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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: INTERAZIONI

La casa, il tempo, il paesaggio. La poesia di Paolo Polvani in Cucine abitabili

22 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Con Cucine abitabili, pubblicato per la prima volta nel 2014 e oggi riproposto da Arcipelago Itaca nel 2026, Paolo Polvani consegna al lettore una poesia che trova nella concretezza delle cose il proprio punto di partenza e nella loro progressiva trasfigurazione il proprio approdo. È una poesia che non ha bisogno di allontanarsi dal quotidiano per diventare lirica, ma al contrario, sembra cercare nella dimensione domestica, negli oggetti, nei corpi, nei gesti consueti e nei paesaggi familiari quella soglia attraverso la quale il reale può improvvisamente rivelare la propria dimensione enigmatica.

Il titolo stesso, Cucine abitabili, contiene già una dichiarazione poetica. La cucina è uno dei luoghi più concreti dell’esistenza, spazio della quotidianità, del cibo, delle relazioni familiari, delle abitudini; ma l’aggettivo «abitabili» sposta immediatamente l’attenzione dalla semplice funzionalità dell’ambiente alla possibilità di viverlo, di riempirlo di presenze, di memoria, di affetti. La cucina diventa così una figura della casa e la casa, a sua volta, una figura della vita. Non è soltanto uno spazio fisico: è un organismo sensibile nel quale gli oggetti sembrano conservare le tracce di chi li ha toccati, guardati, utilizzati, amati.

La poesia inaugurale, «Cosa accade alla casa quando esco sbattendo la porta», a pagina 9, costituisce in questo senso una sorta di manifesto della raccolta. Il titolo introduce già una domanda apparentemente semplice, quasi narrativa, ma in realtà profondamente ontologica: cosa accade alle cose quando l’uomo si sottrae alla loro presenza? Che cosa rimane di una persona quando esce dalla casa? E, soprattutto, gli oggetti continuano a vivere, a parlare, a registrare l’assenza? La risposta di Polvani è sorprendente perché consiste nell’attribuire agli oggetti una forma di vita autonoma. Le «parole» che precedono il silenzio continuano a «volteggiare nell’aria»; i loro «vuoti involucri» si adagiano lungo le pareti; «piccoli insetti diventano padroni del silenzio»; la poltrona «trattiene il vuoto della forma»; i quadri «mantengono un rigido riserbo»; la finestra «registra» il profilo delle nuvole; il frigorifero «si mette a borbottare». È qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Polvani: la personificazione. Gli oggetti non sono semplicemente descritti; vengono dotati di comportamento, intenzione, memoria, perfino di una forma di coscienza. La poltrona non è vuota: «trattiene il vuoto della forma». La formula è particolarmente felice perché il vuoto non viene rappresentato come semplice assenza, ma come traccia positiva di una presenza precedente. La poltrona conserva la sagoma di chi vi sedeva, così come la casa conserva, attraverso i suoi oggetti, la memoria di chi l’ha abitata, in cui l’assenza diventa dunque una presenza paradossale.

La poesia procede attraverso una fitta successione di personificazioni, metafore e slittamenti semantici. La finestra «registra» le nuvole, come se fosse una macchina fotografica o un dispositivo di memoria; il frigorifero «borbotta» come un essere umano; le tubature producono «gorgoglii, guaiti», «sospiri, soffi». La casa viene antropomorfizzata fino a diventare un organismo dotato di un proprio sistema nervoso e di una propria voce. È significativo, inoltre, che il poeta ricorra frequentemente a verbi appartenenti al campo semantico umano per descrivere oggetti inanimati: «parla», «registra», «trattiene», «mantengono», «borbotare», «conservano». L’operazione poetica consiste dunque nel trasferire qualità umane alle cose, ma anche, implicitamente, nel trasferire qualità delle cose all’uomo. La casa diventa una forma della coscienza.

Anche la struttura sintattica contribuisce a questo effetto. Il componimento procede per accumulo, attraverso una serie di proposizioni prevalentemente coordinate. La sintassi non costruisce una narrazione tradizionale, ma una sequenza di percezioni. Ogni frase aggiunge un elemento alla scena e contemporaneamente dilata il silenzio iniziale. È una struttura per successive messe a fuoco, quasi cinematografica: la poltrona, i quadri, il pavimento, la finestra, il frigorifero, il sole, una pantofola, il postino, il traffico, le tubature. L’occhio del poeta si muove nella casa come una macchina da presa, ma una macchina da presa che progressivamente attribuisce vita a ciò che osserva. Particolarmente significativa è l’immagine della pantofola: «una pantofola, cerbiatta timida / prossima alla consunzione». Qui l’oggetto domestico viene trasformato in animale attraverso una metafora sorprendente. La pantofola è «cerbiatta» perché è fragile, appartiene alla dimensione della familiarità e dell’intimità, ma anche perché sembra improvvisamente dotata di una propria timida presenza. L’aggettivo «timida» accentua la personificazione, mentre «prossima alla consunzione» introduce il tema del tempo e dell’usura. È proprio questo il punto in cui la poesia domestica di Polvani si apre alla dimensione esistenziale. Gli oggetti si consumano perché il tempo li attraversa. La casa non è soltanto il luogo dell’assenza: è il luogo in cui il tempo diventa visibile.

Il verso «Si assiste alla declinazione degli oggetti / durante la parabola del sole» è particolarmente rivelatore. Il sostantivo «declinazione» appartiene alla grammatica, ma qui viene applicato agli oggetti; «parabola» appartiene invece al linguaggio geometrico e astronomico. L’intera frase costruisce una metafora temporale: gli oggetti sembrano declinarsi, modificarsi, perdere progressivamente luce mentre il sole compie il proprio percorso. Il tempo non viene dunque raccontato direttamente, ma misurato attraverso le cose. Questo procedimento è fondamentale per comprendere la poesia di Polvani. Il poeta non afferma astrattamente che il tempo passa: mostra una pantofola consumata, una luce che cambia, una casa vuota, una madre che invecchia. A pagina 11, in «I tuoi anni», questa trasformazione diventa esplicita. L’interlocutrice è la madre:

«Guarda mamma, i tuoi anni / si allungano spediti / come formiche in fila indiana / sul tavolo di marmo / della cucina». Ancora una volta Polvani ricorre a un’immagine concreta per rappresentare un concetto astratto. Gli anni vengono trasformati in formiche. La similitudine è efficace non soltanto perché rende visibile lo scorrere del tempo, ma perché introduce un senso di movimento inarrestabile. Le formiche procedono «in fila indiana», una dietro l’altra, e «già s’appressano al bordo». Il bordo del tavolo diventa così il bordo della vita e l’immagine possiede una semplicità quasi infantile, ma proprio questa semplicità le conferisce forza. Il tempo non viene rappresentato mediante grandi simboli tradizionali, l’orologio, la clessidra, il fiume, ma attraverso una scena domestica. Il tavolo della cucina diventa il luogo sul quale gli anni della madre avanzano inesorabilmente. La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica: La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica:

«la luce del neon / spande un sentore d’inverno / e d’improvviso / sento freddo». Qui la sinestesia è evidente: una luce, elemento visivo, produce un «sentore», termine appartenente al campo olfattivo. Ma il «freddo» finale non è soltanto fisico. È il freddo della consapevolezza, della paura della perdita, della percezione improvvisa della vecchiaia della madre. La luce del neon, fredda e artificiale, diventa così una metafora della coscienza che si accende improvvisamente davanti al tempo. Il passaggio è tipicamente polvaniano: dall’oggetto alla percezione, dalla percezione all’emozione, dall’emozione alla condizione esistenziale.

A pagina 16, «I segni del tempo», la relazione fra corpo e tempo viene affrontata con un’immagine di grande densità: «I segni del tempo si depositano / sulla tua pelle come una polvere dorata». Ancora una volta il tempo diventa materia. I suoi segni «si depositano» come una sostanza fisica. Ma quella polvere non è grigia né sporca: è «dorata». L’aggettivo modifica radicalmente il significato della metafora. Le rughe e i segni dell’età non sono semplicemente devastazioni prodotte dal tempo, ma possono diventare qualcosa di prezioso. La pelle della persona amata contiene la storia di chi ha vissuto. La poesia introduce quindi un’altra immagine significativa: «Specchiano l’adesione dei miei autunni». Il plurale «autunni» trasforma la stagione in una metafora della maturità e dell’invecchiamento. Ma il poeta non contempla dall’esterno il trascorrere del tempo: gli autunni dell’altro riflettono i propri. Il tempo della persona amata diventa il tempo del soggetto. Il verso «non posso che amarli / come si ama l’aria» conduce questa metafora verso una dimensione quasi assoluta. L’aria è ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che respiriamo senza pensarci. Amare i segni del tempo «come si ama l’aria» significa accettare l’invecchiamento dell’altro come parte inseparabile dell’amore stesso. In queste poesie il corpo non è quindi semplicemente un oggetto erotico o visivo. È un archivio temporale. Ed è proprio questa attenzione al tempo che consente di comprendere il rapporto fra dimensione domestica e dimensione affettiva in Cucine abitabili. La casa e il corpo svolgono una funzione analoga: entrambi conservano tracce. Entrambi registrano assenze. Entrambi mostrano l’azione del tempo.

La forma della persona rimane nella poltrona; gli anni della madre scorrono sul tavolo; il tempo si deposita sulla pelle; gli oggetti conservano i colori; le stanze trattengono paure e voci. Nulla è completamente presente, ma nulla è completamente perduto. Questa concezione della realtà spiega anche il frequente ricorso alla personificazione. Se le cose possono parlare, ascoltare, ricordare, aspettare, allora il mondo di Polvani è un mondo nel quale la separazione fra soggetto e oggetto diventa porosa. L’uomo non è davanti alle cose: è immerso in una rete di relazioni con esse.

Da questo punto di vista, la poesia conclusiva, «Il significato del paesaggio», a pagina 57, assume un valore quasi programmatico. Se l’inizio della raccolta porta il lettore dentro la casa, l’ultima poesia spalanca le finestre verso il paesaggio. La traiettoria sembra dunque andare dall’interno verso l’esterno, dalla stanza al territorio, dall’oggetto domestico alla terra, ma il procedimento poetico rimane sostanzialmente identico. Gli ulivi «restano inchiodati alla collina»; non hanno «la vanità di credersi i capelli della terra»; non «scuotono le chiome»; sono «pensieri fermi». Ancora una volta la natura viene antropomorfizzata. Gli ulivi possiedono caratteri umani: possono avere vanità, aspirazioni, atteggiamenti, perfino un codice comportamentale. La metafora dei «capelli della terra» è particolarmente efficace perché trasferisce al paesaggio una fisionomia umana. Gli ulivi diventano capelli; la collina diventa corpo. Ma Polvani rovescia subito l’immagine attraverso l’ironia: gli ulivi non hanno la «vanità» di crederlo. La sua poesia, infatti, non rinuncia mai completamente all’ironia, nemmeno davanti al paesaggio. Gli ulivi aspettano «un’euforia di tuoni», uno «sproloquio di pioggia» per «sfoggiare l’abito della festa, a volte persino la cravatta». Il linguaggio colloquiale e antropomorfico trasforma il paesaggio in una comunità di esseri viventi che sembrano avere comportamenti sociali. Lo «sproloquio di pioggia» è una metafora particolarmente felice: la pioggia diventa parola e il temporale diventa discorso eccessivo, quasi verboso. L’«abito della festa» e la «cravatta» trasferiscono invece il paesaggio nel campo semantico della socialità umana.

Questa capacità di abbassare il linguaggio poetico verso il quotidiano costituisce uno dei tratti distintivi della scrittura di Polvani. La poesia non ha bisogno di parole solenni per essere lirica. Può parlare di una cravatta, di un frigorifero, di una pantofola, di un neon, di tubature che gorgogliano. Il paesaggio, nella parte successiva della poesia, non è più immobile. «Il paesaggio immobile si muove»: l’apparente ossimoro condensa uno dei nuclei concettuali più importanti della raccolta. Il paesaggio sembra stabile, ma è continuamente trasformato dalle stagioni, dagli animali, dagli uomini, dai trattori, dalla pioggia, dal vento, dalla notte.

Si veste di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni; è attraversato dalle bisce; apre e chiude finestre e imposte; «sparisce, grida, poi riappare». La metafora del vestire è particolarmente insistita: il paesaggio «si veste» di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni. La terra viene trattata come un corpo capace di cambiare abito. Ma questa personificazione non è semplicemente decorativa. Serve a mostrare che il paesaggio non è una realtà neutra posta davanti allo sguardo umano: è una realtà in trasformazione continua, che partecipa della vita. Il verso conclusivo «Il paesaggio mi divora gli occhi» porta questa relazione a un punto estremo. Così non è più il poeta a guardare il paesaggio: è il paesaggio che guarda, assorbe, divora il poeta e il rapporto fra soggetto e oggetto si rovescia.

