Analisi Tematica della Poesia: Memoria, Morte, Natura e la Scelta della Gioia di Cristina Patanè
La poesia offre un ricco intreccio di immagini e riflessioni che ruotano attorno a quattro tematiche principali: la memoria, la morte, la natura (in particolare il mare e i venti) e la scelta consapevole della gioia. Queste tematiche non sono isolate, ma si fondono in un filo conduttore che esplora la condizione umana e il suo dialogo con il tempo, la natura e il senso della vita.
La memoria emerge come una presenza viva e fragile, richiamata attraverso immagini di ricordi e saluti:
La nave che torna all’orizzonte “come un’eco e un riverbero” rappresenta il ritorno intermittente del passato nella coscienza presente.
I “saluti dimenticati” e il “biglietto scordato” richiamano episodi o persone lontane nel tempo ma ancora capaci di lasciare un segno, nonostante l’oblio.
La poesia coglie la memoria come un fenomeno discontinuo, segnato da echi e rivoli che tornano di tanto in tanto per farsi sentire, ma mai del tutto chiari o intatti.
La morte non è declinata come fine assoluto, ma piuttosto come trasformazione e ritorno alla natura:
Le “ossa disciolte” e “ricomposte in altre forme” evocano un ciclo naturale in cui ciò che muore si trasforma in elementi della natura come conchiglie e spirali, simboli di rinascita e continuità.
La morte, quindi, si collega a un processo di rigenerazione, conferendo un senso di pace e accettazione.
La natura appare come sfondo potente e dinamico, ma anche come elemento vivo e partecipante all’esistenza umana:
Il mare è presente con immagini suggestive di onde, spuma, correnti ascendenti e discendenti, simbolo di movimento, cambiamento e forza vitale.
I venti (scirocco, libeccio, tramontana) rappresentano forze contrastanti e mutevoli che influenzano il clima e, metaforicamente, lo stato dell’animo e il fluire del tempo.
Gli animali (pipistrello, assiolo) e la flora (palme, ulivo, uve) creano un ambiente vivo che intreccia i temi di natura e vita quotidiana, indicando una connessione profonda con la terra e il ciclo stagionale.
La specificazione geografica della “costa iblea” e la presenza dell’”Africa savana” evocano un senso di luogo e distanza, ampliando il respiro del testo.
La Scelta Consapevole della Gioia
Al centro della poesia si trova una decisione esplicita a favore della vita e della gioia, nonostante le difficoltà e consapevoli del tempo che passa:
Il verso “E noi che ci siamo già decisi per la gioia” indica la volontà attiva di abbracciare la felicità come una scelta esistenziale.
Segue il gesto di chiudere le finestre, stringersi come complici e “tornare a dormire sopra l’albero di ulivo” in un’immagine rassicurante e mitica, che richiama la tradizione e la radice culturale (l’”albero di Odisseo”).
La consapevolezza dei cambiamenti climatici e stagionali, come l’arrivo dell’autunno e delle intemperie, non spaventa: la gioia si esercita nel momento presente, prima che il freddo e la tempesta mettano alla prova.
Si tratta di una scelta di resistenza e di rinnovamento, di accoglienza attiva della vita nel suo fluire naturale e imprevedibile.
Il testo costruisce un percorso in cui la memoria del passato e la realtà della morte si integrano con la potenza viva della natura, suggerendo che la vita è un continuo fluire tra ricordo e trasformazione. La presenza costante del mare e dei venti intensifica il senso di un ciclo naturale e universale. Fra queste forze in gioco, l’essere umano compie una scelta fondamentale: quella della gioia, intesa come un atto consapevole di vita, di libertà e di speranza. In definitiva, la poesia sembra invitare a riconoscere il valore della memoria e della natura come maestri che accompagnano la nostra esistenza, mentre si decide di abbracciare con coraggio e pienezza il dono della vita, anche quando tutto pare precario o effimero.
Odisseo come simbolo di stabilità e ritorno
Nella poesia, la presenza di Odisseo rappresenta la stabilità, la radice e la scelta consapevole. Odisseo, celebre per il suo lungo viaggio e per l’ingegno con cui affronta prove e difficoltà, diventa simbolo di chi ha compiuto un percorso fatto di sfide ma sa ritornare a casa, a un luogo certo e duraturo.
Il letto intagliato nell’albero di ulivo è emblematico di questa stabilità. L’ulivo, albero secolare e profondamente radicato nella cultura mediterranea, rappresenta la forza delle radici, la permanenza e la resistenza al tempo e agli eventi. Il letto, oggetto dell’intimità e del riposo, intagliato nel tronco di questo albero, aggiunge una dimensione di armonia tra natura e uomo, fra continuità e cura.
Il letto di Odisseo: simbolo di radice e appartenenza
Il letto intagliato nell’albero di ulivo simboleggia una solidità che si fonda sulla natura stessa, una casa che nasce dal cuore della terra e segna forte appartenenza e legame con la propria terra d’origine. Non è una dimora fragile o temporanea; è un segno tangibile di stabilità, costruita in modo naturale, quasi sacro.
Questo elemento richiama la capacità di radicarsi profondamente nonostante le tempeste della vita, intese sia come eventi climatici descritti nella poesia (vento, grandine, mare agitato), sia come metafore del tempo che tutto muta e tutto può distruggere.
Scelta consapevole della gioia e dell’esistenza contro la caducità
La poesia parla di una decisione esplicita verso la gioia e la vita, in opposizione alla caducità rappresentata dal tempo e dalla tempesta. L’immagine di Odisseo nel suo letto di ulivo segnala una volontà di possedere un ancoraggio fermo e riconoscibile in cui appoggiarsi e da cui partire, per rinunciare al pericolo di essere travolti da ciò che è incerto e fugace.
In questo senso, il letto rappresenta un rifugio e una meta, e la poesia lo associa intimamente all’idea di un ritorno e una scelta consapevole in cui la felicità e la vita non sono accidenti o destini ignoti, ma risultati della volontà e dell’azione.
Conclusione: Odisseo, simbolo di equilibrio tra viaggio e ritorno
In sintesi, la figura di Odisseo nella poesia si inscrive come simbolo della contrapposizione tra il viaggio, l’incertezza e il pericolo e la casa, la radice e la stabilità. Il letto intagliato nell’albero di ulivo racchiude questa tensione: è la prova materiale che malgrado il passare del tempo, il mutare degli eventi e le tempeste inevitabili, esiste una possibilità di fermarsi e scegliere la gioia e la vita fondate su radici profonde.
Il richiamo al mito di Ulisse rappresenta la ricerca di un centro di gravità permanente e di radici profonde, contrapposte al mare “errante” e alla tempesta della vita. Il letto di Odisseo diventa il simbolo di una stabilità conquistata e di una complicità che permette di affrontare l’inverno dell’esistenza con gioia.
La nave che mandi dal ponte la nave che si chiama amore e morte salpata l’anno scorso e ancora non partita ma già lontana che torna ogni tanto alla riva come un’eco e un riverbero di fazzoletti bianchi in aria e all’orizzonte sfuma e di spume d’onda che si abbattono sul molo così resta la fronte imperlata di cenni nelle mani un ciao stropicciato accorto e guardingo nella tasca un biglietto scordato con le parole stonate e fuori tempo scritte in una sera che fuori pioveva e c’era vento a soffiare alla finestra e non c’era nessuna candela così non resta altro che replicare al saluto raccoglierlo e attendere che la prossima onda ne porti un altro ancora saluti dimenticati di gente morta da tempo le loro ossa si sono disciolte ricomposte in altre forme a spirali a conchiglie a madreperle a chele di paguro come questo che ti mando.
***
Cinque palme ondeggiavano al vento una notte di settembre sulla costa iblea affacciati e insonni immaginavamo il mare mite e l’onda lenta e senza spuma.
Vagano erranti le anime in uno spazio che non è terra e non è cielo e non è luogo il pipistrello si aggrappa alla grondaia l’assiolo si nasconde nella crepa del muro pronto a virare verso l’Africa savana.
E noi che ci siamo già decisi per la gioia canticchiando l’aria di una canzone antica serriamo gli infissi e stretti come complici torniamo a dormire sopra l’albero di ulivo nel letto intagliato di Odisseo prima che l’autunno giunga ad assalirci prima che il freddo faccia scolorire le uve dolci e pronte per la vendemmia prima che la grandine ci distrugga.
