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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: Novità editoriali

Decisi per la gioia Antonella Pizzo – Analisi Tematica di Cristina Patanè

30 martedì Giu 2026

Posted by Antonella Pizzo in Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali, POESIA

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https://liminamundi.com/2026/05/06/una-poesia-da-decisi-per-la-gioia-di-antonella-pizzo-anterem-edizioni-2026/

Analisi Tematica della Poesia: Memoria, Morte, Natura e la Scelta della Gioia di Cristina Patanè

La poesia offre un ricco intreccio di immagini e riflessioni che ruotano attorno a quattro tematiche principali: la memoria, la morte, la natura (in particolare il mare e i venti) e la scelta consapevole della gioia. Queste tematiche non sono isolate, ma si fondono in un filo conduttore che esplora la condizione umana e il suo dialogo con il tempo, la natura e il senso della vita.

La memoria emerge come una presenza viva e fragile, richiamata attraverso immagini di ricordi e saluti:

  • La nave che torna all’orizzonte “come un’eco e un riverbero” rappresenta il ritorno intermittente del passato nella coscienza presente.
  • I “saluti dimenticati” e il “biglietto scordato” richiamano episodi o persone lontane nel tempo ma ancora capaci di lasciare un segno, nonostante l’oblio.
  • La poesia coglie la memoria come un fenomeno discontinuo, segnato da echi e rivoli che tornano di tanto in tanto per farsi sentire, ma mai del tutto chiari o intatti.

La morte non è declinata come fine assoluto, ma piuttosto come trasformazione e ritorno alla natura:

  • Le “ossa disciolte” e “ricomposte in altre forme” evocano un ciclo naturale in cui ciò che muore si trasforma in elementi della natura come conchiglie e spirali, simboli di rinascita e continuità.
  • La morte, quindi, si collega a un processo di rigenerazione, conferendo un senso di pace e accettazione.

La natura appare come sfondo potente e dinamico, ma anche come elemento vivo e partecipante all’esistenza umana:

  • Il mare è presente con immagini suggestive di onde, spuma, correnti ascendenti e discendenti, simbolo di movimento, cambiamento e forza vitale.
  • I venti (scirocco, libeccio, tramontana) rappresentano forze contrastanti e mutevoli che influenzano il clima e, metaforicamente, lo stato dell’animo e il fluire del tempo.
  • Gli animali (pipistrello, assiolo) e la flora (palme, ulivo, uve) creano un ambiente vivo che intreccia i temi di natura e vita quotidiana, indicando una connessione profonda con la terra e il ciclo stagionale.
  • La specificazione geografica della “costa iblea” e la presenza dell’”Africa savana” evocano un senso di luogo e distanza, ampliando il respiro del testo.

La Scelta Consapevole della Gioia

Al centro della poesia si trova una decisione esplicita a favore della vita e della gioia, nonostante le difficoltà e consapevoli del tempo che passa:

  • Il verso “E noi che ci siamo già decisi per la gioia” indica la volontà attiva di abbracciare la felicità come una scelta esistenziale.
  • Segue il gesto di chiudere le finestre, stringersi come complici e “tornare a dormire sopra l’albero di ulivo” in un’immagine rassicurante e mitica, che richiama la tradizione e la radice culturale (l’”albero di Odisseo”).
  • La consapevolezza dei cambiamenti climatici e stagionali, come l’arrivo dell’autunno e delle intemperie, non spaventa: la gioia si esercita nel momento presente, prima che il freddo e la tempesta mettano alla prova.
  • Si tratta di una scelta di resistenza e di rinnovamento, di accoglienza attiva della vita nel suo fluire naturale e imprevedibile.

Il testo costruisce un percorso in cui la memoria del passato e la realtà della morte si integrano con la potenza viva della natura, suggerendo che la vita è un continuo fluire tra ricordo e trasformazione. La presenza costante del mare e dei venti intensifica il senso di un ciclo naturale e universale. Fra queste forze in gioco, l’essere umano compie una scelta fondamentale: quella della gioia, intesa come un atto consapevole di vita, di libertà e di speranza.
In definitiva, la poesia sembra invitare a riconoscere il valore della memoria e della natura come maestri che accompagnano la nostra esistenza, mentre si decide di abbracciare con coraggio e pienezza il dono della vita, anche quando tutto pare precario o effimero.

Odisseo come simbolo di stabilità e ritorno

Nella poesia, la presenza di Odisseo rappresenta la stabilità, la radice e la scelta consapevole. Odisseo, celebre per il suo lungo viaggio e per l’ingegno con cui affronta prove e difficoltà, diventa simbolo di chi ha compiuto un percorso fatto di sfide ma sa ritornare a casa, a un luogo certo e duraturo.

Il letto intagliato nell’albero di ulivo è emblematico di questa stabilità. L’ulivo, albero secolare e profondamente radicato nella cultura mediterranea, rappresenta la forza delle radici, la permanenza e la resistenza al tempo e agli eventi. Il letto, oggetto dell’intimità e del riposo, intagliato nel tronco di questo albero, aggiunge una dimensione di armonia tra natura e uomo, fra continuità e cura.

Il letto di Odisseo: simbolo di radice e appartenenza

Il letto intagliato nell’albero di ulivo simboleggia una solidità che si fonda sulla natura stessa, una casa che nasce dal cuore della terra e segna forte appartenenza e legame con la propria terra d’origine. Non è una dimora fragile o temporanea; è un segno tangibile di stabilità, costruita in modo naturale, quasi sacro.

Questo elemento richiama la capacità di radicarsi profondamente nonostante le tempeste della vita, intese sia come eventi climatici descritti nella poesia (vento, grandine, mare agitato), sia come metafore del tempo che tutto muta e tutto può distruggere.

Scelta consapevole della gioia e dell’esistenza contro la caducità

La poesia parla di una decisione esplicita verso la gioia e la vita, in opposizione alla caducità rappresentata dal tempo e dalla tempesta. L’immagine di Odisseo nel suo letto di ulivo segnala una volontà di possedere un ancoraggio fermo e riconoscibile in cui appoggiarsi e da cui partire, per rinunciare al pericolo di essere travolti da ciò che è incerto e fugace.

In questo senso, il letto rappresenta un rifugio e una meta, e la poesia lo associa intimamente all’idea di un ritorno e una scelta consapevole in cui la felicità e la vita non sono accidenti o destini ignoti, ma risultati della volontà e dell’azione.

Conclusione: Odisseo, simbolo di equilibrio tra viaggio e ritorno

In sintesi, la figura di Odisseo nella poesia si inscrive come simbolo della contrapposizione tra il viaggio, l’incertezza e il pericolo e la casa, la radice e la stabilità. Il letto intagliato nell’albero di ulivo racchiude questa tensione: è la prova materiale che malgrado il passare del tempo, il mutare degli eventi e le tempeste inevitabili, esiste una possibilità di fermarsi e scegliere la gioia e la vita fondate su radici profonde.

Il richiamo al mito di Ulisse rappresenta la ricerca di un centro di gravità permanente e di radici profonde, contrapposte al mare “errante” e alla tempesta della vita. Il letto di Odisseo diventa il simbolo di una stabilità conquistata e di una complicità che permette di affrontare l’inverno dell’esistenza con gioia. 

La nave che mandi dal ponte
la nave che si chiama amore e morte
salpata l’anno scorso e ancora non partita
ma già lontana che torna ogni tanto
alla riva come un’eco e un riverbero
di fazzoletti bianchi in aria
e all’orizzonte sfuma e di spume d’onda
che si abbattono sul molo
così resta la fronte imperlata di cenni
nelle mani un ciao stropicciato
accorto e guardingo nella tasca un biglietto
scordato con le parole stonate e fuori tempo
scritte in una sera che fuori pioveva e c’era vento a soffiare alla finestra
e non c’era nessuna candela
così non resta altro che replicare al saluto
raccoglierlo e attendere che la prossima onda
ne porti un altro ancora
saluti dimenticati
di gente morta da tempo
le loro ossa si sono disciolte
ricomposte in altre forme
a spirali a conchiglie a madreperle
a chele di paguro come questo che ti mando.

***

Cinque palme ondeggiavano al vento
una notte di settembre sulla costa iblea
affacciati e insonni immaginavamo il mare
mite e l’onda lenta e senza spuma.

Vagano erranti le anime in uno spazio
che non è terra e non è cielo e non è luogo
il pipistrello si aggrappa alla grondaia
l’assiolo si nasconde nella crepa del muro
pronto a virare verso l’Africa savana.

E noi che ci siamo già decisi per la gioia
canticchiando l’aria di una canzone antica
serriamo gli infissi e stretti come complici
torniamo a dormire sopra l’albero di ulivo
nel letto intagliato di Odisseo
prima che l’autunno giunga ad assalirci
prima che il freddo faccia scolorire le uve
dolci e pronte per la vendemmia
prima che la grandine ci distrugga.

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Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

29 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Nel nome del padre, Nunzio Di Sarno

 

Antenati

Canapa mattoni e poco più
A tener su la pelle bruciata
Di contadini e manovali –
Saggi ignoranti di provincia

Giacche e cravatte a mostrare
Una fierezza composta e dura
Per gli stenti superati a fatica
Dopo guerre e contrabbando

Eccovi con falci e martelli
Risplendenti nel lavoro
Che traccia sui vostri volti
La bellezza della rivincita

Voi che avete dato il pane
A noi che siamo venuti
Un tetto e tempo necessari
Per maturare conoscenza

A voi mi prostro perché
Senza di voi io non sarei

Ed è con voi riscattati
Dai nostri stessi mali
Che solo potrò essere

 

Segni

III

Cenni impercettibili
Occhiate
Sguardi sostenuti
Insulti

S’attaccano
E pesano
Filtrando

Terrore limbico
Nocicezione a mille
Per mantenersi
In vita

Freezing
Dissociativi

Il bambino
Non parla
Ma è un ometto
Così buono
E rispettoso

Mentre da solo
E in disparte
Tiene a bada
Gli inferni

 

Madonna dei dolori

Tu che consoli i tuoi figli
E li stritoli nell’abbraccio
Concedi loro la libertà

Tu che oltremodo li curi
Eterna autistica madre
Lasciali al loro destino

Tu che nei tuoi santuari
Li conservi e li soffochi
Ridona loro le chiavi

Tu che giudichi azioni
Pensieri ed emozioni
Volgi la mente altrove

Tu che appari e sparisci
Tra proiezioni e riflessi
Palesati per ciò che sei

Tu che penetri nel cuore
Come trasfigurata imago
Non illuderli ancora

Tu che ti vesti con un lutto
Mai integrato e lo trasmetti
Sconta quanto ti appartiene

Tu che detti i passi futuri
Tessitrice di vincoli e nodi
Spezza i vecchi fili sbiaditi

