Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscè Fandango Libri, aprile 2022. Una nota di lettura di Maria Allo

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“Non ho mai dimenticato i racconti sventurati, le volte che mi sono avvicinato a quel luogo malfamato con il figlio del giardiniere, il mio amico Luca, il timore di superare il cancello, i rimproveri di mia madre quando fissavo i degenti appoggiati al cancello, le strattonate, le raccomandazioni di girare al largo se fossi uscito da solo per comprare i fumetti incellofanati, a poco prezzo.
In questo libro scrupolosamente documentato Alessandro Moscè traccia un percorso avvincente, tra memoria e ricerca come un vero e proprio viaggio a ritroso sul filo conduttore del disagio mentale e nell’avventura della soglia si incrocia con le vite dei degenti, ormai scomparsi, dell’ospedale neuropsichiatrico di Ancona ( La Legge 180 del 1978 portò nel 1981, alla chiusura e conseguente trasformazione della struttura in un centro residenziale di assistenza sociosanitaria e, successivamente, in un centro riabilitativo e sanitario). “Me lo ricordo bene il manicomio a pochi passi dalla casa della famiglia di mia madre, ero un bambino che trascorreva l’estate da nonna Altera”. Nel prologo della storia, come un moderno Ulisse, l’autore prova un vero e proprio desiderio di esplorare gli abissi per raccontare e testimoniare la verità della sua esperienza. Ed è così che “Si apre un teatro dove gli attori si spostano con scioltezza guardando dritti o a testa bassa: luci, movimenti, entrate e uscite seguite con un occhio di bue che li avvolge. Prendo confidenza con lo spazio scenico e da un alone giallastro emerge sempre più nitidamente un mondo inabissato”. La singolare tecnica compositiva dell’opera affine a quella del puzzle, di cui l’autore stesso specifica in anticipo obiettivi e nuclei tematici, presenta punti in comune con quella di Georges Perec e si configura come un assemblaggio di microstorie diverse, tenute insieme soltanto da un’immagine unitaria e significativa di un luogo, la struttura manicomiale di Ancona: “Il manicomio di Ancona era una piccola città con centinaia di ospiti. I tetti rossi, del colore del sangue, accoglievano i barboni, i malnutriti, gli ubriaconi, chi era tornato dalla guerra frastornato, con una pallottola conficcata da qualche parte, chi non riusciva ad alzarsi dal letto, chi era nato straccu, stanco […] (p. 13). L’espediente tecnico di una sorta di racconto nel racconto, costruito attraverso le memorie dei degenti, evidenzia l’abilità dell’autore di costruire trame complesse, riducendole però a pagine dense ed elaborate con precisione analitica delle descrizioni: dettagli visivi che vengono inquadrati e ordinati in una prosa senza compiacimenti stilistici ma con un lessico preciso, a volte addirittura specifico, quello dei medici, innestato di dialettismi anconetani. ”Negli anni Sessanta ai piani di sopra del manicomio risiedevano i violenti, gli incontrollabili, gli psicotici. Ancona aveva paura dei suoi matti e chi transitava da quelle parti allungava il passo, non si girava, faceva gli scongiuri, chiudeva gli occhi. Ai bambini si proibiva di guardare i padiglioni e i pazienti che sbirciavano da una sbarra all’altra tra le fessure del cancello d’entrata” così racconta Arduino, il giardiniere che ha svolto un ruolo di ascolto, di accoglienza e di accettazione(come il basagliano professor Lazzari, il primario e Suor Germana) nei confronti dei pazienti internati, corpi che invocano amore per trovare i loro confini, la loro storia. Il viaggio è lungo, pieno di intoppi e di insidie, ma è un viaggio verso l’amore “il tempo dell’apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio, ampio fin nel cuore della vita, solitudine, più intensa e appassionata, solitamente, per colui che ama, come dice R. M. Rilke e come sembra voler suggerire Alessandro Moscè. Ed è così che lo sguardo dell’autore, oltre il limen, diviene il testimone interiore che vede e con cuore visionario fa risuonare quella corda autentica che occorre all’anima per incontrare gli altri e mettere in moto il motore della storia che coinvolge ed emoziona. Storie di persone sofferenti, (curate con la devastante terapia dell’elettrochoc), spesso finite in manicomio per la loro diversità tanto da non avere più patria o perché abbandonati da bambini come il caso di Adele. “…la follia può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato”. (Da Lei se ne va, storie del disagio mentale, a cura di Gloria Gaetano e Manlio Talamo con prefazione di Don Luigi Ciotti). Fortunatamente l’opera riformatrice che si attua nella legge 180 rende possibile la chiusura dei manicomi e la nascita di una nuova teoria che riconosce la follia come parte della propria realtà, legata a chiare definizioni di scienza, di società civili, di persona. “Le persone non sono la loro malattia, ma con tutta la malattia esse sono il mondo dove stanno. E di questo mondo hanno bisogno per curarsi ed essere curate. È il mondo, la cura.” Alessandro Moscè ha spinto lo sguardo così oltre il limen nelle storie esplorate da far emergere, in un mondo segnato da una mutazione antropologica quale mai si era verificata in passato, nuove aperture verso le marginalità dell’esistenza a partire dall’accettazione e dall’accoglimento.

© Maria Allo

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, 2019). I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, 2012), L’età bianca (Avagliano, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, 2022). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Luigi Finucci, Inediti

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by Grégoire A. Meyer

 

#1

 

La prima notte al mondo

ho piazzato una tenda al Polo Nord.

 

La luce lunare splendeva ovunque

e il ghiaccio si scioglieva

solo in determinati punti.

 

Ero spoglio e sotto di me

le foche nuotavano aspettando

il mio essere cacciatore.

 

Il silenzio d’altronde

non si può ricordare.

 

#2

 

La percentuale che un meteorite

colpisca la terra è lontana

dal nostro vivere quotidiano.

 

Acqua solida che vaga nello spazio

può essere pericolo e opportunità:

porta con sé vita e morte.

 

L’impatto è la decisione definitiva

che una specie debba smettere

di esistere, e un’altra nascere.

 

Non dovrebbe essere lasciato

al caso. Così la fede è l’unico

appiglio che difende dal caos.

 

#3

 

La gravità è una cosa che fa pensare,

fa compagnia per tutta la vita.

La senti sulle spalle eppure non grida.

 

È un’ombra silente, una catena e una piuma:

lancia uno sguardo o una palla e

prima o poi li troverai a terra. Qualcuno

ha detto che oltre lo spazio si annulla

ma chi può dirlo?

 

Forse un pesce o la memoria. A detta d’uomo

sulla luna non si sente, ma c’è,

così leggera che non fa rumore.

Non lascia soli nessuno

nemmeno una barca alla deriva.

 

#4

 

Tra gli anelli di Saturno c’è una distanza

come gli elettroni di un atomo.

 

Procedono intatti in tondo

attratti da un nucleo,

senza sentire la disperazione

tutta intorno, buia e infinita.

 

Sulla superficie, la temperatura

arriva a centinaia di gradi

sotto lo zero e la vita

non riesce ad imporsi.

Per fortuna dico,

una solitudine così

non sarebbe sopportabile,

nemmeno da un batterio.

 

Eppure l’occhio umano

reputa questo pianeta

tra i più belli. Solo da lontano

da molto lontano, mi ripeto.

 

#5

 

Nel caos della mia mente,

ho assistito a scene da manicomio.

 

Un giorno ho sputato la medicina ed è

stato lì che ho visto una porta piccola.

Aveva i capelli neri, e sembrava ferita dalla vita:

cinque punti di sutura nei pressi del cuore.

Abbiamo provato a fuggire tutte le sere

con le mani, ci siamo illusi. Con la dolcezza

dei primi occhi.

 

Ora , c’è molta stanchezza. Le venature sono più evidenti

e sembriamo vecchi. Una cosa è certa, abbiamo provato

a salire sui rami dell’amore.

Caduti, le ossa si sono frantumate con la realtà.

Eppure le mani hanno trovato il modo di sfiorarsi, le mani.

 

#6

 

E’ nato un bambino sulla terra,

tutti  hanno descritto

l’evento come consueto.

 

Un essere piccolo scaraventato

su un globo sparso in un

indefinito spazio nero:

una catastrofe vista da fuori

diventa un miracolo.

 

Tutto il senso si racchiude

in una stanza di ospedale.

Il nascituro numero due

del venti aprile duemilasedici

non proviene dalla matematica.

 

L’unico comandamento a cui

appellarsi, è che l’uomo

assomigli ad un fiore.

Il fiore non  reclama il diritto

di possesso, ma di dono.

 

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Finucci pubblica due libri di poesia: Le prime volte non c’era stanchezza – Eretica edizioni nel 2016 e Il Canto dell’Attesa – Ladolfi Editore nel 2018. Ha poi pubblicato anche tre libri per bambini, in rima, per la Giaconi Editore: L’aspirante Astronauta, Il paese degli Artigiani e Il mondo di sotto. Collabora con alcune riviste e alcune sue poesie sono tradotte in diverse lingue, tra cui il rumeno e lo spagnolo.

Mi dicono che ero bella. Patrizia Cavalli

Bella lo era davvero Patrizia Cavalli, una delle voci più intense della poesia contemporanea. Se n’è andata nel giorno del solstizio d’estate, una bella data per morire anche se, per chi resta, ogni volta che muore un poeta è un giorno triste. Limina mundi la ricorda così. Una galleria fotografica e alcune sue poesie.

Patrizia Cavalli – Todi, 17 aprile 1947 – Roma, 21 giugno 2022

Mi dicono anche che ero bella
da ragazza ma io non me ne sono mai accorta.
Ecco, forse sono stata felice ma non me ne sono accorta.
Forse è stato un godimento oggettivo, quello della mia bella giovinezza, ma non soggettivo.
Non c’ero e dunque non ho vissuto.
A volte si vivono intere vite senza esserci.

Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

Questa sfusa felicità che assale
Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.
E’ tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Ah, ma è evidente, muoio,
Sto per morire, che siano giorni
o anni, sto per morire,
muoio. Lo fanno tutti,
dovrò farlo anch’io. Sì, mi conformo
alla regola banale. Però intanto,
tra un sonno e l’altro finché esiste il sonno
(solo chi è in vita gode del suo sonno)
guardando il cielo, girando gli occhi
intorno, in questi istanti incerti
io sono certamente un’immortale.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

7

sei riuscita a far morire dentro

tutte le cose che erano per la vita,

tutte le cose che avrei voluto intatte

nell’attimo che il respiro va a morire

 

sei riuscita a cancellare il senso della sveglia,

la luce e poi la pioggia,

la neve che fa sembrare bello anche il natale,

ogni vigilia prima di andare al mare

 

divelte anche le ali

dell’angelo che a me sembrava il tuo esser donna

ed ombra anche la polpa

il lutto sopra al seno

 

ci sei riuscita a rendermi più secco della sabbia

una canna senza midollo, la linfa disseccata nelle vene

 

adesso il mio strato è ancora carne

ma sotto -se mi tocchi- non c’è niente.

 

Francesco Palmieri

Da “Variazioni su un dolore solo” – raccolta inedita

Marisa Cossu, “SINTOMI POETICI”, Guido Miano Editore, 2022. Recensione di Raffaele Piazza.

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Marisa Cossu

SINTOMI POETICI

Recensione di Raffaele Piazza

In un panorama come quello della poesia italiana contemporanea che comprende in massima parte autori e autrici che esprimono poetiche di segno pessimistico che si aprono tuttavia alla speranza di varcare le porte della salvezza nell’autocoscienza del valore salvifico della poesia stessa, riprendendo, anche se va detto con cautela, il modello leopardiano, sorprende e fa piacere imbattersi nei Sintomi poetici di Marisa Cossu, che, andando controtendenza nel produrre testi poetici all’insegna dell’ottimismo, ci dà la testimonianza di una Weltanschauung che si traduce in un poiein e una poetica ottimistica, quando la felicità nella vita in versi e non in versi non è più una chimera. La raccolta che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione di Nazario Pardini esauriente e ricca di acribia e di citazioni, prefazione intitolata Una navigazione in un mare di sinestesiche onde peregrine verso l’isola della pace, titolo molto evocativo. Viene in mente l’approdo di Ulisse a Itaca dopo il suo viaggio, approdo rassicurante perché conosciamo il lieto fine della vicenda epica dell’eroe omerico. Del resto come scrive Roberto Mussapi siamo tutti eroi, noi persone gettate nella ressa cristiana del postmoderno occidentale, proprio perché ci troviamo in quella che va definita come epica del quotidiano, una dimensione che nel mondo ipertecnologico di inizio del Terzo Millennio diviene velocissima e nel bene e nel male anche affascinante. La raccolta è scandita nelle sezioni Sentire il tempo, Stanze segrete, e Amo divinamente e per l’unitarietà stilistica, formale e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto. Nella lirica Memoria persa leggiamo «Pane dorato, franto da una lama / di sole, ultimo raggio, è il volto tuo / dai solchi della trebbia / segnato ed appassito / mentre crescevo, esile spiga d’oro, / sotto il tuo sguardo mite; / ma il grano muta in pane, / in te si chiude di parola il suono /…». Magia, sospensione e linearità dell’incanto sembrano essere la cifra distintiva della Maniera della Nostra che si esprime in un modo che può essere considerato neolirico ed elegiaco. «… / Il tuo viso di terra nutre ancora / la mia anima e il corpo: / impallidiscono i confini noti / il vento soffia le morti stagioni, / scaglie impalpabili nel tuo perderti /…» scrive Marisa riferendosi ad un tu del quale ogni riferimento resta taciuto. Anche la religiosità cristiana emerge in questo intrigante libro e a questo proposito sono da citare due passaggi: il primo del quale è detto con urgenza il Figlio del Creatore che dorme in una mangiatoia e il secondo è quello nel quale viene detta con urgenza la madre della poetessa che è morta: «…/ Mi sfiori e non so più da dove viene / il ritorno dell’ombra / se dal mio desiderio è forse nata, / se voce di preghiera ora ascoltata, / dal cielo ti conduce nel mistero. / Madre sei qui, / ma non ti fermi mai / di nuovo in sogno forse mi verrai» (A mia madre). Un esercizio di conoscenza intelligente, armonico ed equilibrato nel confine tra forme e contenuti quando all’insegna del suddetto ottimismo, come scrive Pardini la vita si fa opera d’arte.

