“Sussurri d’Altrove – Ritratti” di Emilio Capaccio
Tu non chiedi niente, mai, perché non c’è
più nessuno che ti risponda.
O. O.

Olga Orozco nacque a Buenos Aires il 17 marzo 1920, ma la sua infanzia fu segnata dall’immaginario di provincia: la famiglia si trasferì presto a la Pampa, nell’entroterra argentino, dove i vasti paesaggi e le distese interminabili avrebbero lasciato un’impronta indelebile nella sua sensibilità poetica. Questo paesaggio aperto, sospeso tra il reale e il fantastico, sembra riverberare nelle sue poesie come un eco costante di solitudine e di meraviglia. La vita di Orozco fu, sin dall’inizio, attraversata da una tensione tra radici familiari e aspirazioni intellettuali, tra il mondo domestico e l’universo immaginativo che avrebbe costruito nelle sue liriche.
Fin da giovane, la Orozco mostrò una spiccata inclinazione verso la scrittura. I suoi interessi culturali spaziavano dalla letteratura classica europea alle voci emergenti del surrealismo e dell’avanguardia latinoamericana. L’approccio alla parola di Orozco non era puramente estetico: per lei, il linguaggio poetico era una sorta di strumento alchemico, capace di trasformare le emozioni, i ricordi e il sogno in materia tangibile. Questo senso di sacralità del linguaggio la distingue da molti suoi contemporanei, rendendo la sua poesia al contempo enigmatica e profondamente coinvolgente.
Il percorso universitario della Orozco la portò a studiare filosofia e lettere, esperienze che arricchirono il suo registro poetico e consolidarono una visione del mondo fortemente simbolica. Sebbene inizialmente attratta dalla scrittura in prosa, fu la poesia a diventare la forma principale della sua espressione artistica, campo in cui sviluppò uno stile immediatamente riconoscibile: immagini sospese tra sogno e incubo, echi di miti classici intrecciati a esperienze personali, paesaggi argentini filtrati dalla memoria e dalla fantasia.
Il primo libro della Orozco, Desde lejos, del 1946, segnò l’inizio di un percorso poetico che si sarebbe protratto per oltre cinque decenni. In questa raccolta emergono già alcuni dei temi centrali della sua opera: la tensione tra la vita e la morte, l’eros e la solitudine, l’irruzione del fantastico nella quotidianità. Lontana da facili narrazioni, la Orozco qui già propone una poesia che richiede attenzione e partecipazione da parte del lettore: ogni immagine sembra stratificata, portatrice di più significati, con un gioco continuo tra realtà percepita e visione interiore.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la Orozco entrò a far parte di un gruppo di poeti argentini che sperimentavano nuove vie espressive. Pur essendo vicina alle correnti surrealiste, la sua poesia non si limitava a una semplice imitazione del modello europeo: essa si nutriva anche del folklore latinoamericano, della cultura popolare, delle suggestioni della mitologia e del misticismo. I suoi versi non sono mai completamente espliciti; contengono un senso di mistero e di sospensione che, nel tempo, diventano un tratto distintivo della sua scrittura.
Il tema del sogno attraversa tutta la sua opera come un filo conduttore. Per la Orozco, il sogno non è un semplice sfogo psicologico, ma un terreno fertile dove realtà e immaginazione si incontrano e si fondono.
Un altro elemento distintivo della poesia della Orozco è l’attenzione alla corporeità e all’eros. L’amore, il desiderio e l’intimità non sono mai descritti in modo naturalistico; sono, invece, filtrati attraverso immagini potenti, spesso inquietanti, dove il corpo diventa simbolo, linguaggio e mistero. In questo senso, la sua scrittura anticipa alcune tendenze della poesia contemporanea latinoamericana, in cui proprio l’eros e la dimensione del sogno si intrecciano con la riflessione sulla vita e la morte.
Nel corso degli anni, Olga Orozco pubblicò numerose raccolte, tra cui Los juegos peligrosos, (1962), La oscuridad es otro sol, (1967), Mutaciones de la realidad, (1979). Ogni raccolta poetica conferma la sua capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità poetica: le immagini continuano a oscillare tra luce e ombra, tra desiderio e perdita, tra memoria e visione fantastica.
La Orozco ebbe anche un ruolo significativo nella diffusione della cultura poetica argentina e latinoamericana. Partecipò a convegni, letture pubbliche e collaborazioni editoriali che favorirono il dialogo tra autori e generazioni diverse. Nonostante la crescente notorietà, mantenne sempre un profilo personale discreto, lontano dai clamori letterari, dedicando la maggior parte della sua vita alla scrittura e alla riflessione sulla parola poetica.
