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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026

06 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, Podcast, POESIA

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Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin

E poi salpammo con in mano

un giglio e una mimosa

a incontrare una figlia persa nelle nebbie

decisi per i venti e le correnti

per un azzurro un fuoco un arancione denso

è tutta colpa di questo mare immenso

che abita le nostre vite e nel profondo giace

e cambia faccia e cupo ringhia a morte

di decomposizione si nutre e si ricicla

in circolo colora e canta

poi albeggia e ricomincia.

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Pasquale Lucio Losavio, “Della vita anteriore”, Fallone Editore, 2025.

27 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Della vita anteriore, Pasquale Lucio Losavio

 

da Non escludere mai la caduta

 

Non escludere mai la caduta

e le conseguenti risate

come il protofilosofo non sarai compreso

e la serva ti deriderà

perché hai la testa fra le nuvole

 

se darai di più della misura

non sarai riconosciuto

e il detto del padre

“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”

diventerà il prezzo della tua ambizione.

*

L’occhio indurisce la specie

eccede il corpo la direzione

si tende verso il colore della carne.

Se tutto il meccanismo produce l’atto

allora il sincronismo ha pause nello stile

e si divide il tempo nei due sipari

dissimulando l’unità aristotelica.

L’epilogo dipana la mistificazione.

*

Degli occhiali seri ma moderni

dissi all’ottico

ma non avevo in mente quelli che comprai

mi davano l’aspetto di un medico

quelli della pubblicità dei dentifrici

con il camice candido

 

gli occhiali non mi servono tanto per vedere

quanto per accompagnare

i miei discorsi in pubblico

con il gesto teatrale di toglierli

e rimetterli

con il movimento coordinato

del braccio e della testa

 

lei vuole fare il professore

di filosofia

e non apre bocca

disse l’assistente di storia moderna

la Grande paura e gli Annales

mi rimanevano taciuti

nell’inciampo della memoria.

*

da Dentro alle mura

 

La causa del sintomo

risale all’adolescenza

quando il desiderio era negato

nell’immagine allo specchio

che riflettevo.

Non bastavano i libri

che avidamente leggevo

a colmare il niente e la nostalgia.

Tu eri in quarta ginnasio

e mi aspettavi

poggiata alla porta del bagno.

Non ti seppi parlare

poiché parlare era inutile.

*

da Falansterio onirico

 

Giusto un incubo ho pensato

mi teneva il braccio, forte

e tendeva in alto la lama

che non fendeva

tentavo di colpirlo con un vocabolario

ma la mano non si muoveva

tra i denti ringhiavo il nome inascoltato

in fondo alla stanza la forma di un corpo

avvolta in un lenzuolo.

Si muovono rapide le gambe

invitano alla finta e al dribbling

sul campo di terra dei ragazzi

ma subito le ginocchia cedono

e le viti fermano una piastra d’acciaio

ad impedire che fuoriesca la rotula.

L’AUTORE

Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.

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“Derma” di Arianna Vartolo, Arcipelago Itaca, 2025

23 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.

di Mattia Tarantino

V

Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.

VI

Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.

di Arianna Vartolo

Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola
Padre. Ho pensato per un attimo
a quello che per ipotesi – non remota
quanto la conferma – dovrebbe essere
il mio. Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato
per un attimo a pesarne la figura – farne
giuntura essenziale a dispetto della forma
fessa che ne spaccava i contorni
in quei giorni che mai è stato presenza.
Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla
non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi
che ne dicessero una qualche vaga rilevanza.
Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo
a pensare a mio padre:
non me ne sono ricordata il volto.

Nel bere la gola si muove veloce
quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece
– invece – non parla. Ha sete e ingoia
acqua spiriti, cose segrete di varia matrice
rimaste sospese a farla lavorare.
Il moto ondulatorio produce pressione
appena sotto il punto d’adesione tra faringe
e laringe. È il processo respiratorio a rischiare
la compromissione: prestare dunque attenzione
a che nulla vi sia a stringere il canale.
A soffocare un corpo
con un altro estraneo che spinge

Non tralasciare il potere dei giorni
dispari; quello degli attimi fuori
fuoco – fuori tempo. Trova i contorni
di questo mio dedalico costato
e lascia entrare luce e sangue sempre
nuovi; alle tue dita ho dedicato
il nume di ciò che c’è e non si vede

La debolezza che spezza le unghie
nel togliere la buccia ai mandarini
somiglia a certi mattini d’inverno:
è gennaio con il sole che basso
passa sotto lo sterno; segue passo
passo un respiro mancato, quel battito
infermo che nulla trova tra sistole
e diastole. Si direbbe forza
quella che manca – priva di ossa o scorza
a protezione; del frutto che lascia
è l’ultima forma di assoluzione

Che cosa c’è dietro questo curare
il lievito madre per settimane:
farlo maturare a temperatura
ambiente – forse ottimale, o lasciarlo
respirare in barattoli di vetro?
Cosa dietro l’asse del tavolo in legno
messa in orizzontale a sostenere
quel peso in più che non le appartiene?
Ti chiedi dove sia quella forza
che fa tornare indietro dopo tanto
andare; che tiene il conto di quanto
carico sia ancora da portare.

di Sonia Caporossi

“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”

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Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

13 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Prosa poetica

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Campagne, Giancarlo Busso

 

da Campagne

Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.

 

Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.

 

Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.

 

Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?

 

da Contrade

La domenica in paese

Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte

 

I morti

Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.

 

Vestigia a me prossime e terrene

Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.

 

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTORE

Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.

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Tre poesie da “Bianche fioriture nere” di Claudio Pagelli, Puntoacapo editrice, 2026

09 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Novità editoriali, POESIA

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Tag

Caludio Pagelli, Fotografia, Gian Maria Garuti, POESIA, Puntoacapo editrice

La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti

Ruggine

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

splende di ruggine

l’erba della terra.

come un dio

sbranato dal vento

al peso della luce

s’arrende il fiore.

Radice

resta poco, resta l’osso

che s’inarca e sbanda

nel vento che ci divora.

resta il bianco, il nero,

fragili radici fra i denti

della terra, l’aria che trema

tra gli insetti e la luna…

Attesa

il bianco mi acceca

quando il sole spinge

la lingua sui muri.

all’ombra degli alberi

riposa la luce,

il corpo nero delle pietre.

attendono i fiori dei campi

il saluto delle stelle.

nasconde un pugnale il cielo

sul petto aperto di settembre.

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024).
Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.

