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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Yuleisy Cruz Lezcano

La casa, il tempo, il paesaggio. La poesia di Paolo Polvani in Cucine abitabili

22 giovedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Con Cucine abitabili, pubblicato per la prima volta nel 2014 e oggi riproposto da Arcipelago Itaca nel 2026, Paolo Polvani consegna al lettore una poesia che trova nella concretezza delle cose il proprio punto di partenza e nella loro progressiva trasfigurazione il proprio approdo. È una poesia che non ha bisogno di allontanarsi dal quotidiano per diventare lirica, ma al contrario, sembra cercare nella dimensione domestica, negli oggetti, nei corpi, nei gesti consueti e nei paesaggi familiari quella soglia attraverso la quale il reale può improvvisamente rivelare la propria dimensione enigmatica.

Il titolo stesso, Cucine abitabili, contiene già una dichiarazione poetica. La cucina è uno dei luoghi più concreti dell’esistenza, spazio della quotidianità, del cibo, delle relazioni familiari, delle abitudini; ma l’aggettivo «abitabili» sposta immediatamente l’attenzione dalla semplice funzionalità dell’ambiente alla possibilità di viverlo, di riempirlo di presenze, di memoria, di affetti. La cucina diventa così una figura della casa e la casa, a sua volta, una figura della vita. Non è soltanto uno spazio fisico: è un organismo sensibile nel quale gli oggetti sembrano conservare le tracce di chi li ha toccati, guardati, utilizzati, amati.

La poesia inaugurale, «Cosa accade alla casa quando esco sbattendo la porta», a pagina 9, costituisce in questo senso una sorta di manifesto della raccolta. Il titolo introduce già una domanda apparentemente semplice, quasi narrativa, ma in realtà profondamente ontologica: cosa accade alle cose quando l’uomo si sottrae alla loro presenza? Che cosa rimane di una persona quando esce dalla casa? E, soprattutto, gli oggetti continuano a vivere, a parlare, a registrare l’assenza? La risposta di Polvani è sorprendente perché consiste nell’attribuire agli oggetti una forma di vita autonoma. Le «parole» che precedono il silenzio continuano a «volteggiare nell’aria»; i loro «vuoti involucri» si adagiano lungo le pareti; «piccoli insetti diventano padroni del silenzio»; la poltrona «trattiene il vuoto della forma»; i quadri «mantengono un rigido riserbo»; la finestra «registra» il profilo delle nuvole; il frigorifero «si mette a borbottare». È qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Polvani: la personificazione. Gli oggetti non sono semplicemente descritti; vengono dotati di comportamento, intenzione, memoria, perfino di una forma di coscienza. La poltrona non è vuota: «trattiene il vuoto della forma». La formula è particolarmente felice perché il vuoto non viene rappresentato come semplice assenza, ma come traccia positiva di una presenza precedente. La poltrona conserva la sagoma di chi vi sedeva, così come la casa conserva, attraverso i suoi oggetti, la memoria di chi l’ha abitata, in cui l’assenza diventa dunque una presenza paradossale.

La poesia procede attraverso una fitta successione di personificazioni, metafore e slittamenti semantici. La finestra «registra» le nuvole, come se fosse una macchina fotografica o un dispositivo di memoria; il frigorifero «borbotta» come un essere umano; le tubature producono «gorgoglii, guaiti», «sospiri, soffi». La casa viene antropomorfizzata fino a diventare un organismo dotato di un proprio sistema nervoso e di una propria voce. È significativo, inoltre, che il poeta ricorra frequentemente a verbi appartenenti al campo semantico umano per descrivere oggetti inanimati: «parla», «registra», «trattiene», «mantengono», «borbotare», «conservano». L’operazione poetica consiste dunque nel trasferire qualità umane alle cose, ma anche, implicitamente, nel trasferire qualità delle cose all’uomo. La casa diventa una forma della coscienza.

Anche la struttura sintattica contribuisce a questo effetto. Il componimento procede per accumulo, attraverso una serie di proposizioni prevalentemente coordinate. La sintassi non costruisce una narrazione tradizionale, ma una sequenza di percezioni. Ogni frase aggiunge un elemento alla scena e contemporaneamente dilata il silenzio iniziale. È una struttura per successive messe a fuoco, quasi cinematografica: la poltrona, i quadri, il pavimento, la finestra, il frigorifero, il sole, una pantofola, il postino, il traffico, le tubature. L’occhio del poeta si muove nella casa come una macchina da presa, ma una macchina da presa che progressivamente attribuisce vita a ciò che osserva. Particolarmente significativa è l’immagine della pantofola: «una pantofola, cerbiatta timida / prossima alla consunzione». Qui l’oggetto domestico viene trasformato in animale attraverso una metafora sorprendente. La pantofola è «cerbiatta» perché è fragile, appartiene alla dimensione della familiarità e dell’intimità, ma anche perché sembra improvvisamente dotata di una propria timida presenza. L’aggettivo «timida» accentua la personificazione, mentre «prossima alla consunzione» introduce il tema del tempo e dell’usura. È proprio questo il punto in cui la poesia domestica di Polvani si apre alla dimensione esistenziale. Gli oggetti si consumano perché il tempo li attraversa. La casa non è soltanto il luogo dell’assenza: è il luogo in cui il tempo diventa visibile.

