Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.
di Mattia Tarantino
V
Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.
VI
Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.
di Arianna Vartolo
Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola Padre. Ho pensato per un attimo a quello che per ipotesi – non remota quanto la conferma – dovrebbe essere il mio. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a pesarne la figura – farne giuntura essenziale a dispetto della forma fessa che ne spaccava i contorni in quei giorni che mai è stato presenza. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi che ne dicessero una qualche vaga rilevanza. Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo a pensare a mio padre: non me ne sono ricordata il volto.
Nel bere la gola si muove veloce quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece – invece – non parla. Ha sete e ingoia acqua spiriti, cose segrete di varia matrice rimaste sospese a farla lavorare. Il moto ondulatorio produce pressione appena sotto il punto d’adesione tra faringe e laringe. È il processo respiratorio a rischiare la compromissione: prestare dunque attenzione a che nulla vi sia a stringere il canale. A soffocare un corpo con un altro estraneo che spinge
Non tralasciare il potere dei giorni dispari; quello degli attimi fuori fuoco – fuori tempo. Trova i contorni di questo mio dedalico costato e lascia entrare luce e sangue sempre nuovi; alle tue dita ho dedicato il nume di ciò che c’è e non si vede
La debolezza che spezza le unghie nel togliere la buccia ai mandarini somiglia a certi mattini d’inverno: è gennaio con il sole che basso passa sotto lo sterno; segue passo passo un respiro mancato, quel battito infermo che nulla trova tra sistole e diastole. Si direbbe forza quella che manca – priva di ossa o scorza a protezione; del frutto che lascia è l’ultima forma di assoluzione
Che cosa c’è dietro questo curare il lievito madre per settimane: farlo maturare a temperatura ambiente – forse ottimale, o lasciarlo respirare in barattoli di vetro? Cosa dietro l’asse del tavolo in legno messa in orizzontale a sostenere quel peso in più che non le appartiene? Ti chiedi dove sia quella forza che fa tornare indietro dopo tanto andare; che tiene il conto di quanto carico sia ancora da portare.
di Sonia Caporossi
“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni elinfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza;uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, persimpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”
La filosofia oggi si trova davanti a una soglia storica decisiva: o riesce a ridefinire il senso della formazione umana, oppure rischia di essere marginalizzata da un ecosistema tecnologico che produce conoscenza, decisioni e orientamento a una velocità senza precedenti. Le tecnologie dell’intelligenza artificiale generativa, infatti, non rappresentano soltanto un avanzamento degli strumenti cognitivi, ma una trasformazione del modo stesso in cui il sapere viene prodotto, distribuito e utilizzato. Di fronte a questo scenario, la filosofia può giocare una carta fondamentale: riportare al centro l’idea che l’essere umano non è solo un soggetto da formare, ma un soggetto che si forma. Per lungo tempo i sistemi educativi hanno privilegiato un modello di eteroformazione, in cui l’individuo viene pensato come destinatario di competenze, contenuti e abilità definiti dall’esterno. Questo modello, in parte necessario in alcune fasi storiche, oggi mostra tutti i suoi limiti. In un mondo in cui l’informazione è abbondante e immediatamente accessibile, e in cui sistemi come quelli sviluppati da OpenAI sono in grado di fornire risposte di livello esperto su una vastissima gamma di argomenti, il valore della semplice trasmissione di contenuti perde centralità. Ciò che emerge con forza è invece la necessità di una autoformazione consapevole, continua, intenzionale. In questa prospettiva, la filosofia può contribuire a moltiplicare gli spazi in cui il soggetto non è semplicemente formato, ma si forma attivamente. Non si tratta soltanto di acquisire competenze tecniche o “skill” spendibili nel mercato del lavoro, ma di sviluppare una più ampia capacità di orientamento nel mondo, che gli antichi chiamavano virtù. La formazione diventa allora un esercizio di trasformazione del sé, una pratica che coinvolge non solo la dimensione cognitiva, ma anche quella etica, percettiva e relazionale. Il rischio che si profila oggi è che l’eteroformazione standardizzata non sia più adeguata alle sfide del presente. Le trasformazioni tecnologiche, l’automazione dei processi cognitivi e l’emergere di sistemi di intelligenza artificiale capaci di elaborare enormi quantità di dati mettono in crisi l’idea tradizionale di competenza come accumulo di informazioni. Quando una macchina può già fornire, in tempo reale, una sintesi più ampia e aggiornata di quella di un singolo individuo, la questione non è più “chi sa di più”, ma “chi sa pensare diversamente”. È qui che si apre uno spazio decisivo per una filosofia intesa come forma di vita. Pensatori contemporanei hanno sottolineato come l’intelligenza artificiale non sia semplicemente uno strumento esterno, ma un ambiente che modifica profondamente la nostra ecologia informativa e, di conseguenza, la nostra identità cognitiva. L’intelligenza artificiale è un’intelligenza senza corpo, senza emozioni, senza esperienza vissuta nel senso umano del termine, anche se è in grado di simularne le