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Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

30 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Giulia Catricalà, Reboot del sentire

 

I

C’è sempre tanto da dire,

ma il codice è derubricato

al silenzio.

La parte amputata del verso

zampetta sui nostri volti

come una festosa fragilità.

Mi mancano

i pennacchi ariosi della metrica

il grip del ritmo

la brulicante calca del parlare.

Anche oggi

con gli occhi fissi sullo smartphone

cerco il senso

succhio una radice

dallo schermo.

 

VI

Quando avrai la mia età

non ti serviranno poemetti,

diari e altre reliquie.

Ci saranno bisturi quantici

– innesti cerebrali –

pronti a disconnettere il male.

Vedrai tutti quei volti in processione

– i volti che adesso vedo anch’io –

li potrai sgranare, cesellare

ripercorrerli frame dopo frame

sviscerarne a posteriori

lo sguardo, la vertigine.

Potrai tradurre i pixel galoppanti

di un sorriso – lo script dell’addio.

 

Era rabbia? Era amore?

Sarai in grado di riavvolgere, emendare

o sospendere in un firewall.

Lo faccio anch’io

con i miei sistemi rozzi

– analogici e traslati –

Ti sembreranno fossili!

Com’è bizzarro e obsoleto

questo buffering del sentire.

 

IX

In sogno

non riesco a replicarti il volto

sei pixelato, incerto, lontanissimo.

Tento di sognarti con soddisfazione

ma sempre a bassa risoluzione.

Così

apro i libri di scienza

frugo nei manuali,

apprendo che l’ippocampo

non indicizza la tua immagine

e mi smarrisco nel tentativo

di ricodificare l’impianto,

di far attecchire

il tuo bellissimo volto bannato

a questa sorta di sistema vacante.

Ed ecco che mi drizzo sul divano,

scorro l’album fotografico

e mi sincronizzo.

Questo è il tuo naso,

questa – la tua bocca

questi sono i tuoi occhi:

interfaccia tra due mondi.

 

Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTRICE

Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).

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“Non ho incontrato un pettine” di Filippo Parodi, Polimnia Digital Editions, 2026

26 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Filippo Parodi, Non ho incontrato un pettine

Io che sono cresciuto in una famiglia allagata

L’Edipo di poi
è un Peter Pan pandemico
che lancia sassolini
alla finestra riscaldata:
la solita zuffa
e i cocci sono miei
mentre chi rompe vaga
questo limbo a chi lo do?

Cavalpesante

Ah, se soltanto
in prima elementare
assieme alla maestra e ai compagni di classe
non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato
per assistere alla visione de La storia infinita.
Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina
acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti
e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario
a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani.
Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine
poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione
tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni
lo psicanalista raffinasse questa teoria.
Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima
nata tra il ’77 e il ’79
la cui dunque adolescenza è stata in egual misura
devastata dalla scena lancinante cruenta
dove il cavallo bianco del guerriero
è inghiottito
centimetro dopo centimetro
nelle paludi della tristezza.
Il collo di neve pura
poi il marmoreo muso intero
risucchiato nella melma
irreversibilmente.

Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa
(E.T., a confronto, una rugosa barzelletta)
e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera
alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep.
Occhietti come spicchi di specchi di paura
che hanno preso a proliferare
in ogni mia molecola.
E no, non avevo colto, quella volta al cinema
che la storia fosse infinita all’infinito.
A 6 anni non lo realizzi mica
nella scossa funesta improvvisa
che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a
perché
dall’istante in cui
ti sarai alzato dalla poltrona
non ci sarà
là fuori intorno
per il tuo destriero pallido
un limite all’abisso
né al talento di sprofondarci.

Barbarie da bar

«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?»
«Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero»
«Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere».
Ebbene sì, è questa l’ultima moda.
L’infelice ritornello già in testa alla classifica.
Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che
il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo.
E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale
lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani:
una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia.
Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze.
Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta
l’essenziale sobrietà dei serial killer
i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie.
Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude
l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.

ATMostruosità

Doors open on the right
sputacchia la racchia voce
sforacchia le masse lasse

dalle casse scartavetranti
pedestre pedagogia
della spastica maestrina
dalla sera alla mattina
Please hold on to the handrails
poi Cenacolo Vinciano
poi Change here for metro line 2
poi Toglietevi lo zaino
Please beware of pickpockets
ma la sola unica cosa
di cui ci hanno depredati
per giorni e mesi e anni
vagolando tra i vagoni
è un dannato, inopinabile
brandello di silenzio.

Alba euforica

Addosso
lo spasso del rosso
ossa smosse dalla fossa
il collasso del bossolo crasso
bossanova del masso rimosso.

Autosuggestioni per una digestione migliore

Su una panchina
con gli occhi chiusi
un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia
masticare con lentezza meditativa i cannelloni
acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga.
Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te
è una moglie, una mamma
in sintesi Sandra Milo.
L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans
o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully
con un cuore inossidabile
dipinto sulle labbra.
Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.

Anti auguri

Non lo desti
il beneplacito
per quella placenta frignante
la tutt’oggi fumante patata
che non hai rimbalzato ad un altro
e hai voglia a soffiarci
e risoffiarci sopra…
però sono candeline:
a che numero stanno ammontando?
Ma tante tante tante.
Pari almeno
alle carie
del caval donato.
Mentre
di anno in anno
la torta si è fatta torto
il desiderio sfiatato
più fosco
e più comico.

Monocromo

In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo
costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde
a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro
la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia
non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta
ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose
la quale è anch’essa verde, verde come la speranza.
La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire.
Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.

Non trovo cane per i miei denti

Quantomeno ho smesso di avercela con te
in merito alla questione che non mi desideri
che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi.
La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori
a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti
agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.

Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso
chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore.
Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza
sconto la mia pena di pene nella sabbia.
Rabbia
nei tuoi confronti
che oggi è un grilletto parlante.

Mi ciucciano cannnucce

Tettucci sdrucciolevoli
beccucci più che boccucce
cucciolate di corrucci
incappucciate lucciole
cartucce, luccichii
di lucci uccisi in grucce.
Sbucciante, sbertucciante
fa spallucce uccel di bosco.

La grazia di scomparire

Faticoso
nonché imbarazzante
tutti i santi giorni
reinventarsi
il proprio crimine
fingere di ricordare
che diavolo si sia mai fatto
di così riprovevole
di talmente efferato
per meritarsi di esserci.

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).

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Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

16 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Monica Messa, Una pistola al Luna Park

 

Il gatto marmorizzato

dietro l’angolo sonnecchia.