Morì a Buenos Aires il 15 agosto 1999, lasciando un patrimonio poetico vasto e coerente: la sua eredità non si misura solo nella quantità di testi pubblicati, ma soprattutto nella capacità di offrire una visione del mondo unica.
La Orozco rappresenta una voce fondamentale della poesia latinoamericana del Novecento, perché la sua capacità di coniugare simbolismo, immaginazione e introspezione psicologica ha lasciato un segno indelebile, facendo emergere una poetica che, pur radicata nella propria cultura, parla a un pubblico universale.
La sua opera ci ricorda che la poesia è un mezzo per attraversare l’oscurità, esplorare il desiderio e rendere visibile l’invisibile: un viaggio che la Orozco ha percorso con coraggio, intensità e rigore artistico.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Olga Orozco
Io, Olga Orozco, dal tuo cuore dico a tutti che muoio.
Amai la solitudine, l’eroica perseveranza d’ogni fede,
l’ozio dove crescono animali strani e piante favolose,
l’ombra d’un grande tempo che passò tra misteri e allucinazioni,
e anche il lieve tremolio delle fiammelle sul far della notte.
La mia storia è nelle mie mani e nelle mani con cui gli altri le hanno tatuate.
Della mia permanenza restano i riti e le magie,
qualche data consumata dal soffio d’un amore spietato,
il lontano pennacchio di fumo della casa dove non siamo mai stati,
e alcuni gesti sparsi tra i gesti d’altri che non mi conobbero.
Il resto continua a compiersi nell’oblio,
continua la sventura a scavare sul volto di colei che si cercava in me
come in uno specchio di sorridenti praterie,
e che ti apparirà singolarmente estranea:
la mia stessa apparizione condannata alla mia forma di questo mondo.
Lei avrebbe voluto custodirmi nel disdegno o nell’orgoglio,
in un ultimo istante fulmineo come un lampo,
non nel tumulto incerto dove ancora alzo la voce roca e piangente
tra i vortici del tuo cuore.
No. Questa morte non ha riposo né grandezza.
Non posso guardarla per la prima volta così a lungo.
Ma devo continuare a morire fino alla tua morte
perché sono il tuo testimone davanti a una legge più profonda e più oscura
dei mutevoli sogni, là dove scrivemmo la sentenza:
“Essi sono già morti.
Si erano scelti per castigo e per perdono, per cielo e per inferno.
Ora sono una macchia d’umidità sulle pareti della prima stanza”.
Olga Orozco
Yo, Olga Orozco, desde tu corazón digo a todos que muero.
Amé la soledad, la heroica perduración de toda fe,
el ocio donde crecen animales extraños y plantas fabulosas,
la sombra de un gran tiempo que pasó entre misterios y entre alucinaciones,
y también el pequeño temblor de las bujías en el anochecer.
Mi historia está en mis manos y en las manos con que otros las tatuaron.
De mi estadía quedan las magias y los ritos,
Unas fechas gastadas por el soplo de un despiadado amor,
La humareda distante de la casa donde nunca estuvimos,
Y unos gestos dispersos entre los gestos de otros que no me conocieron.
Lo demás aún se cumple en el olvido,
Aún labra la desdicha en el rostro de aquella que se buscaba en mí
igual que en un espejo de sonrientes praderas,
y a la que tú verás extrañamente ajena:
mi propia aparecida condenada a mi forma de este mundo.
Ella hubiera querido guardarme en el desdén o en el orgullo,
en un último instante fulmíneo como un rayo,
no en el tumulto incierto donde alzo todavía la voz ronca y llorada
entre los remolinos de tu corazón.
No. Esta muerte no tiene descanso ni grandeza.
No puedo estar mirándola por primera vez durante tanto tiempo.
Pero debo seguir muriendo hasta tu muerte
porque soy tu testigo ante una ley más honda y más oscura
que los cambiantes sueños, allá, donde escribimos la sentencia:
“Ellos han muerto ya.
Se habían elegido por castigo y perdón, por cielo y por infierno.
Son ahora una mancha de humedad en las paredes del primer aposento”.
( Las muertas, 1952 )
Le morti
Ecco dei morti le cui ossa non sbiancherà la pioggia,
lapidi dove non ha mai risuonato il colpo tormentoso della pelle del ramarro,
iscrizioni che nessuno percorrerà accendendo la luce di qualche lacrima;
sabbia senza impronte in tutti i ricordi.
Sono i morti senza fiori.
Non ci lasciarono lettere, né anelli nuziali, né ritratti.
