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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Loredana Semantica

Una poesia di Valdo Immovilli

05 mercoledì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Tag

Valdo Immovilli

immagine generata con IA

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra


Prima di tutto, mi arrendo.
Depongo tutte le mie potenti armi:
un vecchio fucile arrugginito,
un tirasassi quasi nuovo,
una pistola ad acqua
con la quale a suo tempo
ho vinto numerose battaglie.
Lascio tutto:
un piccolo cavallo di legno
e dieci soldatini.
Anche le unghie e i denti,
per evitare un ripensamento
all’ultimo istante.

Una manciata di foglie

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Corpi Narrati Voci Incise – Poesia, arte e musica per una cultura del rispetto

04 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Comunicati stampa, INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Sabato 8 novembre 2025, alle ore 17:00, presso i Portici Comunali “Paolo Di Pietro” di Priverno (LT), si terrà l’evento “Corpi narrati Voci incise”, un incontro ad ingresso libero e gratuito che unisce poesia, arte e musica per riflettere insieme sul tema della violenza di genere e sulla costruzione di relazioni sane e consapevoli. Nel corso della serata verrà presentato il libro di poesie “Di un’altra voce sarà la paura” di Yuleisy Cruz Lezcano, un’opera intensa che affronta il dolore e la rinascita attraverso la parola poetica. La relatrice dell’incontro sarà la pittrice e poetessa Ombretta Del Monte, che guiderà il dialogo sul potere dell’arte come strumento di elaborazione emotiva e di cambiamento personale e collettivo.

Durante la presentazione l’autrice del libro Dottoressa Yuleisy Cruz Lezcano parlerà anche di come riconoscere e gestire emozioni complesse come rabbia, colpa e vergogna, del valore delle relazioni equilibrate, della cultura del consenso e dell’importanza di una comunicazione positiva come base del rispetto reciproco. Ad arricchire l’atmosfera, interventi musicali a cura di Miriam, Clementina e Mario Di Giulio, che accompagneranno la serata con brani ispirati al tema dell’incontro.In occasione dell’evento sarà inaugurata la mostra pittorica di Giuseppe Zanda, le cui opere interpretano visivamente i temi della vulnerabilità, della forza e della rinascita femminile. La mostra sarà visitabile dall’8 al 16 novembre 2025 presso i Portici Comunali.“Corpi narrati Voci Incise” è un’iniziativa promossa con il patrocinio del Comune di Priverno e della Pro Loco Priverno APS, che confermano il proprio impegno nella promozione di una cultura del rispetto e della sensibilizzazione attraverso l’arte in tutte le sue forme.

L’evento rappresenta un invito aperto alla cittadinanza a partecipare, ascoltare e condividere un momento di crescita, empatia e consapevolezza.

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Miriam Bruni legge una poesia di Piera Badoni

30 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Addio

ti lascio la mia voglia di vivere

di amare

e di conoscere il mondo

forse sarei stata

una buona mamma

in una piccola casa

con un piccolo orto

ma il destino

mi ha lasciato

un giardino infinito

e mille strade

Piera Badoni

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Arte, sostenibilità e relazioni nel lavoro: costruire futuri possibili con le mani, le idee e il cuore

29 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

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Oggi parlare di sostenibilità significa molto più che occuparsi di ambiente. La sostenibilità è diventata un paradigma complesso, che coinvolge la qualità delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro, la gestione delle risorse umane ed emotive, e la capacità di dare senso, forma e direzione ai processi collettivi. Se è vero che l’Agenda 2030 dell’ONU individua tre grandi dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – è altrettanto vero che le persone, ogni giorno, vivono questo concetto attraverso le proprie esperienze lavorative, i loro tempi, le energie e le relazioni. E in questo contesto, l’arte e la creatività possono agire come strumenti concreti di trasformazione, restituendo senso, visione e cura ai luoghi dove passiamo la gran parte della nostra vita.
Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’uso dei mattoncini LEGO, non come gioco, ma come strumento artistico e partecipativo, capace di dare forma a concetti complessi, facilitare la comunicazione nei gruppi e rafforzare la coesione.
L’approccio LEGO® SERIOUS PLAY®, nato per facilitare l’innovazione nei contesti organizzativi, è diventato oggi una metodologia che unisce pensiero, ascolto, manualità e relazione in un processo che ha tutte le caratteristiche dell’arte partecipativa.
L’arte, del resto, non è solo creazione estetica: è un linguaggio, un processo relazionale, una forma di ascolto profondo e condiviso. Quando viene applicata all’ambito lavorativo, l’arte non serve a decorare, ma a interrogare, a rendere visibile l’invisibile, a far emergere i bisogni silenziosi che spesso sfuggono alle dinamiche aziendali. L’uso dei LEGO in questo senso è emblematico: ciascun partecipante costruisce con le mani un modello tridimensionale che rappresenta una visione, un problema, un obiettivo. Le costruzioni diventano narrazioni, strumenti per condividere emozioni, per comprendere i punti di vista altrui, per dare forma – insieme – a un pensiero collettivo. È una pratica che rompe le gerarchie, facilita la partecipazione, valorizza ogni voce. In altre parole, è una pratica sostenibile.
Nei luoghi di lavoro, ciò che spesso manca non è la competenza tecnica, ma la qualità della comunicazione. Le organizzazioni tendono a definire cosa bisogna fare e come, ma raramente si soffermano sul perché. Questo silenzio intorno al senso produce disconnessione, demotivazione, perdita di significato. Quando le persone non conoscono il perché delle loro azioni, smettono di sentirsi parte di un sistema e diventano meri esecutori. Questo alimenta un circolo vizioso fatto di turnover, stress, moving (forme di esclusione sottili e reiterate), e climi aziendali tossici.
La sostenibilità sociale passa proprio da qui: dalla capacità di creare relazioni umane autentiche, ambienti di lavoro sani, basati su fiducia, ascolto e valorizzazione reciproca. La comunicazione diventa uno strumento di cura. Una parola riconoscente può trattenere una persona più di un aumento di stipendio; un feedback ben dato può trasformare un errore in un’occasione di crescita. È qui che entra in gioco il potere della facilitazione e dell’arte: usare strumenti come i LEGO non per giocare, ma per aprire spazi di dialogo, visualizzare problemi nascosti, costruire insieme soluzioni creative.
Purtroppo, spesso a guidare le aziende sono ancora modelli autoritari, rigidi, gerarchici. Questi modelli possono garantire ordine, ma non generano coinvolgimento. Impongono, ma non ascoltano.
Nella realtà complessa e fluida in cui viviamo oggi, questa rigidità diventa un ostacolo. Lo stesso vale per alcune leadership femminili, che – in ambienti maschili e competitivi – si sentono costrette a emulare i modelli maschili di potere: durezza, chiusura, mancanza di empatia. Quando una donna in posizione dirigenziale nega il valore della relazione, impone senza dialogare, esaspera la competizione tra colleghi, tradisce una grande opportunità: quella di proporre un modello nuovo, più sostenibile, basato sulla cura e sulla collaborazione.
La vera sostenibilità in azienda non è fatta di strategie astratte, ma di gesti quotidiani, di scelte relazionali, di cultura organizzativa. Non si tratta solo di non sprecare energia elettrica, ma di non sprecare le energie psico-fisiche delle persone. Di rispettare il tempo – non come quantità, ma come qualità. Un’ora vissuta in un ambiente tossico pesa più di una giornata produttiva in un clima sereno. Se i problemi del lavoro non vengono affrontati, li si porta a casa, nel corpo, nel sonno, nella vita familiare. Questo genera catene di disagio che tolgono orientamento, energia e motivazione.
Serve un nuovo equilibrio tra produttività e benessere. Un modello che tenga insieme etica ed estetica, come succede nell’arte: non basta fare cose giuste, serve anche che siano desiderabili, che abbiano senso, che siano vissute come belle. L’arte ci insegna proprio questo: ciò che emoziona, coinvolge. E ciò che coinvolge, rimane. In questo senso, la pratica partecipativa – come l’uso consapevole dei mattoncini LEGO – diventa un atto politico e culturale. Aiuta le persone a sentirsi parte di un processo, a riconoscersi come co-creatori di un futuro comune. Non si tratta solo di costruire modelli in scala: si tratta di costruire visioni, valori, direzioni condivise.
In conclusione, cura e sostenibilità hanno la stessa anima. E l’arte può essere la forma che questa anima prende nel mondo. Portare arte, gioco serio, facilitazione e relazione nei luoghi di lavoro non è un lusso, ma una scelta necessaria se vogliamo ambienti che non consumino, ma rigenerino le persone. Se vogliamo che le nuove generazioni non solo sopravvivano al lavoro, ma lo vivano come spazio di crescita, appartenenza e senso.
Perché – come ci insegnano i piccoli mattoncini colorati – anche con elementi semplici, se usati con immaginazione, si possono costruire mondi complessi, belli e sostenibili. Insieme.