espressioni. Non possiede pulsione, vulnerabilità, singolarità biologica. E tuttavia è proprio su queste dimensioni che per secoli abbiamo costruito l’idea dominante di intelligenza nelle istituzioni educative. Il paradosso è evidente: abbiamo educato le generazioni a concepire l’intelligenza come capacità principalmente logico-cognitiva e accumulativa, e ora ci confrontiamo con sistemi che superano largamente questa definizione ristretta. Di fronte a questo scarto, il rischio non è semplicemente quello di una competizione perduta, ma quello di una riduzione dell’umano a ciò che è misurabile e replicabile. Per questo diventa necessario tornare a una visione più ampia della formazione del soggetto. L’essere umano non è soltanto una mente che elabora informazioni, ma un corpo che percepisce, si muove, si relaziona, e in questa complessità costruisce conoscenza. La postura, la sensibilità, l’esperienza incarnata sono tutte dimensioni costitutive del sapere, e non sue appendici marginali. In questa prospettiva, il sapere umano non è autosufficiente, ma dialogico: si costruisce in relazione con altri saperi, compreso quello delle macchine. L’intelligenza artificiale, infatti, opera principalmente nell’orizzonte del possibile: calcola probabilità, riorganizza dati, genera soluzioni plausibili. Anche quando produce risultati sorprendenti, rimane ancorata a un campo di variazioni del già esistente. L’essere umano, invece, ha la capacità di rompere i paradigmi, di introdurre l’impossibile come evento, non come derivazione. È qui che si colloca quella che potremmo chiamare la firma singolare dell’umano: la possibilità di inventare ciò che non era previsto nel sistema. In questa direzione si può leggere anche il pensiero di Jacques Derrida, per il quale la conoscenza non è mai semplice accumulazione, ma processo di differimento, rilancio, rielaborazione continua. La verità non è un punto di arrivo, ma un movimento di rigenerazione. La filosofia, allora, non è solo interpretazione del mondo, ma pratica di riapertura dei significati. La domanda decisiva diventa quindi: l’essere umano deve limitarsi a giocare il gioco del mondo così come è stato definito, oppure è ancora in grado di modificarne le regole? Se l’intelligenza artificiale rimane nel campo del probabile, l’umano conserva la possibilità del salto, dell’interruzione, della creazione di un nuovo paradigma. Un paradigma può essere migliorato dentro i suoi confini, ma può anche essere spezzato e ricostruito.
Carmine Lubrano, poeta, operatore culturale e poliartista, si presenta ancora attivo e militante, uscendo a febbraio 2025 con la raccolta poetica Come Carmelo Bene Sono apparso alla Madonna di Roca (edito con il marchio Terra del Fuoco), una nuova produzione estremamente intensa e forse anche inaspettata (dopo il suo personale “Basta”, grido di protesta alla contemporanea situazione panoramica nazionale di ‘non poesia’, presente nel precedente volume CarmineCanta). Leggendo questo nuovo libro appare evidente come l’impulso a dire, a cantare ancora è forte, è esigenza impellente dell’autore, è ossigeno di cui non può fare a meno e si cercherà qui in queste poche righe di mettere l’accento sul carattere proprio delle poesie di questo Lubrano, che è un Lubrano pure estremamente riconoscibile nel suo stile, ma per la prima volta al lettore vengono rivelati aspetti che forse in precedenza erano prevalentemente latenti nella sua produzione ed anche il suo stile, maturato in tanti anni di lavoro e introspezione, risulta qui ulteriormente evoluto e mutato in qualche sua essenza. Nella recensione che Gualberto Alvino aveva redatto per CarmineCanta si legge, giustamente, “In un’epoca di rinunzia alla riflessione e d’orrore della profondità, leggere – e ascoltare – Lubrano è un dovere.” Ed è realmente un dovere, oltre che un piacere, e specialmente per chi comprende il potere trasformativo del fare arte e poesia e perché non si può sapere che effetto abbia su un altro essere umano la parola di Lubrano, ma vale la pena tentare e vedere cosa accade, perché l’autore si è già dimostrato capace di aprire varchi nelle persone e far nascere qualcosa di nuovo, emozionare e smuovere gli animi, che non restano mai immutati dopo un’esperienza di immersione nella sua poesia. E se la lettura è un invito banale, ancora più interfacciandosi con un autore così viscerale, il mio invito ai lettori incuriositi è quello di abbandonarsi, di viaggiare in un flusso di trance allucinogena e lasciarsi trasportare dalla sua poesia e dentro la poesia, attraverso il canto, l’ascolto, la danza, il vaneggiamento (secondo quanto consiglia al riguardo Carmelo Bene “la poesia va vaneggiata”, o come troviamo ancora in questo libro in Lubrano “il verbo avanza a passo di danza in questa stanza”). L’intero libro si richiama vistosamente, e già a cominciare con la scelta del titolo, a Carmelo Bene, come a voler entrare in un filo storico ben preciso e con un fine chiaro, poiché è palpabile tra questi versi la presenza dell’esperienza autobiografica del poeta. I primi versi di apertura presentano quasi una sintesi di tutte le poesie qui raccolte e raffigurano un quadro condensato del sentire che dall’intero libro sgorga: l’autore è in queste pagine totalmente presente in prima persona ed espone e mette a nudo la sua ferita di dolore, sublima tale sofferenza, non annullandola nei versi, anzi donandole un nuovo valore (“c’è una luna piena questa sera e così oscena/ nella sua gravida pienezza nuda/ forse l’estate è già finita e sui