Nessun trofeo eroico testimonia la gloria o l’obbrobrio.
Le loro vite si compirono senza onore sulla terra,
ma il destino fu fulmineo come un taglio;
perché non conobbero né sonno né pace negli infami letti venduti dalla felicità,
perché obbedirono solo a una legge più ardente dell’avida goccia di salamoia.
Quella e non altra.
Quella e nessun’altra.
Per questo le loro morti sono gli esasperati volti della nostra vita.
Las muertes
He aquí unos muertos cuyos huesos no blanqueará la lluvia,
lápidas donde nunca ha resonado el golpe tormentoso de la piel del lagarto,
inscripciones que nadie recorrerá encendiendo la luz de alguna lágrima;
arena sin pisadas en todas las memorias.
Son los muertos sin flores.
No nos legaron cartas, ni alianzas, ni retratos.
Ningún trofeo heroico atestigua la gloria o el oprobio.
Sus vidas se cumplieron sin honor en la tierra,
mas su destino fue fulmíneo como un tajo;
porque no conocieron ni el sueño ni la paz en los infames lechos vendidos por la dicha,
porque sólo acataron una ley más ardiente que la ávida gota de salmuera.
Ésa y no cualquier otra.
Ésa y ninguna otra.
Por eso es que sus muertes son los exasperados rostros de nuestra vida.
( Las muertas, 1952 )
Giorno per non esserci
Vattene, giorno maledetto;
custodisci sotto le tue palpebre di gesso lo sguardo di lupo
che meglio mi dimentica;
cammina su di me col tuo passo selvaggio, simulando un
deserto tra la fame e la sete,
perché tutti credano che io non ci sia,
che sia un segno d’addio sulle pietre;
serra all’estremo, lontano da me, le tue fauci senza crudeltà
e senza misericordia,
come se fossi già l’invulnerabile,
colei che senza dolore può ora provare i gesti
degli altri;
e sdraiati a dormire, sotto la cieca tela dei secoli,
il sonno in cui mi scagli da ieri a domani:
questo gelo che mi scorre sul viso.
Ciò nonostante, devo venire con te.
Ciò nonostante, con me devi risorgere dai morti.
Día para no estar
Vete, día maldito;
guarda bajo tus párpados de yeso la mirada de lobo
que me olvida mejor;
camina sobre mí con tu paso salvaje, simulando un
desierto entre el hambre y la sed,
para que todos crean que no estoy,
que soy una señal de adiós sobre las piedras;
cierra de para en par, lejos de mí, tus fauces sin crueldad
y sin misericordia,
como si fuera ya la invulnerable,
aquella que sin pena puede probarse ya los gestos de
los otros;
y tiéndete a dormir, bajo la ciega lona de los siglos,
el sueño en que me arrojas desde ayer a mañana:
esta escarcha que corre por mi cara.
Aun así, he de llegar contigo.
Aun así, has de resucitar conmigo entre los muertos.
( Los juegos peligrosos, 1962 )
Con questa bocca, in questo mondo
Non ti pronuncerò mai, verbo sacro,
anche se mi tingessi le gengive di colore azzurro,
anche se ponessi sotto la lingua una pepita d’oro,
anche se riversassi sul mio cuore un calderone di stelle
e passasse sulla mia fronte la corrente segreta dei grandi fiumi.
Forse sei fuggito verso il lato notturno dell’anima,
quello a cui non si può giungere da nessuna lampada,
e non c’è ombra che guidi il mio volo sulla soglia,
né memoria che venga da un altro cielo per incarnarsi in questa dura neve
dove si iscrive soltanto il fruscio del ramo e il lamento del vento.
E neppure un solo tremito che faccia sussultare le pietre mute.
Abbiamo parlato troppo del silenzio,
lo abbiamo decorato come un guardiano nell’arco finale,
come se in esso giacesse lo splendore dopo la caduta,
il trionfo del vocabolo con la lingua mozzata.
Ah, non si tratta del canto, né del singhiozzo!
Ho già detto ciò che ho amato e ciò che ho perduto,
ho legato a ogni sillaba i beni che più temevo di perdere.
Lungo il corridoio suona, risuona la tenace melodia,
rimbombano, si propagano come il tuono
alcune monete cadute da visioni o strappate all’oscurità.
Il nostro lungo combattimento è stato anche un combattimento a morte con la morte, poesia.
Abbiamo vinto. Abbiamo perso, perché come dare parola con quella bocca,
come dare parola in questo mondo con questa sola bocca in questo mondo con questa sola bocca?