Questa conclusione permette di rileggere retrospettivamente l’intera raccolta. All’inizio è il poeta che osserva gli oggetti della casa; alla fine è il paesaggio a «divorare» lo sguardo del poeta. L’osservatore diventa osservato, il soggetto si dissolve nell’oggetto, la distinzione fra io e mondo si fa incerta. È un esito quasi fenomenologico della poesia di Polvani: il mondo non è semplicemente qualcosa che vediamo, ma qualcosa che ci coinvolge e ci costituisce. Da questo punto di vista, Cucine abitabili può essere letto come un percorso dalla casa al mondo, ma anche dalla cosa all’essere. Gli oggetti quotidiani sono il primo livello della poesia; attraverso di essi il poeta arriva alla memoria, al tempo, all’amore, alla vecchiaia, alla perdita e infine al paesaggio come esperienza totale. Anche formalmente la raccolta sembra coerente con questa poetica. Nei testi qui considerati prevale il verso libero, privo di uno schema metrico tradizionale riconoscibile. La musicalità nasce piuttosto dalla disposizione delle frasi, dalle ripetizioni, dagli enjambement, dalle allitterazioni occasionali, dalla variazione della lunghezza dei periodi e dalla successione delle immagini. L’enjambement, in particolare, contribuisce spesso a sospendere il senso e a costringere il lettore a proseguire nel verso successivo. Il significato non è sempre contenuto nell’unità sintattica del verso, ma scorre oltre il limite tipografico. La sintassi tende alla paratassi, ma non è per questo elementare. La semplicità grammaticale viene continuamente attraversata da slittamenti semantici e metaforici. Polvani costruisce una poesia accessibile sul piano lessicale ma stratificata sul piano interpretativo. È questa, forse, la sua qualità più interessante: la profondità non nasce dall’oscurità del linguaggio, ma dalla trasformazione delle cose ordinarie.

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“Il sogno” da “La casa che scrive” di Loredana Semantica

20 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in NarЯrativa, Novità editoriali, PROSA, Prosa poetica, Racconti

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giallo,, La casa che scrive,, Loredana Semantica, narrativa,

“La casa che scrive” è un giallo psicologico, opera prima di narrativa di Loredana Semantica. Attualmente è pubblicato in formato eBook su Amazon KDP a questo link. A breve avverrà la pubblicazione anche in formato cartaceo. Il libro è arricchito da circa 40 disegni e altrettante brevi poesie della stessa autrice.

Si riporta di seguito il capitolo “Il sogno”, tratto da “La casa che scrive”

Il sogno

Giorgio quella sera si addormentò profondamente pensando alla gita in montagna con Arianna.
La sua vita era in un momento particolarmente promettente. Nuovo lavoro, nuovi incontri, la speranza di stare sempre meglio nei suoi panni, nell’ambiente, ma soprattutto la prospettiva di costruire qualcosa che fosse più del provvisorio, del giorno per giorno. Una stabilità sentimentale che gli avrebbe permesso di poggiare le basi per crescere, evolversi, guardare al futuro con fiducia.
Giorgio non era per nulla un essere inquieto, come tutti, era alla ricerca della felicità. E per felicità intendeva, stare bene con qualcuno, farsi una propria famiglia, avere dei figli, proseguire nel suo lavoro. Fare lo psicologo gli piaceva, l’aveva scelto come sviluppo coerente dei propri studi di scuola superiore e universitari. I suoi ideali erano davvero semplici, ma così difficili da realizzare. Trovare un’anima gemella che avesse i suoi stessi desideri non era per nulla facile. Aveva incontrato ragazze che mettevano al primo posto la propria libertà, altre che opponevano la carriera, altre ancora entrambe le cose e nessuna di queste aveva in animo di avere figli. La libertà di fare ciò che desideravano prendeva strade diverse dalle aspettative sociali del passato. Madri, mogli non erano modelli da imitare. Formare una famiglia, affrontare la maternità non erano obiettivi a cui votarsi. Qualcuno avrebbe giudicato le sue idee alquanto retrive, altri le avrebbero giudicate distorte dal risentimento per le delusioni subite. Alle considerazioni di tipo sociologico si sovrapponevano le obiezioni che faceva a sé stesso sui suoi stessi pensieri. Lo sviluppo cognitivo gli frullava in testa alle due di notte. A quell’ora improvvisamente s’era risvegliato, come se qualcuno l’avesse scosso. Aveva sbarrato gli occhi nel buio, in allerta con l’orecchio attento. Nessun rumore, solo silenzio. La sua mente s’era messa a vagare. Adesso perfettamente sveglio rimuginava senza potersi riaddormentare.
All’improvviso, in una sorta di inspiegabile lampo di memoria disconnesso dalle riflessioni del momento, gli tornò in mente il sogno che aveva appena fatto. Era un’immagine simile ai disegni lineari che elaborava Tullio nelle riunioni a Villa Elicriso, ma animata e raccapricciante. Il soggetto era cruento. Una testa mozzata con i capelli irti verso l’alto, tipica dei disegni di Tullio, e uno sfarfallio intorno. Il sogno era giunto assieme a delle frasi simili a versi, pronunciate da una voce indefinibile, che si riferivano alla scena. Una combinazione che riproduceva molto da vicino i binomi creativi proposti nelle riunioni del progetto Krugen.
Giorgio, accese la luce del comodino, prese un taccuino per appunti e riportò le parole del sogno.

Ognuno alla sua battaglia
un’epica colorata
di teste mozze e sfarfallii


Riportò anche l’immagine, il più fedelmente possibile, per quanto fosse in grado il suo modesto talento da disegnatore.
Lo fece in fretta, consapevole che il ricordo del sogno, la mattina successiva, si sarebbe dileguato, e anche perché, se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a girare attorno a tutte le possibili interpretazioni della visione e delle parole.
Spense la luce e tentò di riprendere sonno. Girandosi e rigirandosi di nuovo nel letto. Non aveva più la testa, pensò, con sarcasmo evidente, per considerazioni esistenziali o critiche sull’evoluzione sociale.
I suoi sfoghi di pancia contro il deludente genere femminile s’erano arenati, ma, in conclusione, nemmeno riusciva a dormire. L’aveva sperato, una volta fissato su carta il contenuto del sogno, ma non fu così. Pensava e ripensava alla testa mozzata, allo sfarfallio, cercava di capire chi rappresentasse la figura decollata, cosa significassero le farfalle. Certamente il concetto era cruento, richiamava ghigliottine ed esecuzioni. Guerre, lotte, rivoluzioni. Un’evocazione epica di katane e spadoni medievali.
Poi si affacciò alla mente un’ipotesi allarmante e funesta, che una decapitazione poteva significare che si preparava un assassinio, uno sgozzare qualcuno, un’azione diretta a far fuori, realmente o metaforicamente, un rivale oppure poteva trattarsi di un incidente imminente come un presagio.
Aveva letto, una volta, di un terribile incidente domestico nel quale un pesante vetro di una finestra s’era improvvisamente rotto in mille pezzi, uno dei quali, abbastanza grande e affilato, era caduto su un giovane che si trovava affacciato al davanzale. Gli tagliò la testa di netto, in modo che non ci fu più nulla da fare.
Perso dietro a queste rievocazioni dal sapore orrido, Giorgio non poteva più addormentarsi e, come tutte le migliori insonnie, il suo tribolare andò avanti per ore. Si concluse la mattina all’alba, quando il cinguettare degli uccelli giunse alle sue orecchie.
Dapprima solo due passeri mattinieri che dialogavano tra loro, scambiandosi le notizie del giorno, man mano si aggiunsero altri canti e gorgheggi di piccoli piumati. Solo allora Giorgio, riverso di sghimbescio sul letto a testimonianza dell’agitazione che l’aveva abitato, si girò su un fianco, e, senza rendersene conto, cullato dal rasserenante cinguettio, finalmente s’addormentò. Erano le sei del mattino.
È curioso come l’insonnia si quieti spesso quando inizia l’alba. La luce che vince il buio reca in sé un qualche messaggio atavico sul cessare del pericolo e dell’allerta, rassicura sul mancato attacco notturno e sulla continuità dell’esistenza. L’ansia recede, il corpo si rilassa e si abbandona. Il subconscio percepisce che dopo le tenebre il sole sta sorgendo. La luce è la conferma che la vita, dopo la perdita di coscienza onirica, ricomincia ogni giorno, come una promessa di rinascita.
Il risveglio, com’era prevedibile, avvenne più tardi del previsto. Erano già le otto quando aprì gli occhi. Ben un’ora oltre le sette, orario in cui si svegliava solitamente.
Appena fu minimamente presente a sé stesso, si accorse che aveva nuovamente sognato, un’immagine e delle frasi. Le aveva nitide nella mente, come se le vedesse stampate, ma non aveva tempo di annotare nulla.
Saltò giù dal letto, si tolse il pigiama e andò a lavarsi in fretta. Tutte le operazioni di routine della sua preparazione si svolsero di corsa. Non voleva fare tardi e nemmeno rinunciare alla gustosa colazione al bar Alserio.
A Villa Elicriso giunse con qualche minuto di ritardo. Si recò nel suo studio, dopo aver salutato Carlo che, affidabile come una roccia, presidiava l’accettazione. Prese un foglio per appunti e tracciò rapidamente sul foglio l’immagine e le parole che al risveglio si erano presentate vivide e impressionanti alla sua memoria. Dopo averle trasferite sul foglio, osservandole, si rese conto che trasmettevano un senso di chiusura soffocante, un sentore di delirio o delitto, di trama e oppressione.
E rimase così per qualche minuto, a riflettere su un possibile significato, senza trovare il bandolo della matassa, tanto più che il bozzolo rappresentato era proprio una matassa, ma lui non riusciva a sbrogliarla. Si rendeva conto ancora di più, dopo quest’altro sogno, che si prospettavano eventi negativi. Una disgrazia, un lutto, qualcosa di infausto aleggiava su Lavigo.

Come una furia ritraggo il mondo
la crisalide morirà nel bozzolo
i pugnali saranno faville
tesseranno una bava di seta.

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Francesco Lorusso, “L’ultimo uomo”, Transeuropa Edizioni, 2026.

19 lunedì Ott 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Francesco Lorusso, L'ultimo uomo

 

da  L’ultimo uomo

1.

È pronto il sibilo di maggio

che tutto nei cenni flette in controtempo,

incombono persino le cose rovistate

e lo specchio che ancora divide

l’altra fetta del tempo scoperto

oltre il passaggio ristretto senza ragione.

 

2.

Si forma il filo oscuro

goccia con goccia

dove langue la lettera scolpita

nel fosso dal nome confuso

 

sulla pietra che si è macchiata

al passaggio insonne delle suole

e alla voce forte dell’assenza

d’ogni singolo calcolo di piede inespressivo.

 

3.

Esiste ancora un riflesso nel salotto

una parola abbandonata col suono

come sorgente di tempo perplesso

che sorride il suo nome parente al nostro.

 

Oltre la porta adesso ci tradisce l’attesa

l’arco buio sorvegliato dalle spalle,

mentre nello squasso perduto dell’onda

si raccoglie luce nel liquido del bicchiere.

 

da Le spore sperse

1.

Scorre il ronzio vuoto dei veicoli

felpati dalla coltre sola della notte

attraverso i vasti capelli rimestati

rimasti con la loro asola scampata

alle dolci attese lunghe della luna

seduta sulle acque amareggiata,

 

dove si scaricano i fervidi lividi

liberati lungo gli ampi schermi

e raccolti con protezioni facili

fra passaggi elettrici sillabanti

sulla ragione dei tanti dati marciti

delle loro povere chiavi di parole.

 

2.

Con una scansione spietata

si accompagna l’ombra

lungo il fresco del muro

proprio vicino alla porta.

 

Adesso che è tornato l’urlo

a svegliare il ramo del giardino

girando cupo e sperduto

attraverso l’afa dell’isolato.

 

3.

La sabbia fluente col perduto

seleziona il bianco a voci sgretolate

poggiando il fianco al greto muto

e restando in pochi gesti liquidi

che pietrificano i lati presenti

con gli spigoli delle cose

perdute nella polvere del tufo.

 

L’AUTORE

Francesco Lorusso (Bari) è poeta e musicista. Sue poesie e interventi critici sono apparsi su riviste quali “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, e su diverse piattaforme online, tra cui “La Recherche”, “Carte Sensibili” e altre. Ha pubblicato le raccolte L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), Il secchio e lo specchio (Manni Editore, 2018), Maceria (Arcipelago Itaca Edizioni, 2020) e Due punto uno (Arcipelago Itaca Edizioni, 2025). Sperimenta forme di scrittura condivisa e interdisciplinare: con Mauro Pierno ha realizzato il volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021); con il musicista Franco Degrassi ha ideato Decodifiche2 (2019), installazione acusmatica che fonde suono e parola poetica.

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“La casa che scrive” di Loredana Semantica.