muri/ schiaffeggiati dal vento del nord/ i manifesti scoloriti mordicchiati dal sole/ sofferenti ci dicono della/ bellezza che diventa pianto”). Qui realmente il poeta “sfugge dal codice”, sfugge dal suo stesso codice implicito, dalla sua stessa guida interiore e si modifica apparendo nuovo a sé stesso, si apre al mondo, si rivela nella sua piaga più profonda e ancora non rimarginata e che mai si rimarginerà ma che rimane “bellezza che diventa pianto”. Lubrano non è di facile lettura, semplice o banale, anzi riesce sempre a scavare grotte con le sue parole, ad abbattere muri, sfondare confini (“salta il recinto il poeta e forgia/ aspira a forgiare una parola”), riesce a liberare follie che nel comune vivere quotidiano non si concepirebbero; adopera la parola con maestria ed esperienza, imprime nel ricevente la poesia una sensazione che poi è difficile scrollarsi di dosso, che rimane sotto la pelle, che trasforma e trasmette un di più, un oltre, di cui poi non si riesce a fare a meno. Il poeta è mago, è abile alchimista che stappa la bottiglia del genio della lampada nascosto al proprio interno e all’interno del lettore predisposto, e stappata questa lampada ne esce qualcosa che l’ascoltatore non sapeva di avere dentro, che viene inevitabilmente liberato ed è destinato ad andare in giro nel mondo, nelle case, nelle piazze, a portare un po’ di follia, un po’ di quell’arte sempre con sé. Lubrano entra nelle persone con le sue poesie e senza mai usare convenzioni, anzi combattendole, senza risultare mai banale, senza cliché (a meno che i cliché non siano voluti per raggiungere uno scopo altro). In questo libro con una presenza così forte dell’uomo-poeta, sono versi i suoi che entrano e divorano, in cui vengono dipinti, scena dopo scena, autoritratti dell’esistenza dell’autore trasfigurati, resi altro da sé e che toccano nervi, punti sensibili interni, come se la sua esperienza, vera o sognata, diventasse esperienza comune di chi legge e tragica, epica, seppure l’autore rimanga ben lontano dalla lirica. La scelta delle parole infatti riporta sempre ad un piano misto, mai solo alto o solo basso, mai solo dolce o solo amaro, mai solo estetico/segnico o solo concettuale: Lubrano si riconferma pieno di tutto, sempre barocco, sempre vitale, più intimo in queste pagine, più rivelante e un po’ meno enigmatico rispetto al passato, sempre critico della contemporaneità, anarchico e politico, sebbene più personale, e rimanendo carico, ricco e denso di significato. Questo libro è il racconto intimo e bruciante di un sogno o di un lontanissimo ricordo che ritorna e si rivive continuamente ed è ferita che sanguina (“quella/questa cicatrice che continua a sanguinare”; “e sarà assetata più che mai tradita e ferita sarà/ questa inquieta bellezza”), ma c’è anche in queste pagine come una nuova malinconica speranza (“in questa voce che mi brucia e che feconda/ e così che possa ingravidare la tua/ voce/ e gravida per il mondo andrai”): il poeta ha fatto tutto ciò che era in suo potere fare e ora non resta che sperare che il canto possa vivere ancora, restare nel mondo a compiere il suo destino (“il verbo avanza a passo di danza in questa stanza/ e nonostante le assenze”; “e a proposito dell’amore qui in questo libro/sto imparando lentamente a/ morire”). E come si evince da questa speranza fecondativa, lo scopo di Lubrano non è semplicemente riflessivo in questi versi, non c’è solo lavoro introspettivo su di sé, vi è infatti pure un’esigenza penetrativa e ricettiva, l’autore desidera entrare nell’altro e rimanergli dentro, ha bisogno di trovare un varco per donare sé stesso, per trasformare l’altro, per impregnarlo e in tal modo il poeta si fa anche toccare dall’altro e si fa a sua volta ingravidare. La poesia di Lubrano è quindi poesia di trasformazione ed è sempre amplesso: è questo forse sempre stato il suo scopo principale e lo è ancor più in questa ultima pubblicazione, in cui la parola è davvero strumento per donarsi al mondo, è linguaggio d’amore (“Lengua Amor Osa”). La poesia per Lubrano è atto totale di libertà, espressione d’amore innocente, perché fine a sé stesso, è atto di imporsi come una presenza necessaria nel mondo, è scambio necessario e primario, è atto di concedersi, di rivelarsi, di scoprirsi nel proprio intimo e di fondersi con l’altro per modificarsi, modificandolo. Come manipola la parola, la musica, l’arte, usandole per metabolizzare la sostanza inconscia che vuole tirare fuori, così viene manipolato lo spettatore, il ricevente che, se veramente aperto e capace di accogliere, ottiene molto di più del semplice piacere di ascoltare un canto gradevole (e quasi mai Lubrano è poeta semplicemente ‘gradevole’), ma ne ottiene un forte turbamento interiore che lo porta a evolvere, a crescere. Questo autore ancora in questo libro riesce a generare un processo interno, attraverso la costante sperimentazione linguistica, l’inesauribile inventiva, il bisogno di esprimersi e celebrare la totale libertà, in questa dimensione di arte così terrestre, così fisica, in fermento, viscerale e ricca: come in fermento è la ricca e fertile terra nera vulcanica, così è il poeta, così questo artista a tutto tondo, così quest’uomo pieno di energia vitale, e allo stesso tempo pieno di contraddizioni interiori, pieno di forza che si percepisce nella forza del suo canto, nella passione che mette quando si concede a un pubblico, quando fa l’amore con le parole e gli spettatori, trasmettendosi, imprimendosi nel mondo indelebilmente e così anche trasformandolo.
