Fili neri di pioppi – fili neri di nubi sul cielo rosso – e questa prima erba libera dalla neve chiara che fa pensare alla primavera e guardare se ad una svolta nascano le primule – Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri – la nebbia addormenta i fossati – un lento pallore devasta i colori del cielo – Scende la notte – nessun fiore è nato – è inverno – anima – è inverno.
Antonia Pozzi
Charles Warren Eaton
Poesia “Tramonto” di Antonia Pozzi, 1933, dalla raccolta “Parole” Mondadori, 1939
Opere:
Jan Mankes, “Filare di alberi”, 1915
Charles Warren Eaton “Chiaro di luna sul canale di Bruges”, 1910
Sono al confine tra le arti le tre poesie visive inedite di Gabriele Micozzi, raccolte sotto il titolo Domenica, fortuna, coda: Calciologia, Grattaevincilogia, Autologia.
“In ciascuna il testo riempie la sagoma dell’oggetto di cui parla: un pallone, un gratta e vinci, un’automobile. La forma diventa così la gabbia del contenuto. Sono tre manifesti contro tre consolazioni italiane: la domenica al posto della vita, la fortuna venduta dallo Stato, la libertà ferma in tangenziale. In un angolo, ogni tavola ha una piccola scena parlata che ne è il contrappunto. Nella prima, al bar dello sport, il lunedì si discute ancora se fosse rigore, mentre la fabbrica ha chiuso.”
Nota biografica
Gabriele Micozzi (Macerata, 1968) è poeta, narratore e saggista. Vive tra Milano, Roma e le Marche. I suoi testi sono usciti in quindici paesi, su riviste come Bellevue Literary Review, Asymptote, Strange Horizons, American Poetry Journal, Cha: An Asian Literary Journal, Kitaab, 34thParallel e Poetry Lab Shanghai, oltre a ballast, che gli ha dedicato un intero numero. È stato candidato al Pushcart Prize 2026 e finalista al Bath Flash Fiction Award 2026. Ha pubblicato EroSferica (TransEuropa), Peccati, Perversioni e Preghiere (AttraVerso), Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) e La Legge del Sì (FrancoAngeli). È docente alla LUISS Business School e all’Università Politecnica delle Marche.
È in corso di pubblicazione su Amazon KDP il mio primo romanzo. Tra pochi giorni sarà online la versione eBook e subito dopo – o forse in contemporanea – quella cartacea. Ho mantenuto l’impegno preso mesi fa, ho portato a termine “l’impresa”. Dire che mi sono divertita a scriverlo sarebbe un falso. In realtà è stata un’esperienza coinvolgente, sfidante, ma soprattutto tanto impegnativa. Scrivere un romanzo è sempre stato un mio desiderio, ma ritenevo lo sforzo necessario oltre le mie forze e possibilità di controllo della “materia”. Non sono, di mio, una produttrice compulsiva di scrittura, come vedo di alcuni, che macinano parole come farina, con scorte di grano infinite e un certo compiacimento di sé. Scrivere mi richiede sforzo, tempo, specie in prosa. La poesia la sento più mia, sorge alle labbra quasi nascente. Limarla, rielaborarla, a volte la migliora, ma non sempre. Spesso la forma originaria è quasi perfetta, qualunque ritocco la rovina. Con un romanzo non è così, ma ne ero pienamente consapevole. Scrivere un romanzo è impostare una storia coerente, un edificio scrittorio che deve reggere, interessare, avere un senso complessivo e uno per ogni passo che lo compone. L’obiettivo era scriverlo, inglobando al contempo in esso i miei scritti in prosa poetica, alcuni dei quali veri e propri involuti flussi di coscienza. L’inserimento doveva avvenire con naturalezza, come se fossero stati pensati per stare dall’origine lì, dove poi sarebbero finiti. Com’è che si dice? La scrittura è come il maiale. Non si butta via nulla. Ci