15 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in ARTI, Il colore e le forme, INTERAZIONI, LETTERATURA, Novità editoriali, Racconti

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È in corso di pubblicazione su Amazon KDP il mio primo romanzo. Tra pochi giorni sarà online la versione eBook e subito dopo – o forse in contemporanea – quella cartacea.
Ho mantenuto l’impegno preso mesi fa, ho portato a termine “l’impresa”.
Dire che mi sono divertita a scriverlo sarebbe un falso. In realtà è stata un’esperienza coinvolgente, sfidante, ma soprattutto tanto impegnativa.
Scrivere un romanzo è sempre stato un mio desiderio, ma ritenevo lo sforzo necessario oltre le mie forze e possibilità di controllo della “materia”. Non sono, di mio, una produttrice compulsiva di scrittura, come vedo di alcuni, che macinano parole come farina, con scorte di grano infinite e un certo compiacimento di sé. Scrivere mi richiede sforzo, tempo, specie in prosa. La poesia la sento più mia, sorge alle labbra quasi nascente. Limarla, rielaborarla, a volte la migliora, ma non sempre. Spesso la forma originaria è quasi perfetta, qualunque ritocco la rovina.
Con un romanzo non è così, ma ne ero pienamente consapevole. Scrivere un romanzo è impostare una storia coerente, un edificio scrittorio che deve reggere, interessare, avere un senso complessivo e uno per ogni passo che lo compone. L’obiettivo era scriverlo, inglobando al contempo in esso i miei scritti in prosa poetica, alcuni dei quali veri e propri involuti flussi di coscienza. L’inserimento doveva avvenire con naturalezza, come se fossero stati pensati per stare dall’origine lì, dove poi sarebbero finiti.
Com’è che si dice? La scrittura è come il maiale. Non si butta via nulla. Ci ho infilato dentro anche quaranta miei disegni che mi piacevano e non avevo cuore di lasciare senza vita, desideravo l’occasione di condividerli, esporli alla visione, insieme ad alcune poesie brevi che gli avevano dato motivo di esistere. Parte di questi disegni, unitamente ad alcuni testi che ora sono nel romanzo, avevano avuto un certo apprezzamento all’edizione 2023 del premio Lorenzo Montano. Erano finiti come finalisti, scusate il bisticcio di parole. Non mi dispiaceva dargli nuova vita.
Insomma questo romanzo è più di una storia, è una vera e propria composizione. Ho cominciato a lavorare a fine maggio scorso, cioè non appena ho cessato il mio impiego nella Pubblica Amministrazione. Per renderlo coerente ho dovuto usare un calendario, reale ovviamente, e ho scelto l’anno in corso. Ho dovuto pensare una piantina di un edificio a due piani, e, siccome mi piace progettare e mi piace l’IA, l’ho descritta e immessa in IA. Ne è venuta fuori una pianta non corrispondente del tutto alla descrizione e, in certi punti, non funzionale. Ad esempio non erano accessibili le scale. Però non vi fate ingannare, non è che con ciò intendo dire che l’IA non è in grado, solo che più chiedi cose specialistiche, più ti inducono a chiedere la versione pro o specializzata a pagamento. Di ieri l’esperienza in cui Claude non riconosce una famosa citazione di Calvino, la imputa a Pirandello e mi invita a sottoscrivere la versione a pagamento. Ma per favore! In sostanza la piantina della costruzione l’avevo ben chiara in mente, ho tralasciato l’IA e sono passata avanti. L’altra cosa importante era la struttura in capitoli. La faccenda interessante dei capitoli è che alcuni sono nati prima, altri dopo. Non so se avvenga anche per gli altri scrittori così. In sostanza il romanzo si è andato formando come un puzzle di scritti, dove mancavano tessere, dove c’erano veri e propri buchi, che dovevano trovare il riempimento. E ciò accadeva perché, nello sviluppo, certe scene o dialoghi li avevo già in mente o mi andava di parlarne, certi altri li accantonavo, perché non era chiaro neanche a me come muovere le cose. Più spesso mi mancava l’ispirazione.
L’intuizione originaria è stata collocare l’ambientazione in una clinica per malati di mente. A chi altri potevo mettere in bocca i “miei deliri” complessi e inquietanti? Scritti che sono un vero e proprio scavare nei meandri mentali. Essi mentre chiedono comprensione, si avvoltolano su sé stessi come spirali, chiudendosi a ogni lettura “normale”, invocando piuttosto una compartecipazione emozionale. Per il lettore rappresentano una sfida e un mistero. Sono certa che i più, leggendoli, si sarebbero arresi. Il lettore comune non ha alcuna attrattiva per lo scrivere sperimentale. Ho dato perciò una chiave di lettura più umana, avendoli messi in bocca a personaggi con una loro storia e pena e fornendo spiegazioni che ne aprano il senso, specie di quelli più oscuri.
La seconda intuizione è stata l’ambientazione medica e investigativa. Ho di entrambi un minimo di esperienza riflessa. Cioè non proprio mia personale, ma di persone a me vicine o di soggetti che ho osservato per anni muoversi sulla scena. Credo infatti che, senza un minimo di confidenza con lo scenario dentro il quale si cala la storia, lo sviluppo appare poco credibile. Le due cose si sono combinate nella decisione di fare del mio primo romanzo un giallo psicologico.
Ho sperimentato, ed è stato bellissimo, che davvero la storia, per certi versi, si scrive da sé, come dicono scrittori ben più noti. Ora lo dico anch’io per esperienza. Essa si scrive un po’ per come noi scrittori siamo dentro, nei nostri “slittamenti” semantici, (ad esempio io non ho potuto fare a meno di immettere aspetti sentimentali), un po’ per come vengono fuori i personaggi, nel loro essere, da un lato pedine generate da noi autori e in movimento nella scacchiera della nostra fantasia, dall’altro esseri dotati quasi di vita propria, che rifuggono per aspetto descritto, per nome scelto, per ruolo dentro la storia di essere forzati dove proprio non vogliono stare o a fare cose che proprio non vogliono fare.
Ad esempio individuare chi fosse il criminale nella storia di questo giallo è avvenuto proprio così. Più di un candidato a questo ruolo tra i personaggi, si smarcava, rifiutandolo, quasi con orrore. “No, No, io non potrei mai farlo!” diceva. E scappava. Fuggivano tutti come conigli. Fino a quando la “vittima” per commettere il delitto non è emersa da sé, come figura perfetta, dai meandri della mia immaginazione. Un personaggio che si rivela essere un reietto persino da sé stesso, bisognevole di cure a rischio di gesti insani. Uno di quelli che si fa male da solo, essendo un male anche per gli altri. Credo che un po’ tutti coloro che commettono crimini siano così. Scelgono e scelgono male. Infilandosi sempre più a fondo nel loro personaggio, senza riuscire a salvarlo. Solo che non sono in un romanzo, sono conficcati nella vita.
Creare i personaggi è divertente in effetti. Forse l’aspetto più divertente dello scrivere un romanzo. Diventano tua compagnia per mesi e ti affezioni a loro, come se fossero degli amici, pensando che anche chi legge possa provare un pizzico dei tuoi stessi sentimenti.
Quando il romanzo sarà online condividerò uno stralcio tratto da un capitolo. Penso che la scrittura abbia ritmi e lessico che possono essere percepiti anche solo da un brano. Quindi condividerne una parte è condividere questa esperienza, in modo da poter valutare se risulta congeniale alla lettura.
Posso solo anticiparvi che l’ebook non supererà il costo di 5 euro. Il cartaceo non so ancora. Magari in un’altra occasione parlerò dell’esperienza con KDP.

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“La maschera” di Harper J.Quinn, racconto tratto da “Short Stories”, AEDE Books, 2026.

12 lunedì Ott 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Racconti

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Harper J. Quinn, La maschera, Short Stories

PROLOGO

LA NOTTE DEL GIOCO

Trent’anni prima, nessuno dei presenti era mai riuscito a stabilire quando quella notte fosse davvero finita. La villa Montvale era isolata. Arroccata sulla scogliera. Sette persone erano arrivate nel corso del pomeriggio. Victor Delmar possedeva più terra di quanta ne avesse mai calpestata. Faceva l’avvocato per abitudine, non per necessità. Gli piaceva ascoltare la propria voce mentre trasformava un colpevole in un innocente. Clara Montvale era rimasta vedova troppo presto ed era vergognosamente ricca. Portava il lutto come un accessorio costoso. La noia era l’unica cosa che sembrasse davvero viva dentro di lei. Il dottor Adrian Vane apparteneva a una famiglia di medici da generazioni. Aveva mani curate e occhi stanchi. Dopo il terzo brandy iniziava sempre a parlare della morte come di una cattiva abitudine umana. Lucas e Nathan DeWitt speculavano su qualunque cosa producesse paura, scarsità o dipendenza. Non distinguevano più il denaro dal sangue. E probabilmente non lo facevano da anni. Isabelle Montvale possedeva la villa e le terre attorno. Suo marito era morto per un infarto, almeno ufficialmente. Troppa gente aveva trovato conveniente crederci. Henry Valcor aveva ereditato dal nonno una piccola flotta commerciale e abbastanza denaro da convincersi che quasi tutto potesse essere comprato. Aveva organizzato lui la giostra. Continua a leggere →

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Sei poesie da “La poesia non può ferirmi” di Alessia Pizzi, Eretica Edizioni · Quaderni di poesia.

05 lunedì Ott 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Alessia Pizzi, La poesia non può ferirmi

 

GIULIA

Omero, dov’è finita l’aurora dalle dita di rosa?
Tramonta una giovane stella
che non risalirà l’orizzonte
domattina.
“La cosa più bella è quella che si ama”,
– diceva Saffo –
ma sulla terra nera, nel nome
indebito dell’amore
la cosa più bella oggi è quella che
si uccide.

1. Ladra di tempo

Ti ho visto arrivare
ladro di tempo
la mattina in cui non ti ho mai cercato.
Ti ho visto entrare
ed era già tardi, troppo tardi, per chiudere a chiave.
Ti ho visto spogliare
il mio scheletro di bambina
Ti ho visto dare
un nome al mio seme di donna.
Potrei dire che mi hai derubata,
ma so quello che ho donato.
Potrei dire che mi hai avvelenata,
ma so quello che ho bevuto.
Che darei per sbagliare di nuovo
la vita giusta in quelle tue braccia,
brinderei con la saliva
leccando ancora l’ultimo istante
io, ladra di tempo, famelica delle
tue maestose briciole.

11. Fantasmi dell’universo

Scoperta la sorgente dei neutrini cosmici
E penso al tuo pene nella sua vagina
Messaggeri nello spazio
E penso al tuo pene nella sua vagina
Fantasmi dell’universo
E penso al tuo pene nella sua vagina
Si tratta di particelle originate da un buco nero in una
galassia che dista 4,5 miliardi di anni luce dalla Terra.
È una grande scoperta, come il tuo pene
nella sua vagina.
Cambierà le sorti dell’astrofisica,
non come il tuo pene nella sua vagina.
Squallido e arrabbiato, irrilevante
e io sono qui a pensare al tuo pene
nella sua vagina.
Sprofondo nella mia insicurezza
è un vortice di paura
che affoga la mia mente,
labile mente.

32. Serva d’amore

Un cuore di ghiaccio si scioglie
anche col sole d’inverno: con te trovo la pace,
sono Marte che pende dalle labbra di Venere.
La battaglia è solo dentro di me
che fremo ad ogni distanza: solo te dentro,
sento che ti muovi e scavi come un tarlo.
Impazzita serva d’amore
io mi sento solo incapace: come si ama
quest’uomo, c’è un manuale da studiare?
Fuori tutto è armistizio,
devo solo accettarlo: la guerra è altrove,
lontana dai nostri respiri affannati.

35. Disarmata

Volevo così forte amare
che non ho guardato:
sferrato il tuo attacco
sono caduta a terra
in silenzio come mai
e anche la morte era
un errore per te.
Io nemica improvvisata
o sempre velatamente
temuta nel letto
tenuta tra le tue braccia,
serpe in seno del desiderio:
mi scacci ora che hai morso
il frutto del piacere e io
ho sputato quello
dell’amore.
Non voglio difendermi da te:
la mia è una resa d’amore
o di stanchezza?
Alzo le mani coi vetri in bocca
seduta sul mio cuore,
schiacciata dalle tue parole
d’ortica. Solo il gatto mi
consola, estraneo salvatore.

38. Bambine mie

Se potessi
senza sembrare pazza
io vi abbraccerei tutte.
Se potessi
vi proteggerei
da quelle brutte idee
del mondo, prive di poesia,
così crude.
Lezioni inevitabili che vi
renderanno donne perché
siete già nate femmine
e io vi vedo come me:
bambina, cosi piccola,
ingenua, col cuore da
lanciare.
E l’ho lanciato.
Ha fatto molto male,
ma poi è tornato.

Alessia Pizzi, La poesia non può ferirmi, Eretica Edizioni, 2026.

L’AUTRICE

Alessia Pizzi è filologa classica, giornalista e consulente di digital marketing. Il suo lavoro si sviluppa all’incrocio tra cultura, letteratura e comunicazione digitale.
Dai suoi studi sulle scritture femminili nasce poetessedonne.it, il primo sito italiano dedicato al censimento delle poetesse assenti dai libri di scuola. Ha pubblicato il corto teatrale Qualcuno si ricorderà di noi, in cui Google risveglia tre poetesse dimenticate dalla storia con l’aiuto di Saffo, e la silloge Poesie sul tavolo, successivamente tradotta anche in lingua rumena.

poetessedonne@gmail.com
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El Raffa, il canto dei prati