Un cielo plumbago azzurro

ha inondato il lato sud.

“Occhipinti aglio e menta

al tavolo ventidue!”.

Muta la zultanite

sull’anello di Samir.

Tiri fuori

un piccolo seme dalla tasca.

Bustrofedico procedi. Sogni

idromele e mescalina.

*

(Mia madre dorme.

Anche quando ero bambina dormiva.

Dormivamo insieme

e facevamo sogni uguali,

una mamma e una figlia foglia d’oro,

abbracciate come in un’odegitria.

 

Mia madre dorme.

Guardavamo i Film della Fiera

in flanella e bigodini,

c’era Amedeo Nazzari

e un bambino che moriva.

– Mamma, non voglio guardarli più –

 

Mia madre dorme.

Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,

le sue mani insaponate,

voli di bucato dalla finestra,

la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.

 

Mia madre dorme.

In estate non riuscivo a prendere sonno.

Odore di smog e Adriatico nella stanza.

Leggevamo di nascosto

fino all’ultimo aereo postale.

 

Mia madre dorme.

La notte ora cresce concava

sulle sue ginocchia girasoli).

*

Inchiodata a una bilancia

o a passo silenzioso e svelto

fra scaffali e lattine

 

(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)

 

con l’orizzonte portatile nella borsa,

violacciocche nella scollatura,

e un destino di cartapecora in tasca,

mangiava pane e fumo.

*

Sono spezzata.

 

Spezzata in un punto

a metà della schiena

ho un nido abbandonato

con uova schiuse

e piume insanguinate.

 

Sono spezzata.

Spezzata in un punto.

*

Vorrei soffermarmi sul delta

che sfocia nella tua fronte ampia.

Campeggiare sul tuo sorriso vago,

scivolare fra le pieghe dell’orecchio

e stendere una palpebra

come tovaglia da picnic.

 

Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,

accovacciarmi sul tuo mento glabro.

Percorrere il letto delle lacrime

sino ai calanchi del piccolo naso.

Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini

e dondolare, come se fosse estate

e io avessi ancora i tuoi undici anni.

*

Bice ha gli occhi grigi.

È minuta e le piace cantare.

Fiorin fiorello

l’amore è bello vicino a te.

 

Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.

Bice indossa camice con volant.

I soldati le guardano,

ma Anita è Anita.

Anita ha il fuoco dentro agli occhi.

Bice ha capelli nuovi

castani, lucentissimi.

 

Bice legge,

porta gattini a casa,

frigge le alici,

arrotola trippa e serve vino.

 

Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.

È bella Bice,

ma c’ha la risacca dentro

e la risacca abbaglia

chi non la sa guardare.

 

Bice scrive

e quando scrive è come un ricamo

fitto fitto di parole

scrive diari, poesie, preghiere,

piange per un pino caduto.

 

A fine agosto, Monopoli è una brace.

L’afa si addensa

filtra dai muri nei palazzi.

La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,

si va al mare. Ma Bice è a casa.

Chissà a cosa pensa,

se si massaggia le caviglie bianche

se gratta la nuca di Nerone

se legge a bassa voce oppure prega.

Un colpo al portone, secco, uno solo.

Un cacioricotta galeotto

e un breve messaggio.

Bice non lo dice,

ma la sua risacca si fa mare.

*

Ho la felicità inceppata

come una pistola al Luna Park

– dieci colpi, cento lire –

era il prezzo della libertà.

 

Il crepuscolo è caduto

irrimediabilmente su tutte le cose

e in questa nuova estate

si rintanano le lucciole.

 

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

 

 

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“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

09 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Alessandra Raffin, Introvert

 

1.

Ho paura di tutto

A giorni alterni

E come una favola di buio

Attraverso i campi

Le notti hanno una schiuma

Io

Costruisco la mia pace

Le pozze di fango mi prendono

Non ho il tempo di cadere

Io

Costruisco la mia fame

Le foglie del grano mi tagliano

Non ho il tempo di Io

Non ho il tempo

Se domani non saprò più niente

Di ciò che non avevo mai saputo

 

4.

A volte

Non so chi io sia

Quella che conosco

Mi pare

Solo strana

Come una deviazione

Una strada mal diretta

Vago

Tra cortili spaiati

In cerca d’acqua

E tracce

Che forse ho dimenticato

Ciò che conosco

Mi conosco?

Come una piccola noce

Che quando cade

Fa rumore

 

14.

Forse

Sarei dovuta tornare a casa

Con quel libro

Forse

Con l’altro libro

Un altro

Uno in più

O forse

Avrei dovuto dare voce

Alla mia voce

E ascoltare il suono

Che vibra

Segreti di potenza

La falda che aspettava

Di travolgere il silenzio

Lo spazio per la voce

Tra le guance

Nella bocca

È piccolo

I denti la mordono

La gola la risucchia

La tira indietro

Se pensavo che il tremore fosse paura

No

Era l’inizio di un sisma

Tutto ciò che vibra è vivo

Tutto ciò che vibra può risuonare

Tutto ciò che vibra può rompere la materia

Come si può parlare?

Ora lascerei andare questa onda

Irresponsabile io

Indispensabile lei

 

18.

Guardo la luna piena

Scie bianche

Mi dissolvono

Le mie cosce tronche

Si disossano

Ed io

Sto dormiente alla finestra

E la luna

Si allontana dalla notte

Va a lottare

Contro corna di rinoceronte

Resto ferma

Nel mistero che mi appare

E sogno di una lepre

Che salta indisturbata

Tra fossati umidi

Calpestando quadrifogli

 

21.

In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde

 

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

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Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

23 lunedì Feb 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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"Occulto", Libero Valerio Ludovici

 

IL SENTIERO

*

Come se un fiore

fosse acido

come se fosse un gambero

che si spoglia

all’indietro

lasciando che

il tempo

il nostro tempo

si accasci in un solo gesto

Come Golia scende verso il centro cadendo

noi siamo ancora qui

A cercarci e a cercare un passaggio

qualcuno

che ci porti via dalla triste

esecuzione

Madama vento

colei che tutto smuove se ne è andata,

e ha lasciato un petalo bianco sul prato

Ha perso così dicono la sua forza

e ha lasciato cosi

altri dicono

la vita

al passo della malattia

*

PARETI

*

Incendio

dicono doloso

di una regione del cuore

gigantesca

e promiscua

sola

come un esercito

di sereni sobillatori

di masse uniche

e unici

contemplatori

dei cardini

di cui ognuno

ha saputo

vivere e rotolare

Come una giostra impazzita che sa di doversi fermare

Noi siamo qui

eredi

del nostro unico e violento cielo

e sapremo essere quello che siamo

e vogliamo.