Con esta boca, en este mundo
No te pronunciaré jamás, verbo sagrado,
aunque me tiña las encías de color azul,
aunque ponga debajo de mi lengua una pepita de oro,
aunque derrame sobre mi corazón un caldero de estrellas
y pase por mi frente la corriente secreta de los grandes ríos.
Tal vez hayas huido hacia el costado de la noche del alma,
ese al que no es posible llegar desde ninguna lámpara,
y no hay sombra que guíe mi vuelo en el umbral,
ni memoria que venga de otro cielo para encarnar en esta dura nieve
donde sólo se inscribe el roce de la rama y el quejido del viento.
Y ni un solo temblor que haga sobresaltar las mudas piedras.
Hemos hablado demasiado del silencio,
lo hemos condecorado lo mismo que a un vigía en el arco final,
como si en él yaciera el esplendor después de la caída,
el triunfo del vocablo con la lengua cortada.
¡Ah, no se trata de la canción, tampoco del sollozo!
He dicho ya lo amado y lo perdido,
trabé con cada sílaba los bienes que más temí perder.
A lo largo del corredor suena, resuena la tenaz melodía,
retumban, se propagan como el trueno
unas pocas monedas caídas de visiones o arrebatadas a la oscuridad.
Nuestro largo combate fue también un combate a muerte con la muerte, poesía.
Hemos ganado. Hemos perdido, porque ¿cómo nombrar con esa boca,
cómo nombrar en este mundo con esta sola boca en este mundo con esta sola boca?
( Con esta boca, en este mundo, 1994 )
Arriva in ogni tempesta
E non senti forse anche tu un dolore tempestoso sulla pelle del tempo,
come di una cicatrice che si riapre là
dove il cielo fu strappato alle radici?
E non senti a volte che quella notte raccoglie i suoi brandelli in un uccello di sventura,
che c’è uno sbattere d’ali contro il soffitto,
come un urto d’immense foglie di primavera in lutto
o di palme che chiamano a morire?
E non senti poi che ciò che è espulso piange,
che è un lapillo d’angelo caduto sulla soglia,
soffiato all’improvviso come la mendicante da una raffica straniera?
E non senti con me che passa sopra di te
una casa che rotola verso l’abisso con uno schianto di stoviglie frantumate dal fulmine,
con due abiti vuoti che s’abbracciano per un viaggio senza fine,
con uno stridere di assi che si spezzano all’improvviso come le frasi rotte dell’amore?
E non senti allora che il tuo letto sprofonda come la navata di una cattedrale trascinata dalla caduta dei cieli,
e che un’acqua vischiosa ti scorre sul viso fino al giudizio finale?
È un’altra volta il fango.
Di nuovo il cuore gettato in fondo allo stagno,
prigioniero di nuovo tra le onde con cui si serra un sogno.
Stenditi come me in questa misera eternità d’un giorno.
È inutile ululare.
Da quest’acqua non bevono le bestie dell’oblio.
Llega en cada tormenta
¿Y no sientes acaso tú también un dolor tormentoso sobre la piel del tiempo,
como de cicatriz que vuelve a abrirse allí
donde fue descuajado de raíz el cielo?
¿Y no sientes a veces que aquella noche junta sus jirones en un ave agorera,
que hay un batir de alas contra el techo,
como un entrechocar de inmensas hojas de primavera en duelo
o de palmas que llaman a morir?
¿Y no sientes después que el expulsado llora,
que es un rescoldo de ángel caído en el umbral,
aventado de pronto igual que la mendiga por una ráfaga extranjera?
¿Y no sientes conmigo que pasa sobre ti
una casa que rueda hacia el abismo con un chocar de loza trizada por el rayo,
con dos trajes vacíos que se abrazan para un viaje sin fin,
con un chirriar de ejes que se quiebran de pronto como las rotas frases del amor?
¿Y no sientes entonces que tu lecho se hunde como la nave de una catedral arrastrada por la caída de los cielos,
y que un agua viscosa corre sobre tu cara hasta el juicio final?
Es otra vez el légamo.
De nuevo el corazón arrojado en el fondo del estanque,
prisionero de nuevo entre las ondas con que se cierra un sueño.
Tiéndete como yo en esta miserable eternidad de un día.
Es inútil aúllar.
De esta agua no beben las bestias del olvido.
( Los juegos peligrosos, 1962 )
Per fare un talismano
Serve soltanto il tuo cuore
fatto a viva immagine del tuo demone o del tuo dio.
Solo un cuore, come un crogiolo di braci per l’idolatria.
Nient’altro che un cuore indifeso e innamorato.
