Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

11 mercoledì Mar 2026
Loredana Semantica legge una sua poesia dalla raccolta “Magneti”, Portoseguro editore, 2023.

10 martedì Mar 2026
Posted in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)
La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita.
La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica.
Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa.
Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile.
La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile.
Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.
09 lunedì Mar 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

1.
Ho paura di tutto
A giorni alterni
E come una favola di buio
Attraverso i campi
Le notti hanno una schiuma
Io
Costruisco la mia pace
Le pozze di fango mi prendono
Non ho il tempo di cadere
Io
Costruisco la mia fame
Le foglie del grano mi tagliano
Non ho il tempo di Io
Non ho il tempo
Se domani non saprò più niente
Di ciò che non avevo mai saputo
4.
A volte
Non so chi io sia
Quella che conosco
Mi pare
Solo strana
Come una deviazione
Una strada mal diretta
Vago
Tra cortili spaiati
In cerca d’acqua
E tracce
Che forse ho dimenticato
Ciò che conosco
Mi conosco?
Come una piccola noce
Che quando cade
Fa rumore
14.
Forse
Sarei dovuta tornare a casa
Con quel libro
Forse
Con l’altro libro
Un altro
Uno in più
O forse
Avrei dovuto dare voce
Alla mia voce
E ascoltare il suono
Che vibra
Segreti di potenza
La falda che aspettava
Di travolgere il silenzio
Lo spazio per la voce
Tra le guance
Nella bocca
È piccolo
I denti la mordono
La gola la risucchia
La tira indietro
Se pensavo che il tremore fosse paura
No
Era l’inizio di un sisma
Tutto ciò che vibra è vivo
Tutto ciò che vibra può risuonare
Tutto ciò che vibra può rompere la materia
Come si può parlare?
Ora lascerei andare questa onda
Irresponsabile io
Indispensabile lei
18.
Guardo la luna piena
Scie bianche
Mi dissolvono
Le mie cosce tronche
Si disossano
Ed io
Sto dormiente alla finestra
E la luna
Si allontana dalla notte
Va a lottare
Contro corna di rinoceronte
Resto ferma
Nel mistero che mi appare
E sogno di una lepre
Che salta indisturbata
Tra fossati umidi
Calpestando quadrifogli
21.
In attesa dell’invito
Ad un rituale di eleganza
Ho bollito dell’acqua
Per ore
Come se sapessi
Di aprire
Interiora di farfalla
E dentro vedere
La mia faccia
L’angolo della mia bocca
Un’unghia
La mia risposta
E tra il profumo
Del cardamomo
Ecco apparire
L’incompiutezza
E così incerta cammino
Mangiando un passo
Dentro un passo
Mai più sicura
Tra le vertigini
Delle ore calde
Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.
08 domenica Mar 2026
Posted in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE
Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.
Sylvia Plath
07 sabato Mar 2026
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Sentenza senz’appello
non riuscire a trattenere
lo smeraldo delle foglie,
questa la pena
arrendersi all’affondo delle rughe
allo sfibrarsi della pelle
al passo che non tiene più la strada
e rimanere indietro
all’allontanarsi delle spalle
di chi solo ieri
appena si reggeva sulle gambe
scoprire oltre il ritardo di saggezza
che semplicemente vivere
era già essere felici,
stare nell’essenziale di un respiro quotidiano
e ancora così lontano
il tempo di falce e mietitura
non riuscire a trattenere neanche un giorno,
questa la pena,
sapere l’impossibile risparmio delle ore
e noi a guardarci morire nello specchio
ad ogni singolo risveglio.
Francesco Palmieri
06 venerdì Mar 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Ancora mi ostino a scrivere cose sulle foglie
e a divertirmi a invertire il senso delle frasi
un esercizio che col vento assume forme bizzarre
in questo tempo così sgrammaticato.
Ho molti amici intenti a pubblicare libri sacri
ma io non mollo la mia presa di vento
lo acchiappo e lo trituro facendo a pezzi le nuvole
strizzando quella parte di succo di aloe
l’amaro e il dolce rimasto nella ciotola
molti mangiate e bevetene condivisi con altri apostoli
con la stessa mania alcolica di scambiarsi le parole.
Siamo ebbri e assetati di un nulla ricolmo.
Alcuni lo consegnano ai libri punzonandolo al meglio
altri lo lasciano al proprio altrove e io tra questi.
(8/10/2015)
Francesco Tontoli
05 giovedì Mar 2026
Posted in CULTURA E SOCIETA', La società

Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.
04 mercoledì Mar 2026

È tutto ciò che avremmo voluto fare — e non abbiamo fatto,
ciò che voleva parlare e non trovò la sua voce,
tutto ciò che ci ha lasciati senza dirci il proprio segreto,
ciò che possiamo sfiorare, persino incidere col ferro, senza mai arrivarci,
ciò che diventa onda, e onda ancora, perché si cerca e non si trova,
ciò che si fa schiuma per non morire del tutto,
ciò che si fa scia per pochi istanti, per un gusto originario d’eterno,
ciò che avanza negli abissi e non salirà mai alla luce,
ciò che avanza nella luce e trema degli abissi,
tutto questo — e molto di più:
è il mare.
Jules Supervielle
C’est tout ce que nous aurions voulu faire et n’avons pas fait,
Ce qui a voulu prendre la parole et n’a pas trouvé les mots qu’il fallait,
Tout ce qui nous a quittés sans rien nous dire de son secret,
Ce que nous pouvons toucher et même creuser par le fer sans jamais l’atteindre,
Ce qui est devenu vagues et encore vagues parce qu’il se cherche sans se trouver,
Ce qui est devenu écume pour ne pas mourir tout à fait,
Ce qui est devenu sillage de quelques secondes par goût fondamental de l’éternel,
Ce qui avance dans les profondeurs et ne montera jamais à la surface,
Ce qui avance à la surface et redoute les profondeurs,
Tout cela et bien plus encore,
La mer.
Jules Supervielle (1884-1960) – Oublieuse mémoire (1949)
Scrittore francese (Montevideo 1884 – Parigi 1960).
Legato alla Nouvelle Revue française, visse tra la Francia e l’America del sud, cimentandosi in tutti i generi letterari ma affermandosi soprattutto come poeta surreale dallo stile limpido e sensibile (Les poèmes de l’humour triste, 1919; Debarcadères, 1922; Gravitations, 1925; Le forçat innocent, 1930; La fable du monde, 1938, trad. it. 1964; Oblieuse mémoire, 1949; Le corps tragique, 1959). Le sue doti di prosatore raffinato e originale emergono nei racconti magici di L’homme de la pampa (1923) e Le voleur d’enfants (1926; trad. it. 1949), e in romanzi come L’enfant de la haute mer (1931; trad. it. 1946) e L’arche de Noé (1938); in Boire à la source (1933) rievocò la sua infanzia tra l’Uruguay e i paesi baschi. Notevole anche il suo teatro (La belle au bois, 1932; Shéhérazade, 1949).
02 lunedì Mar 2026
Posted in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

