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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Prosa poetica

“Il sogno” da “La casa che scrive” di Loredana Semantica

20 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in NarЯrativa, Novità editoriali, PROSA, Prosa poetica, Racconti

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giallo,, La casa che scrive,, Loredana Semantica, narrativa,

“La casa che scrive” è un giallo psicologico, opera prima di narrativa di Loredana Semantica. Attualmente è pubblicato in formato eBook su Amazon KDP a questo link. A breve avverrà la pubblicazione anche in formato cartaceo. Il libro è arricchito da circa 40 disegni e altrettante brevi poesie della stessa autrice.

Si riporta di seguito il capitolo “Il sogno”, tratto da “La casa che scrive”

Il sogno

Giorgio quella sera si addormentò profondamente pensando alla gita in montagna con Arianna.
La sua vita era in un momento particolarmente promettente. Nuovo lavoro, nuovi incontri, la speranza di stare sempre meglio nei suoi panni, nell’ambiente, ma soprattutto la prospettiva di costruire qualcosa che fosse più del provvisorio, del giorno per giorno. Una stabilità sentimentale che gli avrebbe permesso di poggiare le basi per crescere, evolversi, guardare al futuro con fiducia.
Giorgio non era per nulla un essere inquieto. Era come tutti qalla ricerca della felicità. E per felicità intendeva, stare bene con qualcuno, farsi una propria famiglia, avere dei figli, proseguire nel suo lavoro. Fare lo psicologo gli piaceva, l’aveva scelto come sviluppo coerente dei propri studi di scuola superiore e universitari. I suoi ideali erano davvero semplici, ma così difficili da realizzare. Trovare un’anima gemella che avesse i suoi stessi desideri non era per nulla facile. Aveva incontrato ragazze che mettevano al primo posto la propria libertà, altre che opponevano la carriera, altre ancora entrambe le cose e nessuna di queste aveva in animo di avere figli. La libertà di fare ciò che desideravano prendeva strade diverse dalle aspettative sociali del passato. Madri, mogli non erano modelli da imitare. Formare una famiglia, affrontare la maternità non erano obiettivi a cui votarsi. Qualcuno avrebbe giudicato le sue idee alquanto retrive, altri le avrebbero giudicate distorte dal risentimento per le delusioni subite. Alle considerazioni di tipo sociologico si sovrapponevano le obiezioni che faceva a sé stesso sui suoi stessi pensieri. Il viluppo cognitivo gli frullava in testa alle due di notte. A quell’ora improvvisamente s’era risvegliato, come se qualcuno l’avesse scosso. Aveva sbarrato gli occhi nel buio, in allerta con l’orecchio attento. Nessun rumore, solo silenzio. La sua mente s’era messa a vagare. Adesso perfettamente sveglio rimuginava senza potersi riaddormentare.
All’improvviso, in una sorta di inspiegabile lampo di memoria disconnesso dalle riflessioni del momento, gli tornò in mente il sogno che aveva appena fatto. Era un’immagine simile ai disegni lineari che elaborava Tullio nelle riunioni a Villa Elicriso, ma animata e raccapricciante. Il soggetto era cruento. Una testa mozzata con i capelli irti verso l’alto, tipica dei disegni di Tullio, e uno sfarfallio intorno. Il sogno era giunto assieme a delle frasi simili a versi, pronunciate da una voce indefinibile, che si riferivano alla scena. Una combinazione che riproduceva molto da vicino i binomi creativi proposti nelle riunioni del progetto Krugen.
Giorgio, accese la luce del comodino, prese un taccuino per appunti e riportò le parole del sogno.