Il verso «Si assiste alla declinazione degli oggetti / durante la parabola del sole» è particolarmente rivelatore. Il sostantivo «declinazione» appartiene alla grammatica, ma qui viene applicato agli oggetti; «parabola» appartiene invece al linguaggio geometrico e astronomico. L’intera frase costruisce una metafora temporale: gli oggetti sembrano declinarsi, modificarsi, perdere progressivamente luce mentre il sole compie il proprio percorso. Il tempo non viene dunque raccontato direttamente, ma misurato attraverso le cose. Questo procedimento è fondamentale per comprendere la poesia di Polvani. Il poeta non afferma astrattamente che il tempo passa: mostra una pantofola consumata, una luce che cambia, una casa vuota, una madre che invecchia. A pagina 11, in «I tuoi anni», questa trasformazione diventa esplicita. L’interlocutrice è la madre:

«Guarda mamma, i tuoi anni / si allungano spediti / come formiche in fila indiana / sul tavolo di marmo / della cucina». Ancora una volta Polvani ricorre a un’immagine concreta per rappresentare un concetto astratto. Gli anni vengono trasformati in formiche. La similitudine è efficace non soltanto perché rende visibile lo scorrere del tempo, ma perché introduce un senso di movimento inarrestabile. Le formiche procedono «in fila indiana», una dietro l’altra, e «già s’appressano al bordo». Il bordo del tavolo diventa così il bordo della vita e l’immagine possiede una semplicità quasi infantile, ma proprio questa semplicità le conferisce forza. Il tempo non viene rappresentato mediante grandi simboli tradizionali, l’orologio, la clessidra, il fiume, ma attraverso una scena domestica. Il tavolo della cucina diventa il luogo sul quale gli anni della madre avanzano inesorabilmente. La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica: La poesia procede poi verso una brusca modificazione atmosferica:

«la luce del neon / spande un sentore d’inverno / e d’improvviso / sento freddo». Qui la sinestesia è evidente: una luce, elemento visivo, produce un «sentore», termine appartenente al campo olfattivo. Ma il «freddo» finale non è soltanto fisico. È il freddo della consapevolezza, della paura della perdita, della percezione improvvisa della vecchiaia della madre. La luce del neon, fredda e artificiale, diventa così una metafora della coscienza che si accende improvvisamente davanti al tempo. Il passaggio è tipicamente polvaniano: dall’oggetto alla percezione, dalla percezione all’emozione, dall’emozione alla condizione esistenziale.

A pagina 16, «I segni del tempo», la relazione fra corpo e tempo viene affrontata con un’immagine di grande densità: «I segni del tempo si depositano / sulla tua pelle come una polvere dorata». Ancora una volta il tempo diventa materia. I suoi segni «si depositano» come una sostanza fisica. Ma quella polvere non è grigia né sporca: è «dorata». L’aggettivo modifica radicalmente il significato della metafora. Le rughe e i segni dell’età non sono semplicemente devastazioni prodotte dal tempo, ma possono diventare qualcosa di prezioso. La pelle della persona amata contiene la storia di chi ha vissuto. La poesia introduce quindi un’altra immagine significativa: «Specchiano l’adesione dei miei autunni». Il plurale «autunni» trasforma la stagione in una metafora della maturità e dell’invecchiamento. Ma il poeta non contempla dall’esterno il trascorrere del tempo: gli autunni dell’altro riflettono i propri. Il tempo della persona amata diventa il tempo del soggetto. Il verso «non posso che amarli / come si ama l’aria» conduce questa metafora verso una dimensione quasi assoluta. L’aria è ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che respiriamo senza pensarci. Amare i segni del tempo «come si ama l’aria» significa accettare l’invecchiamento dell’altro come parte inseparabile dell’amore stesso. In queste poesie il corpo non è quindi semplicemente un oggetto erotico o visivo. È un archivio temporale. Ed è proprio questa attenzione al tempo che consente di comprendere il rapporto fra dimensione domestica e dimensione affettiva in Cucine abitabili. La casa e il corpo svolgono una funzione analoga: entrambi conservano tracce. Entrambi registrano assenze. Entrambi mostrano l’azione del tempo.

