
È immobile
La polvere si è accumulata.
Una mano sottomessa all’osso
e alle intemperie. Non farmi
male se vieni ad amarmi
stanotte.
Quello sfumare di colori
nel rettangolo di cielo
alla finestra. Il rosso
vicino quanto la stella.
Ma se davvero, come dici,
il pesco fiorisce nei
tuoi inverni, allora
penetrami più forte che puoi.
La notte d’antenne.
*
Sono fumose identità
Era ancora un’identità fumosa.
La pelle per esempio: scaglie
verdi, lucertole. Il genoma,
questa puttana perseverante
(sui marciapiedi di quale
cellula?)
Mai avrebbe smesso. Ma io
t’amo King Kong. Sconoscenza
altrettanto brutale del
pendolo galileiano.
Vieni con la narice dilatata.
Come un altro verbo in codice
tra il grattacielo e
l’elettrocardiogramma.
Ma io t’amo. Tu m’ami.
Mi baci, mi penetri,
penetro in te. Antimateria
ancora più violenta del corpo.
Come l’angelo coprofago
che rincorre la sintesi.
*
Ero la superficie ai tocchi
della pioggia fine. Dal campo
una scorza s’apriva di ciliegi.
Scendo, salgo gradini. Dappertutto
braccia ad accogliermi.
La fibra muscolare non risentirà
dei secoli trascorsi. Trascorreremo,
ultimo arrivederci che solo il
buio può serrare. Antico Zarathustra
che riverberi teschi ai commensali.
Da qui si godono i colori della
notte; distesi nelle notti d’estate.
*
Esso, compreso come un filo
tra il letto e il gradino,
campione che assomma e sottrae.
Di tutti, le genti, quelli della realtà.
Esso è solo il meccanismo
ma quelli stanno oltre. Perciò
sulle lenzuola sfasato,
quella sua dicotomia tra il letto
e i gradini. L’immobilità, il salire.
Quali gradini e quale disposizione dei nessi
mentre dall’opale entrava ciò che del treno
è vittima perenne. Così l’attesa sua
era di un a priori inconsolabile. Esso da vecchio
non potendo trovare porte a cui bussare
con mani avvinte ai mari, in dispersione,
equilibrio timoroso di vedersi.
Con quale rudezza il ricordo di un verso
si era palesato in passato: acqua i miei
giorni, rapida dispersione del volto,
di me tutto. Ora invece questo
gravitare per cariche minuscole,
energia che svena proprie sospensioni.
*
Tutta l’infanzia gli ho visto
allungarsi le dita e poi spiato
in vetrine dove avrei potuto
comprare il mio odio: l’altro
che mi rende così orribile e
ripugnante l’idea della sua vita.
L’ho potuto ascoltare da tutte
le bocche della storia, dalle pazzie
più squallide etichettate da
medium gnostici e dall’amore per
ciò. Non lo sopporto
qui, autovedendomi. In questo
ascolto che dice, bruciato tra
squarci e falde. Se mi si togliesse
questo gravitare sulla superficie.
Poiché da me stesso già compio tutte
le ondulazioni. Avresti detto con un corpo.
*
Ha sempre un limite poi
l’aria nei suoi movimenti.
L’ho lasciato seduto al centro
della stanza, la tua spalla
passò leggerissima e scomparve.
Guardavo la finestra che
presupponeva altre nascite.
Temevo che un improvviso
bussare alla porta
venisse a frantumare
il posto trovato dalle cose.
*
A tempo il caldo preparerà
argomenti su cui sedermi.
Farà spuntare quante cose
libri, perdite. Proclamo
la mia estraneità
dal momento che mi vedo
coinvolto, tutto. Dico
che da questa parte, solo
considerando. Se alzano il velo
il primo che guarda annienta l’altro.
Testi tratti da Gino Scartaghiande, “Sonetti d’amore per King-Kong”, Graphe.it Edizioni, 2023.