Terrore limbico
Nocicezione a mille
Per mantenersi
In vita
Freezing
Dissociativi
Il bambino
Non parla
Ma è un ometto
Così buono
E rispettoso
Mentre da solo
E in disparte
Tiene a bada
Gli inferni
Madonna dei dolori
Tu che consoli i tuoi figli
E li stritoli nell’abbraccio
Concedi loro la libertà
Tu che oltremodo li curi
Eterna autistica madre
Lasciali al loro destino
Tu che nei tuoi santuari
Li conservi e li soffochi
Ridona loro le chiavi
Tu che giudichi azioni
Pensieri ed emozioni
Volgi la mente altrove
Tu che appari e sparisci
Tra proiezioni e riflessi
Palesati per ciò che sei
Tu che penetri nel cuore
Come trasfigurata imago
Non illuderli ancora
Tu che ti vesti con un lutto
Mai integrato e lo trasmetti
Sconta quanto ti appartiene
Tu che detti i passi futuri
Tessitrice di vincoli e nodi
Spezza i vecchi fili sbiaditi
Tu che alimenti simbiosi
E blocchi l’individuazione
Cerca in te il senso ultimo
Tu che ti nutri del conforme
E temi l’ignoto – preparati
A spirare con la Rivoluzione
Educazione
L’esposizione senza rete certa
Né intessuta a dovere né salda
Aumenta lo stress e la rigidità
Sinaptica diventa norma interna
I portali sconosciuti agli attori
Sono la produzione dendritica
E la potatura con l’intervallo
Magico e alchemico del sette
Nessuno vede cosa si muove
Né cosa muove e ignora che
Alla rete neurale s’appiccica
Il negativo più del positivo
E quanto non accolto allora
Si ripresenterà nell’avvenire
In forme sconnesse criptiche
Per chi non ha le mani tese
Eterna benedizione
Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena
Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura
Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione
Via Crucis
Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni
Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno
Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore
Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male
Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni
Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026
Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.
Volteggiano nel vento preghiere
mentre la vita si perde
sull’orlo di un buio indomabile.
Non è questione di alleanze
o di antiche memorie
la guerra non ha mai ragione
più si fissa dolore nel cosmo
più l’amore scompare
meglio liberare luce nel cielo
e chiedere agli angeli
di vegliare muti il tempo
che si accompagni il mondo al disarmo
che ogni orizzonte conosca perdono.
da Stagioni
Inverno. Alba.
Reagire alla luce
come se fosse cosa rara
la bellezza.
Anche l’oscurità sopravvive
nel lieve chiarore
non c’è un taglio netto
una separazione tra giorno e notte
l’uno nell’altra
continuano a esistere
come un arco infinito,
l’eterna creazione.
Sparse a terra le verità del tempo.
Arrossendo l’orizzonte
insegna la grandezza dell’amore.
Caffè del risveglio e latte versato
nel mattino che offre fioriture
nel respiro del tempo.
Spezzare il pane, gesto sacro
il grano matura sulla soglia
la trama di una primavera mostra il sole
da cielo a terra
i segni del pasto sulle labbra
mentre il giorno inizia ad attraversare il destino
a scegliere il frutto del dopo cena.
Ogni giorno sperare
che il bene non svanisca
che l’amore non sia fuoco che imita il vento
e dal terrazzo di un palazzo
credere di svegliarsi nell’estate
mentre giugno è un sole nascosto tra le nuvole.
È troppo fitta la vita
per accorgersi delle ombre
quasi identiche alla luce
chissà quante cose respirano
e somigliano a parole conosciute
il tornare poco a poco uguali al sogno
dentro una scia piena di memoria,
l’orizzonte un tricolore.
Nero di guerra vite perdute
sogni terminati sulla croce
grigio di nebbia
copre i bordi del tempo
fumo penetra rose
inevitabile cenere
erba fuggita dai fianchi dell’asfalto
rosso cuore che batte per amore
sangue che attraversa arterie
ogni colore ha le sue radici
crede nelle sfumature
sveglia i miracoli
diventa arcobaleno di pace.
da Quartetto calabro
Il vento attraversa stanze vuote
il profumo di gelsomino
rallenta il sonno del sole.
Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili
negli addii già resi al tempo
consegnare la voce agli oggetti
è l’unico sussulto
credere agli orizzonti
provati dall’abbandono
che sia amore tutto quell’arrossire
la sera
prima
dell’ultima parola.
da Quartetto veneto
Addentrarsi nell’anima del bosco
con l’aria che punge all’altezza dei pensieri
accorgersi che il sole costeggia la strada
il giorno sembra addestrato a non finire.
Io e mia madre parliamo con lo sguardo
allunghiamo il passo e il fiato
abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani
ora che l’amore si muove con noi
e al cielo fa piacere restare in ascolto.
Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€
La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni
Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.
Claudio Pagelli
Estratti da Lo Stato Pontificio:
OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO
Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco, espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco, scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza, io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo, senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».
Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen, è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma, vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen, e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma 180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio, la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.
Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto, Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto, adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando, ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici, magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.
SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO
Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano, con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.
Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali, io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali, i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio, credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima, a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.
Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.
Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018, lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte, mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848 i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.
IL POETA PROSSENETA
Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito, al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.
Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi, tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.
Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio, a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi, la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.
Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.
[creature laboratoriali che l’autore chiama egg-word]
haiku
[di-versi, secondo l’autore, perché
anche di pace di guerra d’altro]
monostici
[nell’officina dell’autore linee]
poesie sullo scrivere poesia
[che l’autore chiama spaventate minuscole]
da QUADRO I Flusso difettoso
*
se al presente
levi il pre
è un’assenza
che si sente
*
il tempo partito da un punto e non ancora arrivato
*
sbottano tappi,
gira l’angolo cieco
la mezzanotte
di giorno le cose utili
alla poesia il turno di notte
da QUADRO III Solitudini
*
mesto si sente
il mestolo
senza il suo lo
*
corre il vento
si porta via il silenzio –
cuore nel vuoto
*
paradosso mai ti lascia solo la solitudine
all’oscurità oscura
preferisco l’oscurità chiara
nel penombroso dilemma
una cosa mi cattura
ed è la parola nuda
da QUADRO IX Metamorfosi
*
al macigno stacca
quel ma
che d’esser cigno
dubitar lo fa
*
siamo pupe diventar farfalle è un’altra questione
*
un nuovo fiore
dal ramo osserva il mondo–
tu o è mutato
di una poesia restano sillabe
scarnificate del minimo respiro
scriviamo silenziose parole d’aria
e mai sapremo se sia pura
QUADRO XIX A(r)mare
*
odio invernale
primavera assalita
fiori soldato
*
quando armare
la prima erre disarmerà
amare potrà
*
consapevolezza il mondo non salverà la bellezza
c’è in giro una gran fantasia di poesia
verbale frenesia banale schizofrenia
ma la ricerca della rima allarga lo iato
fra chi vien le o e ch’invece ignorato
da QUADRO XXVII
*
si bordeggia e viveggia dove si tocca
*
è quel ri
che a risentimento
toglie ogni sentimento
*
sole spuntato
freddi luce e calore –
si estingue l’alba
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L’equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo. http://www.ugomautheparolescritte.it | https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe
collana di poesia icaro, diretta da Gaetano Giuseppe Magro prefazione di Alessandro Pertosa
La ferita della luce
di Maria Allo
“muove all’indietro il fiore
mira il bianco iniziale
chiede di non essere nato “.