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Premi letterari italiani e il complesso di inferiorità culturale

23 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

≈ 1 Commento

Di Yuleisy Cruz Lezcano

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Immaginiamo un allenatore di nuoto, che deve preparare una squadra italiana a gare importanti. Gli atleti, a confronto con i loro coetanei stranieri, non brillano: le prestazioni non superano un modesto sei. L’allenatore, però, non può acquistare nuotatori da altri paesi ma deve fare con quello che ha. Così si mette al lavoro: rivede i metodi, ascolta, corregge, sostiene, allena senza sosta. Non aspetta il talento puro come un dono del cielo: lo costruisce, lo coltiva, lo inchioda giorno dopo giorno alla disciplina e al coraggio.
Ora immaginate un allenatore di calcio, che ha sottomano una squadra è mediocre, che non vince. La soluzione è semplice e rapida: si acquistano i migliori giocatori stranieri, si vince, si esulta. Le altre squadre seguono l’esempio. Tutto funziona, finché la nazionale non scende in campo ed è lì, con gli azzurri in campo e lo sguardo mondiale puntato addosso, che si svela l’effetto collaterale: dal 2014, l’Italia non riesce più a qualificarsi ai Mondiali. Perché? Perché non si è mai investito sui giovani italiani, perché è mancato l’allenatore disposto a sporcarsi le mani con il poco che c’era, a riconoscere anche in un sei il punto di partenza per un futuro dieci.
Ecco: lo stesso meccanismo sta erodendo l’editoria italiana. In molti premi letterari, soprattutto in ambito giovanile, il vincitore è spesso un autore straniero. Si premiano le eccellenze esterne, le punte già affilate, i testi già levigati da un sistema editoriale forte, internazionale, ben rodato. I giudici e i professionisti del settore si giustificano con un’argomentazione che suona così: “Gli autori italiani non sono abbastanza bravi” e questa è una diagnosi impietosa che, però, salta una domanda fondamentale: chi li ha allenati, questi autori italiani? Chi li ha selezionati, seguiti, spronati, corretti? Chi ha scelto di credere in loro anche quando si fermavano a un sei?
Come scrive Antonio Franchini in Leggere, possedere, vendere, bruciare, “la scrittura è un mercato. Non necessariamente un turpe mercato, ma un onesto, decoroso, sofferto mercato.” Ma la scrittura vera è, anche, e forse prima di tutto, un’urgenza sorda, un gesto privato, “una necessità istintiva, dolorosa, irriflessa”. E se questa necessità non incontra contesti capaci di accoglierla, sostenerla, renderla leggibile, allora si spegne. Allora il mercato, anche quello decoroso, diventa una macchina che scarta, più che selezionare.
Chi lavora nella formazione sa bene cosa significhi vedere un ragazzo o una ragazza arrivare in aula con uno “straccio di talento”, è fragile, impuro, sporco, ma è lì e ha bisogno di tempo, di fiducia, di errori e di confronto con standard raggiungibili, non con modelli perfetti provenienti da altrove.
Premiare costantemente libri stranieri nei premi nazionali significa, di fatto, dire ai giovani scrittori italiani: “non sarete mai abbastanza”. Ma chi educa alla scrittura sa che nessuno nasce già pronto e che il sei pieno, nel contesto italiano, è spesso già un piccolo miracolo.
Il problema, allora, non è che i premi esistano, è come vengono assegnati. Se il livello medio della produzione italiana è davvero un sei, allora i premi dovrebbero andare a chi raggiunge, con merito, quel sei, dovrebbero essere strumenti per elevare, non per escludere. Premiare significa riconoscere un percorso, non inseguire una perfezione assoluta. Se invece continuiamo a confrontare la scrittura italiana con quella proveniente da paesi che investono molto più di noi in formazione, lettura, accesso alla cultura e filiera editoriale, allora la frustrazione diventa sistemica. Nessuno distingue più la differenza tra chi parte da zero e chi ha fatto un buon cammino. Tutti finiscono nello stesso calderone dell’insufficienza e da lì, è quasi impossibile risalire.