29 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Ispirazioni e divagazioni, POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Boschi della Valsesia, immagine da Wikipedia

di Yuleisy Cruz Lezcano

Il tempo racchiude il profumo dell’estate, la montagna, sopra Varallo, sembra una grande onda verde ferma nel cielo. Lì, tra i sentieri che salgono verso il Mastellone, il mondo sa come diventare lento. Ogni pietra custodisce un passo, ogni albero una voce.
El Raffa era arrivato alla vita con una ferita precoce: a quattro anni aveva perduto la madre, affidato a tre zie, e una sola di quelle mani aveva saputo diventare per lui una casa. Poi, a undici anni, anche quella mano si era spenta. Il dolore gli era rimasto dentro come una radice invisibile, ma la vita, ostinata e luminosa, gli avrebbe insegnato a cercare il cielo proprio attraverso le piccole cose.
Cresciuto ai Prati di Cervarolo, dove la montagna si stringe intorno a poche case e sembra volerle proteggere dal rumore del mondo. Prati era allora, ed è ancora, un piccolo respiro appeso alla valle: pietre, prati, castagni, tetti raccolti intorno alla chiesetta, e sotto, il Mastellone che scorre come un nastro d’argento, portando lontano il riflesso delle montagne.
La strada oggi sale con le sue curve, ma prima era il sentiero a conoscere quei luoghi, un filo d’erba e di pietra che entrava nel bosco e ne usciva come un pensiero felice. El Raffa lo percorreva con l’anima nuda, semplice come la mano che scrive, e forse sentiva che la natura non chiede spiegazioni: basta guardarla.
Un fiore gli diventava una parola, una foglia una pagina, il vento una voce senza corpo. Le farfalle erano piccoli pensieri colorati che il prato affidava all’aria, e gli alberi, con le loro radici profonde, sembravano uomini antichi capaci di resistere a tutte le stagioni. Così il poeta si perdeva per ritrovarsi.
Il perdersi per non essere ritrovato diventava una libertà: entrare nel bosco, lasciare che il sentiero scomparisse dietro di sé, seguire il volo di una farfalla, il profumo del fieno, il canto dell’acqua. Si “imboscheggiava” tra le ombre e la luce, tra il verde dei prati e l’azzurro delle montagne, come se ogni passo potesse sciogliere un nodo del cuore.
E il lutto, che è qualcosa che non abbandona così facilmente, imparava lentamente a diventare lontano. Non si può cancellare il dolore, ma si può cercare molto la vita, le piccole cose, la natura, per fissare l’innocenza e mandarlo via. Forse la poesia nacque proprio lì, nel punto esatto in cui una ferita incontra un raggio di sole.
El Raffa aveva dita magre come il grano e pensieri azzurri come la notte montana. Scriveva con la semplicità della terra, con quella voce liscia e terrestre di chi guarda in alto senza dimenticare da dove viene. E quando il suo sguardo cercava la luna, non cercava soltanto la luna: cercava i suoi lineamenti, il volto segreto della notte, quella luce che riesce a farsi strada anche attraverso il buio.
Prati allora diventava una poesia senza libro. Il vento voltava le pagine nei prati, il Mastellone ne leggeva i versi, i castagni tenevano ferme le parole con le loro radici e la piccola chiesa sembrava una pausa bianca dentro il verde.
E lì tutto parla e anche allora parlava. Parlava la pietra, con la sua memoria, il fiume, con la sua corsa, il cielo, con il suo infinito. Parlava una farfalla, posandosi per un istante su un fiore, come una sillaba di colore sopra una pagina verde. E il poeta ascoltava. Forse era questa la sua felicità: avere imparato che la vita non sempre arriva come una grande luce. A volte è soltanto un filo d’erba che si muove al vento, una rondine che attraversa il pomeriggio, una goccia d’acqua che brilla sopra una foglia.
A Prati, il mondo è piccolo e infinito nello stesso momento. Le case sembrano pietre raccolte dalla montagna per costruirsi un cuore. I prati salgono verso il bosco come onde immobili. Il Mastellone cuce la valle con il suo filo d’argento, e sopra Cervarolo la luna, ogni sera, tornava a illuminare gli stessi tetti, gli stessi alberi, gli stessi sentieri. Forse anche per questo El Raffa rimase lì, perché certi luoghi non si abitano soltanto: ci abitano dentro. E Prati entrò nella sua poesia come entra la primavera nella terra: senza rumore, lentamente, fino a far fiorire ogni cosa.
Oggi, se il vento passa tra quelle case e scende verso il Mastellone, sembra ancora portare una voce. Una voce leggera, quasi nascosta tra le foglie. E forse è El Raffa.

Poesie di Yuleisy Cruz Lezcano

Alagna


Certi posti sono come la vita,
concedono le montagne
da diversi punti di vista:
ora vicine, ora lontane,
severe nel cielo,
dolci come un ricordo
che torna a fiorire.

E Alagna appare così,
adagiata nella Valsesia,
tra prati che respirano verde
e sentieri che salgono piano
verso il silenzio dei monti.

Le case raccontano il tempo
incastonato legno scuro, pietra,
balconi intagliati dal vento,
grandi travi che custodiscono
l’antica voce dei Walser.
Sono case che sembrano alberi
cresciuti dalla terra,
radici profonde nella neve,
rami rivolti alla luce.

E il paese si veste di fiori,
come se ogni finestra
avesse imparato a sorridere.
I muscoli attorno alla bocca
formano un sorriso,
mentre lucidi fiori
riflettono la luce dei germogli
e il sole si posa sui petali
come una carezza.

Tra i prati, la natura
non è mai soltanto sfondo,
è presenza, respiro, attesa.
Il profumo delle erbe aromatiche
si alza lieve dai sentieri,
la risata di un elfo
invita a fermarsi,
a respirare più lentamente,
a riconoscere la salvia,
il timo, la menta selvatica.

Lo sguardo sopra i tetti di legno
si ferma con gli uccellini
con loro viaggia e insegue
ombre tra gli alberi
che diventano oscure,
brevi apparizioni
nel verde profondo del bosco.

Più lontano,
tra rocce, pascoli e abeti,
la fauna segue sentieri invisibili:
il capriolo leggero,
la volpe che attraversa la sera,
lo stambecco sulle pietre,
l’aquila che disegna cerchi
nell’immenso azzurro.

Qui anche il tempo
sembra avere un’altra misura.
Le usanze passano di mano in mano,
come un pane ancora caldo,
come una storia raccontata
accanto al fuoco.

Prati di Cervarolo

Appeso a un dirupo
dorme un paese roccioso,
sotto un cielo che,
a forza di non vedere l’orizzonte,
si è dimenticato degli spazi aperti.
Sotto attende Varallo,
che si raccoglie tra le montagne,
stretta nelle sue pietre,
nelle sue stradine contorte,
nei vicoli di polvere e sasso
che salgono e scendono
come pensieri.
Qui i fiumi Sesia e Mastallone
si incontrano,
l’acqua arriva da valli diverse,
porta con sé il rumore delle montagne,
il ricordo dei boschi,
la neve sciolta sulle cime.
E poi è qui, a Varallo,
dove tutto si unisce e unisce
come fanno le vite degli uomini,
le generazioni, le parole.
Il poeta Tosi guarda
Varallo dall’alto.
Da Prati si può immaginare
il paese stendersi,
le case aggrappate alla roccia,
i tetti, i campanili, il verde che, lentamente, cambia colore
con il passare delle stagioni.
Guardate attraverso i suoi ricordi,
le sue poesie crescono
per le stradine contorte,
per i vicoli di polvere e sasso.
A Prati da anni
il tempo non passa,
e per non passare,
sono saltate le migrazioni.
Eppure il paese
è cambiato piano,
quasi senza farsi accorgere.
È nata una stradina
che osteggia a ogni curva il burrone,
ma sul terreno inclinato
crescono, come allora,
ostinati fiori.
Sul ciglio del burrone
trema la stagione secca.
Da lì si vedono tutti gli uccelli
salire altissimi nell’aria.
Girano in tondo le rondini,
sbattono le ali,
si lanciano in picchiata,
si lasciano cadere,
riprendono il volo, si inseguono,
instancabili, ostinate,
come se volessero
confondere le tracce.
E da lì che si può
toccare il sogno del poeta:
la sua bambina
piccola, con le mani fredde,
esce dalla scuola
e cerca il padre tra la gente.
Il poeta Tosi la aspetta,
non le dice grandi parole,
le prende semplicemente le mani
e le mette nelle sue tasche,
per scaldarle.
È un gesto piccolo,
quasi invisibile, che contiene
l’amore che è stato casa,
la tenerezza di un padre
che nel tempo che passa,
resta.

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Francesco Terracciano, “Anversa”, Fallone Editore, 2026.

28 lunedì Set 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Anversa, Francesco Terracciano

 

Se ora ti stacchi da quei due ritratti

in bianco e nero, dove somigliavi

a Simone Signoret giovane (l’occhio

sinistro più grande, l’altro socchiuso)

potremmo ancora riaverli, quei nomi

i giorni, il sole e tutte le altre cose

lasciate tra le pagine del libro

(la mia letteratura del liceo

uno dei tanti volumi che aveva).

 

Potrei aspettarti davanti al negozio

starcene in giro. La sera, lo vedi

ha ogni parola dolce in questo vento

leggero che ti spettina i capelli.

*

Anversa, il cielo sopra il campanile

di San Marcello, le nuvole in coro.

 

Venire qui per le cascate, il fiume

(un lungo giro in macchina, poi a piedi)

scoprire che le quattro mura in fondo

a una stradina hanno profili e scritte

indecifrabili, finestre aperte

e un varco tra le pietre per guardare

le stanze vuote. La vegetazione

si è avvolta, in alto, alle travi del tetto.

 

Il piatto bianco con l’acqua, a un balcone

è per lucertole e farfalle. Allunga

il raggio, va a infilarsi tra le crepe.

Non so se è vero tutto questo. Intanto

ti sei stancata, fa caldo. Cammini

da troppo tempo. Gli altri sono fermi

al pergolato di un bar. Ci aspettano

per prendere il caffè, per far passare

questo sole che acceca, l’ora muta.

*

Doveva essere una passeggiata lungo il sentiero, la solita che facevamo al ritorno, la sera, insieme a quanto c’era di vivente. Si doveva arrivare no all’abitato, tornare indietro per la sequenza dei campi, risalire a casa. Andare a prendere il pane in paese. Nessuno ad annunciare il nostro arrivo. Solo che gli alberi lungo la strada, le strane formazioni a cerchio sui rami, il ruscello con l’acqua distanziata dagli insetti, si erano arresi proprio in quel momento. Ci siamo trovati in un alveo di magra. Le cose a perdere gura, i piedi bruciati insieme alle stoppie. Ancora un altro disegno del mondo.

*

L’estate qui è nel suo punto più alto.

Chissà se il mese di agosto sia stato

mai così caldo, così luminoso.

Insisti (lo fai sempre) per andare

a piedi fino alle cascate, al fiume.

Ci sono sassi levigati, il fondo

è troppo freddo per attraversare.

 

Prendo misure per te. Stai parlando

con due ragazze sedute su un tronco

del più e del meno: sembra che all’arrivo

avessero vent’anni, adesso sono

più giovani, o non sono nate affatto.

 

Sembra che faccia così tutta l’acqua

che cade, crea le voci e le figure

poi le sommerge. Risaliamo in cima.

*

Diamo, come in quel passo dei vangeli

gnostici, forma alla creta. Soffiamo

quel tanto d’aria, di spirito, sopra

i piccoli animali modellati.

Uno ci sfugge di mano. Fa un tonfo

pesante nel cadere a terra. È come

se avesse già scavato nel terreno

il cerchio esatto di un bersaglio, il punto

dove cadrà la stella riarsa, spenta.

 

L’AUTORE

Francesco Terracciano (Napoli, 1967) collabora con riviste letterarie e partecipa a progetti editoriali, rassegne e seminari; è condirettore per Inverso – Giornale di poesia, membro di IP Independent Poetry, redattore per il trimestrale di cultura internazionale Menabò. Ha pubblicato: Mistica del quotidiano (Terra d’Ulivi, 2018), finalista nel 2018 al Premio Guida Editore; Limite del vero (La Vita Felice, 2019), selezionato al Premio Pagliarani del 2019 (entrambi con lo pseudonimo François Nédel Atèrre); MCM (Oèdipus, 2021); Eserciziario di formule brevi (Ensemble, 2022); Portul Nevatamat – Il porto illeso (Cosmopoli, 2024); Phoné (Terra d’Ulivi, 2024). I suoi scritti sono presenti in antologie e in periodici di settore (tra questi, Poeti e Poesia – Rivista internazionale diretta da Elio Pecora, Aerea – Revista Hispanoamericana de Poesía, Poezia, revistă de cultură poetică); diverse le traduzioni in altre lingue.

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Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», 2026. La recensione di Ivano Mugnaini

22 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Ivano Mugnaini, Yuleisy Cruz Lezcano

Ci sono libri che si limitano a documentare il reale, e ci sono libri che il reale lo attraversano, facendosi carico del suo peso più insopportabile per restituirlo alla coscienza collettiva. Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano appartiene a questa seconda categoria. L’autrice costruisce un memoriale contemporaneo in cui l’impegno sociale e la denuncia implacabile delle stragi sul lavoro si fondono con una scrittura letteraria accurata e coinvolgente: evocativa, mai pietistica, adeguatamente nitida nel suo taglio chirurgico sul dolore e sulle responsabilità.
Come ricorda Maria Giorgini nella prefazione, «non esistono morti bianche». Il bianco richiama l’inevitabile, il neutro, il destino. Cruz Lezcano smonta questa narrazione tossica pagina dopo pagina, dimostrando che dietro ogni statistica c’è un crimine: quello di un sistema che antepone il profitto alla vita, quello dei subappalti al ribasso, quello dell’indifferenza.
Il libro si presenta come una raccolta di cammei – termine scelto non a caso dall’autrice – dove ogni capitolo è un ritratto inciso con la precisione dell’orefice e la profondità dello scultore. La struttura alterna prosa e poesia con un ritmo che non è mai meccanico, ma segue il respiro del dolore: la prosa è l’inspirazione, il racconto della vita, la preparazione del caffè all’alba, il rumore delle chiavi; la poesia è l’espirazione, il silenzio che segue, il vuoto che non si può colmare.
Questa architettura a due voci permette all’autrice di evitare il rischio della cronaca pietistica e quello opposto dell’ermetismo fine a sé stesso. La prosa restituisce i volti, la poesia restituisce l’indicibile.
La prosa si fa carico della biografia, la ricostruzione dell’umanità che il sistema tende a cancellare. L’autrice non inizia quasi mai dalla tragedia, ma dalla vita che la precede. È una scelta narrativa potente: ci costringe ad amare le vittime, a conoscerle per voler loro bene e rispettarle, come persone, non come numeri, prima di vederle morire. La precisione dei dettagli quotidiani diventa un’arma letteraria devastante. Il dolore non è mai urlato, ma si annida nelle cose che restano a metà, nei gesti interrotti.

«Non lo sapeva, ma alle 9,46 Luana era già morta. La giovane madre era rimasta intrappolata nell’orditoio della fabbrica tessile dove lavorava.»
/
«Emma tornò in cucina e guardò il tiramisù. Era lì, incompiuto, come se il mondo, senza dirlo, avesse già deciso.»