Franca Maria Catri
Daìta Martinez, audace e innovativa poeta, consapevole della propria funzione e delle sue capacità, si distingue per la tenacia con cui unisce rigore e generosità. Il tutto è arricchito da un innato slancio immaginativo e da una profonda visione ispiratrice. Anche in sant’anna, edito da ilglomerulodisale, la sua scrittura si apre come una fessura nell’opacità di un cielo carico di presagi, rivelando un’intensità inaspettata, capace di suggerire trame nascoste, sospese tra l’immanente e il sacro. I versi della poeta emergono come frammenti scolpiti dal passaggio del tempo, sussurri capaci di restituire lo stupore travolgente del primo sguardo sul mondo. È una poesia che affronta il vuoto e la paura, ma che mai si arrende all’inconsistenza del silenzio. Il testo si muove con una danza eterea su un filo sottile: invisibile ma resistente, accompagna il lettore dal fremito delicato dell’alba narrativa fino al crepuscolo velato della chiusura. È proprio in questa interruzione perfetta che emerge un’assenza dal peso tangibile, capace di radicarsi nello spirito come una presenza sconosciuta e magnetica. Un vuoto che non tace ma pulsa di desiderio: “sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco” (p. 23). È il richiamo di ciò che è smarrito, l’eco di una divinità immobile che governa mondi interi dagli abissi del suo silenzio. Eppure, al cuore di questa quiete apparente risiede la sorgente primigenia della creazione: un grembo invisibile dove la parola germoglia e la preghiera – leggera come il respiro di un mattino – si trasforma in corpo vivo della poesia: “rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia adesso /che scende l’origine alla tua sera” (p. 30). La voce poetica si sviluppa tramite un intreccio di scelte lessicali e metriche, dove ritmi, rime, anafore e allitterazioni disegnano atmosfere intrise di simbolismi sacri. Si diffonde nell’aria, seguendo le tracce dell’essenza più intima dell’anima, trovando riflessi nei dettagli della natura, che sembrano rivelarsi come frammenti di un’eternità fuori dal tempo. La magnolia, sospesa tra cielo e terra con la sua purezza candida, diviene simbolo del legame tra universo e cuore, diffondendo un profumo lieve e divino. Attraverso queste immagini vibranti, i versi invitano a seguire la luce interiore con passo delicato, intrecciando dialoghi silenziosi tra riflessi interiori e universali. In questo spazio privo di confini certi, la poesia di sant’anna si perde nell’immensità dell’indicibile per divenire varco ed esplorazione. Ogni parola è fuga ma anche ritorno, uno scarto fragile in cui dimora una verità destinata a risiedere nel nucleo nascosto dell’anima. Nella raccolta di Martinez, nulla è svelato interamente; invece, tutto pulsa tra le alternanze di silenzio eterno e caos generativo dell’esistenza. Leggerla è un atto di coraggio: implica abbandonare ogni certezza rassicurante per accogliere il flusso vitale e mutevole dell’insondabile. Nel paesaggio incerto della poesia contemporanea, Daìta Martinez si staglia con forza come lama affilata che fende l’oscurità senza timore. La sua parola è viva e ribelle, indomabile, capace di urlare attraverso le rovine della sofferenza per scavare nel buio più profondo. La poeta rifiuta protezioni o mediazioni nella sua ricerca: con mani nude e sporche manipola la ferita del dolore per squarciarne il sigillo, rivelando sotto la crosta la vibrazione ardente della vita nascente:
“il taglio si è smarrito”
“sono sette anni sono solo sette noci i denti/ che nascondo sotto al cuscino per l’illusione/ di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle/ che sappia per un solo attimo farmi fiatare la/gondola del cuore ha poche onde il mio cuore/ e nessun pontile per l’attracco” (pp.69-70). Un taglio che non smette di vagare, una ferita solitaria persa nel tempo e nello spazio, come un ciclo interrotto fatto di promesse sussurrate tra passato e presente. Sette anni e sette noci: un ritmo antico e rituale che si spezza, lasciando solo l’eco di un desiderio irrisolto. I denti sotto il cuscino, reliquie di un’infanzia sbiadita, implorano un ritorno impossibile, un affetto dimenticato. L’abbraccio che giunge da dietro è appena un lampo di calore, già dissolto nell’inevitabile assenza. E il cuore? Fragile come una gondola alla deriva, incapace di sopportare le onde del vivere o di trovare riparo presso un molo. Questo universo chiuso in poche immagini risuona di silenzi densi e buchi irraggiungibili, in cui il marinaio-anima naviga all’infinito, prigioniero di un mare che non dona rive ma solo un eterno galleggiamento verso il nulla. La scrittura è un turbinio di carne e cenere, un grido che trasforma sofferenza in una luce cruda, incessante e vivida. Il linguaggio di Daita si dispiega come un fiume in piena, un torrente di versi che avvolge e seduce con il suo moto incessante. Nelle prime battute, le sue acque si intrecciano in vortici intricati, seguendo un tracciato invisibile che lega pensieri e immagini in una danza fluida e armoniosa. Ogni pausa è il respiro del fiume, ogni accento il suo salto tra rocce e correnti, componendo un cammino che conduce il lettore entro paesaggi interiori in costante mutamento, dove le parole risuonano come echi di racconti eternamente cangianti. Nei versi di Franca Maria Catri che accompagnano l’incipit, un fiore sfida il tempo piegandosi all’indietro, alla ricerca dell’innocenza di quel “bianco iniziale”, quel grembo originario dove tutto giaceva ancora indiviso. Allo stesso modo, le poesie di Daita Martinez sembrano risuonare di quel canto primigenio, strettamente intrecciato con i fili segreti della natura. È un invito a immergersi nelle radici nascoste, ad accogliere i silenzi ancestrali dai quali scaturisce il significato più profondo dell’essere. In questo eterno ciclo vitale, ogni cosa si riflette come in un delicato specchio sospeso tra desiderio e dissolvenza, tra la pienezza dell’esistenza e l’assenza ultima che ci accoglie. “Ha poche onde il mio cuore, e nessun pontile per l’attracco”.
Maria Allo
*
da: sant’anna, ilglomerulodisale 2025
non è ancora sera sul costato della casa
mentre altro il tempo che al sonno sfiora
nudo il viso del cigno o della vita l’aurora
e nessuna luce che di luce sia poi attesa
la carezza di Dio a nido scesa sulla ferita
della vita caduta di vuoto nell’era bianca
come bianca foglia perduta alla speranza
*
nel silenzio il glicine ha rotto
il vento la ferita del tramonto
*
ha il nudo del sole il silenzio
cadente sul dorso della casa
dimenticata sotto l’albero dei
merli in fiore che lieve è l’aria
della sera mentre accorgi una
piccola sirena ferita di rugiada
*
tutto trema dentro la prima preghiera
orlata tra le costole della casa violata
un istante dopo tra le gambe del lago
che d’imperfetto al Suo silenzio ama
*
proteggi la sua bocca angelo della sera alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio
Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato: (dietro luna), Lietocolle 2011, la bottega di via alloro, Lietocolle 2013, nutrica, Lietocolle 2019. Vincitrice – sezione dialetto – del 7^ Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44^ edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, per Salarchi Immagini; il rumore del latte, per Spazio Cultura Edizioni; a varca di zagara per Macabor. È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso (puntoacapo 2020). Finalista – sezione raccolta inedita – della 34^ edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 ha pubblicato: Liturgia dell’acqua per Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, per le Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, per Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora per la collana portosepolto di peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Ha pubblicato, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, per Ladolfi e, nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole per Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con lacollana “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana “la brocca rossa” con Pietro Romano.
“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”
dalla postfazione di Enrico Maria`
“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”
Un grido muto l’urgenza di nascere, tra muri asettici porte a scorrimento
si aprono e chiudono in un pomeriggio d’ottobre luce del vespro
ravvivata da questo inno alla vita.
🌱
L’esule sole l’affanno accelerato, di chi sente sfuggirsi
verso la terapia intensiva dove l’aria sembrava essere stata rapita dal sonno dei bimbi
in quest’aria di latte nevica sulle colline bianche.
🌱
Sei un oceano di luce nella sconfinata bellezza del cosmo, come se l’eterno irrompesse
tutte le cose hanno respiro e senso nel tuo nome.
🌱
Ascolto l’aria lungo i corridoi dell’ospedale
storie di ritorni di sonni socchiusi ma anche di ali cresciute
ora sei la più piccola grazia
🌱
Vedo il miracolo che ci somiglia quando il sole va a toccare la collina
da lì guardare con te l’ordine spettacolare del mondo osservare quell’armonia perfetta che non comprendo.
Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,
la scommessa distratta della canicola serale.
C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato
dai fumi del barbecue di sotto e
i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.
Le mie braccia perdute
restano a frugare il ricordo,
una misura incerta del rumore
che sale dai giorni lasciati indietro.
E le poesie, ciò che ne rimane,
trafitte nell’odore del grano tagliato,
ancora cercano un varco
tra un silenzio e l’altro.
Ora i bambini scendono in strada;
un pallone sbiadito, lo spareggio perso
al minuto urlato dalla cena che si fredda.
Tempo sbagliato, incollato agli occhi.
Così un’altra estate,
senza treni sudati nelle stazioni di recupero,
così senza odore si passa la frontiera.
*
Lampedusa
Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio
che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.
L’acqua è passata sulla razza
che umana si dice
nonostante le coperte argentate
a coprire lembi di pelle che per ore
hanno galleggiato orfane
nella bocca di Nettuno.
Ora neanche più le telecamere verranno a fare
un timido inchino,
un rapido mestiere,
tanto per dire che la guerra è brutta
che ci interessa il labbro storto dalla paura
che ci impegna la disperazione.
Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,
al limite della geografia, dell’assetto morale.
Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,
il sospetto tacito.
*
Bruciano i fiori
Bruciano i fiori sul letto vuoto,
e non c’è luogo che li contenga:
lo stelo è una fame in salita,
una lingua che non conosce mondo
se non quello che consuma
fino all’osso del giorno.
Bisogna fare attenzione:
i fiori sanno incendiare il sangue
nell’ultima ora trattenuta,
e i petali si staccano come nomi
annegati nella cenere
di ciò che non torna.
Bruciano i fiori con me,
che cerco un vaso d’acqua
capace di negare al fuoco
la sua preghiera rovente,
capace di fermare
il suo continuo dire.
L’assenza,
questa soglia che stringe,
è un assedio antico,
cresciuto dentro mani
che hanno conosciuto battaglia
prima ancora di chiamarsi carezza.
*
Calma piatta
È la vela che si piega,
qualcosa senza radici
che si arrampica sull’aria.
Qua cambia il momento
quello che dietro resta, che pone il corpo
sul lato errato.
Siamo grandi, cresciuti,
ed è solo scempio di voci
o silenzio composto,
la scaletta del giorno e della notte.
Nessuno chiederà un riscatto
per i filacci di stoffa
scesi dai vestiti,
ora paga il bianco sulla testa.
*
Consiglio di classe
Pare o forse è questa giornata
un caldo ristagno di faccende e
commissioni sparse sul tavolo.
