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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: POESIA

Poesia sabbatica: “Chi siamo”

19 sabato Set 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie giovanili e sparse

 

CHI SIAMO

 

chi siamo,

noi ragionatori d’universi lontani,

chi siamo,

noi evocatori di memorie divine

che niente hanno in comune

col guscio di carne e d’ossa

che ci veste,

noi con le ali potenti di cielo

che forse un giorno abbiamo avuto

se ora a volte urlano

cicatrici sulla schiena,

 

certo è difficile comprendere

quale sia la parte sulla scena

e se una parte poi vi sia

ma forse sarà vero

che esiliati siamo

da un mondo che è perduto

e lì certo

eravamo eterni e felici.

 

 

Francesco Palmieri -1998

(dalla raccolta inedita “Poesie giovanili e sparse”)

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Venerdì dispari

18 venerdì Set 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

La bambina impaurita fragile e sordo cieca
che chiamo da sempre e per sempre mamma
declinando tutte le sue preghiere di madre
ha appena passato il secolo intatta
ha voltato mille volte la rotta
è naufragata sull’ unico scoglio rimasto
rubando il respiro a un marito e a una figlia
ha voluto che io annunciassi di ognuno
la morte, di ognuno la tragica sorte
e che corressi a soccorrerla e a mentirle
sul destino che mi voleva presente
un sopravvissuto che non si capacita.
Lei si sta ancora consumando nel letto
annega dentro il vapore acqueo dell’estate
racimola vita contando le sue ore notturne
chiede clemenza come un condannato
che rimane ai piedi della scala.

Francesco Tontoli

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Vincenzo Di Giulio, “Piani di migrazioni instabili”, Fallone Editore, 2026.

14 lunedì Set 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Piani di migrazioni instabili, Vincenzo DI Giulio

 

Il fiore del deserto, Collana diretta da Gianpaolo G.Mastropasqua

*

Il gradiente delle stelle volgeva al centro esatto del basamento, lungo il canale iridescente delle vene.
Era una mutevole radiazione meridiana, fletteva le immagini dell’elemento principale, rigenerandone il condotto, lo strato esterno della pelle.

La linea si manteneva limpida, tratta a giustezza estrema, creava spinte prevalenti, poligoni epidittici.

Svolgendosi, il tracciante aveva vita propria, rimarcante, esaminava nuove strategie d’appoggio, proponeva lo sviluppo di spezzate, tronchi, e propagava congetture oblique, ubiquità convesse.

Era, allora, un soverchio agglomerato di tentacoli, e al centro il rigido impianto catalizzatore, la sede dell’Eletto, nel ganglio del neurone.

*

Apprezzava il sapido parto delle albe, la maturazione di un convincimento, il rituale di attendere conferme, rivelare esitazioni, nel tramonto di un assioma.

Richiuse l’abbecedario: era il debole conforto di ciò che era riassunto, gli inciampi del dettato, per confidare ancora nella purezza di un difetto, di ciò che del diniego aveva un dì crittografato.

Separò la schiuma dalle bolle.
Le gocce si appuntivano sulle parentesi ciliari, si specchiavano sul fondo delle macule.

Altro di niente, forse di nessuno, altro di se stesso, collezione pervia del molteplice, del diverso.

*

Amava strenuamente l’imperfetto, era il tempo perfetto del sospeso, si dipanava adagiato nel passato, conservando intatta la speranza del futuro, di un moto sì intrapreso, di un approdo, però, che mai si era concluso.

Il riecheggiante retaggio del sommerso, la proiezione interminabile del corso, il divenire transito, il conato ininterrotto.

La nuova variante fu isolata su un esemplare ermafrodita, era un ceppo di nuova formazione, subumano, tuttavia era una replica stampata, con qualche lieve variazione, dell’impronta madre del già nato, conteneva ogni attimo vissuto, e attraversando le galassie di petrolio, aveva rabberciato un cromosoma nuovo, una
mutazione quasi estinta, riportata in vita dal paguro.

Le mille facce dello stesso volto, la veste sempre nuova di un sol verso, la dolcissima impronta di dolore, nel calcare terra, passo dopo passo.

*

Quando entrò il procuratore, si udì un muovere di sedie, un brusio di voci canute.
I capi di accusa erano tanti, il difensore inerme.
Argomentò che non era quello, che non era stato lui, che non era giusto.
Ma v’era un testimone, incontrovertibile, oculare.
E del reato ebbe la visione, improvvisamente, un etere convulso che si scioglie, lui nell’attimo fatale che si ottunde, si piega nudo sul suo ventre, non riconosce il sole.

Per ogni limite di un varco.
Per la forma chiusa di ogni carne.
Per il potere fatuo d’ogni viso.

Una riga sulla lente, nel punto esatto dello sguardo.
Divideva il visibile e il non visto.
L’uno riflesso dentro l’altro, uniti nel falso dello specchio.

Poi, un silenzio di colori.

*

Si chiese se l’avesse respirata.
Se era felice.
Senza sapere cosa fosse, purché fosse.
Purché vi fosse un poco.

Levigò le gocce delle note.
Strinse un’aria liquida, di luce.

Togliere, più che mettere.
Senza temere.

E scompose di se stesso il niente.

Ne trasse uno spasimo.
Forse un’embolia del nucleo.
O forse una pallida lettera di sangue.
Tremante su di un bacio.

Così sussurrò: “Mi ami?”

 

L’AUTORE

Vincenzo Di Giulio, nato a Taranto nel 1968, laureato in Ingegneria Elettronica, vive a Roma, dove lavora come quadro dell’area tecnica di nota società di telecomunicazioni. Con la sua silloge di esordio Il Nero e il Sole (LCE, 2021) è risultato vincitore dei premi Letteratura Italiana Contemporanea e I Colori delle Parole e ha ottenuto altri riconoscimenti letterari (nei premi Mario Luzi, Don Luigi Di Liegro, Leggiadramente, Penna d’Autore). La sua seconda silloge Anima Mundi (Puntoacapo, 2022) è stata insignita del Premio Internazionale Lago Gerundo ed è stata premiata in diversi concorsi letterari (Mario Luzi, Metropoli di Torino, I Murazzi, Bologna in Lettere, Alberoandronico, Lorenzo Montano, L’Arte in Versi, Versante Ripido, Michelangelo Buonarroti). Con l’opera in prosa poetica Piani di migrazioni instabili ha ottenuto segnalazioni di merito nei premi per inediti Mario Luzi, Alberoandronico, Città di Grottammare, Elio Pagliarani.

