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Dalla Nota dell’autrice alla raccolta Altre Stagioni di morte e di amore, PlaceBook Publishing, 2024

“Arriveranno altre stagioni, e noi staremo ad aspettarle. Col naso in aria, affacciati alla finestra e con quella voglia continua di cambiare il ritmo di ogni giorno. Torneremo a desiderare la primavera col suo profumo fresco e il taglio sbarazzino, l’opulenza dell’estate con i suoi fianchi larghi e colmi di splendore, ci innamoreremo dell’autunno col suo cappello a cono e il bastone d’ulivo ritorto che batte foglie morte, anche l’inverno infine tornerà a cullarci col suo vento freddo e a baciarci con le sue labbra secche, bruciate dalla neve. Seguiremo il tempo e il suo eterno movimento, perché è così che si stempera l’inganno della vita, perché è così che si compie da sempre il nostro viaggio.”

La raccolta si articola in 4 sezioni intitolate a ciascuna stagione dell’anno, di seguito quattro poesie scelte dalle sezioni “Primavera” e “Autunno”.

Primavera, I e II

Non cantai la mela
ma il morso inciso
nel bianco della polpa,
non la luna piena
ma lo spicchio sottile
nel cielo nero nero,
non cantai il frutto
ma il destino scritto
del fiore appena colto,
non la gioia del saluto
ma ogni partenza
e il suo dolore muto,
e se non cantai mai
la pienezza
è perché la poesia
carezza
il vuoto asciutto
che sta
nella mancanza.
*
Ti porto la parola storta
cresciuta sopra i rami,
il caffè versato caldo
sul bianco del ricamo,
ti porto i piedi nudi
sul ciglio della strada,
l’inciampo irriverente
sul dorso del mio nome,
ti porto nel mio mondo
ch’è poco più di niente,
aperto come un tronco
ch’aspetta un nuovo fiore.

Autunno, IV e IX

Siamo della madre
che non ci ha voluto
del padre distratto
dell’amore sbagliato,
siamo dell’altro.
Di ogni giudice
che ha condannato
il nostro torto,
di ogni prete che
ci ha ascoltato, e poi
non ci ha assolto.
Siamo del maestro
che ci ha ammaestrato,
del figlio sbagliato,
siamo – volto contro volto –
di ogni passante
che ci ha incrociato

-per strada –
ma non ci ha mai
guardato.

*
Ho palpebre spesse, più del sorriso
dell’ultima volta che t’ho visto;
il passo svelto, non cadenzato
sulla lunghezza dello sguardo
e neve sul collo che gela i nervi
e serra gli occhi agli angoli d’intorno.
Mi affaccio ancora alla finestra –
la domenica mattina – e guardo fuori:
c’è un sentiero di parole che fiorisce
sul ramo muto della tua voce.