Alessandro Barbato, Inediti

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1.

Il sonno protegge il ricordo
di quando soltanto eravamo
due gocce di pioggia nel cielo,
mai pronte davvero a cadere
se il vento setaccia le vie
dei nostri piaceri scarlatti.
Mantiene al sicuro il legame
segreto col mondo che adesso
velato, lontano, più in basso
ci appare minuscolo e fitto
di trame, di gente che passa
senza guardare se piove o se il Sole
bisbiglia di nuovo tra nuvole
appese un vagito di pace.

Veli di Sole

2.

Ho lasciato arrossare i miei occhi
al miraggio d’un fuoco
che inganna le mani, nutrito
da voci di boschi lontani
e segreti, in cui accovacciato
da bestia affamata ho sperato
sorgesse più in fretta la Luna
a schiarire i sentieri di notti
di pietra. Ora ho il mio sogno di ghiaccio
e d’argento che basta a sé stesso,
ho anche imparato a distinguere
i venti, tentando i miei passi
persino nel buio, con gli occhi
più rossi, ma senza le fiamme
che il tempo ha tradito.

A fuoco lento

3.

Resta più in disparte –
se la sorte mi rovescia addosso
il grido della pioggia trattenuta
nello stomaco – il desiderio d’ali
che tormenta le mie scapole
da quando i tuoi sorrisi sono larve
di silenzio; nascosto nei sussurri,
nei sospiri impercettibili
di un universo spoglio,
quasi fosse un casolare adesso
sfitto in cui si addensano
le crepe dei ricordi e dei rimorsi.
Ma aspetterò lo stesso che mi spuntino,
testardo, anche senza più alcun nido
da raggiungere cantando,
io non riesco a fare altro.

Incorreggibile

4.

Ritiro i pensieri e i respiri
accecati di troppe parole
nel palmo di nebbia che ancora
rimane a riparo dal vento
solare che soffia sul mondo,
tra i poveri sguardi dei nostri due
corpi. Riposino lievi, sepolti
dal tempo che sempre ci manca,
tra i pochi frammenti che salvano
un giorno, da quando ogni passo
è un pontile interrotto tra grumi
di senso che illudono gli occhi.

Quattro passi

5.

Non è pace, no, la luce
se ci brucia le pupille,
se arde lucida planando
più lontano d’ogni sogno.
Non è pace, no, ma vita
che ramifica di fiamme,
passa lieve i resti d’ombra
che ora paiono silene
profumate nelle notti
mie in attesa d’un prodigio
che rovesci il giorno e il mondo,
quando scalda i corpi vuoti
di elettricità di sensi.
Non è pace, mai, la luce
quando viaggia sul tuo volto,
se procede dalle dita
tue che scavano il mio buio.

Silene

Alessandro Barbato

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Per giustizia il tempo” di Manuel González Zeledón

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C O S T A  R I C A

PER GIUSTIZIA IL TEMPO

(1913)

Manuel González Zeledón (1864-1936)

Traduzione di Emilio Capaccio

Conosciuto come “Magón”, fu scrittore, politico, educatore e grande promotore della cultura del suo paese, tale da essere considerato il creatore dell’immagine nazionale del Costa Rica. La sua opera si caratterizza per una narrazione in stile costumbrista, in cui emergono quadri di vita campesina e ambientazioni rurali, raccontati con una pungente ironia, lepidezza e arguzia che non sfocia mai nella beffa o nella derisione. I suoi racconti costumbristi furono pubblicati su vari giornali e riviste. Per volontà dell’autore, tali racconti furono raccolti e pubblicati nel 1913, con il titolo: “La propia y otros tipos y escenas costarricenses”. Nel 1920, fu pubblicata una seconda edizione con l’aggiunta di altri testi. Tuttavia, l’edizione più accurata e completa si ebbe postuma, nel 1968, quando fu pubblicata “Cuentos de Magón”, che può essere considerata la raccolta definitiva.

I

Era la vigilia di Natale del 1872 e se fosse stata quella dell’anno scorso, i miei ricordi non avrebbero potuto essere più chiari. Continua a leggere

Più voci per un poeta: Angelo Maria Ripellino. Video e voce di Loredana Semantica

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“Sai che significa essere bruciati” di Angelo Maria Ripellino, video e voce di Loredana Semantica
“Le trombe hanno bisogno di mani” di Angelo Maria Ripellino, video e voce di Loredana Semantica
“Un lupo nero addenta la luce” di Angelo Maria Ripellino, video e voce di Loredana Semantica

Angelo Maria Ripellino, nato a Palermo il 4/12/1923, è stato slavista, poeta, giornalista, docente universitario, traduttore, critico, saggista. Già a soli diciannove anni conosceva russo, polacco, olandese e rumeno, manifestando giovanissimo quell’interesse per l’ambiente e la cultura mitteleuropea che diverrà il filo conduttore della sua vita. Studiò all’Università di Roma e frequentò le esclusive lezione di Ettore Lo Gatto, slavista, scegliendo a sua volta questa professione. Già in quel periodo si manifestarono i primi segni della tubercolosi che condussero il poeta dapprima al sanatorio di Dobřiš, vicino Praga e, successivamente a subire un intervento di pneumectomia. Visse a Praga negli anni tra il 1946 e 1947 per specializzarsi in lingua e letteratura ceca. A Praga conobbe e frequentò artisti, poeti, intellettuali tra i quali Vladimir Holan, diventandone amico. Sempre in quegli anni a Praga conobbe la studentessa Ela Hlochová con la quale torna in Italia e che diverrà sua moglie. Angelo Maria Ripellino ha insegnato come docente all’Università di Bologna e a quella di Roma, dove nel 1961 rileva la cattedra di Ettore Lo Gatto. Ha collaborato con numerose riviste specialistiche e con la casa editrice Einaudi, sia come consulente editoriale che, successivamente, curando con passione una rubrica di critica teatrale fino alla sua morte avvenuta a Roma il 21/4/1978. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie, diversi libri sono postumi “curati da una cerchia ristretta di studiosi che per anni si sono prodigati nel cercare di diffondere l’ opera di Ripellinohttps://blog.maremagnum.com/la-magia-dellanima-angelo-maria-ripellino/

  • Non un giorno ma adesso, 1960
  • La fortezza d’Alvernia e altre poesie,1967
  • Notizie dal diluvio Torino, 1969
  • Sinfonietta, 1972
  • Lo splendido violino verde, 1976
  • Autunnale barocco, 1977
  • Scontraffatte chimere, 1987
  • Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti, 1990
  • Poesie prime e ultime, 2006
  • Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, 2007