Ognuno alla sua battaglia
un’epica colorata
di teste mozze e sfarfallii


Riportò anche l’immagine, il più fedelmente possibile, per quanto fosse in grado il suo modesto talento da disegnatore.
Lo fece in fretta, consapevole che il ricordo del sogno, la mattina successiva, si sarebbe dileguato, e anche perché, se non l’avesse fatto, avrebbe continuato a girare attorno a tutte le possibili interpretazioni della visione e delle parole.
Spense la luce e tentò di riprendere sonno. Girandosi e rigirandosi di nuovo nel letto. Non aveva più la testa, pensò, con sarcasmo evidente, per considerazioni esistenziali o critiche sull’evoluzione sociale.
I suoi sfoghi di pancia contro il deludente genere femminile s’erano arenati, ma, in conclusione, nemmeno riusciva a dormire. L’aveva sperato, una volta fissato su carta il contenuto del sogno, ma non fu così. Pensava e ripensava alla testa mozzata, allo sfarfallio, cercava di capire chi rappresentasse la figura decollata, cosa significassero le farfalle. Certamente il concetto era cruento, richiamava ghigliottine ed esecuzioni. Guerre, lotte, rivoluzioni. Un’evocazione epica di katane e spadoni medievali.
Poi si affacciò alla mente un’ipotesi allarmante e funesta, che una decapitazione potesse significare che si preparava un assassinio, uno sgozzare qualcuno, un’azione diretta a far fuori, realmente o metaforicamente, un rivale oppure poteva trattarsi di un incidente imminente come un presagio.
Aveva letto, una volta, di un terribile incidente domestico nel quale un pesante vetro di una finestra s’era improvvisamente rotto in mille pezzi, uno dei quali, abbastanza grande e affilato, era caduto su un giovane che si trovava affacciato al davanzale. Gli tagliò la testa di netto, in modo che non ci fu più nulla da fare.
Perso dietro a queste rievocazioni dal sapore orrido, Giorgio non poteva più addormentarsi e, come tutte le migliori insonnie, il suo tribolare andò avanti per ore. Si concluse la mattina all’alba, quando il cinguettare degli uccelli giunse alle sue orecchie.
Dapprima solo due passeri mattinieri che dialogavano tra loro, scambiandosi le notizie del giorno, man mano si aggiunsero altri canti e gorgheggi di piccoli piumati. Solo allora Giorgio, riverso di sghimbescio sul letto a testimonianza dell’agitazione che l’aveva abitato, si girò su un fianco, e, senza rendersene conto, cullato dal rasserenante cinguettio, finalmente s’addormentò. Erano le sei del mattino.
È curioso come l’insonnia si quieti spesso quando inizia l’alba. La luce che vince il buio reca in sé un qualche messaggio atavico sul cessare del pericolo e dell’allerta, rassicura sul mancato attacco notturno e sulla continuità dell’esistenza. L’ansia recede, il corpo si rilassa e si abbandona. Il subconscio percepisce che dopo le tenebre il sole sta sorgendo. La luce è la conferma che la vita, dopo la perdita di coscienza onirica, ricomincia ogni giorno, come una promessa di rinascita.
Il risveglio, com’era prevedibile, avvenne più tardi del previsto. Erano già le otto quando aprì gli occhi. Ben un’ora oltre le sette, orario in cui si svegliava solitamente.
Appena fu minimamente presente a sé stesso, si accorse che aveva nuovamente sognato, un’immagine e delle frasi. Le aveva nitide nella mente, come se le vedesse stampate, ma non aveva tempo di annotare nulla.
Saltò giù dal letto, si tolse il pigiama e andò a lavarsi in fretta. Tutte le operazioni di routine della sua preparazione si svolsero di corsa. Non voleva fare tardi e nemmeno rinunciare alla gustosa colazione al bar Alserio.
A Villa Elicriso giunse con qualche minuto di ritardo. Si recò nel suo studio, dopo aver salutato Carlo che, affidabile come una roccia, presidiava l’accettazione. Prese un foglio per appunti e tracciò rapidamente sul foglio l’immagine e le parole che al risveglio si erano presentate vivide e impressionanti alla sua memoria. Dopo averle trasferite sul foglio, osservandole, si rese conto che trasmettevano un senso di chiusura soffocante, un sentore di delirio o delitto, di trama e oppressione.
E rimase così per qualche minuto, a riflettere su un possibile significato, senza trovare il bandolo della matassa, tanto più che il bozzolo rappresentato era proprio una matassa, ma lui non riusciva a sbrogliarla. Si rendeva conto ancora di più, dopo quest’altro sogno, che si prospettavano eventi negativi. Una disgrazia, un lutto, qualcosa di infausto aleggiava su Lavigo.

Come una furia ritraggo il mondo
la crisalide morirà nel bozzolo
i pugnali saranno faville
tesseranno una bava di seta.

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Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

13 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Prosa poetica

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Campagne, Giancarlo Busso

 

da Campagne

Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.

 

Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.

 

Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.

 

Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?

 

da Contrade

La domenica in paese

Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte

 

I morti

Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.

 

Vestigia a me prossime e terrene

Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.

 

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTORE

Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.

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Dieci riots tardoletterari di Ivan Pozzoni con un commento di Enzo Bacca

13 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Prosa poetica

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Giorgio Bacca, Ivan Pozzoni, Riots

Paul Klee, Kettledrummer, 1940

Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.