Raffaele Piazza

Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Giustizia india” di Ricardo Jaimes Freyre

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B O L I V I A

 GIUSTIZIA INDIA

(1906)

Ricardo Jaimes Freyre (1868-1933)

Traduzione di Emilio Capaccio

Soprannominato “principe dei poeti boliviani”, è uno dei rappresentanti più autorevoli del Modernismo, insieme a Rubén Darío, con il quale fondò nel 1893, a Buenos Aires, la “Revista de América”, considerata un manifesto della nuova corrente artistica e principale canale di propaganda. È stato poeta, scrittore, saggista e storico. Ricordato per essere stato uno dei primi artisti ad introdurre definitivamente il verso libero. Degna di interesse è anche la sua carriera politica. Figlio di un diplomatico di Potosí, città a sud della Bolivia, situata a un’altezza di oltre 4000 metri, è stato ambasciatore negli Stati Uniti e in Brasile, nonché rappresentante del suo paese, a Ginevra, all’interno delle Società delle Nazioni e, più tardi, Ministro degli Esteri.

I due forestieri stavano bevevano l’ultimo sorso di vino, stando in piedi accanto al fuoco. La brezza fredda del mattino faceva tremolare debolmente le tese dei loro larghi cappelli di feltro. La vampa scoloriva sotto la luce incerta e biancastra dell’aurora; si schiarivano indistintamente i recessi dell’ampio patio e si abbozzavano tra le ombre, sullo sfondo, le pesanti colonne di creta che reggevano la copertura fatta di canne e pagliuche.

Legati ad un anello di ferro fissato a una delle colonne, due cavalli imbrigliati aspettavano, a testa bassa, masticando con difficoltà lunghi fili d’erba. Accanto al muro, un giovane indio, accovacciato, con una scarsella piena di mais nella mano, faceva saltare in bocca i chicchi giallastri.

Quando i forestieri furono pronti per partire, altri due indios si accostarono davanti al grande cancello rustico. Sollevarono una delle grosse travi, incuneate nei muri per sbarrare il passaggio, e si addentrarono nel grande patio.

Il loro aspetto era umile e miserabile, e più umile e miserabile lo rendevano le giacchette strappate, le camicie grezze aperte sul petto e i lacci di cuoio pieni di nodi ai sandali.

Lentamente si accostarono ai forestieri che stavano montando sui loro cavalli, mentre la guida india sistemava alla cinta la scarsella di mais e annodava stretto alle gambe i lacci dei sandali. I forestieri erano giovani; alto uno, assai pallido, dallo sguardo freddo e duro; l’altro, piccolo, bruno, dalla fisionomia allegra.

— Signore… – mormorò uno degli indios.

Il forestiero pallido si voltò verso di lui.

— Che cosa vuoi, Tomás?

— Signore… lasciatemi il mio cavallo…

— Di nuovo, imbecille! Vuoi che mi metta in cammino a piedi? In cambio ti ho dato il mio, può bastare.

Ma il vostro cavallo è morto.

— Sicuro, che è morto! È morto perché l’ho fatto correre per quindici ore di fila. È stato un grande cavallo! Il tuo non vale niente. Pensi che farebbe le stesse ore di corsa?

— Ho venduto i miei lama per comprare quel cavallo alla festa di San Juan… Inoltre, signore, avete dato fuoco alla mia capanna.

— Giusto! È stato perché sei venuto a incomodarmi con i tuoi piagnistei. Io ti ho tirato un tizzone per farti andare via, tu hai spostato la faccia e il tizzone è caduto dentro un mucchietto di paglia. Non è colpa mia. Avresti dovuto ricevere con rispetto il mio tizzone. E tu cosa vuoi, Pedro? – domandò, rivolgendosi all’altro indio.

— Vengo a supplicarti, signore, di non portarmi via le mie terre. Sono mie. Io le ho seminate.

— Questo è affar tuo, Cordova – disse il cavaliere, rivolgendosi al suo accompagnatore.

— No, per certo, questo non è affar mio. Io ho fatto quello che mi è stato chiesto di fare. Tu, Pedro Quispe, non possiedi quelle terre. Dove sono i tuoi titoli? Voglio dire, dove sono i tuoi documenti?

— Io non ho documenti, signore. Mio padre non aveva documenti, né tanto meno il padre di mio padre. E nessuno ci ha portato via la terra. Voi volete darla a qualcun altro. Io non vi ho fatto alcun male.

— Hai da qualche parte una borsa di monete? Dammi la borsa e ti lascio la terra.

Pedro volse a Cordova uno sguardo d’angoscia.

— Non ho monete e non potrei mai racimolarne così tante,

— Allora non c’è altro da aggiungere. Lasciami in pace.

— Pagatemi ciò che mi dovete.

— Ma non finiremo mai! Pensi che sia tanto idiota da pagarti una pecora e qualche gallina che mi hai dato? Pensavi che saremmo morti di fame?

Il forestiero pallido, che cominciava a spazientirsi, esclamò:

— Se continuiamo ad ascoltare questi due imbecilli, restiamo qui per sempre…

La cima della montagna, sul fianco della quale poggiava l’ampia e rustica locanda, cominciava a brillare ferita dai primi raggi di sole. La desolata aridezza del paesaggio, tra le sierre nerastre, si illuminava lentamente e si distingueva sotto il blu del cielo, tagliuzzato a tratti da nubi plumbee che correvano veloci.

Cordova fece un segno alla guida, che si diresse verso il cancello. Dietro di lui uscirono i due cavalieri.

Pedro Quispe si precipitò verso di loro e afferrò le redini di uno dei cavalli. Un colpo di frusta sul volto lo fece indietreggiare. Allora i due indios uscirono dal patio, correndo velocemente verso una vicina altura, si arrampicarono con la rapidità e la destrezza di una vigogna, e quando giunsero alla sommità gettarono lo sguardo intorno.

Pedro Quispe avvicinò alle labbra la sua buccina che portava appesa sulla spalla e lanciò un suono grave e prolungato. Si fermò un istante, poi continuò con note rapidi e stridenti

I forestieri cominciarono a incamminarsi per il fianco della montagna; la guida, con passo sicuro e fermo, procedeva indifferente, divorando chicchi di mais. Quando risuonò la voce della buccina, l’indio si fermò, guardò i due cavalieri e cominciò a correre per una mulattiera aperta tra le colline. Pochi istanti dopo, scompariva nella lontananza.

Cordova, rivolgendosi al suo compagno, esclamò:

— Alvarez, quei furfanti ci portano via la nostra guida.

Alvarez fermò il suo cavallo e guardò con inquietudine in ogni direzione.

— La guida… E a che cosa ci serve, oramai? Temo qualcosa di peggio.

La buccina continuava a risuonare, sulla sommità della collina la figura di Pedro Quispe si disegnava sullo sfondo azzurro, sopra la rossastra nudità delle cime.

Sembrava che ai picchi e ai bivi passasse un sortilegio; dietro le grandi distese di pascoli, tra le impavide stoppie e le aspre erbacce, sotto le larghe strisce dei campi, alle porte delle capanne e in cima ai monti lontani, si vedevano comparire e scomparire rapidamente figure umane. Si fermavano un attimo, volgevano lo sguardo verso la collina dove Pedro Quispe strappava incessanti note dalla sua buccina, e poi si trascinavano su per le colline, arrampicandosi cautamente.

Alvarez e Cordova continuavano a discendere per la montagna; i loro cavalli ansimavano fra le asperità rocciose, per lo stretto sentiero, i due cavalieri, visibilmente inquieti, si lasciavano portare in silenzio.

Improvvisamente, un sasso enorme, staccato dalla cima della sierra, rotolò accanto a loro, con un lungo ruggito; poi un altro… poi un altro ancora…

Alvarez lanciò il suo cavallo alla fuga, costringendolo a fiancheggiare la montagna. Cordova seguì immediatamente il compagno; ma i massi rotolavano dietro di loro. Sembrava che la catena montuosa si stesse sgretolando. I cavalli, scagliati come una tempesta, balzarono sulle rocce, poggiando miracolosamente gli zoccoli sugli spuntoni, e vacillarono nello spazio, a un’altezza enorme. In breve tempo, le montagne furono coronate di indios. I cavalieri allora si precipitarono verso la stretta gola che serpeggiava ai loro piedi, attraverso la quale scorreva dolcemente un filo d’acqua sottile e cristallino.

Le profondità si popolarono di strane armonie; il suono roco e sgradevole dei corni spuntava dappertutto, e alla fine della gola, sopra la luce radiosa che si apriva tra due montagne, un gruppo di uomini si alzò all’improvviso.

In quel momento, un enorme macigno centrò il cavallo di Alvarez. Lo videro indugiare per un momento e poi cadere, rotolando giù per il fianco della montagna. Cordova balzò a terra e iniziò a strisciare verso il punto in cui si poteva vedere l’ammasso polveroso di cavallo e cavaliere.

Gli indios cominciarono a discendere le vette: dalle strettoie e da ogni recesso sbucavano ad uno ad uno, avanzando cauti e fermandosi in ogni momento con lo sguardo fisso sul fondo dello strapiombo. Quando raggiunsero la riva del torrente, avvistarono i due viaggiatori. Alvarez, steso a terra, era inerte. In piedi, accanto a lui, il suo compagno, con le braccia al petto, in preda alla disperazione per la sua impotenza, fissava la lenta e paurosa discesa degli indios.

In un piccolo pianoro ondulato, formato dalle depressioni dei monti che lo delimitavano alle quattro estremità con quattro larghi crinali, i vecchi e le donne attendevano l’esito della caccia all’uomo. Le donne indios, con le loro gonne corte e tonde, di stoffe ruvide, i mantelli attaccati sui seni, i cappelli scintillanti, le trecce ruvide che cadevano sulla schiena e i piedi nudi, si raggruppavano silenziose a un’estremità, e si vedeva tra le loro dita la danza vertiginosa del mandrino e dell’avvolgitore.

Quando gli inseguitori arrivarono, condussero con loro i viaggiatori legati sui loro cavalli. Furono portati al centro della spianata e gettati per terra, come due fagotti. Le donne allora si avvicinarono e li guardarono con curiosità, senza smettere di filare, parlando sottovoce. Gli indios rifletterono per un momento. Poi un gruppo si diressero verso i piedi della montagna. Tornarono portando due grandi orci e due grandi travi. E mentre alcuni scavavano la terra per fissare le travi, gli altri riempivano piccole brocche di terracotta con il liquore contenuto negli orci.

Bevvero finché il sole non cominciò a cadere all’orizzonte e non si udì altro che il mormorio delle conversazioni soffocate delle donne e il rumore del liquido che si riversava nelle brocche mentre esse venivano sollevate.

Pedro e Tomás presero i corpi dei cavalieri e li legarono ai pali. Alvarez, la cui spina dorsale era spezzata, emise un lungo gemito. I due indios li spogliarono, gettando a terra tutti i loro indumenti uno per uno. E le donne potettero guardare con ammirazione i loro corpi bianchi.

Dopo, iniziò il supplizio. Pedro Quispe strappò la lingua a Cordova e gli bruciò gli occhi. Tomás coprì il corpo di Álvarez di piccole ferite con un coltello. Poi, fu il turno degli altri indios che strapparono i loro capelli, li lapidarono e gli conficcarono delle schegge di legno nelle ferite. Una giovane donna india, ridendo, versò una gran brocca di chicha (1) sulla testa di Alvarez. La sera moriva. I due viaggiatori avevano già da tempo consegnato la loro anima al Gran Giustiziere; e gli indios, sfiniti, abbuffati, indifferenti, continuavano a colpire e a lacerare i corpi.

In seguito, fu necessario giurare il silenzio. Pedro Quispe tracciò una croce sulla terra, e uomini e donne s’avvicinarono per baciare la croce. Poi sfilò dal collo il rosario, che non abbandonava mai, e gli altri vi giurarono sopra, e dopo sputò per terra, e tutti passarono sulla terra sputata.

Quando le spoglie insanguinate scomparvero alla vista e si cancellarono le ultime tracce della scena che si era appena svolta nelle asperità dell’altipiano, l’immensa notte cadeva sulla solitudine delle montagne.

(1) È il nome dato a diversi tipi di bevande leggermente alcoliche o analcoliche, originarie del Sudamerica, derivate dalla fermentazione di cereali, frutta o manioca.

“Amuleti ” di Lorenzo Pataro, Ensemble poesia 2022

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«Lorenzo Pataro è nato nel secolo sbagliato, o migliore di tutti a seconda dei punti di vista, per offrire la sua voce di poeta radicale. La sua è una parola di luce e vertigine, di visione e tragedia. È poesia. Autentica. Che se ne frega dei secoli e dei regnanti». Daniele Mencarelli

Potremmo dirci salvi soltanto
tra il freddo delle mura nella casa
di campagna, nell’aperto grido dello spazio
salvi soltanto nel vecchio pagliaio
diroccato incontro alle tele impolverate
nella luce sotto il melo o fra le tegole
spostate, umidi sui greppi o tra le fronde
pronti a gettarci come semi nella terra
salvi come scarti – come la scorza del frutto
spellata dalla lama.