LA POESIA PRENDE VOCE: DANIELA PERICONE, EMILIA BARBATO, ANNAMARIA FERRAMOSCA

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La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Daniela Pericone

di Daniela Pericone, “Hanno detto” dalla raccolta “La dimora insonne”, Moretti&Vitali, 2020, legge la stessa autrice

Emilia Barbato

di Emilia Barbato da “Primo piano increspato”, Ed. Stampa, 2009, legge la stessa autrice

Annamaria Ferramosca

di Annamaria Ferramosca “Parla un continente intorno a noi” dalla raccolta “Per segni accesi”, Giuliano Ladolfi Editore, 2021, legge la stessa autrice,

Per segni accesi

“Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe

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“Il ritratto ovale”, The Oval Portrait, inizialmente edito con il titolo “Life and Death”, è un racconto breve di Edgar Allan Poe, scritto nel 1842. Il narratore della storia, misteriosamente ferito, si trova a dover forzare l’ingresso di un castello trovato casualmente sugli Appennini insieme al suo valletto. I due vi si introducono per passarvi la notte e scelgono di dormire in una delle tante stanze del castello: una camera della torre, riccamente adornata di quadri e pitture di ogni tipo. Il protagonista resta estasiato dai dipinti che decorano le pareti della stanza e, mentre il domestico si assopisce, comincia a sfogliare un libro, trovato su un cuscino, che descrive la storia di ciascun quadro. Continua a leggere

~A viva voce: 3~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

-3-

  

e alla fine

può già bastare il poco

 

(ma quanto viaggio è stato

quanto camminare e spingere

quanti fuochi accesi

e le fiamme a incenerirsi,

quante preghiere e rose

quanto chiedere credendoci

che qualcuno avrebbe dato

e poi pure il bussare

che qualcuno avrebbe aperto,

quanti imbocchi in strade

col fondo senz’uscita

per capirla infine

che qui non c’è un’uscita)

 

ora ci prova l’angelo

a visitarmi ancora

ma è solo un passaggio d’ aria

lo sbuffo di corrente

da una finestra all’altra

 

resta mollica ed acqua

appena un respiro lento

di chi non ha più un posto

dove vorrebbe andare.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Biografie” pubblicata dalle edizioni Terra d’ulivi)

Se questo è un uomo / Sognavamo nelle notti feroci di Primo Levi

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Primo Levi (1919-1937), chimico e scrittore, dopo aver trascorso undici mesi di internamento ad Auschwitz, rientrò a Torino il 19 ottobre 1945 e cominciò a raccontare quello che aveva vissuto. La poesia è tratta dal libro “Se questo è un uomo”.

 

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si faccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

La foto ritrae alcuni prigionieri nei dormitori, subito dopo la liberazione del campo di Buchenwald, nei pressi di Weimar, I’11 aprile 1945.

 

Tomato in ltalia dopo  la deportazione, Levi scrisse anche la poesia che presentiamo. In essa condensa l’impossibilitä di lasciarsi alle spalle l’esperienza vissuta; nonostante il ritorno a casa, per lui e per i suoi compagni non smetteră di risuonare l’ordine di alzarsi che i detenuti ricevevano all’alba. Circa vent’anni più tardi, la poesia fu scelta da Levi come testo di apertura de La tregua, libro pubblicato nel 1963 in cui egli racconta il lungo viaggio compiuto per tornare in ltalia, dopo İa liberazione di Auschwitz.

 

Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo:

Tornare; mangiare; raccontare.

Finché suonava breve sommesso

Il comando dell’alba:

«Wstawać »:

E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,

Il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

È tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

«Wstawać».

 

(P. Levi, Opere complete. vol. II, Einaudi, Torino 2016, p. 686)

 

 

1.      Wstawać: «Alzarsi», in polacco.

 

 

 

 

 

“Atlante delle inquietudini” di Francesco Enia

enia

Pubblicato nel 2022 per le edizioni Ares, “Atlante delle inquietudini” è opera di Francesco Enia, cardiologo palermitano con la passione per la fotografia e la scrittura.
Fotografia e scrittura sono arti sorelle,  entrambe raccontano storie, intendono rappresentare la realtà, la vita, la morte, la sofferenza, la gioia, a volte mostrando ciò che non si vede e nascondendo ciò che si vede, facendosi luce e oscurità, essendo esse negativo e positivo contemporaneamente. Il fotografo Tony Gentile, che ha curato la prefazione del romanzo, cita Luigi Ghirri:

“…nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È il rapporto tra luce buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è vedere e quello che non deve essere visto.”
Gentile è famoso per lo scatto cult che rappresenta, vicini, complici e sorridenti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fotografati appena un paio di mesi prima della strage di Capaci. Continua a leggere

Emilio Capaccio legge “Formulario per la presenza” di Francesca Innocenzi

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Ci troviamo a un certo punto della scaletta a dover presentare un medley dei nostri quarant’anni: non un revival di nostalgiche serate di qualche esistenza fa: la poesia che abbiamo asperso nel passato non è mai solo il ballo di un madrigale in un lontano “rinascimento”, ma è sempre pure un’inesauribile e ininterrotta danza del momento. Può essere assoggettata a una corrente, non alle sferraglianti meccaniche dell’età.

Ecco allora qualche volta declamarsi un medley di noi stessi: una scelta antologica di versi, il sunto artistico di una donna in costruzione, un’autrice, un’intellettuale, una sempiterna dottoranda delle alchimie poetiche. 

Formulario per la presenza, Edizioni Progetto Cultura, 2022, presentato nella collana “Gemme”, diretta da Cinzia Marulli Ramadori, è un editto con il quale la Innocenzi proclama il suo ideale, uno stato di avanzamento dei lavori con cui dichiara di essere qui, intrisa nell’esistenza, in transito, ma presente, odierna, in trasfigurazione. La metrica è precisa nella costruzione del verso, lo stile, nudo, essenziale, senza fronzoli linguistici, ma oltremodo musicale, esito di continua ricerca e di un’attenta analisi lessicale, come ha imparato da papà Luciano, poeta anch’egli, storico e insegnante, il quale, come dice la Innocenzi, ogni volta, non vede l’ora di farle leggere un nuovo verso; puro amore di padre!

