
Siamo il raggio di un mondo
che cigola. Una lettera al posto
di un’altra che le somigli ma parli
un’altra lingua.
*
Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.
Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.
*
Dalla sezione ‘Urlo’
Ho visto le anime più belle della mia generazione
divenire squarci nel cielo, miracolosi
come la giustizia sociale,
come un bimbo che nasce senza piangere.
Ho visto i capolavori del creato farsi triturare le vertebre,
i crack delle loro ossa come inni rivoluzionari.
Da quelle fratture,
vanno le farfalle ad adagiarsi sul pelo dell’acqua,
dove restano;
insieme, le farfalle scrivono un manifesto,
un solo punto nel loro programma:
aspettare ventiquattrore,
poi chiacchiere da bar.
*
È ferragosto.
Là fuori danno fuoco a delle cose:
un amen e le mani vanno al centro
accolgono il gioco, i talismani e tutto
il resto. Qualcuno ha pianto per dare
sapore al riso freddo, altri si toccano i culi
e ridono di gusto e fumano a cerchio.
Dicono che là si scriva la storia o qualcosa
che le somiglia come una barzelletta, uno scherzo.
Con una mano sopra al cuore
dicono che una stella sia caduta là nel mare:
fa ridere che ora una stella conosca il mare
del piscio, dei liquami tossici e di ciò che resta
di chi ha fatto l’amore vicino alle boe e lì è venuto
per dare traccia di un orizzonte che è già altrove.
Qualcun altro a riva ha lo sguardo in alto
come un bambino che vede lontane le brioches:
spera che una stella si avvicini ai suoi piedi
e gli faccia il solletico.
Dalla sezione “Siamo tra amici”
*
Siamo il varco sulla lingua,
la fenditura del segno: ho i cani
nel cervello, la festa è cominciata.
Siamo tra amici: Mattia è come dire
c i o c c o l a t o, è un angelo bambinone
con le carie per le stelle, spelacchiato.
Dario è il detto popolare,
un giullare per le strade.
Bruno è l’un due tre del gesto,
è il vuoto nella maschera,
un modo di mangiare,
il movimento alla radice.
*
Se ne vanno di notte.
Fanno attenzione all’ultima borsa,
un gettone nella tasca
da comprarci una mappa
dai gatti con la botteguccia nel villaggio.
Compiamo un anno.
Forse è vero che siamo gli idioti da indicare,
quelli da farci le pernacchie, da fargli battere
le manine.
Forse è vero che il sole
è un supersantos che scotta.
Mi dici scappiamo, scappiamo
ma non puoi cambiare casa
se non hai qualcosa da portarci,
ma non puoi cambiare casa
se casa non l’hai avuta mai,
se l’occlusiva e la vocale
centrale restano incompiute
come la fricativa alveolare sorda
come il suono delle zanzare
che qui no non le abbiamo mai viste:
a casa non c’è più sangue da mangiare.
L’ultimo gettone nelle tasche
lo useremo per le giostre.
Dalla sezione “Los perros romànticos”
*
Un po’ di sale in giro
nella città che non conosci
ancora: è uno sguardo sbieco
che aspetti, e aspetti
chi ti dica il nome del mondo,
del mondo che viene,
che viene con un nome
che fa ridere
come il solletico alle ascelle.
In un giro largo noti
ciò che non c’è: ciò che non c’è
lo appunti su fogli bianchi bianchi,
è un punto, tu, è un punto
che tace, che capovolgi, che stringi
nelle tue cosce normali, e una faccia
niente male.
Marameo, dirai, marameo, dirò:
il vino lo bevi da un prezzo in su,
LA TUA COLLANA DI PERLE LA VENDERÒ
PER LA DROGA. Ascoltami, mi dici.
Ascolta ciò che non ti dico, ti dico
e ti dico: bagna il biscotto, sono il latte che bevi
al mattino, sono il sole che ti fa caldo,
il respiro dell’orgasmo – ora è un altro giorno.
C’è da piegare le lenzuola, fare il caffè,
studiare un po’. I tuoi occhi
nel portafoglio e un bacio sulla guancia
dato al compleanno, mi pare, tuo –
perché ho il vestito buono come a Capodanno.
Sei il regalo a mezzanotte e mezza,
l’orologio che scocca sempre un po’ più in là,
un po’ più in là – un po’ più in là
ti chiamerò per nome –
ti convoco qui – ora – ma qui e ora
e un po’ più in là
c’è il tuo nome e io non so dirti
e fa male come quando sbagliano i congiuntivi.
*
Portarti alla bocca
come il biscotto alla bocca del cane.
Lasciarti la spalla come cuccia.
Andremo a rubare la frutta
nei campi e scapperemo e scapperemo.
Forse, ci accopperanno. Ci troveranno
con le mani dolci e i polsi sui polsi.
Batto batti.
Siamo due segni diversi, due porte
di frontiera. Piangi e il nove si ribalta.
Una formula senza soluzione.
*
Ci mordicchiamo le code,
uno alla volta, ci annusiamo
il culo, capita di trovarsi la carne
sotto alle unghie.
Le nostre schiene ora
sono mappe del tesoro.
Hai sonno. Scaviamo una cuccia.
Dalla sezione “I miei cani (Fuffy, Max e Fanny)”
*
Non riesco più a dire niente di buono.
I cani nel mio cervello abbaiano
e risolvono.
*
Voglio un cervello
nuovo. Nell’altro
ci cacano i cani.
Testi tratti da Nicola Barbato, “I cani nel cervello”, Prefazione di Mattia Tarantino, Eretica edizioni, 2024.
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Nicola Barbato (Aversa, 1996) è laureato in filologia moderna all’Università di Napoli Federico II. Attore e drammaturgo, fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia e del collettivo Diverbio. È stato finalista nazionale del campionato di Poetry Slam (LIPS) per due anni consecutivi (2023-2024). Alcuni suoi versi sono apparsi su riviste italiane e internazionali.