Lascialo alle intemperie
dove l’erba ulula le sue nenie di pazza nutrice
e non possa dormire,
dove il vento e la pioggia lascino cadere la loro frusta con un colpo di fremito azzurro
senza tramutarlo in marmo e senza spezzarlo in due,
dove l’oscurità apra le sue tane a ogni branco
e non riesca a dimenticare.
Gettalo poi dall’alto del suo amore nel ribollio della nebbia.
Mettilo dopo ad asciugare nel grembo sordo della pietra,
e scava, scava in lui con un ago freddo fino a cavargli l’ultimo granello di speranza.
Lascia che lo soffochino le febbri e l’ortica,
che lo scuota il trotto rituale della belva,
che lo avvolga l’ingiuria fatta con brandelli delle sue antiche glorie.
E quando un giorno un anno lo imprigionerà con l’artiglio di un secolo,
prima che sia tardi,
prima che diventi una mummia abbagliante,
apri spalancando una per una tutte le sue ferite:
che le esponga al sole della pietà, come il mendicante,
che pianga il suo delirio nel deserto,
finché solo l’eco d’un nome cresca in lui con la furia della fame:
un incessante colpo di cucchiaio contro il piatto vuoto.
Se ancora sopravvive,
se fin qui è arrivato a viva immagine del tuo demone o del tuo dio;
ecco un talismano più inflessibile della legge,
più forte delle armi e del male del nemico.
Custodiscilo nella veglia del tuo petto come una sentinella.
Ma vigila su di lui.
Può crescere in te come il morso della lebbra;
può essere il tuo carnefice.
L’innocente mostro, l’insaziabile commensale della tua morte!
Para hacer un talismán
Se necesita sólo tu corazón
hecho a la viva imagen de tu demonio o de tu dios.
Un corazón apenas, como un crisol de brasas para la idolatría.
Nada más que un indefenso corazón enamorado.
Déjalo a la intemperie,
donde la hierba aúlle sus endechas de nodriza loca
y no pueda dormir,
donde el viento y la lluvia dejen caer su látigo en un golpe de azul escalofrío
sin convertirlo en mármol y sin partirlo en dos,
donde la oscuridad abra sus madrigueras a todas las jaurías
y no logre olvidar.
Arrójalo después desde lo alto de su amor al hervidero de la bruma.
Ponlo luego a secar en el sordo regazo de la piedra,
y escarba, escarba en él con una aguja fría hasta arrancar el último grano de esperanza.
Deja que lo sofoquen las fiebres y la ortiga,
que lo sacuda el trote ritual de la alimaña,
que lo envuelva la injuria hecha con los jirones de sus antiguas glorias.
Y cuando un día un año lo aprisione con la garra de un siglo,
antes que sea tarde,
antes que se convierta en momia deslumbrante,
abre de par en par y una por una todas sus heridas:
que las exhiba al sol de la piedad, lo mismo que el mendigo,
que plaña su delirio en el desierto,
hasta que sólo el eco de un nombre crezca en él con la furia del hambre:
un incesante golpe de cuchara contra el plato vacío.
Si sobrevive aún,
si ha llegado hasta aquí hecho a la viva imagen de tu demonio o de tu dios;
he ahí un talismán más inflexible que la ley,
más fuerte que las armas y el mal del enemigo.
Guárdalo en la vigilia de tu pecho igual que a un centinela.
Pero vela con él.
Puede crecer en ti como la mordedura de la lepra;
puede ser tu verdugo.
¡El inocente monstruo, el insaciable comensal de tu muerte!
( Los juegos peligrosos, 1962 )
Tra cane e lupo
Mi richiudono in me.
Mi dividono in due.
Mi generano ogni giorno nella pazienza
e in un organismo nero che ruggisce come il mare.
Poi mi tagliano con le forbici dell’incubo
e cado in questo mondo con metà del mio sangue rivolto a ogni lato:
un volto scolpito dal profondo dai canini della furia solitaria,
e un altro che si dissolve nella nebbia delle grandi mandrie.
Non riesco a capire chi sia il padrone qui.
Cambio sotto la mia pelle da cane a lupo.
Io decreto la peste e attraverso con i fianchi in fiamme
le pianure del futuro e del passato;
mi sdraio a rodere le ossicine di tanti sogni
morti tra i pascoli celesti.
Il mio regno è nella mia ombra e viene con me ovunque vada,
o crolla in rovine con le porte aperte all’invasione del nemico.
Ogni notte strappo a morsi tutti i lacci stretti al cuore,
e ogni alba mi ritrova con la mia gabbia d’obbedienza sulla schiena.
Se divoro il mio dio, uso il suo volto sotto la mia maschera,
e tuttavia bevo solo nell’abbeveratoio degli uomini
un vellutato veleno di pietà che raschia nelle viscere.