La scuola, ancora aperta per gli
ultimi voti da decidere,
sembra oramai un misto tra una
roulette di Stato e un indovinello indulgente.
Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni
che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.
Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni
cartelloni sudano sui muri ruvidi.
Anche oggi questo anno è finito.
Ita missa est.
Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026
L’AUTRICE
Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.
L’intervista a Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce nel contesto della presentazione del suo libro “Di un’altra voce sarà la paura”, evento che ha inaugurato la rassegna “Il Maggio dei Libri” a Piombino. L’incontro si è svolto il 2 maggio scorso presso la Biblioteca del Comune, in un clima di partecipazione attenta e coinvolta, alla presenza dell’assessore alla cultura, a testimonianza dell’importanza istituzionale e civile dell’iniziativa. In questo spazio dedicato alla riflessione e al dialogo, la voce dell’autrice si è intrecciata con quella dei relatori e del pubblico, dando vita a un confronto profondo sui temi della scrittura, dell’identità e dell’impegno sociale. È proprio a partire da questo momento di condivisione che prende forma l’intervista condotta dalla professoressa Loretta Mazzinghi: un dialogo che approfondisce non solo il percorso letterario dell’autrice, ma anche le radici più intime della sua poesia e il suo costante impegno sui temi dei diritti umani e della violenza di genere.
Intervista della Prof.ssa Loretta Mazzinghi a Yuleisy Cruz Lezcano
Come è nata in lei questa passione per la scrittura e la poesia? La mia passione per la scrittura e per la poesia non è nata all’improvviso, ma come una necessità interiore, quasi un richiamo inevitabile. Fin da giovane ho sentito che la parola aveva un peso diverso: non era soltanto uno strumento per comunicare, ma uno spazio in cui potermi rifugiare e, allo stesso tempo, comprendere ciò che mi circondava. Crescendo, questo impulso si è nutrito delle mie letture. L’incontro con José Lezama Lima è stato decisivo: mi ha insegnato che la poesia non è semplice espressione, ma una forma di conoscenza, una ricerca dell’origine e del mistero. Allo stesso modo, nella scrittura di Alejandra Pizarnik ho riconosciuto una dimensione più intima e fragile, dove la parola diventa uno specchio dell’anima, anche nei suoi lati più oscuri. Un’altra influenza importante è arrivata dal realismo magico di Gabriel García Márquez e Julio Cortázar, che mi hanno mostrato come la realtà possa essere attraversata da una dimensione simbolica e visionaria. Questo ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ma, più profondamente, la scrittura è nata come risposta a un’esigenza personale, cioè quella di dare forma alle emozioni, alle domande, alle fratture interiori. Anche l’esperienza dello sradicamento ha avuto un ruolo importante, essere lontana dalla mia terra ha reso la parola ancora più necessaria, come un ponte tra ciò che ero e ciò che sono diventata. Per questo dico sempre che la poesia non è stata una scelta, ma una scoperta graduale. È nata nel silenzio, nella lettura, nella ricerca di senso. Scrivere è diventato il mio modo di esistere, di resistere e di restare in dialogo con il mondo e con me stessa.
Questo suo modo poetico di guardare il mondo e di trasmettere emozioni nasce in lei direttamente in immagini? O c’è anche un lavoro raffinato sulla parola, e le scelte di lessico sono dovute anche ad una profonda cultura letteraria e filosofica? Il mio modo poetico di guardare il mondo nasce spesso da immagini, ma non si tratta mai di un processo puramente immediato o istintivo. L’immagine arriva come un’apparizione, come direbbe la tradizione simbolista, è qualcosa che si impone alla coscienza ma che, allo stesso tempo, chiede di essere decifrato. Penso che il simbolo non comunica mai in modo diretto, ma “nasconde mostrando”, e proprio in questa tensione tra visibile e invisibile si apre lo spazio della poesia. L’immagine, quindi, non è mai un punto di arrivo, ma una soglia. È il luogo in cui inizia un lavoro più profondo sulla parola. Qui sento forte la lezione dell’Espressionismo, che, come ha mostrato la critica di inizio Novecento, non si limita a rappresentare la realtà, ma la deforma per restituirne la verità interiore. È ciò che accade, ad esempio, nella poesia di Georg Trakl, dove il paesaggio non è mai descrizione, ma proiezione dell’abisso emotivo. Allo stesso tempo, il mio lavoro è profondamente attraversato dalla densità del Simbolismo, che, come ha ricordato anche la tradizione critica francese e russa, trasforma ogni parola in un campo di risonanze. Penso a Stéphane Mallarmé, per il quale il linguaggio non nomina semplicemente le cose, ma le evoca, le sospende, le rende quasi metafisiche. In questa prospettiva la parola non è mai neutra: è un organismo vivo, carico di stratificazioni. Per questo ogni scelta lessicale è per me un gesto consapevole. La parola viene ascoltata, pesata, interrogata. La filosofia ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, in particolare la lezione di María Zambrano, quando scrive che il pensiero nasce da una “ragione poetica”, cioè da una forma di conoscenza che non separa intuizione e riflessione. Allo stesso modo Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa sostare nel mondo senza fuggirlo, accettando la complessità delle domande più che la fretta delle risposte. È proprio da qui che nasce quella che sento come una necessità di “tornare a camminare”. Camminare, in senso filosofico e poetico, significa rifiutare la risposta immediata, accettare la lentezza del pensiero, come nella tradizione greca della permanenza interrogativa. È un movimento che richiama anche Walter Benjamin quando parla del pensiero come “arresto” e insieme come attraversamento: fermarsi per vedere meglio, ma senza perdere il movimento della ricerca. Le immagini, dunque, sono fondamentali, ma non sono mai isolate. Sono attraversate da una lunga sedimentazione culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla tradizione simbolista alle avanguardie espressioniste, fino alla riflessione sul linguaggio come spazio di conoscenza. Senza questo lavoro, l’immagine resterebbe muta; senza l’immagine, la parola sarebbe vuota. La poesia nasce proprio nell’incontro tra queste due dimensioni: tra ciò che appare improvvisamente alla visione e ciò che, lentamente, la lingua riesce a trasformare in pensiero. È un equilibrio fragile, ma necessario: tra intuizione e costruzione, tra emozione e coscienza, tra il vedere e il nominare.
Si considera una cittadina italiana integrata nelle sue due radici? (la terra di origine e quella di adozione?) E dunque si può parlare anche di “meticciato” culturale nella sua produzione? Non vivo l’identità come qualcosa di stabile o definitivamente acquisito, ma come un processo in continua trasformazione. Non mi considero una “cittadina integrata” nel senso chiuso del termine, perché l’integrazione, per come la sento io, non è mai fusione perfetta né cancellazione delle origini. È piuttosto una convivenza dinamica tra più strati di appartenenza, tra più lingue che si osservano, si contaminano e a volte si interrogano a vicenda. La mia esperienza nasce proprio da questa frizione fertile tra Cuba e Italia, tra la lingua materna e la lingua adottata, tra la memoria affettiva e la realtà presente. Scrivere in italiano non ha significato abbandonare lo spagnolo, ma abitare una soglia. E lo spagnolo, a sua volta, continua a lavorare dentro la scrittura italiana come una sorta di eco interiore, come una vibrazione che non si spegne. In questo senso, sì, si può parlare di meticciato culturale nella mia produzione, ma non come somma armoniosa di due identità già definite. È piuttosto un campo di tensioni, di passaggi, di traduzioni mai definitive. Il translinguismo, per me, non è soltanto una pratica linguistica, ma una condizione esistenziale: ogni lingua modifica la percezione del mondo e, allo stesso tempo, è modificata dall’esperienza che la attraversa. Mi sento vicina al pensiero di Edmond Jabès quando afferma che lo scrittore è sempre uno straniero nella propria lingua. Questa idea è centrale per comprendere il mio rapporto con l’italiano: non è mai una lingua completamente “posseduta”, ma una lingua in cui mi sposto, in cui cerco, in cui a volte mi riconosco e altre volte mi perdo. Per Jabès, la scrittura nasce proprio da questa condizione di esilio permanente, da una mancanza che non si risolve ma si trasforma in domanda. E io sento che questa dimensione interrogativa è profondamente presente nel mio modo di scrivere. Essere tra due lingue significa anche accettare che nessuna delle due possa contenere interamente l’esperienza. La lingua non è mai un contenitore neutro ma è memoria, storia, corpo culturale. Per questo la mia scrittura si muove tra questi due poli senza cercare una sintesi definitiva. Non si tratta di scegliere una patria linguistica, ma di abitare lo spazio tra le lingue come luogo creativo. Se parlo di integrazione, allora, la intendo come una forma di ascolto reciproco tra mondi diversi, non come assimilazione. Il mio lavoro poetico nasce proprio da questa intersezione tra ciò che porto con me e ciò che mi accoglie, tra ciò che si conserva e ciò che si trasforma. In questo spazio intermedio, che non è mai del tutto stabile, si costruisce la mia voce.