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Poesia sabbatica: “Il tempo”

12 sabato Set 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie giovanili e altro

 

lascio che il tempo

sia calce che imbianca,

scalpello che incide

e mi consuma


-lui il carnefice

io la carne-

 

lascio che mi vesta ogni giorno

con quell’abito vecchio

già pronto all’inizio,

lascio che stringa

le sue mani alla gola,

mi stritoli il cuore,

mi spezzi i ginocchi,

mi appenda alla croce

con l’assassino e il ladrone

(io

che ho pianto farfalle

a morire nella sera)

 

lascio che il tempo

sia precipizio negli anni,

che mi marchi la fronte

dei segnati alla morte

e prenda ogni mio tempo

perché mai è stato tempo mio,

 

e senza più speranza

io alla fine della corsa

che non sapevo fosse

fra genesi e abisso.

 

Francesco Palmieri

( dalla raccolta “Poesie giovanili e altro” anni ottanta, inedita)

 

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Venerdì dispari

11 venerdì Set 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli

Inquieto

Ti insegnano la disciplina della calma
una dottrina sottile come uno stelo d’erba
tu ingerisci questa cicuta per tutta la vita
impari i gesti, insegui i maestri di cerimonia
educhi la tua carne a obbedire alle scosse
convinci le tue ossa a sostenere il peso
del cielo.
Il tuo corpo è un’antenna storta che ascolta
e cerca di nascondere a sé stesso il fremito delle mani.
Quello che è successo negli anni
giace dietro quella porta
gli attrezzi che ti servivano che non hai mai usato
e nell’angolo più lontano dalla finestra
c’è forse quell’oggetto che ti ha reso inquieto
il pensiero coltivato e mai fiorito nonostante
le cure scrupolose e le attenzioni sprecate.

Francesco Tontoli

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Poesie settembrine

01 martedì Set 2026

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Settembre, nono mese dell’anno, ha ispirato molti poeti perché scandisce la transizione tra la fine dell’estate e la ripresa delle attività. È un periodo malinconico, riflessivo perché segna il rientro a scuola, al lavoro, alla ciclicità della natura e delle attività umane; allo stesso tempo è suggestivo e foriero di speranza perché ospita progetti, desideri e nuovi inizi. Settembre è il mese della vendemmia, della transumanza, delle migrazioni degli uccelli che attraversano il cielo per svernare nei paesi caldi. Settembre è anche il mese in cui noi di LIMINA MUNDI riprendiamo la pubblicazione delle nostre proposte di lettura. Quella che segue è una selezione di nove poesie dedicate al nono mese dell’anno.

 

Ecco il giorno e l’aspetta settembre,
il suo immobile ardore un po’ fiaccato,
la languida estiva sbavatura. Eccomi.

Ai minuti, al facile perdono,
ai mercati scintillanti di materia,
all’invito innocente del mattino,
alla corsa, al gentile riposo.

Nell’aria imbambolata
facce bellissime passano per strada,
perduti amici miei li riconosco.

Il tempo senza tempo di settembre
si ripete, estate e infanzia
sono ancora insieme.

Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa, Einaudi, 2020.

 

Ricordo di settembre

Antico privilegio di madre:
– ritrovare il figlio nel tempio.
Perché, quando il cuore si ferma,
ticchetta sul petto un orologio –
tocca il viso che è come una foglia
la foglia scossa via dal boato?
Pianure dell’autunno polacco,
colline dell’autunno polacco –
chi tamponerà le strade,
con quale benda accorrerà?
Confini – siete abbastanza forti
da chiudervi a pugno.
Dateci un punto di appoggio,
e riusciremo a sollevare il mondo –
boschi del settembre polacco,
fiumi del settembre polacco!
C’è un cielo imperturbato
e un ruscello che esala sangue.

Wislawa Szymborska, Canzone nera, Piccola Biblioteca Adelphi, 2022, trad. di Linda Del Sarto.

 

Pioggia di settembre

Le gru rigano lente il cielo,
più avido è il grido dei corvi;
e il primo tuono rotola improvviso
tra gli scogli lividi delle nuvole,
spaurisce tra gli alberi il vento.
La pioggia avanza come nebbia,
urlante incalza il volo dei passeri.
Ora scroscia sulla vigna, tra gli ulivi;
per la rabbia dei lampi preghiere
cercano le vecchie contadine.

Ma ecco un umido sguardo azzurro
aprirsi nel chiuso volto del cielo;
lentamente si allarga fino a trovare
la strabica pupilla del sole.
Una luce radente fa nitido
Il solco dell’aratro, le siepi s’ingemmano;
tra le foglie sempre più rade
splende il grappolo niveo dei pistacchi.

Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Adelphi, 2023.

 

Settembre

Già l’olea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

Vittorio Sereni, Tutte le poesie,Mondadori, 2023.

 

La luna sanguina alle corna, mite
settembre torna ai davanzali.
Ai davanzali una voce balbetta:
luna, luna nova
chi ti cerca non ti trova
chi ti trova non ti aspetta.
Luna mia alta dove
è il gatto riverso che si spulcia?
Io non lo cerco altrove, luna
amorosa. Bruciano
gli occhi al buio, brucia
la tuberosa di settembre luna
sempre dolorosa.

Leonardo Sinisgalli, Tutte le poesie, Mondadori, 2020.

 

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Attilio Bertolucci, Le poesie,Garzanti, 2014.

 

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra.

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

Antonio Machado

 

Scendon le gocce della prima pioggia
che sul selciato ancor timida batte,
mentre settembre lietamente sfoggia
l’ardore delle sue bacche scarlatte.

E le foglie chiacchierine
parlano dell’autunno che ritorna
e che sotto la pioggia fine fine
di pampini e di bacche agile s’adorna.