A una giuria seria del romanzo norvegese scritto perfettamente, levigato come una statua scandinava, dovrebbe importare relativamente. Dovrebbe interessarsi molto di più del ragazzino siciliano, o veneto, o pugliese, che ha scritto un racconto pieno di buchi, ma con un’intuizione autentica, con una voce ancora da domare, perché lì, forse, c’è il seme di una letteratura futura.
Sempre che qualcuno si prenda la briga di innaffiarlo. Un premio nazionale assegnato a un autore straniero è una contraddizione. Il gesto, per quanto comprensibile in termini di qualità, ha un impatto educativo disastroso. L’autore straniero sorride, riceve la targa, e poi torna a casa. Noi, invece, qui in Italia, restiamo senza squadra, e continuiamo a ripeterci che nessuno dei nostri vale la pena.
La verità è che, come nel calcio, abbiamo preferito fare i procuratori piuttosto che gli allenatori, abbiamo importato talento senza costruirlo, abbiamo dimenticato che, per andare ai Mondiali, o per avere una letteratura nazionale vitale, serve sudore, dedizione, pazienza e che è meglio andare in campo con una squadra giovane, magari ancora acerba ma allenata con cura, che non andarci affatto.

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“Cucinare non è una cosa semplice” Un racconto di Loredana Semantica

22 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, PROSA

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Teresa già da trenta minuti parlava all’uditorio, diciotto persone iscritte al suo corso di cucina. Dopo le presentazioni dei partecipanti, aveva illustrato il modo in cui era nata l’idea del corso Cucina e tradizione, la struttura e lo sviluppo del corso, gli argomenti trattati, divisi tra mattina e pomeriggio, nelle tre giornate previste di formazione. I discenti erano tutti giovani, alcuni appena diplomati all’alberghiero, altri, gli uomini soprattutto, single desiderosi di apprendere come cucinare almeno qualche piatto elementare, uno appena separato dalla moglie, un altro appassionato di cucina, qualche moglie, fresca di nozze, che non aveva avuto mai occasione di imparare e diverse giovani donne che volevano maggiore conoscenza dell’argomento. Dopo mezz’ora di illustrazione del corso Teresa pensò bene di entrare nel vivo in modo letterario, proponendo la lettura di  un testo di Gedo Ghiglioli, famoso scrittore di romanzi. Sullo schermo proiettò la pagina dello stralcio scelto e chiarì – A questo punto leggiamo un brano tratto dal romanzo di Gedo Ghiglioli  Pietre di Sicilia, nel quale l’autore si sofferma con  minuzia a descrivere la preparazione del pranzo da parte di Irene, la protagonista del romanzo. Leggeremo a turno per non stancarci. Ognuno leggerà un paragrafo. Vi chiamerò per nome per proseguire la lettura, dal punto in cui il lettore precedente conclude il suo paragrafo.  Poi commenteremo il brano insieme. Tutto chiaro? – Con lo sguardo percorse l’aula per accertarsi che tutti avessero capito, poi proseguì – Andrea comincia a leggere-.

E Andrea iniziò

Irene cominciò la giornata pulendo le cime di rapa. Per Piero, suo marito, intendeva cucinare un primo con le verdure. Piero difficilmente esprimeva desideri, ma giusto il giorno prima glielo aveva chiesto – Domani mi piacerebbe mangiare qualcosa di buono, ma semplice, ecco una primo…una pasta con le verdure -. Il figlio di Irene, Giorgio, dal canto suo, seguiva una dieta dimagrante che il giovedì prevedeva pesce, patate bollite, insalata, spremuta d’arancia. Tutto rigorosamente pesato. Per quel giorno in menù c’erano tranci di merluzzo. Merluzzo che, lessato in brodino, sarebbe stato il secondo di Irene, di primo spaghetti spezzati nello stesso sughetto. Alle dieci del mattino le cime di rapa erano a bollire sul fuoco, mentre Irene lavorava in smart per la sua azienda. Dopo circa quindici minuti spense la fiamma e si concentrò sul lavoro. Più tardi, non appena il display dell’orologio sul personal segnò le 13,00, scattò l’ora dell’azione.

Andrea tacque e Teresa intervenne – Patrizia prosegui tu –

Irene si recò in cucina, con gesti rapidi e precisi, prelevò dal frigo una vaschetta con cinque pomodori e due piccoli peperoni, dal cesto degli ortaggi prese quattro spicchi d’aglio. Il merluzzo non era del tutto scongelato lo pose in un contenitore nel lavello sotto il debole getto d’acqua del rubinetto. I pomodori erano pochi, uno grosso, tondo, maturo e succoso e quattro datterini.  Servivano nella ricetta di ben tre pietanze quel giorno. Erano pochi, ma li avrebbe fatti bastare. I peperoni non erano nel menù, ma stavano perdendo freschezza, perciò decise di cucinarli, ché tagliati ad anelli e fritti in padella erano sempre accattivanti. Per i peperoni usò un padellino e lo mise sul fuoco col bruciatore piccolo. Dentro la padella poco olio, uno spicchio d’aglio, i peperoni tagliuzzati, coperti in modo che non friggessero selvaggiamente, ma con dolcezza. Nel frattempo su un altro fuoco più grande pose una padella media. A quel punto in un lampo d’intuizione si fermò. Si era resa conto che l’incastro perfetto dei tempi richiedeva che prima fosse infornato il merluzzo, la cui cottura richiedeva circa mezz’ora.