Tu che sei lì

sappi che il vuoto

è già

e ha già

trovato

tutto ciò che cerchi

Dai la mano

il fuoco brucia in un battito di sensi

e di timidi e introversi sorrisi

*

RELIGIONE

*

Io vivo per l’essenza che calpesta aquiloni,

e per la foga di chi si impossessa di te.

Sono il cerchio e la sfera che giace

sul fondo e sulla punta del prisma.

In un alieno e incapace vento solare.

È l’oceano che muove esterne convinzioni

feroci dittatori

sulla pelle del mondo.

*

ORA

*

Ed io calmo e assorto,

benedico i miei anni

sapendo che non ho

di meglio da fare.

Una canzone viaggia

sul cielo

infrange divieti,

respira pareti di sesso e sangue

una musica si innalza al cielo

è il vento del sonno e del ricordare tutto.

Come se un incubo fosse

il paradiso,

come se l’eccitante

sovrasto del rumore

fermasse la manipolazione,

fermasse l’eccidio,

giustificasse in tempo

la fine.

*

EVEREST

*

Artefizio, sconcerto, alimenti vuoti e sandali usati

siamo sempre sulla stessa strada,

con eccessi di birra e comprensione,

con fughe da paure scritte e testimoniate,

con improperi verso dio

e chi per lui e per noi difende il sogno.

Resta un cammino vuoto un paesaggio armeno

e qualche piccola birra sparsa sulla strada,

per capire che saremo ancora qui per un po’,

a tempo determinato

in vita all’infinito nel sogno.

*

Libero Valerio Ludovici, “Occulto”, Chiocciola Edizioni, 2025.

 

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“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025

19 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Stefano Solaro

Ho fatto come avevo promesso
del mio meglio ma non in assoluto.
Ricordo piccolezze, noi sui mezzi, la merenda
tu che sbagli serratura
quando torni la sera a casa.
Forse chi parla intende questo
quando dice prima le cose importanti
come il tuo dare e prendere tutto
sollevare le macerie
ritirare quello che opprime
in questa grande stanza.
Per questo e altro ti sono grato
per come a volte mi lanci
contro la vita
solo per svegliarmi.

Cosa esattamente mi vorresti dire.
Come esattamente dovrei reagire.
Cederti il mio spazio, versartelo
nel bicchiere con il calmante
di un risveglio insieme
sanato appena
da queste garze nere.
In circostanze meno affrettate sarei morto
per te. Ora invece
schiaccio tutto con le dita
e tutto, tutto quanto
mi costa fatica.

È da tre mesi che dormo con gente
riempio bicchieri a ignoti
strappo le pellicine
seccate sulle mani per l’inverno;
già chiusi i cartoni, pieni di jeans
che non mi pare di aver mai messo.
Da qualche giorno ho un tetto in prestito.
Il quartiere è nuovo ma lo conosco
dopo lavoro passeggio in tondo
e ad ogni angolo riscommetto
“da qui in poi cambia tutto”.
Anche oggi ho perso
ma ho trovato per strada cinque euro

Otto tipi di insetti
hanno fatto casa sotto al mio letto
mentre davo ripetizioni fuori al freddo
-la sede era inagibile ratti ovunque-
ho deciso avrei saltato pugilato
niente serie né proteine
neanche una canzone per dormire;
domani in pausa pranzo mi diranno
ti trovo bene accidenti è servita
la malattia sei un po’ dimagrito
ma sembri carico. Sembri pronto.

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto…
Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio.

Ho sognato che non ci lamentavamo più
che avevamo smesso di agitarci
per il beep di uno schermo
per blackout infiniti
e risvegli di soprassalto.
Ho sognato che era finito l’esodo
nei corpi, finita la fame del venerdì
che tanto poi eravamo stanchi;
erano cambiati i nostri grazie
non più al master non più a Tinder
né al migliore tra di noi.
Ho sognato che allagavamo l’appartamento.

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“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

15 giovedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Francesco Lorusso, POESIA

Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

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Corpi Narrati Voci Incise – Poesia, arte e musica per una cultura del rispetto

04 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Comunicati stampa, INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Sabato 8 novembre 2025, alle ore 17:00, presso i Portici Comunali “Paolo Di Pietro” di Priverno (LT), si terrà l’evento “Corpi narrati Voci incise”, un incontro ad ingresso libero e gratuito che unisce poesia, arte e musica per riflettere insieme sul tema della violenza di genere e sulla costruzione di relazioni sane e consapevoli. Nel corso della serata verrà presentato il libro di poesie “Di un’altra voce sarà la paura” di Yuleisy Cruz Lezcano, un’opera intensa che affronta il dolore e la rinascita attraverso la parola poetica. La relatrice dell’incontro sarà la pittrice e poetessa Ombretta Del Monte, che guiderà il dialogo sul potere dell’arte come strumento di elaborazione emotiva e di cambiamento personale e collettivo.

Durante la presentazione l’autrice del libro Dottoressa Yuleisy Cruz Lezcano parlerà anche di come riconoscere e gestire emozioni complesse come rabbia, colpa e vergogna, del valore delle relazioni equilibrate, della cultura del consenso e dell’importanza di una comunicazione positiva come base del rispetto reciproco. Ad arricchire l’atmosfera, interventi musicali a cura di Miriam, Clementina e Mario Di Giulio, che accompagneranno la serata con brani ispirati al tema dell’incontro.In occasione dell’evento sarà inaugurata la mostra pittorica di Giuseppe Zanda, le cui opere interpretano visivamente i temi della vulnerabilità, della forza e della rinascita femminile. La mostra sarà visitabile dall’8 al 16 novembre 2025 presso i Portici Comunali.“Corpi narrati Voci Incise” è un’iniziativa promossa con il patrocinio del Comune di Priverno e della Pro Loco Priverno APS, che confermano il proprio impegno nella promozione di una cultura del rispetto e della sensibilizzazione attraverso l’arte in tutte le sue forme.

L’evento rappresenta un invito aperto alla cittadinanza a partecipare, ascoltare e condividere un momento di crescita, empatia e consapevolezza.

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Giancarlo Baroni, “Il mio piccolo bestiario in versi”, puntoacapo Editrice, 2025.

20 lunedì Ott 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

≈ 1 Commento

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Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi

 

Prefazione di Mino Petazzini, postfazione di Alfredo Rienzi.

