
ph. Yuleisy Cruz Lezcano
Limina Mundi, per favore,
accogliete la mia confessione:
Ho viaggiato come ho potuto,
senza partire davvero,
facendomi strada con la curiosità
dalla sedia.
Il privilegio si è rivelato
una geografia interiore
più vasta di qualsiasi mare.
Lì ho scoperto un cosmo segreto,
una sfida lanciata al caos,
dove ho ingurgitato versi e versi
di Juan Ramón Jiménez,
di Gastón Baquero,
di José Lezama Lima,
di Paul Valéry,
come se ogni parola fosse pane
e io una fame senza tregua.
E ancora pensieri,
come lampi ostinati,
di José Ortega y Gasset,
di Miguel de Unamuno,
di Antonio Machado,
di María Zambrano,
di Luis Cernuda,
che mi attraversavano
come vento tra porte socchiuse.
E poi, in un gesto compulsivo,
Don Chisciotte della Mancia,
che non ho letto, ma abitato,
come si abita l’eccesso dell’enigma
o un sogno che insiste.
Così, cercando nuovi passaggi,
ho innalzato l’isola
che mi nuota dentro,
una terra instabile e viva
che solo la parola sa trattenere.
E la parola, ah, la parola!
è diventata un salone di ballo,
un armadio magico,
dove si aprono labirinti e intrallazzi,
stanze che si moltiplicano
al tocco di una sillaba.
Qui la poesia resiste al tempo,
è un’arca che fluisce lenta
sulle acque di tutti i segreti,
custodendo il respiro nascosto
della natura.
E mentre scrivo,
dialogo con un gabbiano
che ha un occhio di vetro
e mi guarda, forse
lui sa tutto,
sa delle persone che parlano
tutto il tempo di sé, affettando
il ritmo interno del colloquio,
come se ogni viaggio
non fosse che questo:
restare sulla soglia
e imparare a vedere
che l’ultima parola
non è di chi impone la sua opinione
ma di chi sa che il dialogo
è una sorta di religione,
una forma di scrivere,
un rigagnolo dentro il mare
dove l’acqua scorre
differenziandosi dall’acqua.