Di seguito un file scaricabile contenente il commento di Enzo Bacca riportato qui sopra e dieci riots di Ivan Pozzoni

Limina mundi – Ivan PozzoniDownload

Biografia dell’autore

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

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Videopoesia “Benvenuti nel primo mondo”

06 lunedì Mag 2024

Posted by Deborah Mega in Prosa poetica, Video

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Benvenuti nel primo mondo, Gabriele Peritore, Luigi Filippo Peritore, Rough Max Pieri

 

Benvenuti nel primo mondo

Videopoesia

Testo: Gabriele Peritore

Musica: Rough Max Pieri

Video: Luigi Filippo Peritore (che attualmente frequenta la terza elementare) e Gabriele Peritore

Durata: 9 minuti

Testo: Un’analisi critica sul primo mondo, il mondo occidentale che siamo abituati a conoscere, strutturata sui toni del provocatorio, dell’assurdo, dell’ironia amara. Un racconto per immagini, scandite dalla voce, sul rapporto tra l’essenza umana e la realtà moderna in una metropoli, con tutti i suoi aspetti contraddittori, esposti in prima persona, vissuti sulla pelle. Con la potente sensazione di impossibilità nel cambiare le cose che non vanno, ma, al contempo, con la necessità impellente di invertire la rotta imposta. L’invito accorato e disperato a trovare una terza via.

Musica: Un vertiginoso giro di blues che sa perfettamente inserirsi tra le righe ed esaltare il testo, realizzato dal grande musicista Rough Max Pieri.

Video: Per quanto riguarda il filmato, si tratta di un vero e proprio video sperimentale, perché l’intenzione principale era coinvolgere dei bambini ma non volevo fare un video sui bambini, così ho pensato di realizzare il video di un bambino. Ho prestato il braccio adulto alla mente pensante di un bambino di sei anni. Mi sono fatto operatore di camera per veicolare la visione e la visuale, di mio figlio Luigi F., del suo modo di percepire e vivere la metropoli senza filtri e giudizi morali. In linea con la poesia, la protagonista è rimasta la città, vista, però, dall’altezza e con gli occhi di un bambino. Mi sono fatto guidare sui particolari che lo colpivano di più e poi ho cercato di dare un senso logico in sede di montaggio.

Gabriele Peritore

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA 

Farmacista, blogger, scrittore e poeta, Gabriele Peritore è nato ad Agrigento. Dopo anni importanti passati a Palermo, Foligno e Montefiascone, attualmente vive a Roma e collabora con la testata giornalistica online Magazzini Inesistenti, di cui è stato Caporedattore centrale dal 2016 al 2019.

È uno dei poeti protagonisti del documentario “Poeti” del regista Toni D’Angelo in concorso alla 66ima edizione del Festival del Cinema di Venezia 2009.

Nel 2010 una poesia tratta dalla silloge “A respiro trafitto” diretta dal video artista Quinto Ficari ha partecipato allo ZebraPoetry FilmFestival di Berlino, il più importante festival di videopoesia in Europa.

Ha curato, inoltre, la pubblicazione delle opere inedite di Luigi Filippo Peritore “Il fascino di un’isola e delle sue contraddizioni”, vincitore del premio “Libro dell’anno 2008, opera antologica” (Ca. Gi. Editore) e la monografia del pittore Giorgio Pirrotta (2009).

Nel 2010, insieme ai poeti amici Cony Ray e Marco Orlandi, ha dato vita al progetto “La Poesia È Reale” in collaborazione con il circuito delle biblioteche di Roma e a sostegno di Emergency.

Presente alla Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati in qualità di poeta per un progetto a favore dell’Aquila: L’orizzonte perduto e il dolore trattenuto.

Partecipa a Festival e Rassegne Letterarie, tra cui Più libri più liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria – Roma, 2012; Caffeina Festival, Viterbo, 2012 e 2013.

Presente in diverse antologie, ha pubblicato:

“L’isola confine” (romanzo, 2014, Edizione Libreria Croce)

“Vino e Venere” (romanzo, 2012, Edizioni Libreria Croce).

“Luigi Filippo Peritore, intellettuale agrigentino” (saggio monografico, 2008, Ca. Gi.

Editore).

“Io sono la vera vite”, simbologia e fitoterapia delle piante dei Vangeli (saggio, 2007,

Edizioni Libreria Croce).

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“Dalle memorie di un trafficante d’albe” di Giovanni Baldaccini

23 martedì Apr 2024

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Prosa poetica

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Emil Nolde, Giovanni Baldaccini

“Mare di sera in autunno”, Emil Nolde

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