Marino Moretti

 

Arietta settembrina

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

Al porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Alfonso Gatto

 

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Buone vacanze con una poesia di W. S. Merwin

02 giovedì Lug 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA, RICORRENZE

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Con la poesia “Estate” del poeta statunitense William Stanley Merwin e la sequenza fotografica di Loredana Semantica “Tramonto siracusano”, Limina mundi, sospende le pubblicazioni per i mesi di luglio e agosto e vi augura

Buone vacanze

Arrivederci al 1°settembre.

Estate

Sii di questa colorata luminosità
la cui incurante febbre
getta oro prima di andarsene
defi nitivamente nei vuoti
che non hanno misura.

Il sonno degli uccelli, il tramonto della luna,
isola dopo isola,
sii del loro silenzio
su questa marea che bilancia
un tempo, per un tempo.

Le isole non sono per sempre,
né sarà un’altra volta questa luce,
la serie delle maree, la breve estate,
sii del loro segreto
che non spaventa nessun altro.

trad. di Chandra Candiani

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Decisi per la gioia Antonella Pizzo – Analisi Tematica di Cristina Patanè

30 martedì Giu 2026

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali, POESIA

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https://liminamundi.com/2026/05/06/una-poesia-da-decisi-per-la-gioia-di-antonella-pizzo-anterem-edizioni-2026/

Analisi Tematica della Poesia: Memoria, Morte, Natura e la Scelta della Gioia di Cristina Patanè

La poesia offre un ricco intreccio di immagini e riflessioni che ruotano attorno a quattro tematiche principali: la memoria, la morte, la natura (in particolare il mare e i venti) e la scelta consapevole della gioia. Queste tematiche non sono isolate, ma si fondono in un filo conduttore che esplora la condizione umana e il suo dialogo con il tempo, la natura e il senso della vita.

La memoria emerge come una presenza viva e fragile, richiamata attraverso immagini di ricordi e saluti:

  • La nave che torna all’orizzonte “come un’eco e un riverbero” rappresenta il ritorno intermittente del passato nella coscienza presente.
  • I “saluti dimenticati” e il “biglietto scordato” richiamano episodi o persone lontane nel tempo ma ancora capaci di lasciare un segno, nonostante l’oblio.
  • La poesia coglie la memoria come un fenomeno discontinuo, segnato da echi e rivoli che tornano di tanto in tanto per farsi sentire, ma mai del tutto chiari o intatti.

La morte non è declinata come fine assoluto, ma piuttosto come trasformazione e ritorno alla natura:

  • Le “ossa disciolte” e “ricomposte in altre forme” evocano un ciclo naturale in cui ciò che muore si trasforma in elementi della natura come conchiglie e spirali, simboli di rinascita e continuità.
  • La morte, quindi, si collega a un processo di rigenerazione, conferendo un senso di pace e accettazione.

La natura appare come sfondo potente e dinamico, ma anche come elemento vivo e partecipante all’esistenza umana:

  • Il mare è presente con immagini suggestive di onde, spuma, correnti ascendenti e discendenti, simbolo di movimento, cambiamento e forza vitale.
  • I venti (scirocco, libeccio, tramontana) rappresentano forze contrastanti e mutevoli che influenzano il clima e, metaforicamente, lo stato dell’animo e il fluire del tempo.
  • Gli animali (pipistrello, assiolo) e la flora (palme, ulivo, uve) creano un ambiente vivo che intreccia i temi di natura e vita quotidiana, indicando una connessione profonda con la terra e il ciclo stagionale.
  • La specificazione geografica della “costa iblea” e la presenza dell’”Africa savana” evocano un senso di luogo e distanza, ampliando il respiro del testo.

La Scelta Consapevole della Gioia

Al centro della poesia si trova una decisione esplicita a favore della vita e della gioia, nonostante le difficoltà e consapevoli del tempo che passa:

  • Il verso “E noi che ci siamo già decisi per la gioia” indica la volontà attiva di abbracciare la felicità come una scelta esistenziale.
  • Segue il gesto di chiudere le finestre, stringersi come complici e “tornare a dormire sopra l’albero di ulivo” in un’immagine rassicurante e mitica, che richiama la tradizione e la radice culturale (l’”albero di Odisseo”).
  • La consapevolezza dei cambiamenti climatici e stagionali, come l’arrivo dell’autunno e delle intemperie, non spaventa: la gioia si esercita nel momento presente, prima che il freddo e la tempesta mettano alla prova.
  • Si tratta di una scelta di resistenza e di rinnovamento, di accoglienza attiva della vita nel suo fluire naturale e imprevedibile.

Il testo costruisce un percorso in cui la memoria del passato e la realtà della morte si integrano con la potenza viva della natura, suggerendo che la vita è un continuo fluire tra ricordo e trasformazione. La presenza costante del mare e dei venti intensifica il senso di un ciclo naturale e universale. Fra queste forze in gioco, l’essere umano compie una scelta fondamentale: quella della gioia, intesa come un atto consapevole di vita, di libertà e di speranza.
In definitiva, la poesia sembra invitare a riconoscere il valore della memoria e della natura come maestri che accompagnano la nostra esistenza, mentre si decide di abbracciare con coraggio e pienezza il dono della vita, anche quando tutto pare precario o effimero.

Odisseo come simbolo di stabilità e ritorno

Nella poesia, la presenza di Odisseo rappresenta la stabilità, la radice e la scelta consapevole. Odisseo, celebre per il suo lungo viaggio e per l’ingegno con cui affronta prove e difficoltà, diventa simbolo di chi ha compiuto un percorso fatto di sfide ma sa ritornare a casa, a un luogo certo e duraturo.

Il letto intagliato nell’albero di ulivo è emblematico di questa stabilità. L’ulivo, albero secolare e profondamente radicato nella cultura mediterranea, rappresenta la forza delle radici, la permanenza e la resistenza al tempo e agli eventi. Il letto, oggetto dell’intimità e del riposo, intagliato nel tronco di questo albero, aggiunge una dimensione di armonia tra natura e uomo, fra continuità e cura.

Il letto di Odisseo: simbolo di radice e appartenenza

Il letto intagliato nell’albero di ulivo simboleggia una solidità che si fonda sulla natura stessa, una casa che nasce dal cuore della terra e segna forte appartenenza e legame con la propria terra d’origine. Non è una dimora fragile o temporanea; è un segno tangibile di stabilità, costruita in modo naturale, quasi sacro.

