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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi tag: Agota Kristof

Trilogia della città di K. di Agota Kristof lettura di Antonella Pizzo

09 mercoledì Ott 2024

Posted by Antonella Pizzo in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, NarЯrativa, Note critiche e note di lettura, Recensioni

≈ 2 commenti

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Agota Kristof

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Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux)  è un romanzo di Ágota Kristóf, scrittrice ungherese che, in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare, nel 1956 con il marito e la figlia si è rifugiata in svizzera, dove vivrà fino alla morte. La trilogia è stata scritta in francese, la sua seconda lingua, che non riuscirà mai a padroneggiare pienamente, tant’è che lei stessa, nella sua opera “L’analfabeta. Racconto autobiografico”, si è definita analfabeta.

Trilogia della città di K., nella versione completa edita da Einaudi nel 2014, si compone di tre parti: Il grande quaderno (Le grand cahier), pubblicato nel 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) pubblicato nel 1991.

Dalla Grande Città alla Piccola Città (nel romanzo in maiuscolo, si immagina quindi  che siano quelli i nomi delle città) una Madre con due figli piccoli, gemelli, di cui non conosciamo il nome, arrivano, con due valigie e uno scatolone, dalla madre di lei, la Nonna, che abita in prossimità del confine, in una terra, probabilmente una terra dell’est,  devastata da una guerra di cui non sappiamo nulla. (Madre e Nonna sono in maiuscolo come i nomi della città) I gemelli vengono affidati alla nonna perché la madre non può nutrirli a causa della troppa povertà. La nonna, dagli abitanti della Piccola Città,  viene chiamata la strega e vive in una casa sporca all’inverosimile, possiede un orto e degli animali da cortile dai quali riesce a procurarsi denaro e  cibo di ogni sorta che nasconde sottochiave in cantina. La prima parte, Il grande quaderno, comincia così, come quelle fiabe nere, dove spesso bambini e ragazzini vengono abbandonati nel bosco da adulti che non possono più occuparsi di loro. I due gemellini, al pari di Pollicino, Hansel e Gretel, Cenerentola, vengono lasciati in balia degli eventi e vengono abbandonati nel bosco. Come tutti personaggi di queste antiche fiabe anche loro sono intelligenti e furbi e alla fine riescono a cavarsela. I nostri sono freddi e calcolatori, crudeli senza cattiveria, incapaci di sentimenti positivi o negativi, quasi disumani, si esercitano a sopportare ogni male e ogni privazione per fortificarsi. Non provano emozioni ma hanno un distorto senso della giustizia, provvedono, infatti,  alle necessità di una vicina, vecchia cieca e sorda e di una ragazzina con il labro leporino che è abituata alle più grandi sconcezze.  Fanno esercizi e si ripetono parole e parole, di odio e di amore,  affinché a furia di ripeterle quelle parole perdano forza e significato. Lavorano l’orto e accudiscono gli animali. Nascondono in soffitta un grande quaderno dove narrano  al plurale ciò che accade loro, narrano la loro verità, narrano i loro fatti.  “Le parola che definiscono i sentimenti sono molto vaghe” meglio attenersi alla descrizione fedele dei fatti.  I fatti sono disturbanti, sono incesti, violenze, pedofilia, aberrazioni sessuali, si immagina che siano raccontati nel grande quaderno con rigore e asetticamente. Alla fine della prima parte uno dei due gemelli riesce a passare la frontiera ingannando il padre, finché il padre non salta sopra una mina e il gemello segue le sue orme passando sopra il suo cadavere. A questo punto mi faccio delle domande: Per quale motivo i gemelli si separano? Come fanno a decidere chi resta e chi parte?

Il linguaggio nella seconda parte cambia, da asciutto e conciso, da descrittivo e asettico, diventa più articolato. Nella seconda storia, dal titolo La prova, i gemelli sono divisi e la narrazione da plurale diviene singolare e in terza persona. Apprendiamo che il gemello rimasto si chiama Lucas. (Il secondo gemello che ha passato la frontiera si chiama Claus, anagramma di Lucas.) In questa seconda parte compare il dolore, del tutto assente nella prima parte. Lucas soffre per la perdita del fratello, resta a letto per mesi mentre il campo della nonna va a male e le bestie nella stalla sopravvivono a stento. Che sia stata quindi necessaria una separazione fra i due affinché i sentimenti repressi cominciassero a venire fuori? Probabile.

Lucas si riprende. Nella sua vita appare Yasmine. Lucas, che ora ha 15 anni, accoglie lei e il figlio Mathias. Il bambino è malformato ed è nato relazione incestuosa della ragazza con il padre. Yasmine lascia il villaggio e il figlio. Nonostante la malformazione fisica Mathias è intelligentissimo, al pari dei gemelli, ma a differenza dei gemelli soffre per la sua condizione e per il suo non essere amato e non accettato dalla società. Lucas lo ama come non ha mai amato nessuno, forse vede in lui il fratello perduto. Neppure l’amore di Lucas riesce a salvare il bambino.

L’importanza della scrittura è il cardine su cui gira il romanzo.  Dei due gemelli uno è  prosatore, l’altro è poeta. I protagonisti sin da bambini fanno provviste di prodotti di cancelleria, carta, matite; Lucas acquista la cartolibreria presente sin dall’inizio nel romanzo. La cartolibreria ha nella storia un ruolo fondamentale, così come la lettura e i libri.  La scrittura per loro è salvifica, scrivendo e  narrando la realtà  mantengono il controllo e il distacco da una realtà diversamente inaccettabile. Lucas seduce una bibliotecaria che nasconde e salva dalla distruzione libri proibiti. La libreria è rifugio e consolazione per molti bambini che non hanno molte possibilità di leggere.  Il libraio Victor che vende la sua libreria a Lucas,  non riesce a scrivere quel libro che ha sognato di scrivere per tutta la vita, e ciò lo porta alla morte, al fallimento della sua vita.

“Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Dopo essere stati convinti d’aver capito tutto o quasi, ci si rende conto di quanto sia labile la realtà e la finzione, la vita e la letteratura. Se è la letteratura che crea una vita accettabile o il suo contrario, se è la vita che nutre la letteratura e tutto è una grande menzogna?

Infatti La terza menzogna, è il terzo libro. Che i primi libri siano due menzogne? Il dubbio è lecito. La terza menzogna è il racconto del secondo gemello Claus o Klaus. Ed è quindi in prima persona singolare. Il terzo libro  ribalta tutto, verità e finzione si aggrovigliano. La matassa è da sbrogliare, ogni nodo è da sciogliere.  Spesso la realtà è più ordinaria e più banale  della letteratura, anche se la realtà, nella sua semplicità,  è molto più dolorosa. Dei due gemelli uno è poeta, come a dire che nella poesia, e non nella prosa, sta  la verità. Ma anche questo non è del tutto vero, come scriveva Pessoa: Il poeta è un fingitore/finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente./E quanti leggono ciò che scrive,/nel dolore letto sentono proprio/non i due che egli ha provato,/ma solo quello che essi non hanno. /E così sui binari in tondo/gira, illudendo la ragione,/questo trenino a molla/che si chiama cuore.

Il libro è da leggere assolutamente, un’esperienza imprescindibile. Il fascino del romanzo sta proprio in questo gioco continuo tra il vero e il falso, la letteratura e la vita, rendendolo un’esperienza letteraria e intellettuale intensa e coinvolgente.

Antonella Pizzo

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