Insegnami la quiete delle gazze
di vedetta sui cipressi
e recita al contrario rovesciati
tutti i salmi che conosci
come fosse un cifrario per il volo,
impara dal silenzio tra i richiami
il segreto di ogni correre in picchiata,
posa la tua insonnia e la tua febbre
– di pane che lievita la notte –
sulle tegole spostate dalla pioggia
e aspetta che ogni passero
spezzi l’ala come un’ostia contro il vento
che ripeta in ogni verso
il miracolo dell’uva che fermenta
ciò che ha visto da lontano
ciò che brilla tra la rena del torrente
e nel raduno dei frammenti nel suo nido
scopre qualcosa che non sai, che non cerchi,
che punge quando dormi nelle scapole
ferite dal respiro troppo umano.

Una fibra di legno rovente tra i passi – la senti? – fa eco ai resti dei merli sotto la terra, chiama e spalanca o dilacera un nome, lo gira sciamanico leggero sul palmo, batte il tamburo, evoca uno spirito antico, il canto lacero delle balene – l’amu leto di pietra che pende dal collo stacca la pelle, scopre il magma perduto, la punta sottile che riga e spolpa le ossa da gli ultimi resti di carne e si macera il gelo (o la nebbia) coi fuochi accesi dai ragazzi a notte sulla riva del fiume e il tonfo di qualcosa che cade dai rami del pioppo nero lucente sveglia un bambino scomparso che dorme nella tana viscerale dei tassi e il tuo occhio che pulsa caldo di febbre è il richiamo del bosco alla fuga o alla resa.

Se dico casa, non avrai riparo. Se dico pane.
Se dico grano tu lieviti e ti spalanchi nel mio nome.
Siamo nati. “Alberi case colli per l’inganno consueto”.
Se dico àncora, mi abissi. Siamo nati.
Gettati in un nome verso un nome.
Se dico tetto mi scoperchi, se dico cielo
mi nevichi e mi scardini dal corpo.
Con la grazia dei vulcani. In quello
stare delle cose illuminate per sé stesse.
Se dico sillaba, fonemi si sparpagliano
e poi il gelo li ricuce, li spoglia
e fa nuda la parola, esposta
e divina come un barbaro in esilio.
Adesso. Se lo dico, già è passato.
Siamo nati. Gettati in un nome verso un nome.

Stella di grafite, ti ho gettato
tra le onde, lieve combustione.
Luce primitiva, fammi iena
fammi aratro, braccato
nella nebbia. Luce-grembo.
Ti ho gettato in tutti i pori
nascita ulteriore, dono dei relitti,
fatica del restauro, sapiente oro.

Entriamo nella nebbia dei corpi,
siamo fari, ci arriva fino al petto, tutta
intera proprio adesso la nostra
debolezza scorticata come i lupi
dell’inverno insieme a quello stare sulla soglia
dove ognuno è la propria nostalgia, quel
momento proprio quello in cui tutto arriva
allo scoccare delle ore, quella voglia
quella furia che divide le frontiere,
ci arriva al midollo e ci attraversa
ci unge della fame che hanno i cani,
ci arriva improvviso come il sale
nell’arteria di uno scoglio quel respiro
che solleva la marea e ci battezza.

Capire che l’Altro è una fiamma:
se la tocchi col dito
o la spegni o ti bruci.

Dicono che ci passerà, questa pigrizia viscerale, il male è ovattato nella stanza, non sentiamo aria respirare nemmeno da una mosca, dicono che il seme disperso ha causato nascite improvvise, lì fuori, la finestra ha favorito il passaggio dei cromosomi, abbiamo bevuto tutto il nettare dai seni sospesi di Madre-Noia, dicono che non resta altro se non piangere, spingere fuori la gioia dalle zampe – come un animale – e dargli un nome, sentirla urlare.

Quanto siamo transitori. Da un buio
verso un altro, piccoli graffi di luce.
Ferite che brillano, schegge nell’aria.
Braccati, con le fiaccole spente
dal vento. Piccole scie. Di una parola
soltanto, dilla adesso, adesso che hai
un altro nome. Benedetto il tuo bacio,
benedetto il tuo fuoco, benedetti gli astri
del corpo, benedetto il grano nel capo,
benedette le mani, le braci negli occhi,
benedetto il tuo passo di neve, benedetto
ogni singolo soffio, ogni gioia che arde,
benedetto ogni sguardo lasciato, benedetta
ogni ora negli anni a venire, benedetto
il nome che hai ora, benedetto sia
tutto il creato celeste in cui voli,
benedetto il tuo amore che è sparso
nel cosmo, benedetta ogni fibra leggera,
ogni spina, ogni graffio, ogni fiamma
riaccesa, splendore di quarzo, miracolo
d’acqua, benedetto ogni seme gettato,
benedetti i germogli, il miracolo, il dono
di esserci stata.

Lorenzo Pataro (Castrovillari, 1998) ha pubblicato la raccolta di poesie Bruciare la sete (Controluna, 2018). Sue poesie sono state pubblicate su ri – viste e blog come Atelier, Interno Po – esia, Poesia del nostro tempo, Clan – Destino, Il sarto di Ulm – bimestrale di poesia, sul sito ufficiale di poesia della Rai (Poesia, di Luigia Sorrenti – no), sul quotidiano La Repubblica. Ha vinto i premi “Ossi di seppia” (2021) e “Poeti oggi” (2022)

Don Elio e internet. Un racconto di Patrizia Destro

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Don Elio è seduto nella piccola chiesa di Lagomonte, l’unica, della parrocchia che gli fu affidata vent’anni prima. Le poche panche di legno sono divenute anche troppe dopo lo spopolamento delle quattro frazioni che compongono il paese che un tempo era la casa di centoventotto anime.
Il parroco si stringe la radice del naso con il pollice e l’indice della mano destra mentre con la sinistra si appoggia al sedile e si lascia scivolare in ginocchio.
Tiene le mani congiunte, Don Elio. Passano dieci minuti, ne passano altri trenta. E’ distratto, non riesce a concentrarsi.
– Ti sei accorto subito che non stavo pregando, eh! Scusami, Signore, è che ultimamente ho dei pensieri.
Il prete parla con il crocefisso che si trova sull’altare. Si tratta di un semplice pezzo di legno su cui è dipinta la figura stilizzata di un Cristo, ma per lui è come se si trattasse di una persona vivente, il Dio fattosi essere umano per la salvezza di tutti.
Ed Elio ci parla con fiducia, ad alta voce, da uomo a uomo, e, talvolta, da figlio a padre.
Gli chiede consiglio e poi ascolta la risposta che si forma, puntuale, dentro la sua testa.
– Innamorato io? Alla mia età, poi? Ah ah ha, oggi ti va di scherzare, Signore! No, non si tratta di questo. Ho ben altri problemi. Mi innamorai una volta, tanti anni fa. Non pretendo che tu te lo ricordi, dopotutto siamo otto miliardi di anime, su questa terra. Certo, sei onnisciente, non potrei mai dimenticarlo, e hai spazio e tempo infiniti, puoi occuparti di tutti contemporaneamente, certo… Ma io sono qui, tutto solo, su questo altipiano che a volte mi pare immenso. Non mi sto lamentando, sia chiaro. Ho avuto una vita piena di cose da fare e di gente da aiutare, sia qui che laggiù, alla missione…

Don Elio smette di parlare all’improvviso e si porta una mano ad un polpaccio. Reprime un lamento di dolore, trattiene il fiato e, dopo qualche secondo, riesce di nuovo a respirare liberamente. La scheggia della mina anti-persona che lo colpì quando era un uomo di mezza età, florido ed energico, un vero soldato della fede… quella grossa scheggia che gli entrò in una gamba, senza provocargli danni troppo gravi nel fisico, gli aveva perforato l’anima. Lui si era salvato ma due bambini del gruppo della scuola, che stava riaccompagnando a casa dopo una breve escursione in cerca di piante da studiare, laggiù, nel piccolo villaggio tra il mare e il deserto, erano saltati per aria. E lui non poteva e non voleva dimenticarli. Solo, per non soffrire troppo, aveva conservato il ricordo in un angolo della sua mente, e ci conviveva così come si convive con un mal di testa cronico e semi-invalidante.

– Non ho guardato le carte geografiche del villaggio, non stavolta, credimi! E neppure le fotografie. E’ da ieri che non accendo il computer. Ho fiducia in Te, come sempre. So che i miei piccoli riposano nel Tuo amore, ma è difficile da accettare, ecco. Un attimo prima sorridevano felici e poco dopo … Io sono sopravvissuto, e provo un senso di colpa insopportabile.
Don Elio sente una nuova fitta al polpaccio e un’altra in mezzo al petto, fortissima. Dopo l’esplosione era rimasto in stato di choc per settimane e poco tempo dopo fu rimpatriato.
Durante gli anni gli abitanti di Lagomonte erano diminuiti sempre più. I giovani avevano trovato lavoro lontano, dispersi per il mondo, e gli anziani si erano trasferiti in luoghi meno freddi e più accessibili, al mare o in città. Prima di andarsene, un giovane aveva regalato a Don Elio un computer con tutte le connessioni e gli aveva insegnato ad usarlo. Per il prete era stato come ricevere il più bel regalo del mondo. Con quello aveva potuto rimanere in contatto con i suoi parrocchiani e ricreato una sorta di parrocchia virtuale. Secondo le norme ecclesiastiche avrebbe dovuto esortarli ad unirsi alle loro nuove comunità religiose ma non ne aveva avuto il coraggio. Non poteva rinunciare al calore e all’affetto di cui godeva tra i fedeli, seppure nella distanza. Lui li sentiva ancora fisicamente vicini, ognuno di loro.

– Non sono triste, davvero! E’ che non vedo l’ora che arrivi l’estate, ecco tutto. A luglio molti dei miei parrocchiani ritornano qui, e per me è una festa! Alcuni ritornano anche d’inverno, per il Natale. E così sono in compagnia due volte l’anno… Nei restanti mesi ci teniamo in contatto con il telefono e il computer.
Non sei convinto, pensi che io ti nasconda qualche cosa? E va bene, ora ti racconto tutto, per filo e per segno. Ho aperto una pagina su un social network, ecco. I miei parrocchiani e io siamo sempre in collegamento, e io mi sento come se avessi di nuovo una famiglia, una grande e affettuosa famiglia! Tre anni fa alcuni di loro hanno avuto l’idea di confessarsi a distanza; all’inizio erano poche decine, poi con il passaparola tra i loro amici in breve sono diventati tremilasettecento… Ammetto che la situazione mi è un po’ sfuggita di mano, ma come potrei rifiutare qualcuno? Sono le mie pecorelle e io sono il loro pastore! Quando vogliono confessarsi mi scrivono e mi raccontano tutto. Io li assolvo e gli dò la penitenza. Poi, durante la settimana, a piccoli gruppi, celebro le messe a distanza. Benedico il pane che preparo con le mie mani, lo spezzo e, simbolicamente, ne distribuisco a tutti. Ognuno di loro si procura un pane, piccolo o grande, secondo le loro esigenze, e io benedico anche i loro pani… Poi tutti insieme ci comunichiamo.
No, non ho chiesto permessi al Vescovo, non credevo ci fosse niente di male… Io sono felice di continuare la mia opera, anche utilizzando un monitor e una tastiera, e i miei parrocchiani mi dimostrano ogni giorno che io sono di conforto nelle loro vicissitudini…
Il permesso lo chiedo a te ora, Signore! Dovrei rispettare le gerarchie? e per quale motivo? Tu sei l’Essere Supremo, il Perfetto e l’Onnisciente. Tu conosci il passato, il presente e il futuro e sei il Padre di tutti noi…

Don Elio, che si era alzato in piedi nel perorare la propria causa e quella dei suoi parrocchiani dispersi ma virtualmente riuniti, sente una terza fitta al polpaccio e, contemporaneamente, una seconda, dolorosissima fitta al petto.
Con fatica il sacerdote raggiunge una panca e vi si siede, col fiato corto. Don Elio attende una risposta dal suo Signore, che stavolta tace.
Passano dieci minuti, ne passano altri trenta. Don Elio riprende un poco delle sue energie; si alza in piedi e si avvia verso l’uscita della chiesa, con le spalle ricurve e lo sguardo perso nel vuoto.

Patrizia Destro

Stefano Colucci, “Abbi cura del tuo infinito”, Wonderlart, 2022.

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Brevi appunti lunari

“Abbi cura del tuo infinito” è un libro di poesie, incantesimi, amuleti, antidoti e miracoli. Una forma di lotta e di difesa allo stesso tempo contro il buio interiore, un libro affollato di ritmi che spingono nella danza della vita, una raccolta di balli e canti. Questo libro si potrebbe quasi definire antropologico nel suo continuo guardarsi dentro e guardarsi attorno. La raccolta è divisa in quattro sezioni tematiche – una per ogni fase della Luna, richiamando così i quattro tipi di magia bianca: Novilunio (incantesimi per rinascere), Luna Crescente (rituali d’amore), Plenilunio (incantesimi per guarire) e Luna Calante (magia contro l’oscurità). È un libro dove tutto si mescola, si annullano i confini, si strappano i calendari, gli orologi impazziscono. Gli amori si inseguono di millennio in millennio, di vita in vita, di dimensione in dimensione, prima ancora d’incontrarsi fisicamente, mentre attorno tutta la storia dell’umanità avviene nello stesso momento. Nella stessa poesia possono coesistere i giganti norreni e la realtà virtuale, Debussy e il reggaeton, i fiori e i vulcani. Ci si orienta cantando come gli aborigeni, si percorre il proprio cammino di Santiago, le canzoni alla radio sono messaggi in codice delle nostre versioni di dimensioni parallele per comunicarci qualcosa di importantissimo, e nel mezzo due anime che si trovano e si stringono fortissimo. Un libro per guarire, che cerca la salvezza senza trovarla, per questo è una festa, una raccolta di inni a ogni elemento di questo universo per festeggiare il fatto di essere ancora vivi e ancora insieme nonostante tutto. Una festa perpetua, una raccolta di poesie per alzare il volume del cuore, con gli occhi di un bambino come strumenti magici per incantare la realtà. Un libro di incanti e canti, un libro di miracoli realmente accaduti, un libro di mantra, un libro per ballare.

