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Se merli e gabbiani,

in fondo, e alberi e nuvole,

in fondo colpevoli,

ubriachi di crudeltà

si assopissero e tutto

e tutti, in calma adiacenti,

gli uomini e il divenire,

il crescere inconsolabile di noi,

se tutti, persino Dio,

tra i suoi gioghi

si spegnessero

da un sonno divorati,

da un mutismo balbuziente

iracondo, spinti annegassero

nei loro desideri irrisolti.

Se le macchine, al produrre,

al telefono e alle comunioni,

dessero fermo, una rinuncia totale;

se auto e navi non disegnassero più

irregolari circonferenze;

se di tutto e di tutti rimanesse

 

solo il silenzio, se il lavoro

con il suo sudore cessasse

ed i figli e i genitori sordi,

di acume di intese, al tuo fianco,

si stendessero e candidi gli occhi

si chiudessero, guardandoti

senza lacrime.

 

Di quale inferno dipingeresti le pareti di casa;

orrori riempirebbero la tua mente,

vergogne saranno le tue compagne.

 

Daresti una solitudine al tempo,

inconsolabile vagheresti,

per le campagne della tua giovinezza,

carezzando tronchi ed amanti,

come si carezzano cani e prigionieri.

 

Nere unghie di tumori,

si stancheranno delle tue consistenze,

sgretolandoti sarai parte di draghi d’asfalto,

e niente che tombini e scarafaggi,

non possano digerire saranno le tue carni.

Il divenire di sé,

a me annoia, mortalmente.

*

Aspira forte l’odore di sole,

lische, vuoti gusci bivalvi,

becchi di totano,

a fondersi sui sentieri,

con le mie promiscuità.

 

Ombre e nebbie,

e sterlizie di sole:

l’immaginario della rovina,

trascendere il bisogno d’acqua,

rinunciare alla cioccolata e scordarsi i nomi delle stelle,

sul cielo, i ricordi a venire.

 

Strana è la vergogna:

come, in frigo, i corbezzoli,

a fianco di cicale e acciughe,

sono il mio consenso all’intraducibile.

Sordo e cieco e con parole perse,

sparse per il mio essere,

come nelle favole,

per ritrovare casa.

 

Disteso sulla mia assenza,

ascolto gorgogliare il sole,

i turisti, la gioventù,

l’idiozia.

 

E mi perdo, con lo sguardo,

nell’orizzonte, la sabbia

tra i miei piedi, laggiù,

fra il silicio e la sporcizia,

sogno affogarmi.

*

La vecchiaia ha i capelli tinti di rosso,

tutti i giorni si siede sul lungomare e tinge

di vermiglio le guance dei bambini,

che urlano e sorridono e diventano

“tramonti da togliere”.

 

La mia cenere si disgrega,

con troppa facilità la mia delusione

è diventata miope,

vedendo banani morenti innestati,

al fianco, di pini che si attorcigliano e

che diventano case, solo, per la muffa.

 

Mi rimane solo un mare di inconcludenza,

dove pescare e nuotare; il mio sguardo

incontra solo occhi incapaci di raccontarsi,

cercano, senza rimedio quella cavità

nel mondo dove riconoscersi.

 

I denti che sanguinano,

i capelli che cadono,

le ossa rotte,

gli occhi che non mi rispondono:

 

il mondo raccoglie pezzi,

per ricostruirmi altrove.

 

In questo disegno malsano,

distrutto e dimenticato,

forse, mi vedrei desiderabile.

*

Il cielo colora di arancio e apocalisse, stasera,

un dicembre eterno, quest’anno,

un tumulo di pigiami pietre e foglie di cavolo

arranca sul terrazzo.

Tu sulle piastrelle di questa cucina, nuda,

condensa dei sapori che scivolano sul muro,

ispide curve piene di neve e capelli caduti.

Si respira certezza: una cupa musa,

svestita in salotto.

È un morso rancido di lepre,

prepotente come i colori di Spagna,

quello che ti suono addosso.

Amare: come un incidersi di chiodi nella milza,

danza sui vetri rotti, è un rituale

che appartiene solo agli altri.

*

In mezzo a questa nebbia calma,

posatasi stasera sul mio cortile,

regna il nulla, il niente.

Respirare in questo silenzio

è solo rumore irrispettoso

per svegliare insetti e animali

pieni della stanchezza del giorno.

 

Lontano, una volpe fiuta

la mia sigaretta e aspetta,

cenere e fumo, che dormano.

Cocciniglia e calcite desolate,

in questo mattino,

non ho udito un gallo cantare

l’alba, ma solo un tremare di piume.

*

Un tasto di flauto sbagliato o un crampo alle dita,

scoraggiata sensazione di inverno è stato il mio crescere,

imbarcato su aerei e su navi che arrivavano sempre in ritardo.

Braccia amorevoli del mare e tepore caldo di abbracci,

pianti e sangue, quelli erano i miei porti, o i nomi

delle calli di Venezia o le calme piatte degli olmi riflettute

in laguna. Ho lasciato rose appese ai semafori

come segnali di sentieri che traversano la mia umanità,

ma ogni ricordo è un vestito bellissimo di cui si adorna

la mia crudeltà, di cui l’ubriaco vento del Nord getta

i drappi su scogliere a strapiombo sui miei oceani,

laggiù, giace a pezzi la mia innocenza

in comuni sacchi neri dentro cassonetti.

*

Arriva anche quest’anno la Quaresima,

debole di pensieri e canti antichi,

giorni di mandorle e pepi,

poveramente dolci di omaggi e

stanchi soldati.

 

Turbamento di portarsi un universo,

in tasca, di persone e vastità gemellare

della solitudine che ci circonda,

della vorace fame che divora quei giorni

e dei deserti che dimorano nei libri.

 

Si spianano dune piene di topi

al passaggio del vento e si muovono

carretti di dolci, nocciole e lupini;

a me rimane la gaia struttura

dei chiodi garofani in tasca

e di mandorle amare;

la mitezza sfaldata tra le mani

come un dolce dalla terra.

 

Secoli che si parla di deserti

conosciuti che oramai non urgono

 

più di essere traversati.

Rimango con le labbra screpolate

solo dai baci.

 

Pietro Edoardo Mallegni, testi tratti da “Profumo di liquirizia”, RPlibri, 2023.