Chiunque abbia avuto la possibilità e il privilegio di avere un cane conosce il suo amore e la sua dedizione incondizionata ma la storia di Hachiko, il cane divenuto un emblema di lealtà per il suo padrone, ha qualcosa di eccezionale, tanto da essere raccontata in film, serie televisive e videogiochi fin dalla sua morte, avvenuta nel 1935. Il nome della regione di Akita, nell’isola di Honshu, la più grande del Giappone, identifica anche la razza canina originaria della zona: cani dal pelo lungo, bianco o fulvo, utilizzati da cacciatori e samurai per la caccia e per l’arte della guerra, grazie al loro coraggio. Il professor Hidesaburo Ueno, ingegnere agronomo dell’Università di Tokyo, all’inizio titubante, decise di adottare il cucciolo perché mosso a compassione, data la presenza di una malformazione alle zampe anteriori, che si presentavano incurvate come se rappresentassero il numero otto in giapponese. Per questo motivo, il professor Ueno decise di chiamarlo Hachiko. Ogni mattina il professore prendeva il treno dalla stazione centrale di Shibuya a Tokyo, per recarsi al lavoro all’Università. Il suo cane Hachiko lo accompagnava ogni giorno fino al binario. Nel pomeriggio, al ritorno dalle lezioni, Hachiko era sempre lì ad attendere il suo padrone all’ingresso della stazione. Questa routine continuò per circa un anno, fino a quando, in un giorno di maggio del 1925, il professor Hidesaburo Ueno fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre teneva una lezione all’Università. Morì sul colpo e non fece mai ritorno sul treno che Hachiko continuava ad aspettare a Shibuya. Nonostante ciò, il cane rimase fedelmente davanti alla stazione. La sua presenza non passò inosservata: i commercianti, gli impiegati, i viaggiatori di Shibuya iniziarono a prendersi cura di lui mentre la sua storia si diffondeva in tutta Tokyo. Gli anni trascorsero e nel 1934, dopo nove anni di attesa, le autorità di Shibuya decisero di dedicargli una statua di bronzo proprio nel luogo in cui il cane continuava a sperare nel ritorno del professor Ueno. Un anno più tardi, Hachiko morì a causa dell’età avanzata ma è ancora oggi ricordato come esempio di amore e lealtà di un cane nei confronti del suo padrone. Il brano racconta l’ultimo giorno di vita di Hachiko alla stazione.
*
I veterinari giapponesi ritengono che la vita di un cane di razza akita abbia una durata di circa dieci anni. Hachiko ne aveva undici e qualche mese. Dieci dei quali trascorsi in attesa del professor Eisaburo Ueno, perché questi gli aveva promesso che si sarebbero incontrati alla stazione di Shibuya e lui lo aspettava là per una semplicissima ragione: che il professore gliel’aveva promesso. La sera dell’otto marzo, Hachiko era sotto un vecchio vagone. Il freddo era pungente e gli penetrava nel cuore. Le gambe gli tremavano, ma ciò nonostante lui si alzò e andò verso la stazione. Avanzó lentamente nelle strade di Shibuya, un percorso che conosceva a memoria perché l’aveva fatto esattamente tremila cinquecento tredici volte- o, che è lo stesso, dieci anni – sotto la neve di febbraio, i venti di novembre o le piogge di aprile. Cosa sono dieci anni di freddo, fame, sete, delusioni, disperazione e frustrazione? Niente. Niente se, come quella sera, Hachiko aveva la certezza di rivedere il professor Ueno. Perciò, per quanto quella sera, già piuttosto scura, nevicasse e ci fosse un freddo pungente, Hachiko si mise davanti alla porta della stazione di Shibuya, come ogni giorno. Ibuki e il capostazione lo videro arrivare e si dissero:
– É giù. Non ci vede più da un occhio.
– Poveretto – aggiunse il signor Sato, il capostazione. – Non credo che passerà questa notte.
Ibuki gli si avvicinò, gli accarezzò la testa e tentò di tirarlo nel deposito dove finalmente godeva della stufa tanto desiderata. Ma Hachiko resistette, piantando le zampe al suolo. Chi avesse voluto spostarlo, avrebbe avuto bisogno di una ruspa. Quel giorno Hachiko abbaiò a quasi tutti quelli che lo salutarono, come per accomiatarsi. Gli ultimi a lasciare la stazione, dopo che la signora Shuto aveva raccolto le sue cose, furono Ibuki e il capostazione Sato, e quest’ultimo lo guardò come se fosse l’ultima volta che lo vedeva dopo dieci anni che condividevano tante serate di attesa. A mezzanotte, la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago da sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava li, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l’unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d’incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri. A un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era di una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l’ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c’era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n’era andato a casa maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n’erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d’oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l’avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si apri lentamente e un bastone col puntale d’argento incominciò a battere sul selciato.
– Sei ancora qui, Hachiko? – gli sorrise il nuovo arrivato. – Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po’ più del solito, oggi, ma ho perso il treno.
Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccolo lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.
– Su, andiamo – sussurrò il professor Ueno. Oggi sì che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l’avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono.
Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni.
Entrambi salirono passo passo gli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse la voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:
I fiocchi di neve cadono lentamente.
Cadono senza fine e si accumulano.
Tutte le montagne e i campi sono coperti
da candidi batuffoli di cotone.
– Senti la canzone, Hachiko? È la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermarti qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai.
Hachiko guardò il padrone e con un saltello sali sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un’altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo che aveva del professore, un ricordo che veniva da un’epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro. Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all’istante mentre quelle mani lo accarezzavano.
Lluís Prats Martinez, Hachiko. Il cane che aspettava, Albe Edizioni
28 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica
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*
Dio
io non lo so se davvero ci sei
se davvero ci sei stato padre e madre
se davvero ci vuoi bene
e per il nostro bene fai accadere ogni cosa
che persino il nostro male
è segno del tuo amore
*
io non so se davvero siedi
su qualche nuvola del cielo
e hai occhi sterminati,
uno per ogni nato a sostenerne il passo
sia quando siamo in piedi
sia quando poi cadiamo
*
io non so se davvero hai angeli guardiani
a dirci come salvare l’anima,
uno per ciascuno attento a sonno e veglia
e fino a che ci resta il fiato
o finisce il nostro tempo
perché si apra a noi il largo dell’eterno
*
Tu vedesti al sesto giorno che tutto era buono,
buona era la terra e buono era il cielo
e poi le acque e il mare, il sole e poi la luna,
gli uccelli alti in volo e gli animali al suolo,
il verde delle foreste e i colori a mille di erbe, frutta e fiori
*
e infine noi tuoi figli nutriti a latte e miele
con solo occhi aperti a incanti e meraviglie
e corpi intatti e sani per vivere per sempre
ignari alla fatica e al parto fra le doglie
*
e poi cos’è accaduto, che cosa ci ha perduto,
perché nel tuo giardino all’improvviso
grandine e neve a intirizzire carni e foglie,
la pioggia a devastare spighe
le zolle a farsi sabbia e deserto tutt’intorno
*
perché hai fatto brevi i nostri giorni lievi
quelli di noi bambini
ignari di chi partiva per non tornare più
e non sapevamo ancora che ci fosse il bene e il male
e che vivere sarebbe stato un conto di giorni ed anni
per pelle che aggrinzisce o un accidente a caso
*
era forse non sapere il nostro essere felici?
era il non avere ancora visto
che il leone sbrana l’agnello,
che il sole scalda e incendia
e l’acqua disseta e affoga,
che chi ti sorrideva, ti volta poi le spalle,
che prima si è giovani fiori
e poi sterpaglia al fuoco,
che piove sull’ingiusto
ma s’infradicia anche il giusto?
*
Dio
io ancora non lo so se ci sei davvero
se davvero ci sei stato padre e madre
se davvero ci vuoi bene
ma com’è terribile il tuo silenzio
quando noi gridiamo forte
*
Dio, liberaci dal male.
*
ottobre 2025
*
Francesco Palmieri
27 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari

IL MOSAICO BLU
Noi andavamo “laggiù” e non lo trovavamo.
Ritornando da “laggiù” ci sentivamo come naufraghi
dopo aver circumnavigato le paludi con il mare a due passi,
con nemmeno rumore e l’odore di mare.
Sapevamo dalle carte nautiche che la palude
nel ravennate può fare scherzi che non ci crederesti
e la nebbia ti spedisce un po’ dove vuole. E che in città
tutti i mosaici hanno come tema di fondo il labirinto
e tutti i pavimenti, le absidi e i mausolei rimandano
al cammino che l’anima deve compiere, tessera dopo tessera
per arrivare, ci fosse pure una nebbia del diavolo,
al porto celeste, alla pace una e indivisibile
che Ario e Eusebio auspicavano.
Visitammo basiliche e battisteri in quella nebbia
e i mattoni rossi di San Vitale , e perfino una chiesa
con una Madonna che accoglieva le suppliche dei tumori.
Vagavamo e incontravamo altri vaganti con toponomastiche
rabberciate che studiavano itinerari fantastici e approssimativi.
Per chiedere della tomba di Dante, un austriaco perse nella nebbia
una moglie americana e i suoceri parecchio contrariati,
che ritrovò fortunosamente al ristorante segnalato da un apposito
lampeggiatore automatico.
Sulla tomba di Teodorico invece si svolse lo psicodramma
di un bambino nascosto nel sarcofago rosso di porfido imperiale,
cercato dalla mamma inutilmente, e chiamato con voce alta
che la nebbia spegneva e avvolgeva nella sua ovatta.
Fu ritrovato lì steso mentre accennava a una canzoncina che io interpretai sadicamente “Teodorico, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava…”.
La nebbia cosa combina? Tutto diventa simbolico e solenne per compensare l’assenza della visione d’insieme. Una parola detta nella nebbia assume un significato destinato a essere taciuto. E tutta la nebbia infatti si era raccolta intorno a una parola.
Ma io non ricordo davvero quale fosse.
Mi sembrava di vedere da lontano, da una specie di finestra oscurata con una lastra di alabastro, quello che rimaneva dell’universo visto dalla Terra.
Il blu del mausoleo di Galla Placidia.
Lo stesso blu che per non farlo fuggire e disperdersi, avevano raccolto tutto in un solo edificio.
E che Cole Porter dopo averlo visto un giorno nebbioso di tanti anni fa, decise che era il tempo di scrivere “Night and Day”.
14/01/2016
Francesco Tontoli
25 mercoledì Feb 2026
Posted in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