 

Archeologia del mare dentro

  

Non temere.

Siamo qui

da un numero preciso di giorni

e ci resteremo

per un tempo indefinito.

Nel mezzo

morti e rinascite interiori.

Tutto ciò che sappiamo

è ciò che siamo stati.

Il resto non ci riguarda,

quando sarà il momento

saremo già cambiati

e ci saremo già dimenticati,

sepolti dalle macerie

delle cattedrali dei noi passati

e dei cuori-alberghi crollati.

Un giorno scaveremo

a mani nude dentro noi stessi

e riporteremo alla luce

ciò che sarà sopravvissuto al tempo:

il timone di una nave, una bussola

che punta solo all’orizzonte e mai alle spalle,

la piuma di un’ala per ricordarci

che se vogliamo siamo capaci di volare.

Un giorno

torneremo in quelle zone abbandonate

a bordo della nostra barca

e incontreremo parti di noi

che credevamo morte

e invece erano solo disperse.

Un giorno riemergeranno soltanto

le parti di noi che ci servono davvero

e perderemo tutto ciò che è superfluo,

tutto ciò che non ci appartiene.

 

Un giorno

ci metteremo in viaggio

e ci dirigeremo verso noi stessi.

Quel giorno ci incontreremo

per la prima volta.

Quel giorno diventeremo

chi siamo davvero.

 

Cerimonia del risveglio

 

Infilo gli occhi

nelle vene del mondo.

Mi piace guardare le strade

e ascoltare

il canto popolare delle risate

sopravvissute alle stelle.

Al mattino

dal letto – osservatorio astronomico

di megaliti, colazioni,

poesie lette appena sveglio e sigarette –

tutto sembra piccolissimo

e contemporaneamente grandissimo.

Come quando ci siamo tenuti la mano

tra le statue colossali

che sfioravano il soffitto

nella villa di Andersen.

Metto le scarpe, scendo le scale.

 

Un gatto ambrato

nel cortile del condominio

fugge via appena apro la porta

portandosi via la notte

e illuminando lo spazio d’alba.

Entrambi siamo soli,

eppure lui sa splendere anche così.

Imparo da tutte le forme di vita

come esistere.

Celebro la cerimonia del risveglio.

Appena si schiudono gli occhi

è primavera.

Accolgo le api

dell’imprevisto quotidiano.

Le punture fanno male

ma sono un bene.

Sarà un giorno di miele.

 

La topologia dello spazio tra il tuo collo e il cuscino

  

La prima volta che hai

detto di amarmi

ho pianto nascondendo la testa

nello spazio tra il tuo collo e il cuscino.

Mi sentivo nello spazio, in un’abitazione

postmoderna sulla Luna, finalmente

a casa.

Sei tu, ho detto.

Sei tu, hai risposto.

 

Oracoli

 

Le mie scarpe preferite

piene di tutte le passeggiate fatte insieme.

La sigaretta che hai lasciato a metà

nel posacenere sopra la finestra

perché eri troppo impegnata ad ascoltarmi.

Un singhiozzo di sole che illumina la cucina

mentre mangiamo la pasta appena svegli.

Il tuo odore nel letto dopo l’amore.

Il tuo primo ricordo, il mio primo ricordo,

chissà se ci saremmo amati anche da bambini.

Il piccolo ragno che abita in camera tua.

La formica che ho trovato in camera mia

mentre parlavamo al telefono.

È nelle cose minuscole

che vedo miracoli.

Nelle tue vene, nelle tue mani,

nei tuoi occhi che venero come oracoli.

 

Sbadiglio

  

Musica

da un’altra stanza.

Corde di pianoforte

nella tua gola.

Ti sento

mentre ti svegli

e risvegli il mondo,

voce del mare

e ruggito di stelle

nel tuo sbadiglio.

Preparo la colazione.

Ti sento.

Buongiorno.

 

Meditazione 

 

Affacciatevi in voi,

andate in cerca

della cosa più innocua

che possedete

e lasciatevi sopraffare

dalla sua ferocia.

Un fiume è solo un fiume

finché non sfocia.

 

Amuleti magici per sconfiggere l’oscurità

  

Amuleti magici

per sconfiggere l’oscurità,

i nostri canti militari di felicità;

psicomagia per guarire dalla malattia

di non riuscire a vedere l’infinito;

stadi di calcio come cattedrali,

pellegrinaggi domenicali

nella speranza di un miracolo;

felicità sotterranee nelle metropolitane,

due persone che viaggiano velocissime

per riabbracciarsi;

fiori sottopelle e primavere interiori;

cuori passaporti per altre dimensioni,

per andare oltre l’altrove;

migrazioni verso nuove terre emerse

tra un battito e l’altro;

meditazioni e mantra

nei ritornelli delle canzoni;

danze primitive per celebrare gli abbandoni,

perché ogni abbandono è un ritorno a casa

e se non trovi più la strada

significa che il posto in cui sei ora è tuo;

souvenir spaziali,

da Marte arrivano delle fotografie;

poesie, incantesimi e profezie nascoste nei baci;

costellazioni di cicatrici

all’altezza del cuore;

sciamani insospettabili,

pericoli benedetti, sbagli perfetti

e cieli stellati indimenticabili.

C’è un’alba in ogni cosa.

Siamo ancora nel mese di gennaio

della storia dell’umanità.

Chissà che bella sarà

l’estate che verrà.

 

Stefano Colucci (22 settembre 1995) nasce ad Avellino e vive a Roma, dove si è laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’università Sapienza. Si fa conoscere come poeta grazie a Youth Symphony – Sinfonia della giovinezza, esordio suddiviso in tre parti tra il 2016 e il 2020 in cui racconta con la poesia l’adolescenza e la post-adolescenza. Dopo varie esperienze come attore sia in teatro che in televisione, nel 2019 debutta come autore teatrale con “Invisibile”, testo drammatico sul bullismo e l’omosessualità tra gli adolescenti che gli permette di farsi notare come drammaturgo dalla critica di settore. Nello stesso anno il suo progetto di visual art Breath, Earth è esposto a New York presso le Nazioni Unite, in occasione del summit giovanile sul cambiamento climatico, e successivamente a Tokyo presso la sede della Soka Gakkai. Collabora negli anni con nomi importanti come Treccani e Roma Pride, ed è inoltre regista di cortometraggi. Nel 2020, in piena pandemia, fonda Wonderlart, cantiere artistico e culturale. Attualmente ricopre il ruolo di art director presso il festival cinematografico Queer Days. Nel 2022 pubblica il suo nuovo libro di poesie intitolato Abbi cura del tuo infinito.

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

era magnifico quel tempo

quando noi bambini
si era solo bambini
e i vecchi
soltanto vecchi

(e chi lo sapeva
che in silenzio, loro,
si preparavano a morire

la morte non c’era
o era un partire in cielo
un diventare alati come gli angeli
un’ombra trasparente
che vegliava sulla testa
come aureola dei santi
uno sfolgorio di luce)

era magnifico quel tempo
quando eravamo freschi
e l’aria tutt’intorno
uno sbattere di lenzuola
una giornata di fontane e sole

e noi sì
che si era eterni per davvero.

Francesco Palmieri

da “Biografie” – Edizioni Terra d’ulivi

“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021). Una lettura di Rita Bompadre.

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“Disgregazioni” di Marco Antonio Sergi (Quaderni d’arte – Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un’opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d’arte. L’unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell’assenza, indica il percorso intimista dell’inquietudine. Il poeta indaga oltre l’estremità instabile dell’anima, scruta il mistero interiore nell’inconfessato e profondo dolore, ricerca l’enigma velato degli occhi, nell’inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell’indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell’oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l’esperienza sensibile dell’amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell’intelletto con l’incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell’uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell’ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell’equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l’integrità dell’io, scompone l’ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l’intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d’isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L’autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. “Disgregazioni” anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell’assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l’essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l’inizio e ritrovare se stessi.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

SCACCO AL RE

 

Tengo il coltello piantato lì sotto

lo so non si addice

ma è così bello guardare il volto di lui

con occhi rapaci, e sua è la pace

ovattata, di chi sta per pagare lo scotto

in un gioco a un solo finale.

 

CALANTE

 

Rimane a lungo nell’aria

la nota sfiatata di sax

rugginosa e pressante

fino alla fine del fiato

il petto contratto.

Risuona il sospiro

quel vecchio cancello

ancora violato.

 

SFUGGENTE

 

Come un’idea

perfetta

senza confini

senza definizione

senza paragone

 

Sei

 

Come ogni idea

nata da me

illusione.

 

CUORE NERO

 

Mi sono punto

d’inferno

di un veleno

che non comprendo

mentre mi scioglie

le budella come

morto a scroccasole.

 

Mi sono reso infermo

di nuovo

questo male

odio e amore

lo stringo

mano di vecchio amico

da riscoprire.

 

IL MOSTRO

 

Sotto il letto

non c’è bestia

che tenga testa

 

Sotto il sottotetto

non c’è sgorbio

davvero brutto

 

Sotto il sottobosco

non trovo occhi

maligni di folletto

 

Il terrore tutto

sta nascosto nel finale

di uno scritto

che ora è fuori

che ora è tale e quale

al reale.

 

RAFFICHE

 

Come sotto una raffica

di mitra

veloce, che sferza la carne

 

come in balia di tempeste

di sabbia,

che bucano la tenda di notte,

 

Io sono. Solo sotto questa pioggia

ritrovo

la forza di muovere i passi.

 

SPECCHIO SPECCHIO

 

Immersi

e come l’universo

immensi

a fuggir da sé stessi

 

 

Paulo Leminski “Distratti vinceremo”traduzione e cura di Massimiliano Damaggio

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Damaggio ha una bella confidenza con la parola, o meglio con “questa cosa inutile, che è la pura bellezza del linguaggio”, per dirla come Leminski. Leminski, chi? Già, ecco un’anima, un nulla, un prodigio, che “questa cosa inutile” ingrandisce, getta oltre l’ostacolo e vi tende. Paulo Leminski, uno delle figure più influenti della poesia d’avanguardia e sperimentale brasiliana della seconda metà del secolo scorso, poliglotta, traduttore e critico letterario, pressappoco sconosciuto anche ai più accorti naviganti nell’ars poetica dell’anziano Belpaese, si fa spirito e voce in lingua italiana nella sedicesima uscita della collana “L’altra lingua”, diretta da Lorenzo Mari, edita da “L’arcolaio”. Si fa verso e significato per intercessione dell’opera meritoria di Damaggio che a “questa cosa inutile” ci crede e vi si tuffa, e nell’arco di sei anni ha tradotto di Leminski quasi tutti i componimenti, una biografia, Vida, e due libri di articoli per riviste e quotidiani, Ensaios e anseios crípticos. Ha letto una ventina di pubblicazioni universitarie sull’autore, due biografie ufficiali, diversi saggi e traduzioni in varie lingue. Il volume, di cui ha curato anche la scelta dei testi oltre che la traduzione, prende il nome dall’ultima opera pubblicata in vita da Leminski nel 1989, e ha avuto la supervisione della figlia Áurea e di alcuni amici dell’autore.

Emilio Capaccio

Como abater uma nuvem a tiros

sirenes, bares em chamas,
carros se chocando,
a noite me chama,
a coisa escrita em sangue
nas paredes das danceterias
e dos hospitais,
os poemas incompletos
e o vermelho sempre verde dos sinais

Come abbattere una nuvola a fucilate

sirene, bar in fiamme,
auto che si scontrano,
la notte mi chiama,
la cosa scritta a sangue
sui muri dei locali
e degli ospedali,
le poesie incomplete
e il rosso sempre verde dei semafori

Razão de ser

Escrevo. E pronto.
Escrevo porque preciso,
preciso porque estou tonto.
Ninguém tem nada com isso.
Escrevo porque amanhece,
e as estrelas lá no céu
lembram letras no papel,
quando o poema me anoitece.
A aranha tece teias.
O peixe beija e morde o que vê.
Eu escrevo apenas.
Tem que ter por quê?

Ragion d’essere

Scrivo. La cosa è questa.
Scrivo perché ho bisogno,
bisogno perché gira la testa.
E altra gente non c’entra niente.
Scrivo perché in cielo schiarisce
e le stelle rassomigliano
alle lettere sul foglio,
quando la poesia m’imbrunisce.
Il ragno si tesse la rete.
Il pesce bacia e morde ciò che vede.
Io scrivo, e questo è.
Ci dev’essere un perché?

Voláteis

Anos andando no mato,
nunca vi um passarinho morto,
como vi um passarinho nato.

Onde acabam esses vôos?
Dissolvem-se no ar, na brisa, no ato?
São solúveis em água ou em vinho?

Quem sabe, uma doença dos olhos.
Ou serão eternos os passarinhos?

Volatili

Camminare anni nel bosco
e mai vedere un uccellino morire
come vederlo nascere.

Quei voli, dove vanno a finire?
In aria, brezza, atto si disfanno?
Solubili in acqua o in vino?

Che sia un malanno agli occhi
oppure è eterno l’uccellino?

Massimiliano Damaggio vive in Grecia da molti anni. Ha studiato lingua e letteratura portoghese. Si occupa di scrittura e traduzione di poesia. Ha pubblicato alcune raccolte, poesie e traduzioni in rete. È tra i fondatori del blog “Perìgeion” e redattore della “Dimora del tempo sospeso”.