Ed ecco la sequenza, la progressione, la parata, con cui si presenta al lettore, la Innocenzi. 

Penna, un po’gioco d’ombra un po’ colorata, sorriso impercettibilmente malinconico, parola educata ma non edulcorata, vestitino leggero di logli di campi marchigiani. 

Guardandola così, come attraverso una foto, come all’apice di una premonizione, viene da bisbigliarle: 

“Il fiore è dentro di te, Francesca, noi cogliamo i tuoi frutti”.

Emilio Capaccio

il tempo anelato istante eterno

il tempo anelato istante eterno

è caduto come miele sul selciato

il tempo, profumo di pruneto

rifugio e scampo al tuo corpo voluto

la ferrea leggerezza che in te ho accarezzato

stasera serbo

               scherzo di brezza su salice muto

dispersione

ovunque e in ogni tempo il taciuto

imperversa.

scosti lo sguardo dal vacuo della stanza

e chiosi che ogni esistente ha fine.

è sgombro di parole il corridoio

                                     altrove traslate.

giugno senza attese le disperde

come oracolo di foglie indecifrato.

delucidazione

ma io ti dissi solo di voler dormire

quando il tuo silenzio pesava come piombo.

nell’aria si infittiva un tanfo di sciagura

un nuvolo di mosche in me tornava.

ho preso il diazepam, ti scrissi allora.

da sinistra ogni uccello infido

                                  sfrecciava.

un tuono di menzogna mi sfece come pazza

nei gorghi da complotto della sera.

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (Il Filo 2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (Manni 2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (Edizioni Progetto Cultura 2007), Cerimonia del commiato (Edizioni Progetto Cultura 2012), Non chiedere parola (Edizioni Progetto Cultura 2019), Canto del vuoto cavo (Transeuropa 2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (Eum 2011); il romanzo Sole di stagione (Prospettiva 2018). Per Edizioni Progetto Cultura ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con vari siti letterari. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

LA POESIA PRENDE VOCE: ELISA RUOTOLO, RITA PACILIO, MICHELA ZANARELLA

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La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Elisa Ruotolo

di Elisa Ruotolo, da “Corpo di pane”, Edizioni Nottettempo, 2019, legge la stessa autrice

Rita Pacilio

di Rita Pacilio “Ricorderà il suo peso affaticarsi” da “Quel grido raggrumato”, La vita felice, 2014, legge la stessa autrice

Michela Zanarella

di Michela Zanarella “Esiste una lingua segreta” da “Recupero dell’essenziale”, 2022, Interno Libri, legge la stessa autrice

“La pazzia di mia moglie sono io”. Storia di un amore tragico.

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Era il 27 Gennaio 1894 quando Luigi Pirandello, nella chiesa della Madonna d’Itria a Girgenti, convolò a nozze con Maria Antonietta Portulano. Lo scrittore si trovava a Roma e aveva venticinque anni quando gli giunse per lettera la proposta del padre Stefano, proprietario di una miniera di zolfo, di convolare a nozze con la figlia del suo socio d’affari Calogero Portulano. Pirandello accettò la proposta di buon grado anche perché rimase subito affascinato dalla bellezza sensuale e malinconica della donna, cresciuta con le suore di San Vincenzo.  Calogero, che aveva fatto inconsapevolmente morire di parto la moglie impedendo al medico di visitarla per gelosia, cominciò a provare avversione per il futuro genero tanto da tentare di mandare a monte il matrimonio che aveva pazientemente preparato. Durante il fidanzamento lo zio materno Vincenzo aveva messo in guardia Luigi. Antonietta era figlia di “due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori”. Nonostante i due giovani si fossero incontrati solo poche volte prima del matrimonio, si innamorarono. Dopo una settimana dalle nozze i neosposi si trasferirono a Roma, e nonostante le difficoltà iniziali di Antonietta nell’adeguarsi alla vita cittadina, tutto procedeva serenamente. Nell’arco di pochi anni nacquero i tre figli, Stefano, Rosalia Caterina detta Lietta e Fausto. La famiglia visse felice fino al 1903, grazie anche ai proventi che la miniera di zolfo garantiva e che i rispettivi padri inviavano ai giovani sposi. Un giorno lo scrittore rientrando a casa, trovò la moglie in evidente stato confusionale per via di una paralisi alle gambe. La donna aveva appena appreso da una lettera del suocero, che la miniera di zolfo di Aragona, comprata dal padre dello scrittore qualche tempo prima investendo l’intero patrimonio e perfino la dote di Antonietta, si era allagata.

“Era la fine e don Stefano scrisse tutto al figlio. Senonché la lettera, essendo Luigi a scuola [Pirandello in quel periodo lavorava come insegnante di Lettere presso un istituto femminile], venne consegnata ad Antonietta la quale, come abitualmente faceva, riconosciuta la grafia del suocero, l’aprì e la lesse. Qualche ora appresso Luigi, tornando a casa, trovò Antonietta semiparalizzata sopra a una poltrona, gli occhi persi, distrutta. È l’inizio dichiarato di quella malattia mentale che avrà, nei primi anni, alti e bassi, ma che peggiorerà col passare del tempo”.

[Andrea Camilleri, “Biografia del figlio cambiato” Ed. Rizzoli]

Lo scrittore non si perse d’animo ma potenziò gli impegni lavorativi, dava lezioni private di italiano a stranieri, chiedeva compensi per le novelle che scriveva in quel periodo, ottenne l’incarico di supplente al Magistero e intanto scriveva i saggi “Arti e scienze” e “L’umorismo”. Nei mesi successivi Antonietta si riprese dallo choc ma cominciò a manifestare segni di gelosia ossessiva nei confronti del coniuge. Lo accusava di tradimenti e scappatelle inesistenti fino a quando la situazione divenne insostenibile. Le scenate di gelosia si fecero sempre più frequenti e violente. La donna era gelosa di chiunque intrattenesse un dialogo con il marito, delle allieve e delle attrici che incontrava a causa del suo lavoro da drammaturgo. Lo scrittore doveva spesso prendere una stanza in affitto e allontanarsi di casa o accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli. Risale a questo periodo la stesura de “Il fu Mattia Pascal” il romanzo che lo rese celebre presso il grande pubblico. La famiglia, le difficoltà economiche, le avversità e la follia diventarono i temi ricorrenti nella sua opera mentre la corrispondenza tra la letteratura e la vita si faceva sempre più stretta. Come i suoi personaggi si sentiva stretto in una morsa eppure continuò a restare a fianco della moglie, fino a quando comprese che avrebbe dovuto allontanare la donna per preservare il benessere dei figli. Con nessuno esternava il suo dolore e le sue difficoltà, sfogandosi solo con la sorella Lina: “A quarant’anni, mezzo calvo, con la barba quasi tutta bianca, perduti gli averi; distrutta la casa; lontano dai figli. La mia sorte è veramente tragica, Lina mia, e per me non c’è scampo. Sono stato colpito nei più sacri affetti, e la vita ha perduto ogni pregio; agli occhi miei quella donna disgraziatissima non può guarire: ho potuto sentire e misurare l’orrido abisso di quell’anima. Non guarirà, non può guarire”.