ho infilato dentro anche quaranta miei disegni che mi piacevano e non avevo cuore di lasciare senza vita, desideravo l’occasione di condividerli, esporli alla visione, insieme ad alcune poesie brevi che gli avevano dato motivo di esistere. Parte di questi disegni, unitamente ad alcuni testi che ora sono nel romanzo, avevano avuto un certo apprezzamento all’edizione 2023 del premio Lorenzo Montano. Erano finiti come finalisti, scusate il bisticcio di parole. Non mi dispiaceva dargli nuova vita. Insomma questo romanzo è più di una storia, è una vera e propria composizione. Ho cominciato a lavorare a fine maggio scorso, cioè non appena ho cessato il mio impiego nella Pubblica Amministrazione. Per renderlo coerente ho dovuto usare un calendario, reale ovviamente, e ho scelto l’anno in corso. Ho dovuto pensare una piantina di un edificio a due piani, e, siccome mi piace progettare e mi piace l’IA, l’ho descritta e immessa in IA. Ne è venuta fuori una pianta non corrispondente del tutto alla descrizione e, in certi punti, non funzionale. Ad esempio non erano accessibili le scale. Però non vi fate ingannare, non è che con ciò intendo dire che l’IA non è in grado, solo che più chiedi cose specialistiche, più ti inducono a chiedere la versione pro o specializzata a pagamento. Di ieri l’esperienza in cui Claude non riconosce una famosa citazione di Calvino, la imputa a Pirandello e mi invita a sottoscrivere la versione a pagamento. Ma per favore! In sostanza la piantina della costruzione l’avevo ben chiara in mente, ho tralasciato l’IA e sono passata avanti. L’altra cosa importante era la struttura in capitoli. La faccenda interessante dei capitoli è che alcuni sono nati prima, altri dopo. Non so se avvenga anche per gli altri scrittori così. In sostanza il romanzo si è andato formando come un puzzle di scritti, dove mancavano tessere, dove c’erano veri e propri buchi, che dovevano trovare il riempimento. E ciò accadeva perché, nello sviluppo, certe scene o dialoghi li avevo già in mente o mi andava di parlarne, certi altri li accantonavo, perché non era chiaro neanche a me come muovere le cose. Più spesso mi mancava l’ispirazione. L’intuizione originaria è stata collocare l’ambientazione in una clinica per malati di mente. A chi altri potevo mettere in bocca i “miei deliri” complessi e inquietanti? Scritti che sono un vero e proprio scavare nei meandri mentali. Essi mentre chiedono comprensione, si avvoltolano su sé stessi come spirali, chiudendosi a ogni lettura “normale”, invocando piuttosto una compartecipazione emozionale. Per il lettore rappresentano una sfida e un mistero. Sono certa che i più, leggendoli, si sarebbero arresi. Il lettore comune non ha alcuna attrattiva per lo scrivere sperimentale. Ho dato perciò una chiave di lettura più umana, avendoli messi in bocca a personaggi con una loro storia e pena e fornendo spiegazioni che ne aprano il senso, specie di quelli più oscuri. La seconda intuizione è stata l’ambientazione medica e investigativa. Ho di entrambi un minimo di esperienza riflessa. Cioè non proprio mia personale, ma di persone a me vicine o di soggetti che ho osservato per anni muoversi sulla scena. Credo infatti che, senza un minimo di confidenza con lo scenario dentro il quale si cala la storia, lo sviluppo appare poco credibile. Le due cose si sono combinate nella decisione di fare del mio primo romanzo un giallo psicologico. Ho sperimentato, ed è stato bellissimo, che davvero la storia, per certi versi, si scrive da sé, come dicono scrittori ben più noti. Ora lo dico anch’io per