
Il racconto Giorno d’esame, scritto da Henry Slesar nel 1958, è stato lo spunto per la fiction Ai confini della realtà, serie televisiva che ha avuto uno straordinario successo negli anni Sessanta e che è ancora considerata un cult movie per gli amanti del genere per la presenza di situazioni perturbanti, al limite tra il verosimile e l’inverosimile. Con grande capacità di sintesi ed efficacia, Slesar, che partecipò alla sceneggiatura del telefilm, presenta l’ambiente, i personaggi, la trama, improntata al meccanismo della suspense. La vicenda è ambientata in un futuro indefinito, in cui gli uomini devono rispettare le direttive di un governo autoritario e repressivo che condiziona e orienta la vita e le scelte dei cittadini. All’inizio del racconto entrano in scena i personaggi, una coppia di genitori e il figlio Dickie, che sta festeggiando il suo dodicesimo compleanno. Emerge subito un senso di attesa per l’esame che il figlio dovrà sostenere a breve: si tratta di un test di intelligenza a cui il governo sottopone tutti i ragazzi al compimento del dodicesimo anno d’età. Il test è considerato infallibile perché i ragazzi devono ingerire un siero che induce a dire la verità. L’evento centrale del racconto e cioè l’esame, giunge dopo un’ellissi temporale (il lunedì seguente); il ragazzo viene accompagnato dal padre al palazzo governativo in cui si aggirano personaggi impersonali e freddi in cui è scomparsa qualsiasi traccia di umanità. La sequenza in cui viene raccontata la fase preparatoria del test contribuisce ad aumentare il senso di attesa nel lettore; la spannung raggiunge il culmine quando i genitori ricevono la telefonata che annuncia in tono formale l’esito dell’esame con il suo scioglimento luttuoso e catastrofico. Un alto quoziente intellettivo è considerato un reato; per questo motivo un elaboratore elettronico determina quali ragazzi annientare. Il governo di questa società supertecnologica in cui si vive senza nemmeno azzardarsi a pensare, infatti, stermina le potenziali menti pensanti, capaci di ragionare autonomamente, per controllare qualsiasi forma di ribellione contro il potere.
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I Jordan non parlarono mai dell’esame, o almeno non ne parlarono fino al giorno in cui Dickie compì dodici anni. Fu solo quella mattina che la signora Jordan accennò per la prima volta all’esame in presenza del figlio, e il suo tono angustiato provocò una risposta secca del marito.
-Non ci pensare ora- disse bruscamente. -Se la caverà benissimo-.
Stavano facendo colazione, e il ragazzo alzò la testa dal piatto, incuriosito. Era un ragazzetto dallo sguardo sveglio, con capelli ricci e modi vivaci. Non capì il motivo dell’improvvisa tensione che si era creata nella stanza, ma sapeva che era il giorno del suo compleanno e desiderava che tutto andasse bene. Da qualche parte nel piccolo appartamento erano nascosti dei pacchetti infiocchettati che aspettavano di essere aperti, e nella minuscola cucina retrattile qualcosa di molto appetitoso stava cuocendo nel forno automatico. Lui voleva che quel giorno fosse felice, e il velo umido che aveva appannato gli occhi di sua madre, l’espressione torva sul volto di suo padre, minacciavano ora di guastargli la festa.
- Quale esame?- chiese. La madre guardò l’orologio sul tavolo.
-E’ solo una specie di test d’intelligenza che il governo fa fare a tutti i bambini all’età di dodici anni. Tu dovrai sostenerlo la prossima settimana. Non c’è nulla di cui preoccuparsi.-
-Vuoi dire un test come quelli di scuola?-
-Qualcosa del genere -, disse il padre alzandosi di scatto.
-Vai a leggerti un giornalino, Dickie-.
Il ragazzo si alzò e si diresse svogliatamente verso l’angolo del soggiorno che era sempre stato il suo angolo, fin da piccolo. Sfogliò per qualche istante un giornalino a fumetti, ma le sue strisce a colori vivaci non sembrarono divertirlo. Andò alla finestra e restò a guardare malinconicamente il velo di vapore che appannava i vetri. « Perché deve piovere proprio oggi? si disse. Perché non può piovere domani?» Il padre, ora sprofondato in poltrona con il giornale governativo tra le mani, spiegazzò rumorosamente i fogli, irritato. -Perché piove, ecco perché. La pioggia fa crescere l’erba.-
– Perché, papà?-
- Perché sì, che domande-.
Dickie corrugò la fronte. -Ma che cosa la rende verde, poi? L’erba, voglio dire.-
-Nessuno lo sa-, tagliò corto il padre, pentendosi immediatamente per la sua asprezza. Poi, a poco a poco, quel giorno tornò il giorno del suo compleanno. La madre sorrideva con tenerezza quando entrò con i pacchetti gaiamente colorati, e persino il padre rimediò un sorriso e gli scompigliò i capelli. Dickie baciò la mamma e strinse gravemente la mano al padre. Venne servita la torta di compleanno, e la festa finì. Un’ora dopo, seduto accanto alla finestra, guardava il sole che si faceva strada tra le nuvole. -Papà,- chiese,- quant’è lontano il sole?-
-Diecimila chilometri-, rispose il padre.