In questi brani, la prosa di Cruz Lezcano raggiunge vette di realismo ineludibile. L’orrore non sta solo nella macchina senza protezioni che uccide Luana D’Orazio, ma in quel mascarpone che non si monta, in quella crema sospesa. La tragedia l’essere umano la riesce a cogliere più nei dettagli che nell’insieme. E ancora, l’autrice evidenzia la forza e la capacità di fotografare la “normalità” che precede il massacro, come nella strage di Brandizzo, dove l’abitudine al rischio è la vera colpevole:

«Quella notte il cantiere sembrava uno dei tanti ed era proprio questo l’orrore, la normalità.»
«Le telecamere della stazione ripresero tutto. Gli operai illuminati a tratti, le schiene curve, il silenzio enorme della notte ferroviaria.»

Se la prosa restituisce i volti e le storie, la poesia si fa carico di ciò che è indicibile: il vuoto, l’assenza, la rabbia metafisica e sociale. Il passaggio dal racconto alla poesia non è una semplice cesura, ma un cambio di frequenza: dalla cronaca si passa al lamento greco, all’invocazione, all’accusa.
I versi di Cruz Lezcano sono affilati, privi di orpelli decorativi. Sono parole che, necessariamente, graffiano la coscienza:

«Una giovane operaia resta nel filo del tempo,
nel respiro interrotto di un orditoio,
dove la luce diventa lama
e il lavoro si chiude come una porta improvvisa.»

La denuncia sociale si fa grido di rivolta quando l’autrice racconta lo sfruttamento dei migranti, i nuovi schiavi del caporalato e dei cantieri abusivi, come Satnam Singh o Abdellah Rahali. Qui la poesia diventa atto di accusa verso uno Stato che nasconde i suoi morti:

«Satnam è diventato simbolo,
non per scelta, ma perché l’ingiustizia
ha bisogno di volti da ignorare
e tombe senza lapide.
A Latina è tornato tutto com’era,
la nebbia dei verbali,
la maschera dei contratti,
l’invisibilità come mestiere.»

E, a fianco, in un insieme, un tutt’uno che molti vogliono farci ignorare, c’è l’inferno dei poveri, dei pensionati costretti a rischiare la vita per integrare una rendita misera, come Roberto Vitale. La poesia qui si fa marxiana, feroce nella sua analisi di classe:

«L’inferno dei poveri
costruisce il paradiso dei ricchi
che non smettono mai di “ammobiliarlo”
con quadri e cornici d’ossa.»

Uno dei meriti maggiori del libro è il delineamento esatto della geografia del dolore che attraversa l’intera penisola. Dalle cave di marmo di Botticino alle acciaierie di Taranto, dai cantieri abusivi di San Marcellino alle cartiere della Carnia, dalle campagne del Salernitano ai porti del Garda. Cruz Lezcano ci mostra che non esiste un’Italia sicura e un’Italia pericolosa: esiste un’unica Italia che muore al lavoro, con le stesse dinamiche, le stesse colpe, le stesse omissioni.
Questa mappatura ha un valore politico preciso: smonta la retorica della “fatalità” e della “sfortuna”, mostrando che il dolore ha coordinate precise, nomi precisi, responsabilità precise.
Il libro si articola lungo tre direttrici generazionali e sociali che compongono il ritratto di un Paese malato.
I migranti, innanzitutto, doppiamente vulnerabili, come Satnam Singh, Abdellah Rahali, Yassine Guerouahi, Victor Durbala, Muhamed Memishoski. Per loro la morte sul lavoro si somma all’invisibilità sociale, allo sfruttamento, alla mancanza di diritti.
La poesia per Abdellah Rahali è tra le più strazianti del libro:

« Sulla barella il lenzuolo
bianco cielo senza risposte,
steso su un nome che non arriva.
Per due giorni sei stato nessuno,
numero sospeso nella cronaca,
ramo del tronco reciso
prima ancora di essere detto.»

Gli anziani e i pensionati, poi, costretti a tornare al lavoro per sopravvivere: Roberto Vitale, Agostino Scavo, Giuseppe Passini, Ezio Cretaro. La poesia per Ezio Cretaro contiene una delle invettive più potenti:

«Tappatevi le orecchie, è il giorno dell’addio,
portate il prete all’osteria a infiammare le guanciotte,
fate ubriacare tutte le sue sette vite,
scordate di dover infarcire il suo ritratto di virtù.
Cercate, invece, una parola che lo salvi,
può essere aggettivo, verbo, riposo, vacanza,
può essere dura, senza affetto,
o muta, bagnata di sudore nello sforzo
di una crudele dimenticanza.»

I giovani, infine, quelli di cui molti parlano senza comprenderli. Quelli con i sogni spezzati prima ancora di fiorire: Lorenzo Parelli, Rayan Lassoued, Carmine “Karmis” Vitolo, Pashtrik Krasniqi. Le parole che l’autrice dedica a Karmis, il ragazzo che sognava Sanremo, sono un pugno nello stomaco:

No, non si può morire così, non a ventiquattro anni. Non mentre si costruisce il domani con le mani sporche di fatica e la testa piena di musica. La sera, davanti alla sua stanza, Irene sussurrò: «Se mi senti, dammi un segno».

Un capitolo a parte meritano le madri: Monica (madre di Mattia), Emma (madre di Luana), Adriana (madre di Rayan), Maria Elena (madre di Lorenzo). Sono le vere eroine tragiche di questo testo, sacerdotesse di una memoria che lo Stato vorrebbe archiviare in fretta. Cruz Lezcano le ritrae con una delicatezza che non scade mai nel patetico, mostrando come il loro dolore si trasformi in attivismo, in denuncia, in una forma di amore che sopravvive alla distruzione.

La poesia per Rayan, scritta dopo la sua morte, è un esempio di questa trasformazione del dolore in luce:

«La bianca farfalla ti si posò sul petto
nella fibra rossa dove fioriscono narcisi
quando piove dolcezza irrequieta
accesa nel battito che infiamma il sangue.
E fu pioggia chiara quando si aprì il portone,
corsa di uno slancio di boccioli sciolti
acciuffati di vita fra i sensi»

I paralleli letterari sorgono spontanei e potenti. C’è il Primo Levi della testimonianza etica, per cui il ricordo è un dovere civile e la descrizione dell’ambiente industriale mantiene una precisione tecnica che si fa poesia della crudeltà. C’è l’Émile Zola di Germinal o L’Assommoir, per come la macchina e la fabbrica vengono descritti come entità voraci, bestie di ferro che masticano carne umana.
Ma è nella lirica che Cruz Lezcano trova i suoi compagni di viaggio più affini: la rabbia corsara di Pier Paolo Pasolini contro la società dei consumi che sacrifica i corpi dei giovani e dei marginalizzati; la poesia civile di Franco Fortini e Mario Luzi, per l’impegno etico della parola; il lamento delle madri di Anna Achmatova, l’elenco democratico dei morti di Walt Whitman, dove ogni nome ha lo stesso peso.
Per la letteratura del lavoro, i riferimenti sono Volponi (le fabbriche di Le mosche del capitale), Ottieri, Bianciardi, ma anche Carlo Levi e Rocco Scotellaro per la pietas verso gli ultimi. Per la poesia del dolore contemporaneo, l’accostamento è con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. Ma al di là di questi riferimenti di massima, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano nasce da letture ed esplorazioni della contemporaneità e da un impegno fattivo che la porta a guardare, sentire, osservare, lottare, prima di scrivere. Senza un tale coinvolgimento in prima persona la sua scrittura non potrebbe esistere.

Altro merito del libro è l’utilizzo di registri linguistici diversi: la cronaca giornalistica, la lirica alta, l’invettiva corsara, il dialetto (come nella poesia per Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Vento), il linguaggio tecnico (i “miociti di dolore” per Samuel e Giovanni, folgorati dalla corrente). Questa mescolanza non è un vezzo stilistico, ma una necessità etica: il dolore ha molte lingue, e la letteratura deve saperle parlare tutte.

In una delle poesie più belle, a mio parere, del libro, Canto per un uomo invisibile, Cruz Lezcano scrive:

«Lasciate almeno che un verso gli sia sepolcro,
una poesia la sua bara d’onore,
perché il cuore d’un operaio
non sia dimenticato nel cemento delle statistiche.
E se la cultura manca, seminatela!
Non di slogan ma di gesti, di vite salvate.
Ogni cantiere è un altare di rischio:
che vi si celebri la sacralità dell’uomo.»

Questa dichiarazione di poetica è la chiave di volta del libro. La poesia non è decorazione, non è consolazione: è sepoltura onorevole, è atto di giustizia, è l’ultimo gesto di dignità verso chi è stato trattato come scarto.
Yuleisy Cruz Lezcano non scrive per intrattenere, scrive per salvare. Salvare dall’oblio, dalla normalizzazione dell’orrore. Crimini della sicurezza è un libro che si legge con un nodo alla gola, ma che non si può non leggere. È un ponte tra la letteratura civile di un tempo e la necessaria testimonianza del presente. Ci ricorda che ogni volta che timbriamo un cartellino, ogni volta che guidiamo sotto casa, ogni volta che entriamo in un cantiere o in una fabbrica, stiamo giocando d’azzardo con un sistema che ha dimenticato il significato della parola dignità.
Leggere queste pagine significa, come scrive l’autrice, «scegliere di non voltarsi dall’altra parte». E la letteratura, quando è scritta con questa consapevolezza e questo amore, è autentico atto di resistenza.

Ivano Mugnaini

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Le onde che attraversano: quando la vita entra in risonanza

15 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano) 

onde
image AI generated

C’è qualcosa, in questo mondo, che non riesco a comprendere completamente e forse è proprio per questo che mi affascina tanto: le onde. Sì, le onde. Detto in questo modo, sembra quasi che mi sia alzata con la vena filosofica, dopo un sonno confuso. Ma pensateci per un istante: siamo circondati dalle onde. Ci attraversano, ci avvolgono, ci comunicano, ci riscaldano, ci illuminano, ci emozionano… e, nella maggior parte dei casi, nemmeno le vediamo, nemmeno le tocchiamo, nemmeno ci rendiamo conto che sono lì. La luce che ci raggiunge e con la quale vediamo il volto di una persona amata è un’onda. Anche la voce che ci arriva, attraverso un telefono, dall’altro estremo del mondo viaggia trasformata in onde. La musica che ci fa rabbrividire la pelle non è altro che aria che vibra, ma con senso. Il mare parla con le onde, il cuore batte con le onde, il cervello pensa con le onde. E perfino l’universo, quando due mostri cosmici collidono nel buio, sembra tutto contorcersi in onde, come se lo spazio fosse un lenzuolo scomposto scosso da mani invisibili. A me tutto questo lascia in una quieta meraviglia. Non per ignoranza, ma per rispetto. Perché una cosa è che la scienza ti spieghi una parte del mistero e un’altra cosa, completamente diversa, è che il mistero sparisca. E non sparisce, al contrario, quanto più so, più mi meraviglio.

Viviamo credendo che il mondo sia solido, stabile, fermo, come il tavolo di una sala da pranzo di legno massiccio. Poi arriva la fisica, con la sua casacca bianca e la faccia di chi non ha dormito, e vi dico cosa mi ha detto: “Yuli, non ti emozionare così tanto. Quello che tu chiami realtà sta vibrando da ogni parte.” E allora mi sono girata, guardando ovunque e ho pensato: per essere tutto in continua vibrazione, siamo messi abbastanza bene, perché questa è una cosa incredibile. Non vediamo le onde radio, ma grazie a loro ascoltiamo una voce in lontananza. Non vediamo le microonde, eppure riscaldano gli alimenti. Non vediamo le onde elettromagnetiche che fanno funzionare il cellulare, ma siamo lì a inviare messaggi, video, fotografie, discussioni familiari e perfino i “buongiorno” nei gruppi nei quali ti hanno inserito senza consenso. Non vediamo le onde cerebrali, ma lì dentro stiamo pensando, sognando, temendo, amando. Non vediamo molte delle forze che ci sostengono e, invece, ci sostengono. La vita è piena di cose invisibili, ma sono proprio quelle che, spesso, contano di più. Per esempio l’amore non si vede, l’assenza non si vede, la nostalgia non si vede, la fede, per chi ha fede, non si vede. Nemmeno la memoria si vede. Eppure sono cose che davvero pesano. Per questo mi impressionano tanto le onde: perché sono una metafora perfetta dell’esistenza. Nascono da qualche parte, viaggiano, toccano qualcosa, si trasformano e, a volte, spariscono senza che sappiamo esattamente dove finiscano.

Una parola detta al momento giusto è un’onda, una carezza è un’onda, anche un insulto è un’onda. Una canzone ascoltata durante la nostra giovinezza può continuare a vibrare dentro di noi cinquant’anni dopo. Una frase di nostro padre, uno sguardo di nostra madre, una risata dei nostri figli, un’assenza che è rimasta seduta nella nostra casa e non se ne è più andata. Tutto questo è un’onda. Ci sono onde che non escono dagli apparecchi, ma modificano la nostra maniera di vivere. E ci sono onde piccolissime che modificano un giorno e onde grandi che cambiano una vita intera. Per questo dobbiamo stare più attenti a ciò che emettiamo, perché tutti siamo emittenti, anche se non abbiamo antenne sulla testa. E alcuni le nascondono peggio di altri. Emettiamo con quello che diciamo, con quello che non diciamo, con quello che facciamo, con quello che promettiamo e poi non manteniamo, con la maniera in cui guardiamo qualcuno, con il modo in cui entriamo in una stanza. Ci sono persone che arrivano e tranquillizzano, altre persone arrivano e alterano l’aria. Ci sono persone che sono come un’emittente limpida e poi ci sono altre che sembrano un’interferenza permanente. Tutti conosciamo qualcuno così. E, se non conosciamo nessuno, attenzione: potremmo essere noi stessi così. L’onda viva è ovunque. Forse l’intero universo è questo: una immensa conversazione di onde. La luce di una stella che è morta da milioni di anni e che ancora arriva ai nostri occhi. L’eco di un’esplosione primordiale che ancora viaggia nello spazio, come un rumore antico della nascita di tutto. Le onde del mare, i battiti del petto, la voce umana che cerca di non restare da sola. E noi, povere creature altezzose, convinte di essere corpi separati, quando forse siamo proprio questo: piccoli centri di vibrazione che si toccano gli uni con gli altri senza saperlo.

