine.
Pietro Edoardo Mallegni, “Anedonia (o i piaceri scomparsi)”, NeroLatte, 2025.
Amo le ossa degli alberi spiaggiati sulla riva
dopo la tempesta stanno come scheletri nella sabbia
imprigionati dalle posidonie e dal filo spinato.
Amo le canne intrecciate in capanne posticce
i solitari tubi dadaisti annegati nel bagnasciuga
che hanno smesso di pompare liquami.
Amo la profusione di oggetti sparsi sulla costa
i vasi di plastica etrusca appena disvelati dalla risacca
archeologie future, messaggerie silenziose, petrolio in bottiglia.
Amo gli alberi di natale abbandonati
ancora pieni di nastrini colorati e batuffoli
le stelle marine incastrate sui rami di conifera rinsecchiti.
Amo i tronchi incagliati a pochi passi dalla riva
che agitano alghe imbustate di nazionalità sconosciuta
le bandiere invernali di lingue mute e appuntite sui rami.
Vicino a questo mare i pochi e temerari cercatori
innalzano aquiloni e amano il vento freddo sulle guance.
La fotografia diffusa dall’AGI dell’arresto di Nicolás Maduro ha acceso un dibattito che va ben oltre la politica internazionale e la crisi venezuelana. L’immagine mostra il presidente venezuelano circondato da uomini armati, visibilmente sotto il controllo della DEA, un documento visivo potente e immediato. Ma mentre il mondo osserva, una domanda inquietante si insinua: è reale, o è una creazione digitale? Il sospetto che la foto possa essere una fake news generata con l’intelligenza artificiale ha messo in discussione tutto ciò che fino a ieri consideravamo “verità visiva”. In un’epoca in cui le immagini circolano con la velocità della luce e possono essere manipolate in pochi minuti, persino un’agenzia di stampa storica come l’AGI può trovarsi di fronte a sfide senza precedenti. Il controllo delle fonti, la verifica dei contenuti, la responsabilità giornalistica diventano terreno fragile. Se non possiamo più distinguere il reale dall’artificiale, la politica stessa, l’informazione, l’opinione pubblica si trasformano in uno scenario sospeso tra realtà e illusione. La foto di Maduro diventa allora non solo un documento, ma uno specchio della nostra incredulità collettiva. Il problema non riguarda solo l’immagine in sé, ma la percezione che ne deriva. La cattura di un leader politico, così presentata, è già di per sé spettacolo: forza simbolica, messaggio politico, arma di legittimazione internazionale. Se l’immagine fosse artificiale, il rischio è moltiplicato: non solo la politica diventa teatro, ma anche la nostra fiducia nelle notizie, nelle istituzioni e nei fatti storici si sgretola. Tutto diventa un gioco di simulazioni, una sceneggiatura in cui il confine tra reale e virtuale si dissolve. Filosoficamente, questa crisi richiama le riflessioni di Baudrillard sul simulacro e la simulazione: quando il segno sostituisce la realtà, l’immagine non rappresenta più un evento, ma crea un mondo proprio, indipendente dai fatti. Il rischio è che la politica internazionale si trasformi in uno spettacolo costruito, in cui le decisioni e gli arresti diventano narrative digitali da consumare piuttosto che eventi concreti da analizzare. Sociologicamente, la diffusione di immagini potenzialmente ingannevoli mina il tessuto della fiducia sociale. La democrazia stessa si fonda sulla capacità dei cittadini di distinguere tra informazione e propaganda, tra prova e spettacolo. Se la percezione del reale diventa incerta, il consenso e il dissenso si costruiscono su illusioni. Ci troviamo davanti a un paradosso: più gli strumenti tecnologici ci promettono trasparenza e immediatezza, più rischiamo di perdere il senso del verificabile. Il sospetto di fake news sull’arresto di Maduro non è quindi solo un episodio venezuelano: è un campanello d’allarme globale. Ci costringe a interrogare la natura della realtà che consumiamo ogni giorno, i limiti della tecnologia e la fragilità del nostro giudizio. Se una fotografia, un tempo simbolo di prova, può essere messa in dubbio, cosa rimane della nostra capacità di credere, di agire, di reagire? Il mondo sembra dirigersi verso