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Tutti i giorni Benedetta Sastri faceva una passeggiata. Disponeva di appena mezz’ora per la pausa, consumava rapidamente un frugale pasto, poi impiegava il tempo restante passeggiando. Benedetta svolgeva un lavoro sedentario, fare quattro passi era un modo per riattivare la circolazione del corpo, smaltire la tensione dei muscoli. Il collo e la schiena protesi verso lo schermo di lavoro. Le braccia e le mani sempre in movimento a sfogliare pagine di documenti o pigiare i pulsanti della tastiera. Soprattutto gli occhi applicati allo schermo necessitavano di una pausa di riposo. Guardare lontano o verso il cielo era un modo per rilassare lo sguardo, dare sollievo al delicato sistema oculare, già provato da una consistente miopia, da molteplici mosche volanti. Miodepsie l’aveva chiamate l’oculista, raccomandandole di imparare a guardare oltre le ombre danzanti negli occhi.

Nella zona della passeggiata stazionavano gruppi di colombe. Animali infestanti che sporcavano dappertutto e mangiavano di tutto, ma a Benedetta piaceva osservarli. Nei movimenti a scatti e per l’iridescenza delle piume. Se aveva piovuto da poco e si era formata una pozzanghera le colombe a gruppi vi sostavano per bere o per lavare le piume. Scuotevano il corpo, piegavano le zampe, aprivano le ali come a fare un bagno rinfrescante. Sul percorso incontrava spesso anche dei gatti, alcuni erano gatti comuni, ma c’erano anche splendidi rossi e tigrati a pelo lungo con magnetici occhi verdi. Sul cammino osservava diverse case e attorno a esse giardini piantumati con alberi da frutto e piante ornamentali, un rivenditore di ricambi, una tipografia, tre panifici, uno studio di veterinario, un barbiere, due parrucchieri, un negozio per la climatizzazione, un supermercato. Benedetta non aveva molto interesse per i negozi, non abitava in zona e non intendeva fare acquisti, tantopiù che era ora di pranzo, molti di questi erano chiusi e avrebbero riaperto solo un paio d’ore più tardi.

Proprio durante una di queste passeggiate ebbe modo di notare che il suo occhio fotografico o per meglio dire poetico, coglieva scorci, oggetti, particolari che le sarebbe piaciuto fissare nella memoria, condividere o mostrare ad altri. Scattare foto con il suo iperphone, non apparteneva, secondo Benedetta, ai comportamenti disdicevoli. Anzi la immetteva nel flusso della modernità, una modernità che transitava continuamente verso gli altri, ma solo apparentemente, in realtà penetrava il presente in modo acuto, impietoso talvolta, ma sempre autentico, profondo, dribblando tra finestre e tetti sbirciava la vita degli altri senza che mai i protagonisti fossero presenti. Benedetta, infatti, non fotografava le persone.  Cominciò con qualche scatto di particolari. Una panchina rossa di legno e ghisa, la corolla di un fiore di lantana, l’arancio di clementine ancora appese al loro albero, un virgulto sfuggito alla compattezza del fogliame, che svettava irto e solitario verso il cielo, oppure s’allungava al suolo, spiccando per contrasto su un muretto imbiancato. Un altro giorno si soffermava su elementi antropici, tipicamente urbani, underground. Talvolta, proprio in questi ultimi azzerava il colore, per esaltare il senso di degrado, estraneità e solitudine che essi trasmettevano. Così in bianco e nero le ringhiere dei muretti prendevano l’aspetto delle sbarre di una prigione, o per l’angolazione dello scatto dal basso verso l’alto, altre volte apparivano lance verso il cielo, braccia di ferro sollevate a implorare una qualche grazia. Soggetti interessanti potevano essere un motociclo abbandonato tra le erbacee, una bicicletta appoggiata a un muro, una sedia di ferro con inserti di ceramica, una vecchia porta scrostata, una finestra colorata. Persino un muro ammalorato coi blocchetti di tufo a vista aveva un suo decadente fascino.

Benedetta trovava il suo fotografare un passatempo innocente, che rendeva la passeggiata un momento in cui dimenticava il peso degli impegni di lavoro e relazionali. Un modo per riconnettersi al sé più autentico, sempre disperatamente alla ricerca del bello, come se non se ne potesse mai saziare, uno spirito sofferente di una fame atavica e insoddisfatta al quale le incombenze quotidiane, i rapporti coi simili, il tedio della vita, le notizie di cronaca e politica apparivano come insulti mentali, legami oppressivi, maglie di una rete da cattura.

Tali erano la sua serenità e buona fede che non si allarmò quando vide la silhouette della macchina nera della polizia posteggiata dall’altra parte della strada, né pensò d’essere l’oggetto della loro attenzione quando vide scendere due poliziotti dall’auto.

E invece i poliziotti le si pararono davanti, impedendole di procedere.

“Si fermi, signora, favorisca i documenti!” disse uno dei due

Benedetta si scosse da una sorta di inebetimento che l’aveva presa, sentendosi apostrofare con tale perentorietà.

“Ma ce l’avete con me, cosa sta succedendo!? Cosa ho mai fatto?” intanto porgeva il suo documento al poliziotto che aveva parlato. Questi lo lesse e poi lo passò al collega che andò verso l’automobile.

“Allora signora Sastri, si diverte a circolare in zona fotografando alloggi, cose e persone. Non lo sa che è vietato?”

La preoccupazione di Benedetta dilagò e il poliziotto senza darle respiro.

“Abbiamo avuto diverse denunce di cittadini circa il suo comportamento illecito e noi l’abbiamo colta in flagranza di reato. Adesso lei ci segue alla Centrale.”

Benedetta provò a difendersi “Ma…ma…ma…io fotografo fiori, gatti, piante, come posso dare fastidio agli abitanti?”

E l’altro con tono che non ammetteva repliche “Ci segua al Comando e non discuta che ad ogni parola peggiora la sua posizione”

Benedetta dovette seguirli, ammanettata come il peggiore delinquente, la mente stravolta.

Le vicende successive furono il trionfo dell’assurdo. Non ci fu verso di convincerli della bontà dei suoi gesti. Era come spiegare ai terrapiattisti che l’allineamento cosmico dei corpi celesti produce un’eclissi. Impossibile per le autorità comprendere che fotografare è mettere sulla stessa linea di mira occhio, mente e cuore. Lo diceva proprio con queste parole Henri Cartier-Bresson, un fotografo francese morto da cinquant’anni. Un allineamento di un istante che produce l’impulso allo scatto e l’incanto di una foto. Essa contiene un mondo di emozioni, persone, piante, animali, fiori e oggetti. Dentro scenari naturali o artificiali, o nei particolari, la fotografia cerca di cogliere l’attimo, la bellezza della verità. L’avvocato di Benedetta si dette un gran da fare per cercare di convincere il Consiglio supremo della VEA (Vigilanza Estremisti e Attivisti) della sua innocenza, ma non si sa come, lei finì ugualmente nella colonia di recupero per alterati mentali. Lì rimase condannata alla rieducazione sociale per la durata di trent’anni. Non li completò nemmeno, la stroncò un tumore al fegato di quelli che non dà scampo. Nel ventennale dalla sua morte, le foto delle sue passeggiate furono esposte nella mostra celebrativa della Rivolta Calliope del 2080, a testimonianza di una civiltà che aveva dimenticato la bellezza e perseguiva i suoi preziosi cercatori. Benedetta nel 2084 fu inclusa nell’elenco degli eroi della resistenza.