Ritorno sul primo verso
quello che mi suggerisce
il merlo del mattino.
Mi dice col suo fischio musicante
che devo svegliarmi e scriverlo
se non voglio dissiparlo.
Deve essere stato un primo verso
fulminante come un lampo
ad addensare le parole con il glutine.
Il verbo era in principio
poi venivano a cascata gli altri elementi.
Si costruisce così un edificio di mattoncini
in musica da camera e pantofole.
E nonostante tutto, il silenzio canta
con la voce dolce e ironica di un merlo
una sua frasetta cadenzata e ritmica.
Quale universo creiamo oggi con questo motivetto?
Al mattino daremo il suono dell’oboe
o il richiamo da caccia del corno?
E con le sere di maggio
come ci comporteremo?
Le lune saranno di conforto, è certo
e i bambini sopravviveranno alle traversate?
Le guerre, forse, finiranno?
Invecchieremo sorridendo?
Ritornerà come ritorna sempre
nel ciclo della musica che si spegne
una lunga pausa di silenzio.
Xul Solar occupa una posizione assolutamente unica nella storia dell’arte argentina e latinoamericana del XX secolo, perché la sua opera non può essere ridotta alla pittura in senso tradizionale. La sua produzione costituisce infatti un sistema complesso di pensiero visivo in cui immagine, linguaggio, misticismo e utopia si intrecciano in modo inseparabile, dando forma a un universo personale che sfugge a ogni classificazione canonica della storia dell’arte. Nato nel 1887 a San Fernando da una famiglia di origine europea, Xul Solar sviluppò fin da giovanissimo una sensibilità visiva fuori dal comune. La sua formazione iniziale in architettura lasciò un’impronta duratura sulla struttura delle sue composizioni, caratterizzate da un rigore organizzativo che coesiste con una totale libertà rispetto alla rappresentazione accademica. Il suo celebre viaggio in Europa e in Asia all’inizio del XX secolo fu determinante: entrò in contatto con le avanguardie artistiche e con diverse tradizioni spirituali ed esoteriche, esperienze che influenzarono profondamente la sua visione del mondo e della creazione artistica. Il ritorno a Buenos Aires segnò un ulteriore punto di svolta. L’incontro con il modernismo europeo, mediato soprattutto dalla figura di Paul Klee e dall’amicizia con Emilio Pettoruti, rafforzò la sua distanza dalla pittura tradizionale. Tuttavia, Xul Solar non si limitò a recepire le avanguardie: le rielaborò in un sistema personale, in cui ogni elemento pittorico assumeva un valore concettuale e simbolico. Le sue opere non sono rappresentazioni del reale, ma costruzioni mentali, diagrammi di realtà alternative in cui lo spazio si organizza secondo logiche interne, quasi musicali, basate sulle relazioni tra forme e segni. Il colore nella sua pittura non ha funzione naturalistica, ma spirituale ed emotiva. Le tonalità intense, pure e spesso prive di sfumature tradizionali generano una sensazione di sospensione temporale, come se le scene appartenessero non al mondo fisico ma a un piano mentale o astrale. In questo modo, la pittura diventa uno strumento di costruzione della realtà più che di sua rappresentazione, e lo spazio cromatico acquista una qualità vibratoria che suggerisce un universo in continua trasformazione. Uno degli aspetti più innovativi e rivoluzionari della sua opera è l’integrazione del linguaggio all’interno della struttura visiva. La creazione della Panlingua testimonia la sua ossessione per un linguaggio universale capace di superare le barriere culturali. Nei suoi dipinti, parole, segni e sistemi di scrittura non sono elementi decorativi, ma parti strutturali dell’immagine. In questo modo, il confine tra parola e immagine si dissolve completamente, e il quadro diventa uno spazio in cui il verbale e il visivo coesistono come dimensioni equivalenti di un unico sistema simbolico. Questa dimensione linguistica è strettamente legata al suo interesse per l’astrologia, la cabala e altre tradizioni esoteriche. Tali conoscenze non compaiono come riferimenti esterni, ma come strutture portanti del suo pensiero artistico. L’universo, nelle sue opere, si presenta come una rete di corrispondenze invisibili che l’artista cerca di rendere visibili attraverso forma, colore e segno. La pittura diventa così un mezzo di esplorazione spirituale e filosofica, più vicino alla meditazione o alla costruzione di un sistema conoscitivo che alla semplice rappresentazione estetica. Nonostante la complessità concettuale, molte sue opere conservano un’apparenza sorprendentemente semplice, talvolta quasi infantile o ludica. Questa ambiguità tra immediatezza visiva e profondità simbolica è una delle caratteristiche più affascinanti del suo linguaggio. Sotto superfici che possono ricordare mappe immaginarie o illustrazioni fiabesche si celano strutture dense di significato, in cui ogni elemento è inserito in una rete coerente di relazioni simboliche. La sua vicinanza a intellettuali come Jorge Luis Borges rafforza ulteriormente questa dimensione. Entrambi condividevano la fascinazione per i sistemi infiniti, i labirinti concettuali e l’invenzione di mondi possibili. Tuttavia, mentre