La plaquette è pubblicata nelle collana “fotopoesie” di Puntoacapo, le fotografie sono di Gian Maria Garuti
Ruggine
fra l’ombra dei corvi
e il ringhio del sole
splende di ruggine
l’erba della terra.
come un dio
sbranato dal vento
al peso della luce
s’arrende il fiore.
Radice
resta poco, resta l’osso
che s’inarca e sbanda
nel vento che ci divora.
resta il bianco, il nero,
fragili radici fra i denti
della terra, l’aria che trema
tra gli insetti e la luna…
Attesa
il bianco mi acceca
quando il sole spinge
la lingua sui muri.
all’ombra degli alberi
riposa la luce,
il corpo nero delle pietre.
attendono i fiori dei campi
il saluto delle stelle.
nasconde un pugnale il cielo
sul petto aperto di settembre.
Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. È autore di nu merose raccolte poetiche, fra cui L’incerta specie (LietoColle 2005), Le visioni del trifoglio (Manni 2007), Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo 2008), Buchi Bianchi (Clepsydra 2010), Papez (L’Arcolaio 2011), La vocazione della balena (ivi 2015), La bussola degli scarabei (Ladolfi 2017), L’impronta degli asterischi (Ibiskos Ulivieri 2019), Campo 87 (puntoacapo 2021) e Il taccuino dei lupi (ivi 2024). Ha conseguito riconoscimenti in vari premi letterari italiani (fra questi “Città di Capannori”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Induno Olona”, “San Domenichino”, “Lago Gerundo”) e sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e in dialetto milanese. Dal 2004 è presidente dell’Associazione Artistico Culturale Helianto, impegnata nella promozione di eventi culturali.
Che dopo questa vita di nuovo ci si debba svegliare con il suono delle trombe e i corni? Scusami Signore, ma credo che per tutti noi il segno della resurrezione sarà il canto semplice di un gallo.
Per un attimo ancora rimarremo a letto. La prima che si alzerà sarà la mamma. Sentiremo come nel silenzio accende delicatamente il fuoco, come mette l’acqua a bollire, e come con un gesto quotidiano tira fuori dalla credenza il macinino del caffè. Saremo di nuovo a casa.
Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile. Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto. Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio. Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza. In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità. Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.
Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:
Frammenti scalzi di forma Lo trovarono là, tra margherite bianche e gialle, inermi come occhi spalancati. Il prato era un disordine di frammenti scalzi di forma, un lessico rotto che il giorno non seppe tenere insieme. Le urla inespresse strette tra le labbra, semi di suono non caduti, mentre le ultime aritmie tremavano nelle sue corde vocali. Il ferro aveva parlato prima del cuore, la macchina chiudendo il gesto, inceppando si è portato via il suo tempo. Lontano, una madre sentì il corpo farsi vuoto, un peso improvviso nel respiro: il legame avverte sempre quando qualcosa si spezza. Le sirene attraversavano l’aria come fenditure di luce, portavano un corpo non il ritorno. E i giovani sogni, sognando ancora, tentavano di correggere il finale, spostando le virgole del destino, come se la vita potesse ancora tornare indietro.
Il tacco in disparte di una pietra cittadina trattiene l’erba sorpresa con il suo peso nel pieno delle stagioni, una bolla di silenzio avvertita lontana dal trambusto attorno saponoso. Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi attraverso le sue macchie forti agganciate di improvviso al fianco del prospetto, è breve il giro di ogni imbiancatura quella linea nuova di un costume che non ti muta la natura.
Fra noi nessuna frazione si interpone lungo la linea dei corpi e dei vuoti dove si sfibra assieme a un lontano filo la parola col numero spezzato e perduto mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento quel velo di vapore imperterrito che perdura ancora nel cielo.
Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno il valore lezioso nel loro nome venuto contro fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi. Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra sporca la cena sui quadroni della tovaglia e le lastre linde aperte e ampie delle finestre dove il mormorio basso e piano delle auto sta subendo l’affanno del giorno immutato l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.