La pazzia di Antonietta si acutizza dopo la morte di Calogero Portulano nel 1909, la donna, forte dell’eredità paterna, può permettersi l’ andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando il primogenito Stefano fu chiamato alle armi, accusò lo scrittore di averlo fatto partire. Il disagio psichico intanto si riversava anche su Lietta da cui si sentiva perseguitata d’intesa col marito. Pirandello insieme ai figli, si resero conto di non poter gestire lo squilibrio mentale della donna e così, nel gennaio del 1919, presero la dolorosa decisione di internare Antonietta in una clinica psichiatrica di Roma, “Villa Giuseppina” sulla via Nomentana. “La pazzia di mia moglie sono io”, così scriveva Pirandello all’amico giornalista Ugo Ojetti in una lettera del 1914, dopo la lettura del referto specialistico del dottor Ferruccio Montesano che dichiarava la Portulano affetta da “una forma irrimediabile di paranoja” che la rendeva “pericolosa per sé e per gli altri”.

Ho una moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io, il che ti dimostra senz’altro che è una pazzia vera. Io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato da tutto il consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja, del resto ereditaria nella sua famiglia. “

Pirandello si dedicò completamente alla stesura di novelle, romanzi e opere drammaturgiche viaggiando per l’Italia e per l’Europa, fortunatamente non perse mai la vena artistica. La Portulano restò in clinica fino al 1959, anno della sua morte, senza mai voler più rivedere suo marito, nonostante non accettasse mai la separazione legale e continuasse a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello.

©Deborah Mega

~A viva voce: Lirica 5~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

 

E tu ora chiami ghiaccio

ed alito di brine

queste mie parole,

un silenzio bianco

che fa pensare ai poli

 

(dove non c’è nessuno

ma solo io che solo

cammino in una stanza

dalle finestre chiuse,

e tu, che avevi chiavi

tatuate nelle mani

hai chiuso mille porte

e il gas lasciato acceso

-e me, che ero pugni

sull’anima tua di ferro-).

 

Hai forse freddo ora

e sotto il vestito tremi,

mi dici ghiaccio e neve

e non t’accorgi cieca

 

del vuoto che non pulsa

dove c’era il cuore.

 

Francesco Palmieri

da Solo parole d’amore)

“Nei giorni” di Enza Sanna. Recensione di Enzo Concardi.

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Dopo aver letto le pagine della raccolta Nei giorni, della poetessa genovese Enza Sanna, si scopre che la citazione in esergo di Sandra Reberschak – autrice nativa di Venezia – è paradigmatica anche per taluni percorsi esistenziali, psicologici e spirituali che emergono nel libro che stiamo recensendo. Eccola: «Tanti anni sono passati / e io non ho smesso mai / veramente di provare / il vuoto incolmabile / che mi dilaniava bambina, / ma ho dovuto imparare / a cercare altri rifugi, / come quello della gratificante / certezza delle parole». Forse per la nostra poetessa quel “vuoto” non è così radicale, ma esso esiste nonostante che la memoria degli affetti familiari perduri nel suo animo senza fine: «Stempera il tempo il dolore della perdita /…/ ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza / fortissima, ma non ti assolve / dall’incolmabile vuoto che abita il tuo cuore» (La perdita e l’assenza). E così la figura materna suscita in lei sentimenti dolcissimi di gratitudine per il dono della vita e per esserci sempre nei giorni solitari della sua parabola terrestre, nel senso di amarezza che copre anche esperienze e ricchezze esistenziali (Dodici maggio), mentre il ricordo del Natale in famiglia la riporta nel cuore autentico dei legami di sangue. Del resto, in altre liriche, Enza Sanna si fa trasportare nella dimensione memoriale, ricostruendo attimi e momenti del passato nella sua terra d’infanzia con quella forte oniricità e, allo stesso tempo con senso di concretezza, che si rivelano tra le cifre più importanti della sua poetica: e vede la quotidianità nei casolari collinari, il danzare agreste nelle aie contadine, assapora il profumo del pane croccante appena sfornato, ascolta il fruscio del vento fra mandorli, mirti e ginestre e il maestrale che turba la risacca marina.  I “rifugi” della Reberschak potrebbero essere quei quieti angoli di mondo, quelle zone tranquille dello spirito, quel ripiegarsi in sé tipici del crepuscolarismo gozzaniano, così come si possono anche, talvolta, riscontrare nella Sanna che, d’altro canto, possiede inoltre interessanti introspezioni in cui, se il referente di partenza è individuale, indi diviene metamorfosi e sublimazione nell’universale e nel metafisico. Ne è testimonianza – tra le altre – la lirica Certezza di cose vere, dove l’aurora, la luce, la speranza, l’eternità appaiono essenziali per la vita, come necessari sono quei bipolarismi filosofici e comportamentali anch’essi parte importante della sua visione del mondo: qui si tratta dell’incontro fra «mente e cuore», «passione e cautela», «trascendenza e ragione» … e l’immaginazione colma «un vuoto d’amore». Ed anche Sopraggiunge il crepuscolo, dove gli oggetti di casa si trasformano in attaccamento verghiano alla ‘roba’. Il motivo della luce, in tutte le sue valenze e dimensioni, mi sembra tuttavia prevalente e signoreggiante su ogni altro. E non potrebbe esserci testo più esplicito de L’allegria della scrittura per significare la funzione della poesia secondo la poetessa. Di fronte all’inesorabile ‘panta rei’ eracliteo e all’incertezza della condizione umana, i versi finali non lasciano dubbi sul valore catartico della letteratura: «…Soccorre il canto / la parola che può esser pietra o farfalla / ma l’allegria della scrittura è atto di speranza / per l’anima che anela l’infinto / ha fame del mito, voglia d’oceano / a nutrire impalpabili emozioni / come bianche meduse in cresta all’onda».  Lo stile predilige un andamento pieno e corposo, ricco d’immagini sia paesaggistiche (albe, tramonti, terra ligure, atmosfere suggestive) che figurazioni di categorie filosofiche, con presenze di metafore, ossimori, sinestesie ed altre figure retoriche. Il linguaggio è al servizio di quel senso del mistero («l’occulto regista») che aleggia spesso nelle sue dimensioni pneumatiche. I toni sono sempre elevati, sostenuti, essenziali senza cadute di sorta. Diverse liriche sono riedizioni dell’idillio leopardiano tramite contemplazioni della natura associate a riflessioni che sono uno sguardo sul mondo e sulla vita, e un alternarsi di amarezze e speranze, illusioni e delusioni, vanità del tutto e fiducia nel futuro. Ma l’ancora di salvezza ai silenzi, alle solitudini, all’inadeguatezza esistenziale, al vuoto e al nulla del consumismo e della tecnologia… è sempre Dio (Tu che accendi le mie vie) poiché l’uomo non basta a se stesso.