Questo elemento richiama la capacità di radicarsi profondamente nonostante le tempeste della vita, intese sia come eventi climatici descritti nella poesia (vento, grandine, mare agitato), sia come metafore del tempo che tutto muta e tutto può distruggere.

Scelta consapevole della gioia e dell’esistenza contro la caducità

La poesia parla di una decisione esplicita verso la gioia e la vita, in opposizione alla caducità rappresentata dal tempo e dalla tempesta. L’immagine di Odisseo nel suo letto di ulivo segnala una volontà di possedere un ancoraggio fermo e riconoscibile in cui appoggiarsi e da cui partire, per rinunciare al pericolo di essere travolti da ciò che è incerto e fugace.

In questo senso, il letto rappresenta un rifugio e una meta, e la poesia lo associa intimamente all’idea di un ritorno e una scelta consapevole in cui la felicità e la vita non sono accidenti o destini ignoti, ma risultati della volontà e dell’azione.

Conclusione: Odisseo, simbolo di equilibrio tra viaggio e ritorno

In sintesi, la figura di Odisseo nella poesia si inscrive come simbolo della contrapposizione tra il viaggio, l’incertezza e il pericolo e la casa, la radice e la stabilità. Il letto intagliato nell’albero di ulivo racchiude questa tensione: è la prova materiale che malgrado il passare del tempo, il mutare degli eventi e le tempeste inevitabili, esiste una possibilità di fermarsi e scegliere la gioia e la vita fondate su radici profonde.

Il richiamo al mito di Ulisse rappresenta la ricerca di un centro di gravità permanente e di radici profonde, contrapposte al mare “errante” e alla tempesta della vita. Il letto di Odisseo diventa il simbolo di una stabilità conquistata e di una complicità che permette di affrontare l’inverno dell’esistenza con gioia. 

La nave che mandi dal ponte
la nave che si chiama amore e morte
salpata l’anno scorso e ancora non partita
ma già lontana che torna ogni tanto
alla riva come un’eco e un riverbero
di fazzoletti bianchi in aria
e all’orizzonte sfuma e di spume d’onda
che si abbattono sul molo
così resta la fronte imperlata di cenni
nelle mani un ciao stropicciato
accorto e guardingo nella tasca un biglietto
scordato con le parole stonate e fuori tempo
scritte in una sera che fuori pioveva e c’era vento a soffiare alla finestra
e non c’era nessuna candela
così non resta altro che replicare al saluto
raccoglierlo e attendere che la prossima onda
ne porti un altro ancora
saluti dimenticati
di gente morta da tempo
le loro ossa si sono disciolte
ricomposte in altre forme
a spirali a conchiglie a madreperle
a chele di paguro come questo che ti mando.

***

Cinque palme ondeggiavano al vento
una notte di settembre sulla costa iblea
affacciati e insonni immaginavamo il mare
mite e l’onda lenta e senza spuma.

Vagano erranti le anime in uno spazio
che non è terra e non è cielo e non è luogo
il pipistrello si aggrappa alla grondaia
l’assiolo si nasconde nella crepa del muro
pronto a virare verso l’Africa savana.

E noi che ci siamo già decisi per la gioia
canticchiando l’aria di una canzone antica
serriamo gli infissi e stretti come complici
torniamo a dormire sopra l’albero di ulivo
nel letto intagliato di Odisseo
prima che l’autunno giunga ad assalirci
prima che il freddo faccia scolorire le uve
dolci e pronte per la vendemmia
prima che la grandine ci distrugga.

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Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

29 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Nel nome del padre, Nunzio Di Sarno

 

Antenati

Canapa mattoni e poco più
A tener su la pelle bruciata
Di contadini e manovali –
Saggi ignoranti di provincia

Giacche e cravatte a mostrare
Una fierezza composta e dura
Per gli stenti superati a fatica
Dopo guerre e contrabbando

Eccovi con falci e martelli
Risplendenti nel lavoro
Che traccia sui vostri volti
La bellezza della rivincita

Voi che avete dato il pane
A noi che siamo venuti
Un tetto e tempo necessari
Per maturare conoscenza

A voi mi prostro perché
Senza di voi io non sarei

Ed è con voi riscattati
Dai nostri stessi mali
Che solo potrò essere

 

Segni

III

Cenni impercettibili
Occhiate
Sguardi sostenuti
Insulti

S’attaccano
E pesano
Filtrando

Terrore limbico
Nocicezione a mille
Per mantenersi
In vita

Freezing
Dissociativi

Il bambino
Non parla
Ma è un ometto
Così buono
E rispettoso

Mentre da solo
E in disparte
Tiene a bada
Gli inferni

 

Madonna dei dolori

Tu che consoli i tuoi figli
E li stritoli nell’abbraccio
Concedi loro la libertà

Tu che oltremodo li curi
Eterna autistica madre
Lasciali al loro destino

Tu che nei tuoi santuari
Li conservi e li soffochi
Ridona loro le chiavi

Tu che giudichi azioni
Pensieri ed emozioni
Volgi la mente altrove

Tu che appari e sparisci
Tra proiezioni e riflessi
Palesati per ciò che sei

Tu che penetri nel cuore
Come trasfigurata imago
Non illuderli ancora

Tu che ti vesti con un lutto
Mai integrato e lo trasmetti
Sconta quanto ti appartiene

Tu che detti i passi futuri
Tessitrice di vincoli e nodi
Spezza i vecchi fili sbiaditi

Tu che alimenti simbiosi
E blocchi l’individuazione
Cerca in te il senso ultimo

Tu che ti nutri del conforme
E temi l’ignoto – preparati
A spirare con la Rivoluzione

 

Educazione

L’esposizione senza rete certa
Né intessuta a dovere né salda
Aumenta lo stress e la rigidità
Sinaptica diventa norma interna

I portali sconosciuti agli attori
Sono la produzione dendritica
E la potatura con l’intervallo
Magico e alchemico del sette

Nessuno vede cosa si muove
Né cosa muove e ignora che
Alla rete neurale s’appiccica
Il negativo più del positivo

E quanto non accolto allora
Si ripresenterà nell’avvenire
In forme sconnesse criptiche
Per chi non ha le mani tese

 

Eterna benedizione

Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena

Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura

Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione

 

Via Crucis

Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni

Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno

Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore

Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male

Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni

Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

 

Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

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Poesia sabbatica: “32”

27 sabato Giu 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Francesco Palmieri, Poesie del saluto

 

quando verrà il mio turno di morire

vorrei andarmene

come quando si parte per un viaggio

ed è sicuro il ritorno

*

nessun singhiozzo, nessun pianto,

neanche un dolore,

qualche dispiacere appena

per chi saprà per certo

che non sentirà più in risposta la mia voce

e nemmeno mi vedrà seduto

al tavolo in cucina o rientrare a sera per la cena

*

quando me ne andrò per non tornare più

io dirò soltanto arrivederci

e tu risponderai soltanto

arrivederci

pur non sapendo se e quando

potrà accadere,

pur non sapendo dove e quando

*

noi ci rivedremo.