-Silvestro è il tuo turno-

Il merluzzo ormai era del tutto scongelato, prese una teglia, la rivestì di carta forno, e dentro versò a occhio un po’ d’olio, poi sminuzzò metà del grosso e succoso pomodoro, spezzettò a piccoli pezzi una cipolletta fresca, aggiunse due cucchiaiate di olive nostrane, scolate dell’olio di conserva, i tranci di merluzzo, l’immancabile pizzico di sale, spolveratina di pepe nero e infornò la teglia. Adesso Irene poteva tornare a gestire la padella media, non prima però di aver data un’occhiata ai peperoni sfrigolanti, ai quali dedicò una mescolatina e un assaggio per regolarli di sale. Finalmente poteva disporre della padella media, il solito giro d’olio a occhio, l’altro mezzo pomodoro succoso e due datterini a pezzetti, due spicchi d’aglio a filetti un pizzico di sale. L’insieme fu messo a rosolare, prima scoperto e poi coperto allo scopo di evitare che violente cotture prosciugassero i succhi. Al momento giusto prese le cime di rapa dalla pentola con una forchetta, tenendole sospese sul tegame per qualche secondo in modo che scolasse l’acqua di cottura, poi le accomodò nella padella. Con una forbice ridusse a tranci grossolani le cimette, avendo cura nel corso dell’operazione di sollevarle dal fondo della padella antiaderente, per non graffiarla.

-Leggi tu, per favore, Antonia-

Era giunto il momento di mettere a bollire l’acqua di bollitura delle verdure dove lessare la pasta.  Nel frattempo i peperoni avevano completato la cottura. Sul fornello piccolo, finalmente libero dai peperoni, Irene pose un pentolino, un poco d’olio, uno spicchio d’aglio a filetti, i due datterini residui, qualche foglia di prezzemolo. Fece rosolare appena i condimenti,  ben presto vi adagiò dentro i due tranci di merluzzo che rosolarono anch’essi, per non più di tre minuti, poi versò nel pentolino un bicchiere d’acqua  e, quando l’acqua giunse a ebollizione, cinquanta grammi di spaghetti spezzati. Intanto anche l’acqua delle cime di rapa bolliva, era l’ora di mettere dentro ottanta grammi di orecchiette per Piero. Il merluzzo al forno era quasi cotto, dieci minuti ancora. Nel frattempo Irene pesò  e lavò accuratamente quattro patate per circa 300 grammi complessivi. Per lessarle decise di usare la pentola a pressione. Erano quasi le quattordici. S’era fatto tardi.

-Vincenzo puoi proseguire-

Piero nel frattempo rincasò. Irene, dopo averlo salutato gli chiese – Vuoi la mollica abbrustolita sulla pasta con le cime di rapa? – Piero risposte di sì. Irene aveva previsto la sua risposta, ma non aveva voglia di cucinare ancora, eppure organizzò anche quest’ultima preparazione. Ma il fatto di farlo controvoglia fu l’occasione per una riflessione intima. Pensò tra sé e sé: cucinare non è semplice, diversamente da quanto crede la maggior parte della gente che non lo sa fare, cucinare è un’operazione complessa. Nel cucinare c’è sapienza, programmazione, pazienza, tempismo, organizzazione, rapidità, precisione. Occorre tenere tante cose sotto controllo, la cucina come una plancia di comando, il piano cottura un cruscotto. Bisogna essere efficienti, rapidi, competenti. Prevedere gli ingredienti necessari, combinarli in una sequenza ragionata. Compiere con sicurezza le operazioni in modo che tutto ciò che si cucina confluisca verso l’ora dell’apparecchiamento e del pranzo.

-Ludovica completa la lettura-

 La pasta nel pentolino col sughetto di merluzzo era cotta, Irene la versò nel piatto. Lasciò i tranci nel pentolino. Nel fornello piccolo, appena liberato, pose un altro padellino senza olio e tostò un paio di pugni di pangrattato. Quando il pangrattato fu dorato, lo accantonò con la forchetta verso i bordi del recipiente, creando uno spazio al centro del padellino dove versò dell’olio e tre filetti di acciuga. Una volta sciolti nell’olio, i filetti, a pochi secondi dalla fine della cottura, furono amalgamati al pangrattato. Irene spense la fiamma. Il pranzo era pronto. La tavola in pochi minuti fu apparecchiata. Incluse la spremuta d’arancia e l’insalata. Tutto in poco più di un’ora. Anche oggi Irene aveva compiuto l’opera. Un’opera di cura della sua famiglia, un impegno svolto con amore. Perché senza amore non viene bene niente, ma l’amore, come la cucina, non è una cosa semplice. E Irene questo l’aveva imparato da bambina.

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Miriam Bruni legge una poesia di Diego Valeri

21 martedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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Si cammina sul filo degli anni

da esperti funamboli.

È un difficile andare ma si va.

E intanto il mondo, attorno,

muta faccia e colore. Senza posa

ogni creata cosa

in poco d’ora ci diventa strana.

E con le cose ci mutiamo noi,

d’oggi in domani.

Solo sta fermo nel fondo di noi

quel nostro tempo primo,

l’infanzia, all’ombra della madre, sotto

il crocifisso piccolo di avorio.

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Diego Valeri, Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976, è stato un poeta, traduttore e accademico italiano. La sua formazione letteraria avviene attraverso Pascoli, dal quale acquisisce in gran parte il lessico, la sintassi e le forme metriche, il D’Annunzio dell’Alcyone, i crepuscolari e nella sua lirica si avvertono gli influssi di Verlaine e dei post-simbolisti. Il tema principale della poesia valeriana è la natura, una natura che vive autonomamente escludendo così qualsiasi elemento antropomorfico.