Enzo Concardi

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

 

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Ipnotismo” di Darío Herrera

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P A N A M A

IPNOTISMO

(1903)

Darío Herrera (1870-1914)

Traduzione di Emilio Capaccio

Uno degli scrittori modernisti più rappresentativi del suo paese. Studiò con grandi sacrifici e privazioni da autodidatta. Fu diplomatico e collaborò con le più importanti riviste letterarie del Sudamerica. La sua opera narrativa, benché facente parte prevalentemente della corrente modernista, risente degli influssi di autori come: Leconte de Lisle, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine, e in generale dei parnassiani francesi. Il racconto proposto è tratto dalla raccolta: “Horas lejanas y otros cuentos”. La raccolta fu pubblicata nel 1903 in Argentina ed è considerata la sua opera più importante, oltreché la prima raccolta di racconti della letteratura panamense.

Dopo cena, alla vigilia del nostro arrivo a Valparaíso, il dottor Fowland ed io penetrammo nella cabina fumatori. Era deserta. Sin dalla partenza da Coquimbo il mare si era mostrato furioso e i passeggeri, per la maggior parte, non riuscendo a sopportare le forti ondate, si erano rintanati nelle loro cabine. Il cielo era nero, il vento gemeva e sfzava aspramente il tendone da sole sul ponte, la nave danzava con violenza sulle onde e sulle sue fiancate risuonava il fragore incessante della schiuma. Tuttavia, non c’era pericolo, solo il malessere fisico per chi non era avvezzo.

Quella sera il dottor Fowland era straordinariamente nervoso e per la prima volta si coglieva sul suo viso, sempre impenetrabile, la parvenza di un qualche stato d’animo. Era alto, pieno di vigore nella sua asciuttezza, cereo, quasi esangue. Sarebbe stata una fisionomia impassibile, inespressiva, senza quei suoi occhi di un verde giallastro, grandi, profondi e di una luminosità quasi insopportabile, come se contenessero al suo interno un potente riflettore. In verità, producevano uno strano contrasto su quel viso incolore e freddo come il marmo. Di professione faceva il medico e negli Stati Uniti era considerato un’eminenza scientifica. Aveva viaggiato senza meta, a suo capriccio e il suo ritiro ermetico, nei venti giorni di navigazione, era stato infranto solo con me, chissà a causa, forse, di una delle stranezze del suo carattere, ovverosia di simpatie e antipatie istantanee.

— Domani – esclamò — ci salutiamo per seguire strade diverse; poi, sarà come se non ci fossimo mai incontrati. Le amicizie che si fanno durante i viaggi per mare o per terra hanno questo vantaggio: non impongono nulla. Avvicinano due estranei, uniscono i loro animi per qualche giorno, e dopo li separano senza lasciare alcun germe che possa comportare in seguito un ricominciare importuno. Continuerete la vostra marcia, con le inquietanti paure di un futuro ignoto e con la nostalgia ancora fresca degli affetti recentemente perduti. Io non porto neppure quelle paure e quelle invidiabili nostalgie nel mio incerto pellegrinaggio, giacché sono emozioni, emozioni profonde, e io non ho più una sola aspirazione, nemmeno quella del benessere materiale, perché la mia fortuna è maggiore dei miei bisogni. Viaggio per vedere scorrere continuamente le visioni del mondo, che è una distrazione per i miei occhi. Se questo alla fine mi annoierà, mi stabilirò in un luogo qualsiasi con la stessa indifferenza con cui vago ora da un clima all’altro.

Si fermò per mandare giù un sorso di whisky. Poi, continuò a dire:

— Mi avete raccontato qualcosa del vostro passato ed è giusto che faccia lo stesso. Sembrerà che io, moribondo, lo racconti a un altro moribondo. Perché la separazione dei due, alla fine di un viaggio, con la certezza di non rivedersi più, è come salutarsi eternamente dalle proprie tombe. Questa è per me il principale interesse del viaggiare: accompagnare continuamente amici defunti al cimitero, e la tristezza che risiede in questo è una scossa benefica per chi, come me, porta nello spirito una costante quietudine raggelata. Non ritrovarsi più nella vita è morire, e in questa morte fittizia c’è tanta verità e oblio quanto in quella reale. D’altro canto, sono passati molti anni da quegli eventi e voglio commemorarli rivelandoli a voi.

Parlava con la sua voce solita, con lentezza e con toni sordi; ma era diventato ancora più pallido e aveva un bagliore anche più vivo nelle sue pupille. Il suo volto appariva completamente anemico, mentre gli occhi ardevano per il fuoco di una febbre altissima. Fuori, in alto, il vento aveva squarciato il fitto arazzo delle nuvole. Nelle radure azzurre le costellazioni tremavano e la luna, simile a una roncola d’argento, andava a occidente, come per raccogliere messe astrali.

— Quando ebbi la certezza – proseguì il dottor Fowland — che tra mia moglie e il mio segretario (un giovane di ventitré anni che avevo accolto ed educato da bambino) stesse germogliando una passione, ancorché platonica, non meno delittuosa, iniziai a elaborare il mio piano. Entrambi erano già due traditori: una nell’amore, l’altro nella gratitudine, e i traditori si uccidono. In seguito, li sorpresi in un bacio, nient’altro che un bacio, ma abbastanza per procedere, perché il misfatto più grande, ora, dipendeva solo dal poter avere un’opportunità loro. Evitando la realizzazione cosciente di questo sporco proposito, evitavo la vergogna completa, provocando l’opportunità con la mia volontà, invece, ma aggiungendo al delitto la punizione, riabilitavo il mio onore.