*

*

aprile 2026

*

 Francesco Palmieri

(dalla raccolta inedita “Poesie del saluto”)

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Venerdì dispari

26 venerdì Giu 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Le strade invase dal profumo di gelsomino

Le case invase
dal profumo di gelsomino
e i mattini di giugno
che risvegliano i nasi di città.
Sono uomini e donne
già storditi dalla luce
e affollano i balconi e i terrazzi
di pigiami di caffè e di annaffiatoi
ingombrano le strade
di poltiglie di petali di fiori
mescolano odori di gas
e fumi notturni di alcol
piccoli rivoli di fogne a cielo aperto
trovano la loro via.
E un fiume fermo scivola
sul marmo e sul metallo
attraversato da un vapore dolciastro
invisibile e necessario che sorprende
come se fosse un invito disperato
ad annusare l’aria e stare zitti
per tacere assieme ai gatti.

Francesco Tontoli

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Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

22 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Eterna creazione, Michela Zanarella

 

da Trittico sulla guerra

Volteggiano nel vento preghiere
mentre la vita si perde
sull’orlo di un buio indomabile.
Non è questione di alleanze
o di antiche memorie
la guerra non ha mai ragione
più si fissa dolore nel cosmo
più l’amore scompare
meglio liberare luce nel cielo
e chiedere agli angeli
di vegliare muti il tempo
che si accompagni il mondo al disarmo
che ogni orizzonte conosca perdono.

 

da Stagioni

Inverno. Alba.
Reagire alla luce
come se fosse cosa rara
la bellezza.
Anche l’oscurità sopravvive
nel lieve chiarore
non c’è un taglio netto
una separazione tra giorno e notte
l’uno nell’altra
continuano a esistere
come un arco infinito,
l’eterna creazione.
Sparse a terra le verità del tempo.
Arrossendo l’orizzonte
insegna la grandezza dell’amore.

 

Caffè del risveglio e latte versato
nel mattino che offre fioriture
nel respiro del tempo.
Spezzare il pane, gesto sacro
il grano matura sulla soglia
la trama di una primavera mostra il sole
da cielo a terra
i segni del pasto sulle labbra
mentre il giorno inizia ad attraversare il destino
a scegliere il frutto del dopo cena.

 

Ogni giorno sperare
che il bene non svanisca
che l’amore non sia fuoco che imita il vento
e dal terrazzo di un palazzo
credere di svegliarsi nell’estate
mentre giugno è un sole nascosto tra le nuvole.
È troppo fitta la vita
per accorgersi delle ombre
quasi identiche alla luce
chissà quante cose respirano
e somigliano a parole conosciute
il tornare poco a poco uguali al sogno
dentro una scia piena di memoria,
l’orizzonte un tricolore.

 

Nero di guerra vite perdute
sogni terminati sulla croce
grigio di nebbia
copre i bordi del tempo
fumo penetra rose
inevitabile cenere
erba fuggita dai fianchi dell’asfalto
rosso cuore che batte per amore
sangue che attraversa arterie
ogni colore ha le sue radici
crede nelle sfumature
sveglia i miracoli
diventa arcobaleno di pace.

 

da Quartetto calabro

Il vento attraversa stanze vuote
il profumo di gelsomino
rallenta il sonno del sole.
Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili
negli addii già resi al tempo
consegnare la voce agli oggetti
è l’unico sussulto
credere agli orizzonti
provati dall’abbandono
che sia amore tutto quell’arrossire
la sera
prima
dell’ultima parola.

 

da Quartetto veneto

Addentrarsi nell’anima del bosco
con l’aria che punge all’altezza dei pensieri
accorgersi che il sole costeggia la strada
il giorno sembra addestrato a non finire.
Io e mia madre parliamo con lo sguardo
allunghiamo il passo e il fiato
abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani
ora che l’amore si muove con noi
e al cielo fa piacere restare in ascolto.

 

Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

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Poesia sabbatica: “La follia di don Chisciotte”

20 sabato Giu 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

quante parole ti hanno fatto levitare

 

quando ancora non sapevi

 

il naufragio dei vascelli

 

sulla via delle spezie

 

(a oriente, dove sprizza il sole

 

ed erano seta le vesti

 

sulla pelle profumata delle donne,

 

acciaio lo sguardo azzurro degli eroi)

 

 

 

quali visioni hanno colmato gli occhi

 

con lo splendore tecnicolor

 

(e correvano i puledri

 

al tramonto vasto d’orizzonte

 

dove anche tu un giorno

 

saresti stato nomade e cavaliere)

 

 

 

nel fumo cancerogeno

 

di un’altra sigaretta

 

inchiodo contro il muro

 

ad uno ad uno

 

i ruffiani imbonitori mentitori

 

che nascosta dal sipario

 

hanno raccontato santa questa vita

 

 

 

questa vita che è solo una puttana,

 

appena scosti il telo.

 

 

 

Francesco Palmieri

 

(dalla raccolta edita

“Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

 

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Venerdì dispari

19 venerdì Giu 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

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Cielo curandero, Francesco Tontoli

Cielo curandero

Il cielo curandero
curandomi l’animula
fa passar le nuvole
sul lato bellosguardo
e il vento velocipede
le porta proprio in cima.
Pensieri così ripidi
cipressi e girasoli
nei campi e negli inciampi
infilzano la luna.
E’ l’una o son le due
e alle tre ti conto
le foglie di ninfea
che sono nella vasca
e il fiore che galleggia
D’Annunzio che sorseggia
il bianco o l’anicetto.
E io che sto perfetto
sul monte del tuo seno
io non gli son di meno.