A me piace pensare che vivere bene significhi emettere buone onde. E mi piace credere che nessuno se ne vada del tutto finché un’onda continua a viaggiare. Forse è per questo che le onde mi meravigliano così tanto: perché mi ricordano che ciò che è invisibile non è inesistente; che ciò che non si tocca può toccarti per sempre; che ciò che non si vede può governare il mondo. Ecco perché, pensando al Festival delle Relazioni e al nostro talk di ieri a Varallo, volevo fare un omaggio alle onde: a quelle viaggiatrici invisibili, a quelle messaggere dell’universo, a quella musica segreta che unisce ogni cosa senza chiedere permesso. E forse mi faccio anche una domanda: Che tipo di onda lascio e stiamo lasciando negli altri? Perché vivere, anche se non ce ne rendiamo conto, è emettere. E, prima o poi, tutto ritorna. A volte come eco, a volte come memoria, a volte come amore, e, a volte, se siamo fortunati, come luce. Per questo ieri (8 agosto 2026), a Varallo, quando, guidati dalla giornalista Cristina Barberis Negra, abbiamo messo insieme le nostre voci per parlare di canto e poesia, di tradizioni, di coralità, di radici e, in senso figurato, di semi, nel talk dal titolo Il canto: seme e radici di continuità, è accaduto qualcosa che mi ha fatto pensare ancora una volta alle onde. Quando si sono unite la musica e la voce di Daniele Conserva, la descrizione del progetto di coralità di Valentina Volontè e Giulia Attanasio e la mia voce, chiamata a parlare del punto cubano e della décima cantata nella tradizione cubana, mi sono ricreduta. Pensavo che, essendo io, Yuleisy Cruz Lezcano, l’unica poetessa del talk, avrei dovuto faticare a trovare i punti di unione con il canto. Invece non è stato così, le onde hanno fatto il loro corso. Il talk è entrato in risonanza tra di noi. Poi, grazie al coro finale proposto da Valentina e Giulia, è entrato in queste onde anche il numeroso pubblico presente. E tutto quello che è avvenuto dopo è stato magia.

Non importava che io parlassi di un mondo apparentemente lontano. Il punto cubano, che è una forma poetico-musicale basata sulla décima cantata, spesso improvvisata, trasmessa oralmente tra le generazioni e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale nel 2017, è diventato anche un patrimonio del gruppo presente. Ho parlato della sua metrica particolare, della sua forma e del suo gioco di rime, che hanno una struttura musicale, dei virtuosismi compiuti dagli strumenti musicali, dell’improvvisazione. E poi, sul momento, tutti i presenti abbiamo cominciato a improvvisare. Perché nel Festival delle Relazioni, ideato da Antonio Spanedda, è accaduto qualcosa di semplice e straordinario: abbiamo partecipato tutti. Siamo entrati dentro le onde, quelle belle, quelle che restano dentro per anni e anni.

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Vincenzo Di Giulio, “Piani di migrazioni instabili”, Fallone Editore, 2026.

14 lunedì Set 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Piani di migrazioni instabili, Vincenzo DI Giulio

 

Il fiore del deserto, Collana diretta da Gianpaolo G.Mastropasqua

*

Il gradiente delle stelle volgeva al centro esatto del basamento, lungo il canale iridescente delle vene.
Era una mutevole radiazione meridiana, fletteva le immagini dell’elemento principale, rigenerandone il condotto, lo strato esterno della pelle.

La linea si manteneva limpida, tratta a giustezza estrema, creava spinte prevalenti, poligoni epidittici.

Svolgendosi, il tracciante aveva vita propria, rimarcante, esaminava nuove strategie d’appoggio, proponeva lo sviluppo di spezzate, tronchi, e propagava congetture oblique, ubiquità convesse.

Era, allora, un soverchio agglomerato di tentacoli, e al centro il rigido impianto catalizzatore, la sede dell’Eletto, nel ganglio del neurone.

*

Apprezzava il sapido parto delle albe, la maturazione di un convincimento, il rituale di attendere conferme, rivelare esitazioni, nel tramonto di un assioma.

Richiuse l’abbecedario: era il debole conforto di ciò che era riassunto, gli inciampi del dettato, per confidare ancora nella purezza di un difetto, di ciò che del diniego aveva un dì crittografato.

Separò la schiuma dalle bolle.
Le gocce si appuntivano sulle parentesi ciliari, si specchiavano sul fondo delle macule.

Altro di niente, forse di nessuno, altro di se stesso, collezione pervia del molteplice, del diverso.

*

Amava strenuamente l’imperfetto, era il tempo perfetto del sospeso, si dipanava adagiato nel passato, conservando intatta la speranza del futuro, di un moto sì intrapreso, di un approdo, però, che mai si era concluso.

Il riecheggiante retaggio del sommerso, la proiezione interminabile del corso, il divenire transito, il conato ininterrotto.

La nuova variante fu isolata su un esemplare ermafrodita, era un ceppo di nuova formazione, subumano, tuttavia era una replica stampata, con qualche lieve variazione, dell’impronta madre del già nato, conteneva ogni attimo vissuto, e attraversando le galassie di petrolio, aveva rabberciato un cromosoma nuovo, una
mutazione quasi estinta, riportata in vita dal paguro.

Le mille facce dello stesso volto, la veste sempre nuova di un sol verso, la dolcissima impronta di dolore, nel calcare terra, passo dopo passo.

*

Quando entrò il procuratore, si udì un muovere di sedie, un brusio di voci canute.
I capi di accusa erano tanti, il difensore inerme.
Argomentò che non era quello, che non era stato lui, che non era giusto.
Ma v’era un testimone, incontrovertibile, oculare.
E del reato ebbe la visione, improvvisamente, un etere convulso che si scioglie, lui nell’attimo fatale che si ottunde, si piega nudo sul suo ventre, non riconosce il sole.

Per ogni limite di un varco.
Per la forma chiusa di ogni carne.
Per il potere fatuo d’ogni viso.

Una riga sulla lente, nel punto esatto dello sguardo.
Divideva il visibile e il non visto.
L’uno riflesso dentro l’altro, uniti nel falso dello specchio.

Poi, un silenzio di colori.

*

Si chiese se l’avesse respirata.
Se era felice.
Senza sapere cosa fosse, purché fosse.
Purché vi fosse un poco.

Levigò le gocce delle note.
Strinse un’aria liquida, di luce.

Togliere, più che mettere.
Senza temere.

E scompose di se stesso il niente.

Ne trasse uno spasimo.
Forse un’embolia del nucleo.
O forse una pallida lettera di sangue.
Tremante su di un bacio.

Così sussurrò: “Mi ami?”

 

L’AUTORE

Vincenzo Di Giulio, nato a Taranto nel 1968, laureato in Ingegneria Elettronica, vive a Roma, dove lavora come quadro dell’area tecnica di nota società di telecomunicazioni. Con la sua silloge di esordio Il Nero e il Sole (LCE, 2021) è risultato vincitore dei premi Letteratura Italiana Contemporanea e I Colori delle Parole e ha ottenuto altri riconoscimenti letterari (nei premi Mario Luzi, Don Luigi Di Liegro, Leggiadramente, Penna d’Autore). La sua seconda silloge Anima Mundi (Puntoacapo, 2022) è stata insignita del Premio Internazionale Lago Gerundo ed è stata premiata in diversi concorsi letterari (Mario Luzi, Metropoli di Torino, I Murazzi, Bologna in Lettere, Alberoandronico, Lorenzo Montano, L’Arte in Versi, Versante Ripido, Michelangelo Buonarroti). Con l’opera in prosa poetica Piani di migrazioni instabili ha ottenuto segnalazioni di merito nei premi per inediti Mario Luzi, Alberoandronico, Città di Grottammare, Elio Pagliarani.

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Quando la letteratura dà un volto alle vittime: a Forlì “Crimini della sicurezza” diventa memoria e prevenzione

08 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Novità editoriali

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Yuleicy Cruz Lezcano


A Forlì, il 4 settembre, la presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è stata molto più di un appuntamento letterario. È diventata un momento di memoria, ascolto e responsabilità civile, nel quale le morti sul lavoro sono state raccontate attraverso le vite di chi non è più tornato a casa e attraverso il dolore delle famiglie.
Il libro, pubblicato da Il Ponte Vecchio, nasce dall’incontro dell’autrice con i familiari delle vittime. Racconti e poesie restituiscono un’identità a uomini e donne che troppo spesso finiscono dentro una statistica. È proprio questo il passaggio più importante dell’opera: dal numero al nome, dal nome alla storia, dalla storia alla responsabilità.
La cronaca racconta un incidente, ricostruisce una dinamica e registra il numero delle vittime. La letteratura può invece fermarsi. Può chiedere chi fosse quella persona, quali fossero i suoi sogni, chi la aspettasse a casa. Può dare tempo al dolore e trasformarlo in memoria.
A Forlì questo passaggio è stato particolarmente intenso con la lettura di Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che ha letto davanti al pubblico il racconto dedicato al figlio. Mattia aveva 23 anni quando morì sul lavoro. Accanto a lei erano presenti altri familiari delle vittime, tra cui la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo.
In quei momenti il termine “morto sul lavoro” ha perso la sua dimensione impersonale. È diventato un figlio, un fratello, un ragazzo, una persona con una storia. Ed è proprio qui che la letteratura può assumere una funzione civile: impedire
che la memoria venga cancellata dalla rapidità della cronaca.
Raccontare una vittima significa anche interrogarsi sulle cause della sua morte. Non soltanto chiedersi come sia avvenuto un incidente, ma perché sia stato possibile, quali condizioni lo abbiano preceduto, quali responsabilità esistano e soprattutto cosa si possa fare perché non accada nuovamente.
La prevenzione nasce anche da questo cambio di sguardo.
Non è sufficiente parlare di sicurezza soltanto dopo una tragedia. La sicurezza deve diventare un valore culturale, un principio condiviso, qualcosa che appartiene alla coscienza collettiva prima ancora. La presentazione di Crimini della sicurezza ha preparato il terreno all’intervento di Maurizio Landini. Dopo avere ascoltato le storie delle vittime e il dolore delle loro famiglie, parlare di lavoro significava parlare inevitabilmente di diritti, precarietà e responsabilità. Landini ha raccolto quel filo, allargando lo sguardo alla crisi industriale e alle trasformazioni economiche e
geopolitiche, ma riportando sempre il lavoratore al centro. Le parole del segretario generale della CGIL sono arrivate così dopo quelle dell’autrice non come un discorso separato, ma come la prosecuzione di una stessa riflessione: dalla memoria delle vite spezzate alla necessità di costruire un lavoro più sicuro, dignitoso e capace di futuro.

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Decisi per la gioia Antonella Pizzo – Analisi Tematica di Cristina Patanè

30 martedì Giu 2026

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali, POESIA

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https://liminamundi.com/2026/05/06/una-poesia-da-decisi-per-la-gioia-di-antonella-pizzo-anterem-edizioni-2026/

Analisi Tematica della Poesia: Memoria, Morte, Natura e la Scelta della Gioia di Cristina Patanè

La poesia offre un ricco intreccio di immagini e riflessioni che ruotano attorno a quattro tematiche principali: la memoria, la morte, la natura (in particolare il mare e i venti) e la scelta consapevole della gioia. Queste tematiche non sono isolate, ma si fondono in un filo conduttore che esplora la condizione umana e il suo dialogo con il tempo, la natura e il senso della vita.

La memoria emerge come una presenza viva e fragile, richiamata attraverso immagini di ricordi e saluti:

  • La nave che torna all’orizzonte “come un’eco e un riverbero” rappresenta il ritorno intermittente del passato nella coscienza presente.
  • I “saluti dimenticati” e il “biglietto scordato” richiamano episodi o persone lontane nel tempo ma ancora capaci di lasciare un segno, nonostante l’oblio.
  • La poesia coglie la memoria come un fenomeno discontinuo, segnato da echi e rivoli che tornano di tanto in tanto per farsi sentire, ma mai del tutto chiari o intatti.

La morte non è declinata come fine assoluto, ma piuttosto come trasformazione e ritorno alla natura:

  • Le “ossa disciolte” e “ricomposte in altre forme” evocano un ciclo naturale in cui ciò che muore si trasforma in elementi della natura come conchiglie e spirali, simboli di rinascita e continuità.
  • La morte, quindi, si collega a un processo di rigenerazione, conferendo un senso di pace e accettazione.

La natura appare come sfondo potente e dinamico, ma anche come elemento vivo e partecipante all’esistenza umana:

  • Il mare è presente con immagini suggestive di onde, spuma, correnti ascendenti e discendenti, simbolo di movimento, cambiamento e forza vitale.
  • I venti (scirocco, libeccio, tramontana) rappresentano forze contrastanti e mutevoli che influenzano il clima e, metaforicamente, lo stato dell’animo e il fluire del tempo.
  • Gli animali (pipistrello, assiolo) e la flora (palme, ulivo, uve) creano un ambiente vivo che intreccia i temi di natura e vita quotidiana, indicando una connessione profonda con la terra e il ciclo stagionale.
  • La specificazione geografica della “costa iblea” e la presenza dell’”Africa savana” evocano un senso di luogo e distanza, ampliando il respiro del testo.