Ho inciso il torneo nelle due trame dell’arazzo:
ho conquistato il mio scettro di bestia all’aperto,
e ho concesso anche brandelli di mansuetudine come trofeo.
Ma chi vince in me?
Chi difende, dal mio bastione solitario nel deserto, il lenzuolo del sonno?
E chi rode le mie labbra, lentamente e nel buio, con i miei stessi denti?
Entre perro y lobo
Me clausuran en mí.
Me dividen en dos.
Me engendran cada día en la paciencia
y en un negro organismo que ruge como el mar.
Me recortan después con las tijeras de la pesadilla
y caigo en este mundo con media sangre vuelta a cada lado:
una cara labrada desde el fondo por los colmillos de la furia a solas,
y otra que se disuelve entre la niebla de las grandes manadas.
No consigo saber quién es el amo aquí.
Cambio bajo mi piel de perro a lobo.
Yo decreto la peste y atravieso con mis flancos en llamas
las planicies del porvenir y del pasado;
yo me tiendo a roer los huesecitos de tantos sueños
muertos entre celestes pastizales.
Mi reino está en mi sombra y va conmigo donde quiera que vaya,
o se desploma en ruinas con las puertas abiertas a la invasión del enemigo.
Cada noche desgarro a dentelladas todo lazo ceñido al corazón,
y cada amanecer me encuentra con mi jaula de obediencia en el lomo.
Si devoro a mi dios uso su rostro debajo de mi máscara,
y sin embargo sólo bebo en el abrevadero de los hombres
un aterciopelado veneno de piedad que raspa en las entrañas.
He labrado el torneo en las dos tramas de la tapicería:
he ganado mi cetro de bestia en la intemperie,
y he otorgado también jirones de mansedumbre por trofeo.
Pero ¿quién vence en mí?
¿Quién defiende de mi bastión solitario en el desierto, la sábana del sueño?
¿Y quién roe mis labios, despacito y a oscuras, desde mis propios dientes?
( Los juegos peligrosos, 1962 )
Questa è la tua pena
Questa è la tua pena.
Ha la forma di un cristallo di neve che non potrebbe esistere se non esistessi
e il profumo del vento che accarezzò il piumaggio delle albe che non tornano più.
Mettila all’altezza dei tuoi occhi
e guarda come irradia con un bagliore azzurro da fondo di leggenda,
o rossastro, come una vetrata d’insonnia insanguinata dall’addio degli amanti,
o dorato, simile a un infuso letargico sorseggiato dagli angeli.
Se la osservi controluce vedrai il mondo che rotola in una lacrima.
Al respirare emana la preziosa nostalgia che ti avvolge,
un alito intessuto di perdono e lamenti che ti rende regina del rovescio del cielo.
Quando la soffi cresce come se divorasse la sostanza intima di una fiamma
e si ritira come certi fiori se lambita da qualsiasi estranea ombra.
Non lasciarla cadere e non sottoporla alla fame e al veleno;
otterresti solo moltiplicazione, un terreno incolto, la mala erba bastarda invece dell’oblio.
Perché la tua pena è unica, indelebile e tinge di impossibile tutto ciò che osservi.
Non ne troverai un’altra uguale, anche se ti inoltri sotto un sole crudele tra colonne rotte,
anche se il marmo ti accoglie alle porte di un nuovo paradiso promesso.
Non permettere allora che da sola la dissolva l’abitudine, non consumarla con nessuno.
Stringila al tuo cuore come una reliquia salvata dal naufragio:
seppelliscila nel tuo petto fino alla fine, fino all’impugnatura.
Esa es tu pena
Esa es tu pena.
Tiene la forma de un cristal de nieve que no podría existir si no existieras
y el perfume del viento que acarició el plumaje de los amaneceres que no vuelven.
Colócala a la altura de tus ojos
y mira cómo irradia con un fulgor azul de fondo de leyenda,
o rojizo, como vitral de insomnio ensangrentado por el adiós de los amantes,
o dorado, semejante a un letárgico brebaje que sorbieron los ángeles.
Si observas al trasluz verás pasar el mundo rodando en una lágrima.
Al respirar exhala la preciosa nostalgia que te envuelve,
un vaho entretejido de perdón y lamentos que te convierte en reina del reverso del cielo.
Cuando la soplas crece como si devorara la íntima sustancia de una llama
y se retrae como ciertas flores si la roza cualquier sombra extranjera.
No la dejes caer ni la sometas al hambre y al veneno;
sólo conseguirías la multiplicación, un erial, la bastarda maleza en vez de olvido.