Illustrazione in copertina di Vania Bellosi

 

PRIMA PARTE: ANIMALI IN VERSI

Da bambino preferivo le figurine degli animali a quelle dei calciatori; la passione continua. Qualche anno fa ho immaginato che la mia pagina facebook fosse una piccola Arca di Noè dove, ogni settimana, entrava un animale descritto nei versi di poeti italiani contemporanei; da lì ha origine questo mio piccolo bestiario in versi.

La poesia di Saba A mia moglie inizia così: «Tu sei come una giovane, / una bianca  pollastra»; i primi due versi de La capra recitano: «Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata»; la poesia La gatta dice: «La tua gattina è diventata magra. / Altro male non è il suo che d’amore». Testi che mantengono una freschezza che il tempo non altera. Alla fine degli anni Quaranta, Saba scrive una raccolta intitolata Uccelli, titolo anche della seguente lirica dove manifesta tutto il suo amore per le creature alate: «L’alata / genia che adoro – ce n’è nel mondo tanta! – / varia d’usi e costumi, ebbra di vita, / si sveglia e canta». Segue nel 1951 Quasi un racconto, che contiene Dieci poesie per un canarino; scelgo la prima dalla giocosa ironia.

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.
[…]

(Antologia del Canzoniere, Einaudi, 1966)

Gli animali da sempre appassionano i poeti e ispirano i loro versi. Penso a due indimenticabili e celebri poesie di Montale: Upupa, ilare uccello calunniato e L’anguilla. L’upupa venne pubblicata nel 1925 in Ossi di seppia. Il fotografo Ugo Mulas scattò nel 1970 un famoso ritratto, in bianco e nero, di Montale: inquadrati di profilo, il poeta e l’uccello (imbalsamato) “calunniato dai poeti” si guardano intensamente, come se
l’uno si specchiasse in qualche modo nell’altro, come se dividessero con amichevole complicità la scena. L’anguilla fu pubblicata su rivista nel 1948 e ne La Bufera e altro nel 1956; scrive Francesco Zambon nella Premessa del volume L’iride nel
fango (Pratiche editrice,1994): «La critica è pressoché unanime nel giudicare L’anguilla uno dei vertici assoluti della poesia di Montale e di tutta la poesia italiana del Novecento»:

L’anguilla

L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
[…]

Il cane, il gatto, il pesce rosso, il riccio, lo struzzo, la lince, la pecora, il maiale, la volpe, la mucca, il pollo, il leone, l’oca, il passero, la gallina, la capra, la medusa, la tigre, l’elefante, la tartaruga, il cammello, il bradipo, la chiocciola, il pellicano, il
serpente, il piccione, la locusta, il pappagallo, la scimmia, il camaleonte, il panda, l’orso, la foca, lo scarabeo, il delfino, il lemure, la giraffa, il gufo, il rospo, la balena, sono gli attori e i titoli delle quaranta poesie com rese nella raccolta di Gabriele Galloni Bestiario dei giorni di festa. La maggior parte dei testi è composta di tre versi endecasillabi, il primo fa rima con il terzo. Uscito postumo nel 2020, il libro è stato stampato dalle Edizioni Ensemble con una nota critica di Ilaria Palomba.

Il camaleonte

Somiglia sempre a quello che non è.
A volte è un albero, a volte un’altra bestia –
di notte capita che sembri me.

[…]

Per quanto mi riguarda, ho composto parecchi versi sugli animali, preferibilmente sui volatili. A questi ultimi ho dedicato un libro intitolato I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli. Questa poesia racconta invece di bestioni estinti:

Dinosauri

Il meteorite si presentò
senza concedere alla terra
il tempo per riflettere. La voragine
si spinse così lontana
da impedire alla vista di abbracciarla.
Si alzava un muro polveroso
che faceva supporre cominciasse

da capo la creazione.
Nei dintorni i rettili
morivano soffocati, dinosauri erbivori
scambiarono l’apocalisse
per l’incedere di una specie
colossale di Tirannosauro.

(Cambiamenti, Mobydick, 2001)

[…]

Fra le varie poesie ispirate a Erba dagli amati gatti, quella che prediligo è la seguente:

Il gatto archeologo

a Francesca
[…]

Forse anche il gatto dei Fori
ode con sue lunghe vibrisse
quel che raccontano le pietre
sotto i cieli di tante stelle fisse.

È notte: il gatto archeologo
parte per ricerche di storia romana
ormai nutrito dalle pie donne
nelle aiuole tra archi e colonne.

(Tutte le poesie, Oscar Moderni Mondadori, 2022)

Il critico e poeta Paolo Polvani ha dedicato ai gatti poesie disseminate in diverse raccolte. Questa, dove una gatta innamorata canta alla luna, credo sia inedita:

La gatta per tutta la notte ha cantato

Affacciata sul tetto come a un davanzale
la luna ascoltava. La gatta per tutta la notte
ha cantato. Un richiamo ardente, una lama
di fuoco. Nel vicolo scuro implorava.
Il pozzo del silenzio ne vibrava.
Gli alberi smuovevano le chiome in un sussulto lieve.
La gatta era una piccola dea del buio,
delle finestre chiuse, gorgheggiatrice dolorosa,
assoluta sposa, perfetta dispensatrice
di promesse, voce di tutti i gatti antenati in lei,
geometrie di occhi, vibrisse, la coda voluttuosa,
un calcio negli stinchi del pudore,
una messa cantata dell’amore.

 