“Dispositivi” di Stefano Guglielmin. Una lettura di Loredana Semantica

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Che possiamo noi realmente sapere
degli altri? chi sono, come sono…
ciò che fanno… perché lo fanno…

Luigi Pirandello

Dal poeta Stefano Guglielmin, stimato insegnante, saggista e critico di poesia, mi perviene il suo ultimo libretto “Dispositivi”, pubblicato da Marco Saya Edizioni. Sobria la copertina color senape nel formato 20 x 15 e accattivante la ruvidezza del cartoncino goffrato millerighe.
Conosco da tempo la scrittura di Stefano. Leggendo “Dispositivi” riconosco il timbro del poeta sin dai primi componimenti. Un poeta si dice tale, non tanto perché compone in versi e non solo per la tensione a produrre poesie, ancora meno per la mole di composizioni poetiche prodotte, ma, maggiormente, quando la sua voce è riconoscibile, cioè ha acquisito sue peculiarità che la distinguono da quella d’altri. D’altra parte, quella del lettore, credo che nel tempo con la lettura frequente di un certo autore avvenga una sorta di “addomesticamento” non dissimile da quello che la volpe racconta al Piccolo Principe di Saint Exupery. Potremmo dirlo familiarità o affezione, ma addomesticamento rende meglio l’idea quando si consideri la sua radice etimologica – dal latino domus, casa – preceduta dalla preposizione latina ad che potremmo tradurre come approssimarsi a, contenendo la particella un senso di movimento verso.
Il titolo della raccolta “Dispositivi” potrebbe far pensare al linguaggio tecnologico, e quindi ai devices da collegare ai propri personal, per chi si occupa di sicurezza, sovvengono alla mente i DPI dispositivi di protezione individuale, tra i quali, di recente, balzate in prima linea, le mascherine che tanto hanno caratterizzato gli anni appena trascorsi. In ambito sanitario DM sono i dispositivi medici, una lunga lista dai medicinali alle protesi, ausili e prodotti di ogni genere in materia di sanità e salute. Chi è operatore del diritto intende il dispositivo come contenuto della norma, nelle aule di tribunale dispositivo è la decisione della sentenza.
Un titolo che intercetta vari ambiti di utilizzazione, evocatore e al contempo semanticamente suggestivo. Etimologicamente dispositivo deriva da disporre, verbo composto dalla radice dis, prefisso di origine greca dai molteplici usi: privativo, negativo, rafforzativo…e dal latino ponere, porre, avente quindi il significato, a seconda dei casi transitivo o intransitivo, di ordinare nello spazio, decidere, statuire, poter contare, potersi servire. Dal che dispositivi, plurale di dispositivo, trae dal verbo questa molteplicità di significati che vanno da decisione a congegno o apparecchiatura.
Non c’è dubbio che nessuno può astenersi, vivendo, dal rapportarsi coi dispositivi, salvo vivere come eremita o selvaggio, e basterebbe persino che quest’ultimo inventasse, ad esempio, un congegno che faccia cadere dall’alto l’acqua per lavarsi in una rudimentale doccia e avrebbe già creato un dispositivo. Se dalla singolarità si sposta l’attenzione alla comunità, qualunque forma organizzativa ha la necessità di strutturarsi in organi attribuire poteri, qualunque organo detentore di potere esprime la volontà decisionale appunto attraverso “dispositivi”. Emerge chiaramente l’imprescindibilità dei “dispositivi” nell’esistenza tanto del singolo che della collettività.
Si tratta dunque di un termine pertinente all’umano, che, in ambito filosofico, è stato coniato da Michel Foucalt intorno al 1975 per riferirlo a un insieme eterogeneo di “discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche” applicati alla manipolazione dei rapporti di forze per svilupparle in una certa direzione inibirle o utilizzarle. I dispositivi hanno a che fare con gli ambienti sociali e con il potere. Sono forme o manifestazioni del potere dirette ad indurre i comportamenti dei soggetti. Agamben estende il concetto di dispositivo a qualunque “cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”, non solo quindi in ambiti sociali dove l’esercizio del potere è evidente: scuole, prigioni o fabbriche ecc. “ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computers, i telefoni cellulari e il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi”
Che il titolo della raccolta poetica abbia a riferimento il pensiero filosofico è chiarito dalle due citazioni che Guglielmin premette alla stessa, di Giorgio Agamben e Amos Bianchi tratte dai rispettivi saggi “Che cos’è un dispositivo”. Entrambi i filosofi insistono sul concetto di relazione intercorrente tra i dispositivi e soggetto, l’uno centrando la questione sul processo di “desoggetivizzazione”, cioè di fagocitazione del soggetto nel dispositivo, l’altro sulla “modellazione” comportamentale del soggetto, entrambi pongono dunque il problema del rapporto tra singolo e dispositivo e in definitiva tra dispositivo e libertà.
Dalle premesse non possono che trarsi le chiavi di lettura dei testi poetici: pensiero poetico/filosofico e relazione individuale/collettiva coi dispositivi.
Non si scrive poesia per esprimere l’io, l’uso del primo pronome personale comporta sempre il rischio di essere tacciati di osservare il proprio ombelico, che non è solo ristrettezza di visione, ma ancor peggio contemplazione del sé nello specchio del fiume sulle cui rive ci si sporge cantando, cioè di innamoramento del sé similmente al Narciso mitologico, incapace per “sortilegio” divino di innamorarsi dell’altro. È inevitabile tuttavia che lo scritto poetico conduca un approfondimento interiore, salvo che non si abbia l’intento di raccontare una “storia” facendo ricorso alla forma del verso. Anzi in poesia questa “indagine” deve essere condotta con determinazione impietosa fino a quelle profondità o, se preferite, a quelle altezze, dove l’io si disperde in particelle rarefatte, invisibili, impercettibili, conato umano in cerca di assoluto. Ciò che si è scritto, così depurato, diventa specchio di tutti, ostia di ognuno. Assoluto – e il corrispondente sostantivo assolutezza – hanno la radice etimologica nella parola latina ab solvere, composta dalla preposizione ab “da” e dal verbo solvere – sciogliere -, quindi assoluto è termine evocatore del senso di libertà da ogni peso, laccio, oppressione, non solo da corporeità fisica e quindi assoluto nel senso di metafisico, ma anche da inibizioni che ostacolino il raggiungimento dell’essenza, cioè della verità. L’atto poetico ha nell’assolutezza e nella verità connotazioni imprescindibili, alle quali non può rinunciare specialmente quando si indaga di “dispositivi” più o meno in-accettabili. Smarcare l’espressione dall’io non la depura dalla necessaria sovrapposizione tra io poetico e io autentico e ancora meno sterilizza il seme poetico innervato nella poesia, cioè l’atto politico inteso come ingrediente che penetra nel sociale, per progressivi cunei: osservazione, descrizione, critica, contestazione, sovversione. “Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco” (Edmond Jabes)
Delicatezza, sobrietà, riflessione, denotano e persistono nelle poesie di Guglielmin. L’espressione poetica sorge da un’attenta osservazione del presente, da un vissuto che, introitato dai sensi, trasuda pensiero enucleato da uno stato profondo di meditazione che si trasferisce nei testi in un linguaggio controllato e rifinito. Sovviene nuovamente Jabes “In un mondo come l’attuale in cui la parola è pronunciata in modo sempre più altisonante, declamatorio, più si parla basso, più si è di disturbo. Sta lì la vera sovversione.”
Il misurato controllo del dettato, deposto ogni cedimento emotivo o individualista, soppressa ogni animosità o velleità, prese le distante da apologia, invettiva o assertività, ingenera alla lettura una sorta di fiduciosa certezza che il bene misteriosamente, cioè in modi in gran parte sconosciuti, si oppone ancora al male, veicolando sottotraccia – quasi messaggio subliminale – che quest’ultimo, cioè il male, sarà sconfitto, il bene trionferà, gli uomini buoni si riconosceranno tra loro nella rivelazione finale dell’autentica essenza comune.
Un’apocalisse, ma garbata, uno scempio senza dolore, senza vincitori o vinti, ma affratellati in una catarsi collettiva, quasi che si possa sperare per e sulla parola in un mondo rigenerato che riconosciutosi traviato e infetto, ricorre alla cura e splende. E’ una visione celestiale iperbolica, sognante, che investe la poesia di una funzione epica o mitica, tanto più travolgente quanto più è convincente la mano che guida il testo. Questa lettura è lontana dagli intenti dell’autore? Poco importa. E altri lettori è auspicabile decodifichino un simile messaggio? Per questa via potremmo restituire alla poesia la funzione di lettura sociale degli eventi e del mondo. L’avremmo cioè riportata al suo ruolo essenziale, assoluto, “costitutivo”? La poesia interroga, dice ancora al riguardo Edmond Jabes: “Allo stesso modo è sovversiva la domanda. Infatti chi interroga non urla mai, … La domanda è sempre al di sotto dell’urlo… La parola del libro è sovversiva: perché è una parola dal silenzio

Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1918,

Di fronte agli occhi solo il testo e il testo è un orizzonte, come guardare oltre le nuvole dalla cima di un monte, nel gelo delle vette, nel distacco della solitudine, lo spirito è in ascolto, scorre il pensiero sul mondo.

La “vibrazione” che la parola trasmette alle antenne poetiche è luce di candela, fioca luce che brilla di speranza, sgusciante tra le righe di crucifige, occhieggia e non trabocca, suggerisce non grida e perciò, nel sicuro controllo della forza, più forte si dimostra dell’avversione manifesta, dell’urlo o protesta, dell’acuto stridente, dell’invettiva. E’ il volo tremendo in picchiata del falco pellegrino sulla preda senza pena. Implacabile come la natura, senza furia. La calma dello zen. Il colpo del karateka che concentra la potenza nel colpo spaccando di netto tre tavole.

niente. E la gente è fascista: volevo dirlo
anche se non serve, la gente
è feroce. Fascista e feroce, infelice.

Nel libro le poesie sono ripartite in Dispositivi del poetico e in Dispositivi della salute. Appurato che il linguaggio poetico è un dispositivo (vedi sopra Agamben) è del tutto coerente dedicare ad esso i componimenti poetici iniziali, consegna al lettore di una matura e accorta poetica.
Nella fuga della lepre, dis-ponendo insolitamente la parola sul foglio, giocando col termine corsa, sfuggendo l’io, nell’apoteosi degli infiniti sotto l’egida del distinguere, dove pensare è scarto mentre parlare rompe gli indugi e mette a repentaglio la vita. Parlare espone al pericolo. Dire come di fatto è: parla il poeta, pensa.
Il poeta deve il necessario controllo del testo nonostante il canto delle sirene (contaminati linguaggi) ha l’obbligo di scansare il trito e ritrito, l’ovvio e il retorico, di non produrre poesia quotidiana a percussione compulsivamente, ma deve dissenso vero o dispersione, indicando la via per cui “la sfida/ è amare quel buio infetto, rifondare”, raccogliere l’imo, farsene carico, indurre la catarsi: la responsabilità del poeta.
La poesia gronda rimandi, a “Ciao cari” ad esempio (precedente toccante raccolta dello stesso autore) o all’ illuminazione dell’inarrivabile Rimbaud: “io è un altro” fondante in poesia tutta la teoretica dell’alterità dell’io. Troviamo citati poeti, tra gli altri, Sereni, Poe, Baudelaire. Le citazioni contenute sono riportate in un foglio di note alla fine del volumetto.
Dispositivi della salute si apre con un omaggio a Caproni in “L’eterno ritorno” la chiusa “tornare dove non si è mai stati” richiama la chiusa di “Biglietto lasciato prima di (non) andare via” di Caproni. Non credo sia un caso che il poeta rifletta sulla transitorietà dell’essere, non solo perché scrivere poesia è inevitabilmente un continuo confronto con la caducità dell’esistere, ma in “Dispositivi” , ritengo, le recenti vicende di crisi della salute collettiva, la contiguità al pericolo, ai rimedi, alle costrizioni di tutela, non siano state ininfluenti sull’atto creativo poetico, tant’è che non manca una sorta di “ode alla mascherina”.
Scuola (vedi la poesia “Griglie di valutazione”), ospedali, cure mediche, terapie sono tutti oggetto d’attenzione del poeta. Dopamina, serotonina ossitocina elementi chimici che producono anch’essi, inoculati nell’organismo o dallo stesso naturalmente sintetizzati, effetti di condizionamento dei nostri sensi, sentimenti, reazioni, risposte biologiche, per cui l’essere umano è soggetto non solo ai dispositivi (oggetti, comandi, forze) già noti e definiti, ma il poeta rimarca che persino la chimica genera mediatori: proteine, aminoacidi, enzimi, medicinali, vaccini, tutte droghe in senso lato, cioè elementi che introdotti nel corpo ne provocano una modificazione a cui l’essere viene assoggettato, condizionando il suo fisico, le risposte del suo corpo. Input chimici quindi: dispositivi anch’essi?
Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.” Edmond Jabes
“Incanto”, la terzultima poesia, ha un titolo che è un gioco di parole, e snocciola con perizia una serie di intriganti quartine da marketplace, ma, in verità, corre l’obbligo di dirlo, tutto il linguaggio dei “Dispositivi” è sapiente disposizione sul foglio della parola, uso convincente soprattutto dei punti, a stoppare il respiro, in oculate cadute di ritmo, a rimarcare il senso dei finali. Greppia, infiniti, paronomasie. Magistrale la tenuta del testo. Il finale è ancora un omaggio, stavolta all’insegnamento zen. Breve capolavoro e chiusa d’opera. Come la citazione che segue, ideale prosecuzione della citazione precedente di Jabes.
Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze (Hannah Arendt)

Una vita in scrittura: Letizia Dimartino

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Letizia Di Martino che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Letizia.

Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no

Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Fogli a quadretti, grandi. Un bloc notes antico, le mie parole. Sono un’altra. Il flusso, i versi che diventano facili. Una stagione di scrittura. Un libro. Lo faccio leggere, non so cosa mi sia accaduto. Stiamo insieme, io e mio marito, lungo una strada di campagna in una domenica mattina. Il mio libro accettato, le promesse. Si apre qualcosa. Margherite di campo, cani che abbaiano, il silenzio della campagna, la città vicina con le sue case grigie, la pietra opaca, il cielo basso sui tetti scuri. Torniamo senza parlarci. Cosa, cosa sta succedendomi? L’anno 2000 e la sofferenza tutta. Questo io conosco. Ho lunghi capelli biondi. Non li tingerò più, il bianco si insinua piano piano. Io sono questa, mi dico. Ormai il tempo dovrà vedersi nel mio corpo. Che parla quanto il mio libro troppo addolorato. Sarà il primo. Poi verrà tanto altro e sarò. Sarò.

La poesia mi abitò a lungo. Nei giorni difficili e in quelli felici. Nelle mattine piene, in mezzo ai miei genitori vivi e poi malati, con i figli vicini e presenti, con gli amici che mi seguirono, con le sere chiuse e spente, con le ore agitate. Con la bellezza e l’età che mi cambiava. È stata una scoperta, una svolta, una sorpresa, una necessità, una costanza, uno stupore. E poi l’ultimo libro a chiudere un ventennio: Stanze con case. Credevo potessi ricominciare a scriverla. Mi sono sbagliata. Ora sono questa. E anche quella. Non so

Ho avuto un ventennio inusuale, stando come sollevata da terra, trovando conforto, conoscendo poeti che mi hanno formata e portata là dove non avrei immaginato. Posso adesso ben dire che esiste un prima e un dopo la poesia. Ma forse in quel prima, quando cioè essa ancora sembrava non esserci, io l’ho sempre scritta senza accorgermene. Ecco, questo io voglio pensare adesso: che ho sempre scritto.
Il dono è stato l’aver scoperto che potevo scrivere e che di ciò potevo esistere

La poesia risale appunto ad un periodo fatto ancora di brevi uscite mie, una parvenza di vita semi normale, il ritrovarmi con la folla in un centro commerciale, nella sua solitudine. Però avevo il sentire della mia vita che finiva piano piano, la necessità del tornare in casa per il dolore fisico incombente e qui trovare come una “perdizione”. La constatazione che il fuori inconcludente e vacuo aveva nella sicurezza delle stanze lo stesso senso di fine. Attimi di sgomento e di rassegnazione che ho dovuto alimentare poi sempre per sopravvivere. Negli ultimi verso parlo di una voce però, come ultima salvezza. E ad oggi posso dire che di queste voci ne ho ascoltate tante ma che le ho tutte perdute. Anche se esse vogliono resistere nel tempo. È stato, il tutto, molto crudele

Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze

Il vivere proustiano nella stanza, il letto che attira e che comanda. Non uso più una biro, la matita solo per la lista della spesa, e poi mi resta ancora la capacità di pigiare sulla tastiera dell’iPad. Mai più ad un pc mai ad un tavolo mai su un foglio o quaderno. Ma mi resta lo scrivere. È inevitabile pensare a ciò che si è stati, al “fummo” siciliano. Ma anche questo vivere può essere bello, non fosse che ho una paura immensa di invecchiare. E invecchiare con questa malattia che di anno in anno sottrae qualcosa, a volte anche di mese in mese. E allora la vecchiaia diventa spettro ed è inutile farsi coraggio, perché so già cosa avverrà. Vorrei essere una attrice cui si fa una intervista, che dice di non temere niente, non certo di invecchiare, e intanto gli specchi nelle stanze sono coperti da lenzuola. Invecchiare scrivendo in eterno. Ho amato certi scrittori con la forza della gioventù, come è successo a tanti, nei giorni in cui leggevo attorcigliando le mie gambe su una poltrona bassa di velluto gialla come il whisky. E fuori era sempre un primo pomeriggio… e lo fu a lungo

Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa.
Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa. E niente ricorreggo. Vale sempre la prima stesura. L’istinto che vince su tutto. La verità che emerge, il passato che mai può finire.
Ho scritto in prosa della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre, il padre infelice. I loro profumi, i loro corpi. Il cibo e i vestiti. Tre città desiderate. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile. C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Io ho un cuore purtroppo non pacificato, perché la malattia cronica mi impone domande e mai risposte. Cerco di vivere non alla giornata, e dispongo desideri di scrittura dentro, in quel dentro che mi aiuta e mi segue. Paga di almeno questo. Ho il cuore di chi è finalmente certo di avere un dono vero. E qui ritorno allo stupore di cui ho detto all’inizio. Sono io, e io ho questo cuore. Per me e per gli altri che vogliono leggermi. Sì, il cuore. Che vince su tutto, finché potrò aprirlo con generosità di scrittura, con una mano che potrà ancora digitare, nel dolore. Perché ho anche il cuore del dolore. Quello che mi fa dire. Che mi unisce a tanti. E che unisce i tanti a me. Lo scambio del cuore. E la memoria che resiste e si fa grande

Letizia Dimartino

“Il travaglio aspro eppur suggestivo e fecondo dell’esistere nella poesia di Giovanni Tavčar”. Recensione di Floriano Romboli.

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Il solido impianto concettuale che sostiene e caratterizza l’elaborazione artistico-letteraria del poeta triestino si obiettiva, nei versi della più recente raccolta significativamente intitolata Tra speranza e angoscia (Guido Miano Editore, Milano 2022), nell’esplicita rivendicazione dell’essenzialità dell’atto del pensare, nella sottolineatura della primarietà della riflessione critico-intellettuale quale tratto qualificante la vicenda storica e morale degli uomini: «Nessun pensiero / che attraversa la nostra mente / lo fa per caso / (…) Perché esistere vuol dire / pensare, / soppesare, scegliere, / decidere / e così formare la nostra / autocoscienza. // E nell’autocoscienza / il nostro io vive l’audace / avventura umana, / illuminata dal luminoso faro / del pensiero» (Pensare). I miei corsivi intendono innanzitutto porre in risalto la perizia compositiva di cui l’autore dà prova in un testo dal suggestivo equilibrio circolare e contraddistinto dall’impiego meditato dell’enjambement e dalla predilezione della serie enumerativa, una peculiarità linguistico-espressiva, quest’ultima, ricorrente nella ricerca lirica di Tavčar: «Spesso / ci lasciamo incantare / da chimerici castelli / di cartapesta, / da luccicanti illusioni, / da baluginanti lustrini, / per sfuggire / alle ansie della vita, / ai buchi neri disseminati / dal nostro essere opaco / e stravolto //…» (Illusione); «L’armadio che non si apre, / l’orologio che continua il suo sonoro / e snervante ticchettio, / i tarli che rodono il legno, / il computer che non si accende, / gli appunti illeggibili, / la radio che gracchia, / il rubinetto che perde, / la vicina che strepita e urla, / la lametta consunta del rasoio / che mi regala abrasioni, / l’asciugamano pulito che non si trova /…» (Grigia previsione). Il titolo del libro vale poi l’indicazione “avantestuale” della fondamentale ambivalenza propria di una concezione della realtà intimamente bilicata fra la dura, impietosa constatazione del “mal di vivere” – con le ansie, i dolori, le frustrazioni logoranti, lo sconforto che affligge e costerna -, e, contrastivamente, l’adozione di un atteggiamento fiducioso, l’affermarsi di un animus positivo e persino appagato, nell’alternanza di taedium e di amor vitae. «Stare dentro l’angoscia / è una situazione / che rode e divora. // Un rotolìo furioso / di cieli contrariati, / di venti mordaci, / di perse ragioni. // Singulti di ore / che scompigliano / passi senza domani, / recinti inossidabili. // Un consumarsi continuo / che spegne / i già deboli e rari barbagli / di luce» (Angoscia); e in un rapido moto diadico, in un sorprendente rovesciamento sentimentale e ritmico: «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. // La bellezza m’incanta / e mi fa cantare / all’unisono con i suoni, / mi fa volteggiare / come un albatro / sull’immensa superficie / dei mari, / mi fa riposare sui declivi / della mia sorte. //…» (Sto aspettando), con il correlativo apprezzamento della serenità, della giovinezza, dei momenti di gioia che per “miracolo” scaturiscono dal mistero dell’esistenza: «Sotto la spinta / dei sogni / il risveglio si è rivelato / stamattina / roseo e incantato. // Immagini / colorate e fiorite / mi saltellavano intorno, / (…) // E la mia giornata / si è miracolosamente / rivestita / di insperate gioiosità» (Insperate gioiosità). Risulta pertanto del tutto consequenziale nella struttura dei testi la diffusa formalizzazione dei contenuti etico-culturali attraverso la figura dell’antitesi e agevole sarebbe l’esemplificazione; in questa breve nota mi preme segnalare il nesso oppositivo costrizione/libertà: «…/ Itinerari di passi / senza mète / smembrate fantasie, / echi di nuove paure. // Talvolta smarriamo / la giusta direzione / e ci troviamo impantanati / in limacciosi grigiori / dai quali / è molto difficile uscire» (Talvolta). Nel campo della coazione è la triste esperienza dello spazio chiuso e soffocante, della deiezione spirituale, dell’inaridimento interiore; in quello dell’autonomia sono la spazialità aperta, l’aspirazione all’autenticità e la speranza della felicità: «Rinchiuso / tra le quattro mura / della mia stanza / penso e rimugino sul senso / della vita, / vigilo, fisso lo sguardo / sulle case / e sulle vie che mi / circondano, / ma non aspetto nessuno. // Eppure / so che prima o dopo / qualcuno verrà, / deve venire, / a ristorare le mie pene, / a perdonare / le mie mancanze, / a guarire / le mie ferite / e mi trasporterà / verso orizzonti senza / confini, / verso dimore senza mura. // So che qualcuno verrà. // Sicuramente» (Qualcuno verrà). È arduo, pure per un artista sensibile e generoso come Giovanni Tavčar, raggiungere un punto di stabile sintesi fra tali spinte confliggenti; e la composizione può talora darsi, piuttosto che in una condizione di armonia psicologica e affettiva pienamente realizzata, nella sofferta tensione propositiva, nell’impegno idealmente costruttivo avvertito quale compito storicamente e precipuamente assegnato alla specie umana: «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino, / alimentare / la gioia del nostro sorriso, / affinché si diffonda / e divampi / anche sui volti / di chi ci attornia. // Solo così / porteremo a compimento / il compito / che ci è stato affidato / in questa vita» (Compito).

Floriano Romboli

 

  

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

 

~A viva voce~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

non farti ingannare dalle tende scure
 
dal legno color noce
 
dove sta inciso il nome,
 
non pensare alle mie stanze
 
come a voliere di uccelli neri
 
ai miei soffitti come cielo a bruma
 
al lampadario quasi deserta luna
 
 
 
a volte qui è schiamazzo
 
la palla che rimbalza contro il muro
 
un pazzo che corre con le stelle
 
un bambino che ha fretta dietro alla porta
 
 
 
come se fuori fosse sempre estate
 
come se ci fosse il sole
 
come se non si invecchiasse mai
 
come se non si morisse mai.
 
 
 
Francesco Palmieri
 
 
da “Variazioni su un dolore solo” –  raccolta inedita

Dianella Bardelli, “Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore”, Compagnia editoriale Aliberti, 2022.

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Dianella Bardelli

Come sono eccitanti gli uomini che ci spezzano il cuore

Lenore Kandel, la musa dell’amore hippy

Compagnia editoriale Aliberti, 2022

 

Lenore Kandel è una figura tutta da scoprire per il pubblico italiano. Il suo libro di poesie The Love Book provocò un terremoto nell’America degli anni Sessanta. Lenore fu tra le protagoniste della Summer of Love di San Francisco nel 1967: la stagione che avrebbe dovuto cambiare il mondo.
Bellezza carismatica, forme rotonde e sensuali, un carattere forte e sereno, Lenore si legò a Bill, un membro della banda degli “Hell’s Angels”. Proprio dal loro incontro comincia questa biografia romanzata, che trova una improvvisa, drammatica svolta nell’incidente in moto della coppia, da cui Lenore uscirà menomata e reclusa in casa per il resto della vita.
Al centro di tutto resta The Love Book, un inno all’eros fra i più espliciti e totali che siano mai stati scritti. Sono passati cinquant’anni e più: ma la sua forza esplosiva, la sua quasi divina energia sensuale scuoteranno ancora le lettrici e i lettori di oggi.

L’autrice racconta Lenore Kandel

 

Dianella Bardelli

Ha pubblicato vari romanzi. L’ultimo, nel 2018, dal titolo 1968, è dedicato alla Bologna di quell’anno. Ha insegnato Lettere e scrittura creativa.

 

 

 

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Il cane” di Rafael Barrett

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P A R A G U A Y

 IL CANE

 (1911)

Rafael Barrett (1876-1910)

Traduzione di Emilio Capaccio

Scrittore, saggista e giornalista, nato in Spagna e morto in Francia, ma vissuto per il periodo più significativo della sua vita in Paraguay, tanto da essere considerato uno dei più influenti scrittori di questo paese e promotore della moderna letteratura paraguayana. Ebbe una vita estremamente avventurosa, e bohémienne, fatta di duelli, ristrettezze economiche, collaborazioni con riviste e giornali di vari paesi e continui viaggi per il mondo. In Paraguay arrivò nel 1904, come corrispondente del giornale “El Tiempo”, per documentare la rivolta politica del generale liberale Benigo Ferreira, futuro presidente del Paraguay, dal 1906 al 1908. Barrett riuscì a farsi portare all’accampamento dei ribelli e a restare con loro fino a quando, alla fine dell’anno, non entrò nella città di Asunción insieme a Benigo Ferreira, vittorioso contro le truppe del presidente in carica, Juan Antonio Escurra, che dovette fuggire in Argentina. Sotto il nuovo governo fu nominato direttore dell’Ufficio Generale di Statistica. Dal 1903 al 1910 fu inviato in Argentina, Uruguay, Brasile e Paraguay come corrispondente per vari giornali, coniando per sé il termine di “giornalista militante”. Quasi tutta la sua opera è stata pubblicata postuma. Il racconto proposto è tratto dalla raccolta “Cuentos breves”.