Francesco Tontoli

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Miriam Bruni legge una poesia di Carmela Iaratta

16 martedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Silhouette of a person sitting underwater on coral surrounded by colorful fish and rays of sunlight
image AI generated

Se tu sapessi la tristezza immane

di navigare a vuoto senza meta,

di ricucire le ore lacerate

quando le mani non le senti più

a furia di picchiare contro il muro,

verresti ad aiutare questa tela

d’ una Penelope che aspetta

il batticuore

di scorger la tua sagoma lontana

che si avvicina, ma tu non tornerai.

Se tu sapessi quanto è ruvida la scena

che si ripete a ogni angolo di ciglia, quanto mi schiaccia questa storia incanutita

che scrive trafiletti di memoria

sulla dimora del sale in rimanenza

dopo che il mare prosciugato

da mestizie

diventa un tavoliere, una radura,

verresti a rimpinguare il gaio specchio

di un’ acqua pura che rifiuta ogni sigillo,

nell’ orizzonte che tu non colmerai.

I pesci con la coda verderame

mi sono testimoni delle volte

che il cannocchiale della misericordia

stende le braccia avanti e afferra il vuoto.

Se tu sapessi quant’ è stretta questa stanza

quando riscrivo il battito del sangue

che sembra un vecchio zoppo mentre arranca,

raccoglieresti la tua coda solitaria

e impareresti a correre da me.

Non riesco a fare finta che il profilo

del corpo tuo rotondo che disegno

sopra il cuscino quando mi addormento

consoli il movimento della vita.

Mi giro, ad occhi aperti.

Non rispondi .

La grazia del ricordo non mi basta.

Carmela Laratta

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Ugo Mauthe, “Mélange”, Puntoacapo editrice, 2026.

15 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Mélange, Ugo Mauthe

 

Ugo Mauthe MÉLANGE

Prefazione di Antonella Sica

Postfazione di David La Mantia

 

un mélange in XXXVI quadri

composti di giochi di sillabe

[creature laboratoriali che l’autore chiama egg-word]

haiku

[di-versi, secondo l’autore, perché

anche di pace di guerra d’altro]

monostici

[nell’officina dell’autore linee]

poesie sullo scrivere poesia

[che l’autore chiama spaventate minuscole]

 

da QUADRO I Flusso difettoso

*

se al presente

levi il pre

è un’assenza

che si sente

*

il tempo partito da un punto e non ancora arrivato

*

sbottano tappi,

gira l’angolo cieco

la mezzanotte

 

di giorno le cose utili

alla poesia il turno di notte

 

da QUADRO III Solitudini

*

mesto si sente

il mestolo

senza il suo lo

*

corre il vento

si porta via il silenzio –

cuore nel vuoto

*

paradosso mai ti lascia solo la solitudine

 

all’oscurità oscura

preferisco l’oscurità chiara

nel penombroso dilemma

una cosa mi cattura

ed è la parola nuda

 

da QUADRO IX Metamorfosi

*

al macigno stacca

quel ma

che d’esser cigno

dubitar lo fa

*

siamo pupe diventar farfalle è un’altra questione

*

un nuovo fiore

dal ramo osserva il mondo–

tu o è mutato

 

di una poesia restano sillabe

scarnificate del minimo respiro

scriviamo silenziose parole d’aria

e mai sapremo se sia pura

 

QUADRO XIX A(r)mare

*

odio invernale

primavera assalita

fiori soldato

*

quando armare

la prima erre disarmerà

amare potrà

*

consapevolezza il mondo non salverà la bellezza

 

c’è in giro una gran fantasia di poesia

verbale frenesia banale schizofrenia

ma la ricerca della rima allarga lo iato

fra chi vien le o e ch’invece ignorato

 

da QUADRO XXVII

*

si bordeggia e viveggia dove si tocca

*

è quel ri

che a risentimento

toglie ogni sentimento

*

sole spuntato

freddi luce e calore –

si estingue l’alba

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L’equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.
http://www.ugomautheparolescritte.it | https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe

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Venerdì dispari

12 venerdì Giu 2026

Posted by frantoli in POESIA, Venerdì dispari

≈ 1 Commento

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Francesco Tontoli, Notti di giugno

Notti di giugno

A giugno apro le finestre anche di notte
così che dalla strada mi giungano le voci
dei passanti ubriachi, dei solitari al telefono
dei gatti in amore e degli uccelli notturni.

Sono i miei compagni di sonno
a volte vorrei fermarli per parlarci
scambiare le mezz’ore frettolose o lente
concordare con loro il tipo di sogno
che mi aspetta per finire la notte.

Li lascio andare mentre calpestano
scompigliano, invadono il mio territorio
rovistano tra i fiori che piazzo sul balcone
che si affaccia sul baratro di una guerra.

Li convinco con le buone che non è il caso
di insistere a chiamare l’altra parte del mondo
per cercare una figlia perduta nel viaggio.

Per prendere sonno infine
parlo con le civette e i gufi
delle cose che disperatamente
non osiamo dire di giorno.
Il gatto del vicino è l’unico animale
che mi fa da ponte e messaggero.

Francesco Tontoli

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“Ombre d’ali” di Ada Negri. Una lettura di Miriam Bruni

09 martedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Ada Negri, Miriam Bruni

ph. Loredana Semantica

Ombre d’ali

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin che io veder potrò quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole
(forse un tempo io le dissi a chi m’amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.