SECONDA PARTE: ANIMALI FANTASTICI

Il Basilisco re dei serpenti

Nel libro ottavo della Storia naturale, dedicato agli animali terrestri, Gaio Plinio Secondo scrive (traduzione e note di Elena Giannarelli, Einaudi, 1983) a proposito del serpente basilisco: «non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col suo sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo, come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo
soffio, brucia le erbe, spezza le pietre: tale potenza ha questo pericoloso animale. Una volta, così si credette, un esemplare fu ucciso da un uomo a cavallo con un’asta e dal veleno salito attraverso di essa non soltanto il cavaliere, ma anche il cavallo furono annientati». Se anziché con un drago San Giorgio, in groppa al suo destriero, si fosse scontrato con un basilisco trafiggendolo, non sarebbe uscito trionfante e vivo dallo scontro. Oltre al nefasto potere di inaridire e intossicare tutto quanto lo circonda, gli viene attribuito anche quello di uccidere con lo sguardo. Vengono immediatamente alla memoria le tre Gorgoni della mitologia greca che pietrificano chi le guarda. Una di loro è Medusa; Caravaggio nel 1598 (opera custodita alla Galleria degli Uffizi) la raffigura così: sguardo sconvolto e allucinato, bocca spalancata in un urlo di disperazione e di dolore, un groviglio impazzito di serpi attorcigliato attor-
no a testa e faccia, un fiotto di sangue che sgorga copioso dal collo dopo che Perseo glielo ha mozzato. Animale ibrido (testa, zampe e ali da gallo; coda di serpente), il basilisco nasce da un uovo di gallo covato da un serpente, da un drago o da un rospo. Vittore Carpaccio, nel dipinto San Trifone ammansisce il basilisco (Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, a Venezia), lo dipinge però, nel 1507, come una be-
stia a quattro zampe di taglia media con la testa e le orecchie da asino, corpo leonino, ali di uccello e coda serpentesca. D’altra parte gli animali fantastici subiscono nell’immaginario individuale e collettivo cambiamenti evidenti, ad esempio le Sirene, come ho già detto, vengono pensate inizialmente come donne uccello e successivamente come donne pesce. San Trifone non è il solo capace di placare il basilisco, anche il vescovo San Siro, a Genova, lo rende innocuo. Affronta, armato del solo pastorale, un basilisco che si nasconde dentro un pozzo da dove ammorba l’aria e lo allontana verso il mare. Poco distante dalla chiesa dedicata al Santo, su una
lapide marmorea in latino è scritto: «Qui è il pozzo dal quale il Beatissimo Siro Arcivescovo di Genova fece uscire il terribile serpente di nome Basilisco». Anche se non possiede stazza e mole del drago, il basilisco, grazie al suo straordinario veleno nocivo e letale, è considerato il “basileus” (il re) dei serpenti. Scrivono Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero nel Manuale di zoologia fantastica (Einaudi, 1962, traduzione di Franco Lucentini): «Ai suoi piedi cadono morti gli uccelli e imputridiscono i frutti; l’acqua dei ruscelli a cui s’abbevera rimane avvelenata per secoli. […] L’odore della donnola lo uccide. Nel Medioevo, si diceva che l’uccidesse il canto del gallo; e i
viaggiatori esperti si provvedevano di galli per attraversare contrade sconosciute. Altra arma era uno specchio: il basilisco è fulminato dalla sua propria immagine».

Giancarlo Baroni, “Il mio piccolo bestiario in versi”, puntoacapo Editrice, 2025.

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Antonia De Gattis, “Primo amore”, Amazon Publishing, 2025.

08 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Antonia De Gattis, Primo amore

Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.

*

Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.

*

Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.

*

Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.

*

Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.

*

Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.

*

Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.

*

Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

 

 

NOTE BIOGRAFICHE

Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).

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Annalisa Gozzo Aligò “Girotondo dei pianeti”. Intervista di Patrizia Destro

11 mercoledì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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Annalisa Gozzo Aligò, intervista, Patrizia Destro

Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Sono cresciuta in una famiglia dove i libri erano considerati preziosi e divertenti. Nei libri mi sono sempre “persa” e forse per questa ragione ho sempre letto e scritto con molto piacere. È un modello comunicativo che ho sempre amato, forse perché mi dava visibilità senza essere pressante.
La scoperta della mia vena poetica è arrivata più tardi, a vent’anni circa, dopo un corso di arte-terapia. È stata una sorpresa: non mi ero mai soffermata su questa mia capacità, abbastanza naturale, di “mettere insieme rime”. Infatti l’utilizzo della poesia all’inizio era al servizio del mio lavoro di educatrice per comunicare con bimbi e genitori i contenuti di un progetto, o al limite un modo per creare messaggi d’auguri ad amici e parenti. Mi sembrava un mezzo più immediato ed emotivo con cui far arrivare il mio pensiero rispetto alla prosa.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzata maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Sono cresciuta a “pane e Rodari”, l’ho sempre amato per la semplicità e ironia che lo contraddistingue e la leggerezza con cui va a fondo di tematiche importanti in modo accessibile a tutti.
Poi è arrivato Italo Calvino, con i suoi racconti in bilico tra il reale, l’onirico e il filosofico, Asimov con le sue trasposizioni sociali, storiche e metaforiche fantascientifiche e non ultimo Munari, con la sua pedagogia puero-centrica che non poteva che essere piena d’arte (d’altronde lui era un’artista). È stato il primo a capire che l’adulto deve solo portare il bambino a fare esperienze, a ricercare e a dare allo stesso il gusto della scoperta, facendolo riflettere sulle scoperte fatte, meglio se in gruppo. Idea che io appoggio in pieno e che ho cercato di immettere nell’opera attraverso echi di quanto i bimbi mi hanno regalato negli anni… frasi, episodi.
Nella mia parte più “impulsiva” è Ungaretti che mi parla: amo la sua capacità di far “esplodere nella testa” il messaggio con una sola breve frase evocante un’immagine. Trovo le sue poesie fotografie d’impatto, quasi da giornalismo d’assalto tanto colpiscono in pancia con la loro vividità.

Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nata o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura, per come la intendo ora, è nata recentemente e dopo un momento traumatico che mi ha costretto a casa. Infatti ho rischiato la vita a causa di una trombosi cerebellare.
Improvvisamente, durante la convalescenza, i pensieri poetici arrivavano fulminei a dover descrivere gli eventi e gli stati d’animo che più mi colpivano.Anche la richiesta di Mòrin (mia maestra di canto) di scrivere dei testi per sue canzoni è stata esaudita con poesie molto introspettive e legate al momento che stavo vivendo. I temi erano: meditazione e rifugio nel sogno” (per “Sogni Bianchi”) e “ripresa e resilienza” (per “Risvegli”).Forse per questo motivo prevale ciò che mi “rimbalza dentro”, gli eventi sono filtrati dal mio sentire. I luoghi della poetica sono “del ricordo”, spazi emotivi soprattutto di quando ero bambina, o “non luoghi” ma angoli universali che contengono valori comuni e storie condivise (soprattutto nelle poesie “Prigione velata” e “Io sorgo ancora”. I percorsi del quotidiano sono, quasi sempre e purtroppo, strade che mi portano da un luogo all’altro, spesso di corsa.

Ci parli della tua pubblicazione?