La Scelta Consapevole della Gioia

Al centro della poesia si trova una decisione esplicita a favore della vita e della gioia, nonostante le difficoltà e consapevoli del tempo che passa:

  • Il verso “E noi che ci siamo già decisi per la gioia” indica la volontà attiva di abbracciare la felicità come una scelta esistenziale.
  • Segue il gesto di chiudere le finestre, stringersi come complici e “tornare a dormire sopra l’albero di ulivo” in un’immagine rassicurante e mitica, che richiama la tradizione e la radice culturale (l’”albero di Odisseo”).
  • La consapevolezza dei cambiamenti climatici e stagionali, come l’arrivo dell’autunno e delle intemperie, non spaventa: la gioia si esercita nel momento presente, prima che il freddo e la tempesta mettano alla prova.
  • Si tratta di una scelta di resistenza e di rinnovamento, di accoglienza attiva della vita nel suo fluire naturale e imprevedibile.

Il testo costruisce un percorso in cui la memoria del passato e la realtà della morte si integrano con la potenza viva della natura, suggerendo che la vita è un continuo fluire tra ricordo e trasformazione. La presenza costante del mare e dei venti intensifica il senso di un ciclo naturale e universale. Fra queste forze in gioco, l’essere umano compie una scelta fondamentale: quella della gioia, intesa come un atto consapevole di vita, di libertà e di speranza.
In definitiva, la poesia sembra invitare a riconoscere il valore della memoria e della natura come maestri che accompagnano la nostra esistenza, mentre si decide di abbracciare con coraggio e pienezza il dono della vita, anche quando tutto pare precario o effimero.

Odisseo come simbolo di stabilità e ritorno

Nella poesia, la presenza di Odisseo rappresenta la stabilità, la radice e la scelta consapevole. Odisseo, celebre per il suo lungo viaggio e per l’ingegno con cui affronta prove e difficoltà, diventa simbolo di chi ha compiuto un percorso fatto di sfide ma sa ritornare a casa, a un luogo certo e duraturo.

Il letto intagliato nell’albero di ulivo è emblematico di questa stabilità. L’ulivo, albero secolare e profondamente radicato nella cultura mediterranea, rappresenta la forza delle radici, la permanenza e la resistenza al tempo e agli eventi. Il letto, oggetto dell’intimità e del riposo, intagliato nel tronco di questo albero, aggiunge una dimensione di armonia tra natura e uomo, fra continuità e cura.

Il letto di Odisseo: simbolo di radice e appartenenza

Il letto intagliato nell’albero di ulivo simboleggia una solidità che si fonda sulla natura stessa, una casa che nasce dal cuore della terra e segna forte appartenenza e legame con la propria terra d’origine. Non è una dimora fragile o temporanea; è un segno tangibile di stabilità, costruita in modo naturale, quasi sacro.

Questo elemento richiama la capacità di radicarsi profondamente nonostante le tempeste della vita, intese sia come eventi climatici descritti nella poesia (vento, grandine, mare agitato), sia come metafore del tempo che tutto muta e tutto può distruggere.

Scelta consapevole della gioia e dell’esistenza contro la caducità

La poesia parla di una decisione esplicita verso la gioia e la vita, in opposizione alla caducità rappresentata dal tempo e dalla tempesta. L’immagine di Odisseo nel suo letto di ulivo segnala una volontà di possedere un ancoraggio fermo e riconoscibile in cui appoggiarsi e da cui partire, per rinunciare al pericolo di essere travolti da ciò che è incerto e fugace.

In questo senso, il letto rappresenta un rifugio e una meta, e la poesia lo associa intimamente all’idea di un ritorno e una scelta consapevole in cui la felicità e la vita non sono accidenti o destini ignoti, ma risultati della volontà e dell’azione.

Conclusione: Odisseo, simbolo di equilibrio tra viaggio e ritorno

In sintesi, la figura di Odisseo nella poesia si inscrive come simbolo della contrapposizione tra il viaggio, l’incertezza e il pericolo e la casa, la radice e la stabilità. Il letto intagliato nell’albero di ulivo racchiude questa tensione: è la prova materiale che malgrado il passare del tempo, il mutare degli eventi e le tempeste inevitabili, esiste una possibilità di fermarsi e scegliere la gioia e la vita fondate su radici profonde.

Il richiamo al mito di Ulisse rappresenta la ricerca di un centro di gravità permanente e di radici profonde, contrapposte al mare “errante” e alla tempesta della vita. Il letto di Odisseo diventa il simbolo di una stabilità conquistata e di una complicità che permette di affrontare l’inverno dell’esistenza con gioia. 

La nave che mandi dal ponte
la nave che si chiama amore e morte
salpata l’anno scorso e ancora non partita
ma già lontana che torna ogni tanto
alla riva come un’eco e un riverbero
di fazzoletti bianchi in aria
e all’orizzonte sfuma e di spume d’onda
che si abbattono sul molo
così resta la fronte imperlata di cenni
nelle mani un ciao stropicciato
accorto e guardingo nella tasca un biglietto
scordato con le parole stonate e fuori tempo
scritte in una sera che fuori pioveva e c’era vento a soffiare alla finestra
e non c’era nessuna candela
così non resta altro che replicare al saluto
raccoglierlo e attendere che la prossima onda
ne porti un altro ancora
saluti dimenticati
di gente morta da tempo
le loro ossa si sono disciolte
ricomposte in altre forme
a spirali a conchiglie a madreperle
a chele di paguro come questo che ti mando.

***

Cinque palme ondeggiavano al vento
una notte di settembre sulla costa iblea
affacciati e insonni immaginavamo il mare
mite e l’onda lenta e senza spuma.

Vagano erranti le anime in uno spazio
che non è terra e non è cielo e non è luogo
il pipistrello si aggrappa alla grondaia
l’assiolo si nasconde nella crepa del muro
pronto a virare verso l’Africa savana.

E noi che ci siamo già decisi per la gioia
canticchiando l’aria di una canzone antica
serriamo gli infissi e stretti come complici
torniamo a dormire sopra l’albero di ulivo
nel letto intagliato di Odisseo
prima che l’autunno giunga ad assalirci
prima che il freddo faccia scolorire le uve
dolci e pronte per la vendemmia
prima che la grandine ci distrugga.

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Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

29 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Nel nome del padre, Nunzio Di Sarno

 

Antenati

Canapa mattoni e poco più
A tener su la pelle bruciata
Di contadini e manovali –
Saggi ignoranti di provincia

Giacche e cravatte a mostrare
Una fierezza composta e dura
Per gli stenti superati a fatica
Dopo guerre e contrabbando

Eccovi con falci e martelli
Risplendenti nel lavoro
Che traccia sui vostri volti
La bellezza della rivincita

Voi che avete dato il pane
A noi che siamo venuti
Un tetto e tempo necessari
Per maturare conoscenza

A voi mi prostro perché
Senza di voi io non sarei

Ed è con voi riscattati
Dai nostri stessi mali
Che solo potrò essere

 

Segni

III

Cenni impercettibili
Occhiate
Sguardi sostenuti
Insulti

S’attaccano
E pesano
Filtrando

Terrore limbico
Nocicezione a mille
Per mantenersi
In vita

Freezing
Dissociativi

Il bambino
Non parla
Ma è un ometto
Così buono
E rispettoso

Mentre da solo
E in disparte
Tiene a bada
Gli inferni

 

Madonna dei dolori

Tu che consoli i tuoi figli
E li stritoli nell’abbraccio
Concedi loro la libertà

Tu che oltremodo li curi
Eterna autistica madre
Lasciali al loro destino

Tu che nei tuoi santuari
Li conservi e li soffochi
Ridona loro le chiavi

Tu che giudichi azioni
Pensieri ed emozioni
Volgi la mente altrove

Tu che appari e sparisci
Tra proiezioni e riflessi
Palesati per ciò che sei

Tu che penetri nel cuore
Come trasfigurata imago
Non illuderli ancora

Tu che ti vesti con un lutto
Mai integrato e lo trasmetti
Sconta quanto ti appartiene

Tu che detti i passi futuri
Tessitrice di vincoli e nodi
Spezza i vecchi fili sbiaditi

Tu che alimenti simbiosi
E blocchi l’individuazione
Cerca in te il senso ultimo

Tu che ti nutri del conforme
E temi l’ignoto – preparati
A spirare con la Rivoluzione

 

Educazione

L’esposizione senza rete certa
Né intessuta a dovere né salda
Aumenta lo stress e la rigidità
Sinaptica diventa norma interna

I portali sconosciuti agli attori
Sono la produzione dendritica
E la potatura con l’intervallo
Magico e alchemico del sette

Nessuno vede cosa si muove
Né cosa muove e ignora che
Alla rete neurale s’appiccica
Il negativo più del positivo

E quanto non accolto allora
Si ripresenterà nell’avvenire
In forme sconnesse criptiche
Per chi non ha le mani tese

 

Eterna benedizione

Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena

Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura

Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione

 

Via Crucis

Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni

Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno

Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore

Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male

Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni

Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

 

Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

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Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

22 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Eterna creazione, Michela Zanarella

 

da Trittico sulla guerra

Volteggiano nel vento preghiere
mentre la vita si perde
sull’orlo di un buio indomabile.
Non è questione di alleanze
o di antiche memorie
la guerra non ha mai ragione
più si fissa dolore nel cosmo
più l’amore scompare
meglio liberare luce nel cielo
e chiedere agli angeli
di vegliare muti il tempo
che si accompagni il mondo al disarmo
che ogni orizzonte conosca perdono.

 

da Stagioni

Inverno. Alba.
Reagire alla luce
come se fosse cosa rara
la bellezza.
Anche l’oscurità sopravvive
nel lieve chiarore
non c’è un taglio netto
una separazione tra giorno e notte
l’uno nell’altra
continuano a esistere
come un arco infinito,
l’eterna creazione.
Sparse a terra le verità del tempo.
Arrossendo l’orizzonte
insegna la grandezza dell’amore.

 

Caffè del risveglio e latte versato
nel mattino che offre fioriture
nel respiro del tempo.
Spezzare il pane, gesto sacro
il grano matura sulla soglia
la trama di una primavera mostra il sole
da cielo a terra
i segni del pasto sulle labbra
mentre il giorno inizia ad attraversare il destino
a scegliere il frutto del dopo cena.

 

Ogni giorno sperare
che il bene non svanisca
che l’amore non sia fuoco che imita il vento
e dal terrazzo di un palazzo
credere di svegliarsi nell’estate
mentre giugno è un sole nascosto tra le nuvole.
È troppo fitta la vita
per accorgersi delle ombre
quasi identiche alla luce
chissà quante cose respirano
e somigliano a parole conosciute
il tornare poco a poco uguali al sogno
dentro una scia piena di memoria,
l’orizzonte un tricolore.

 

Nero di guerra vite perdute
sogni terminati sulla croce
grigio di nebbia
copre i bordi del tempo
fumo penetra rose
inevitabile cenere
erba fuggita dai fianchi dell’asfalto
rosso cuore che batte per amore
sangue che attraversa arterie
ogni colore ha le sue radici
crede nelle sfumature
sveglia i miracoli
diventa arcobaleno di pace.

 

da Quartetto calabro

Il vento attraversa stanze vuote
il profumo di gelsomino
rallenta il sonno del sole.
Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili
negli addii già resi al tempo
consegnare la voce agli oggetti
è l’unico sussulto
credere agli orizzonti
provati dall’abbandono
che sia amore tutto quell’arrossire
la sera
prima
dell’ultima parola.

 

da Quartetto veneto

Addentrarsi nell’anima del bosco
con l’aria che punge all’altezza dei pensieri
accorgersi che il sole costeggia la strada
il giorno sembra addestrato a non finire.
Io e mia madre parliamo con lo sguardo
allunghiamo il passo e il fiato
abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani
ora che l’amore si muove con noi
e al cielo fa piacere restare in ascolto.

 

Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

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“Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2026. Una lettura di Claudio Pagelli

18 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Novità editoriali

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Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.

Claudio Pagelli

Estratti da Lo Stato Pontificio:

OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO

Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco,
espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco,
scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza,
io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza
di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo,
senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».

Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen,
è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma,
vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen,
e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma
180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio,
la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.

Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto,
Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto,
adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo
so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando,
ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia
senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici,
magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia
dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.

SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO

Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro
ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano
ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro
le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano,
con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk
mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.

Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.

Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate
tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque
e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit
motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue
studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime
io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.

Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018,
lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte,
mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848
i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte
con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori
la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori
abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta
meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.

IL POETA PROSSENETA

Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso
che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,
al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso
e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito
lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato
l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella
acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi
che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella
del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,
tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore
che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo
di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore
assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,
a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione
tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio
chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone
l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi
se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv
non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,
la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.

Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.

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Ugo Mauthe, “Mélange”, Puntoacapo editrice, 2026.