esperienza. Essa si scrive un po’ per come noi scrittori siamo dentro, nei nostri “slittamenti” semantici, (ad esempio io non ho potuto fare a meno di immettere aspetti sentimentali), un po’ per come vengono fuori i personaggi, nel loro essere, da un lato pedine generate da noi autori e in movimento nella scacchiera della nostra fantasia, dall’altro esseri dotati quasi di vita propria, che rifuggono per aspetto descritto, per nome scelto, per ruolo dentro la storia di essere forzati dove proprio non vogliono stare o a fare cose che proprio non vogliono fare. Ad esempio individuare chi fosse il criminale nella storia di questo giallo è avvenuto proprio così. Più di un candidato a questo ruolo tra i personaggi, si smarcava, rifiutandolo, quasi con orrore. “No, No, io non potrei mai farlo!” diceva. E scappava. Fuggivano tutti come conigli. Fino a quando la “vittima” per commettere il delitto non è emersa da sé, come figura perfetta, dai meandri della mia immaginazione. Un personaggio che si rivela essere un reietto persino da sé stesso, bisognevole di cure a rischio di gesti insani. Uno di quelli che si fa male da solo, essendo un male anche per gli altri. Credo che un po’ tutti coloro che commettono crimini siano così. Scelgono e scelgono male. Infilandosi sempre più a fondo nel loro personaggio, senza riuscire a salvarlo. Solo che non sono in un romanzo, sono conficcati nella vita. Creare i personaggi è divertente in effetti. Forse l’aspetto più divertente dello scrivere un romanzo. Diventano tua compagnia per mesi e ti affezioni a loro, come se fossero degli amici, pensando che anche chi legge possa provare un pizzico dei tuoi stessi sentimenti. Quando il romanzo sarà online condividerò uno stralcio tratto da un capitolo. Penso che la scrittura abbia ritmi e lessico che possono essere percepiti anche solo da un brano. Quindi condividerne una parte è condividere questa esperienza, in modo da poter valutare se risulta congeniale alla lettura. Posso solo anticiparvi che l’ebook non supererà il costo di 5 euro. Il cartaceo non so ancora. Magari in un’altra occasione parlerò dell’esperienza con KDP.
I versi di quattro poesie, due haiku e un tanka della pittrice e poetessa Floriana Porta, dedicati a Emily Dickinson. I versi faranno parte della raccolta poetica “Nel giardino dei tuoi passi”, in corso di pubblicazione. Opere pittoriche di Floriana Porta.
POESIE
La polvere nelle stanze s’incrina al tramonto, si infila nei tuoi guanti e avanza come ogni ombra che non dura, come ogni dolore di cui non vuoi parlare.
Mettila tra le tue dita e replicane l’incanto.
Se tu davvero la guardi la polvere ti riconoscerà!
***
Lascia che la parola respiri tra steli recisi, cespugli di rose e stelle sconosciute.
Che crei un abisso incontenibile, inavvicinabile, sussurrando cose mai accadute.
Che si avvicini al silenzio e che canti tra le tue dita versi di enorme bellezza,
restituendo coraggio a ciò che non ha coraggio,
restituendo colore a ciò che non ha colore,
restituendo vita a ciò che non ha vita.
***
È da molto tempo che manca il tuo pane ancora caldo sul tavolo della cucina.
Sono assenti le tue vesti bianche, le tue mani ignote e i tuoi occhi beati.
Ma la tua poesia miracolosamente resta, si ripete.
Si riapre come una ferita di luce.
E ribolle tuttora come il magma di un vulcano spento che torna a ruggire a schiumare, ad accendersi.
***
Tu, girovaga dell’enigma, prosciughi questo diluvio con i tuoi sensi infuocati.
Solo il buio che sfugge corre il rischio di ferirsi.
In fondo, spezzarsi è morire in un balzo di versi.