Tu che alimenti simbiosi
E blocchi l’individuazione
Cerca in te il senso ultimo

Tu che ti nutri del conforme
E temi l’ignoto – preparati
A spirare con la Rivoluzione

 

Educazione

L’esposizione senza rete certa
Né intessuta a dovere né salda
Aumenta lo stress e la rigidità
Sinaptica diventa norma interna

I portali sconosciuti agli attori
Sono la produzione dendritica
E la potatura con l’intervallo
Magico e alchemico del sette

Nessuno vede cosa si muove
Né cosa muove e ignora che
Alla rete neurale s’appiccica
Il negativo più del positivo

E quanto non accolto allora
Si ripresenterà nell’avvenire
In forme sconnesse criptiche
Per chi non ha le mani tese

 

Eterna benedizione

Cosa porta chi se ne va
Cosa rimane a chi resta
Nella testa e nel cuore
O nel corpo che pure
Sussulta e pena

Costretti all’altalena
Tra “avrei fatto o detto”
E propositi di riparazione
Che la morte e la paura
Accendono per poco
A una coscienza flebile
Che poco dura

Santo è il pianto
Di chi ancora in vita
È riuscito a dare e a dire
E non lascia arenare
O andare a fondo
Il fuoco vivo e sacro
Di terrena trasmissione

 

Via Crucis

Croci che ci portiamo
Solo per farci vedere
Nel buio di costrizioni

Croci che vi portiamo
Per far quadrare conti
Che non torneranno

Croci nella carne viva
Che assorbe violazioni
E conserva il dolore

Croci di generazioni
Pregando che possa
Estinguersi ogni male

Croci da bruciare
Per illuminare le vie
Per le resurrezioni

Nunzio Di Sarno, “Nel nome del padre”, Eretica Edizioni, 2026

 

Nunzio Di Sarno è docente e psicologo. Ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

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Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

22 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Eterna creazione, Michela Zanarella

 

da Trittico sulla guerra

Volteggiano nel vento preghiere
mentre la vita si perde
sull’orlo di un buio indomabile.
Non è questione di alleanze
o di antiche memorie
la guerra non ha mai ragione
più si fissa dolore nel cosmo
più l’amore scompare
meglio liberare luce nel cielo
e chiedere agli angeli
di vegliare muti il tempo
che si accompagni il mondo al disarmo
che ogni orizzonte conosca perdono.

 

da Stagioni

Inverno. Alba.
Reagire alla luce
come se fosse cosa rara
la bellezza.
Anche l’oscurità sopravvive
nel lieve chiarore
non c’è un taglio netto
una separazione tra giorno e notte
l’uno nell’altra
continuano a esistere
come un arco infinito,
l’eterna creazione.
Sparse a terra le verità del tempo.
Arrossendo l’orizzonte
insegna la grandezza dell’amore.

 

Caffè del risveglio e latte versato
nel mattino che offre fioriture
nel respiro del tempo.
Spezzare il pane, gesto sacro
il grano matura sulla soglia
la trama di una primavera mostra il sole
da cielo a terra
i segni del pasto sulle labbra
mentre il giorno inizia ad attraversare il destino
a scegliere il frutto del dopo cena.

 

Ogni giorno sperare
che il bene non svanisca
che l’amore non sia fuoco che imita il vento
e dal terrazzo di un palazzo
credere di svegliarsi nell’estate
mentre giugno è un sole nascosto tra le nuvole.
È troppo fitta la vita
per accorgersi delle ombre
quasi identiche alla luce
chissà quante cose respirano
e somigliano a parole conosciute
il tornare poco a poco uguali al sogno
dentro una scia piena di memoria,
l’orizzonte un tricolore.

 

Nero di guerra vite perdute
sogni terminati sulla croce
grigio di nebbia
copre i bordi del tempo
fumo penetra rose
inevitabile cenere
erba fuggita dai fianchi dell’asfalto
rosso cuore che batte per amore
sangue che attraversa arterie
ogni colore ha le sue radici
crede nelle sfumature
sveglia i miracoli
diventa arcobaleno di pace.

 

da Quartetto calabro

Il vento attraversa stanze vuote
il profumo di gelsomino
rallenta il sonno del sole.
Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili
negli addii già resi al tempo
consegnare la voce agli oggetti
è l’unico sussulto
credere agli orizzonti
provati dall’abbandono
che sia amore tutto quell’arrossire
la sera
prima
dell’ultima parola.

 

da Quartetto veneto

Addentrarsi nell’anima del bosco
con l’aria che punge all’altezza dei pensieri
accorgersi che il sole costeggia la strada
il giorno sembra addestrato a non finire.
Io e mia madre parliamo con lo sguardo
allunghiamo il passo e il fiato
abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani
ora che l’amore si muove con noi
e al cielo fa piacere restare in ascolto.

 

Michela Zanarella, “Eterna creazione”, peQuod, 2026.

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“Lo stato pontificio” di Ivan Pozzoni, Edizioni Divinafollia, 2026. Una lettura di Claudio Pagelli

18 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Novità editoriali

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Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

La mancata seduttività dell’incollocabile: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni è un libro che non chiede permesso: entra, provoca, scompagina e rivendica con decisione la propria natura irregolare. Più che una raccolta poetica, si configura come un dispositivo polemico che mette in discussione ogni residuo di lirismo tradizionale, sostituendolo con una lingua volutamente eccedente, disarticolata, talvolta urticante. Non a caso l’autore afferma: “io, lirico, senza una lira, non sono elegiaco o egopatico […] non mi addomestico o ti cancello”. Pozzoni si muove come un guastatore all’interno del sistema letterario, che osserva e attacca con spirito critico e una marcata tensione antagonista. La sua è una poesia “militante”, che diffida dell’emozione come possibile forma di compiacimento e privilegia invece il cortocircuito intellettuale, lo shock linguistico, la satira. Emblematica, in tal senso, la dichiarazione: “l’arte è battaglia, combattimento, sfida suicida alla multinazionale”. Proprio questa coerenza di impostazione, tuttavia, conduce talvolta la scrittura verso una densità espressiva e concettuale che tende a sovrapporsi all’immediatezza della ricezione. L’insistenza sul registro provocatorio e sull’accumulo può rendere l’esperienza di lettura volutamente spigolosa, quasi a voler scoraggiare ogni forma di adesione passiva. È una scelta precisa, che rafforza l’identità dell’opera, pur lasciando in secondo piano quella dimensione più intimamente emotiva che una parte dei lettori potrebbe attendersi. Pozzoni resta, in ogni caso, una voce difficilmente collocabile: colta, irregolare, consapevolmente controcorrente. La sua poesia non cerca tanto di sedurre, quanto di interrogare e mettere in crisi – e in questo, indubbiamente, centra il proprio obiettivo.

Claudio Pagelli

Estratti da Lo Stato Pontificio:

OGGI SONO CONTAGIATO DAL MORBO LIRICO/ELEGIACO

Questa notte mi sento contagiato dal morbo lirico/elegiaco,
espongo la mia bio Munchhausen con il disturbo egomaniaco,
scrivo: «C’è una giornata di sole, sui roseti della Brianza,
io sono solo come il sole, che raggrinza ogni mia speranza
di ritornare ad esistere nel mondo, nella curvatura dell’universo,
senza riuscire ad inclinare nella curva, avendo messo il blocco-sterzo».

Mi riesce molto difficile, la mia bio non è un racconto di Munchhausen,
è un elenco di Borges, adatto a creare, nel lettore, una sindrome di Stoccolma,
vi ricordo che i miei 20 (anni) valgono i vostri 60 (600), e vi irreticolo come a Mauthausen,
e tu, addetto ai lavori, vittima, ti innamori del carnefice, con le emozioni al cardiopalma
180/240, e mi autorizzi a sezionarti corteccia cerebrale e apparato circolatorio,
la terapia sono i miei riots, non-ontologici o bionici, di moto sussultorio/ondulatorio.

Prometto che a 94 anni farò il corridoio delle violenze di Bolzaneto,
Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier e, finalmente, diventerò un artista laureèto,
adesso, finché ho forza fisica, mi accontento di uscire nelle riviste del resto del mondo
so di violare il cursus honorum democristiano, non sono un «poeta» del 1999, un educando,
ri-educo e dis-educo, come sosteneva Radbruch, chissà se convinco un venticinquenne, su Wikipedia
senza avere fatto un cazzo, che scrivere è un attività da malati di mente o sociopatici,
magari smette di scrivere e studia, studia, studia, smettendo di finire in una hilarotragoedia
dove l’€ va nelle tasche del corridoio e la scadenza/sei mesi va nel culo ai nuovi orfici.

SBIRCIO IL PORNASIO E FUGGO

Sinceramente sono trascorsi sei anni dal mio buen ritiro
ero sereno e non sentivo lamenti del dilettante amateur italiano
ascoltavo cd, vedevo dvd, fissavo il murovd, come un infastidito decemviro
le XII tavole non le vedevo imbandite, vivevo come un dangeroso uligano,
con le catene al collo come un cane, cinico stendardo della cultura neo-punk
mischiavo vodka e fluoxetina, fluovodkaina, e mi ridicodificavo Hank.

Senza andare alle corse, correndo come un criceto sulla ruota dell’artista
mi sento chiuso in una gabbia e messo su una ruota come un criceto irredentista
implora l’apparizione in rivista, mantieniti informato sulle linee editoriali,
io sono l’artista, artificiere, e mino le cariche di tritolo sotto il culo dei curiali,
i direttori incompetenti di rivista hanno rotto i maroni, sono dilettanti allo sbaraglio
e chiedono, continuamente, soldi come la donna cannone chiusa in un caravanserraglio,
credono di volare e i budget li inchiodano sull’asfalto, la rivista chiude con la lacrima,
a mantenere in vita questi decerebrati ci vorrebbe il quarto segreto di Fatima.

Prima in Francia uscivo in 250 riviste, adesso dicono che sono tradotto con Google translate
tre anni a dialogare, ogni sera, su ogni vocabolo con Pierre Lamarque
e i cerebrolesi franco/italiani non capiscono e instaurano una dittatura leit
motive non ne hanno nessuno, ignorantia docet, mi ricordano il mio viaggio in Camargue
studiavi flora e fauna, rocce dure come cervelli, mezzi scrittori non arriverete mai a queste rime
io sono io, voi non siete un cazzo, coltivate i vostri fiorellini con chilogrammi di concime.

Quindi, direttori e editori un cazzo, artisti un cazzo, è rimasto il Pornasio italiano del 2018,
lo stesso mood, e io artista insonorizzato mi trovo mischiato a centinaia di imbrattacarte,
mi impegno, farò lo sciopero dell’inchiostro nicotina, come i nostri trisnonni nel 1848
i direttori e redattori austriaci, l’artista submission, mi si oppongono come manomorte
con lo ius primum verbum, io non sarò mai vassallo di ignorantissimi valvassori
la lotta è inutile, opposizione divisa, e un milione di deficienti che si sentono monsignori
abbatterli uno alla volta, come ho fatto da neo-avanguardista millenials, è una disfatta
meglio staccare i tasti del Pc e mettersi al sicuro artistico in una folle casa-matta.