Ada Negri

il sottofondo alla lettura è “Birds”
di Adrián Berenguer

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Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026. Nota di lettura di Deborah Mega

08 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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“L’erba più verde - The greener gras”, Cinzia Demi

 

“L’erba più verde – The greener gras”, edita da Terra d’ulivi edizioni, è un’antologia bilingue in italiano e in inglese che riunisce, attraverso un percorso di oltre quindici anni, diversi testi poetici di Cinzia Demi, rinomata poetessa, scrittrice e traduttrice di origine toscana e bolognese di adozione. La traduzione dei testi in inglese è stata curata da Graziella Sidoli. L’immagine di copertina dal titolo “Nonna Filomena e Giuseppe” è un’opera di Maurizio Caruso che rappresenta la figura di una nonna che abbraccia il nipotino, immagine che evoca ricordi e legami che talvolta, si ha la fortuna di vivere e di rievocare tra i ricordi più cari. Il tema del ricordo e della continuità spirituale è il primo, sotteso all’intera opera. È ben rappresentato dall’esergo iniziale tratto da Histrion di Ezra Pound che introduce la prima lirica della raccolta e che appartiene a “Il tratto che ci unisce”. Esiste una continuità che non si spezza, un tratto di collegamento che attraversa il tempo e lo spazio e che riunisce le anime affini. In alcune liriche emergono pensieri e osservazioni condivise (il beneficio della veglia, delle notti insonni affinché la mente da sola possa “cercare le risposte”), il linguaggio oracolare, l’importanza delle stelle che guidano il cammino “proprio adesso / che camminare al buio / è più semplice che mai”, proprio perché mai come ora è stato facile perdere la rotta, la giusta direzione. Emerge la necessità della scrittura, l’urgenza del dire che si presenta come ad un appello elementare in modo “immutato ostinato”. Compare anche l’invito rivolto ai figli a cercare nei propri ricordi il legame da annodare tra i capelli, da proteggere per sentirsi più forti e ancorati alla propria madre e, per estensione, alla propria famiglia e alla propria terra anche se ci si dovesse trovare lontani. Diversi testi rappresentano scene di vita domestica, la quotidianità serena, intima e familiare di quando si prepara una torta al cioccolato, mentre si osserva la statuina di Benino, pastore dormiente, simbolo dell’innocenza della fanciullezza, mentre si apparecchia per la cena e ci si racconta. Quest’idea di apertura al mondo, di “prossimità” agli altri attraversa tutta la raccolta di Demi: vivere con consapevolezza permette di osservare il reale, la natura circostante, di coglierne l’essenza materica con sguardo onnicomprensivo e di tradurli in immagini e in parole che gli conferiscono forma e significato. In molti testi la natura e i suoi elementi, un fiore, le api, le rondini, una tortora, un merlo sono osservati attentamente e definiti nelle loro manifestazioni fisiche e biologiche. L’orchidea sul tavolo della cucina è “trafitta da quell’ultimo raggio / di luce tradito dalle pieghe arancio /della tenda se avesse una sua voce / mi direbbe di questo tempo”, “il gelsomino sembra rinverdito come alzato nel fusto”; gli uccelli che volteggiano nel cielo, garriscono e fischiano, invece, scandiscono momenti significativi ed evocano ricordi o situazioni da rivivere. Alcune atmosfere e descrizioni di interni ricordano testi celebri di taglio crepuscolare. È fortemente presente anche la tensione metafisica in versi come “morderò anche il pane / berrò forse del vino /eucaristia dei miei sensi” o quando si afferma che “la tunica  non si gioca ai dadi” o ci si immedesima in Maria di Magdala e ancora in alcune rievocazioni della tradizione cristiana (la pietra del sudario, la croce di spine) o quando si ricordano “le guerre sull’altare di pietra”. Compare anche frequentemente la tensione dialogica con un ipotetico interlocutore, molto frequente il tu di montaliana memoria come per attribuire concretezza all’altro da sé. Il ricorso a temi autobiografici, gli interrogativi esistenziali, l’impressionismo lirico, l’intonazione colloquiale, la nostalgia, ricordano Caproni, uno dei maestri di Demi: in versi come “i miei occhi cinerini / gli insulsi miei orecchini” è impossibile non pensare al poeta livornese. Sembrerebbe una poesia del quotidiano, quasi cantabile, caratterizzata da un’apparente leggerezza espressiva che però non deve trarre in inganno perché è il risultato di un approfondimento rigoroso, di una grande padronanza degli strumenti metrici e linguistici. Pur essendo attuale, la scrittura di Demi, infatti, utilizza gli strumenti retorici della tradizione, allitterazioni, metafore, anafore, ripetizioni, personificazioni, rime baciate, interne, rime imperfette. La scrittura quasi filosofica e riflessiva, descrive e racconta oggetti, emozioni, situazioni concrete, muove infatti da un evento qualsiasi, all’apparenza trascurabile per poi giungere, attraverso accelerazioni improvvise di immagini o di domande, a vere riflessioni sul senso dell’esistenza. Una poesia da cui emerge in molti luoghi un forte senso di umanità, di compartecipazione, di accettazione affettuosa della vita in tutte le sue manifestazioni.

Deborah Mega

 

da: Il tratto che ci unisce

 

   diventerà un appuntamento

tra le tue pagine preferite

il conoscersi

il voler sapere delle nostre vite

vedrai recitare una parte

che ti compete che ti si addice

scivolerò piano

nel tragitto breve

tra l’occhio e la mente

dapprima ti sembrerà niente

poi parola per parola

ti approprierai di em

e scaverai fino a trovare il seme

       il tratto che ci unisce

 

     it will be an appointment

among your favorite pages

when we meet

to learn about our lives

you’ll see  role played out

that suits and fits you well

I shall slide down slowly

on the brief patch

between eye and mind

at first it’ll mean nothing to you

then one word at a time

you will over take me

and search until you find the seed

the core that binds us

*

 

     quante notti ti ho descritto

 

per arrivare a questa

a questa di bicchieri non lavati

e briciole

raccolte con la mano

 

   solita panca solita cucina

-dobbiamo fare mattina –

hai detto

 

poi con gli occhi

hai cercato qualcosa

qualcosa di lontano

mi hai preso la mano

era estate all’improvviso

 

Firenze fuggiva quella notte

come un campo seminato di fresco

perché, te lo sei chiesto? –

 

 baci e velluto sulla pelle

amore non giurato

baccanti, dei prodighi e pittori

bravi quegli artisti di strada

che orchestra ci portava il vento

 

 un solo strumento

variabili nessuna

si forse c’era anche lei

la luna

e i passo veloce

di quegli anni

 

   sul lung’Arno

una chiatta c’accompagnava

brivido di fuoco sulla pelle

la tua giacca

mi copriva le spalle

 

so many nights I’ve described to you

to get to this one

with unwashed glasses

and breadcrumbs

collected with my hands

 

same bench same kitchen

-we have to make it to the morning –

you said

 

  then with your eyes

you looked for something

very far away

you took my hand

and it was suddenly summer

 

  Florence was fleeing that night

like a field freshly sown

-why, did you ask yourself why? –

 

 kisses and velvet on our skin

love unsworn

baccanals, prodigal gods and painters

really good street artists

symphonies brought by the wind

 

a single instrument

no variables

yes maybe it was also

the moon

ad the swift pace

of those years

 

 along the river Arno

a barge gliding by

quivering fire on our skin

your shawl

sheltering myhoulders

*

da: Incontri e Incantamenti

 

Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda.