L’attimo vicino si mostra carnefice ci conduce per un dedalo piastrellato carico di abbagli troppo speziati dove gli oggetti si fanno impassibili. L’ingrediente dei nostri giorni ha smarrito anche il gusto della lingua e si muove nel silenzio cieco e rigido che addenta il corpo a corpo continuo con la fiamma feroce della lontananza.
E arriva fino alla fine della sera il cerchio freddo dei tuoi occhi assenti come se fossero fossili o monili umidi dispersi nel fango la pietra affiora il piede precario e il petalo poggia gocce sull’assenza.
Pelle bruciata dal primo inverno una nitida tinta scarlatta ti intacca e perdura il senso di un suono duro pari al peso della stagione perduta, senti la pallida fiamma ferma nei segni mentre entra trasversale fra le finestre quasi una macchia che si piazza in luce.
Più nessuno avrà il suo nome seguace del solco delle acque di queste terre tornate inferme perse assieme al velo nero, al sangue sacro del santo secolare, o alla volta inarcuata della preghiera che disubbidisce a ogni nostro bene.
Al giorno basta un pistillo di luce nuova e la stanza scura si infiora ancora pure dopo una porta richiusa dietro l’urto lasciando una irrigua vena dentro la parete nell’urlo dello spavento che ci riporta al risuono assente della tua carne.
Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)
DAL MAR DEL NORD (Traduzione di Emilio Capaccio)
Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord, andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano; lunghe onde rotolavano da lontano facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi. E come noi andavamo mi sembrò che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno, il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare, e l’amore, vecchio quanto loro. Veniva dal mare una bruma meditabonda, la vedemmo distendersi, piega su piega, e notammo il gran sole alchimista mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro. Osservate bene, osservate bene, mia signora, il grigio sotto, l’oro sopra, solo così la vita più grigia può splendere tutta dorata in luce d’amore.
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BY THE NORTH SEA
Her cheek was wet with North Sea spray, we walked where tide and shingle meet; the long waves rolled from far away to purr in ripples at our feet. and as we walked it seemed to me that three old friends had met that day, the old, old sky, the old, old sea, and love, which is as old as they. Out seaward hung the brooding mist we saw it rolling, fold on fold, and marked the great Sun alchemist turn all its leaden edge to gold, look well, look well, oh lady mine, the gray below, the gold above, for so the grayest life may shine all golden in the light of love.
Ella Wheeler Wilcox (1850-1919), americana (foto web)
UNA NAVE VOLGE A EST (Traduzione di Emilio Capaccio)
Una nave volge a est e un’altra volge a ovest dagli stessi venti soffiate. È l’assetto delle vele non le burrasche che indica la rotta che percorriamo. Come venti del mare sono le onde del tempo mentre attraversiamo la vita. È l’assetto dell’anima che determina il traguardo non la calma o la lotta.
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ONE SHIP SAILS EAST
One ship sails East, And another West, By the self-same winds that blow, Tis the set of the sails And not the gales, That tells the way we go. Like the winds of the sea Are the waves of time, As we journey along through life, Tis the set of the soul, That determines the goal, And not the calm or the strife.
Salpano pensieri di ferro la sera su navi di ferro; come luci lontane, fievoli vanno mentre calano l’àncora dodici piedi, al borbottar del traghetto che come trottola, nel frangente mareale, tórno tórno fa girar la sua voce di gallo mezz’arrochita da tubi attossicati e impiumati di vapore. La nave passa. I cutter s’allontanano. Le campane battono. Il traghetto erutta un’ultima bianca frase; e labbra umane un’ultima nera, carica di benvenuti alla disfatta. Lasciano la spietata città i pensieri; però navi di ferro sono e pietà non hanno; e gli uomini di cuori e fianchi che si sforzano e arrugginiscono. Pensieri di ferro salpano nella polvere da città di ferro, però come tenere colombe i pensieri che volano a casa.