La cultura del consenso è un concetto fondamentale per costruire relazioni rispettose e sicure, ed è particolarmente importante per adolescenti e giovani, che stanno imparando a conoscere i propri limiti e quelli degli altri. Comprendere cosa significhi consenso significa sapere che ogni atto sessuale deve essere desiderato e volontario da tutte le persone coinvolte: un “sì” esplicito, informato e libero è l’unico modo per stabilire un rapporto sessuale sano. Il consenso non è implicito, non può essere presunto e può essere ritirato in qualsiasi momento. Questo principio diventa cruciale quando parliamo di violenza sessuale, abuso e molestie, fenomeni che non hanno nulla a che fare con il sesso o il piacere, ma sono strumenti di dominio e controllo. La violenza sessuale nasce spesso dal desiderio di esercitare potere su un’altra persona, umiliarla o sottometterla, e non da un bisogno biologico o sessuale.
Per comprendere a fondo il contesto in cui si sviluppano questi comportamenti, è necessario guardare al patriarcato e alla cosiddetta cultura dello stupro. La Rape Culture non si manifesta solo attraverso crimini espliciti, ma anche tramite atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano, giustificano o normalizzano la violenza contro le donne. Frasi come “Se era vestita così se l’è cercata” o la minimizzazione degli abusi subiti dalle vittime sono esempi chiari di questa cultura, che lega la disuguaglianza di genere a una serie di discriminazioni sociali interiorizzate. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere un sistema in cui la violenza e la sopraffazione diventano normali, e dove la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime. Le relazioni sane richiedono quindi una decostruzione attiva di stereotipi e ruoli di genere. È importante riconoscere pratiche manipolatorie come il gaslighting, una forma di abuso psicologico in cui la vittima viene portata a dubitare della propria percezione della realtà e delle proprie emozioni. Il gaslighting può assumere diverse forme: negazione dei fatti, svalutazione, adulazione alternata a critiche, silenzi punitivi e dirottamento delle conversazioni. Chi subisce gaslighting si trova spesso intrappolato in una dipendenza emotiva, cercando costantemente l’approvazione del partner. Essere consapevoli di questi schemi aiuta a proteggersi e a riconoscere le relazioni tossiche prima che possano degenerare.
Un altro aspetto cruciale riguarda forme di violenza più sottili ma altrettanto gravi, come lo stealthing, che consiste nella rimozione o manomissione del preservativo senza il consenso del partner. Questo comportamento è una violenza sessuale perché viola il consenso e mette a rischio la salute, esponendo a malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze non pianificate. Denunciare episodi di stealthing e riconoscerli per quello che sono è fondamentale per educare alla responsabilità e al rispetto reciproco. Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
24 martedì Feb 2026