Borges esplorava questi temi attraverso la letteratura, Xul Solar li traduceva in linguaggio visivo, costruendo universi pittorici che funzionano come equivalenti plastici di speculazioni filosofiche e metafisiche. Oltre alla pittura e alla creazione linguistica, Xul Solar si dedicò anche all’invenzione di sistemi ludici e simbolici come il Panajedrez, una versione ampliata e rielaborata degli scacchi tradizionali, arricchita da elementi astrologici e cosmici. Anche in questo caso, il gioco non era semplice intrattenimento, ma un modello dell’universo, in cui ogni pezzo rappresentava forze in movimento all’interno di un ordine superiore. La sua vita fu segnata da una forte indipendenza intellettuale. Pur frequentando ambienti colti e bohemien di Buenos Aires, non si legò mai stabilmente a scuole o movimenti artistici, preferendo sviluppare un sistema personale e coerente, lontano dalle mode e dalle correnti dominanti. Questa autonomia radicale contribuì a rendere la sua figura ancora più singolare e difficilmente classificabile. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tigre, dove morì nel 1963. La sua casa, oggi conservata come spazio museale, riflette perfettamente il suo universo interiore: un luogo pieno di simboli, studi linguistici, opere e materiali che testimoniano la fusione totale tra vita quotidiana e creazione artistica.
Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.
Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.
Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.
Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?
da Contrade
La domenica in paese
Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte
I morti
Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.
Vestigia a me prossime e terrene
Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.
Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.
sì, è magnifico il sole alto nell’alto dei cieli,
la luna sdraiata sul mare a mezzanotte,
la neve nei cortili e la pioggia sulle foglie,
la maestà gloriosa delle montagne azzurre
e il grano d’oro che diventerà il tuo pane,
sì, è bella lei coi suoi capelli sciolti
e il passo di ragazza che corre verso l’amore,
la curva intorno ai seni e la gonna sul ginocchio
e poi il suo corpo nudo sdraiato su lenzuola
ma
perché succede poi l’arsura della terra
per l’acqua che non viene,
i chicchi allo sterminio e la tremenda fame,
il mare che s’infuria e spazza via la casa
di chi lì abitava credendosi al sicuro,
e poi ancora lei con la testa fra le mani
a contare gli anni che non verranno più
e lui che regge appena il peso sulle gambe
e tutti e due a sapere ora
che non c’è eternità
e neanche un altro sogno
paziente ad aspettarli,
perché chi ha creato meraviglia,
il cielo tutte stelle e la vastità del cosmo,
ci ha tradito poi
con il morire a poco a poco,
l’andarsene per sempre
e un tempo che cancella
anche l’ultima memoria
di noi che nati un giorno
duriamo appena appena
un battito di ciglia.
O luna, luna tu
per sempre e non per molto luna
stai per essere raggiunta
ed ognuna delle tue pietre
comete infrante che si son posate
sul tuo corpo minerale
teme in silenzio, il sabotaggio
il diritto violato
il cascame vetrificato
di oggetti non identificati
il metallo d’argento
il tessuto purpureo e celeste
di bandiere sgonfie di vento
e malamente armate.
Fatti coraggio
e indaga col tuo occhio
come sempre attento
ciò che è apparecchiato
sul deserto blu e bianco
del tuo carnefice vicino
ciò che vive nel corpo di tua madre
che ha generato un seme maligno
e che vuole diffonderlo perfino nello spazio
confonderlo coi semi di luce del sole.
Sforzati ad alzare le tue maree
manda una flottiglia di meteoriti
e fanne pioggia, inverno, inferno.
Fai cadere le stelle sulla testa dei candidati
alla carcerazione degli atomi
a chi deporta i figli dalle pianure al mare
a chi è figlio degli dei e non figlio degli alberi e dei fiori.
Fatti coraggio
e fatti ancora sorella minore più saggia
àncora di salvataggio, miraggio
confidente di bambini e piccoli poeti
maestra di discipline notturne
capace di sedurre senza rapire
e di ferire senza fare del male.
La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
Che dopo questa vita di nuovo ci si debba svegliare con il suono delle trombe e i corni? Scusami Signore, ma credo che per tutti noi il segno della resurrezione sarà il canto semplice di un gallo.
Per un attimo ancora rimarremo a letto. La prima che si alzerà sarà la mamma. Sentiremo come nel silenzio accende delicatamente il fuoco, come mette l’acqua a bollire, e come con un gesto quotidiano tira fuori dalla credenza il macinino del caffè. Saremo di nuovo a casa.
Ma noi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo pe’ Giudei, stoltezza pe’ Gentili
Paolo, Lettera ai Corinzi
Tutte le piaghe sono al sole
ed Egli muore sotto gli occhi
di tutti: perfino la madre
sotto il petto, il ventre, i ginocchi,
guarda il Suo corpo patire.
L’alba e il vespro Gli fanno luce
sulle braccia aperte e l’Aprile
intenerisce il Suo esibire
la morte a sguardi che Lo bruciano.