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IRON CITIES
Iron thoughts sail out at the evening on iron ships; They move hushed as far lights while twelve footers Dive at anchor as the ferry sputters And spins like a round top, in the tide rips, Its rooster voice half muted by choked pipes Plumed with steam. The ship passes. The cutters Fall away. Bells strike. The ferry utters A last white phrase; and human lips, A last black one, heavy with welcome To loss. Thoughts leave the pitiless city, Yet ships themselves are iron and have no pity; While men have hearts and sides that strain and rust. Iron thoughts sail from the iron cities in the dust, Yet soft as doves the thoughts that fly back home.
Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)
NOTTE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie Nelle morbide profondità insondabili del cielo: In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono Le infinite distese degli abissi,— Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare, E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti Col maestoso ondeggiare del mare. Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso, Nelle nere acque d’una baia senza sbocco Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve; E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre, E notturni gemiti d’onde imprigionate.
NIGHT
Night comes and stars their wonted vigils keep In soft unfathomable depths of sky: In mystic veil of shadowy darkness lie The infinite expanses of the deep,— Save where the silvery paths of moonlight sleep, And rise and sink for ever dreamily With the majestic heaving of the sea. Night comes, and tenfold gloom where dark and steep, Into black waters of a land-locked bay The cliffs descend: there never tempest raves To break the awful slumber; far below Glimmer the foamy fringes white as snow; And sounds of strangled thunder rise alway, And midnight moanings of imprisoned waves.
Amos Russel Wells (1862-1933), americano (foto web)
LA COPPA DELL’OCEANO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Cosa contiene la coppa dell’oceano? Gloria di porpora e scintillio d’oro; I più teneri verdi e il blu del cielo, Colpiti dalla luce del sole in tutto e per tutto; Increspature che vagano oziosamente. Frangenti che cadono con schiuma galante; Sabbie e ciottoli che si rincorrono e scivolano; Correnti mistiche che scorrono dolcemente; Potente incantesimo dei tempi antichi, Questo contiene la coppa dell’oceano.
Che cosa sente la coppa dell’oceano Alle labbra della gente di terra d’ogni luogo? Il respiro minaccioso e spettrale del pericolo, le forme martoriate d’una morte atroce; Ululanti tempeste e nevischio pungente, lo schianto dei terribili piedi dei destrieri marini; Navi che tremano per l’urto spaventoso, Angoscia ammucchiata a una roccia selvaggia; Perdita, tumulto e insidia fatale, Questo fa il calice dell’oceano.
Guardate bene la coppa dell’oceano, Voi che volentieri sorbite bellezza. Soffermatevi a lungo sull’infido bordo, Guardatevi dentro ogni volta vi curvate e bevete.
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THE CUP OF OCEAN
What does the cup of ocean hold? Glory of purple and glint of gold; Tenderest greens and heavenly blue, Shot with the sunlight through and through; Wayward ripples that idly roam. Tumbling breakers with gallant foam; Sands and pebbles that chase and slide; Mystic currents that softly glide; Mighty spell of the ages old, This does the cup of ocean hold.
What does the cup of ocean hear To the lips of land folk everywhere? Danger’s ominous, ghostly breath, Battered forms of an awful death; Howling tempests and bitter sleet, Crash of the sea steeds’ terrible feet; Ships a-quiver with fearful shock, Anguish heaped on a savage rock; Loss and turmoil and fatal snare, This does the cup of ocean bear.
Look ye well to the ocean’s cup, Ye who gladly on beauty sup. Tarry long at the treacherous brink, Gaze within e’er ye bend and drink.
Katharine Lee Bates (1859-1929), americana (foto web)
LUCI DI STELLE SUL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Sopra il mormorio corale delle onde lievi Le costellazioni brillano contro il tenue Crepuscolo etereo, sempre bello, in alto, Sereno, mentre l’uomo esce faticosamente dalle grotte Per le città, le città clamorose, la vita che si scatena Come un’onda contro gli scogli. Non di frequente Le nostre città scorgono le stelle, il cui splendore è stato deriso Dal basso e duro scintillio che sfida La benedizione del buio della notte. Ma qui, In mezzo all’oceano, tutte le cui voci ovattate risuonano Un’estasi perduta dalle nostre vessate volontà umane, Vediamo lo splendore primordiale che brillava Sul caos, —vediamo il giovane Dio pascere Le sue scintillanti greggi sulle purpuree colline.