Loredana Semantica legge una sua poesia, dalla raccolta poetica illustrata ” Barracuda”.

23 lunedì Feb 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

IL SENTIERO
*
Come se un fiore
fosse acido
come se fosse un gambero
che si spoglia
all’indietro
lasciando che
il tempo
il nostro tempo
si accasci in un solo gesto
Come Golia scende verso il centro cadendo
noi siamo ancora qui
A cercarci e a cercare un passaggio
qualcuno
che ci porti via dalla triste
esecuzione
Madama vento
colei che tutto smuove se ne è andata,
e ha lasciato un petalo bianco sul prato
Ha perso così dicono la sua forza
e ha lasciato cosi
altri dicono
la vita
al passo della malattia
*
PARETI
*
Incendio
dicono doloso
di una regione del cuore
gigantesca
e promiscua
sola
come un esercito
di sereni sobillatori
di masse uniche
e unici
contemplatori
dei cardini
di cui ognuno
ha saputo
vivere e rotolare
Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare
Noi siamo qui
eredi
del nostro unico e violento cielo
e sapremo essere quello che siamo
e vogliamo.
Tu che sei lì
sappi che il vuoto
è già
e ha già
trovato
tutto ciò che cerchi
Dai la mano
il fuoco brucia in un battito di sensi
e di timidi e introversi sorrisi
*
RELIGIONE
*
Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,
e per la foga di chi si impossessa di te.
Sono il cerchio e la sfera che giace
sul fondo e sulla punta del prisma.
In un alieno e incapace vento solare.
È l’oceano che muove esterne convinzioni
feroci dittatori
sulla pelle del mondo.
*
ORA
*
Ed io calmo e assorto,
benedico i miei anni
sapendo che non ho
di meglio da fare.
Una canzone viaggia
sul cielo
infrange divieti,
respira pareti di sesso e sangue
una musica si innalza al cielo
è il vento del sonno e del ricordare tutto.
Come se un incubo fosse
il paradiso,
come se l’eccitante
sovrasto del rumore
fermasse la manipolazione,
fermasse l’eccidio,
giustificasse in tempo
la fine.
*
EVEREST
*
Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati
siamo sempre sulla stessa strada,
con eccessi di birra e comprensione,
con fughe da paure scritte e testimoniate,
con improperi verso dio
e chi per lui e per noi difende il sogno.
Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno
e qualche piccola birra sparsa sulla strada,
per capire che saremo ancora qui per un po’,
a tempo determinato
in vita all’infinito nel sogno.
*
Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.
21 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