IL POETA PROSSENETA

Dopo vent’anni di spiegazione – come base il diritto oggettivo- non c’è verso
che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,
al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso
e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito
lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato
l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella
acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi
che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella
del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,
tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore
che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo
di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore
assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,
a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione
tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio
chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone
l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi
se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv
non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,
la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.

Ivan Pozzoni was born in Monza in 1976. He introduced Law and Literature in Italy and the publication of essays on Italian philosophers and on the ethics and juridical theory of the ancient world; He collaborated with several Italian and international magazines. Between 2007 and 2024, different versions of the books were published: Underground and Riserva Indiana, with A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, with Joker, Il Guastatore, with Cleup, Patroclo non deve morire, with deComporre Edizioni, Kolektivne NSEAE and Lo Stato Pontificio with Divinafollia. It contains a fortnight of autogérées socialistes edition houses. He wrote 152 volumes, wrote 1000 essays, founded an avant-garde movement (NéoN-avant-gardisme, approved by Zygmunt Bauman), and wrote an Anti-manifesto NéoN-Avant-gardiste. His verses are translated into 30 languages. In 2024, after six years of total retrait of academic studies, he return to the italian artistic world and melts the NSEAE Kolektivne (New socio/ethno/aesthetic anthropology) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], the legal “armed” wing of Italian literary latemodernism.

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Ugo Mauthe, “Mélange”, Puntoacapo editrice, 2026.

15 lunedì Giu 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Mélange, Ugo Mauthe

 

Ugo Mauthe MÉLANGE

Prefazione di Antonella Sica

Postfazione di David La Mantia

 

un mélange in XXXVI quadri

composti di giochi di sillabe

[creature laboratoriali che l’autore chiama egg-word]

haiku

[di-versi, secondo l’autore, perché

anche di pace di guerra d’altro]

monostici

[nell’officina dell’autore linee]

poesie sullo scrivere poesia

[che l’autore chiama spaventate minuscole]

 

da QUADRO I Flusso difettoso

*

se al presente

levi il pre

è un’assenza

che si sente

*

il tempo partito da un punto e non ancora arrivato

*

sbottano tappi,

gira l’angolo cieco

la mezzanotte

 

di giorno le cose utili

alla poesia il turno di notte

 

da QUADRO III Solitudini

*

mesto si sente

il mestolo

senza il suo lo

*

corre il vento

si porta via il silenzio –

cuore nel vuoto

*

paradosso mai ti lascia solo la solitudine

 

all’oscurità oscura

preferisco l’oscurità chiara

nel penombroso dilemma

una cosa mi cattura

ed è la parola nuda

 

da QUADRO IX Metamorfosi

*

al macigno stacca

quel ma

che d’esser cigno

dubitar lo fa

*

siamo pupe diventar farfalle è un’altra questione

*

un nuovo fiore

dal ramo osserva il mondo–

tu o è mutato

 

di una poesia restano sillabe

scarnificate del minimo respiro

scriviamo silenziose parole d’aria

e mai sapremo se sia pura

 

QUADRO XIX A(r)mare

*

odio invernale

primavera assalita

fiori soldato

*

quando armare

la prima erre disarmerà

amare potrà

*

consapevolezza il mondo non salverà la bellezza

 

c’è in giro una gran fantasia di poesia

verbale frenesia banale schizofrenia

ma la ricerca della rima allarga lo iato

fra chi vien le o e ch’invece ignorato

 

da QUADRO XXVII

*

si bordeggia e viveggia dove si tocca

*

è quel ri

che a risentimento

toglie ogni sentimento

*

sole spuntato

freddi luce e calore –

si estingue l’alba

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) ha un lungo passato professionale in pubblicità, come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Alla scrittura pubblicitaria ha sempre affiancato quella d’espressione. Nel 2026 ha pubblicato il volume di poesie Mélange (Puntoacapo Editrice). Due anni prima, presso lo stesso editore era uscita la silloge L’equilibrio del niente, finalista al Premio Prato Poesia e premiata anche in altre manifestazioni. Nel 2023 sono apparse le poesie di Involontario narciso (Il Convivio Editore) a loro volta pluripremiate. Nel 2020, con Ensemble, i racconti di Vento Lupo e altre nove improbabili storie, Premio Officina Ensemble. Sempre con Ensemble, nel 2019, la raccolta di poesie Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Premio Astrolabio, Premio Giovanni Pascoli – L’Ora di Barga e finalista o segnalata in altri concorsi. Pubblicazioni precedenti sono state la silloge poetica Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018) e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana. Ama scrivere per i più piccoli: nel 2017 ha vinto Racconti nella Rete con un racconto per bambini che ha come protagonista Sem, un semaforo magico che aiuta bambini e animaletti. Sem ritorna in Sem strapazza i bullazzi, Sem e la grande nevicata e Sem fa cucù (Tomolo-Edigiò Edizioni, 2020-2023-2026), illustrati dall’art director Elena Spada. Suoi racconti, fiabe, haiku e poesie sono stati finalisti o premiati in numerosi concorsi letterari e diversi suoi testi sono presenti in antologie, lit-blog e web magazine, alcuni sono stati tradotti in russo e spagnolo. Si considera un privilegiato perché ogni giorno realizza il suo sogno: vivere scrivendo.
http://www.ugomautheparolescritte.it | https://www.wikipoesia.it/wiki/Ugo_Mauthe

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“sant’anna” di Daìta Martinez

03 mercoledì Giu 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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sant’anna – daìta martinez

collana di poesia icaro, diretta da Gaetano Giuseppe Magro
prefazione di Alessandro Pertosa

La ferita della luce

di Maria Allo

“muove all’indietro il fiore

 mira il bianco iniziale

 chiede di non essere nato “.

Franca Maria Catri

Daìta Martinez, audace e innovativa poeta, consapevole della propria funzione e delle sue capacità, si distingue per la tenacia con cui unisce rigore e generosità. Il tutto è arricchito da un innato slancio immaginativo e da una profonda visione ispiratrice. Anche in sant’anna, edito da ilglomerulodisale, la sua scrittura si apre come una fessura nell’opacità di un cielo carico di presagi, rivelando un’intensità inaspettata, capace di suggerire trame nascoste, sospese tra l’immanente e il sacro. I versi della poeta emergono come frammenti scolpiti dal passaggio del tempo, sussurri capaci di restituire lo stupore travolgente del primo sguardo sul mondo. È una poesia che affronta il vuoto e la paura, ma che mai si arrende all’inconsistenza del silenzio. Il testo si muove con una danza eterea su un filo sottile: invisibile ma resistente, accompagna il lettore dal fremito delicato dell’alba narrativa fino al crepuscolo velato della chiusura. È proprio in questa interruzione perfetta che emerge un’assenza dal peso tangibile, capace di radicarsi nello spirito come una presenza sconosciuta e magnetica. Un vuoto che non tace ma pulsa di desiderio: “sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco” (p. 23). È il richiamo di ciò che è smarrito, l’eco di una divinità immobile che governa mondi interi dagli abissi del suo silenzio. Eppure, al cuore di questa quiete apparente risiede la sorgente primigenia della creazione: un grembo invisibile dove la parola germoglia e la preghiera – leggera come il respiro di un mattino – si trasforma in corpo vivo della poesia: “rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia adesso /che scende l’origine alla tua sera” (p. 30). La voce poetica si sviluppa tramite un intreccio di scelte lessicali e metriche, dove ritmi, rime, anafore e allitterazioni disegnano atmosfere intrise di simbolismi sacri. Si diffonde nell’aria, seguendo le tracce dell’essenza più intima dell’anima, trovando riflessi nei dettagli della natura, che sembrano rivelarsi come frammenti di un’eternità fuori dal tempo. La magnolia, sospesa tra cielo e terra con la sua purezza candida, diviene simbolo del legame tra universo e cuore, diffondendo un profumo lieve e divino. Attraverso queste immagini vibranti, i versi invitano a seguire la luce interiore con passo delicato, intrecciando dialoghi silenziosi tra riflessi interiori e universali. In questo spazio privo di confini certi, la poesia di sant’anna si perde nell’immensità dell’indicibile per divenire varco ed esplorazione. Ogni parola è fuga ma anche ritorno, uno scarto fragile in cui dimora una verità destinata a risiedere nel nucleo nascosto dell’anima. Nella raccolta di Martinez, nulla è svelato interamente; invece, tutto pulsa tra le alternanze di silenzio eterno e caos generativo dell’esistenza. Leggerla è un atto di coraggio: implica abbandonare ogni certezza rassicurante per accogliere il flusso vitale e mutevole dell’insondabile. Nel paesaggio incerto della poesia contemporanea, Daìta Martinez si staglia con forza come lama affilata che fende l’oscurità senza timore. La sua parola è viva e ribelle, indomabile, capace di urlare attraverso le rovine della sofferenza per scavare nel buio più profondo. La poeta rifiuta protezioni o mediazioni nella sua ricerca: con mani nude e sporche manipola la ferita del dolore per squarciarne il sigillo, rivelando sotto la crosta la vibrazione ardente della vita nascente:

“il taglio si è smarrito”

“sono sette anni sono solo sette noci i denti/ che nascondo sotto al cuscino per l’illusione/ di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle/ che sappia per un solo attimo farmi fiatare la/gondola del cuore ha poche onde il mio cuore/ e nessun pontile per l’attracco” (pp.69-70). Un taglio che non smette di vagare, una ferita solitaria persa nel tempo e nello spazio, come un ciclo interrotto fatto di promesse sussurrate tra passato e presente. Sette anni e sette noci: un ritmo antico e rituale che si spezza, lasciando solo l’eco di un desiderio irrisolto. I denti sotto il cuscino, reliquie di un’infanzia sbiadita, implorano un ritorno impossibile, un affetto dimenticato. L’abbraccio che giunge da dietro è appena un lampo di calore, già dissolto nell’inevitabile assenza. E il cuore? Fragile come una gondola alla deriva, incapace di sopportare le onde del vivere o di trovare riparo presso un molo. Questo universo chiuso in poche immagini risuona di silenzi densi e buchi irraggiungibili, in cui il marinaio-anima naviga all’infinito, prigioniero di un mare che non dona rive ma solo un eterno galleggiamento verso il nulla. La scrittura  è un turbinio di carne e cenere, un grido che trasforma sofferenza in una luce cruda, incessante e vivida. Il linguaggio di Daita si dispiega come un fiume in piena, un torrente di versi che avvolge e seduce con il suo moto incessante. Nelle prime battute, le sue acque si intrecciano in vortici intricati, seguendo un tracciato invisibile che lega pensieri e immagini in una danza fluida e armoniosa. Ogni pausa è il respiro del fiume, ogni accento il suo salto tra rocce e correnti, componendo un cammino che conduce il lettore entro paesaggi interiori in costante mutamento, dove le parole risuonano come echi di racconti eternamente cangianti. Nei versi di Franca Maria Catri che accompagnano l’incipit, un fiore sfida il tempo piegandosi all’indietro, alla ricerca dell’innocenza di quel “bianco iniziale”, quel grembo originario dove tutto giaceva ancora indiviso. Allo stesso modo, le poesie di Daita Martinez sembrano risuonare di quel canto primigenio, strettamente intrecciato con i fili segreti della natura. È un invito a immergersi nelle radici nascoste, ad accogliere i silenzi ancestrali dai quali scaturisce il significato più profondo dell’essere. In questo eterno ciclo vitale, ogni cosa si riflette come in un delicato specchio sospeso tra desiderio e dissolvenza, tra la pienezza dell’esistenza e l’assenza ultima che ci accoglie. “Ha poche onde il mio cuore, e nessun pontile per l’attracco”.