HAIKU
tronchi segreti invocano bellezza – ronzii d’ape
***
iris sfioriti – il nettare del cielo è solo ombra
TANKA
oltre gli occhi il verso si fa sguardo scava l’estasi
Xul Solar occupa una posizione assolutamente unica nella storia dell’arte argentina e latinoamericana del XX secolo, perché la sua opera non può essere ridotta alla pittura in senso tradizionale. La sua produzione costituisce infatti un sistema complesso di pensiero visivo in cui immagine, linguaggio, misticismo e utopia si intrecciano in modo inseparabile, dando forma a un universo personale che sfugge a ogni classificazione canonica della storia dell’arte. Nato nel 1887 a San Fernando da una famiglia di origine europea, Xul Solar sviluppò fin da giovanissimo una sensibilità visiva fuori dal comune. La sua formazione iniziale in architettura lasciò un’impronta duratura sulla struttura delle sue composizioni, caratterizzate da un rigore organizzativo che coesiste con una totale libertà rispetto alla rappresentazione accademica. Il suo celebre viaggio in Europa e in Asia all’inizio del XX secolo fu determinante: entrò in contatto con le avanguardie artistiche e con diverse tradizioni spirituali ed esoteriche, esperienze che influenzarono profondamente la sua visione del mondo e della creazione artistica. Il ritorno a Buenos Aires segnò un ulteriore punto di svolta. L’incontro con il modernismo europeo, mediato soprattutto dalla figura di Paul Klee e dall’amicizia con Emilio Pettoruti, rafforzò la sua distanza dalla pittura tradizionale. Tuttavia, Xul Solar non si limitò a recepire le avanguardie: le rielaborò in un sistema personale, in cui ogni elemento pittorico assumeva un valore concettuale e simbolico. Le sue opere non sono rappresentazioni del reale, ma costruzioni mentali, diagrammi di realtà alternative in cui lo spazio si organizza secondo logiche interne, quasi musicali, basate sulle relazioni tra forme e segni. Il colore nella sua pittura non ha funzione naturalistica, ma spirituale ed emotiva. Le tonalità intense, pure e spesso prive di sfumature tradizionali generano una sensazione di sospensione temporale, come se le scene appartenessero non al mondo fisico ma a un piano mentale o astrale. In questo modo, la pittura diventa uno strumento di costruzione della realtà più che di sua rappresentazione, e lo spazio cromatico acquista una qualità vibratoria che suggerisce un universo in continua trasformazione. Uno degli aspetti più innovativi e rivoluzionari della sua opera è l’integrazione del linguaggio all’interno della struttura visiva. La creazione della Panlingua testimonia la sua ossessione per un linguaggio universale capace di superare le barriere culturali. Nei suoi dipinti, parole, segni e sistemi di scrittura non sono elementi decorativi, ma parti strutturali dell’immagine. In questo modo, il confine tra parola e immagine si dissolve completamente, e il quadro diventa uno spazio in cui il verbale e il visivo coesistono come dimensioni equivalenti di un unico sistema simbolico. Questa dimensione linguistica è strettamente legata al suo interesse per l’astrologia, la cabala e altre tradizioni esoteriche. Tali conoscenze non compaiono come riferimenti esterni, ma come strutture portanti del suo pensiero artistico. L’universo, nelle sue opere, si presenta come una rete di corrispondenze invisibili che l’artista cerca di rendere visibili attraverso forma, colore e segno. La pittura diventa così un mezzo di esplorazione spirituale e filosofica, più vicino alla meditazione o alla costruzione di un sistema conoscitivo che alla semplice rappresentazione estetica. Nonostante la complessità concettuale, molte sue opere conservano un’apparenza sorprendentemente semplice, talvolta quasi infantile o ludica. Questa ambiguità tra immediatezza visiva e profondità simbolica è una delle caratteristiche più affascinanti del suo linguaggio. Sotto superfici che possono ricordare mappe immaginarie o illustrazioni fiabesche si celano strutture dense di significato, in cui ogni elemento è inserito in una rete coerente di relazioni simboliche. La sua vicinanza a intellettuali come Jorge Luis Borges rafforza ulteriormente questa dimensione. Entrambi condividevano la fascinazione per i sistemi infiniti, i labirinti concettuali e l’invenzione di mondi possibili. Tuttavia, mentre Borges esplorava questi temi attraverso la letteratura, Xul Solar li traduceva in linguaggio visivo, costruendo universi pittorici che funzionano come equivalenti plastici di speculazioni filosofiche e metafisiche. Oltre alla pittura e alla creazione linguistica, Xul Solar si dedicò anche all’invenzione di sistemi ludici e simbolici come il Panajedrez, una versione ampliata e rielaborata degli scacchi tradizionali, arricchita da elementi astrologici e cosmici. Anche in questo caso, il gioco non era semplice intrattenimento, ma un modello dell’universo, in cui ogni pezzo rappresentava forze in movimento all’interno di un ordine superiore. La sua vita fu segnata da una forte indipendenza intellettuale. Pur frequentando ambienti colti e bohemien di Buenos Aires, non si legò mai stabilmente a scuole o movimenti artistici, preferendo sviluppare un sistema personale e coerente, lontano dalle mode e dalle correnti dominanti. Questa autonomia radicale contribuì a rendere la sua figura ancora più singolare e difficilmente classificabile. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tigre, dove morì nel 1963. La sua casa, oggi conservata come spazio museale, riflette perfettamente il suo universo interiore: un luogo pieno di simboli, studi linguistici, opere e materiali che testimoniano la fusione totale tra vita quotidiana e creazione artistica.