Avevo letto di esperimenti di ipnotismo e suggestione, descritti da un medico norvegese e verificati a Parigi dai professori di La Salpetrière e di Nancy. Ebbene, ciò è possibile: io li facevo da molto tempo con risultati ancora più sorprendenti. Ma i veri possessori di questa scienza suprema sono i fachiri dell’India: lasciano nei viaggiatori l’impressione di essere stati testimoni di eventi soprannaturali. Da qui le affermazioni di poc’anzi, descritte, di eventi esistenti solo nelle menti, le quali sono sottoposte dallo sperimentatore a una potente influenza ipnotica. Per quei misteriosi operatori di miracoli dell’antico Oriente, l’ipnotismo e la suggestione su un singolo individuo sono facili tanto quanto quelli su una moltitudine di persone. Lo dimostrò uno di loro a Londra, prima in un concorso teatrale e poi durante un’assemblea di studiosi, in cui erano presenti le più alte celebrità di Oxford.

Il fachiro si sollevò in aria a un’altezza considerevole e rimase lì sospeso, senza alcun punto di appoggio. Seduto in mezzo al cerchio degli spettatori, annunciò che sarebbe sparito, e scomparve, ma la sua voce continuava ad espandersi dalla sedia vuota. Piantò un seme nel terreno, una pianta germogliò, l’albero crebbe, i rami si coprirono di foglie, le foglie di fiori e poi tutto svanì come in una scena di magia. Fece bollire l’acqua di uno stagno e la fece evaporare in un minuto; ad alcuni metri di altezza si allungò una nube densa, e la nube, alla fine, si trasformò in una pioggia copiosa, riempiendo di nuovo lo stagno.

Queste e altre cose, non erano prodigi, ma casi di ipnotismo e di suggestione simultanei, prodotti in concomitanza. Le leggi cosmiche sono immutabili e la loro violazione non è che il semplice frutto dell’allucinazione delle menti dominate da un uomo solo. Come fanno i fachiri a raggiungere una conoscenza così perfetta di quella scienza? Ecco quello che ancora ignoriamo. Ma se non è ancora possibile a un occidentale uguagliarlo, può arrivare, se si propone, molto vicino. E io, votato a questo studio, quasi esclusivamente, sono riuscito a fare conquiste incoraggianti. Così, accorgendomi di quella nascente passione delittuosa, il modo di punire i colpevoli nacque in me naturalmente in linea con le mie indagini e scoperte; e il piano lo concepii velocemente.

Entrambi erano già stati ipnotizzati altre volte per esperimenti importanti. Orbene, sopprimere nei due, in lei soprattutto, la volontà, anche contro i suoi più forti sentimenti, anche contro l’istinto della propria conservazione, era un compito arduo. Cominciai perciò a ordinarle di compiere piccole azioni; poi divennero azioni più importanti, ne aggiunsi una più complessa: già con questa ero sicuro dell’esito di quella ancora più grande. Era la penultima e consistette nell’ordinarle di tagliarsi i capelli. Erano il suo orgoglio: fini, neri, magnifici. Dopo due ore si presentò nella mia camera-studio, con i capelli corti. Era confusa, imbarazzata.

— Non sono riuscita a contenermi – mi disse — non volevo, eppure, a dispetto di me, ho preso le forbici e li ho tagliati. Ho dovuto chiamare un acconciatore per aggiustarli alla meno peggio; devo sembrarti orribile.

Mi sembrava affascinante con quel taglio mascolino e con quel viso che era emerso, delicato e ambiguo come quello di un efebo. Tuttavia, le risposi:

— Stavi meglio con i tuoi capelli… – E aggiunsi imperiosamente: — Rimani qui.

Obbedì come una bambina e cominciai l’ultimo esperimento.

Riposi nella preparazione tutta la mia energia, tutto il flusso che i nervi, duramente scossi durante quella settimana, avevano accumulato, concentrandolo, nella mia mente. La destai e si ritirò. Da quel momento non era più una persona, ma un congegno docile, completamente sottomesso a una forza superiore. Quella forza avrebbe agito nelle sue idee come un feroce tiranno. Dopo chiamai l’altro: il lavoro era semplice, perché la suggestione tendeva come un sostegno efficace per la passione, già indomabile. Nella scena del bacio, li avevo sorpresi da dietro una tenda, c’era stata una grande audacia da parte sua e in lei solo un timido consenso passivo.

Erano le sei del pomeriggio, quando terminai ogni cosa. Ritirato nello studio, alla soave penombra crepuscolare, il mio spirito poté riposarsi dopo otto giorni di collera repressa, di gelosia dissimulata, di tutto un mondo di cose amare e pungenti. La cena fu deprimente, nonostante i miei sforzi per animarla. I due erano silenziosi, assorti: non si guardavano neppure. Senza dubbio qualcosa, troppo debole per essere un’idea precisa, ma abbastanza da generare un vago e ansioso presentimento, palpitava nelle loro anime, prive già del libero raziocinio. La carne, isolata dallo spirito, deve conservare nel suo inconscio un’esistenza larvale che le impedisce la ribellione, ma gli lascia la nozione del pericolo di fronte alla prossimità dell’annientamento. Questo terrore paziente della materia è come una protesta contro la fatalità. Allora lo spirito, nel suo letargo, soffre e si popola di presagi misteriosi, presentimento oscuro di disgrazie vicine, sconosciute, inevitabili.

Al termine della cena, mi congedai, annunciando che sarei ritornato molto tardi. Uscii, lasciando la mia pistola, carica, nel cassetto del comodino della camera da letto. Mi diressi al teatro: volevo che la gente mi vedesse fuori di casa. Al “Metropolitano” si rappresentava Otello. La gelosia e la vendetta del moro mi parsero semplici e bestiali, come quelle di un primitivo dell’epoca paleolitica, e indegne per la mente raffinata dell’uomo moderno. Rincasai alle 23:30, salii le scale, penetrai nello studio, sedendomi davanti alla scrivania. Di fronte a me, dall’altra parte dell’anticamera, attraverso la porta vetrata, si intravedeva la camera da letto, dove si cerneva una luce fioca. Dovevano essere stati in quella camera due ore prima. Ricostruivo il colloquio di lei come se fossi stato presente: si ritrovavano congiunti senza stupore, automi guidati da un impulso irresistibile e il bacio iniziale, di certo più lungo di quello che avevo sorpreso, non aveva avuto alcun effetto emotivo sulle loro facoltà psichiche.

