
I vostri figli non sono figli vostri…
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran
L’arte è una specie di impulso innato che cattura l’essere umano e lo trasforma nel suo stesso strumento. Per svolgere questo difficile compito gli è a volte necessario sacrificare la felicità e qualunque cosa che renda la vita degna di essere vissuta per l’uomo comune.
C .G. Jung
Romanzo lirico / iniziatico, quello della scrittrice Floriana Coppola, infaticabile costruttrice di edifici poetici. In questo romanzo forte e intenso, la parola è la vera protagonista, perché è la conquista di un accesso al mondo, di un riscatto doppio, sia sociale che femminile.
Marika è una bambina Rom che impara a leggere il mondo grazie a una madre che nella sua ambivalenza, esprime il conflitto tra sottomissione e ribellione, Marika, con una volontà eccezionale, come la volpe morde la zampa pur di fuggire dalla sua trappola, sottoscrive la seconda e imparando a leggere, scopre i significati del mondo trasformando il suo. Un mondo a cui togliere il male per restituire bellezza attraverso il suono, il canto, e la magia delle parole che tanto l’affascinano.
Il suo è un universo abitato nel dolore, nella violenza e nella bruttezza, ma in cui si evidenziano anche figure positive, come quella del saggio nonno Marek che le insegnerà la libertà attraverso la musica, da cui partirà il suo viaggio di non ritorno verso la sua personale forma di riscatto sociale; mentre la figura della nonna gitana che legge i tarocchi, nutre il suo immaginario e le dà profondità. Le immagini sono in questo caso delle frecce che indicano il destino, il gioco dei tarocchi è come una una educazione immaginativa che non è pura fantasticheria come insegna Hillman, ma un trarre fuori ciò che sta dentro, le nostre immagini infatti, ci abitano e ci prevengono e nostro compito è trarle fuori. Ciò significa passare dal livello narrativo a quello immaginale, dove nel registro narrativo il senso emerge solo alla fine, mentre in quello immaginale il senso è in ogni istante. I tarocchi quindi, sono immagini archetipiche che permettono di leggere la realtà in modo simbolico e la spingono fuori dalla realtà cruda e concreta di quel mondo pieno di rituali antichi e brutali, che la espongono nuda al freddo per lavarsi fuori dalla rulotte in tutte le stagioni, perché non bisogna contaminare l’interno, eppure Marika riesce a prendere il meglio di tutto e di tutti, come a volte accade a esseri speciali dotati di polvere magica che spargono su chi li circonda. Il discorso che attraversa il romanzo di Floriana è anche politico sociale, la denuncia di tutte le emarginazioni, ma coglie anche in modo sottile il potenziale valoriale di una cultura che si contrappone allo spreco consumistico della nostra società altrettanto violenta e inquinante, mentre riconosce a quella Rom il valore del recupero, del rammendo, tutto si aggiusta…I gagè buttavano tante cose ancora utili e loro le raccoglievano. Due operazioni complementari. Loro gettano e i rom riutilizzano.
Era una ricerca semplice silenziosa. Un continuo rimpallo di paragoni tra un modo di vivere futile, fatto di eccessi, effimero e vuoto e un mondo povero, essenziale, ma anche colorato, allegro e creativo. Anche il mondo femminile apparentemente ricco e libero, in realtà è come un burca creato dalla prigione della bellezza ad ogni costo, mentre l’altro sinceramente maschilista e gerarchico assume il valore dell’autenticità. In un continuo confronto tra il mondo rom e il mondo dei gagè si alternano e si rispecchiano il male e il bene, come quello dell’usuraio Pavol, sudicio e pappone che spaventa la piccola Marika e quello delle banche allo stesso modo usuraie travestite e autorizzate, o quello dello sfruttamento del lavoro. Ognuno aveva il suo inferno in terra, ovunque c’erano i vampiri, che succhiavano il sangue della povera gente. Dove a un Mangiafuoco Pavol non si contrappone più l’angelo Marek Geppetto che salva e perdona, e dalla pancia della balena non si esce vivi. Il padre infatti, divorato dal livore e dall’avidità, si trasforma in un lupo minaccioso, e non sarà mai più quello dell’infanzia. Era scomparso il padre ragazzo che giocava, che sorrideva. Il padre bambino con cui correva nel cortile, che la lanciava per aria, facendola ridere. In poco tempo era diventato un lupo, suo padre. Un lupo selvatico e ombroso. È con queste figure spaventose che lei attraverserà, come in una terra di mezzo senza protezioni, quel momento delicato della sua adolescenza, in cui non senza vergogna si vive la trasformazione del corpo, da neutro a sessuato a desiderabile da uomini cupi e bramosi, con il terrore di restare anche lei vittima dell’abuso che viene inferto alle donne.
“Sto sanguinando. Che cosa mi sta succedendo?
Marika, stai calma. Sei diventata donna. Ora devi stare più attenta a non strofinarti con i maschi se non vuoi rimanere incinta. Prendi questo e asciugati. Niente di grave. Dura tre giorni e poi passa.
Furono le parole della madre, secche e concise, sbrigative. Marika si andò a lavare. Sentì una strana sensazione di calore al basso ventre. Era una donna. Una donna di dodici anni, con i calzettoni stropicciati che scendevano alle caviglie, le scarpe da ginnastica, la tuta usata del fratello e ancora lo sterno con due accenni di olive come seni. Eppure sentiva di essere una femmina, per certi sguardi dei maschi sulla sua bocca carnosa, sul sedere piccolo e sodo. Quel lieve torrente rosso tra le gambe era una promessa di piacere, un’eredità nascosta di sofferenza, un marchio di genere. Ma lei non sentiva di appartenere a nessun genere. Era di passaggio anche nella pelle. Pelle di serpente, mutazione di farfalla, trasformazione primitiva della creatura senza nome.
Non toccare niente in questi tre giorni.
Cosa non devo toccare?
Ora : Lei sapeva il rischio di essere tra corpi prossimi.“
Attraverso le peripezie come in una fiaba, che in effetti incontriamo, l’autrice utilizza tutte le forme dell’universo simbolico per inoltrarci nello spazio interiore di Marika che scoprirà attraverso la fiaba di Pinocchio la possibilità di perdersi e anche quella di ritrovarsi specchiandosi nel suo Alter Ego biondo e dalla carnagione chiara, contrapposta alla sua capigliatura e pelle scura, che diventerà la sua Fata Turchina, quella che potremmo anche definire ideale dell’io, che le permetterà di affrancarsi da quel mondo che la schiaccia e imprigiona. Da lì verrà fuori portandosi il meglio, le permetterà infatti, l’unione dei mondi, non senza la sofferenza del tradimento. Si tratta di dire sì a sé stessi, come direbbe Jung, di porsi dinnanzi a sè stessi come il compito più grave. È questa infatti, la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare, la nostra individualità. Quest’arte del diventare sé stessi non è incoraggiata dal collettivo, volto al mantenimento dell’uniformità, mentre vede nella diversità l’incombere di una minaccia. Per amarsi bisogna tradire e acquisire la capacità di esser soli, questa la chiave di un appassionato racconto di amore ribelle verso la vita di chi con audacia sa prendere la sua parte.
Cinzia Caputo