Di un’altra voce sarà la paura: Perché ha sentito il bisogno di esprimere la violenza di genere e non solo in un’intera raccolta, con immagini così potenti e un linguaggio così oscuro e evocativo? Quale funzione pensa che abbia la sua poesia nell’affrontare questa complessa problematica? La scelta di dedicare un’intera raccolta poetica alla violenza di genere nasce, per me, da una necessità etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un tema “affrontato”, ma di una realtà che attraversa i corpi, le storie e il linguaggio stesso, imponendo alla parola poetica una responsabilità precisa, quella di non distogliere lo sguardo. In Di un’altra voce sarà la paura ho sentito l’urgenza di dare forma a ciò che spesso resta indicibile o frammentato: la paura, il silenzio, la frattura dell’identità, ma anche le zone più sottili della resistenza. La poesia, in questo senso, non è mai decorazione del dolore, ma una forma di esposizione della ferita. Come ho cercato di dire anche in altre occasioni, la parola poetica diventa uno spazio in cui l’esperienza traumatica può essere nominata senza essere semplificata, mantenendo tutta la sua complessità umana e sociale. Il linguaggio che ho scelto, a tratti oscuro, materico, fortemente evocativo, nasce dalla consapevolezza che la violenza non è mai lineare né trasparente. Ha stratificazioni psicologiche, culturali, simboliche. Per questo la poesia non può limitarsi a descriverla, deve deformarla, farla emergere attraverso immagini che colpiscano non solo l’intelletto, ma anche la percezione emotiva. In questo senso mi sento vicina a una concezione della scrittura come “trasfigurazione del reale”, dove la metafora non attenua, ma intensifica la realtà. La funzione della mia poesia non è quella di spiegare la violenza, ma di creare uno spazio di ascolto. Un luogo in cui il lettore possa entrare in contatto con ciò che spesso resta invisibile o normalizzato. La poesia diventa così un atto di testimonianza e, allo stesso tempo, di resistenza: nomina ciò che il linguaggio sociale tende a rimuovere o a semplificare. Dare voce non significa parlare al posto di qualcun’altra, ma costruire un campo di risonanza in cui le esperienze possano essere riconosciute. In questo senso la scrittura ha anche una dimensione politica e trasformativa.
Quali sono le differenze e le similitudini, per quanto riguarda la disuguaglianza di genere, fra il nostro paese e Cuba? Soprattutto per quanto riguarda le cause e gli strumenti per combatterla? Quando si osserva la disuguaglianza di genere tra Italia e Cuba, è importante evitare letture semplicistiche o comparative in termini di “meglio” o “peggio”, perché in realtà si tratta di due sistemi diversi che producono forme differenti, ma ugualmente radicate, di disuguaglianza. La prima similitudine riguarda la radice culturale del problema. In entrambi i paesi la disuguaglianza di genere si innesta su una struttura patriarcale ancora attiva, anche se declinata in modi diversi. A Cuba questa struttura si intreccia con una cultura storicamente segnata dal machismo latinoamericano e da condizioni economiche più fragili, che amplificano la vulnerabilità delle donne. In Italia, invece, il patriarcato assume forme più sottili e istituzionalizzate, perchè si manifesta nelle disuguaglianze salariali, nella rappresentanza politica ancora limitata, e soprattutto nella persistenza della violenza domestica e dei femminicidi, che restano un fenomeno strutturale. Se guardiamo alle cause, in entrambi i contesti emerge un elemento comune: la difficoltà a trasformare le norme in cambiamento culturale reale. Le leggi possono avanzare, ma la mentalità sociale evolve più lentamente. A Cuba, per esempio, esistono riforme importanti sul piano dei diritti familiari e della diversità, ma la loro applicazione incontra limiti legati sia alle condizioni economiche sia a una gestione ancora centralizzata della sfera pubblica e della libertà civile. In Italia, al contrario, il sistema democratico garantisce una maggiore articolazione istituzionale, ma spesso si scontra con vuoti legislativi e con una cultura mediatica che tende ancora a riprodurre stereotipi di genere o a normalizzare la violenza. Per quanto riguarda gli strumenti di contrasto, le differenze sono più evidenti. In Italia esiste un apparato più strutturato di protezione: centri antiviolenza, strumenti giudiziari come il “Codice Rosso”, reti associative e una crescente attenzione giuridica ai diritti delle donne e delle persone LGBTIQ+. Tuttavia, la frammentazione degli interventi e la lentezza dei procedimenti giudiziari mostrano che l’efficacia non è ancora pienamente garantita. A Cuba, invece, il quadro è diverso: esiste una forte presenza dello Stato nelle politiche sociali e alcune riforme legislative significative, ma mancano ancora strumenti capillari e indipendenti di protezione, così come un riconoscimento giuridico pieno e sistematico della violenza di genere come fenomeno strutturale. Eppure, c’è anche un punto di contatto importante: in entrambi i paesi la battaglia contro la disuguaglianza di genere si gioca oggi sulla distanza tra legge e realtà. Non basta proclamare diritti o approvare riforme; è necessario che questi diritti diventino esperienza quotidiana, possibilità concreta di vita. In questo senso, la disuguaglianza di genere non è solo una questione normativa o giuridica, ma una questione di cultura, di linguaggio e di immaginario collettivo. E forse è proprio qui che il lavoro della poesia e della riflessione culturale può avere un ruolo: rendere visibile ciò che spesso resta normalizzato, e restituire complessità a ciò che viene semplificato.
In che cosa consiste il suo progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro i minori e la sua esperienza dentro una casa rifugio a Bologna? Il mio progetto di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro la violenza sui minori nasce dall’esperienza concreta dentro una casa rifugio a indirizzo segreto a Bologna, dove l’accoglienza non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana fatta di protezione, ascolto e ricostruzione. Dentro questo spazio si lavora con donne e bambini che hanno attraversato forme di violenza estrema: violenza domestica, abusi prolungati, tratta, controllo coercitivo. Non si tratta di “casi”, ma di biografie spezzate che arrivano con un carico di trauma che spesso non è ancora nominabile. In questo contesto ho compreso che la prima forma di sensibilizzazione non è verso l’esterno, ma dentro la relazione di cura: riconoscere la complessità di ciò che la persona porta, senza semplificarla né ridurla alla violenza subita. La casa rifugio, con il suo numero limitato di ospiti (massimo 14 persone compresi i bambini), è uno spazio che funziona come soglia tra il prima e il dopo. Qui la priorità non è “cercare la verità” in senso giudiziario o narrativo, ma garantire sicurezza e possibilità di ri-esistenza. La verità, se arriva, arriva dopo; prima c’è la sopravvivenza, la stabilizzazione emotiva, la ricostruzione di un minimo di fiducia. Il mio progetto di sensibilizzazione nasce proprio da questa consapevolezza: la violenza non è solo un evento, ma un sistema che attraversa corpo, linguaggio e istituzioni. Per questo lavoro su due livelli. Il primo è interno alla struttura: osservare e comprendere come il percorso di protezione internazionale, dalla presa in carico dei servizi sociali fino alla Questura e alla Commissione territoriale, non sia solo un iter burocratico, ma anche un percorso umano profondamente fragile. Figure come assistenti sociali, mediatori culturali e operatori legali non sono solo tecniche, ma presenze che possono fare la differenza tra il sentirsi oggetto o soggetto di un percorso di rinascita. In questo senso la sensibilizzazione passa anche attraverso la formazione e la consapevolezza di chi opera nei servizi. Il secondo livello è esterno, raccontare ciò che accade dentro questi luoghi senza violarne la segretezza, ma restituendone la complessi” tà. Significa far comprendere che dietro parole come “accoglienza” “protezione internazionale”, “seconda accoglienza”, ci sono donne e bambini che attraversano tempi lunghi, procedure articolate, attese anche di due anni, e che la violenza non finisce con la fuga, ma continua spesso sotto forma di paura, precarietà, trauma. Per quanto riguarda i minori, la sensibilizzazione assume una dimensione ancora più delicata. I bambini che entrano in casa rifugio portano spesso una memoria corporea della violenza, anche quando non hanno le parole per raccontarla. Il lavoro educativo e relazionale diventa quindi fondamentale, così come lo è ricostruire routine, sicurezza, possibilità di gioco e di linguaggio. Proteggere i minori significa anche proteggere il loro diritto a una narrazione diversa della propria storia. In questo percorso ho imparato che la violenza di genere e quella sui minori non possono essere separate, ma sono spesso intrecciate, perché colpiscono la stessa struttura relazionale e lo stesso spazio domestico, che da luogo di cura diventa luogo di rischio. La sensibilizzazione che porto avanti si fonda quindi su una doppia direzione: da un lato dare visibilità a ciò che normalmente resta invisibile, dall’altro evitare ogni semplificazione. Non si tratta di trasformare il dolore in slogan, ma di restituire complessità a ciò che la società tende a ridurre. Dentro la casa rifugio ho compreso che la protezione non è solo un atto istituzionale, ma un processo umano lungo, fatto di piccoli passaggi, che possono essere una firma consapevole, una traduzione che permette di capire, un incontro con l’assistente sociale, una decisione della Commissione, ma anche un gesto quotidiano di cura. È in questa trama concreta che il mio progetto di sensibilizzazione trova la sua radice.
