
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)
Nella storia argentina, l’immigrazione italiana non è stata soltanto un fenomeno demografico o economico, ma una delle principali matrici della costruzione civile, culturale e politica del Paese. Studi storici e sociologici concordano nel riconoscere come l’apporto degli immigrati italiani abbia inciso in modo determinante sulla formazione delle istituzioni, del sistema educativo e dell’etica pubblica argentina tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Tra le figure che meglio incarnano questa eredità, Arturo Umberto Illia rappresenta un caso emblematico di come l’immigrazione possa tradursi in eccellenza intellettuale, rigore morale e servizio allo Stato.
Illia nacque il 4 agosto 1900 a Pergamino, nella provincia di Buenos Aires, figlio di immigrati italiani. Come molte famiglie arrivate dall’Italia, i suoi genitori portarono con sé un capitale invisibile ma decisivo: l’importanza dello studio, del lavoro e dell’impegno civico. Arturo si formò nelle scuole pubbliche di Pergamino e proseguì gli studi secondari come convittore al Collegio Pio IX di Buenos Aires, un percorso che riflette l’ascensore sociale tipico delle seconde generazioni di immigrati.
Nel 1918 iniziò a studiare medicina all’Università di Buenos Aires, una delle principali istituzioni accademiche del Paese, laureandosi nel 1927. L’anno successivo incontrò il presidente Hipólito Yrigoyen, che gli propose di mettere le sue competenze al servizio delle aree più periferiche dell’Argentina. Illia accettò e si stabilì a Cruz del Eje, in Córdoba, dove esercitò la professione medica con una dedizione tale da essere soprannominato “l’Apostolo dei poveri”. Qui maturò l’idea, profondamente radicata nella tradizione civica degli immigrati italiani, che la politica dovesse essere uno strumento per migliorare concretamente la vita delle persone.
Parallelamente all’attività medica, Illia intraprese una carriera politica che lo portò a essere senatore provinciale, vicegovernatore e deputato nazionale. Nel contesto turbolento dell’Argentina del secondo dopoguerra, segnato da colpi di Stato e dalla proscrizione del peronismo, Illia emerse come figura di equilibrio e legalità. Eletto presidente nel 1963 con un consenso limitato, dovuto al voto in bianco dei peronisti, fece una scelta che ancora oggi viene studiata nei manuali di scienza politica: legalizzare nuovamente il peronismo come primo atto di governo, riaffermando il principio della piena rappresentanza democratica.
Il suo governo, spesso sottovalutato nella narrazione dominante, fu in realtà uno dei più avanzati sul piano sociale ed economico dell’Argentina del Novecento. Illia rifondò YPF, rompendo contratti petroliferi considerati onerosi e lesivi dell’interesse nazionale; introdusse la legge sul salario minimo, vitale e mobile; approvò la legge sull’approvvigionamento e quella di tutela dell’allevamento; e soprattutto promulgò la Legge Oñativia sui medicinali, che impose un forte controllo dei prezzi e limitò la durata di brevetti e royalties, anticipando temi oggi centrali nel dibattito globale sulla sanità pubblica.
Particolarmente significativo fu l’investimento nell’istruzione: sotto la sua presidenza il bilancio per l’educazione raggiunse il 23% della spesa pubblica, il livello più alto nella storia argentina. Un dato che gli studiosi mettono in relazione diretta con l’eredità culturale dell’immigrazione europea, e italiana in particolare, che vedeva nella scuola e nell’università il principale strumento di emancipazione sociale.
Questa visione, però, entrò in rotta di collisione con i grandi interessi economici. La Società Rurale, l’Unione Industriale, settori della stampa monopolistica, la destra reazionaria e alti comandi militari si coalizzarono per destabilizzare il governo. Il 28 giugno 1966 Illia fu rovesciato da un colpo di Stato. Rimase nella Casa Rosada fino all’ultimo, accettando di lasciare il palazzo presidenziale solo per evitare vittime civili. Uscì senza auto ufficiale, salì su un taxi per tornare a casa a Martínez e non aveva nemmeno il denaro per pagare la corsa. Un’immagine che ancora oggi viene citata negli studi di etica pubblica come simbolo di integrità politica.
Illia non chiese mai una pensione da ex presidente. Morì il 18 gennaio 1983 a Córdoba, pochi mesi prima del ritorno definitivo della democrazia in Argentina. I suoi resti riposano nel Pantheon Radicale del cimitero della Recoleta. La sua storia conferma quanto evidenziato da numerose ricerche accademiche sulla migrazione italiana in America Latina: l’immigrazione non è solo forza lavoro, ma produzione di élite civili, di pensiero politico, di modelli di governo. In un’epoca in cui il dibattito sull’immigrazione è spesso dominato da paure e semplificazioni, la vicenda di Arturo Umberto Illia ricorda che l’incontro tra culture può generare leadership etiche e riforme durature. Non un’eccezione, ma una delle tante eccellenze nate dall’intreccio tra radici italiane e società argentina.