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STARLIGHT AT SEA
Over the murmurous choral of dim waves The constellations glow against the soft Ethereal dusk, —forever fair, aloft, Serene, while man climbs painfully from caves To cities, clamorous cities, life that raves Like surf against the rocks. It is not oft Our cities glimpse the stars, their luster scoffed Away by low, hard glitter that outbraves Night’s blessing of the dark. But here upon Mid-ocean, all whose muffled voices ring A rapture lost to our vexed human wills, We see the primal radiance that shone On chaos, —see the young God shepherding His gleaming flocks on the empurpled hills.
UNA MEMORIA DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
O cielo e mare, e verso di chiurlo, Il sonoro scampanio dell’onda sull’onda, Perle di sogno che il più fondo oceano pavimenta, La potente meraviglia su tutto!
Il vasto, vasto mare dove cavalcano grandi navi, La brezza aperta con pieno respiro, La pallida schiuma atterrita dalla tempesta, I tristi cancelli del cielo spalancati!
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A SEA-MEMORY
O sky and sea, and curlew call, The tinkling chime of wave on wave, Dream-pearls that deepest ocean pave, The mighty wonder over all!
The wide, wide sea, where great ships ride, The open breeze with breath full drawn, Pale foam by tempest frightened on, Grim flood-gates of the sky flung wide!
Auguriamo a tutti i lettori di Limina mundi Buon Anno 2025, un anno che speriamo porti con sé nuovi inizi, opportunità e una rinnovata serenità. Che ogni giorno del nuovo anno possa essere un passo verso la realizzazione dei vostri sogni e delle vostre aspirazioni, accompagnato da salute, felicità e successo in ogni vostro progetto. Celebriamo insieme questo nuovo capitolo, lasciamo alle spalle incertezze, pessimismo, ogni negatività e abbracciamo con fiducia ciò che il futuro ha in serbo per noi.
immagine generata da AI
Nessuno mai ha chiesto niente non una stella o un presente un capodanno celeste nessuna offerta strozzata o principesca e i sussurri assordanti di un tempo sono ora ridotti a un bisbiglio un miagolio di gatto cencioso che pare si senta talvolta nel vento.
Lo sguardo famelico o avverso brilla ancora di luce perversa sfrigola in pastoie di paranoia dove tutto il beffardo s’accende come una fiamma bluastra di gelo a cui corrisponde l’inverno innevato di un ghiacciaio perenne o brillio incandescente di cometa.
Intanto tra le membrane dell’amnio rotola il nuovo sbuca come coniglio dal cilindro il nascituro.
Natale, bambino o ragnetto o pennino che fa radure limpide dovunque e scompare e scomparendo appare come candore e blu delle pieghe montane in soprassalti e lentezze in fini turbamenti e più Bambino e vuoto e campanelle e tivù nel paesetto. Alle cinque della sera la colonnina del meteo della farmacia scende verso lo zero, in agonia. Ma galleggia sul buio con sue ciprie di specchi. Natale mordicchia gli orecchi glissa ad affilare altre altre radure. Lascia le luminarie a darsi arie sulla piazza abbandonata col suo presepio di agenzie bancarie. Natali così lontani da bloccarci occhi e mani come dentro fatate inesistenze dateci ancora di succhiare degli infantili geli le inobliate essenze
Arthur Williams Symons (1865-1945), gallese (foto web)
PRIMA DELLA TEMPESTA (Traduzione di Emilio Capaccio)
Il vento s’alza sul mare, saltano le bianche e battute schiume ballerine; e il mare geme con malessere, e torna a dormire, e non può dormire.
La cresta dietro il dorsale roccioso si solleva, mani selvagge, e martelli sulla terra, si disperde in polvere liquida alla deriva verso la morte tra la sabbia polverosa.
Sulla linea dell’orizzonte che s’avvicina, dove il cielo poggia un muro visibile, bigio alla vista, io divinizzo, le vele che volano prima della tempesta.
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BEFORE THE SQUALL
The wind is rising on the sea, the windy white foam-dancers leap; and the sea moans uneasily, and turns to sleep, and cannot sleep.