Maria Allo

*

da: sant’anna, ilglomerulodisale 2025

non è ancora sera sul costato della casa

mentre altro il tempo che al sonno sfiora

nudo il viso del cigno o della vita l’aurora

e nessuna luce che di luce sia poi attesa

la carezza di Dio a nido scesa sulla ferita

della vita caduta di vuoto nell’era bianca

come bianca foglia perduta alla speranza

*

nel silenzio il glicine ha rotto

il vento la ferita del tramonto

*

ha il nudo del sole il silenzio

cadente sul dorso della casa

dimenticata sotto l’albero dei

merli in fiore che lieve è l’aria

della sera mentre accorgi una

piccola sirena ferita di rugiada

*

tutto trema dentro la prima preghiera

orlata tra le costole della casa violata

un istante dopo tra le gambe del lago

che d’imperfetto al Suo silenzio ama

*

proteggi la sua bocca angelo della sera
alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio

Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato: (dietro luna), Lietocolle 2011, la bottega di via alloro, Lietocolle 2013, nutrica, Lietocolle 2019.
Vincitrice – sezione dialetto – del 7^ Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44^ edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, per Salarchi Immagini; il rumore del latte, per Spazio Cultura Edizioni; a varca di zagara  per Macabor.
È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso (puntoacapo 2020).
Finalista – sezione raccolta inedita – della 34^ edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 ha pubblicato: Liturgia dell’acqua per Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, per le Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, per Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora per la collana portosepolto di peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Ha pubblicato, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, per Ladolfi e, nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole per Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi sono in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con lacollana “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana “la brocca rossa” con Pietro Romano.

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“Buio di bianca luce” di Mattia Cattaneo

28 giovedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Novità editoriali, POESIA

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La raccolta di poesie è acquistabile qui

dalla prefazione di Maria Concetta Giorgi

“E’ un libro che spezza il silenzio, la voce di un bimbo che nasce.”

dalla postfazione di Enrico Maria`

“Nella cromia di una nascita. Nel suo sentimento di sensazioni. In questo Cattaneo ci scaraventa. Sì, perché la scelta di essere padre, e chi lo scrive mai lo sarà, non permette la mezza misura. Dare vita a una vita. Essere in quel mistero. E farne poesia. Farne la lirica del “miracolo”, della “via giusta” della “soglia”. Il “gradino bianco” di “Un grido muto”. Così un pomeriggio di ottobre cambia ogni cosa. E per farne poetica voce l’autore si offre alla totale nudità del sentire, interrogandolo, chiedendo le parole giuste ed osando, nel sublime, la non retorica, la trappola della felicità, dell’amore assolutistico. Qui troviamo le stagioni delle metamorfosi dell’uomo che, in un breve, si fa genitore e, da subito, impotente padre perché qualcosa mette a rischio l’esistenza del figlio. In questo modo, è ogni istante a farsi travaglio e parto. Ogni momento ridiventa nascita. Ogni secondo in più muta tutto in irrimediabile vita.”

Un grido muto
l’urgenza di nascere,
tra muri asettici
porte a scorrimento

si aprono e chiudono
in un pomeriggio d’ottobre
luce del vespro

ravvivata
da questo inno alla vita.

🌱

L’esule sole
l’affanno accelerato,
di chi sente sfuggirsi

verso la terapia intensiva
dove l’aria sembrava essere stata rapita
dal sonno dei bimbi

in quest’aria di latte
nevica sulle colline bianche.

🌱

Sei un oceano di luce
nella sconfinata bellezza del cosmo,
come se l’eterno irrompesse

tutte le cose
hanno respiro e senso nel tuo nome.

🌱

Ascolto l’aria
lungo i corridoi dell’ospedale

storie di ritorni
di sonni socchiusi
ma anche di ali cresciute

ora
sei la più piccola grazia

🌱

Vedo il miracolo che ci somiglia
quando il sole va a toccare la collina

da lì
guardare con te
l’ordine spettacolare del mondo
osservare
quell’armonia perfetta
che non comprendo.

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Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

25 lunedì Mag 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

I fiori bruciano, Ilaria Cesarini

 

Pronostico serale

 

Torna adesso nell’odore di luglio l’ultima parola,

la scommessa distratta della canicola serale.

 

C’è da inventare una notte, tra il sonno rallentato

dai fumi del barbecue di sotto e

i gerani al balcone che sfregano le foglie contro l’aria.

 

Le mie braccia perdute

restano a frugare il ricordo,

una misura incerta del rumore

che sale dai giorni lasciati indietro.

 

E le poesie, ciò che ne rimane,

trafitte nell’odore del grano tagliato,

ancora cercano un varco

tra un silenzio e l’altro.

 

Ora i bambini scendono in strada;

un pallone sbiadito, lo spareggio perso

al minuto urlato dalla cena che si fredda.

 

Tempo sbagliato, incollato agli occhi.

Così un’altra estate,

senza treni sudati nelle stazioni di recupero,

così senza odore si passa la frontiera.

 

*

Lampedusa

 

Amaro il cielo sotto lo sputo del silenzio

che a braccetto porta il tempo a girare su un bacio.

 

L’acqua è passata sulla razza

che umana si dice

nonostante le coperte argentate

a coprire lembi di pelle che per ore

hanno galleggiato orfane

nella bocca di Nettuno.

 

Ora neanche più le telecamere verranno a fare

un timido inchino,

un rapido mestiere,

tanto per dire che la guerra è brutta

che ci interessa il labbro storto dalla paura

che ci impegna la disperazione.

 

Qua l’acqua in fondo non passa, sta più là,

al limite della geografia, dell’assetto morale.

Sta di là a bagnare l’occhio straniero, l’urlo muto,

il sospetto tacito.

*

Bruciano i fiori

 

Bruciano i fiori sul letto vuoto,

e non c’è luogo che li contenga:

lo stelo è una fame in salita,

una lingua che non conosce mondo

se non quello che consuma

fino all’osso del giorno.

 

Bisogna fare attenzione:

i fiori sanno incendiare il sangue

nell’ultima ora trattenuta,

e i petali si staccano come nomi

annegati nella cenere

di ciò che non torna.

 

Bruciano i fiori con me,

che cerco un vaso d’acqua

capace di negare al fuoco

la sua preghiera rovente,

capace di fermare

il suo continuo dire.

 

L’assenza,

questa soglia che stringe,

è un assedio antico,

cresciuto dentro mani

che hanno conosciuto battaglia

prima ancora di chiamarsi carezza.

*

Calma piatta

 

È la vela che si piega,

qualcosa senza radici

che si arrampica sull’aria.

 

Qua cambia il momento

quello che dietro resta, che pone il corpo

sul lato errato.

 

Siamo grandi, cresciuti,

ed è solo scempio di voci

o silenzio composto,

la scaletta del giorno e della notte.

 

Nessuno chiederà un riscatto

per i filacci di stoffa

scesi dai vestiti,

ora paga il bianco sulla testa.

*

Consiglio di classe

 

Pare o forse è questa giornata

un caldo ristagno di faccende e

commissioni sparse sul tavolo.

 

La scuola, ancora aperta per gli

ultimi voti da decidere,

sembra oramai un misto tra una

roulette di Stato e un indovinello indulgente.

 

Così è gettato l’amo all’estate, ai pantaloni

che sopiti mostrano specchi di corpi bianchi.

 

Un computer si spegne, le porte sbattono e alcuni

cartelloni sudano sui muri ruvidi.

Anche oggi questo anno è finito.

Ita missa est.

 

Ilaria Cesarini, “I fiori bruciano”, peQuod, 2026

 

L’AUTRICE

Ilaria Cesarini è una docente di scuola primaria nata a Grosseto nel 1983. Si è laureata all’Università di Siena e successivamente ha conseguito la specializzazione nelle attività di sostegno presso l’Università di Firenze. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta poetica “Il peso delle nuvole” (La Bancarella Editrice), con la quale è stata finalista al premio “Terre di Liguria”. Ha poi pubblicato la silloge “La vita anteriore” (2013); una poesia tratta da questa raccolta, “In città”, è stata pubblicata sulla rivista diretta da Elio Pecora. Oltre all’attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.

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Epistole sarde: Un Viaggio Poetico tra Mito e Realtà

14 giovedì Mag 2026

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, INTERAZIONI, Novità editoriali, POESIA, Poesie