Attraverso le ampie vetrate aperte della sala da pranzo dell’hotel, contemplavo, dal mio tavolo, l’orizzonte marino, sfumato nel lento crepuscolo. Vicino al molo riposavano le vele delle barche. Qualche silhouette elegante attraversava ad intervalli la sala, salendo la rampa; una cocotte che andava a rifarsi la toeletta per la cena, uno sportman pungolato dall’appetito. La sala si andava riempendo; il tintinnio di piatti e posate preludeva il pasto serale; i camerieri, di affettato e diplomatico aspetto, scorrevano in silenzio.
La luce elettrica, sopra la pila di tovaglie bianche come la neve, saltellava dal bordo di un calice alla convessità di un braccialetto d’oro per brillare all’angolo di una bocca sorridente. La brezza della notte smuoveva le piume dei ventagli, agitava i paralumi delle piccole lampade portatili, scopriva un braccio nudo sotto la flottante mussolina, e mescolava gli aromi del campo e del mare ai profumi delle donne. Si stava bene e non si pensava a niente.
All’improvviso un bel cane entrò nella sala da pranzo, e dietro di esso una giovane donna bionda e altezzosa che andò a sedersi assai lontano da me. Il suo accompagnatore si allontanò controllandoci. Era una specie di levriero, di razza incrociata. Il pelo, fine e dorato, brillava come quello di un pupazzo. La testa intelligente, degna di essere accarezzata da una di quelle mani che solo Van Dick ha compreso nelle sue tele, non si allungava in atteggiamento mendico. All’animale aristocratico non importava cosa succedesse sui tavoli. I suoi occhi alteri, gialli e trasparenti come due topazi, sembravano giudicarci sdegnosamente.
Giunto alla mia altezza, si fermò. Lusingato da questa preferenza, gli offrii un boccone di insaccato. Accettò e mi salutò con un discreto cenno della coda. Non ritenni corretto insistere e lo lasciai andare via. Istintivamente guardai verso la giovane bionda. Il blu intenso delle sue pupille sorrise benevolmente.
Dopo aver consumato la cena uscii sul terrazzo, dove c’era solitudine. Il faro proiettava un raggio di luce rotante, ora bianco, ora rosso, sulle acque nere dell’oceano. Il vento si era calmato. Un alito tiepido si levò dalla terra ancora calda.
Assorto davanti a quello spettacolo sentii, quando meno me lo sarei aspettato, le zampe nervose del mio nuovo amico che si posavano su di me. La giovane bionda mi era accanto.
— Che cane ammirevole, signorina…! o signora? – Domandai.
— Signora – disse la voce più dolce che abbia mai sentito.
Cominciammo così a vederci la sera, sulla terrazza solitaria, e durante alcuni pomeriggi facemmo lunghe passeggiate per i campi insieme a Tom, nostro unico testimone.
La signora di V. era russa. Mal sposata, ricca e malinconica, a volte riusciva a ottenere dal marito un periodo di libertà. Allora si abbandonava al fascino della natura e al sapore dei ricordi, e trascinava le sue delusioni per tutte le spiagge mondane.
— Non dovrei odiarlo – mormorava — ma lo odio; sì, lo odio, e Tom lo stesso; è arrogante, geloso, insopportabile; gli avrei perdonato le mie tristezze, se mi avesse dato un figlio. Neppure quello.
Il suo ombrello tracciava un leggero solco sul prato.
— Non posso permettermi un’amicizia, una simpatia. La sua intransigenza selvaggia mi tiene reclusa. Sarà qui fra quindici giorni.
Abbassò la testa dorata e continuò sottovoce:
— Amico mio; povera me se sospettasse questa innocente amicizia. Non potremo vederci più quando arriverà! Sarebbe troppo pericoloso, V. è uno dei migliori tiratori di San Pietroburgo.
Il suo braccio tremava sotto il mio, ma i suoi occhi umidi luccicavano teneramente. Tom saltava sulle farfalle e veniva a leccarci le mani. Lo accoglievamo con grandi risate e dopo lo consolavamo pieni di rammarico.
In altre occasioni la signora di V. mi riceveva nella sua camera. Tom si gettava sopra di me freneticamente. Lei, con gioia da bambina, mi mostrava i ritratti delle sue amiche, o mi raccontava storie della sua infanzia. Di quando in quando, si impossessava di noi un eccesso di sentimentalismo e con le dita intrecciate restavamo muti, lasciando parlare il nostro silenzio emozionato. Ma sempre prima di andarmene, io e Tom, giocavamo come due ragazzini.
Davanti alla gente facevamo finta di non conoscerci. Quando la signora di V. faceva il suo ingresso in sala da pranzo, a malapena inclinava la fronte. Tom faceva la sua solita passeggiata, e si fermava un attimo a ricevere qualche mia attenzione. Niente salti, niente feste! Il tatto di quell’animale era prodigioso! Un giorno in cui stavo pranzando con un conoscente, passò alla larga, come se non mi avesse mai visto. Ma il suo sguardo sembrava dire: “Non sono geloso; è quel signore che mi è antipatico”.
Venne il momento funesto. La signora di V. si presentò alle terme in compagnia del marito, la mia disperazione. L’uomo non lasciava la moglie un istante, come se si trattasse di una prigioniera. La donna portava Tom con loro, e io non riuscivo neppure ad accarezzare la testa del nostro fedele confidente.
Le settimane passavano e io cominciavo a scoraggiarmi, quando un giorno fui presentato al signor V. nel corso di una conversazione con i signori di H. Per una coincidenza uscimmo insieme, e insieme facemmo rientro nell’hotel.
Il signor V. era così come me lo avevano dipinto; il suo aspetto, aspro e sgradevole; la sua conversazione, autoritaria e asciutta. Scambiammo poche parole. Stringendomi la mano mi chiese con indifferenza:
— Volete conoscere mia moglie? Sarà ancora in piedi. È molto riservata, ma le piace discorrere in francese.
Che fare? Salimmo le scale, e ci fermammo davanti alla camera dove avevo trascorso tanti momenti deliziosi. All’improvviso mi assalì il terrore. Il cane! Avevo dimenticato il cane! Il cane mi avrebbe fatto le feste e leccato con tutta la sua anima! Che partito prendere? Povera amica mia! Povero me! Non mi piacque ricordare che il signor V. era uno dei migliori tiratori di San Pietroburgo.
Come chi va a suicidarsi, entrai nella stanza. La signora V., assalita dal mio stesso pensiero, divenne più pallida della morte. Tom, disteso con elegante indolenza, sollevò le orecchie al rumore dei nostri passi e aprì i suoi lucidi occhi giallastri…
Ma non si mosse neppure. Si accontentò di dimenare ironicamente la lunga coda impennacchiata.

Una vita in scrittura: Antonio Fiori

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto ad Antonio Fiori che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Antonio.

Antonio Fiori, vita e scrittura

La mia vita in scrittura, lo posso oggi affermare con certezza, nasce da traumi profondi che m’hanno sconvolto nei primi anni novanta. L’ultimo di essi, particolarmente subdolo e indecifrabile, era rintanato nell’inconscio dai primi mesi del novantatrè (lo capirò solo alcuni anni dopo): si trattò di una vera e propria mutazione genetica di ruolo lavorativo, intervenuta quando, pur tenuto ad applicare le stesse leggi, passai dalla funzione di controllore a quella di controllato, ovvero da funzionario ministeriale a responsabile fiscale di una società finanziaria. L’organismo reagì chiedendo disperatamente un aiuto, che però non sapevo come dargli. Seguirono due anni durissimi, finché un giorno, passando davanti a un’edicola, scoprii il farmaco di cui avevo bisogno: vidi infatti (o è il caso di dire – mi apparve?) il mensile Poesia, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. Avevo insomma scoperto che per guarire dovevo incontrare la poesia. Grazie al nuovo nutrimento, iniziai ad elaborare il trauma e verso la fine degli anni novanta mi ritrovai a scrivere anche i miei
primi versi. Devo però subito dire che senza l’incontro del 1996 con Angelo Mundula, poeta e critico eccelso, la poesia sarebbe rimasta solo una lettura terapeutica e non avrebbe avuto il coraggio di assumere forma scritta. Quella scrittura divenne invece, pian piano, la mia ‘dose’ quotidiana (intitolai proprio ‘La quotidiana dose’, una delle prime raccolte, edita da Lietocolle nel 2006).
Come accennavo, devo molto ai consigli e all’amicizia di Angelo Mundula, ma devo anche riconoscenza ai primi blog letterari in cui fui ospite o redattore: Via delle belle donne (fondato da Antonella Pizzo), Oboe sommerso (di Roberto Ceccarini), La poesia e lo spirito (fondato da Fabrizio Centofanti), luoghi di confronto culturale e occasioni per sperimentare le prime forme di recensione. In quel periodo, un riconoscimento importante arrivò nel 2004, con il Premio Montale Europa per la silloge inedita.
L’esperienza più significativa della mia scrittura è però abbastanza recente: nel 2019, a estate ormai iniziata, venne rimandato a settembre un appuntamento importante e mi ritrovai inaspettatamente ‘libero’ per un paio di mesi. Decisi allora di cimentarmi in un lavoro borgesiano, ovvero quello di ideare e antologizzare dodici poeti uniti solo da un sogno. Nacquero allora cinque donne e sette uomini, vissuti in epoche e nazioni diverse, che non potevano certo immaginare di aver fatto tutti il medesimo misterioso sogno (qualcuno appariva al sognatore e si rivolgeva a lui in una lingua non solo incomprensibile ma addirittura inesistente). Scrissi così i loro profili biografici e le relative poesie. È stata un’esperienza metaletteraria davvero unica, emozionante e irripetibile, chiusa da una postfazione che si è poi rivelata fondamentale. Il libro, col titolo ‘I Poeti del sogno Piccola antologia’, è uscito nel 2020 per l’editore Inschibboleth, nella collana ‘Margini’ diretta da Filippo La Porta, ed ha avuto un discreto successo di critica e di pubblico (recensito da Mario Baudino su La Stampa, Massimo Onofri su Avvenire, Silvia Rosa su Il manifesto, Giorgio Linguaglossa su Il Mangiaparole, Riccardo Deiana su L’Indice dei libri del mese) nell’ottobre del 2020 il libro è stato votato nella ‘Classifica di qualità’ dell’Indiscreto e nel2022 è stato uno dei dodici libri di letteratura italiana contemporanea scelti per l’annuale seminario di approfondimento della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Liegi, diretta da Prof. Luciano Curreri.
Per me la poesia è in realtà diventata sempre più l’occasione per incontrare persone vere, poeti – innanzitutto – ma anche lettori e scrittori tutt’altro che immaginari. Sono stato per dodici anni giurato del Premio Internazionale Città di Sassari ed ora, finalmente libero dal lavoro, collaboro con le riviste on line Atelier poesia e Avamposto poesia, oltre che col quadrimestrale Menabò (Terra d’ulivi editore), luoghi stimolanti, dove ho fatto grandi amicizie e conosciuto tante voci nuove della nostra poesia.

Autointervista di Antonio Fiori su vita e scrittura

Che rapporti ci sono (o ci dovrebbero essere) tra la vita dell’autore e la sua poesia?

La poesia è – e se non è deve essere – parte integrante della vita di chi scrive. La vita insomma deve entrare nella scrittura e la scrittura nella vita. Angelo Mundula, a questo proposito, parlava anzi di necessaria coerenza tra vita e poesia – una fatica titanica, a ben pensarci, la coerenza valoriale di vita e poesia, raggiunta solo da pochi eroici poeti.

Per ogni poeta esiste una e una sola forma di poesia a lui confacente?

La storia della letteratura ci insegna che pagina poetica e pagina narrativa evolvono, quasi sempre, verso un consolidamento, una ‘cifra’ in cui alla fine l’autore si riconosce e, sopratutto, in cui lo riconosce il lettore. Nello stesso poeta possono però convivere – e forse è auspicabile convivano – temi e forme diversi di poesia, seppure a latere di questa ‘cifra’: la poesia civile e quella religiosa, l’epigramma e la prosa poetica, i temi filosofici e la storia familiare, la forma di preghiera e l’invettiva. Sempre che abbiano un senso, una loro verità – anche parziale e momentanea – che le renda capaci di superare il momento contingente di quando furono scritte. Personalmente mi muovo volentieri su una certa varietà di temi (religiosi, filosofici o addirittura esplicitamente scientifici) e di toni (lavorando per esempio sull’ironia); devo però dire che l’uso del verso libero e una certa
epigrammaticità sono ormai una costanza.

A proposito di poesie che devono reggere il tempo, possiamo avere due esempi autoriali, personali?

Dovendo scegliere una poesia degli esordi, che mi sia cara ma abbia anche dignitosamente retto nel tempo, scelgo Apocalisse (da ‘Almeno ogni tanto’, 1998, poi ripubblicata ne ‘La quotidiana dose’, Lietocolle, 2006):

Quando s’adempirà la profezia
e scopriremo l’alba ultima del mondo,
non cesserà quel giorno di profumar la rosa
e non diversamente assumerà la posa
sul ramo della quercia, il corvo.