“Girotondo dei pianeti” è una poesia illustrata. Pur portando nozioni scientifiche corrette (a parte Plutone che per questioni affettive mi sono rifiutata di declassare), è un pretesto per evidenziare emozioni e comportamenti comuni a tutti noi; del resto i nomi degli astri rimandano a tipologie archetipiche e miti ben precisi. Sempre per Plutone ho fatto un’eccezione non richiamandolo, per motivi di gestione psicologica, al re dell’Ade: mi era molto più utile usare un richiamo all’emotività del bambino, alla sua richiesta di attenzione e al suo sentirsi piccolo rispetto ad un gruppo.
Ero consapevole inoltre che il toccare le “corde emotive” del bambino avrebbe creato un’impronta dove le informazioni sui pianeti si sarebbero fermate nella memoria.

Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Ciò che può essere ritenuto bello e che porta una persona ad uscire da sé, dal quotidiano, che la fa riflettere su ciò che è, che la porta ad un’identificazione con personaggi e a crearle domande e curiosità è sempre utile.
Soprattutto se si tratta di bambini ciò che li possa far uscire da pacchetti standardizzati che tentano di farli diventare piccoli, tristi, adulti consumatori non è utile, è necessario.
L’educazione al bello, alla poesia in materiale tangibile può farli sognare senza farli “divagare”.

Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

La narrazione è nata dalla richiesta di una filastrocca che aiutasse i bambini a memorizzare le caratteristiche degli elementi del nostro sistema solare. Ma i nomi dei pianeti, le loro caratteristiche per composizione e posizione fanno nascere suggestioni molto ricche.
Così mi sono ritrovata a dovermi documentare e più correggevo e “limavo” l’opera, più mi rendevo conto che stava nascendo una “personificazione” degli astri molto riconoscibile negli aspetti comuni a tutti noi; a posteriori questo era prevedibile dato l’aspetto archetipico insito in ogni nome scelto per i corpi celesti, ma è una consapevolezza a cui sono arrivata dopo. Questo aspetto è stato molto utile per entrare in contatto con il pensiero bambino, che tende a personificare gli oggetti o che ama rifugiarsi dentro questo meccanismo anche fino ai sette anni.
Alla fine l’ho trovato così gradevole nella sua semplicità che ho deciso di illustrarlo in autonomia e poi di auto-pubblicarlo.

Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

La prima bozza di poesia l’ho scritta di getto, dopo essermi documentata sulle caratteristiche rocciose, gassose o liquide di ogni singolo pianeta, poi è cominciato un lentissimo lavoro di revisione e illustrazione del testo nei ritagli di tempo.
Sono i rimandi poetici a fatti di cronaca che mi tengono sveglia la notte finché non mi alzo a scrivere una frase.

La copertina, il titolo e le illustrazioni. Chi, come, quando e perché?

Avevo chiesto a varie amiche e conoscenti illustratrici (o semplicemente con la passione per il disegno) di collaborare all’illustrazione del libro. Dopo un iniziale entusiasmo e la richiesta conseguente di un mio invio della poesia non ho più avuto riscontri.
Ho quindi deciso di illustrare da sola il mio libro, creando la grafica di pagine e copertina. Fotocopie, matite, acquarelli, pastelli a cera, pennarelli, gessi, tempere e forbici hanno fatto il resto.
Mio marito, a cui devo moltissimo per il sostegno e l’aiuto, ha curato l’impaginazione su un noto portale di vendita on line che si occupa anche di stampa e vendita di libri.

La tua opera è autopubblicata. Vuoi raccontarci qualcosa in merito?

    Ho inviato il libro a quasi cinquanta case editrici per bambini, alcune mi hanno cortesemente risposto: “Il suo libro non interessa al nostro catalogo”, alcune ancora più gentilmente aggiungevano: “ha spunti interessanti” e “le auguriamo fortuna con la sua pubblicazione”.
    Le più scorrette chiedono di far pagare la stampa di molte copie millantando un interesse che in realtà non hanno, per lo meno di investire sull’opera che poi abbandonano.
    A me non andava di pagare centinaia di copie che poi non avrei saputo che impatto avessero sul pubblico, così ho scelto di auto-pubblicarlo sul portale di cui parlo nella precedente risposta.

    A quale pubblico pensi possa essere rivolta la tua pubblicazione?

      Sicuramente ad un pubblico tra i 5 e i 7 anni, momento in cui hanno maggior concentrazione per apprezzare il linguaggio poetico ma ancora gusto per il gioco di “personificazione” dei personaggi.

      In che modo stai promuovendo il tuo libro?
      Sto imparando che il passaparola e il presentarmi personalmente nei luoghi delle presentazioni sta creando un’onda di propagazione forse più efficace dei social.
      Le mail vengono lette con sospetto e i mass media ti procurano qualche like spesso senza seguito. Diciamolo: non ho il “phisique du role” della tiktoker e quindi prediligo il “porta a porta” che mi sta creando soddisfazioni per accoglienza ed apprezzamento del libro.
      Le presentazioni mi hanno sempre aperto successive opportunità di altri eventi.

      Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legata e perché?
      Prediligo la poesia conclusiva, una sorta di morale di Esopo che evidenzia uno dei temi a me più cari: l’inclusività.
      “Nello spazio più profondo nove amici fan girotondo, tutti quanti intorno al sole, queste son le lor parole:
      -Tutti quanti qui danziamo, da tempo infinito un canto intoniamo. Un suono che a noi ricorda all’istante, che dal grande al piccolo tutto è importante -“

      Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?
      Devo dire che l’apprezzamento che ho visto nei piccoli lettori e l’affetto con cui si approcciano all’opera, oltre che alla stima dichiarata dai loro genitori, sono già delle aspettative altissime a cui non mi immaginavo di tendere.

      Una domanda che faresti a te stessa su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

      Aligò ti sei divertita a scrivere e illustrare questo libro?
      Mi sono divertita tantissimo, mi sono riscoperta bambina: la piccola Annalisa è la parte più creativa di me e quella che mi regala più soddisfazioni dal punto di vista ludico ed estetico.

      Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

      Sto iniziando ad abbozzare un altro libro illustrato per bambini dal titolo “I folletti riordinini”, storia che avevo inventato quando ero un’educatrice, per la comprensione del valore e del significato del riordino. Un gioco successivo, in cui i bambini “diventavano” folletti rendeva più piacevole lo stesso in classe. Stranamente il testo è in prosa (per ora).
      Un altro progetto che amerei molto portare a termine è la catalogazione e la pubblicazione di libri delle mie poesie divise per tema: pedagogico, sociale, affettivo.
      Chissà se riuscirò un giorno a farmelo pubblicare…

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      Antonella Sica, “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

      09 lunedì Giu 2025

      Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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      Antonella Sica, Corpi estranei

       

      Prefazione di Camilla Ziglia
      In copertina: una fotografia di Pietro Mari dal titolo Geometrie variabili

       

      da Corpi estranei

      Madre di Luna pietra madre ragnatela
      di capelli sul guanciale madre pallido
      ansimare madre spenta nella parola
      madre impiccata al sorriso
      in bianco e nero madre
      che non ricordo madre
      impastata nel corpo
      madre

      che sei andata via
      come si spegne la luce
      nella stanza di un bambino.