Ora, distesi nel letto, lui scivolava nel sonno gradualmente, per immergersi in un torpore profondo, mentre lei lo contemplava. Erano passati dieci minuti, venti, venticinque. I miei nervi vibravano scossi dall’impazienza febbrile. Senza rendermene conto, ero arrivato, attraverso i vani interni, ad una delle porte della camera da letto. Le tende dei vetri mi impedivano di vedere, ma la mia immaginazione era dentro la camera, al lato del letto e vedevo tutto chiaramente. Il braccio di lei scivolò furtivamente fuori dalle lenzuola, tirò il cassetto, prese la pistola e la puntò all’orecchio del suo amante. Gli spari furono quasi simultanei; penetrai dentro, strappai dalla mano contratta l’arma, la tenni nella mia e aspettai al centro della camera, eretto e sereno.

In seguito, apparvero i domestici, un agente di polizia e alcune persone. Sulla bianchezza del letto si stendeva, allargandosi, una macchia purpurea. Il corpo del ragazzo era già rigido, mentre sgorgava dall’orecchio sinistro un filo di sangue nerastro; quello di lei, con la tempia sconquassata, si agitava in una fievole agonia. Poi, anche lei si immobilizzò. Entrambi, irrigiditi, nella quasi nudità delle loro carni, pallide e insanguinate, riproducevano il simbolo scultoreo del delitto punito. Il quadro non aveva bisogno di chiarificazioni. Tutti restarono in silenzio, guardandomi con affetto compassionevole e quando l’agente ruppe il mutismo per dirmi di seguirlo, la sua voce apparve rispettosa come una invocazione.

 

LA POESIA PRENDE VOCE: LUCIA TRIOLO, GABRIELLA GRASSO, ANNA MARIA CURCI

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DONNE IN POESIA

Lucia Triolo

“Via Valderice Nella mia Natura” tratta da “Dedica” edizioni Drawup, 2019, legge la stessa autrice

Gabriella Grasso

“Capomulini notte” da “Il Generale Inverno”, Il Convivio, 2021, legge la stessa autrice

Anna Maria Curci

“Premuroso il nemico alle spalle” è a pagina 27 del volume “Insorte”, Il Convivio Editore 2022 , legge la stessa autrice

La sensibilità decadente di “Ballate nere”. Nota di lettura di Deborah Mega

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Diego Riccobene

Ballate nere

Italic, 2021

Prefazione di Carlo Ragliani

Postfazione di Mario Famularo

 

Ballate nere è il libro di esordio di Diego Riccobene, una preziosa silloge di poesie edita da Italic nel 2021. Il titolo, che accosta qualcosa di positivo e rasserenante come possono essere delle ballate, è associato al nero, ricorrente più e più volte nel corso dell’intera opera anche nelle diverse accezioni di sera, tenebra, ombra quando l’autore scrive Io credo nell’iniqua malasorte, / nel taccuino nero; Laonde appresi il morto magistero / dello sprezzo paziente contro il fermo / giudizio senza appello, il guado nero, / quando menziona il libro del nero Arimane oppure Un solo punto nero / nel lungo imperio sfibrante d’agosto; Prosciolti da ogni vincolo, li vedo / quegli incubi pennati nero notte e ancora L’esilio deve consumarsi adesso, / nel dolio vaporante d’acque nere. Procedendo nella lettura, in esergo compare una citazione tratta dal Faust di Goethe, Nulla c’è che nasca e non meriti di finire disfatto, che sancisce una condizione esistenziale di assoluto disincanto, mentre si vorrebbe a tutti costi raggiungere un infinito che ci è precluso dall’imperfezione della nostra natura umana. Continua a leggere

~A viva voce: Oltre il muro del suono~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

 

Oltre il muro del suono

 

 

e cosa resta di fronte

se si scarta il regalo,

si toglie il mantello

della mirra e l’incenso,

 

rimane una fila

di giorni a sfinire

(una sveglia, un mattino,

l’intermezzo di ore,

un ritorno di sera

poi si spegne ogni luce)

 

rimane un sobbalzo

un frattempo di vento

una pozza di mare

qualche nuvola appena

 

rimane l’incanto

che ci rese felici,

rimane la rosa

che si accese di maggio

 

e poi resta lo stecco

spine intorno alla testa

un levare, un calare,

un arrendersi a notte

quando troppo lontana

è una stella da terra                                

 

rimane un pensiero

che non si riesce a cambiare,

un punto alla fine

che non chiude il discorso

 

rimane un sospeso

un parlare perplesso

un assalto di voce

oltre il muro del suono.                                                           

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta “Fra improbabile cielo e terra certa” – edizioni Terra d’ulivi)

“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi. Una lettura di Rita Bompadre.