≈ 1 Commento

Ofelia Prodan – Daniel D. Marin

EPISTOLE SARDE

Il Convivio Editore, 2025

Traduzione di Irina Turcanu e Paola Sini

Prefazione di Laura d’angelo

Lettura di Maria Allo

Epistole sarde, è un ordito di versi che avvolge il lettore come una trama di vento antico, intrecciando parole affilate e sussurrate. Ofelia Prodan e Daniel D. Marin, un ponte vivo tra Romania e Italia, tessono un dialogo poetico che non si limita alla superficie: è il respiro di terre lontane, il battito remoto della memoria che si ostina a pulsare anche quando il cuore vorrebbe dimenticare. Ogni poesia è una lettera inviata dalla distanza, un messaggio che sfida il silenzio del tempo per ricordarci che i sentimenti, a volte, si trasformano in ombre che nemmeno la luce più forte può dissolvere. Ci troviamo di fronte a un’opera che si svela come un mosaico incantato, una fiaba in versi che danza su più prospettive, intrecciando poesia e narrazione con la delicatezza di mani esperte, un gioco raffinato che alterna voci e si specchia in titoli eloquenti, custoditi come chiavi per accedere a una cornice metaletteraria elaborata e immersiva. Questa raccolta, con il suo piglio apparentemente fiabesco, non si abbandona alla leggerezza scontata del fantastico, ma percorre sentieri più complessi e profondi. C’è ironia surreale, c’è la vibrazione di una tradizione letteraria che l’autore decostruisce e ricompone, dando vita a un tessuto di poesia vivace e stratificata. Il testo si fa spazio di esplorazione, una terra sconosciuta dove temi universali si intrecciano in forme inaspettate. Il viaggio, archetipico motore narrativo delle fiabe, diventa orizzonte che si espande: ora pellegrinaggio dell’anima, ora naufragio esistenziale in una Sardegna misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Qui emerge l’eco di eroi solitari come un Robinson Crusoe contemporaneo o di meravigliose esploratrici senza tempo, forse una moderna Alice smarrita in un Wonderland reinventato. Laura D’Angelo lo coglie perfettamente nella sua prefazione: l’autore non propone un semplice racconto, ma crea un microcosmo lirico dove il lettore non è spettatore passivo bensì viandante curioso, chiamato a attraversare quelle terre inesplorate con stupore e inquietudine. L’opera vive nel dualismo: fiaba e poesia si incontrano e si trasformano reciprocamente; realtà e immaginazione si fondono in un gioco di specchi e rimandi. Il linguaggio dell’autore si muove con grazia tra levità e intensità: figure sfumate, immagini evocative e riferimenti intrecciati danno vita a una narrazione che seduce senza mai svelarsi completamente. C’è un’incantata dissonanza che avvolge ogni verso, come il fruscio di foglie che danza ai margini del silenzio. È questo equilibrio sottile tra eleganza e inquietudine a renderlo unico: un’opera che non si limita a essere letta, ma richiama a essere vissuta, scoperta, attraversata. Ogni componimento è un varco, ogni pagina è un paesaggio che invita a perdersi per ritrovarsi. Epistole sarde brilla come un frammento di luce rubato alla fucina di Efesto, dove le parole di Daniel D. Marin e Ofelia Prodan forgiano lame sottili, nitide come verità taglienti. La traduzione sapiente di Irina Turcanu e Paola Sini non si limita al ruolo di traghettatrice, ma si fa Orfeo, attraversando con maestria il patrimonio linguistico e guidando con delicatezza ombre, sfumature e preziose iridescenze nascoste. Chi si avvicina a questa raccolta entra in una foresta semantica intrisa di simboli: ogni foglia, un vocabolo scintillante; ogni verso, una liana che avvolge e trascina gli occhi in territori sconosciuti. Non si cammina su sentieri definiti, ma su arabeschi del pensiero, in un labirinto di parole dove non c’è Minotauro, solo il riflesso della propria idea vacillante. Il significato non si lascia afferrare con facilità: è un fantasma da inseguire, da sentire sulla pelle come il soffio fugace di un profumo che svanisce prima di ancorarsi ai sensi. Qui la poesia è un’alchimia che fonde la brutalità primordiale con l’eleganza di un cesello d’argento. Marin e Prodan scrivono sinfonie spezzate, frammenti scheggiati che ammaliano con la loro ruvida bellezza. Non c’è terra ferma sotto i loro piedi: ciò che resta è una danza sull’orlo dell’abisso, dove il nulla fiorisce e spalanca possibilità sconosciute alla mente. Leggere Epistole sarde è come ricevere chiavi segrete in mano, ciascuna capace di aprire un cofanetto ermetico. A uno sguardo distratto, potrebbe sembrare opaco, irreversibile nel suo silenzio eterno. Ma basta un gesto più attento—come una carezza sul bordo di un vaso greco—per dischiudere universi pulsanti, dove paradossi e visioni si rincorrono, simili a correnti elettriche imprigionate sotto lastre di ghiaccio. Prodan e Marin esplorano attraverso la poesia le contraddizioni e i drammi che attraversano il nostro tempo, scegliendo un registro drammatico sapientemente intrecciato a frammenti di realtà. Da queste tessiture emergono, con vivida intensità, l’isolamento e la solitudine profonda che caratterizzano l’uomo contemporaneo, sempre più smarrito nella difficoltà di autodeterminarsi in una realtà sfuggente, indefinibile, mutevole come un flusso continuo che inghiotte identità e aspirazioni. I loro sguardi penetrano un mondo in disfacimento, un mondo che, pur nella sua deriva, sa ancora suscitare un sorriso intriso di nostalgia o una commozione silente. È un mondo che si lascia amare e interrogare, ma che gli autori osservano con l’urgenza di spezzare barriere: quelle tra il reale e il fittizio, tra l’individuale emarginazione identitaria e la disumanizzazione collettiva. In definitiva, non è una poesia che consola o accarezza con delicatezza. È una poesia che scolpisce nella carne viva: graffia la sensibilità e la cura al contempo. Il dono maggiore di questa raccolta sta nel suo invito pungente a sfidare i confini della comprensione. Non accontentarti delle superfici lisce, non arretrare davanti al caos. Attraverso il disordine rivelatore, nella vertigine potresti scoprire non una caduta ma l’inizio del tuo volo più alto.

Maria Allo

Ofelia Prodan, attualmente una delle poetesse romene più apprezzate, esordisce con L’elefante nel mio letto (2007; Premio per il Debutto dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest, 2008) a cui hanno fatto seguito altre numerose accolte poetiche, tra cui due edite in Italia, Elegie allucinogene (2019; Premio speciale del presidente della giuria nell’ambito del Premio Bologna in Lettere 2021) e Periodicamente ricicliamo cliché (2023; Premio speciale Virginia Woolf per la poesia edita,nell’ambito del Premio Nabokov 2023; Finalistaal Premio Lorenzo Montano 2024).

Daniel D. Marin, poeta e traduttore, è autore di cinque raccolte poetiche edite in Romania e Italia, tra cui L’ho preso in disparte e gli ho detto (2009;Premio Marin Mincu, Bucarest, 2010) e I corpi che non ci calzano mai a pennello (2022; Finalista con menzione d’onore al Premio Sygla, città di Chiaramonte Gulfi , 2024). Curatore della prima antologia retrospettiva della Generazione 2000 della letteratura romena (2010), e di BorderLine Dieci autrici per un’antologia della poesia di oggi(edizione italo-romena, 2021).

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“Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano

07 giovedì Mag 2026

Tag

Sabatina Napolitano, Tutti i giorni un incantesimo

Il libro “Tutti i giorni un incantesimo” di Sabatina Napolitano sarà a breve pubblicato con Italic Pequod

Dalla postfazione di Doris Emilia Bragagnini:

“L’incantesimo di cui parla il titolo non è dunque un’illusione o un artificio ma un atto di fondazione, la capacità della parola di abitare il tempo, di dare ordine ai sentimenti e di trasformare la connessione interna tra due anime in una voce universale, nitida e profondamente autentica. Quando il libro si apre alle ferite del mondo – alle terre che bruciano, ai diritti negati, al “meccanismo orwelliano” del presente – lo fa trattandoli come urgenze reali, non come temi letterari. La poesia diventa così terreno concreto su cui poggiare i piedi per guardare il presente: inizia nel segreto di un abbraccio e finisce per abbracciare l’umanità intera. Ci ricorda che il nostro destino collettivo non è scritto altrove ma si colloca nella capacità di visione e che la poesia è un atto di resistenza. L’incantesimo quotidiano allora non è un’illusione ma l’impegno costante di chi sceglie di vedere, sentire e restare umano“.

da “Scritte da lui per me”

Scavo dentro le tue rovine
come chi ha il piacere di fare del bene,
tuffatore di Paestum, tengo la tua anima su tre colonne.
Come tutti gli studenti all’università e gli artisti della street art.
Ti faccio tuffare a New Castle,
lungo il molo fino al Nobbys Lighthouse.
Una nuotata insieme ai Bagni Oceanici di Merewether,
mentre mi baci unica mia ammaliante sirena,
stregato fino al midollo,
Tuo anche da dove sono nato
e fino a dove morirò con te.
E dalla cultura più antica di me,
baciare la tua lingua salata
bagnata di oceano,
E ancora la tua pelle bagnata del vino della valle dell’Hunter
nei tuoi capelli il sapore dello Shiraz,
ai piedi il Semillon.Un tuffo nel mio amore per te,
oceano scavato nella roccia,
che costruisce la riva a poco a poco.
come quanto tu sei vinta da me,
annegata nel desiderio dell’amore
isola d’affetto e bene
protagonista di ogni mio traguardo d’oro.
bagnata nelle correnti del Merewether,
Tocco i tuoi fianchi bagnati come una antica medaglia sepolta nel tuo cuore per me.
Bacio le tue labbra come una nuova medaglia,
d’oro forgiato dalle mie costole per i nostri ricordi,
per i riti comuni che ci fanno come gli altri
e siamo tutti gli altri nella piscina dell’esistenza
celebrando la vita coi corpi stretti di sapore aborigeno.

Nudo nuoto in te ogni notte.
Sono chiunque ti guarda
nel salto prima di tuffarmi.
Nuda sei come fuoco acceso
Perla e luna della mia memoria.
Ma il tuffo migliore lo faccio da sdraiato
quando nella vasca da bagno ti abbraccio
e sei gentile e abbandonata.
Stanca e tenera.
Ti do la mia penna,
tu che sei la nostra regina.
Stai a casa mia, fin quando puoi,
ti condurrò alle stanze del mio fuoco
dove scorre il sangue delle nazioni,
tu che sei bianca e nera,
bianca, altissima, dalle mani gentili,
nera, trasognata, lontana, vicina e rotonda.
Inviolata e inviolabile,
come una madre e una sorella
da questa mia casa sospesa nel tempo
canto la tua anima,
la unisco all’anima del mondo,
ricamo i miei desideri con te.

La tecnica prima di tuffarmi,
la lucidità iconica di quello che sei per me,
nella mia mente tesa.
Tuffato ogni giorno nel desiderio di conoscerti
voglio la coppa nascosta in te, Cariddi.
Pericolosa e fragile, vortice in cui mi tuffo.
Il vortice tra i tuoi seni
che mi fa sentire un re e un bambino,
quando riposo dopo una notte agitata.
La coppa che prendo nei tuoi vortici,
il trionfo di quando vinco in te le paure,
Quando la vita ti lascia sola su un trampolino,
che non sai se è un trampolino di morte.
La coppa densa della tua solitudine,
i modi in cui abbandoni la gioia.
Quella coppa sul nostro comodino,
mi ricorda il segno di ciò che sono,
tuffato in quello che passa oltre,
nella vita che non sai.
Nei bui che non riesci ancora a raccontare.
Nelle tensioni irrisolte.
In ciò di cui hai paura,
mi getto nel gorgo, e prendo la mia coppa.
La coppa raccolta dei tuoi dolori
quando mi piange il cuore a vederti stanca,
quando mi sei vicina,
sento i tramonti di ogni parte della terra,
guardo nei tuoi occhi luminosi
e so che guardi ai miei,
che proteggi i miei.
Che proteggi i miei ricordi e desideri
nelle tue mani di donna
abbandonato nelle tue profondità.