      *

      Era una casa divisa in gabbie
      perimetri di fiato e dolore
      corpi estranei cuciti dal sangue.

      A tavola a ognuno il suo posto
      geometria instabile dei pasti,
      la luce piombava dall’alto
      un ritratto di famiglia elettrico.

      Corpi stretti nella notte alle coperte
      galleggianti nella trama dei respiri
      la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
      spalancate finestre alla fuga.

      *

      Il corpo del fratello
      non faceva rumore
      occhi grandi sgranati laghi
      che ogni sasso poteva colpire

      giocando col fuoco, un giorno
      bruciò le mani
      immobile specchiava le fiamme sui palmi
      dietro gli occhi
      fatue.

      *

      da Ho una bambina sulla schiena

      Ho una bambina sulla schiena
      il suo corpo è nuda cantilena
      mi riempie i capelli di nodi
      per divorare il mio pianto

      la bambina di notte dondola
      cigola come un’altalena
      col suo alito di bosco sussurra
      cristalli di sale sul cuscino

      mentre sogno indossa le mie mani
      disegna una volpe che gioca coi cani
      fuscelli i fremiti del suo respiro
      un nido di parole che scopro al mattino.

      *

      da La condanna alla luce

      Eppure i momenti migliori sono quelli
      in cui annuso il mondo come un cane
      cammino e sono nelle gambe
      in attesa di una gioia conosciuta
      quella svolta che improvvisa s’apre al mare
      col ferro del porto che sale
      in rette e poligoni brillanti.

      Cammino con gli occhi sazi
      come chi non cerca niente
      solo l’occasione di un altro passo avanti.

      *

      da Dove nessuno chiama

      Dall’intrico di foglie la luce
      fa a brandelli il tuo volto
      s’insinua lama nelle pieghe della carne
      forse siamo distesi

      i capelli ondeggiano
      grano sterile sull’erba
      forse ci stringiamo
      una mano a distanza
      stiamo lì ad asciugare le parole
      sento il battito del cuore in un sasso
      che preme sulla schiena

      è più facile così, scomparire.

      Ci siamo addormentati
      senza sprofondare nella terra
      e al risveglio
      ci siamo sentiti inospitali.

      *

      Non è ancora l’alba. Non ancora.
      Il silenzio al di là delle tende
      è uno sciame d’api
      pronto a colpire. Alle spalle il frigorifero,
      col suo reticolo elettrico
      combatte per il freddo interno
      parla da solo come un ventre troppo pieno.
      Sotto una luce pendente
      scrivo con l’ombra
      della mano sul foglio. Briciole
      si attaccano al palmo che scorre
      quasi a chiedere un ultimo gesto d’attenzione
      colonizzando il bianco.

      Mi sono alzata per un sogno, forse.

      Testi di Antonella Sica, tratti da “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

       

      NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

      Antonella Sica, genovese, è laureata in Lettere Moderne. È regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha fondato e codiretto il “Genova Film Festival” dal 1998 al 2015. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi Festival. Tra i suoi lavori: Ballata Trash, cortometraggio con il poeta Edoardo Sanguineti. Nel 2014 vince il premio per la miglior silloge del concorso indetto dalla casa editrice Prospero (opera pubblicata nel 2015 col titolo Fragile al mondo). Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo, pubblicata l’anno seguente da Rayuela Edizioni. Nel 2019 vince – ancora come miglior silloge – il XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne” con la raccolta L’ira notturna di Penelope, uscito nel 2022 per i tipi di Prospero Editore e con la prefazione di Donatella Bisutti.
      Ha partecipato a reading poetici in diverse città d’Italia. I suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi concorsi fra cui “Lorenzo Montano”, “Bologna in Lettere”, “Arcipelagoitaca” e “Guido Gozzano”. Recensioni alle raccolte e suoi inediti sono stati pubblicati su riviste online e blog fra cui “Inverso-Giornale di poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Almapoesia”, “Ex-Libris”, “Carte sensibili”, “La rosa in più”, “Menabò online”, “Poeti Oggi”e “Versante Ripido”, dove cura la rubrica di videopoesia Lanterna magica. È presente in alcune antologie fra cui Singolare, molteplice(puntoacapo2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca 2023).
      Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.

       

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      Giulio Divo “Vuoto 23”, Di Leandro editore. Intervista di Patrizia Destro

      16 mercoledì Apr 2025

      Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Interviste, LETTERATURA, PROSA

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      Giulio Divo, intervista, Patrizia Destro

      Patrizia Destro intervista Giulio Divo sulla sua opera: Vuoto 23, Di Leandro editore.

      Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

      Avevo circa cinque anni e, appena terminata la lettura di una riduzione dell’Iliade per bambini (“Storie della storia del mondo”, di Laura Orvieto), rimasi talmente colpito e intristito dalla morte di Achille che scoppiai a piangere e promisi a me stesso di riscrivere un’Iliade riveduta e corretta, con un finale diverso. Attribuisco a quell’episodio la mia prima dichiarazione consapevole circa la volontà di scrivere. Poi ho fatto tutta la trafila ordinaria, almeno per la mia generazione: poesie adolescenziali, racconti brevi in gruppi carbonari di scrittura creativa… Insomma, tutto quello che poteva fare uno studente medio tra gli anni ’80 e il 2000, perso tra delusioni amorose, noia e disturbi d’ansia.

      Continua a leggere →

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      Alessandro Pagani, “I Punkinari”, Neptunarus Editore, 2024.

      14 lunedì Apr 2025

      Posted by Deborah Mega in INTERAZIONI

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      Alessandro Pagani, I Punkinari

      Il calcio è la cosa più importante
      delle cose meno importanti
      *
      Arrigo Sacchi
      *

      I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca, dà il via alla nuova collana Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus.Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare?

      Giochiamo lo stesso.

      Progetto grafico e impaginazione:
      Laura Venturi
      In copertina:
      Massimiliano Zatini, I Punkinari, 2024
      Testi:
      Alessandro Pagani
      Illlustrazioni:
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