La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
La notte prende in segreto dai tuoi capelli dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda. Guarda, desidero soltanto le tue mani tra le mie e quiete e silenzio e in me profonda pace. Così la mia anima s’accresce e spezza in mille schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa: sul suo molo al chiarore dell’alba muoiono le prime onde dell’eternità.
È questo che porti arrotolato con cura, piegato in quattro, alla rinfusa sgualcito spiegazzato ficcato ovunque negli angoli più oscuri. Niente da dichiarare niente devi dire niente. Il doganiere non ti capirebbe. La memoria è sempre contrabbando.
Caspar David Friedrich
Poesia di Bartolo Cattafi “Niente” dalla raccolta “L’osso e l’anima“, 1963
“Devi fare cose nuove. Questo si è già visto. Se non cambi ogni anno esci dai giri”. A questo suggerimento, che spesso mi viene rivolto, rispondo con un fermo disappunto. Giorgio Morandi ha dipinto le stesse, poche cose per una vita intera, non muovendosi quasi mai dal proprio studio e dalla sua finestra. Come lui, molti altri hanno saputo creare e mantenere una poetica ed uno stile che, a dispetto delle mode, sono rimasti eloquenti e cristallini nel tempo. Ecco, io penso che un artista dovrebbe fare esattamente questo: restare sordo alle brezze leggere di gusti dettati da logiche commerciali e da valutazioni che poco hanno a che fare con un’idea seria di coerenza, di ricerca, di pensiero. Starsene isolati non si deve, ma nemmeno lasciarsi travolgere dal chiasso del mondo. Bisognerebbe piuttosto capire, come scrisse Baudelaire, che “la modernità è solo la metà dell’arte. L’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Immutabile che fa pensare a quanta polvere restava in attesa nello studio di Giorgio Morandi, e, sicuramente, non era trascuratezza, ma custodia. Morandi amava conservarla, come un velo sacro, un deposito silenzioso del tempo. Non la rimuoveva mai dagli oggetti, anzi: in quella patina leggera ritrovava la verità delle cose, la loro lenta sedimentazione nel mondo. Pensando a lui, rivedo quell’immagine potente: Morandi assorto, intento a osservare i suoi oggetti: bottiglie, vasi, scatolette, alcuni trovati, altri costruiti con pazienza. Ogni elemento era disposto sul tavolo da lavoro come su una scacchiera. Studiava la mossa, il minimo spostamento. Un cilindro ruotato, un’ombra che cade diversamente, e tutto si trasformava. La polvere rimaneva. Si posava come una luce opaca. Nessuna brillantezza, nessuna pretesa, solo materia, umiltà, silenzio. Per controllare la luce, Morandi aveva creato un sistema di tende nel suo studio di via Fondazza. Per lui tutto doveva essere calibrato, ridotto, essenziale. Amava la campagna, ma col tempo la sua pittura si ritirò verso l’interno. I paesaggi si fecero scorci del cortile. Il mondo esterno si restrinse, ma proprio così diventò infinito. Quanta polvere, dunque e in essa, Morandi trovava il respiro delle cose. Se vuoi rispettare quello che non comprendi, non soffiare! Lascia depositare il tempo sull’oggetto. Non soffiare! Perché in tutta quella polvere, c’è un pezzo d’anima, che cambia la forma e dona morbidezza alla proiezione delle ombre.