Perché Cristo fu ESPOSTO in Croce?
Oh scossa del cuore al nudo
corpo del giovinetto…atroce
offesa al suo pudore crudo…
Il sole e gli sguardi! La voce
estrema chiese a Dio perdono
con un singhiozzo di vergogna
rossa nel cielo senza suono,
tra pupille fresche e annoiate
di Lui: morte, sesso e gogna.
Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso.)
Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.
Pier Paolo Pasolini, da “L’Usignolo della Chiesa Cattolica”, sezione Paolo e Baruch, Longanesi, 1958.
L’occasione dell’anniversario di attività di questo Litblog è propizia per alcune considerazioni circa l’evoluzione della scrittura. In particolare è interessante osservare che nel mondo produttivo della scrittura, culturale artistica, scientifica, o di qualunque altro genere, dieci anni fa l’intelligenza artificiale non aveva l’impatto attuale, nel senso che già esisteva, ma non era alla portata di tutti, come avviene oggi. Negare che essa stia pervadendo l’attività dello scrittore in senso lato (poeta, saggista, narratore, giornalista ecc) e il suo prodotto, non meno che moltissimi altri campi e professioni, soprattutto quelli che possono essere svolti attingendo a dati informatizzati, è bendarsi gli occhi sulla realtà. Temere l’evoluzione del processo in corso è comprensibile. È il nuovo che avanza, e come spesso avviene il nuovo, che piaccia o no, non avanza a piccoli passi, ma a passi da gigante. È spiazzante, travolgente, stupefacente. Nel campo delle immagini lo è in modo più appariscente, nel senso che per le immagini basta uno sguardo per percepire il risultato. Sulla scrittura il processo è meno immediato, ma ugualmente presente e altrettanto sorprendente. Basta leggere, ma per leggere occorre tempo. Conoscendo le inclinazioni umane è certo che l’IA non è e non sarà usata solo a fin di bene, ma anche in male. Tanto per fare qualche esempio: per scopi criminali, per la guerra. Sebbene al riguardo i suoi creatori s’impegnino a inserire paletti per impedire usi impropri. Sul fronte scrittura accade dunque che mentre ancora scrittori e scrittoruncoli, poeti e poetuncoli s’affannano a scrivere, pubblicare, promuoversi, s’impegnano a dire o cercare di sentirsi dire che il parto della loro creatività è il miglior libro dell’anno, degli ultimi anni o decenni, chatgpt in testa e tutti gli altri modelli e app basati sull’IA che spuntano come funghi nel panorama informatico, imparano a fare sempre meglio ciò che fa l’uomo in scrittura, fino a renderci dubbiosi che la scrittura “originale” così come è stata finora pensata ed elaborata possa proseguire, avere un futuro. È evidente infatti che i social media siano inondati con scritti prodotti con l’IA, ma siccome si fa una gran bella figura a pubblicarli come se fossero propri e come se non ci fosse un domani, vale a dire a ritmo impressionante, alimentando le proprie seguitissime pagine di proposte ben confezionate, acchiappalike, che innalzano ulteriormente lo share della pagina social, nessuno osa dire ciò che appare chiaro alla lettura di occhio esperto e cioè quanto ci si avvalga dell’IA. Quest’ultima è pronta in pochissimi secondi con i giusti input di dialogo, chiamati prompt, a elaborare un racconto di qualunque genere: fantascienza, horror, poliziesco, romantico ecc oppure un articolo d’informazione culturale, storico, scientifico o altro qualsivoglia argomento. Spesso all’IA viene chiesto di produrre un racconto “sottoponendo” una foto ispiratrice. Gli elaborati tuttavia non sono frutto del lavoro e del pensiero umano, ma il risultato dell’operazione di estrazione dalla rete di tutte le informazioni utili e disponibili allo scopo opportunamente e sensatamente elaborate. C’è chi l’ha definita la più grande e riuscita operazione di plagio della produzione umana (Noam Chomsky). Chi mette un allarme sul tramonto di numerose professioni che saranno soppiantate dall’IA. Quel che appare certo è che non sarà un progresso indifferente, non lascerà intatto ciò che ha trovato, lo modificherà profondamente, ma la piega di ciò che accadrà non è puntualmente prevedibile.
Occorre quindi restare in vigile attesa, osservare con spirito curioso, come sentinelle o ancora meglio come vedette, se si riesce, con l’attitudine a guardare lontano, a prevedere. Occorre, aggiornarsi, non chiudere gli occhi, non tacere, sperimentare senza prevenzione, inventare modi nuovi di fare, e dire ciò che è, contribuendo così all’analisi del mondo che si evolve.
Ora per dare un’idea concreta di ciò che avviene, premettendo che è la prima volta che sperimento in tal senso l’IA, e che finora me ne sono avvalsa solo per creare immagini, riporto quanto chatgpt ha proposto come articolo per i Dieci anni di Limina mundi. L’esperimento si è svolto prima che fosse immesso in rete l’articolo omonimo, frutto dei contributi dei redattori. In corsivo il prompt immesso, di seguito la risposta di IA, in grassetto il titolo da essa “inventato”, in fondo, nuovamente in corsivo la proposta di perfezionamento di chatgpt. È tutto vero, nessun pesce d’aprile.