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“Cronache dalla terra di nessuno” di Maria Giovanna Massironi (Albaccara – Casa editrice, 2020 pp. 112 € 12.00) è una raccolta poetica intensa che assorbe dalla consapevolezza del dolore la linfa vitale e compassionevole della memoria. La poesia di Maria Giovanna Massironi accoglie testi arrendevoli al disagio emotivo e resistenti  al vincolo della speranza. L’autrice genera, attraverso una persistente confessione quotidiana, l’apprensione del proprio stato d’animo, la sofferenza dei giorni e delle notti, scandita dall’irrequietezza dei pensieri, in balìa del segnale della frattura esistenziale. Coglie la lesione dell’anima, una ferita accompagnata dalla malinconica amarezza di ogni sospensione della vertigine e dal profondo tormento per gli incubi e i fantasmi che si aggirano, crudeli e magnetici, nella sua mente. Maria Giovanna Massironi abita la terra di nessuno, il territorio conteso dai timori e dalle incertezze del vivere, il non-luogo della fluidità sensibile, il confine interpretativo della propria identità. Il libro confessa la rapida e spontanea evidenza dello smarrimento emozionale, sintonizza il fruscio segreto dell’umore, il silenzio nascosto dell’inadeguatezza. I testi, solo apparentemente frammentari, elaborati con la lealtà dell’impulso, donano il senso compiuto e graduale di una scrittura senza impedimenti, la libertà sincera di una funzione liberatoria, la capacità creativa di orientare le energie soffocate dall’affanno della perdizione. “Cronache dalla terra di nessuno” esprime una forma di premonizione istintiva, avvinta alla soglia del mondo interiore e all’esperienza delle sensazioni, collega l’ipotesi indefinita e disorientante delle difficoltà al riscatto di un orizzonte vagheggiato, varca la soglia della malinconia osteggiando l’inquietudine. Maria Giovanna Massironi resta “in limine”, sulla soglia dell’espressione, dona al lettore il suggerimento sentimentale per affidare alla vita sempre una straordinaria opportunità di rivendicare il proprio tempo. L’occasione letteraria di sollevare le proprie riflessioni evidenzia il privilegio di tradurre l’oggettività delle pagine dense di significato, di comprendere l’avvicendarsi degli eventi patiti, di condividere l’importanza del vissuto, la commovente e indecifrabile percezione della grazia. La poesia gratifica ogni ispirazione individuale, estende la consistenza del respiro universale, sfiorando la complicità della resistenza. La provvisorietà di una bruciante esistenza collega l’influenza dei versi, disgiunge la frattura dell’anima, il duro scontro inevitabile con la realtà, coglie la complessità delle vicissitudini, l’enigma delle illusioni. La poetessa, con uno stile originale, convincente e attuale, segue sempre l’eco di una psicologica attenzione al monito della coscienza, nell’individuare la riparazione del torto, nel consolidamento temporale dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Notte dieci. Giorno undici.

 

La notte appartiene agli ubriachi

e l’alba conserva

il suo splendore di albicocca.

La rivoluzione resterà un sogno

perduto nelle chiacchiere del mattino.

Voce d’argano e ruggine

viene dal mare e vi si perde.

Non il velluto, ma la ruggine

ha invaso ogni cosa.

Ci ha preso cuore e cervello.

Nervi e sangue.

Al richiamo di quella voce

abbiamo inseguito chimere

e mille volte siamo morte.

 

Nel giorno undici

non c’è posto per noi.

Stiamo come in porto

a tagliare pomodori,

a prua della nostra

piccola casa rosa.

 Solo le zanzare sono tornate.

 

 

 

Notte trentuno. Giorno trentadue

 

Nella notte abbiamo perso un calzino.

Il destro per l’esattezza.

Pensando di fare bene

ci siamo tolti anche il sinistro

e abbiamo sbagliato.

Alle ore 5,28 siamo completamente

svegli con tutta la nostra disperazione

e i piedi gelati.

Sotto le finestre, niente storie

di lupi e di pirati.

 

Il cielo è azzurro e le strade sono deserte.

Niente ci consola.

Il giorno trentadue inizia

pieno di ansie e preoccupazioni.

Spegniamo la radio.

Ci sono cose che

                                non si possono più ascoltare.

 

 

Notte quarantatré. Giorno quarantaquattro

 

Il buio non finisce mai.

Attraversiamo la città,

camminando sotto la pioggia.

I tetti sono lucidi

e noi siamo bagnati fino alle ossa

come le nostre carte

e i libri che portiamo a tracolla.

Sono bagnati i quaderni con le copertine

di cartoncino leggero che si slabbrano

e si abbandonano ad un’onda molle e pendula.

Siamo svegli dalle cinque.

Piove e non fa freddo.

Le nostre scarpe non tengono più la pioggia

e l’acqua arriva fino alle caviglie,

gonfia le calze che resteranno umide per ore.

L’ombrello ci avvolge floscio

e ci rende difficile vedere

dove mettiamo i piedi.

La tracolla ci taglia il respiro.

Tosse e fuoco nel petto.

Torniamo a casa

cercando una fuga

tra i buchi del selciato

che sono piccole voragini

di terra e sassi.

 

Nel giorno quarantaquattro

qualcuno si è preso la sua piccola vendetta.

 

I nani hanno lasciato il giardino

                              e con le scarpe infangate

                              sono entrati in casa

                              sporcando dappertutto.

 

Notte cinquantotto. Giorno cinquantanove.

 

Che parole usare nel giorno più buio?

Tronche? Piane? Sdrucciole? Bisdrucciole?

Piane, con cadenza di adagio.

Rassicuranti e confortevoli parole piane.

Casa. Libro.

No certo caffè oggi.

E neppure gioventù

e meno che meno libertà.

Le parleremo tutte piane.

Sommesse, quasi silenziose.

Piano. Piano. Forte.

Il presente è all’improvviso tronco.

Ricorderò.

Ricorderemo estati perdute.

Le città sul mare. I caffè turchi. I sogni.

I tuoi occhi bellissimi.

Le domeniche a san siro.

Le luci in galleria.

La sabbia umida. Le partire a pallone.

La salita ai bottini. Gli ulivi. I gatti.

Suonare insieme alle vocali.

Il dono

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Scritto dal poeta romano Michele Gentile. Si tratta di un libro molto originale come intelaiatura letteraria, a metà tra prosa e poesia. Una favola per adulti con la struttura di un vero e proprio romanzo breve. Il Dono è un libro a metà tra prosa e poesia ma è quest’ultima ad innervare ogni pagina dell’opera dato che essa è presente non solo nei versi della breve silloge che conclude il libro, ma si mostra in tutta la narrazione di questa storia toccante, che vede protagonista il bimbo Giuseppino, rimasto orfano di madre, con un padre assente, e che trova sostegno in Amir, africano sfuggito alle guerre e al razzismo. Il tutto è ambientato nel fantasioso borgo mediterraneo di Roccasolenne, dove il mare è sinonimo di libertà e speranza, dove il bambino si fa cullare dai suoi infiniti orizzonti, trovando sollievo in mondi immaginari e lontani. Continua a leggere

LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCESCA DEL MORO, MIRIAM BRUNI, GRAZIA PROCINO

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DONNE IN POESIA

Francesca Del Moro

 di Francesca Del Moro, “San Salvatore” da Ex Madre, Arcipelago Itaca 2022, legge la stessa autrice

Miriam Bruni

“Quale altra magia” da “Coniugata con la vita. Al torchio e in visione” Terra d’Ulivi 2014, legge la stessa autrice

Grazia Procino

di Grazia Procino “Ruina” da “E sia”, Giuliano Ladolfi editore, 2019, legge la stessa autrice