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“Al Ciadel”: la valle che plasma

15 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I nostri racconti, PROSA

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di Yuleisy Cruz Lezcano

Varallo ti prende, ti scuote, ti modella, ti lascia segni indelebili. Non importa da dove vieni, la valle ti entra dentro e, piano piano, ti fa diventare parte di lei. Marisa Pesenti lo sapeva bene. Non era nata in Valsesia, ma in una valle vicina, eppure la valle di Varallo l’aveva plasmata più di quanto lei avrebbe mai immaginato. Quando la incontrai, era una donna con i capelli corti, bianchi come la neve che ricopre le montagne d’inverno, ma con un’espressione che tradiva una gioia viva e autentica. Era una signora un po’ in carne, non obesa, ma con una presenza che riempiva la stanza. I suoi occhi scuri, lucidi, erano come finestre spalancate su un mondo fatto di fatica e di storie, di solitudine e di coraggio. Un volto segnato dalla vita ma capace di sorridere con leggerezza, come chi ha imparato a non prendersi troppo sul serio.
«La valle ti cambia, sai?» mi disse quasi subito, mentre sistemava alcuni oggetti sul tavolo davanti al suo negozio, quel “Al Ciadel” di cui andava tanto fiera. La porta del negozio era sempre aperta, come un invito silenzioso ad entrare, a perdersi tra mucchi di vestiti d’epoche diverse, oggetti curiosi, vecchi gioielli, e ogni sorta di piccoli tesori che raccontavano storie dimenticate. «Non importa se non sei nata qui. La valle ti entra dentro e ti trasforma. Io sono arrivata qui dieci anni fa, ma ormai sono una di loro.» Marisa aveva quella forza tranquilla delle donne che hanno conosciuto la durezza, che hanno dovuto costruire intorno a sé delle corazze invisibili. Mi raccontò di sua madre, una donna “fredda”, diceva, ma non nel senso di insensibile: era la freddezza di chi deve resistere, di chi ha imparato a non mostrare troppo, perché altrimenti la vita, qui in valle, ti travolge.
«Mia madre era così,» continuò, «come molte donne di queste montagne. La vita ti plasma, ti fa diventare dura. A dieci anni già facevano le inservienti nelle case delle famiglie ricche. Non c’era altro modo per sopravvivere.» Mi parlò di quel tempo con un misto di nostalgia e rassegnazione. La valle era dura, le giornate interminabili, il lavoro pesante e spesso solitario. Gli uomini partivano per cercare fortuna altrove, lasciando a casa le donne, che dovevano prendersi cura di tutto: della campagna, degli animali, dei figli. A volte portavano con sé anche le culle per non lasciare i bambini soli mentre lavoravano nei campi.
«La testa dura ce l’abbiamo per forza,» disse, sorridendo con un lampo negli occhi. «Altrimenti non saremmo arrivate a questo punto.»
Il negozio di Marisa,“Al Ciadel”, è una specie di santuario del passato e del presente, un luogo dove ogni oggetto racconta una storia, una vita. Vestiti di epoche diverse, oggetti d’antiquariato, gioielli fatti a mano — tutto disposto in un disordine che, però, pare avere un suo senso nascosto, come se ogni cosa sia al posto giusto nel caos. Un tavolo di legno rettangolare, davanti all’ingresso, è sempre pieno di ogni sorta di oggetti: vecchie borse, collane di granati, libri ingialliti, foulard, bottoni e scatole di latta — un pasticcio ordinato, appunto.

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«Guarda queste collane di granati,» mi mostrò, prendendone una e facendola brillare alla luce. «Le pietre rosse della valle. Le trovavano nelle discariche dei ghiacciai, quei ghiacciai che ancora oggi nascondono segreti.» Mentre parlava, era come se la valle parlasse attraverso di lei. Le sue parole dipingevano un quadro vivido di una terra aspra, fatta di fatiche e di piccole gioie, di un legame indissolubile con la montagna.
Fu allora che cominciò a raccontarmi della tradizione più preziosa che custodiva con orgoglio: il puncetto valsesiano. «Sai cos’è il puncetto?» mi chiese, con quel tono dolce e deciso che solo chi conosce una storia a fondo può avere. «È la nostra arte antichissima, la lavorazione con cui decoriamo le nostre camicie, la biancheria di casa, e ancora oggi i gioielli.»
Mi spiegò che le prime tracce di questa lavorazione risalgono addirittura al 1685, quando un atto notarile certificava la decorazione a “puncetto” di un grande fazzoletto bianco. «Il puncetto non è come l’uncinetto o il merletto,» continuò, «qui si usa solo un ago e del filo di cotone. Ogni punto, ogni nodo, è fatto a mano, uno dopo l’altro. La pazienza è il segreto: migliaia di piccoli nodi si uniscono per creare quei disegni preziosi, fatti di pieni e di vuoti, che sembrano piccoli cristalli di neve.»
Il nome stesso, puncetto, viene dal dialetto valsesiano, dove punc significa “punto”. E quei punti, combinati, danno vita a un pizzo così resistente che sembra un tessuto, capace di durare secoli. Marisa mi raccontò come i disegni fossero ispirati alla natura circostante: i cristalli di ghiaccio, i fiocchi di neve, le forme geometriche della montagna e dei boschi. Prima di iniziare a lavorare il filo, si disegnava lo schema su un foglio a quadretti, e poi, con infinita precisione, si annodava punto per punto. «Una volta,» mi disse con un sorriso, «questi pizzi decoravano i vestiti tradizionali, le camicie ricamate, la biancheria delle case. Quella tradizione, come tante altre in valle, non era solo un’arte, ma una vera e propria testimonianza di resistenza e identità. Era il modo con cui le donne di Varallo avevano narrato la loro storia, con le mani e con il filo, in mezzo a una vita di fatica e silenzi. Mentre lei parlava, provava alcuni foulard decorati, avvolgendoli con cura attorno al collo. In quel gesto semplice, il racconto prendeva forma e la storia di quelle donne si faceva palpabile.
«Varallo è chiusa,» mi confessò con un sospiro, «ma chi ci vive dentro, chi la conosce davvero, sa
che sotto questa scorza dura c’è un cuore grande. Basta voler vedere.»
Ricordo che il 28 giugno ero arrivata a Varallo con il cuore pieno di aspettative, venendo da Bologna in cerca di storie autentiche da raccontare. Non avevo idea di quanto quei giorni sarebbero stati importanti per me. Il 29 giugno tornai da lei, richiamata dalla forza delle sue parole e dalla profondità del suo sguardo. Sentivo che la sua voce portava in sé tutta la memoria della valle, il ricordo di chi aveva vissuto quella durezza, di chi l’aveva affrontata con coraggio e dignità.
Marisa era una di quelle persone che la valle aveva scelto, che la valle aveva formato come un artigiano plasma il legno grezzo. La sua fisiognomica, il modo in cui portava i capelli corti e bianchi, la pienezza del suo corpo non eccessiva ma sicura, e quell’espressione che alternava la gioia alla durezza, tutto parlava di una vita costruita a strati, con tenacia e amore. Ricordava come sua madre, con quella freddezza indispensabile, fosse riuscita a superare gli ostacoli di un’esistenza fatta di silenzi e sacrifici. Mi spiegò che la vita in valle imponeva un certo modo di essere: «Ti fa mettere delle corazze,» disse, «perché senza quelle, la vita qui ti spezza.»
Eppure, nonostante tutto, Marisa aveva scelto di restare, di costruire il suo piccolo regno in “Al Ciadel”. Ogni oggetto era un pezzo di storia, ogni vestito una testimonianza, ogni gioiello un ricordo antico. E così, tra i mucchi di vestiti, i foulard e i granati, tra le storie dei marmoristi partiti per Francia e Svizzera, tra i racconti di donne sole con i figli e con la fatica, si formava un tessuto vivo che narrava la Valsesia più vera, quella che non si legge sui libri ma si sente nel cuore.
Quando uscii da “Al Ciadel”, il sole era calato dietro le montagne, e le ombre della sera si allungavano sulle vie di Varallo. La contrada del burro, con gli ombrelli appesi a decorare la strada, sembrava un dipinto di una vita sospesa nel tempo. Sentii che avevo trovato qualcosa di prezioso, qualcosa che avrebbe accompagnato i miei passi da quel giorno in poi: la voce autentica di una valle che plasma, trasforma, resiste.