una nuova era in cui la verità non è più ciò che accade, ma ciò che appare credibile. E mentre lo spettacolo digitale prende il posto dei fatti, ci troviamo sospesi tra incredulità e fascinazione, tra libertà di pensiero e manipolazione. La foto di Maduro diventa così un simbolo inquietante: l’illusione di controllo, il potere della rappresentazione, e la fragile linea che separa ciò che è reale da ciò che ci viene mostrato come tale. Anche ammesso che la fotografia di Nicolás Maduro circondato dagli agenti della DEA fosse manipolata o creata artificialmente, ciò non cambia la sostanza politica dell’azione americana: il messaggio è chiaro, deliberato e coerente con la mentalità del presidente Donald Trump. Fonti ufficiali, tra cui comunicati del Dipartimento di Stato e dichiarazioni del presidente stesso sulla sua piattaforma Truth Social, confermano che l’operazione contro il leader venezuelano è stata pianificata come un colpo simbolico e strategico, un atto di pressione sull’America Latina e di consolidamento del consenso interno. L’uso dell’immagine come arma politica non è un’innovazione digitale isolata. L’amministrazione Trump ha più volte dimostrato come la rappresentazione mediatica diventi parte integrante della strategia di potere. Non è solo ciò che viene fatto, ma come viene mostrato a cittadini, media e opinione internazionale. La fotografia, reale o artificiale, serve a tradurre la politica in narrazione visibile, a trasformare l’azione militare in simbolo di efficacia e forza. L’obiettivo è duplice: intimidire gli avversari e rassicurare il pubblico domestico, mostrando che gli Stati Uniti agiscono senza chiedere permesso, secondo una logica di pura deterrenza e dominio. Analisti internazionali riportano come Trump abbia sempre privilegiato il linguaggio diretto della potenza rispetto a quello complesso della diplomazia multilaterale. In un briefing ufficiale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del 2025, si sottolineava come il presidente consideri il rispetto formale delle organizzazioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, subordinato alla convenienza immediata degli interessi statunitensi. Non è sorprendente quindi che la comunicazione dell’operazione verso il Venezuela sia stata accompagnata da immagini capaci di impressionare e modellare la percezione pubblica, indipendentemente dalla loro autenticità. Il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan osservava che “il medium è il messaggio”: nel caso di Trump, il medium dell’immagine digitale, della fotografia e dei social media diventa parte stessa dell’azione politica. Anche se la foto fosse una simulazione artificiale, essa rispecchia perfettamente la filosofia di governo trumpiana, in cui ciò che conta è la percezione di forza, la dimostrazione di controllo, la capacità di stabilire gerarchie globali e di proiettare il potere. L’immagine, vera o falsa, diventa quindi strumento di geopolitica e non semplice documento giornalistico. In questo senso, la vicenda conferma un tratto costante della mentalità americana sotto Trump: la politica internazionale come negoziazione di interessi concreti e come esercizio di pressione diretta, più che come rispetto di regole universali. La spettacolarizzazione dell’arresto di Maduro, reale o costruita, è coerente con un approccio in cui la visibilità della forza e la gestione dell’opinione pubblica sono strumenti essenziali del potere. Il nodo della questione non è quindi se la foto sia vera o meno, ma quale modello di politica e di realtà essa riflette. In un mondo in cui l’immagine diventa politica, la sostanza resta la mentalità del leader, la logica che guida le decisioni e i limiti morali o legali che si decide di ignorare. Trump ha sempre agito secondo la convinzione che l’interesse americano e la percezione di forza prevalgano su norme multilaterali, diritto internazionale o opinione pubblica esterna. La fotografia, reale o artificiale, non fa che rendere visibile questa filosofia di dominio e di spettacolarizzazione globale.