Metti il destino dell’umanità
nelle mani di un piccolo uomo come me,
sarò il tuo giovane eroe.
Sei impastata delle mie cellule,
perché tuoi occhi sono le nostre terre,
perché il mondo è questo sogno veduto
con te. Questo è il mondo:
il sogno visto con te.
E se del mondo non mi importa senza di te,
io per te ho ricordi incandescenti,
e il presente è scintillante
nella carta impregnata del tuo sudore e sangue
tu che spezzi ogni mio dolore
e fai grande ogni desiderio.
Presa la coppa dei tuoi dolori,
nell’acqua della vita tumultuosa che bolle e freme
non ti abbandonerò più.
Non ti lascerò trascinare dalle correnti.
Dagli altri che potrebbero farti male.
Dagli altri che non sono me.

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Pubblicato da Loredana Semantica | Filed under Novità editoriali

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Una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, Anterem Edizioni, 2026

06 mercoledì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, Podcast, POESIA

≈ 1 Commento

Loredana Semantica legge una poesia da “Decisi per la gioia” di Antonella Pizzo, raccolta poetica già finalista al premio Lorenzo Montano, edizione 2024, appena pubblicata nella collana Nuova Limina di Anterem Edizioni. La quarta di copertina è di Stefano Guglielmin

E poi salpammo con in mano

un giglio e una mimosa

a incontrare una figlia persa nelle nebbie

decisi per i venti e le correnti

per un azzurro un fuoco un arancione denso

è tutta colpa di questo mare immenso

che abita le nostre vite e nel profondo giace

e cambia faccia e cupo ringhia a morte

di decomposizione si nutre e si ricicla

in circolo colora e canta

poi albeggia e ricomincia.

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Pasquale Lucio Losavio, “Della vita anteriore”, Fallone Editore, 2025.

27 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Della vita anteriore, Pasquale Lucio Losavio

 

da Non escludere mai la caduta

 

Non escludere mai la caduta

e le conseguenti risate

come il protofilosofo non sarai compreso

e la serva ti deriderà

perché hai la testa fra le nuvole

 

se darai di più della misura

non sarai riconosciuto

e il detto del padre

“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”

diventerà il prezzo della tua ambizione.

*

L’occhio indurisce la specie

eccede il corpo la direzione

si tende verso il colore della carne.

Se tutto il meccanismo produce l’atto

allora il sincronismo ha pause nello stile

e si divide il tempo nei due sipari

dissimulando l’unità aristotelica.

L’epilogo dipana la mistificazione.

*

Degli occhiali seri ma moderni

dissi all’ottico

ma non avevo in mente quelli che comprai

mi davano l’aspetto di un medico

quelli della pubblicità dei dentifrici

con il camice candido

 

gli occhiali non mi servono tanto per vedere

quanto per accompagnare

i miei discorsi in pubblico

con il gesto teatrale di toglierli

e rimetterli

con il movimento coordinato

del braccio e della testa

 

lei vuole fare il professore

di filosofia

e non apre bocca

disse l’assistente di storia moderna

la Grande paura e gli Annales

mi rimanevano taciuti

nell’inciampo della memoria.

*

da Dentro alle mura

 

La causa del sintomo

risale all’adolescenza

quando il desiderio era negato

nell’immagine allo specchio

che riflettevo.

Non bastavano i libri

che avidamente leggevo

a colmare il niente e la nostalgia.

Tu eri in quarta ginnasio

e mi aspettavi

poggiata alla porta del bagno.

Non ti seppi parlare

poiché parlare era inutile.

*

da Falansterio onirico

 

Giusto un incubo ho pensato

mi teneva il braccio, forte

e tendeva in alto la lama

che non fendeva

tentavo di colpirlo con un vocabolario

ma la mano non si muoveva

tra i denti ringhiavo il nome inascoltato

in fondo alla stanza la forma di un corpo

avvolta in un lenzuolo.

Si muovono rapide le gambe

invitano alla finta e al dribbling

sul campo di terra dei ragazzi

ma subito le ginocchia cedono

e le viti fermano una piastra d’acciaio

ad impedire che fuoriesca la rotula.

L’AUTORE

Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri, La marmorea apparenza residua per Fallone Editore nel 2018.

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“Derma” di Arianna Vartolo, Arcipelago Itaca, 2025

23 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Con i contributi di Mattia Tarantino e Sonia Caporossi.

di Mattia Tarantino

V

Tutto il mondo è la sagoma di un corpo. La pelle, l’unica geografia possibile. Come tutte le geografie è un sapere di guerra. I popoli che camminano tra le dita, quelli appesi tra l’uno e l’altro labbro, oppure certe bestie, un’imboscata attorno all’ombelico.

VI

Messico, mosche, lievito madre. I punti cardinali, le coordinate per un’altra Porta. Bussano, mordono, ci interrogano. Non sappiamo rispondere e lasciamo ci sbranino.

di Arianna Vartolo

Ieri ho sentito più volte ripetuta la parola
Padre. Ho pensato per un attimo
a quello che per ipotesi – non remota
quanto la conferma – dovrebbe essere
il mio. Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato
per un attimo a pesarne la figura – farne
giuntura essenziale a dispetto della forma
fessa che ne spaccava i contorni
in quei giorni che mai è stato presenza.
Ieri ho sentito più volte
ripetuta la parola padre. Ho provato per un attimo a scriverla
non maiuscola non corsiva – senza segni distintivi
che ne dicessero una qualche vaga rilevanza.
Ieri ho provato (anche solo, tolto tutto) per un attimo
a pensare a mio padre:
non me ne sono ricordata il volto.

Nel bere la gola si muove veloce
quasi a dire qualcosa ad alta voce e invece
– invece – non parla. Ha sete e ingoia
acqua spiriti, cose segrete di varia matrice
rimaste sospese a farla lavorare.
Il moto ondulatorio produce pressione
appena sotto il punto d’adesione tra faringe
e laringe. È il processo respiratorio a rischiare
la compromissione: prestare dunque attenzione
a che nulla vi sia a stringere il canale.
A soffocare un corpo
con un altro estraneo che spinge

Non tralasciare il potere dei giorni
dispari; quello degli attimi fuori
fuoco – fuori tempo. Trova i contorni
di questo mio dedalico costato
e lascia entrare luce e sangue sempre
nuovi; alle tue dita ho dedicato
il nume di ciò che c’è e non si vede

La debolezza che spezza le unghie
nel togliere la buccia ai mandarini
somiglia a certi mattini d’inverno:
è gennaio con il sole che basso
passa sotto lo sterno; segue passo
passo un respiro mancato, quel battito
infermo che nulla trova tra sistole
e diastole. Si direbbe forza
quella che manca – priva di ossa o scorza
a protezione; del frutto che lascia
è l’ultima forma di assoluzione

Che cosa c’è dietro questo curare
il lievito madre per settimane:
farlo maturare a temperatura
ambiente – forse ottimale, o lasciarlo
respirare in barattoli di vetro?
Cosa dietro l’asse del tavolo in legno
messa in orizzontale a sostenere
quel peso in più che non le appartiene?
Ti chiedi dove sia quella forza
che fa tornare indietro dopo tanto
andare; che tiene il conto di quanto
carico sia ancora da portare.

di Sonia Caporossi

“…la ferita, per definizione, erutta siero, plasma, batteri piogeni e linfociti: è il pus (ancora in latino: “marciume”) la sua sostanza d’elezione. Invece, “L’atto di un dolore” viene qui riferito come“moto costante di penetrazione / che porta con sé solo mancanza; uno / scandire che non può misurare grazia”. Il dolore che a questo punto si descrive non butta fuori liquame putrescente, bensì lo introietta nel mancare piorroico della fistolazione. È la conclamazione estetica/estatica della malattia, fatta di spine dorsali doloranti, di piaghe da decubito, di colpi di tosse notturni, di enfisematiche espettorazioni. È la malattia materna archetipica, che sottintende il tema straziante della cura, col suo portato drammatico di angoscia e irrisolvibile attesa della morte: l’altrui e, per simpatetica compartecipazione filiale, la propria, prefigurata e interiorizzata ante tempore. E, ancora, si dipana qui di nuovo il tema del fluire incontinente di liquidi umorali secreti dal corpo che si stampano in maniera sindonica sulle lenzuola e sul cuscino “umido / di sudore; umido di umore” dello straniante decubito da cui nessuno si alzerà più sano, né la madre, né il padre, né la figlia.”

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Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

13 lunedì Apr 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, Prosa poetica

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Tag

Campagne, Giancarlo Busso

 

da Campagne

Avevano detto, ma mentivano, infine si mentivano in continuazione. Un insieme di eiezioni, una cloaca di cattivi odori. Una famiglia di patologie, un edema di egoismo, di prepotenza. Un letamaio dove far vivere un bocciolo. Cresce improvviso, purissimo, sopra la melma fumante. La vittoria, la dimostrazione della specie, il salto. Nessuno è speciale, occorre la diversità. Forse neppure quella. Un sipario calato, la saggezza della morte, il dirsi che poi alla fine non è cambiato niente, non poter dire niente. Alcune cose accadono, perché è il caso che le fa accadere, poi dopo si deve fare ordine. Si parla di destino, si mente ancora, oppure si dice e basta. Tanto nessuno può verificare.

 

Non c’era più niente che potevamo fare, il nostro sogno era partito, lontano da noi quanto noi da lui. La terra era un fumetto, disegnato come un fumetto, dentro c’erano anche Dylan Dog e Pippo, un po’ di veleno, un cancello enorme, forse un portacenere. Non era per niente sicuro che avremmo ancora avuto il coraggio di scavare qui dentro, come dentro il ventre della madre, che non aveva più un ventre, era un profondo stratificarsi di coloranti per ogni sezione, strati fusi di plastiche che si erano abbattuti sulla terra come meteoriti, ma noi eravamo ancora qui ad interrogarci sulla sua fertilità. La madre ha generato un alieno, un essere in grado di cibarsi di solo dolore, un immenso moloch che ci osserva mentre lo sterro riprende.

 

Si era sposato cento vacche da latte, di ognuna conosceva il nome, le mungeva, le puliva, parlava con loro, credeva nel grande risultato. Non le vendeva mai, le lasciava morire di vecchiaia, le seppelliva nei campi. I vicini dicevano che era impazzito, che non aveva senso. Generazioni di allevatori biasimavano la bestemmia di fare della carne terra e non profitto. Le ossa ora riaffiorano in disegni inaspettati, le stalle vuote sono magazzini di pensieri passati in sottili granaglie. Negli anni ha smesso di piovere, prima qualche inverno, poi è venuta la siccità. Le belle giornate confondono dopo il lavoro, la concimaia inutilizzata non trova mestieri e fa muro alla strada.