Il pegno delle donne della Valsesia

Nel volto di pietra, svelata all’alba,
la valle scolpisce rughe di ghiaccio,
donne di silenzio, come l’anima della terra,
che portano il cielo come un peso lieve.

Gli orecchini pendono, pendoli di tempo,
granati rossi, cuori di sangue cristallizzato,
fili d’oro basso, come vene d’antica speranza,
piccole lune di luce da staccare in disgrazia.

Quando il vento morde il respiro,
quando l’inverno inghiotte il pane e la voce,
le mani stanche, fragili e dure,
strappano un frammento di quel sogno lucente.

Lo vendono al banco dell’oro, pegno e promessa,
moneta di dolore, pegno di ritorno,
perché il cuore della valle non si spezza,
ma torna a brillare, più forte e più fiero.

Donne di granito, con occhi di vetro nero,
sognano nel silenzio un mondo che trema,
dove il puncetto è un fiocco di neve sospeso,
e il filo sottile intreccia coraggio e memoria.

Sono tempeste chiuse in un sorriso,
acqua gelida che scorre sotto la crosta,
e nella durezza, come un fuoco nascosto,
arde il segreto incantato della rinascita.

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Miriam Bruni legge una poesia di Adriano Sansa

14 martedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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ADRIANO SANSA

Rapidissimo il tempo ci ha raggiunti

mentre eravamo nel cavo del muro

al riparo dal vento. Tutto intorno

le foglie rivoltate degli ulivi

e sul crinale la luna incipiente.

Non siamo stati in guerra, da bambini

solo una volta abbiamo avuto fame:

il mondo è stato mite nel complesso

lasciandoci così solo alla morte.

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Prisma lirico 51: Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

09 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, POESIA, Prisma lirico, TRADUZIONI

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Tag

Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

Vasilij Kandinskij

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Siegfried Sassoon nel “Prisma lirico” di oggi con Vasilij Kandinskij

traduzione di Loredana Semantica

L’ira di ottobre muggendo spacca e devasta
l’artiglieria di bronzo del bosco sotto attacco
nel cui lamento sento una voce dolente
per il fallimento della battaglia e per la faida
che oltraggia gli uomini. Le loro vite sono come foglie
sparse in stormi di rovina, disperse e gettate
nella fornace che arde rossa verso occidente.
Oh gioventù martirizzata e virilità sconvolta,
il peso dei vostri torti è sulla mia testa.

October’s bellowing anger breakes and cleaves
The bronzed battalions of the stricken wood
In whose lament I hear a voice that grieves
For battle’s fruitless harvest, and the feud
Of outrage men. Their lives are like the leaves
Scattered in flocks of ruin, tossed and blown
Along the westering furnace flaring red.
O martyred youth and manhood overthrown,
The burden of your wrongs is on my head.

Vasilij Kandinskij

Poesia: Autunno di Siegfried Sassoon da “Counter-Attack and Other Poems“, 1918

Opere:

di Vasilij Kandinskij, Park of St Cloud-Autumn, 1906

di Vasilij Kandinskij, Improvvisazione 5, 1914

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Alfabetizzazione mediatica come missione

