
Vista bifronte
che sia carezza e velluto
in sfrego di pelle
ed inguine nudo,
che in cima a ginocchia
si apra il passo alle stelle
e ancora più in alto
un respiro d’eterno,
che non ci sia altro modo
oltre a nascere carne
per odorare la rosa,
il lenzuolo, la sposa,
per ferirsi le orecchie
sopra una scogliera
poi il cielo nel mare
e il mare a volare,
che appena in un bosco
sia delirio di foglie,
la quiete dei tronchi
nella conta dei tempi,
l’impronta graziosa
di una ninfa nascosta,
che a bastare un albore
ad aspettarti sul vetro,
lo scostare una tenda
per l’avvampare di sole
(e una sera una sera
a chiamare per nome
stelle d’orsa ed orione
e l’infinito era lì,
fra quegli occhi e la luna)
che respirando entri un vento
a distendere vele
per l’inizio del viaggio
fra indicibile e immenso
(e si macchia la pelle
d’indelebile azzurro,
si sciolgono i lacci
stretti sopra alle scarpe)
non basta a tacere
la gravità che ci atterra
(troppo esposta la croce,
troppo fragile il cuore
per stare con il dolore)
e mi sento qualcuno
che deve alzare la mano,
contestare il diritto
del disco orario alla fronte,
lo scegliere i tempi
senza dirci parola
e lasciarci qui a terra
fra il morire ed il sole.
Francesco Palmieri
(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa ” edizioni Terra d’ulivi)