Il suo impegno civile si estende anche alla denuncia degli omicidi bianchi dovuti alla mancanza di sicurezza sul luogo di lavoro. Che cosa l’ha spinta a immergersi anche in questo aspetto? Non si tratta di due percorsi separati, ma di due volti della stessa fragilità: la violenza che colpisce i corpi quando vengono resi invisibili, esposti, sacrificabili. L’attenzione alle morti sul lavoro nasce per me dalla stessa radice che attraversa il lavoro nella casa rifugio: l’idea che la vita umana venga spesso collocata in una zona di esposizione, dove la protezione non è garantita o non è sufficiente. Nel caso delle donne vittime di violenza domestica o di tratta, il corpo è uno spazio su cui si esercita il potere in modo diretto; nel caso delle morti sul lavoro, il corpo diventa invece uno strumento dentro un sistema produttivo che, quando non rispetta le norme di sicurezza, lo espone a rischi evitabili. In entrambi i casi c’è una stessa dinamica di fondo: la normalizzazione del rischio. Da un lato il rischio della violenza privata, che si consuma nel silenzio delle relazioni; dall’altro il rischio professionale, che si consuma nella quotidianità del lavoro. E in entrambi i casi, troppo spesso, la società tende a considerare queste morti come “incidenti”, quasi inevitabili, invece che come il risultato di scelte, omissioni o responsabilità strutturali. Quello che mi ha spinta ad approfondire anche questo aspetto è stata proprio la consapevolezza maturata nel lavoro sociale: quando si ascoltano storie di vulnerabilità estrema, si comprende che la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un diritto che va continuamente costruito e difeso. La casa rifugio insegna che senza protezione reale non esiste libertà; allo stesso modo, nei luoghi di lavoro, senza sicurezza non esiste dignità. Per concludere: In Italia abbiamo profondamente amato la Cuba rivoluzionaria di Fidel e Che Guevara, e la lotta di David contro il Golia americano. Che cosa rimane oggi di quel sogno di uguaglianza e giustizia sociale? E quale è oggi la situazione del suo paese di origine? Parlare di quel “sogno” significa sempre muoversi tra memoria storica e realtà presente, e le due dimensioni oggi non coincidono più in modo lineare. Dell’idea originaria di giustizia sociale che ha attraversato la rivoluzione cubana restano certamente alcuni pilastri importanti: un sistema di istruzione e sanità pubblica universale, una forte centralità dello Stato nella tutela dei diritti sociali di base e una cultura dell’uguaglianza che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese. Sono elementi che, anche nelle difficoltà attuali, continuano a rappresentare una conquista storica reale per la popolazione. Tuttavia, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza è la distanza tra quel progetto ideale e le condizioni concrete di vita. Cuba attraversa una crisi economica e sociale molto complessa, segnata da scarsità di beni essenziali, difficoltà energetiche, inflazione, emigrazione crescente e una pressione quotidiana sulla sopravvivenza materiale delle famiglie. A questo si aggiunge la tensione tra riforme legislative importanti, come quelle in ambito familiare e dei diritti civili, e una realtà amministrativa e infrastrutturale che fatica a renderle pienamente operative. È una società in cui convivono, in modo quasi paradossale, avanzamenti normativi significativi e una fragilità economica che incide profondamente sulla libertà reale delle persone. Questo crea una forma di disuguaglianza meno visibile rispetto a quella classica, ma altrettanto incisiva: la disuguaglianza delle possibilità concrete. Il “Golia” di cui spesso si è parlato nel confronto geopolitico con gli Stati Uniti non è più l’unico riferimento interpretativo. Oggi le difficoltà di Cuba non si leggono solo attraverso la lente del blocco o delle tensioni internazionali, ma anche attraverso fattori interni strutturali: la capacità di aggiornare il sistema produttivo, la gestione delle risorse, l’apertura economica controllata, e soprattutto la possibilità di garantire spazi più ampi di partecipazione e autonomia sociale. Il risultato è un Paese che continua a vivere dentro una forte contraddizione: da un lato un capitale simbolico di uguaglianza e dignità sociale che ha segnato la sua storia; dall’altro una quotidianità segnata da limiti materiali che incidono profondamente sulla vita delle persone.
Epistole sarde, è un ordito di versi che avvolge il lettore come una trama di vento antico, intrecciando parole affilate e sussurrate. Ofelia Prodan e Daniel D. Marin, un ponte vivo tra Romania e Italia, tessono un dialogo poetico che non si limita alla superficie: è il respiro di terre lontane, il battito remoto della memoria che si ostina a pulsare anche quando il cuore vorrebbe dimenticare. Ogni poesia è una lettera inviata dalla distanza, un messaggio che sfida il silenzio del tempo per ricordarci che i sentimenti, a volte, si trasformano in ombre che nemmeno la luce più forte può dissolvere. Ci troviamo di fronte a un’opera che si svela come un mosaico incantato, una fiaba in versi che danza su più prospettive, intrecciando poesia e narrazione con la delicatezza di mani esperte, un gioco raffinato che alterna voci e si specchia in titoli eloquenti, custoditi come chiavi per accedere a una cornice metaletteraria elaborata e immersiva. Questa raccolta, con il suo piglio apparentemente fiabesco, non si abbandona alla leggerezza scontata del fantastico, ma percorre sentieri più complessi e profondi. C’è ironia surreale, c’è la vibrazione di una tradizione letteraria che l’autore decostruisce e ricompone, dando vita a un tessuto di poesia vivace e stratificata. Il testo si fa spazio di esplorazione, una terra sconosciuta dove temi universali si intrecciano in forme inaspettate. Il viaggio, archetipico motore narrativo delle fiabe, diventa orizzonte che si espande: ora pellegrinaggio dell’anima, ora naufragio esistenziale in una Sardegna misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Qui emerge l’eco di eroi solitari come un Robinson Crusoe contemporaneo o di meravigliose esploratrici senza tempo, forse una moderna Alice smarrita in un Wonderland reinventato. Laura D’Angelo lo coglie perfettamente nella sua prefazione: l’autore non propone un semplice racconto, ma crea un microcosmo lirico dove il lettore non è spettatore passivo bensì viandante curioso, chiamato a attraversare quelle terre inesplorate con stupore e inquietudine. L’opera vive nel dualismo: fiaba e poesia si incontrano e si trasformano reciprocamente; realtà e immaginazione si fondono in un gioco di specchi e rimandi. Il linguaggio dell’autore si muove con grazia tra levità e intensità: figure sfumate, immagini evocative e riferimenti intrecciati danno vita a una narrazione che seduce senza mai svelarsi completamente. C’è un’incantata dissonanza che avvolge ogni verso, come il fruscio di foglie che danza ai margini del silenzio. È questo equilibrio sottile tra eleganza e inquietudine a renderlo unico: un’opera che non si limita a essere letta, ma richiama a essere vissuta, scoperta, attraversata. Ogni componimento è un varco, ogni pagina è un paesaggio che invita a perdersi per ritrovarsi. Epistole sarde brilla come un frammento di luce rubato alla fucina di Efesto, dove le parole di Daniel D. Marin e Ofelia Prodan forgiano lame sottili, nitide come verità taglienti. La traduzione sapiente di Irina Turcanu e Paola Sini non si limita al ruolo di traghettatrice, ma si fa Orfeo, attraversando con maestria il patrimonio linguistico e guidando con delicatezza ombre, sfumature e preziose iridescenze nascoste. Chi si avvicina a questa raccolta entra in una foresta semantica intrisa di simboli: ogni foglia, un vocabolo scintillante; ogni verso, una liana che avvolge e trascina gli occhi in territori sconosciuti. Non si cammina su sentieri definiti, ma su arabeschi del pensiero, in un labirinto di parole dove non c’è Minotauro, solo il riflesso della propria idea vacillante. Il significato non si lascia afferrare con facilità: è un fantasma da inseguire, da sentire sulla pelle come il soffio fugace di un profumo che svanisce prima di ancorarsi ai sensi. Qui la poesia è un’alchimia che fonde la brutalità primordiale con l’eleganza di un cesello d’argento. Marin e Prodan scrivono sinfonie spezzate, frammenti scheggiati che ammaliano con la loro ruvida bellezza. Non c’è terra ferma sotto i loro piedi: ciò che resta è una danza sull’orlo dell’abisso, dove il nulla fiorisce e spalanca possibilità sconosciute alla mente. Leggere Epistole sarde è come ricevere chiavi segrete in mano, ciascuna capace di aprire un cofanetto ermetico. A uno sguardo distratto, potrebbe sembrare opaco, irreversibile nel suo silenzio eterno. Ma basta un gesto più attento—come una carezza sul bordo di un vaso greco—per dischiudere universi pulsanti, dove paradossi e visioni si rincorrono, simili a correnti elettriche imprigionate sotto lastre di ghiaccio. Prodan e Marin esplorano attraverso la poesia le contraddizioni e i drammi che attraversano il nostro tempo, scegliendo un registro drammatico sapientemente intrecciato a frammenti di realtà. Da queste tessiture emergono, con vivida intensità, l’isolamento e la solitudine profonda che caratterizzano l’uomo contemporaneo, sempre più smarrito nella difficoltà di autodeterminarsi in una realtà sfuggente, indefinibile, mutevole come un flusso continuo che inghiotte identità e aspirazioni. I loro sguardi penetrano un mondo in disfacimento, un mondo che, pur nella sua deriva, sa ancora suscitare un sorriso intriso di nostalgia o una commozione silente. È un mondo che si lascia amare e interrogare, ma che gli autori osservano con l’urgenza di spezzare barriere: quelle tra il reale e il fittizio, tra l’individuale emarginazione identitaria e la disumanizzazione collettiva. In definitiva, non è una poesia che consola o accarezza con delicatezza. È una poesia che scolpisce nella carne viva: graffia la sensibilità e la cura al contempo. Il dono maggiore di questa raccolta sta nel suo invito pungente a sfidare i confini della comprensione. Non accontentarti delle superfici lisce, non arretrare davanti al caos. Attraverso il disordine rivelatore, nella vertigine potresti scoprire non una caduta ma l’inizio del tuo volo più alto.
