
Laboratorio 1
Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.
Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.
Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.
Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.
Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.
La chambre verte
Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.
Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.
Laboratorio 3
Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.
Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.
Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.
Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.
L’AUTORE
Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.