Bello e invincibile è l’intelletto umano. Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero, Né verdetto di bando possono niente contro di lui. Egli stabilisce nella lingua le idee generali E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa. Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere. Nemico della disperazione, amico della speranza. Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore, Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo Dall’immondo strepito di parole slabbrate Salva frasi austere e chiare. Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole. Apre la mano rappresa di ciò che è già stato. Bella e giovane assai è Filo-Sofìa E la poesia sua alleata al servizio del Bene. Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita. Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco. Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini. I loro nemici si sono condannati alla distruzione.
Adesso fermati, vento perché solo il flusso segreto del sangue culli questo mio corpo di figlia. Ancora in un sonno d’oppio meridiano le ombre stringono in lacci i polsi per impedirci di andare
*
Chissà se mi svelasti, madre
la vita randagia del corpo che sa e tace
se non dice dolore
– il subbuglio di un ventricolo gonfiato
uno strillo di nervo troppo teso.
Quando approda al verdecavo dell’erba
lui respira
ritrova
il suo varco, il passo ritmato di placenta
per non disimparare a morire
*
Fisso il ritratto di com’eri in quella foto al mare.
L’azzurro del costume intero
sullo sfondo rosagrigio
i capelli al vento
un alone torvo
nello sguardo, non tuo.
Dietro, nascosta, un’ombra
mi racconta dell’altra te che eri
l’ossidiana di luce
che se non mi fossi stata madre
avrei trovato camminando con te
sulla spiaggia, o cullandoti tra i muri
della nostra casa conchiglia
dove risuonano ori e statue
drappeggi ed echi
che non ti hanno vista invecchiare
*
La madre le prepara ogni mattina
i vestiti da indossare.
Per scucirseli di dosso la figlia
li cesella in strappi
dagli orli alla cintura.
Si leveranno incendi
a dilaniare ogni reticolo di stoffa
scaglie di antichi forni
lapilli, tizzoni di cometa.
Finché un giorno, allo specchio
se li troverà impunturati
orpelli di cera da bimba invecchiata
su inestirpabile pelle
*
Della casa dei primi anni
un ricordo di vetri rotti nelle stanze
sentore di ghiaccio triturato
non per la cura di un male
ma inciampo liquefatto
fino alla porta del salotto chiusa a chiave.
E la figura in chiaroscuro del padre
che dice alle spalle non guardare
alla bimba che corre nei vuoti contorni
cade e lo chiama
e ai piedi della scala demarca il suo passaggio
lungo la linea di un perimetro invisibile
*
L’agorafobia percuote il ritmo del respiro
come quando un flusso di luce si frantuma
in singhiozzi di fotoni a intermittenza.
La figlia corre al chiuso
discioglie nei muri i segnali di nebbia.
Il padre, racconta
a diciotto anni si aggrappava ai pali
per non seguire in quota gli aquiloni
biancoruvido lascito di sangue
Morfologia elementare
Nel libro di grammatica
guardi il verbo transitare
farsi largo, cadere
intercettare il vuoto.
Così, altrove, il sole
è diviso a grani dal mare
e uomini viaggiano (o sono portati)
su zattere lunari
tra l’uno e l’altro deserto.
Il peso del passivo sa di braccia e di sponda.
Esige un varco, un pontile, un passaggio
Francesca Innocenzi, “Corpo di figlia”, Puntoacapo Editrice, 2025
Di come e quanto ti ho cercato
con la lingua degli affetti
e tu mi hai trovato che biascicavo
in un dialetto torbido e gutturale.
Ripasso con un dito il tuo corpo
come quando si disegna una forma nell’aria
per ricordarla.
Una mappa per dire che in questo punto
ho sostato
e in quest’altro vi ho costruito la mia tana
e in quest’altro ancora ho assistito
al fenomeno della neve che si scioglie.