Maria Allo
Ofelia Prodan, attualmente una delle poetesse romene più apprezzate, esordisce con L’elefante nel mio letto (2007; Premio per il Debutto dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest, 2008) a cui hanno fatto seguito altre numerose accolte poetiche, tra cui due edite in Italia, Elegie allucinogene (2019; Premio speciale del presidente della giuria nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2021) e Periodicamente ricicliamo cliché (2023; Premio speciale Virginia Woolf per la poesia edita,nell’ambito del Premio Nabokov 2023; Finalistaal Premio Lorenzo Montano 2024).
Daniel D. Marin, poeta e traduttore, è autore di cinque raccolte poetiche edite in Romania e Italia, tra cui L’ho preso in disparte e gli ho detto (2009;Premio Marin Mincu, Bucarest, 2010) e I corpi che non ci calzano mai a pennello (2022; Finalista con menzione d’onore al Premio Sygla, città di Chiaramonte Gulfi , 2024). Curatore della prima antologia retrospettiva della Generazione 2000 della letteratura romena (2010), e di BorderLine Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi(edizione italo-romena, 2021).
Il libro “Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano sarà a breve pubblicato con Italic Pequod
Dalla postfazione di Doris Emilia Bragagnini:
“L’incantesimo di cui parla il titolo non è dunque un’illusione o un artificio ma un atto di fondazione, la capacità della parola di abitare il tempo, di dare ordine ai sentimenti e di trasformare la connessione interna tra due anime in una voce universale, nitida e profondamente autentica. Quando il libro si apre alle ferite del mondo – alle terre che bruciano, ai diritti negati, al “meccanismo orwelliano” del presente – lo fa trattandoli come urgenze reali, non come temi letterari. La poesia diventa così terreno concreto su cui poggiare i piedi per guardare il presente: inizia nel segreto di un abbraccio e finisce per abbracciare l’umanità intera. Ci ricorda che il nostro destino collettivo non è scritto altrove ma si colloca nella capacità di visione e che la poesia è un atto di resistenza. L’incantesimo quotidiano allora non è un’illusione ma l’impegno costante di chi sceglie di vedere, sentire e restare umano“.
da “Scritte da lui per me”
Scavo dentro le tue rovine come chi ha il piacere di fare del bene, tuffatore di Paestum, tengo la tua anima su tre colonne. Come tutti gli studenti all’università e gli artisti della street art. Ti faccio tuffare a New Castle, lungo il molo fino al Nobbys Lighthouse. Una nuotata insieme ai Bagni Oceanici di Merewether, mentre mi baci unica mia ammaliante sirena, stregato fino al midollo, Tuo anche da dove sono nato e fino a dove morirò con te. E dalla cultura più antica di me, baciare la tua lingua salata bagnata di oceano, E ancora la tua pelle bagnata del vino della valle dell’Hunter nei tuoi capelli il sapore dello Shiraz, ai piedi il Semillon.Un tuffo nel mio amore per te, oceano scavato nella roccia, che costruisce la riva a poco a poco. come quanto tu sei vinta da me, annegata nel desiderio dell’amore isola d’affetto e bene protagonista di ogni mio traguardo d’oro. bagnata nelle correnti del Merewether, Tocco i tuoi fianchi bagnati come una antica medaglia sepolta nel tuo cuore per me. Bacio le tue labbra come una nuova medaglia, d’oro forgiato dalle mie costole per i nostri ricordi, per i riti comuni che ci fanno come gli altri e siamo tutti gli altri nella piscina dell’esistenza celebrando la vita coi corpi stretti di sapore aborigeno.
Nudo nuoto in te ogni notte. Sono chiunque ti guarda nel salto prima di tuffarmi. Nuda sei come fuoco acceso Perla e luna della mia memoria. Ma il tuffo migliore lo faccio da sdraiato quando nella vasca da bagno ti abbraccio e sei gentile e abbandonata. Stanca e tenera. Ti do la mia penna, tu che sei la nostra regina. Stai a casa mia, fin quando puoi, ti condurrò alle stanze del mio fuoco dove scorre il sangue delle nazioni, tu che sei bianca e nera, bianca, altissima, dalle mani gentili, nera, trasognata, lontana, vicina e rotonda. Inviolata e inviolabile, come una madre e una sorella da questa mia casa sospesa nel tempo canto la tua anima, la unisco all’anima del mondo, ricamo i miei desideri con te.
La tecnica prima di tuffarmi, la lucidità iconica di quello che sei per me, nella mia mente tesa. Tuffato ogni giorno nel desiderio di conoscerti voglio la coppa nascosta in te, Cariddi. Pericolosa e fragile, vortice in cui mi tuffo. Il vortice tra i tuoi seni che mi fa sentire un re e un bambino, quando riposo dopo una notte agitata. La coppa che prendo nei tuoi vortici, il trionfo di quando vinco in te le paure, Quando la vita ti lascia sola su un trampolino, che non sai se è un trampolino di morte. La coppa densa della tua solitudine, i modi in cui abbandoni la gioia. Quella coppa sul nostro comodino, mi ricorda il segno di ciò che sono, tuffato in quello che passa oltre, nella vita che non sai. Nei bui che non riesci ancora a raccontare. Nelle tensioni irrisolte. In ciò di cui hai paura, mi getto nel gorgo, e prendo la mia coppa. La coppa raccolta dei tuoi dolori quando mi piange il cuore a vederti stanca, quando mi sei vicina, sento i tramonti di ogni parte della terra, guardo nei tuoi occhi luminosi e so che guardi ai miei, che proteggi i miei. Che proteggi i miei ricordi e desideri nelle tue mani di donna abbandonato nelle tue profondità.
Metti il destino dell’umanità nelle mani di un piccolo uomo come me, sarò il tuo giovane eroe. Sei impastata delle mie cellule, perché tuoi occhi sono le nostre terre, perché il mondo è questo sogno veduto con te. Questo è il mondo: il sogno visto con te. E se del mondo non mi importa senza di te, io per te ho ricordi incandescenti, e il presente è scintillante nella carta impregnata del tuo sudore e sangue tu che spezzi ogni mio dolore e fai grande ogni desiderio. Presa la coppa dei tuoi dolori, nell’acqua della vita tumultuosa che bolle e freme non ti abbandonerò più. Non ti lascerò trascinare dalle correnti. Dagli altri che potrebbero farti male. Dagli altri che non sono me.
Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin
“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”
diventerà il prezzo della tua ambizione.
*
L’occhio indurisce la specie
eccede il corpo la direzione
si tende verso il colore della carne.
Se tutto il meccanismo produce l’atto
allora il sincronismo ha pause nello stile
e si divide il tempo nei due sipari
dissimulando l’unità aristotelica.
L’epilogo dipana la mistificazione.
*
Degli occhiali seri ma moderni
dissi all’ottico
ma non avevo in mente quelli che comprai
mi davano l’aspetto di un medico
quelli della pubblicità dei dentifrici
con il camice candido
gli occhiali non mi servono tanto per vedere
quanto per accompagnare
i miei discorsi in pubblico
con il gesto teatrale di toglierli
e rimetterli
con il movimento coordinato
del braccio e della testa
lei vuole fare il professore
di filosofia
e non apre bocca
disse l’assistente di storia moderna
la Grande paura e gli Annales
mi rimanevano taciuti
nell’inciampo della memoria.
*
da Dentro alle mura
La causa del sintomo
risale all’adolescenza
quando il desiderio era negato
nell’immagine allo specchio
che riflettevo.
Non bastavano i libri
che avidamente leggevo
a colmare il niente e la nostalgia.