15 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Mélange, Ugo Mauthe

 

Ugo Mauthe MÉLANGE

Prefazione di Antonella Sica

Postfazione di David La Mantia

 

un mélange in XXXVI quadri

composti di giochi di sillabe

[creature laboratoriali che l’autore chiama egg-word]

haiku

[di-versi, secondo l’autore, perché

anche di pace di guerra d’altro]

monostici

[nell’officina dell’autore linee]

poesie sullo scrivere poesia

[che l’autore chiama spaventate minuscole]

 

da QUADRO I Flusso difettoso

*

se al presente

levi il pre

è un’assenza

che si sente

*

il tempo partito da un punto e non ancora arrivato

*

sbottano tappi,

gira l’angolo cieco

la mezzanotte

 

di giorno le cose utili

alla poesia il turno di notte

 

da QUADRO III Solitudini

*

mesto si sente

il mestolo

senza il suo lo

*

corre il vento

si porta via il silenzio –

cuore nel vuoto

*

paradosso mai ti lascia solo la solitudine

 

all’oscurità oscura

preferisco l’oscurità chiara

nel penombroso dilemma

una cosa mi cattura

ed è la parola nuda

 

da QUADRO IX Metamorfosi

*

al macigno stacca

quel ma

che d’esser cigno

dubitar lo fa

*

siamo pupe diventar farfalle è un’altra questione

*

un nuovo fiore

dal ramo osserva il mondo–

tu o è mutato

 

di una poesia restano sillabe

scarnificate del minimo respiro

scriviamo silenziose parole d’aria

e mai sapremo se sia pura

 

QUADRO XIX A(r)mare

*

odio invernale

primavera assalita

fiori soldato

*

quando armare

la prima erre disarmerà

amare potrà

*

consapevolezza il mondo non salverà la bellezza

 

c’è in giro una gran fantasia di poesia

verbale frenesia banale schizofrenia

ma la ricerca della rima allarga lo iato

fra chi vien le o e ch’invece ignorato

 

da QUADRO XXVII

*

si bordeggia e viveggia dove si tocca

*

è quel ri

che a risentimento

toglie ogni sentimento

*

sole spuntato

freddi luce e calore –

si estingue l’alba

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L’equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.
http://www.ugomautheparolescritte.it | https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe

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“sant’anna” di Daìta Martinez

03 mercoledì Giu 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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sant’anna – daìta martinez

collana di poesia icaro, diretta da Gaetano Giuseppe Magro
prefazione di Alessandro Pertosa

La ferita della luce

di Maria Allo

“muove all’indietro il fiore

 mira il bianco iniziale

 chiede di non essere nato “.

Franca Maria Catri

Daìta Martinez, audace e innovativa poeta, consapevole della propria funzione e delle sue capacità, si distingue per la tenacia con cui unisce rigore e generosità. Il tutto è arricchito da un innato slancio immaginativo e da una profonda visione ispiratrice. Anche in sant’anna, edito da ilglomerulodisale, la sua scrittura si apre come una fessura nell’opacità di un cielo carico di presagi, rivelando un’intensità inaspettata, capace di suggerire trame nascoste, sospese tra l’immanente e il sacro. I versi della poeta emergono come frammenti scolpiti dal passaggio del tempo, sussurri capaci di restituire lo stupore travolgente del primo sguardo sul mondo. È una poesia che affronta il vuoto e la paura, ma che mai si arrende all’inconsistenza del silenzio. Il testo si muove con una danza eterea su un filo sottile: invisibile ma resistente, accompagna il lettore dal fremito delicato dell’alba narrativa fino al crepuscolo velato della chiusura. È proprio in questa interruzione perfetta che emerge un’assenza dal peso tangibile, capace di radicarsi nello spirito come una presenza sconosciuta e magnetica. Un vuoto che non tace ma pulsa di desiderio: “sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco” (p. 23). È il richiamo di ciò che è smarrito, l’eco di una divinità immobile che governa mondi interi dagli abissi del suo silenzio. Eppure, al cuore di questa quiete apparente risiede la sorgente primigenia della creazione: un grembo invisibile dove la parola germoglia e la preghiera – leggera come il respiro di un mattino – si trasforma in corpo vivo della poesia: “rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia adesso /che scende l’origine alla tua sera” (p. 30). La voce poetica si sviluppa tramite un intreccio di scelte lessicali e metriche, dove ritmi, rime, anafore e allitterazioni disegnano atmosfere intrise di simbolismi sacri. Si diffonde nell’aria, seguendo le tracce dell’essenza più intima dell’anima, trovando riflessi nei dettagli della natura, che sembrano rivelarsi come frammenti di un’eternità fuori dal tempo. La magnolia, sospesa tra cielo e terra con la sua purezza candida, diviene simbolo del legame tra universo e cuore, diffondendo un profumo lieve e divino. Attraverso queste immagini vibranti, i versi invitano a seguire la luce interiore con passo delicato, intrecciando dialoghi silenziosi tra riflessi interiori e universali. In questo spazio privo di confini certi, la poesia di sant’anna si perde nell’immensità dell’indicibile per divenire varco ed esplorazione. Ogni parola è fuga ma anche ritorno, uno scarto fragile in cui dimora una verità destinata a risiedere nel nucleo nascosto dell’anima. Nella raccolta di Martinez, nulla è svelato interamente; invece, tutto pulsa tra le alternanze di silenzio eterno e caos generativo dell’esistenza. Leggerla è un atto di coraggio: implica abbandonare ogni certezza rassicurante per accogliere il flusso vitale e mutevole dell’insondabile. Nel paesaggio incerto della poesia contemporanea, Daìta Martinez si staglia con forza come lama affilata che fende l’oscurità senza timore. La sua parola è viva e ribelle, indomabile, capace di urlare attraverso le rovine della sofferenza per scavare nel buio più profondo. La poeta rifiuta protezioni o mediazioni nella sua ricerca: con mani nude e sporche manipola la ferita del dolore per squarciarne il sigillo, rivelando sotto la crosta la vibrazione ardente della vita nascente:

“il taglio si è smarrito”

“sono sette anni sono solo sette noci i denti/ che nascondo sotto al cuscino per l’illusione/ di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle/ che sappia per un solo attimo farmi fiatare la/gondola del cuore ha poche onde il mio cuore/ e nessun pontile per l’attracco” (pp.69-70). Un taglio che non smette di vagare, una ferita solitaria persa nel tempo e nello spazio, come un ciclo interrotto fatto di promesse sussurrate tra passato e presente. Sette anni e sette noci: un ritmo antico e rituale che si spezza, lasciando solo l’eco di un desiderio irrisolto. I denti sotto il cuscino, reliquie di un’infanzia sbiadita, implorano un ritorno impossibile, un affetto dimenticato. L’abbraccio che giunge da dietro è appena un lampo di calore, già dissolto nell’inevitabile assenza. E il cuore? Fragile come una gondola alla deriva, incapace di sopportare le onde del vivere o di trovare riparo presso un molo. Questo universo chiuso in poche immagini risuona di silenzi densi e buchi irraggiungibili, in cui il marinaio-anima naviga all’infinito, prigioniero di un mare che non dona rive ma solo un eterno galleggiamento verso il nulla. La scrittura  è un turbinio di carne e cenere, un grido che trasforma sofferenza in una luce cruda, incessante e vivida. Il linguaggio di Daita si dispiega come un fiume in piena, un torrente di versi che avvolge e seduce con il suo moto incessante. Nelle prime battute, le sue acque si intrecciano in vortici intricati, seguendo un tracciato invisibile che lega pensieri e immagini in una danza fluida e armoniosa. Ogni pausa è il respiro del fiume, ogni accento il suo salto tra rocce e correnti, componendo un cammino che conduce il lettore entro paesaggi interiori in costante mutamento, dove le parole risuonano come echi di racconti eternamente cangianti. Nei versi di Franca Maria Catri che accompagnano l’incipit, un fiore sfida il tempo piegandosi all’indietro, alla ricerca dell’innocenza di quel “bianco iniziale”, quel grembo originario dove tutto giaceva ancora indiviso. Allo stesso modo, le poesie di Daita Martinez sembrano risuonare di quel canto primigenio, strettamente intrecciato con i fili segreti della natura. È un invito a immergersi nelle radici nascoste, ad accogliere i silenzi ancestrali dai quali scaturisce il significato più profondo dell’essere. In questo eterno ciclo vitale, ogni cosa si riflette come in un delicato specchio sospeso tra desiderio e dissolvenza, tra la pienezza dell’esistenza e l’assenza ultima che ci accoglie. “Ha poche onde il mio cuore, e nessun pontile per l’attracco”.

Maria Allo

*

da: sant’anna, ilglomerulodisale 2025

non è ancora sera sul costato della casa

mentre altro il tempo che al sonno sfiora

nudo il viso del cigno o della vita l’aurora

e nessuna luce che di luce sia poi attesa

la carezza di Dio a nido scesa sulla ferita

della vita caduta di vuoto nell’era bianca

come bianca foglia perduta alla speranza

*

nel silenzio il glicine ha rotto

il vento la ferita del tramonto

*

ha il nudo del sole il silenzio

cadente sul dorso della casa

dimenticata sotto l’albero dei

merli in fiore che lieve è l’aria

della sera mentre accorgi una

piccola sirena ferita di rugiada

*

tutto trema dentro la prima preghiera

orlata tra le costole della casa violata

un istante dopo tra le gambe del lago

che d’imperfetto al Suo silenzio ama

*

proteggi la sua bocca angelo della sera
alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio

Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato: (dietro luna), Lietocolle 2011, la bottega di via alloro, Lietocolle 2013, nutrica, Lietocolle 2019.
Vincitrice – sezione dialetto – del 7^ Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44^ edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, per Salarchi Immagini; il rumore del latte, per Spazio Cultura Edizioni; a varca di zagara  per Macabor.
È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso (puntoacapo 2020).
Finalista – sezione raccolta inedita – della 34^ edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 ha pubblicato: Liturgia dell’acqua per Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, per le Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, per Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora per la collana portosepolto di peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Ha pubblicato, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, per Ladolfi e, nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole per Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con lacollana “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana “la brocca rossa” con Pietro Romano.

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“Buio di bianca luce” di Mattia Cattaneo

28 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Novità editoriali, POESIA

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La raccolta di poesie è acquistabile qui

dalla prefazione di Maria Concetta Giorgi

“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”

dalla postfazione di Enrico Maria`

“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”

Un grido muto
l’urgenza di nascere,
tra muri asettici
porte a scorrimento

si aprono e chiudono
in un pomeriggio d’ottobre
luce del vespro

ravvivata
da questo inno alla vita.

🌱

L’esule sole
l’affanno accelerato,
di chi sente sfuggirsi

verso la terapia intensiva
dove l’aria sembrava essere stata rapita
dal sonno dei bimbi

in quest’aria di latte
nevica sulle colline bianche.

🌱

Sei un oceano di luce
nella sconfinata bellezza del cosmo,
come se l’eterno irrompesse

tutte le cose
hanno respiro e senso nel tuo nome.

🌱

Ascolto l’aria
lungo i corridoi dell’ospedale

storie di ritorni
di sonni socchiusi
ma anche di ali cresciute

ora
sei la più piccola grazia

🌱

Vedo il miracolo che ci somiglia
quando il sole va a toccare la collina

da lì
guardare con te
l’ordine spettacolare del mondo
osservare
quell’armonia perfetta
che non comprendo.

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Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

25 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

I fiori bruciano, Ilaria Cesarini

 

Pronostico serale

 

Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,

la scommessa distratta della canicola serale.

 

C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato

dai fumi del barbecue di sotto e

i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.

 

Le mie braccia perdute

restano a frugare il ricordo,

una misura incerta del rumore

che sale dai giorni lasciati indietro.

 

E le poesie, ciò che ne rimane,

trafitte nell’odore del grano tagliato,

ancora cercano un varco

tra un silenzio e l’altro.

 

Ora i bambini scendono in strada;

un pallone sbiadito, lo spareggio perso

al minuto urlato dalla cena che si fredda.

 

Tempo sbagliato, incollato agli occhi.

Così un’altra estate,

senza treni sudati nelle stazioni di recupero,

così senza odore si passa la frontiera.

 

*

Lampedusa

 

Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio

che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.

 

L’acqua è passata sulla razza

che umana si dice

nonostante le coperte argentate

a coprire lembi di pelle che per ore

hanno galleggiato orfane

nella bocca di Nettuno.

 

Ora neanche più le telecamere verranno a fare

un timido inchino,

un rapido mestiere,

tanto per dire che la guerra è brutta

che ci interessa il labbro storto dalla paura

che ci impegna la disperazione.

 

Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,

al limite della geografia, dell’assetto morale.

Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,

il sospetto tacito.

*

Bruciano i fiori

 

Bruciano i fiori sul letto vuoto,

e non c’è luogo che li contenga:

lo stelo è una fame in salita,

una lingua che non conosce mondo

se non quello che consuma

fino all’osso del giorno.

 

Bisogna fare attenzione:

i fiori sanno incendiare il sangue

nell’ultima ora trattenuta,

e i petali si staccano come nomi

annegati nella cenere

di ciò che non torna.

 

Bruciano i fiori con me,

che cerco un vaso d’acqua

capace di negare al fuoco

la sua preghiera rovente,

capace di fermare

il suo continuo dire.

 

L’assenza,

questa soglia che stringe,

è un assedio antico,

cresciuto dentro mani

che hanno conosciuto battaglia

prima ancora di chiamarsi carezza.

*

Calma piatta

 

È la vela che si piega,

qualcosa senza radici

che si arrampica sull’aria.

 

Qua cambia il momento

quello che dietro resta, che pone il corpo

sul lato errato.

 

Siamo grandi, cresciuti,

ed è solo scempio di voci

o silenzio composto,

la scaletta del giorno e della notte.

 

Nessuno chiederà un riscatto

per i filacci di stoffa

scesi dai vestiti,

ora paga il bianco sulla testa.

*

Consiglio di classe

 

Pare o forse è questa giornata

un caldo ristagno di faccende e

commissioni sparse sul tavolo.

 

La scuola, ancora aperta per gli

ultimi voti da decidere,

sembra oramai un misto tra una

roulette di Stato e un indovinello indulgente.

 

Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni

che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.

 

Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni

cartelloni sudano sui muri ruvidi.

Anche oggi questo anno è finito.

Ita missa est.

 

Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

 

L’AUTRICE

Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.

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