21
*
è quando nella stanza entri tu
che è un fragore di onde su scogliere
l’esplodere di sole all’orizzonte
il correre del vento dentro ai boschi
il profumo dei dolci appena cotti
il liscio della seta sulla pelle
*
è quando te ne vai
che tornano ghiacce le pareti
la neve cade dal soffitto
e neanche è natale nel mese di dicembre,
il giro nella stanza è una piazza vuota
e in aria volano stormi
perché è il tempo di migrare
*
ma questo è solo un gioco di parole
forse una poesia semplice
che avrei voluto scrivere, per te,
che non esisti
e per me che non ti cerco più.
*
Francesco Palmieri
20 venerdì Feb 2026
Posted in POESIA, Venerdì dispari
Ritaglio la mia figura
con la paziente accuratezza del bambino
che sistema il suo teatro di ventura
Il vento freddo disperde i burattini
deve essere il ricordo ancestrale
del racconto della mia nascita
durante la bufera del cinquantasei
la sarta Bettina che confezionò la camicia
con le ali ricamate, il braciere e l’acqua calda
appena arrivata con il coperchio di legno
ricoperto di fiocchi di neve
le grida di gioia delle donne
lo spillo che mi punse per farmi piangere
e assaggiare il dolore della vita.
Sullo schermo scorrono le immagini
di un uomo che stringe una mano
che spunta dalle macerie della sua casa
il solaio è crollato sul letto della figlia
che stava sognando
il futuro semplice del giorno dopo.
Lui se ne sta fermo sotto la neve
mentre lo fotografano senza sosta
indossa una tuta arancio
ha le scarpe bianche di calce.
Francesco Tontoli
19 giovedì Feb 2026
Posted in Novità editoriali, POESIA

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.
Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.
È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro
Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.
Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.
Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.
17 martedì Feb 2026
Posted in CULTURA E SOCIETA', La società

In un mondo sempre più frammentato, l’Europa si trova di fronte a una domanda cruciale: cosa può offrire, quale ruolo può giocare in un sistema internazionale multipolare dove le alleanze tradizionali sono messe in discussione e la competizione tra grandi potenze si intensifica? Recenti dibattiti accademici e diplomatici, da Oxford fino ai forum ASEAN a Kuala Lumpur, evidenziano che l’Europa, pur priva di un’unica voce strategica, può giocare un ruolo di stabilizzatore e mediatore, capace di conciliare interessi diversi e di proporre regole condivise in un contesto di crescente frammentazione.
L’intervento del presidente del Consiglio Europeo, António Costa, durante il recente summit sull’integrazione economica e la sicurezza internazionale, ha sottolineato come l’Europa possa offrire un modello di cooperazione multilaterale basato su norme comuni, rispetto dei diritti e sostenibilità. Secondo Costa, in un mondo dove accordi commerciali come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) stanno ridisegnando le regole dei mercati globali e dove dazi e pressioni economiche imposti da Trump hanno ridefinito i confini delle relazioni transatlantiche, l’UE può rappresentare un punto di equilibrio, un interlocutore affidabile per paesi sia dell’Asia che delle Americhe.
Il tema delle relazioni transatlantiche resta delicato. La recente approvazione di un contributo del 5% da parte della NATO ha segnato un cambio di paradigma: gli Stati Uniti hanno indicato che le precedenti regole del gioco non torneranno più come prima, e che l’Europa dovrà assumersi maggiore responsabilità nella difesa comune e nella gestione dei conflitti regionali. In questo scenario, la capacità dell’UE di operare come soggetto unitario diventa essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per garantire stabilità economica e politica in aree ad alta tensione.
L’Europa ha inoltre strumenti economici e diplomatici unici. Il suo mercato integrato, la forza normativa delle regole europee e la capacità di promuovere accordi commerciali con vincoli sociali e ambientali rappresentano un’alternativa credibile alle dinamiche di competizione pura che caratterizzano oggi le relazioni globali. Paesi dell’ASEAN e dell’Asia emergente, così come partner africani e latinoamericani, guardano con interesse all’Europa come modello di governance multilaterale e come potenziale contrappeso agli effetti destabilizzanti di una politica americana sempre più protezionista o di una Cina assertiva.
Tuttavia, per diventare un attore capace di incidere realmente, l’Europa deve affrontare le proprie fragilità interne. La coesione politica tra Stati membri, la capacità di definire una politica estera comune e l’armonizzazione delle strategie economiche e industriali sono prerequisiti indispensabili per evitare di essere percepita come un blocco debole o indeciso. Solo così l’UE potrà trasformare la frammentazione globale in un’opportunità, offrendo regole stabili, trasparenza e negoziazione equilibrata in un contesto internazionale sempre più complesso.
In definitiva, l’Europa può proporre al mondo frammentato non solo commercio o investimenti, ma un paradigma di cooperazione basato su norme condivise, multilaterismo e responsabilità collettiva. In un’epoca in cui le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno più come prima, la capacità dell’Unione di parlare con una voce coerente e di trasformare la sua influenza normativa in leadership strategica potrebbe rappresentare la vera chiave per garantire stabilità e ordine globale.
16 lunedì Feb 2026
Posted in POESIA