Oggi parlare di sostenibilità significa molto più che occuparsi di ambiente. La sostenibilità è diventata un paradigma complesso, che coinvolge la qualità delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro, la gestione delle risorse umane ed emotive, e la capacità di dare senso, forma e direzione ai processi collettivi. Se è vero che l’Agenda 2030 dell’ONU individua tre grandi dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – è altrettanto vero che le persone, ogni giorno, vivono questo concetto attraverso le proprie esperienze lavorative, i loro tempi, le energie e le relazioni. E in questo contesto, l’arte e la creatività possono agire come strumenti concreti di trasformazione, restituendo senso, visione e cura ai luoghi dove passiamo la gran parte della nostra vita. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’uso dei mattoncini LEGO, non come gioco, ma come strumento artistico e partecipativo, capace di dare forma a concetti complessi, facilitare la comunicazione nei gruppi e rafforzare la coesione. L’approccio LEGO® SERIOUS PLAY®, nato per facilitare l’innovazione nei contesti organizzativi, è diventato oggi una metodologia che unisce pensiero, ascolto, manualità e relazione in un processo che ha tutte le caratteristiche dell’arte partecipativa. L’arte, del resto, non è solo creazione estetica: è un linguaggio, un processo relazionale, una forma di ascolto profondo e condiviso. Quando viene applicata all’ambito lavorativo, l’arte non serve a decorare, ma a interrogare, a rendere visibile l’invisibile, a far emergere i bisogni silenziosi che spesso sfuggono alle dinamiche aziendali. L’uso dei LEGO in questo senso è emblematico: ciascun partecipante costruisce con le mani un modello tridimensionale che rappresenta una visione, un problema, un obiettivo. Le costruzioni diventano narrazioni, strumenti per condividere emozioni, per comprendere i punti di vista altrui, per dare forma – insieme – a un pensiero collettivo. È una pratica che rompe le gerarchie, facilita la partecipazione, valorizza ogni voce. In altre parole, è una pratica sostenibile. Nei luoghi di lavoro, ciò che spesso manca non è la competenza tecnica, ma la qualità della comunicazione. Le organizzazioni tendono a definire cosa bisogna fare e come, ma raramente si soffermano sul perché. Questo silenzio intorno al senso produce disconnessione, demotivazione, perdita di significato. Quando le persone non conoscono il perché delle loro azioni, smettono di sentirsi parte di un sistema e diventano meri esecutori. Questo alimenta un circolo vizioso fatto di turnover, stress, moving (forme di esclusione sottili e reiterate), e climi aziendali tossici. La sostenibilità sociale passa proprio da qui: dalla capacità di creare relazioni umane autentiche, ambienti di lavoro sani, basati su fiducia, ascolto e valorizzazione reciproca. La comunicazione diventa uno strumento di cura. Una parola riconoscente può trattenere una persona più di un aumento di stipendio; un feedback ben dato può trasformare un errore in un’occasione di crescita. È qui che entra in gioco il potere della facilitazione e dell’arte: usare strumenti come i LEGO non per giocare, ma per aprire spazi di dialogo, visualizzare problemi nascosti, costruire insieme soluzioni creative. Purtroppo, spesso a guidare le aziende sono ancora modelli autoritari, rigidi, gerarchici. Questi modelli possono garantire ordine, ma non generano coinvolgimento. Impongono, ma non ascoltano. Nella realtà complessa e fluida in cui viviamo oggi, questa rigidità diventa un ostacolo. Lo stesso vale per alcune leadership femminili, che – in ambienti maschili e competitivi – si sentono costrette a emulare i modelli maschili di potere: durezza, chiusura, mancanza di empatia. Quando una donna in posizione dirigenziale nega il valore della relazione, impone senza dialogare, esaspera la competizione tra colleghi, tradisce una grande opportunità: quella di proporre un modello nuovo, più sostenibile, basato sulla cura e sulla collaborazione. La vera sostenibilità in azienda non è fatta di