Porque tu pena es única, indeleble y tiñe de imposible cuanto miras.
No hallarás otra igual, aunque te internes bajo un sol cruel entre columnas rotas,
aunque te asuma el mármol a las puertas de un nuevo paraíso prometido.
No permitas entonces que a solas la disuelva la costumbre, no la gastes con nadie.
Apriétala contra tu corazón igual que a una reliquia salvada del naufragio:
sepúltala en tu pecho hasta el final, hasta la empuñadura.
(En el revés del cielo, 1987)
I riflessi infedeli
Questa pelle sottomessa ha modellato molti volti,
aderita in segreto alla palpitazione dell’invisibile,
come una garza che all’improvviso rivela figure
imboscate nella vaga sostanza dei sogni.
Volti come sintesi di nuvole per esprimere l’intraducibile traversata;
mappe insufficienti e confuse dove affondano i cieli ed emergono gli abissi.
Alcuni erano così leggeri da strapparsi tra i denti di una sola notte.
Altri si sono aperti il passo attraverso il gelo, come prue di fuoco.
Alcuni sono rimasti scolpiti dall’eroico amore nella memoria dello specchio;
alcuni si sono dissolti tra cristalli rotti con le prime nevi.
I miei volti successivi nelle vetrine veloci di una storia senza pace e senza abitudini:
un campionario di nebbie, di terrore, di intemperie.
I miei volti più immobili che emergono dalle acque di un’agata
senza fondo che presagisce la morte,
solo la morte, appena il rovescio di un’ombra impressa nel vuoto della separazione.
Nessun segno particolare in questi volti che tappezzano l’assenza.
Ma attraverso tutti loro, come la macchia di acido che trapassa
nell’album i ritratti ambigui,
si è inscritto il segno di una stessa condanna:
il mio vano tentativo di riflettere il volto che si sottrae e che mi supera.
L’ostinato errore di fronte al modello.
Los reflejos infieles
Me moldeó muchas caras esta sumisa piel,
adherida en secreto a la palpitación de lo invisible
lo mismo que una gasa que de pronto revela figuras
emboscadas en la vaga sustancia de los sueños.
Caras como resúmenes de nubes para expresar la intraducible travesía;
mapas insuficientes y confusos donde se hunden los cielos y emergen los abismos.
Unas fueron tan leves que se desgarraron entre los dientes de una sola noche.
Otras se abrieron paso a través de la escarcha, como proas de fuego.
Algunas perduraron talladas por el heroico amor en la memoria del espejo;
algunas se disolvieron entre rotos cristales con las primeras nieves.
Mis caras sucesivas en los escaparates veloces de una historia sin paz y sin costumbres:
un muestrario de nieblas, de terror, de intemperies.
Mis caras más inmóviles surgiendo entre las aguas de un ágata
sin fondo que presagia la muerte,
solamente la muerte, apenas el reverso de una sombra estampada en el hueco de la separación.
Ningún signo especial en estas caras que tapizan la ausencia.
Pero a través de todas, como la mancha de ácido que traspasa
en el álbum los ambiguos retratos,
se inscribió la señal de una misma condena:
mi vana tentativa por reflejar la cara que se sustrae y que me excede.
El obstinado error frente al modelo.
(Mutaciones de la realidad, 1979)
La realtà e il desiderio
A Luis Cernuda
La realtà, sì, la realtà,
quel lampo dell’invisibile
che rivela in noi la solitudine di Dio.
È questo cielo che fugge.
È questo territorio adornato dalle bolle della morte.
È questo lungo tavolo alla deriva
dove i commensali persistono vestiti del prestigio di non essere.
A ciascuno il proprio calice
per misurare il vino che finisce dove inizia la sete.
A ciascuno il proprio piatto
per racchiudere la fame che si estingue senza mai saziarsi.
E ogni due la divisione del pane:
il miracolo al contrario, la comunione solo nell’impossibile.
E in mezzo all’amore,
tra un corpo e l’altro la caduta,
qualcosa che assomiglia al battito cupo d’ali che tornano
dall’eternità, al ritmo dell’addio sotto terra.
La realtà, sì, la realtà:
un sigillo di chiusura su tutte le porte del desiderio.
La realidad y el deseo
A Luis Cernuda
La realidad, sí, la realidad,
ese relámpago de lo invisible
que revela en nosotros la soledad de Dios.
Es este cielo que huye.
Es este territorio engalanado por las burbujas de la muerte.
Es esta larga mesa a la deriva
donde los comensales persisten ataviados por el prestigio de no estar.
A cada cual su copa
para medir el vino que se acaba donde empieza la sed.