Tu eri in quarta ginnasio
e mi aspettavi
poggiata alla porta del bagno.
Non ti seppi parlare
poiché parlare era inutile.
*
da Falansterio onirico
Giusto un incubo ho pensato
mi teneva il braccio, forte
e tendeva in alto la lama
che non fendeva
tentavo di colpirlo con un vocabolario
ma la mano non si muoveva
tra i denti ringhiavo il nome inascoltato
in fondo alla stanza la forma di un corpo
avvolta in un lenzuolo.
Si muovono rapide le gambe
invitano alla finta e al dribbling
sul campo di terra dei ragazzi
ma subito le ginocchia cedono
e le viti fermano una piastra d’acciaio
ad impedire che fuoriesca la rotula.
L’AUTORE
Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.
Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.
di Mattia Tarantino
V
Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.
VI
Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.
di Arianna Vartolo
Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola Padre. Ho pensato per un attimo a quello che per ipotesi – non remota quanto la conferma – dovrebbe essere il mio. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a pesarne la figura – farne giuntura essenziale a dispetto della forma fessa che ne spaccava i contorni in quei giorni che mai è stato presenza. Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi che ne dicessero una qualche vaga rilevanza. Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo a pensare a mio padre: non me ne sono ricordata il volto.
Nel bere la gola si muove veloce quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece – invece – non parla. Ha sete e ingoia acqua spiriti, cose segrete di varia matrice rimaste sospese a farla lavorare. Il moto ondulatorio produce pressione appena sotto il punto d’adesione tra faringe e laringe. È il processo respiratorio a rischiare la compromissione: prestare dunque attenzione a che nulla vi sia a stringere il canale. A soffocare un corpo con un altro estraneo che spinge
Non tralasciare il potere dei giorni dispari; quello degli attimi fuori fuoco – fuori tempo. Trova i contorni di questo mio dedalico costato e lascia entrare luce e sangue sempre nuovi; alle tue dita ho dedicato il nume di ciò che c’è e non si vede
La debolezza che spezza le unghie nel togliere la buccia ai mandarini somiglia a certi mattini d’inverno: è gennaio con il sole che basso passa sotto lo sterno; segue passo passo un respiro mancato, quel battito infermo che nulla trova tra sistole e diastole. Si direbbe forza quella che manca – priva di ossa o scorza a protezione; del frutto che lascia è l’ultima forma di assoluzione
Che cosa c’è dietro questo curare il lievito madre per settimane: farlo maturare a temperatura ambiente – forse ottimale, o lasciarlo respirare in barattoli di vetro? Cosa dietro l’asse del tavolo in legno messa in orizzontale a sostenere quel peso in più che non le appartiene? Ti chiedi dove sia quella forza che fa tornare indietro dopo tanto andare; che tiene il conto di quanto carico sia ancora da portare.
di Sonia Caporossi
“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”
Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.
Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.
Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.
Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?
da Contrade
La domenica in paese
Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte
I morti
Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.
Vestigia a me prossime e terrene
Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.
Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.
La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.
L’AUTRICE
Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).
L’Edipo di poi è un Peter Pan pandemico che lancia sassolini alla finestra riscaldata: la solita zuffa e i cocci sono miei mentre chi rompe vaga questo limbo a chi lo do?
Cavalpesante
Ah, se soltanto in prima elementare assieme alla maestra e ai compagni di classe non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato per assistere alla visione de La storia infinita. Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani. Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni lo psicanalista raffinasse questa teoria. Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima nata tra il ’77 e il ’79 la cui dunque adolescenza è stata in egual misura devastata dalla scena lancinante cruenta dove il cavallo bianco del guerriero è inghiottito centimetro dopo centimetro nelle paludi della tristezza. Il collo di neve pura poi il marmoreo muso intero risucchiato nella melma irreversibilmente.
Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa (E.T., a confronto, una rugosa barzelletta) e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep. Occhietti come spicchi di specchi di paura che hanno preso a proliferare in ogni mia molecola. E no, non avevo colto, quella volta al cinema che la storia fosse infinita all’infinito. A 6 anni non lo realizzi mica nella scossa funesta improvvisa che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a perché dall’istante in cui ti sarai alzato dalla poltrona non ci sarà là fuori intorno per il tuo destriero pallido un limite all’abisso né al talento di sprofondarci.
Barbarie da bar
«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?» «Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero» «Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere». Ebbene sì, è questa l’ultima moda. L’infelice ritornello già in testa alla classifica. Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo. E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani: una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia. Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze. Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta l’essenziale sobrietà dei serial killer i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie. Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.
ATMostruosità
Doors open on the right sputacchia la racchia voce sforacchia le masse lasse
dalle casse scartavetranti pedestre pedagogia della spastica maestrina dalla sera alla mattina Please hold on to the handrails poi Cenacolo Vinciano poi Change here for metro line 2 poi Toglietevi lo zaino Please beware of pickpockets ma la sola unica cosa di cui ci hanno depredati per giorni e mesi e anni vagolando tra i vagoni è un dannato, inopinabile brandello di silenzio.
Alba euforica
Addosso lo spasso del rosso ossa smosse dalla fossa il collasso del bossolo crasso bossanova del masso rimosso.
Autosuggestioni per una digestione migliore
Su una panchina con gli occhi chiusi un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia masticare con lentezza meditativa i cannelloni acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga. Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te è una moglie, una mamma in sintesi Sandra Milo. L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully con un cuore inossidabile dipinto sulle labbra. Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.
Anti auguri
Non lo desti il beneplacito per quella placenta frignante la tutt’oggi fumante patata che non hai rimbalzato ad un altro e hai voglia a soffiarci e risoffiarci sopra… però sono candeline: a che numero stanno ammontando? Ma tante tante tante. Pari almeno alle carie del caval donato. Mentre di anno in anno la torta si è fatta torto il desiderio sfiatato più fosco e più comico.
Monocromo
In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose la quale è anch’essa verde, verde come la speranza. La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire. Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.
Non trovo cane per i miei denti
Quantomeno ho smesso di avercela con te in merito alla questione che non mi desideri che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi. La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.
Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore. Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza sconto la mia pena di pene nella sabbia. Rabbia nei tuoi confronti che oggi è un grilletto parlante.
Mi ciucciano cannnucce
Tettucci sdrucciolevoli beccucci più che boccucce cucciolate di corrucci incappucciate lucciole cartucce, luccichii di lucci uccisi in grucce. Sbucciante, sbertucciante fa spallucce uccel di bosco.
La grazia di scomparire
Faticoso nonché imbarazzante tutti i santi giorni reinventarsi il proprio crimine fingere di ricordare che diavolo si sia mai fatto di così riprovevole di talmente efferato per meritarsi di esserci.
Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).
Insiste il ricordo di quell’ippocastano giochi infantili tra i rami scorsa di vite smarrite cadono castagne matte la madre attende un figlio la guerra non è finita incessante il sorvolo di areoplani il padre sotto la sua ombra scrive imperturbabile all’irrompere del vento vento di bora che spezza i rami l’albero non ha voce per gridare ed è incerto il mattino ma profuma la magnolia nella sua veste bianca un po’ consola.
22-9-2024
La fiaba del giardino
Non chiedermi nulla della vita non so risponderti, ogni domanda s’annulla nel fitto di gelsi e palme. Storditi dalla calura lentamente camminiamo un verde silenzio di sguardi ci avvince in pacata voluttà. Lieve il vento sull’umida pelle.
28-8-2017
Vivo d’anime il giardino
Rastrema il gelo preme la fame d’un raggio la quadratura d’un giorno di sole polvere e fumi salgono dalle case, non cede la morsa del freddo nel nebbioso richiamo d’un’eco geme il giardino di sgomento per non morire cela germogli dentro la dura scorza della terra, affioreranno forse ma non ora gravida di nubi la stagione misura la forza d’ogni vita, le anime impaurite cercano rifugi da quel viatico e fanno ressa gemono tra venature d’alberi le radici protese al futuro.
20-1-2021
Il verde e le viole
Invadono il verde le viole molle la fanghiglia le circonda a passi rapidi sali il sentiero qualcuno forse una donna già attende non posso raggiungerti inutile chiamare fitti i rami s’addensano in un incauto incesto e tutto si confonde in un turbinio di foglie d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua nel frangere copioso della pioggia sul breve intervallo d’una vita.
2-6-2024
Primule gialle
…corrono veloci i ragazzi le sciarpe e i capelli al vento vanno liberi incontro al mattino luminoso nessuno può fermarli squillano gaie le primule gialle al breve istante di sole.
20-4-2010
Nel vuoto d’una stanza
S’imminia un fiore nel vuoto d’una stanza non lo recide il pensiero e s’effonde un profumo antico di legni forse di quercia tra gelide lenzuola richiamo di quel tempo il più fugace e presente non c’è un braciere la notte fraseggi indistinti di rami e fruscii lontani calde le mani d’una madre sulla fronte e sale il gelsomino sull’impervio muro d’un bianco stupore la nostalgia che non s’arresta tra grigie pareti.