 

Non moriva per quanto fosse stremata, la vedeva la morte davanti a lei, eppure non andava, era la persistenza della vita. Sembrava possibile credere che morire fosse per una bestia il termine cieco dell’esistenza. Trascinata fuori dalla stalla, massacrata di bastonate, era l’ultima vacca di un commercio di uomini. Alla f ine anche il cane aveva preso a morderla: “Muori, perché non muori e ci guardi ancora?” e lei dopo un po’ si lasciò cadere e fu finita. Così la mattina si popolava di bambini che battevano con bastoni di canna quel corpo vuoto, sopra un mucchio di letame freddo, sembravano partecipi a una iniziazione primitiva. Battevano la spessa pelle della carcassa che dal gonfiore emanava miasmi pestilenziali. Tutto era perfetto, cristallino, si poteva capire ogni cosa, la testimonianza della fine di una vita, o forse la vita stessa che si voltava a osservare l’eiezione della sua morte?

 

da Contrade

La domenica in paese

Tutte le volte che la domenica vieni a prendermi la domenica in cui si andava a messa tutte le volte, anche quelle che non ricordo E poi il ridere forte che risuona dalle altre case perché la felicità è quella cosa lì si mette sul balcone con la biancheria e la bandiera e si tengono le finestre aperte a far prendere aria Tutte le volte che qualcuno mi dice è domenica e insieme ci si siede per un boccone girando attorno al tavolo tra i sorrisi con la bocca piena di qualcosa che dell’unica cosa che sazia la vita Tutte queste domeniche con la gente a spasso che guarda, forse ci riconosce, parla del tempo e sa già dove porta ogni strada, ma non andrà mai da nessuna parte

 

I morti

Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo e stare soli è una paura più grande. Come se i morti portassero delle risposte, nella notte, nel buio, e ti chiedessero cos’è ancora la vita, e tu guardassi il buio ad occhi aperti, cercando la luce per il mattino, e trovassi invece il sonno, e sognassi la vita.

 

Vestigia a me prossime e terrene

Nella stanza in fondo alle campagne, caduto alle tre del mattino in una profonda vertigine, [nel trascinarmi in indagini interrotte, questioni irrisolte, [irrisolvibili incrinature, applico forze a sollecitazioni esterne in un cambiamento [dovuto a interazioni che mi compongono. Finalmente sobrio alle ragioni incerte, sterile alla superficie ora inspiegabile delle mie domande, ho lo sguardo distolto dall’intercalare di opinioni [in conflitto, senza più porre attenzione al sovrapporsi di singolarità, ritrovandomi in vestigia a me prossime e terrene.

 

Giancarlo Busso, “Campagne”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTORE

Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.

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Tre poesie da “Bianche fioriture nere” di Claudio Pagelli, Puntoacapo editrice, 2026

09 giovedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Fotografia, Novità editoriali, POESIA

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Tag

Caludio Pagelli, Fotografia, Gian Maria Garuti, POESIA, Puntoacapo editrice

La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti

Ruggine

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

splende di ruggine

l’erba della terra.

come un dio

sbranato dal vento

al peso della luce

s’arrende il fiore.

Radice

resta poco, resta l’osso

che s’inarca e sbanda

nel vento che ci divora.

resta il bianco, il nero,

fragili radici fra i denti

della terra, l’aria che trema

tra gli insetti e la luna…

Attesa

il bianco mi acceca

quando il sole spinge

la lingua sui muri.

all’ombra degli alberi

riposa la luce,

il corpo nero delle pietre.

attendono i fiori dei campi

il saluto delle stelle.

nasconde un pugnale il cielo

sul petto aperto di settembre.

Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024).
Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.

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Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

30 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Giulia Catricalà, Reboot del sentire

 

I

C’è sempre tanto da dire,

ma il codice è derubricato

al silenzio.

La parte amputata del verso

zampetta sui nostri volti

come una festosa fragilità.

Mi mancano

i pennacchi ariosi della metrica

il grip del ritmo

la brulicante calca del parlare.

Anche oggi

con gli occhi fissi sullo smartphone

cerco il senso

succhio una radice

dallo schermo.

 

VI

Quando avrai la mia età

non ti serviranno poemetti,

diari e altre reliquie.

Ci saranno bisturi quantici

– innesti cerebrali –

pronti a disconnettere il male.

Vedrai tutti quei volti in processione

– i volti che adesso vedo anch’io –

li potrai sgranare, cesellare

ripercorrerli frame dopo frame

sviscerarne a posteriori

lo sguardo, la vertigine.

Potrai tradurre i pixel galoppanti

di un sorriso – lo script dell’addio.

 

Era rabbia? Era amore?

Sarai in grado di riavvolgere, emendare

o sospendere in un firewall.

Lo faccio anch’io

con i miei sistemi rozzi

– analogici e traslati –

Ti sembreranno fossili!

Com’è bizzarro e obsoleto

questo buffering del sentire.

 

IX

In sogno

non riesco a replicarti il volto

sei pixelato, incerto, lontanissimo.

Tento di sognarti con soddisfazione

ma sempre a bassa risoluzione.

Così

apro i libri di scienza

frugo nei manuali,

apprendo che l’ippocampo

non indicizza la tua immagine

e mi smarrisco nel tentativo

di ricodificare l’impianto,

di far attecchire

il tuo bellissimo volto bannato

a questa sorta di sistema vacante.

Ed ecco che mi drizzo sul divano,

scorro l’album fotografico

e mi sincronizzo.

Questo è il tuo naso,

questa – la tua bocca

questi sono i tuoi occhi:

interfaccia tra due mondi.

 

Giulia Catricalà, “Reboot del sentire”, Fallone Editore, 2025.

 

L’AUTRICE

Giulia Catricalà è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Lettere Moderne alla Sapienza e ha conseguito un Master in Giornalismo alla Luiss. I suoi versi sono stati pubblicati su riviste di rilevo e tradotti in altre lingue. Cura una rubrica per Il Tempo e collabora con giornali e magazine. Ha esordito nel 2023 con La rosa sbagliata (Fallone, prefazione di Mario Fresa).

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“Non ho incontrato un pettine” di Filippo Parodi, Polimnia Digital Editions, 2026

26 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Tag

Filippo Parodi, Non ho incontrato un pettine

Io che sono cresciuto in una famiglia allagata

L’Edipo di poi
è un Peter Pan pandemico
che lancia sassolini
alla finestra riscaldata:
la solita zuffa
e i cocci sono miei
mentre chi rompe vaga
questo limbo a chi lo do?

Cavalpesante

Ah, se soltanto
in prima elementare
assieme alla maestra e ai compagni di classe
non mi fossi recato al cinema, quel giorno sciagurato
per assistere alla visione de La storia infinita.
Non ci furono a graziarmi orecchioni o scarlattina
acquazzoni, terremoti, autobus scioperanti
e magari, in alternativa, ci avessero portati all’acquario
a spalancare bocche vis-à-vis coi pescecani.
Nossignore, dovevo finire nella storia senza fine
poco è valso che il papà mi spiegasse la distinzione
tra finzione e realtà, che in seguito, per decenni
lo psicanalista raffinasse questa teoria.
Potessi almeno oggi consultarmi con un’altra vittima
nata tra il ’77 e il ’79
la cui dunque adolescenza è stata in egual misura
devastata dalla scena lancinante cruenta
dove il cavallo bianco del guerriero
è inghiottito
centimetro dopo centimetro
nelle paludi della tristezza.
Il collo di neve pura
poi il marmoreo muso intero
risucchiato nella melma
irreversibilmente.

Quegli occhietti così struggenti di bestiolina indifesa
(E.T., a confronto, una rugosa barzelletta)
e che avrebbero meritato un Oscar alla carriera
alla pari di un Jack Nicholson o di una Meryl Streep.
Occhietti come spicchi di specchi di paura
che hanno preso a proliferare
in ogni mia molecola.
E no, non avevo colto, quella volta al cinema
che la storia fosse infinita all’infinito.
A 6 anni non lo realizzi mica
nella scossa funesta improvvisa
che la storia, per l’appunto, si chiama i n f i n i t a
perché
dall’istante in cui
ti sarai alzato dalla poltrona
non ci sarà
là fuori intorno
per il tuo destriero pallido
un limite all’abisso
né al talento di sprofondarci.

Barbarie da bar

«Posso chiederti un caffè ristretto però non bollente?»
«Ti chiedo un cappuccino con latte d’avena zero»
«Ti chiederei un bicchiere d’acqua, ma dal rubinetto, se te lo posso chiedere».
Ebbene sì, è questa l’ultima moda.
L’infelice ritornello già in testa alla classifica.
Più irritante del ridondante e inestirpabile Piuttosto che
il Cioè, a confronto, oggi sembra un simpatico vezzo.
E si insinua, Ti posso chiedere, in ogni strato sociale
lo masticano i giovani, lo sputacchiano gli anziani:
una nuova (e si catastrofizzerebbe definitiva) pandemia.
Conformismo vegetativo. Intorpidimento delle intelligenze.
Dovremmo invece prendere a esempio l’eleganza schietta
l’essenziale sobrietà dei serial killer
i quali, nell’atto di uccidere, mica stanno là a perdersi in tante melliflue ipocrisie.
Penso proprio che arriverei ad ammazzare a mani nude
l’assassino che mi chiedesse se può chiedermi di farmi fuori.

ATMostruosità

Doors open on the right
sputacchia la racchia voce
sforacchia le masse lasse

dalle casse scartavetranti
pedestre pedagogia
della spastica maestrina
dalla sera alla mattina
Please hold on to the handrails
poi Cenacolo Vinciano
poi Change here for metro line 2
poi Toglietevi lo zaino
Please beware of pickpockets
ma la sola unica cosa
di cui ci hanno depredati
per giorni e mesi e anni
vagolando tra i vagoni
è un dannato, inopinabile
brandello di silenzio.

Alba euforica

Addosso
lo spasso del rosso
ossa smosse dalla fossa
il collasso del bossolo crasso
bossanova del masso rimosso.

Autosuggestioni per una digestione migliore

Su una panchina
con gli occhi chiusi
un giorno che la paura di rincasare per pranzo sbaraglia
masticare con lentezza meditativa i cannelloni
acquistati nel reparto Piatti Pronti dell’Esselunga.
Ripetersi, ancora fumanti, che ad averli appena fatti per te
è una moglie, una mamma
in sintesi Sandra Milo.
L’allettante e allattante conduttrice di Piccoli fans
o in quel film di Pietrangeli in cui balla l’Hully Gully
con un cuore inossidabile
dipinto sulle labbra.
Le stesse che ora ti soffiano sul sugo di carne.

Anti auguri

Non lo desti
il beneplacito
per quella placenta frignante
la tutt’oggi fumante patata
che non hai rimbalzato ad un altro
e hai voglia a soffiarci
e risoffiarci sopra…
però sono candeline:
a che numero stanno ammontando?
Ma tante tante tante.
Pari almeno
alle carie
del caval donato.
Mentre
di anno in anno
la torta si è fatta torto
il desiderio sfiatato
più fosco
e più comico.