08 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

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Nel mondo digitale contemporaneo, il ruolo dell’attivista non può e non deve ridursi alla semplice produzione e diffusione di contenuti. In un ecosistema dell’informazione saturo, polarizzato e spesso manipolato, l’attivismo efficace richiede competenze ben più profonde e strutturate. L’attivista deve diventare un facilitatore di consapevolezza, un mediatore culturale e soprattutto un educatore civico,
capace di aiutare il pubblico a orientarsi in modo critico tra le infinite voci del web.
Il primo compito dell’attivista è promuovere l’alfabetizzazione mediatica. Questo significa impegno nello spiegare come funziona l’informazione. In partica deve aiutare nel comprendere i meccanismi della produzione giornalistica, delle fonti e dei formati, offrendo strumenti per la lettura critica. Tra i passi fondamentali che dovrebbe compiere è necessario insegnare a distinguere tra fatti, opinioni e manipolazioni. L’impegno richiede spesso di mettere il proprio ego o senso di utilità da parte per stimolare il pensiero indipendente, senza fornire risposte preconfezionate, ma cercando di costruire, insieme al pubblico, la capacità di giudizio autonomo. Questo lavoro non si esaurisce in un post virale o in un thread ben scritto, ma si concretizza in un percorso continuo di formazione e dialogo.
Uno dei compiti centrali dell’attivista è aiutare le persone a decodificare i contenuti digitali. Innanzitutto, bisogna decodificare le caratteristiche principali del contenuto, ponendosi delle domande: il contenuto è verificabile, è basato su dati, fonti tracciabili? Altri quesiti utili sono per esempio: chi l’ha scritto? È confermato da altri? Se si tratta di un’opinione personale o interpretativa, bisogna portare il pubblico a verificare se è argomentata, facendosi la semplice domanda “Su quali basi si fonda?”. L’attivista, infine, dovrebbe smascherare le manipolazioni, distorsione dei fatti, uso emotivo del linguaggio, fonti non affidabili e fare emergere se quanto viene comunicato ha l’unico scopo di suscitare reazioni, usando un tono allarmistico o divisivo.
Ci sono diversi strumenti digitali per la verifica dei contenuti e delle fonti e per smascherare fake news, bufale e narrazioni distorte. Tra i più utili troviamo i Fact-checking tools, siti come Facta, Pagella Politica, Snopes, Open; le estensioni per browser, ad esempio NewsGuard o Trusted News; le Reverse image search, fornite per esempio da Google Images o TinEye per verificare l’origine delle immagini. Questi strumenti devono essere coadiuvati al metodo principale che è la verifica delle fonti. Quindi è fondamentale analizzare chi è l’autore, che interessi ha, come finanzia il suo lavoro. Questi strumenti devono diventare parte integrante della “cassetta degli attrezzi” del cittadino informato, e l’attivista ha il compito di diffonderne la conoscenza.
Quindi, per essere un riferimento nel dibattito digitale, l’attivista deve costruire autorevolezza e credibilità nel tempo. Questo avviene attraverso un patto di trasparenza, in cui vengono dichiarate le fonti, le motivazioni, e anche eventuali errori. Per costruire un rapporto di fiducia il valore aggiunto va alla costanza e coerenza nel messaggio, nei valori, nel metodo. Inoltre, per aprire nuovi canali di comunicazione non è da meno l’ascolto attivo e il dialogo, che favorisce il confronto, anche con chi
ha opinioni diverse. Anticipare il pensiero degli altri non è un modo sano di comunicare. Molte persone sono abituate a una comunicazione difensiva, che crea malintesi e divisione, a volte senza volere; chi è portatore di idee di comunicazione sane, si trova in mezzo a discussione e accuse. Il web può portare anche a questo. L’atteggiamento dell’attivista però, deve essere sempre quello di evitare l’ipersemplificazione. Non è superfluo il tempo necessario, più o meno lungo, per spiegare.
Le semplificazioni possono creare una distorsione del messaggio.
Non si può negare il fatto che l’attivista digitale oggi è anche un educatore civico. Pertanto è fondamentale che non si limiti a “gridare la verità”, ma si impegni a creare le condizioni perché le persone possano riconoscerla da sé, aiutare a coltivare un pensiero critico, nutrito da dati, empatia e capacità argomentativa. Essere attivisti nell’era digitale richiede competenze comunicative ed etiche. L’attivismo autentico è quello che forma, non solo informa, che stimola, non solo persuade, che costruisce ponti, non solo trincee. In un tempo di infodemia e disinformazione, l’attivista che educa, è il vero agente di cambiamento.

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Una lettura di Loredana Semantica

07 martedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Giuseppe Ungaretti

Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

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Una lettura di Deborah Mega

02 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Nelly Sachs

Deborah Mega legge una poesia di Nelly Sachs

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022

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Una lettura di Maria Allo

01 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Adam Zagajewski

Maria Allo legge la poesia di Adam Zagajewski “6 luglio 1980”

Una grande potenza, lasciandosi guidare dalla cura
per la propria sicurezza, occupa
il paese vicino. Un milione di profughi, fra i
quali donne, bambini e anziani, si accampa
vicino alla frontiera della propria patria.
Gli uomini, armati di fucili
Ottocenteschi, vanno sulle montagne per combattere
Con l’invasore anelante sicurezza. Il presidente
Di un’altra grande potenza
Sorride con tristezza. Gli europei
per tre settimane febbrilmente
discutono lo sviluppo degli eventi. La gioventù
di sinistra tedesca protesta contro
gli armamenti e programma in caso di guerra
la creazione di piccoli, mobili reparti
di autodifesa, armati di fucili
ottocenteschi. Un direttore d’orchestra americano invita,
per gli ultimi giorni prima della fine del mondo,
ad ascoltare la musica di Beethoven. Un funzionario
di banca in pensione presenta in televisione
nastri magnetici con le registrazioni delle voci
dei morti. I morti non hanno molto da dire,
elencano i propri nomi, piangono
o ci salutano con urli
d’uccelli, brevi come un sospiro.
Tu e io siamo seduti davanti alla finestra aperta,
guardiamo le verdi scure figlie dell’acero, è domenica, piove, ridiamo
dell’onniscienza dei giornalisti e della vacuità
dei politici. Siamo impotenti
e sereni, ci sembra di capire
più degli altri.

Adam Zagajewski
Guarire dal silenzio – Nuovi versi e poesie scelte, Mondadori
a cura di Marco Bruni

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Una lettura di Antonella Pizzo

30 martedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

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Antonella Pizzo legge la poesia “C’è un qualcosa che scorna” dalla raccolta “Barracuda” di Loredana Semantica, Terra d’ulivi edizioni, 2024

C’è un qualcosa che scorna
sbattendo sui muri d’amianto
e nel sorriso insolente di chi
ha centrato il bersaglio c’è
la perdita dell’etica trame e tragedia
il luogo altolocato dei complotti
e ben prima di adesso
molto prima di qui
la perdita del sacro.

Brandisce le armi una guerra
cola scempio dovunque
conduce un assalto un affondo
nell’aria mitraglia
c’è un coltello che taglia
la violenza che grida
un mare per tomba
una bomba.

Piangete la domanda ora
e il messaggio piangete
le madri col velo sulla bocca
nere fosse negli occhi
formate un bavaglio e scalciate
fiorite di buono
abbiate stelle tra le mani
non più per l’uomo o la donna
lavorate il profondo
salvate la pelle
ai bambini.

