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Attraversiamo da soli
questi mondi in contrasto.
La gente passa e canta staccata
dietro di noi, senza
ricordarci. Ogni volta che
spezzo un ritmo mi
ritrovo a ricordare:
forse perché vorrei solamente
unire senza dover
guardare per forza dentro
i bulbi, analizzare d’istante
i sogni che tocco con mano
e mi causano allergie
estrinseche. Cerco di
dare corpo alle cose che
mi si avviluppano intorno
per poi cadere: non
posso afferrare, non
declinare o coniugare in
forme, non ora. Avviene
sempre una distrazione
che mi cinguetta sopra e
fa dubitare in ogni
punto distratto e distaccato,
quasi fosse un colore
lontano che mi ritorna.
Rimangono solo le cose solite
che possono accompagnarmi
fino a ricollegare, ancora,
quello che c’è.

*

Io ci sono dove tu non
credi di poter esserci.
Si rompono gli organismi,
mentre scorriamo e ci
blocchiamo, con i fili staccati:
devo abbandonarti, e
proseguire tra luci
differenti. Di primavera si
scindono le ore tra un
sorso e l’altro, col
vento che ti avvolge
volteggiandoti i petali
attorno e tu non senti, e
rimani confuso. Il giorno
dopo rotolavamo sporchi a
terra. Come forse un
calpestare rami invisibili
sotto le suole e girarsi a
guardare, spaventati. Ho
visto un’apertura nel
cielo ed era strana:
non l’avevo mai sperimentata.
Tu hai una risonanza nella
voce che mi consola e
contrista, come chi cammina
lungo il mare. E se tremai, porterò
nel trapasso il tremito
con le mie ossa. Ma ho paura
nel mio bruciore, e non
scordo quel rosso che mi
chiude gl’occhi:
tornerò a parlare, magari,
cercando il sole a
capofitto sul mondo, tremando
dentro i solchi delle
mie dita.

*

Saltando dentro una sera
azzurra tra un solco
arancio ed un altro, che mi
sa di sangue, pensando
una morte. Rincorrono gli
altri le cose sulle luci d’una strada,
e ti trema rimbombando
lieve il cuore, che hai
ancora paura. La cosa
s’arrossa e svanisce,
e sai che passerà in
una vita incastrata
tra una sfumatura e l’altra.
Così me ne voglio
andare, finché c’è tempo.
E intanto il cielo è
passato e rimane solo
una spoglia di rosso, e
ti riporta gli occhi.
Una luce sillogica
illumina queste pietre:
ma è falsa e si confonde.

*

Non si può più
tornare indietro.
Ho capito alcune cose,
ne ho mancate altre,
mentre chi mi sta
accanto slitta e mi
accompagna nel viaggio.
Ci sono momenti in cui
non sentirsi vuoti,
ci sono cori che sfilano:
cortei che richiamano mondi
chiedendo solo altra umanità
con precisione e cura,
per riempire davvero i momenti.
Sono un fraintendimento che
cammina, misunderstanding
che non sa tradursi dalla paura
di vedersi di persona: per
questo scorro, e non trovo
ambiti in cui rimanere.
Io cammino nel fuoco dei
miei pensieri, tentando il
tirar fuori le parole da dentro
un senso scoprendo
d’esser elettrificato dall’interno:
su di me non rimangono
impronte. Scoprire allora
di dover tornare al
vento e sul bianco
non ancora inciso,
per trovare memoria di
me, senza chiedere
al tempo: ma guardando
attraverso i reticolati
verdi di sapore reale,
per i quali non ho
ancora parole, ancora.

*

Ho incominciato a diradare,
a darmi una meridiana di
sguardi per gli altri,
ad annidarmi dentro
gli angoli scuri delle cose.
Siamo fatti anche di distanze
e tu sei un cortocircuito nel mondo,
stufo delle proprie abitudini quotidiane.
Scavo più a fondo e trovo
le mie discordie intontite
sul suolo nascosto delle volte interne,
attraversate da un filo che sa
dipanarsi nell’ombra in una guida.

L’eternità che cade nel mondo
senza chiedere o respirare. Cade per
il mondo, scandendo i ritmi.
Cambiare la propria carne:
parola nata per durare incisa
sul dorso che sfuma
e rincorre le foglie sui venti.
La rosa cade sui destini
del mondo, senza procreare altro:
almeno non così,
non in questo modo distorto.
Cambiare la propria lingua interna:
questo mi hai chiesto dentro le
iridi scavate dal tempo,
eppure il mondo ancora ci
distanzia, la giustezza nelle
cose è sbiadita.
L’ombra è una gita che
scava e allega ogni cosa
al suo tratto distinto che sfuma.
Ma tu tienimi i polsi e avvolgi
il mio corpo che vibra,
ancora suona la forma e
il tempo per durare.

Il fiume è limpido ora,
con un guizzo che sa di casa
tra i suoi corsi accavallati
al tuo tronco chino che sfronda:
non un riflesso, ma la vera
radice che affonda e sostiene,
ricorda la vena fluida che scorre.
Cade questo mondo con l’autunno
che sfoglia le vie distese sul solco
e avanza e scopre un perdono,
tutto il resto in realtà danza
tra chiaríe azzurre nel bosco
che guardi tentando un sentiero,
ancora esterne ai tuoi passi
ma che disvelano:
una foglia rinsecchita al suolo
può vibrare ancora tra
i tuoi piedi stanchi, toccando
le orme che raccogli in silenzio tra
i morti diffusi sui muschi
e i loro canti smussati.
La luce del tramonto ti sfiorerà
anche nella nebbia che imbruma,
nell’ombra che torna ma delinea
i tuoi contorni ancora stabili,
nonostante il viaggio che
sbiadisce e ha corroso le
membrane contorte sugl’occhi.
Schiarisce comunque alla fine,
e potrai vederti, guardare il
suo degrado mutare stagione e
riconoscerne il tuo per rinascerci
a fianco intrecciato.

Anche se il gelso profumato
ora è morto saprai ripiantarlo
e prenderne cura: le dita
scaldate dalla terra incrinata
e il soffio tra i grumi che rassoda.
Scendendo con la tua nota
più bassa ritornerai, per poi
durare insieme, schiudendoti
alla morte che un giorno abbandona,
ma intanto fiorisce accanto
tra le tue mani.

Paolo Andrea Pasquetti, “Canti del ritorno”, AttraVerso, 2023.