Ridge after rocky ridge uplifts, wild hands, and hammers at the land, scatters in liquid dust, and drifts to death among the dusty sand.
On the horizon’s nearing line, where the sky rests a visible wall, grey in the offing, I divine, the sails that fly before the squall.
Christina Georgina Rossetti (1830-1894), inglese (foto web)
DAL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Perché il mare geme sempre? Escluso dal cielo, emette il suo lamento. S’agita contro il bordo della riva; Tutti i fiumi in piena della terra non possono riempire Il mare, che beve e ha ancora sete.
Puri miracoli di bellezza giacciono nascosti nel suo letto non visti: Anemoni, salsi, senza passione, Come fiori respirano; sono vivi quanto basta per respirare, moltiplicarsi e prosperare.
Gusci pittoreschi, curvi, a chiazze, a punte, cose vive incrostate con occhi da argo, tutti belli e uguali, ma tutti diversi, nascono senza dolore e muoiono senza dolore, —e così passano.
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BY THE SEA
Why does the sea moan evermore? Shut out from heaven it makes its moan. It frets against the boundary shore; All earth’s full rivers cannot fill The sea, that drinking thirsteth still.
Sheer miracles of loveliness Lie hid in its unlooked-on bed: Anemones, salt, passionless, Blow flower-like; just enough alive To blow and multiply and thrive.
Shells quaint with curve, or spot, or spike, Encrusted live things argus-eyed, All fair alike, yet all unlike, Are born without a pang, and die Without a pang,—and so pass by.
William Stanley Braithwaite (1878-1962), americano (foto web)
VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Voce del mare che mi chiami, Cuore dei boschi che il mio cuore ama, Sono parte del vostro mistero. Mosso dall’anima che la vostr’anima muove.
Sogno di stelle nella cupola del mare notturno, Da qualche parte nel vostro spazio infinito Dopo gli anni tornerò alla dimora, Alle vostre sale per reclamare il mio posto.
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VOICE OF THE SEA
Voice of the sea that calls to me, Heart of the woods my own heart loves, I am part of your mystery— Moved by the soul your own soul moves.
Dream of the stars in the night-sea’s dome, Somewhere in your infinite space After the years I will come home, Back to your halls to claim my place.
Thomas Bailey Aldrich (1836-1907), americano (foto web)
LA VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nel silenzio della notte autunnale Sento la voce del mare, Nel silenzio della notte autunnale Sembra che dica— Miei son i venti in alto, Mie le spelonche di sotto, Miei i morti di ieri E i morti di tanto tempo fa!
E penso alla flotta che salpò Dalla bella riva di Gloucester, Penso alla flotta che salpò E non tornò mai più! I miei occhi son pieni di lacrime, E il mio cuore intorpidito di dolore— Sembra come fosse ieri, E tutto è successo tanto tempo fa!
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THE VOICE OF THE SEA
In the hush of the autumn night I hear the voice of the sea, In the hush of the autumn night It seems to say to me— Mine are the winds above, Mine are the caves below, Mine are the dead of yesterday And the dead of long ago!
And I think of the fleet that sailed From the lovely Gloucester shore, I think of the fleet that sailed And came back nevermore! My eyes are filled with tears, And my heart is numb with woe— It seems as if ‘t were yesterday, And it all was long ago!
Illustro l’argenteo passaggio d’una nave di notte, Il colpo d’ogni triste onda perduta, Il rombo calante dell’acciaio che si sforza, Il piccolo grido d’un uomo a un uomo, Un’ombra che cade nella notte più grigia, E il tramonto della piccola stella; Poi la distesa, la lontana distesa d’acque, E la soffice sferzata d’onde nere Per lungo tempo, in solitudine.
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BLACK WAVES
I explain the silvered passing of a ship at night, The sweep of each sad lost wave, The dwindling boom of the steel thing’s striving, The little cry of a man to a man, A shadow falling across the greyer night, And the sinking of the small star; Then the waste, the far waste of waters, And the soft lashing of the black waves For long and in loneliness.