Monocromo

In questi giorni di convalescenza e di convulsioni dell’animo
costretto, kappaò sul divano, a ingerire solo tè verde
a tu per tu coi sorci verdi, che sono più di tre o quattro
la borsa dell’acqua calda verde salvia sulla pancia
non faccio che rimbozzolarmi nella coperta di lana che Marta
ha comprato in beneficenza dalle parrocchiane operose
la quale è anch’essa verde, verde come la speranza.
La speranza che si dice è sempre l’ultima a morire.
Ma lei spera comunque che un cane si presenti ai suoi funerali.

Non trovo cane per i miei denti

Quantomeno ho smesso di avercela con te
in merito alla questione che non mi desideri
che non cerchi, oramai, un’intimità fra di noi.
La bile, attualmente, latra e ringhia all’infuori
a giochetti e inconcludenze di fantasmi-più-che-amanti
agli orgasmi asmatici su schermi luminosi.

Non di rado c’è a chi va di praticare solo sesso
chi avrebbe preferito tutto sommato fare l’amore.
Io che sto, tra i due estremi, scolorendo la differenza
sconto la mia pena di pene nella sabbia.
Rabbia
nei tuoi confronti
che oggi è un grilletto parlante.

Mi ciucciano cannnucce

Tettucci sdrucciolevoli
beccucci più che boccucce
cucciolate di corrucci
incappucciate lucciole
cartucce, luccichii
di lucci uccisi in grucce.
Sbucciante, sbertucciante
fa spallucce uccel di bosco.

La grazia di scomparire

Faticoso
nonché imbarazzante
tutti i santi giorni
reinventarsi
il proprio crimine
fingere di ricordare
che diavolo si sia mai fatto
di così riprovevole
di talmente efferato
per meritarsi di esserci.

Filippo Parodi nasce a Genova nel 1978. Si laurea in Filosofia Estetica a Milano, dove tuttoravive, con una tesi sul verosimile e “il meraviglioso” nella poesia. Nel 2013 pubblica per Gorilla Sapiens La testa aspra e nel 2017, per Fondazione Mario Luzi Editore, La panchina senza angeli. Per Polimnia Digital Editions escono Per te soltanto, bambino – Frammenti di emisferi e Tapping-ninne nanne (2018), Flaming Child (2020), I Am a Dream That Is Dreaming of Me (2024), Non ho incontrato un pettine (2026).

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Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

16 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Monica Messa, Una pistola al Luna Park

 

Il gatto marmorizzato

dietro l’angolo sonnecchia.

Un cielo plumbago azzurro

ha inondato il lato sud.

“Occhipinti aglio e menta

al tavolo ventidue!”.

Muta la zultanite

sull’anello di Samir.

Tiri fuori

un piccolo seme dalla tasca.

Bustrofedico procedi. Sogni

idromele e mescalina.

*

(Mia madre dorme.

Anche quando ero bambina dormiva.

Dormivamo insieme

e facevamo sogni uguali,

una mamma e una figlia foglia d’oro,

abbracciate come in un’odegitria.

 

Mia madre dorme.

Guardavamo i Film della Fiera

in flanella e bigodini,

c’era Amedeo Nazzari

e un bambino che moriva.

– Mamma, non voglio guardarli più –

 

Mia madre dorme.

Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,

le sue mani insaponate,

voli di bucato dalla finestra,

la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.

 

Mia madre dorme.

In estate non riuscivo a prendere sonno.

Odore di smog e Adriatico nella stanza.

Leggevamo di nascosto

fino all’ultimo aereo postale.

 

Mia madre dorme.

La notte ora cresce concava

sulle sue ginocchia girasoli).

*

Inchiodata a una bilancia

o a passo silenzioso e svelto

fra scaffali e lattine

 

(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)

 

con l’orizzonte portatile nella borsa,

violacciocche nella scollatura,

e un destino di cartapecora in tasca,

mangiava pane e fumo.

*

Sono spezzata.

 

Spezzata in un punto

a metà della schiena

ho un nido abbandonato

con uova schiuse

e piume insanguinate.

 

Sono spezzata.

Spezzata in un punto.

*

Vorrei soffermarmi sul delta

che sfocia nella tua fronte ampia.

Campeggiare sul tuo sorriso vago,

scivolare fra le pieghe dell’orecchio

e stendere una palpebra

come tovaglia da picnic.

 

Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,

accovacciarmi sul tuo mento glabro.

Percorrere il letto delle lacrime

sino ai calanchi del piccolo naso.

Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini

e dondolare, come se fosse estate

e io avessi ancora i tuoi undici anni.

*

Bice ha gli occhi grigi.

È minuta e le piace cantare.

Fiorin fiorello

l’amore è bello vicino a te.

 

Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.

Bice indossa camice con volant.

I soldati le guardano,

ma Anita è Anita.

Anita ha il fuoco dentro agli occhi.

Bice ha capelli nuovi

castani, lucentissimi.

 

Bice legge,

porta gattini a casa,

frigge le alici,

arrotola trippa e serve vino.

 

Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.

È bella Bice,

ma c’ha la risacca dentro

e la risacca abbaglia

chi non la sa guardare.

 

Bice scrive

e quando scrive è come un ricamo

fitto fitto di parole

scrive diari, poesie, preghiere,

piange per un pino caduto.

 

A fine agosto, Monopoli è una brace.

L’afa si addensa

filtra dai muri nei palazzi.

La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,

si va al mare. Ma Bice è a casa.

Chissà a cosa pensa,

se si massaggia le caviglie bianche

se gratta la nuca di Nerone

se legge a bassa voce oppure prega.

Un colpo al portone, secco, uno solo.

Un cacioricotta galeotto

e un breve messaggio.

Bice non lo dice,

ma la sua risacca si fa mare.

*

Ho la felicità inceppata

come una pistola al Luna Park

– dieci colpi, cento lire –

era il prezzo della libertà.

 

Il crepuscolo è caduto

irrimediabilmente su tutte le cose

e in questa nuova estate

si rintanano le lucciole.

 

Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.

 

 

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“Nel domestico giardino” di Raffaella Bettiol, Arcipelago Itaca, 2025

12 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Novità editoriali, POESIA

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Arcipelago Itaca, Raffaella Bettiol

L’ippocastano

Insiste il ricordo
di quell’ippocastano
giochi infantili tra i rami
scorsa di vite smarrite
cadono castagne matte
la madre attende un figlio
la guerra non è finita
incessante il sorvolo
di areoplani
il padre sotto la sua ombra scrive
imperturbabile all’irrompere del vento
vento di bora che spezza i rami
l’albero non ha voce per gridare
ed è incerto il mattino
ma profuma la magnolia
nella sua veste bianca
un po’ consola.

22-9-2024

La fiaba del giardino

Non chiedermi nulla della vita
non so risponderti,
ogni domanda s’annulla
nel fitto di gelsi e palme.
Storditi dalla calura
lentamente camminiamo
un verde silenzio di sguardi
ci avvince
in pacata voluttà.
Lieve il vento sull’umida pelle.

28-8-2017


Vivo d’anime il giardino

Rastrema il gelo
preme la fame d’un raggio
la quadratura d’un giorno di sole
polvere e fumi salgono dalle case,
non cede la morsa del freddo
nel nebbioso richiamo d’un’eco
geme il giardino di sgomento
per non morire cela germogli
dentro la dura scorza della terra,
affioreranno forse ma non ora
gravida di nubi la stagione
misura la forza d’ogni vita,
le anime impaurite cercano rifugi
da quel viatico e fanno ressa
gemono tra venature d’alberi
le radici protese al futuro.

20-1-2021

Il verde e le viole

Invadono il verde le viole
molle la fanghiglia le circonda
a passi rapidi sali il sentiero
qualcuno forse una donna già attende
non posso raggiungerti
inutile chiamare
fitti i rami s’addensano
in un incauto incesto
e tutto si confonde in un turbinio
di foglie
d’algoritmi smossi da cerchi d’acqua
nel frangere copioso della pioggia
sul breve intervallo d’una vita.

2-6-2024

Primule gialle

…corrono veloci i ragazzi
le sciarpe e i capelli al vento
vanno liberi incontro
al mattino luminoso
nessuno può fermarli
squillano gaie
le primule gialle
al breve istante di sole.

20-4-2010

Nel vuoto d’una stanza

S’imminia un fiore
nel vuoto d’una stanza
non lo recide il pensiero
e s’effonde un profumo antico
di legni forse di quercia
tra gelide lenzuola
richiamo di quel tempo
il più fugace e presente
non c’è un braciere
la notte fraseggi indistinti
di rami e fruscii lontani
calde le mani d’una madre
sulla fronte
e sale il gelsomino
sull’impervio muro
d’un bianco stupore la nostalgia
che non s’arresta
tra grigie pareti.

10-6-2024

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Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

09 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Novità editoriali, POESIA

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Alessandra Raffin, Introvert

 

1.

Ho paura di tutto

A giorni alterni

E come una favola di buio

Attraverso i campi

Le notti hanno una schiuma

Io

Costruisco la mia pace

Le pozze di fango mi prendono

Non ho il tempo di cadere

Io

Costruisco la mia fame

Le foglie del grano mi tagliano

Non ho il tempo di Io

Non ho il tempo

Se domani non saprò più niente

Di ciò che non avevo mai saputo

 

4.

A volte

Non so chi io sia

Quella che conosco

Mi pare

Solo strana

Come una deviazione

Una strada mal diretta

Vago

Tra cortili spaiati

In cerca d’acqua

E tracce

Che forse ho dimenticato

Ciò che conosco

Mi conosco?

Come una piccola noce

Che quando cade

Fa rumore

 

14.

Forse

Sarei dovuta tornare a casa

Con quel libro

Forse

Con l’altro libro

Un altro

Uno in più

O forse

Avrei dovuto dare voce

Alla mia voce

E ascoltare il suono

Che vibra

Segreti di potenza

La falda che aspettava

Di travolgere il silenzio

Lo spazio per la voce

Tra le guance

Nella bocca

È piccolo

I denti la mordono

La gola la risucchia

La tira indietro

Se pensavo che il tremore fosse paura

No

Era l’inizio di un sisma

Tutto ciò che vibra è vivo

Tutto ciò che vibra può risuonare

Tutto ciò che vibra può rompere la materia

Come si può parlare?

Ora lascerei andare questa onda

Irresponsabile io

Indispensabile lei

 

18.

Guardo la luna piena

Scie bianche

Mi dissolvono

Le mie cosce tronche

Si disossano

Ed io

Sto dormiente alla finestra

E la luna

Si allontana dalla notte

Va a lottare

Contro corna di rinoceronte

Resto ferma

Nel mistero che mi appare

E sogno di una lepre

Che salta indisturbata

Tra fossati umidi

Calpestando quadrifogli

 

21.

In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde

 

Alessandra Raffin, “Introvert”, Eretica, 2024.

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