E in un altro punto infame ho patito
le temperature al calor bianco della luce
che proveniva dai tuoi occhi.
Tu non ci crederai
ma il chiodo che conficco
nel tuo tenero legno
trapassa prima la mia carne
celebra un sacrificio
una messa di sudore
un mangiate e bevete.
Arriva puntuale ogni gennaio, come le bollette e i buoni propositi già falliti: il Blue Monday, il presunto giorno più triste dell’anno. Non è una festività, nemmeno una ricorrenza storica. È, più semplicemente, un’idea nata nel 2005 per una campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi, ma talmente ben riuscita da aver convinto mezzo pianeta che la tristezza possa essere messa in agenda, possibilmente di lunedì. Il terzo lunedì di gennaio, per essere precisi. Perché se devi deprimerti, fallo con metodo! Eppure, se c’è qualcosa che l’umorismo ci insegna – e la psicologia lo conferma – è che ridere non è solo una distrazione, ma un modo sofisticato per affrontare l’assurdità dell’esistenza. Siamo, dopotutto, un ammasso casuale di polvere cosmica che ha sviluppato coscienza, linguaggio e la straordinaria capacità di prendersi molto sul serio. Il Blue Monday, in questo senso, è un capolavoro involontario: ci ricorda quanto siamo vulnerabili alle narrazioni, soprattutto quando sono confezionate bene. E allora, per onorare la giornata, ecco cinque passaggi ironicamente utili per superarla. Il primo passo è accettare l’insignificanza cosmica. Nell’universo stanno collidendo buchi neri, nascono stelle e si disintegrano galassie, e tu ti senti giù perché è lunedì e piove. Ridimensionare aiuta. Non annulla il malumore, ma lo mette nella giusta scala: infinitesimale. Se al cosmo non importa nulla del tuo umore, forse puoi permetterti di non farne una tragedia greca. Il secondo passaggio consiste nell’usare le parole, ma senza paura. Le parole non sono cattive, lo è il loro uso. “Sono stanco”, “sono annoiato”, “non ho voglia di lavorare”: dirlo non peggiora la situazione, anzi la rende condivisibile. Pensiamo attraverso il linguaggio e, se dobbiamo raccontare una caduta sulla buccia di mandarino, possiamo farlo come una tragedia o come una scena comica. Il fatto resta lo stesso, ma l’effetto cambia. Terzo passaggio: concedersi il diritto di ridere del peggio. Anche delle giornate storte, delle scadenze, del conto in banca che piange. La storia ci insegna che perfino nei contesti più estremi – sì, anche quelli che non si nominano alla leggera – la risata è esistita come gesto di resistenza. Il quarto passo è diffidare delle formule magiche. Se qualcuno ti dice che oggi devi essere triste, chiediti il perché. Il Blue Monday è il trionfo della tristezza programmata: ti dicono che stai male per venderti qualcosa che ti farà stare meglio. Un viaggio, un oggetto, un’illusione. Sentirsi bene, oggi, è un piccolo atto di ribellione. Il quinto e ultimo passaggio è il più semplice e il più sovversivo: ridere insieme a qualcuno. L’umorismo “affiliativo”, direbbero gli psicologi, quello che serve a creare legami, a rassicurare, a ricordarci che non siamo soli nella nostra lieve, quotidiana, umanissima fatica di esistere. Una battuta, un meme, un caffè condiviso. Non salverà il mondo, ma renderà il lunedì un po’ meno blu. Alla fine, il Blue Monday è una grande barzelletta raccontata molto seriamente. Sta a noi decidere se riderne o prenderla sul serio. E considerando che tra cent’anni nessuno ricorderà questo lunedì, forse vale la pena fare ciò che ci riesce meglio come esseri umani: ridere del fatto di esserci, anche quando il calendario dice che non dovremmo.