Il litblog Limina mundi https://liminamundi.com/ è attivo in rete da 10 anni, il 21 marzo ricorre l’anniversario di inizio attività scrivi un articolo sulla ricorrenza
Dieci anni di “Limina Mundi”: una soglia aperta sulla letteratura
Il 21 marzo segna una data significativa per il litblog Limina Mundi: l’anniversario della sua presenza in rete. Sono passati dieci anni dall’avvio di questo spazio digitale dedicato alla letteratura, alla poesia e al pensiero critico, un luogo che nel tempo si è trasformato in una vera e propria comunità culturale, capace di accogliere voci diverse e di promuovere un dialogo continuo tra autori, lettori e studiosi. Il nome stesso del blog suggerisce un’idea simbolica potente. Limina mundi, letteralmente “le soglie del mondo”, richiama un luogo di passaggio e di incontro: una frontiera culturale in cui le parole attraversano generi, esperienze e sensibilità differenti. In questo spazio la letteratura non è solo oggetto di studio o di contemplazione, ma diventa pratica viva, occasione di confronto e di riflessione sul presente. Fin dalla sua nascita, il blog ha costruito una fitta trama di contenuti: poesie, racconti, saggi brevi, recensioni e interventi su temi culturali e sociali. Questa pluralità di registri riflette la volontà della redazione di mantenere aperto il campo della scrittura, evitando rigide separazioni tra generi e linguaggi. Nei suoi archivi convivono testi poetici, riflessioni civili, percorsi di lettura e contributi di autori contemporanei, creando un mosaico che testimonia la vitalità della letteratura nel nostro tempo. Nel corso degli anni Limina Mundi ha ospitato numerosi autori e collaboratori, diventando un punto di riferimento per chi cerca uno spazio di pubblicazione e di dialogo fuori dai circuiti editoriali più tradizionali. Questa dimensione collettiva è uno dei tratti distintivi del progetto: il blog funziona come una piccola rivista permanente, aggiornata con costanza e animata da una comunità di scrittori e lettori che condividono l’idea della letteratura come bene comune. Il decimo anniversario rappresenta dunque non solo una ricorrenza simbolica, ma anche un’occasione per riflettere sul ruolo dei litblog nel panorama culturale contemporaneo. In un’epoca dominata dalla rapidità della comunicazione digitale, questi spazi dimostrano che è ancora possibile coltivare tempi più lenti di lettura e di scrittura, favorendo un’attenzione autentica alla parola. Celebrare dieci anni di attività significa riconoscere la costanza di un lavoro editoriale spesso silenzioso ma prezioso: selezionare testi, dare voce agli autori, costruire nel tempo un archivio di scritture che documenta sensibilità e visioni del presente. Ogni articolo pubblicato, ogni poesia condivisa, ogni riflessione critica contribuisce a mantenere viva quella soglia – il limen – attraverso cui la letteratura continua a interrogare il mondo. Il 21 marzo, data che coincide anche con l’inizio della primavera e con la Giornata mondiale della poesia, diventa così un simbolo particolarmente felice: un momento di rinascita e di apertura, perfettamente in sintonia con lo spirito del blog. Dopo dieci anni di navigazione nel mare aperto della scrittura, Limina Mundi continua dunque il suo viaggio, fedele alla propria vocazione: essere un luogo di incontro, di ascolto e di passaggio, dove la parola letteraria possa ancora trovare spazio, respiro e futuro.
Se vuoi, posso anche: adattare l’articolo allo stile tipico del blog (più saggistico o più lirico) oppure scriverne una versione più breve e celebrativa, come editoriale per il giorno dell’anniversario.
Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.
L’AUTRICE
Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).
Ieri sono ritornato al cimitero di Filetto
ho portato mia nipote
alla visita dei nostri morti.
Leggevamo i nomi e le date
e tutti gli sguardi seri e asciutti
rimasti sulle foto.
Per lei era la prima volta
per me come se fosse sempre la prima.
Sulle lapidi i fiori finti e polverosi
da cambiare con la cura
di chi dà colore al bianco.
C’erano lettere cadute dai marmi
di molte tombe abbandonate
e date di nascita e morte irriconoscibili.
Ero incantato a guardare la bambina
che cercava di ricomporle
per dargli vita e senso.
Abbiamo fatto il solito giro degli zii
e della cugina, e due volte ci siamo fermati
a rileggere le date e i nomi dei bisnonni.
Lei non sembrava turbata
io mi aspettavo che mi stringesse
forte la mano mentre andavamo via
ma era già pronta a entrare nella serra
che sta di fronte al cimitero
col pensiero pieno di fiori veri
perché le avevo appena detto
che era il primo giorno di primavera.
L’Edipo di poi è un Peter Pan pandemico che lancia sassolini alla finestra riscaldata: la solita zuffa e i cocci sono miei mentre chi rompe vaga questo limbo a chi lo do?
Cavalpesante
Ah, se soltanto in prima elementare assieme alla maestra e ai compagni di classe non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato per assistere alla visione de La storia infinita. Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani. Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni lo psicanalista raffinasse questa teoria. Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima nata tra il ’77 e il ’79 la cui dunque adolescenza è stata in egual misura devastata dalla scena lancinante cruenta dove il cavallo bianco del guerriero è inghiottito centimetro dopo centimetro nelle paludi della tristezza. Il collo di neve pura poi il marmoreo muso intero risucchiato nella melma irreversibilmente.
Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa (E.T., a confronto, una rugosa barzelletta) e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep. Occhietti come spicchi di specchi di paura che hanno preso a proliferare in ogni mia molecola. E no, non avevo colto, quella volta al cinema che la storia fosse infinita all’infinito. A 6 anni non lo realizzi mica nella scossa funesta improvvisa che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a perché dall’istante in cui ti sarai alzato dalla poltrona non ci sarà là fuori intorno per il tuo destriero pallido un limite all’abisso né al talento di sprofondarci.
Barbarie da bar
«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?» «Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero» «Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere». Ebbene sì, è questa l’ultima moda. L’infelice ritornello già in testa alla classifica. Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo. E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani: una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia. Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze. Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta l’essenziale sobrietà dei serial killer i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie. Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.
ATMostruosità
Doors open on the right sputacchia la racchia voce sforacchia le masse lasse
dalle casse scartavetranti pedestre pedagogia della spastica maestrina dalla sera alla mattina Please hold on to the handrails poi Cenacolo Vinciano poi Change here for metro line 2 poi Toglietevi lo zaino Please beware of pickpockets ma la sola unica cosa di cui ci hanno depredati per giorni e mesi e anni vagolando tra i vagoni è un dannato, inopinabile brandello di silenzio.
Alba euforica
Addosso lo spasso del rosso ossa smosse dalla fossa il collasso del bossolo crasso bossanova del masso rimosso.
Autosuggestioni per una digestione migliore
Su una panchina con gli occhi chiusi un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia masticare con lentezza meditativa i cannelloni acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga. Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te è una moglie, una mamma in sintesi Sandra Milo. L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully con un cuore inossidabile dipinto sulle labbra. Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.
Anti auguri
Non lo desti il beneplacito per quella placenta frignante la tutt’oggi fumante patata che non hai rimbalzato ad un altro e hai voglia a soffiarci e risoffiarci sopra… però sono candeline: a che numero stanno ammontando? Ma tante tante tante. Pari almeno alle carie del caval donato. Mentre di anno in anno la torta si è fatta torto il desiderio sfiatato più fosco e più comico.
Monocromo
In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose la quale è anch’essa verde, verde come la speranza. La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire. Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.
Non trovo cane per i miei denti
Quantomeno ho smesso di avercela con te in merito alla questione che non mi desideri che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi. La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.
Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore. Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza sconto la mia pena di pene nella sabbia. Rabbia nei tuoi confronti che oggi è un grilletto parlante.
Mi ciucciano cannnucce
Tettucci sdrucciolevoli beccucci più che boccucce cucciolate di corrucci incappucciate lucciole cartucce, luccichii di lucci uccisi in grucce. Sbucciante, sbertucciante fa spallucce uccel di bosco.
La grazia di scomparire
Faticoso nonché imbarazzante tutti i santi giorni reinventarsi il proprio crimine fingere di ricordare che diavolo si sia mai fatto di così riprovevole di talmente efferato per meritarsi di esserci.
Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).
Fiore di Mariposa, fiore nazionale cubano, candido, diffuso sul territorio, profumatissimo ph. Yuleisy Cruz Lezcano
Limina Mundi, per favore, accogliete la mia confessione: Ho viaggiato come ho potuto, senza partire davvero, facendomi strada con la curiosità dalla sedia. Il privilegio si è rivelato una geografia interiore più vasta di qualsiasi mare. Lì ho scoperto un cosmo segreto, una sfida lanciata al caos, dove ho ingurgitato versi e versi di Juan Ramón Jiménez, di Gastón Baquero, di José Lezama Lima, di Paul Valéry, come se ogni parola fosse pane e io una fame senza tregua. E ancora pensieri, come lampi ostinati, di José Ortega y Gasset, di Miguel de Unamuno, di Antonio Machado, di María Zambrano, di Luis Cernuda, che mi attraversavano come vento tra porte socchiuse. E poi, in un gesto compulsivo, Don Chisciotte della Mancia, che non ho letto, ma abitato, come si abita l’eccesso dell’enigma o un sogno che insiste. Così, cercando nuovi passaggi, ho innalzato l’isola che mi nuota dentro, una terra instabile e viva che solo la parola sa trattenere. E la parola, ah, la parola! è diventata un salone di ballo, un armadio magico, dove si aprono labirinti e intrallazzi, stanze che si moltiplicano al tocco di una sillaba. Qui la poesia resiste al tempo, è un’arca che fluisce lenta sulle acque di tutti i segreti, custodendo il respiro nascosto della natura. E mentre scrivo, dialogo con un gabbiano che ha un occhio di vetro e mi guarda, forse lui sa tutto, sa delle persone che parlano tutto il tempo di sé, affettando il ritmo interno del colloquio, come se ogni viaggio non fosse che questo: restare sulla soglia e imparare a vedere che l’ultima parola non è di chi impone la sua opinione ma di chi sa che il dialogo è una sorta di religione, una forma di scrivere, un rigagnolo dentro il mare dove l’acqua scorre differenziandosi dall’acqua.