Giorgio Caproni, Il muro della terra

 

* *    c’è un’erba più verde

bagnata come pianto

in questa primavera

sembra il canto

dei tuoi giovani anni

figlio dei vent’anni

figlio dei giorni bui

piovosi

e dei cieli immensi

**      subito sereni

luminosi da non guardare

figlio che non inganni

figlio degli affanni

e del tempo che ride

beffardo e per incantamento

*   *     nell’azzardo

ti porta altri orizzonti

figlio dei tramonti

figlio degli incontri

figlio tra la gente

come pietre di sorgente

*    *       acqua smarrita

ma donata ritrovata

figlio della vita

anch’io mi sono vestita

di verde

ma più chiaro

*   *     come il giorno

che Maria ti sorrise

che ti mise nelle mie mani

figlio del domani

che ancora stringo

in un abbraccio

* *       che non so lasciare

non mi rimproverare

figlio che devi andare

 

Become my father, take me

by the hand

where your Irish steps

lead with certainty

Giorgio Caproni, The Wall of the Earth

 

there is a greener grass

wet as tears

**         this spring

it seems the song

of younger years

son of twenties

 

**     son of the dark days

rain filled

and the immense skies

**      suddenly serene

too bright to bear

son never deceitful

 

son of worry

and of time that laughs

mocking yet enchanting

        in its hazard

leading you to new horizons

son of sunsets

 

son of encounters

son among the people

like spring water stone

        with lost water

yet offered found again

son of life

 

I too wore green

but lighter

       like the day

when Mary smiled at you

and placed you in my hands

 

      son of tomorrows

still held close

      I cannot let you go

do not blame me

son     who must go

*

dal poemetto: Ero Maddalena

 

Non sapremo noi

che faccia hai avuto

mai

né quella che

voltandoti

potresti avere

ed hai.

Giovanni Testori, dedicato alla Maddalena del Masaccio

 

 manca ancora molto all’alba

e vorrei che la notte non finisse

vado in controtendenza adesso

è più forte la voglia di ombre

la luce mi acceca

 

nella notte ritrovo il cuore

del mondo

il cerchio di fuoco acceso

dentro cui buttarsi

per sparire nel rosso

e rinascere

come terra da amare

 

from the poem: I was Magdalene

We will never know

not us

which face was yours

nor which

now as you turn

it still could be

and is

Giovanni Testori, dedicated to Masaccio’s Magdalene

 

   still hours until dawn

and I’d have no end to night

I’m clawing forward now

more covetous of shadows

blind in the light

 

  in the night, I return

to the heart of the world

that glowing ring of flames

where I would dive

and vanish in the red

to be reborn

as cherished earth.

*

 

da: Il solstizio dei sentieri

 

 la tua bellezza atroce

di dea accovacciata sulla

crisalide schiusa    abbracciata

al gelo della morte    geme

senza appello     preme

 

sull’erba che tutto ricopre

anche le scarpe    lontane

dal tuo corpo    alzati

grida il tuo sangue     alzati

sbraita il furore cieco

 

chi ti strinse i seni e i

fianchi     nell’alba screziata

della casa matrigna

con il latte sul fuoco e

il pane da poco spezzato

 

 alzati urla il coro degli

alberi     il brusio degli insetti

il canto degli uccelli

alzati     per questo gioco

da nulla non serve cadere

 

 unisciti all’ombra che sale

si mischia al drappo e al

rosario    balena sul filo

dell’acqua come giorno che

accade nei sentieri di mirto

 

tu    sorda ai richiami

condanni la tua sostanza

gli occhi di polvere un

tempo di scherno    hanno

scelto l’inferno la mattanza

 

 your fierce beauty

a goddess folded over

the chrysalis just opened

held in the frost of death moaning

without answer pressing

into the grass that covers it all

even your shoes lying      far

from your body rise    shout

your blood    rise the blind fury

crying through you

 

who squeezed your breasts and

hips     in the mottled dawn

of the stepmother’s house

with milk on the stove and

bread freshly broken

 

rise calls the chorus of trees

the whisper of insects

the bright throats of birds

rise    for this small game

where falling has no meaning

 

join the rising shadow

mingling with the cloth

and the rosary flaring along

the thread of water like a day

breaking in myrtle paths

 

you   who hear no calling

condemn your own substance

eyes full of dust    a season

of scorn choosing hell

and the slaughter

 

Cinzia Demi, “L’erba più verde – The greener gras”, Terra d’ulivi edizioni, 2026.

 

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Poesia sabbatica:”Chiarimento”

06 sabato Giu 2026

Posted by Francesco Palmieri in POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

Fra improbabile cielo e terra certa, Francesco Palmieri

 

 

non ce l’ho col vivere

e non ce l’ho con Dio,

soltanto non riesco a stare zitto,

a non dire l’ingrediente

caduto nell’impasto

ed è l’amaro di una vena

scoppiata dentro al pane,

lo scricchiolio dei denti

e poi la fitta,

il sangue alle gengive,

  *     

mi mancano buone ragioni

a fare il calvario santo,

insomma non ci riesco

ad essere convinto

che fosse proprio inevitabile,

  *          *     

morire,

l’unica pista

         *     

e poi la porta in altre sfere,

lo squarcio in galassia lieve

e non il buco nero,

la nostra morte eterna,

  *     

non ce l’ho con Dio – davvero –

ma come sarebbe stata più divina

l’aggiunta di perdono alla sentenza

che ci fece soli,

uomini a morire con lentezza,

  *     

sopra infinite croci.

  *         

  *     

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” Terra d’ulivi edizioni)

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