
Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)
La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …
MARCO PLEBANI
ISTRUZIONI PER L’USO
Leggimi, lettore, se questo vuoi:
fallo con voce
bassa,
lenta,
modulata,
medianica,
affrettata ove è necessario.
Che tu possa, lettore, aderire
a codesti dettagli inconoscibili;
impara, però, predisposto silenzio.
*
L’ORACOLO DI DELFI
Ho immaginato d’andar a Delfi.
Vo camminando dentro il nemore
alla volta d’adito d’oracolo.
Da sempre terremoti e vapori
i tuoi inarticolati responsi inebriano.
Pizia, debbo dirti quel che memore
nel cuore mi favella d’ostacolo:
«Quotidianamente abortisco amore,
io sono un poeta
e dico la verità
sotto forma d’enigma.»
Ella emette un risuono rauco,
endecasillabo indecifrato:
«Fatti trovare e di cercare smetti.»
*
CHERNOBYL
Non ho pianto quando Chernobyl
sotto forma di nube al cancro
rubò i miei giochi esposti
in terrazzo.
Né quando mia madre
la serenità perse e non fece finta di nulla.
Né quando mio padre si è sigillato,
chiuso per sempre nel suo dolore
e nel trafitto silenzio: “Addio fratelli dispersi”.
Né quando,
per giorni,
mia sorella si è sentita
completamente sola
sotto un sole ripieno di sorrisi.
Né soprattutto
sopr’ogni cosa,
quando nell’87 gli infermieri mi hanno chiesto
di “gonfiare un palloncino”
in una sala operatoria.
Anestesia totale.
Mi svegliai burattino nei legni dolente.
Ho pianto ogni volta che qualcuno è morto
ed una parte di me ha camminato
per sempre nei cortei funebri.
Troppo preziose e troppo rare
le lacrime di un uomo.
*
AD UN COMPAGNO D’USCITE
Riccardo, parliamo per superlativi
vivendo disco su disco essenti,
e male riponiamo da presenti
le nostre speranze senza additivi.
Camminiamo a passi cronici e lenti,
da spettatori, anonimi occhi,
anonime parole, folla di specchi,
alcolici locali luminescenti.
Ovattiamo la delusione, picchi
dei decibel non potranno guarire,
pian piano sordi saremo d’orecchi.
Aspettiamo birra che vuol lambire
le nostre labbra, le nostre stigmate.
Aspettando un giorno da non capire.
*
PASSEGGIATA A SENIGALLIA
Fredda sera quella di metà Marzo;
d’ameni sorrisi risuona
il sentiero stradale di Senigallia
che brulica alcolico in tribù
ancor poco popolose, col mare
ancora avvenire, lontano, ad un passo.
Non sentirò quell’inizio d’estate
ancora avvenire, lontano, ad un passo
da casa.
Eravamo ragazzini
consimili alle more dei rovi,
sincarpi sugosi del gelso bianco.
*
TRE PORTE D’UNIVERSO PARALLELO
La prima porta
sono le mani di un artigiano:
mani che piegano il ferro,
che elettricità conducono,
che demiurgano, crisi nonostante.
La seconda porta
si trova nella chiesa di Appignano:
entrato, vi rivivo la chiesa mia,
tale e quale,
quando chierichettavo paffutello
o meaculpavo in ultima fila
fanciulle rimirando.
La terza porta
sono i cipressi di Piediripa:
sotto nuvole di blu manganese
piumeggiano il ciel solleticandolo.
*
ALEXANDER RODCHENKO E VLADIMIR MAJAKOVSKIJ
Abbiamo cantato e fotografato
la rivoluzione inquadrando i figli
di madre Russia dal basso verso l’alto.
Il popolo verticalizzava verso il futuro.
Ma ogni natura umana è più grande
d’ogni universo possibile:
Vladimir si è sparato al cuore
ed io, Alexander,
l’ho fotografato come un bimbo sotto le coperte.
*
29 FEBBRAIO
Un’aperta paura mi perdura:
ma è veramente nato chi nasce
il ventinove giorno di Febbraio?
Sembra una data di sutura,
una data posta d’innesto
negli astrolabi fuori di senno,
lo sclero della volta celeste
vi obbliga le feste a diluir.
Obliati in un Febbraio oblungo.
Ma non siete i soli.
Per ora
pure io innamorami non posso,
adattarmi alla tua formula,
in grado di godermi
le cicale e la folata di vento.
Dalle graduatorie cancellato.
Angoscia autoescludente.
Sensazione di non-nascita.
Nato il ventinove di Febbraio.
*
UN FUNERALE È:
Un funerale è:
una vita che finisce,
una memoria interrotta,
uno strascico fiorito di dolore,
una necessaria messa in scena del macabro.
Un invito alla vita.
Marco Plebani, testi tratti da “DECIMO DAN”, in Poesia Entropica, Edizioni La Gru, 2022.