strategie astratte, ma di gesti quotidiani, di scelte relazionali, di cultura organizzativa. Non si tratta solo di non sprecare energia elettrica, ma di non sprecare le energie psico-fisiche delle persone. Di rispettare il tempo – non come quantità, ma come qualità. Un’ora vissuta in un ambiente tossico pesa più di una giornata produttiva in un clima sereno. Se i problemi del lavoro non vengono affrontati, li si porta a casa, nel corpo, nel sonno, nella vita familiare. Questo genera catene di disagio che tolgono orientamento, energia e motivazione. Serve un nuovo equilibrio tra produttività e benessere. Un modello che tenga insieme etica ed estetica, come succede nell’arte: non basta fare cose giuste, serve anche che siano desiderabili, che abbiano senso, che siano vissute come belle. L’arte ci insegna proprio questo: ciò che emoziona, coinvolge. E ciò che coinvolge, rimane. In questo senso, la pratica partecipativa – come l’uso consapevole dei mattoncini LEGO – diventa un atto politico e culturale. Aiuta le persone a sentirsi parte di un processo, a riconoscersi come co-creatori di un futuro comune. Non si tratta solo di costruire modelli in scala: si tratta di costruire visioni, valori, direzioni condivise. In conclusione, cura e sostenibilità hanno la stessa anima. E l’arte può essere la forma che questa anima prende nel mondo. Portare arte, gioco serio, facilitazione e relazione nei luoghi di lavoro non è un lusso, ma una scelta necessaria se vogliamo ambienti che non consumino, ma rigenerino le persone. Se vogliamo che le nuove generazioni non solo sopravvivano al lavoro, ma lo vivano come spazio di crescita, appartenenza e senso. Perché – come ci insegnano i piccoli mattoncini colorati – anche con elementi semplici, se usati con immaginazione, si possono costruire mondi complessi, belli e sostenibili. Insieme.
Siegfried Sassoon nel “Prisma lirico” di oggi conVasilij Kandinskij
traduzione di Loredana Semantica
L’ira di ottobre muggendo spacca e devasta l’artiglieria di bronzo del bosco sotto attacco nel cui lamento sento una voce dolente per il fallimento della battaglia e per la faida che oltraggia gli uomini. Le loro vite sono come foglie sparse in stormi di rovina, disperse e gettate nella fornace che arde rossa verso occidente. Oh gioventù martirizzata e virilità sconvolta, il peso dei vostri torti è sulla mia testa.
October’s bellowing anger breakes and cleaves The bronzed battalions of the stricken wood In whose lament I hear a voice that grieves For battle’s fruitless harvest, and the feud Of outrage men. Their lives are like the leaves Scattered in flocks of ruin, tossed and blown Along the westering furnace flaring red. O martyred youth and manhood overthrown, The burden of your wrongs is on my head.
Vasilij Kandinskij
Poesia: Autunno di Siegfried Sassoon da “Counter-Attack and Other Poems“, 1918
Opere:
di Vasilij Kandinskij, Park of St Cloud-Autumn, 1906
Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi John Singer Sargent, Paul Klee,Vincent Van Gogh
77.
Tu pensi che, quando cresce il tuo male, si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare, si proibisca ai cani di latrare, i figli si incantino come sculture di sale.
Oh no, lascia perdere. Osserva la ghiandaia azzurra che ruba il tuo ultimo cucchiaino d’argento. Ferma lo sguardo sgomento sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica tutto il ghiaccio del mondo.
Paul Klee
Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Notizie dal diluvio”, 1969
Opere:
Barche di pescatori, John Singer Sargent, 1878
Paesaggio con uccelli gialli, Paul Klee, 1923
Caraffa e piatto con agrumi, Vincent Van Gogh, 1887
Sergej Aleksandrovič Esenin nel “Prisma lirico” di oggi con Claude Monet, Caspar David Friedrich, Giovanni Boldini
Eccola, questa sciocca felicità Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto! Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo Naviga silenzioso il tramonto.
Con le sue finestre bianche spalancate sull’orto! Sopra lo stagno, uguale a un cigno purpureo Naviga silenzioso il tramonto.