Dovendo invece scegliere tra le ultime poesie, propongo questa, senza titolo e ancora inedita:

Un desiderio stanco di sentenza
non umana, che dica su ogni vita
ciò ch’è stata e il suo destino eterno
– prego l’assolva, per l’innocenza
del bambino che un giorno siamo stati
e si sia salvi tutti nell’infanzia lontana.

E per concludere, con l’amore in poesia come ce la caviamo?

Propongo Rivederti, da ‘Nel verso ancora da scrivere’, Manni, 2018:

È sempre un’emozione rivederti
perché in te si confondono le amate
– sei unica e plurale, per questo
sei la prima donna singolare.
E meno posso averti, meno speranze
raccolgo ogni mattina, più vederti
è vampa che incendia questo sangue
– luce che illumina le stanze.

Lucy

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Dorotea conobbe Lucy nel 1969 alla colonia estiva montana di Gambarie in Aspromonte. Gemma, la mamma di Gisella e Dorotea preparò i bagagli delle figlie in vista della partenza per la Calabria. Gemma aveva cucito per loro freschi completi da viaggio. Comodi bermuda azzurro cielo e camicette a fiori pastello primavera. Il bagaglio era tutto in una sacca di tessuto, secondo le istruzioni. Sulla sacca erano applicate tessere di tessuto bianche, ciascuna con una lettera ricamata sopra in filo rosso, accostate a comporre i rispettivi nomi. Su ogni capo di intimo, asciugamani e magliette erano cucite simili tessere che componevano il numero di matricola assegnato. I numeri erano assegnati nella raccomandata con la quale l’E.N.P.A.S. comunicava ch’era stata accolta la domanda per l’ammissione alla colonia estiva e servivano ad associare l’indumento alla persona titolare di quel numero per non disperdere i capi al momento in cui venivano lavati insieme a quelli degli altri compagni. La partenza avveniva da Piazza Adda in pullman gran turismo. Un cinguettare festante di bambini riempiva l’aria dalla prima mattina. Nel momento in cui i pullman si avviavano, tutti a salutare con la mano, a mandare baci. Qualcuno si commuoveva.
Cominciava la vacanza vera. Già il viaggio era un divertimento. Canti, senso di avventura e libertà, giochi e risate. A Dorotea piaceva affacciarsi al finestrino e sentire l’aria schiaffeggiarle il viso, spettinarle il capelli. Il fiato mozzato dalla forza del vento.
Arrivavano a Gambarie all’imbrunire. Spesso completamente afone per aver speso tutta la voce possibile. L’edificio che le accoglieva era grande, su  tre piani, aveva muri esterni giallo chiaro, elementi in rilievo col color crema e grandi finestre. Un aspetto architettonico indeciso tra un castello e un albergo. Il corpo dove si apriva l’ingresso, con le sue scale semicircolari e gli infissi in legno e vetro, sporgeva sul grandissimo cortile ricoperto di pietrisco.
A destra e a sinistra, come ali, i restanti corpi dell’edificio. Tutto intorno alla costruzione e al cortile alberi. Ai piani superiori le camerate dove i ragazzi sistemavano le proprie cose: un comodino ciascuno, un armadio in comune a gruppi di due o tre. Maschi a sinistra femmine a destra nelle due ali dell’edificio. Rigorosamente separati. Poi c’erano il grande salone mensa, lunghi corridoi, seminterrati con le docce, infermeria, cappella e cucine. In un edificio più piccolo aggregato c’era la lavanderia. Tutti i ragazzi della colonia venivano forniti di una sorta di divisa: una gonnellina di tessuto tipo jeans leggero per le bimbe, pantaloncini per i ragazzi, per entrambi camicia azzurra, un maglione di lana blu, un cappellino modello marinaretto blu. All’interno del cappello, foderato di garza, occorreva scrivere il nome per evitare di perderlo o confonderlo con quello di altri.
All’inizio dei venti giorni di vacanza i bambini venivano controllati nel caso avessero i pidocchi. Era il momento in cui Dorotea aveva la sensazione d’essere un vitello da ingrassare. Uno per uno, dopo l’attesa in fila ordinata, entravano in infermeria, lì erano pesati e misurati in altezza. Un altro controllo veniva fatto a metà della vacanza e l’ultimo prima di tornare a casa.
Gambarie era immersa nei boschi di faggio, larice, abete bianco e di tutta la vegetazione montana dell’Aspromonte, il centro abitato di poche case disposte attorno alla piazza, dove c’erano pochi negozi, tra i quali uno di souvenir dove acquistare le cartoline da mandare ai genitori e parenti.
Anche in piena estate il clima era fresco, la sera occorreva una coperta leggera. La mattina suonava la sveglia alle 7,30. Nei bagni i lavandini erano bianchi ampi e circolari, vasche rotonde di ceramica con un cilindro centrale dal quale sporgevano i rubinetti. Da questi usciva un’acqua fredda da far rabbrividire. L’acqua calda c’era e non c’era, nel senso che prima che arrivasse ai rubinetti percorrendo i tubi, i più avevano già finito la toilette. I gabinetti alla turca erano quanto di più scomodo per i bisogni e inquietante per lo spirito, con quel buco grosso al centro che s’affossava nel nero profondo e finiva chissà dove. La giornata iniziava con tutte le squadre, così come si erano formate all’arrivo, distinte per sesso, schierate in ordine nel cortile per l’alzabandiera e l’inno. Una cosa piuttosto militare, ma che aveva un suo fascino. Composto e suggestivo Dopo, sciolte le righe, sempre sul posto un po’ di ginnastica del buongiorno.
La colazione di pane, burro, marmellata, caffelatte. I pranzi alla mensa erano niente male. A Dorotea piacevano in particolare le sogliole fritte in pastella e il pollo al forno. La cena era meno appetibile, spesso c’era pastina in brodo vegetale, per secondo un bel pezzo di svizzero o qualche fetta di prosciutto, verdure cotte e pane.
Dorotea dunque conobbe Lucy alla colonia estiva, non ricordava il momento preciso dell’incontro, ma nel corso della vacanza si accorse che la preferiva a tutte le altre compagne, non solo per giocare, ma perché sentiva ch’erano della stessa pasta, avevano gli stessi gusti, gradivano gli stessi cibi, gli stessi giochi.
Lucy aveva una sorella più grande Elena. Elena aveva gli stessi colori di pelle, capelli e occhi della sorella minore, un naso affilato, i capelli nella parte più alta aderenti alla testa, ondulati in punta, erano divisi da una riga centrale e sulla fronte tagliati a frangia. Elena era più grande, più alta, aveva già le forme di una donna e, ovviamente, altri interessi, i ragazzi innanzitutto e molti ragazzi s’interessavano a lei.
Lucy aveva anche un fratello Piergiorgio più grande di Lucy e più piccolo di Elena.
Piergiorgio era il ragazzo più corteggiato della colonia. Bruno di pelle e di capelli, un sorriso accattivante, denti bianchissimi, un bel fisico atletico, inoltre gentile, sorridente, disponibile anche con Dorotea.
Dorotea avrebbe potuto interessarsi a Piergiorgio ma per qualche ragione vederlo così desiderato e sentirlo, rispetto a sé, più grande, le faceva pensare che fosse del tutto fuori dalla sua portata. Anzi ancora più profondamente, Dorotea tendeva a stare lontano dai ragazzi. Li trovava strani, diversi. Lucy invece no. Lucy era bellissima. Una pelle ambrata perfetta, liscia compatta senza un difetto, gli occhi grandi verdi, due smeraldi nel viso. I capelli erano una danza di onde bionde. Del colore del sole, delle spighe dorate, accendevano il volto, splendevano di giorno, illuminavano la notte.
La vacanza in colonia scorreva in modo alquanto monotono, la mattina dopo la ginnastica e la colazione, passeggiata tra i boschi nei dintorni, tutti in fila per due ben accosti al bordo strada, alcune giovani maestre erano incaricate della sorveglianza e vigilavano ciascuna sul proprio gruppo composto da venti persone circa. Si cantava per ingannare il tempo durante il cammino, spesso i canti della resistenza oppure “Lo sciatore” o “La macchina del capo”, le preferite dai ragazzi. Sosta in qualche punto spianato e circoscritto per permettere il gioco. Ritorno agli alloggi. Dopo il pranzo e il riposino, altra passeggiata più breve, oppure visita a Gambarie o giochi nel cortile. Occasionalmente i Capigruppo organizzavano una giornata di giochi a squadre, tornei di ruba bandiera, partite di pallone per i maschi, la visione di un film nella sala di proiezione, gare canore nelle quali Lucy mostrava le sue doti perché era intonata e aveva una bella voce. Un giorno le chiesero di cantare il suo cavallo di battaglia, un successo del momento: “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi.

C’è un grande prato verde
dove nascono speranze
che si chiamano ragazzi
Quello è il grande prato dell’amore

Uno : non tradirli mai,
han fede in te.
Due : non li deludere,
credono in te.

Tre : non farli piangere,
vivono in te.
Quattro : non li abbandonare,
ti mancheranno.

Quando avrai le mani stanche tutto lascerai,
per le cose belle
ti ringrazieranno,
soffriranno per li errori tuoi.

Grande interpretazione. Gli ascoltatori disposti tutt’intorno in cerchio applaudivano.
L’amicizia tra Lucy e Dorotea intanto cresceva, non con episodi particolari, ma nel quotidiano farsi compagna delle giornate di vacanza, per semplice vicinanza. Dorotea tuttavia si era resa conto che l’affiatamento con Lucy rendeva quest’ultima la sua migliore amica. Quando le era vicina si rallegrava, aveva voglia di scherzare, si animava. Sentiva che insieme avrebbero potuto essere una forza, un’alleanza. Nessuno avrebbe potuto spezzare il cerchio magico che le univa. Forte, luminoso, capace di allontanare amichette dispettose, noia, malumori e pericoli. Come i serpenti che abitavano il bosco e potevano saltare su da qualche mucchio di foglie o pietra, come le bacche che non bisognava mangiare perché facevano venire il mal di pancia. Come le macchine che passavano vicine o il burrone oltre il ciglio della strada. Una specie di talismano contro i tanti pericoli dei monti.
Dorotea e Lucy giocando inventavano storie fantastiche dove l’immaginazione galoppava tra fate, cavalieri, draghi da sconfiggere, oppure di ordinaria quotidianità di genitori, figli scuola, cucina. Terra, foglie, pietruzze e fili d’erba erano d’aiuto per preparare le pietanze da impiattare. Con i grani che crescevano sulla pagina superiore della foglia di un arbusto montano fabbricavano bracciali e collane. Queste escrescenze vegetali avevano le dimensioni di un chicco di farro e la particolarità di diventare col tempo legnosi, un canale naturale nel senso della lunghezza li rendeva sostanzialmente cavi, si prestavano perciò ad essere inanellati in collane. Le ragazzine li chiamavano “coralli” e c’era tra loro un fitto scambio di questi “preziosi”.
Verso la fine della vacanza ci fu un colpo di scena. Arrivarono i genitori di Lucy. Erano venuti a trovare i figli, ma visto che mancavano due giorni alla fine della vacanza, avevano deciso di portarli via con loro. Dorotea si dispiacque molto di non poter fare il viaggio di ritorno con Lucy, ma avendo scoperto che proveniva dalla stessa sua città le chiese il numero di telefono e le scrisse il suo su un biglietto, con la promessa reciproca di sentirsi.
La cosa più singolare per tutti però fu vedere piangere Elena, davvero scossa da questa frettolosa partenza. Per intercessione delle vigilanti si ottenne che Elena al di fuori delle regole della colonia si recasse pochi minuti nel dormitorio dei maschi per salutare Marco. Dorotea non conosceva gli intrecci relazionali tra i ragazzi più grandi e non capì il perché di tanta commozione. Cioè non le sembrava possibile che qualcuno potesse affezionarsi così tanto a una persona da giungere alle lacrime.
Pochi giorni dopo il ritorno a casa dalla vacanza Dorotea decise di telefonare a Lucy. Dapprima al numero che Lucy le aveva dato non rispondevano affatto. Lucy pensò ci fosse un errore e volle controllare sull’elenco telefonico, senza esito. Doveva essere un numero segreto. Poi finalmente ad un successivo tentativo qualcuno rispose, era Piergiorgio, ma le disse che Lucy non c’era, un’altra volta rispose Elena, tuttavia Lucy non la richiamava, sebbene Dorotea lasciasse detto di farlo. Provò a chiamare un’altra volta, un’altra ancora, fino a quando sentì con le sue orecchie dall’altro capo del telefono proprio la voce di Lucy dire alla sorella di riferirle che era uscita.
Dorotea capì, o meglio non capì, fu la sorella maggiore Gisella a spiegarle che Lucy non la voleva più per amica. Dorotea continuò a non capire, ma imparò il rifiuto. Continuò a non capire per anni e anni. Si era convinta che Lucy fosse di una famiglia altolocata, che non poteva coltivare amicizie ordinarie. Una specie di contessina o principessa, la figlia di un agente segreto o di un altissimo funzionario.
Ogni tanto, mentre diventava una giovane donna amabile e graziosa e poi madre e poi adulta, mentre invecchiava, ripensava alla vicenda. Continuò a non capire, e nonostante il tempo passasse, non trovò risposte o soluzioni. Non incontrò più Lucy. Come se non vivessero nella stessa città. Gli interrogativi stagnarono nella mente senza risposte. Si chiedeva quale fosse la macchia, la mancanza o l’errore che aveva commesso, cercava un possibile perché, ma si rendeva conto che tutti poi convergevano in una sola domanda, come una spina: in quale universo si fosse disperso, in quale anfratto si fosse nascosto il suo “mondo d’amore”.