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Contro ogni guerra

23 martedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, SINE LIMINE

≈ 9 commenti

Non possiamo opporci con la forza, ma possiamo farlo con forza. Dire cioè fermamente d’essere contro ogni guerra. Noi – come afferma la nostra Costituzione all’art. 11 – ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La scelta riguarda ogni conflitto, nessuna controversia può trovare soluzione attraverso la violenza, perché, come ci insegna la storia, la violenza genera odio e l’odio altra violenza, in una spirale perversa che annienta l’umanità, sparge morte, causa dolore, distruzione, sgomento, produce eventi raccapriccianti, dove si manifestano i peggiori comportamenti di cui l’ uomo è capace.

Per questi aspetti non è diversa da altre guerre quella che si combatte a Gaza, giungono immagini e notizie strazianti. Soprattutto quando a pagare il prezzo più alto sono gli esseri più deboli: donne e bambini. Probabilmente riconoscete l’immagine sottostante, fotogramma di un video , diffuso dal quotidiano La Repubblica, diventato simbolo della guerra in corso tra Israele e Palestina, che ben rappresenta il dramma dei bambini in fuga, sbandati, orfani, affamati.

L’opinione pubblica europea, impressionata dalle immagini e dai racconti provenienti dalle zone di guerra, organizza in questi giorni iniziative di pressione perché cessi il massacro della popolazione palestinese. Proprio ieri in varie piazze d’Italia si sono riuniti manifestanti contro la guerra a Gaza. Da giorni si muove in mare la Global Sumud Flotilla, costituita da gruppi di imbarcazioni che, partendo da vari porti europei, intendono di raggiungere Gaza per fornire sostegno e aiuti umanitari. E’ del 12 settembre scorso l’approvazione della risoluzione dell’ONU per una soluzione pacifica della questione palestinese con riconoscimento di due Stati.

Limina mundi è un blog letterario, eminentemente apolitico, ma non indifferente a ciò che accade nel mondo. Ecco perché dobbiamo in quest’occasione, ancora una volta, ribadire la nostra contrarietà ad ogni forma di violenza, alla guerra, alle ragioni imposte con le armi. Siamo uomini, abbiamo la parola, e con la parola si cercano soluzioni, la composizione dei contrapposti interessi. Col confronto si evita il conflitto.

Con la parola si esprime anche il dissenso. Per ribadirlo contro la guerra, anche collettivamente, l’invito di questo litblog, aperto a chiunque voglia partecipare, è a proporre alla casella e mail liminamundi@gmail.com brani, testi, spezzoni, versi, racconti ed altre analoghe espressioni per la pubblicazione su Limina mundi. Contro ogni guerra.

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Miriam Bruni legge Angelo Maria Ripellino

04 giovedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in Podcast, POESIA

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77.

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Angelo Maria Ripellino

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Settembre

01 lunedì Set 2025

Posted by Loredana Semantica in Poesie, RICORRENZE

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immagine generata da AI

Oggi è il 1° settembre e, come promesso, si conclude la pausa estiva e riprendono le attività di Limina mundi.

Auguriamo un buon rientro dalle ferie, un nuovo anno di scuola, di studio, di poesia e arte. Settembre, il mese appena iniziato, è quando finisce l’estate, svapora il caldo torrido, incombe l’inversione dei tempi, gli uccelli si preparano a migrare, il cielo s’annuvola e la natura respira nell’aria fresca di pioggia.

Ha il suo fascino settembre, come l’autunno che inugura, quando impera la malinconia, ma anche la dolcezza dei i frutti buoni che hanno dentro il sole dell’estate, è un periodo pervaso dalla calma serenità della consapevolezza che tutto scorre e il tempo matura. Settembre prende i suoi impegni solenni, dice che giungerà un’altra stagione rigida di freddo e neve e poi immancabile un’altra primavera di fiori e virgulti.

Lo salutiamo come merita, con una splendida poesia di Maria Luisa Spaziani.

S’imbroncia il tempo. Settembre fa il suo ingresso

come un pagliaccio triste fra i tamburi.

La rabbia tramontana morde e strappa

i pergolati delle uve.

Ma il fieno ci consola coi profumi

che nemmeno Chanel riesce ad imitare.

Sogno, violenza, voluttà segreta

ebbrezza, gioventù, bere, baciare.

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“Perché scrivo, se non scrivo meglio?” Fernando Pessoa

26 giovedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in I meandri della psiche, LETTERATURA

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Tag

Fernando Pessoa

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Tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

“Perché scrivo, se non scrivo meglio? Ma cosa ne sarebbe di me se non scrivessi ciò che riesco a scrivere per quanto nello scrivere io sia inferiore a me stesso? Sono un plebeo dell’aspirazione perché cerco di realizzare; non oso il silenzio, come chi teme una stanza buia. Sono come coloro che apprezzano più la medaglia che la fatica, e assaporano la gloria attraverso la pelliccia di ermellino.
Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come una droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe colte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe, lunghe foglie di alberi osceni che agitano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima.
Si, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare.”

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Prisma lirico 50: Angelo Maria Ripellino, John Singer Sargent, Paul Klee,Vincent Van Gogh

24 martedì Giu 2025

Posted by Loredana Semantica in Prisma lirico

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Tag

John Singer Sargent, Paul Klee, Prisma lirico 50: Angelo Maria Ripellino, Vincent van Gogh

John Singer Sargent

Angelo Maria Ripellino nel “Prisma lirico” di oggi John Singer Sargent, Paul Klee,Vincent Van Gogh

77.

Tu pensi che, quando cresce il tuo male,
si spengano i fuochi, le barche non prendano il mare,
si proibisca ai cani di latrare,
i figli si incantino come sculture di sale.

Oh no, lascia perdere. Osserva
la ghiandaia azzurra che ruba
il tuo ultimo cucchiaino d’argento.
Ferma lo sguardo sgomento
sull’estranea bellezza di questa caraffa in cui luccica
tutto il ghiaccio del mondo.

Paul Klee

Poesia: di Angelo Maria Ripellino da “Notizie dal diluvio”, 1969

Opere:

Barche di pescatori, John Singer Sargent, 1878

Paesaggio con uccelli gialli, Paul Klee, 1923

Caraffa e piatto con agrumi, Vincent Van Gogh, 1887

Vincent Van Gogh

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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