Salve, mia pozzanghera d’oro E voi betulle capovolte nell’acqua! Dal tetto una banda di cornacchie Canta i Vespri alle stelle.
Laggiù oltre i giardini Dove fiorisce la vitalba Una soave ragazza vestita di bianco Accenna delicate canzoni:
E il freddo notturno si distende sui campi Come una sottana celeste. O mia cara, mia sciocca felicità, Tenere e fresche guance di una volta!
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Caspar David Friedrich
Poesia: di Sergej Aleksandrovič Esenin (1895-1925)
opere:
“I quattro alberi”, Claude Monet, 1891
“Cigni nel canneto al tramonto”,Caspar David Friedrich, 1932
“Busto di giovane donna con nastro bianco tra i capelli”, Giovanni Boldini, 1912
Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi con Loredana Semantica
Questo oleandro già pronto a sfiorire mi svela che il mondo si sbriciola a guardarlo troppo. Meglio ignorare l’indifferente natura, la gelida, che puntarvi addosso lo sguardo come il malocchio. Ogni cosa è imbrattata di ciglia di estranei, e le nostre pupille curiose ne affrettano la muffa, lo sfarinìo di farfalla, il dissesto, il mesto giallore da Presto Giovanni insomma l’ingresso nel Buio Pesto. Lo sguardo denuda lo sfarzo mendace del creato, straccia gli involucri bagattellieri, e l’immagine non resiste alla nostra inquisizione oculare, ma il giuoco è reciproco, tu pure sei fragile e polvere, se ti osserva un oleandro.
ph. Loredana Semantica
Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Sinfonietta”, 1972
Salvatore Toma nel “Prisma lirico” di oggi con Joaquín Sorolla, Gustave Caillebotte, Egon Schiele
Vento leggero che parli con voci di foglie che apri i germogli e li fai trepidare nella primavera.
Vento che asciughi i panni, bianchi come visi di bambini, e a volte con dolcezza il sudore della fronte, fa che la mia morte sia liscia, serena come il tuo respiro.
Salvatore Toma
Gustave Caillebotte
Poesia: di Salvatore Toma dalla raccolta “Canzoniere della morte”, 1999
Opere:
“Passeggiata in riva al mare” Joaquín Sorolla, 1909
“Asciugatura del bucato, Petit Gennevilliers”, Gustave Caillebotte, 1888
Enzo Mandruzzato nel “Prisma lirico” di oggi con Agnolo Bronzino, Michelangelo Buonarroti, Albrecht Dürer
Una volta il poeta assomigliava al santo. V’immaginate un santo che dice “sono un santo”? un poeta che dice “noi poeti”? E’ una parola che non ha plurale. Tutt’al più, numerosi singolari. E i santi in sindacato, li pensate? Ed un santo premiato in un concorso con la targa, la coppa, la medaglia?
Certo, credeva in Dio, anche quando era ateo; piuttosto non credeva seriamente alla propria esistenza. Scriveva e dipingeva per averne coscienza. Non scriveva per vivere, ma viveva per scrivere. La vita -valori, ideologie e sentimenti- non erano che creta alle sue dita.
Il poeta era un cinico che somigliava a Dio .
Michelangelo Buonarroti
Poesia: di Enzo Mandruzzato, dalla raccolta “Ti perdono la morte”, 1985
Opere:
“Ritratto di Dante Alighieri”, Agnolo Bronzino, 1532
“La Creazione di Adamo”, Michelangelo Buonarroti, 1511
“Autoritratto con pelliccia”, Albrecht Dürer, 1500
Dino Buzzati nel “Prisma lirico” di oggi con Giovanni Boldini e Pierre Bonnard
Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse).
Dino Buzzati
Pierre Bonnard
Poesia: di Dino Buzzati dalla raccolta “In quel preciso momento” 1956
Opere:
“Ritratto di uomo in chiesa”, Giovanni Boldini, 1900
“La lettera”, Pierre Bonnard, 1906
“Natura morta con rose”, Giovanni Boldini, 1842-1931