A cada cual su plato
para encerrar el hambre que se extingue sin saciarse jamás.
Y cada dos la división del pan:
el milagro al revés, la comunión tan sólo en lo imposible.
Y en medio del amor,
entre uno y otro cuerpo la caída,
algo que se asemeja al latido sombrío de unas alas que vuelven
desde la eternidad, al pulso del adiós debajo de la tierra.
La realidad, sí, la realidad:
un sello de clausura sobre todas las puertas del deseo.
(Mutaciones de la realidad, 1979)
Ripetizione del sogno
Come una creatura allucinata
che io sola guidassi nell’incessante rotazione della luna tra le dune,
o come un fascio di farfalle gialle sommerse dal fanale delle tempeste
nel vortice della paura e dell’oscurità,
o forse di più ancora come l’annegata che discende fino al fondo dello stagno
girando con un lento mulinello d’addio,
così vengo convocata, irrimediabilmente,
fino a raggiungere l’ombra mia di straniera nella nebbia,
fino a oltrepassare i muri che portano passo dopo passo alla condanna,
fino a entrare nella notte in cui il malfattore assume le apparenze del sogno
per ferire meglio senza alcuna sfida.
Questo è il mio oltre dietro l’unica porta che si apre ogni giorno verso la stessa gabbia
dove l’abitudine gracchia sui suoi nutrimenti del naufragio.
Lui mi aspetta vestito di velluto nero,
avvolto nella dolce pesantezza del lutto che non arriva mai,
e il suo volto vuoto, sciogliendosi nella neve dorata di un altro tempo,
esala una luce morta,
un bagliore come di vecchie lacrime conservate per l’accusa.
Mi avvicino attraverso quei miraggi folgoranti di ieri che mi annunciano ancora una volta il mio sacrificio, ma devo arrivare.
Proprio come un personaggio promesso dalle maree del passato per un giorno qualsiasi,
nella pallida ora blu delle immolazioni,
fino a un luogo che ora è il sogno che si è perduto con me e che nessuno conosce.
Perché ora egli separa con questo solo colpo di coltello l’involucro del mondo
e spalanca i grandi cieli delle trasformazioni.
Tuttavia, questa ferita del cuore da cui esco,
questi grandi senza fine dove rotolo con la velocità della distanza,
queste acque che girano e d’un tratto s’acquietano per cristallizzarsi in un’ombra simile al mio destino,
mi riconducono di nuovo alla prigione di specchi che getta ogni notte nella notte in cui muoio.
Anche se nulla mi dice, al risveglio, che io sia me stessa.
Repeticion del sueño
Como una criatura alucinada
a quien yo sólo guiara la incesante rotación de la luna entre los médanos,
o como un haz de mariposas amarillas sumergidas por el farol de las tormentas
en el vértigo del miedo y de la oscuridad,
o quizás más aún como la ahogada que desciende hasta el fondo del estanque
girando con un lento remolino de adiós,
así voy convocada, sin remedio,
hasta alcanzar mi sombra de extranjera en la niebla,
hasta pasar los muros que llevan paso a paso a la condena,
hasta entrar en la noche en que el malhechor asume las apariencias del sueño
para mejor herir sin ningún desafío.
Ése es mi más allá tras la única puerta que se abre cada día hacia la misma jaula
en donde la costumbre grazna sobre sus alimentos del naufragio.
Él me espera vestido de terciopelo negro,
envuelto por la dulce pesadumbre del duelo que no llega jamás,
y su rostro vacío, fundiéndose en la nieve dorada de otro tiempo,
exhala una luz muerta,
un fulgor como de viejas lágrimas guardadas para la acusación.
Yo me acerco a través de esos relampagueantes espejismos de ayer que me anuncian una vez más mi propio sacrificio, pero debo llegar
Igual que un personaje prometido por las mareas del pasado para un día cualquiera,
a la hora azul pálido de las inmolaciones,
hasta un lugar que ahora es el sueño que se pierde conmigo y nadie sabe.
Porque ahora él separa con este solo golpe de cuchillo la envoltura del mundo
y abre de par en par los grandes cielos de las transformaciones.
Sin embargo, esta herida del corazón por donde salgo,
estas grandes sin fin por donde ruedo con la velocidad de la distancia,
estas aguas que giran y se aquietan de ponto para cristalizar en una sombra igual a mi destino,
me conducen de nuevo a la cárcel de espejos que arroja cada noche a la noche en que muero.
Aunque nada me diga al despertar que yo sea yo misma.
( Los juegos peligrosos, 1962 )














