
Il gatto marmorizzato
dietro l’angolo sonnecchia.
Un cielo plumbago azzurro
ha inondato il lato sud.
“Occhipinti aglio e menta
al tavolo ventidue!”.
Muta la zultanite
sull’anello di Samir.
Tiri fuori
un piccolo seme dalla tasca.
Bustrofedico procedi. Sogni
idromele e mescalina.
*
(Mia madre dorme.
Anche quando ero bambina dormiva.
Dormivamo insieme
e facevamo sogni uguali,
una mamma e una figlia foglia d’oro,
abbracciate come in un’odegitria.
Mia madre dorme.
Guardavamo i Film della Fiera
in flanella e bigodini,
c’era Amedeo Nazzari
e un bambino che moriva.
– Mamma, non voglio guardarli più –
Mia madre dorme.
Ripetevo le tabelline ogni pomeriggio,
le sue mani insaponate,
voli di bucato dalla finestra,
la calligrafia degli uccelli ricamava le parole.
Mia madre dorme.
In estate non riuscivo a prendere sonno.
Odore di smog e Adriatico nella stanza.
Leggevamo di nascosto
fino all’ultimo aereo postale.
Mia madre dorme.
La notte ora cresce concava
sulle sue ginocchia girasoli).
*
Inchiodata a una bilancia
o a passo silenzioso e svelto
fra scaffali e lattine
(dove il cielo non tiene il broncio a lungo)
con l’orizzonte portatile nella borsa,
violacciocche nella scollatura,
e un destino di cartapecora in tasca,
mangiava pane e fumo.
*
Sono spezzata.
Spezzata in un punto
a metà della schiena
ho un nido abbandonato
con uova schiuse
e piume insanguinate.
Sono spezzata.
Spezzata in un punto.
*
Vorrei soffermarmi sul delta
che sfocia nella tua fronte ampia.
Campeggiare sul tuo sorriso vago,
scivolare fra le pieghe dell’orecchio
e stendere una palpebra
come tovaglia da picnic.
Vorrei raccogliere i papaveri fra le ciglia,
accovacciarmi sul tuo mento glabro.
Percorrere il letto delle lacrime
sino ai calanchi del piccolo naso.
Filo a filo, tenermi ai tuoi capelli fini
e dondolare, come se fosse estate
e io avessi ancora i tuoi undici anni.
*
Bice ha gli occhi grigi.
È minuta e le piace cantare.
Fiorin fiorello
l’amore è bello vicino a te.
Bice e Anita ogni tanto strusciano in piazza.
Bice indossa camice con volant.
I soldati le guardano,
ma Anita è Anita.
Anita ha il fuoco dentro agli occhi.
Bice ha capelli nuovi
castani, lucentissimi.
Bice legge,
porta gattini a casa,
frigge le alici,
arrotola trippa e serve vino.
Bice ha 20 anni e nessun fidanzato.
È bella Bice,
ma c’ha la risacca dentro
e la risacca abbaglia
chi non la sa guardare.
Bice scrive
e quando scrive è come un ricamo
fitto fitto di parole
scrive diari, poesie, preghiere,
piange per un pino caduto.
A fine agosto, Monopoli è una brace.
L’afa si addensa
filtra dai muri nei palazzi.
La sera, ghiaccio e anguria nelle ceste,
si va al mare. Ma Bice è a casa.
Chissà a cosa pensa,
se si massaggia le caviglie bianche
se gratta la nuca di Nerone
se legge a bassa voce oppure prega.
Un colpo al portone, secco, uno solo.
Un cacioricotta galeotto
e un breve messaggio.
Bice non lo dice,
ma la sua risacca si fa mare.
*
Ho la felicità inceppata
come una pistola al Luna Park
– dieci colpi, cento lire –
era il prezzo della libertà.
Il crepuscolo è caduto
irrimediabilmente su tutte le cose
e in questa nuova estate
si rintanano le lucciole.
Monica Messa, “Una pistola al Luna Park”, RPlibri, 2024.