Freddo
Verrà il giorno
E sarò morto.
Freddo mi ritroveranno
Su un misero letto.
Il viso contratto
Per l’ultimo sforzo
Nel capire
L’uomo che sono.
Che ero!
Passato luogo
Odo stormire gli uccelli in volo
In un mattutino cielo autunnale.
Le ali stese ad affrontare le fredde
Intemperie del presente autunno.
Le foglie rossicce, increspate,
Per semplice inerzia ancora attaccate
Al duro ramo, cadono per l’aria agitata
Dalle possenti ali.
Un volo verso caldi luoghi.
Emblema di un cambiamento
Di paesaggi e affetti.
Dal freddo mossi e dal coraggio
Protetti, emigrano in nuovi luoghi.
La speranza alberga in loro.
Paura non hanno.
Un dì
le dure e possenti ali
Sapranno ricondurli
Al passato luogo.
Luogo di affetti, tribolo e letizia.
Come un pittore
Trema la mano
Mentre dipinge il tuo volto
Nella mente scolpito.
Un volto,
dal viso imbronciato.
Gli occhi languidi,
La bocca all’insù,
Quasi a voler trattenere l’affetto
E il rimpianto.
È spento lo sguardo
Di chi ti guarda
E ti ritrae.
Una tela
Non più bianca
Ma livida.
Un volto indolore
Ritratto da un
Uomo qualunque.
Muto
Ogni muscolo vibra,
Ogni nervo si contrae,
In questa misera vita,
Al sol vivere.
Non trovo il mio posto,
L’ho perso da un po’.
Ora vivo interrogandomi,
Scrutando il mio essere,
Cerco la vita
Ma altro non trovo
Che un vuoto interiore,
Muto.
Pellegrinando
Stanco pellegrino
Alla ricerca di parole,
Versi e pensieri.
Ho smarrito la strada.
Prima ghiaia,
Poi terra fangosa,
Ora sabbia.
Arranco,
Sopravvivo,
Ma la debole mente,
Ormai stanca,
Si perde.
Pellegrina anch’essa
Si abbatte in paesaggi
Lunari, onirici, diabolici.
Antonio Sambiase, “Grate alle finestre”, Edizioni Dialoghi, 2025.
14 sabato Feb 2026
Posted in POESIA, Poesia sabbatica

7
sei riuscita a far morire dentro
tutte le cose che erano per la vita,
tutte le cose che avrei voluto intatte
nell’attimo che il respiro va a morire
sei riuscita a cancellare il senso della sveglia,
la luce e poi la pioggia,
la neve che fa sembrare bello anche il natale,
ogni vigilia prima di andare al mare
divelte anche le ali
dell’angelo che a me sembrava il tuo esser donna
ed ombra anche la polpa
il lutto sopra al seno
ci sei riuscita a rendermi più secco della sabbia
una canna senza midollo, la linfa disseccata nelle vene
adesso il mio strato è ancora carne
ma sotto -se mi tocchi- non c’è niente.
Francesco Palmieri
(dalla raccolta di prossima pubblicazione “Variazioni su un dolore solo”)
Qui dalla viva voce dell’autore