La forma della persona rimane nella poltrona; gli anni della madre scorrono sul tavolo; il tempo si deposita sulla pelle; gli oggetti conservano i colori; le stanze trattengono paure e voci. Nulla è completamente presente, ma nulla è completamente perduto. Questa concezione della realtà spiega anche il frequente ricorso alla personificazione. Se le cose possono parlare, ascoltare, ricordare, aspettare, allora il mondo di Polvani è un mondo nel quale la separazione fra soggetto e oggetto diventa porosa. L’uomo non è davanti alle cose: è immerso in una rete di relazioni con esse.

Da questo punto di vista, la poesia conclusiva, «Il significato del paesaggio», a pagina 57, assume un valore quasi programmatico. Se l’inizio della raccolta porta il lettore dentro la casa, l’ultima poesia spalanca le finestre verso il paesaggio. La traiettoria sembra dunque andare dall’interno verso l’esterno, dalla stanza al territorio, dall’oggetto domestico alla terra, ma il procedimento poetico rimane sostanzialmente identico. Gli ulivi «restano inchiodati alla collina»; non hanno «la vanità di credersi i capelli della terra»; non «scuotono le chiome»; sono «pensieri fermi». Ancora una volta la natura viene antropomorfizzata. Gli ulivi possiedono caratteri umani: possono avere vanità, aspirazioni, atteggiamenti, perfino un codice comportamentale. La metafora dei «capelli della terra» è particolarmente efficace perché trasferisce al paesaggio una fisionomia umana. Gli ulivi diventano capelli; la collina diventa corpo. Ma Polvani rovescia subito l’immagine attraverso l’ironia: gli ulivi non hanno la «vanità» di crederlo. La sua poesia, infatti, non rinuncia mai completamente all’ironia, nemmeno davanti al paesaggio. Gli ulivi aspettano «un’euforia di tuoni», uno «sproloquio di pioggia» per «sfoggiare l’abito della festa, a volte persino la cravatta». Il linguaggio colloquiale e antropomorfico trasforma il paesaggio in una comunità di esseri viventi che sembrano avere comportamenti sociali. Lo «sproloquio di pioggia» è una metafora particolarmente felice: la pioggia diventa parola e il temporale diventa discorso eccessivo, quasi verboso. L’«abito della festa» e la «cravatta» trasferiscono invece il paesaggio nel campo semantico della socialità umana.

Questa capacità di abbassare il linguaggio poetico verso il quotidiano costituisce uno dei tratti distintivi della scrittura di Polvani. La poesia non ha bisogno di parole solenni per essere lirica. Può parlare di una cravatta, di un frigorifero, di una pantofola, di un neon, di tubature che gorgogliano. Il paesaggio, nella parte successiva della poesia, non è più immobile. «Il paesaggio immobile si muove»: l’apparente ossimoro condensa uno dei nuclei concettuali più importanti della raccolta. Il paesaggio sembra stabile, ma è continuamente trasformato dalle stagioni, dagli animali, dagli uomini, dai trattori, dalla pioggia, dal vento, dalla notte.

Si veste di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni; è attraversato dalle bisce; apre e chiude finestre e imposte; «sparisce, grida, poi riappare». La metafora del vestire è particolarmente insistita: il paesaggio «si veste» di uliveti, di sudore, di strada, di stagioni. La terra viene trattata come un corpo capace di cambiare abito. Ma questa personificazione non è semplicemente decorativa. Serve a mostrare che il paesaggio non è una realtà neutra posta davanti allo sguardo umano: è una realtà in trasformazione continua, che partecipa della vita. Il verso conclusivo «Il paesaggio mi divora gli occhi» porta questa relazione a un punto estremo. Così non è più il poeta a guardare il paesaggio: è il paesaggio che guarda, assorbe, divora il poeta e il rapporto fra soggetto e oggetto si rovescia.

Questa conclusione permette di rileggere retrospettivamente l’intera raccolta. All’inizio è il poeta che osserva gli oggetti della casa; alla fine è il paesaggio a «divorare» lo sguardo del poeta. L’osservatore diventa osservato, il soggetto si dissolve nell’oggetto, la distinzione fra io e mondo si fa incerta. È un esito quasi fenomenologico della poesia di Polvani: il mondo non è semplicemente qualcosa che vediamo, ma qualcosa che ci coinvolge e ci costituisce. Da questo punto di vista, Cucine abitabili può essere letto come un percorso dalla casa al mondo, ma anche dalla cosa all’essere. Gli oggetti quotidiani sono il primo livello della poesia; attraverso di essi il poeta arriva alla memoria, al tempo, all’amore, alla vecchiaia, alla perdita e infine al paesaggio come esperienza totale. Anche formalmente la raccolta sembra coerente con questa poetica. Nei testi qui considerati prevale il verso libero, privo di uno schema metrico tradizionale riconoscibile. La musicalità nasce piuttosto dalla disposizione delle frasi, dalle ripetizioni, dagli enjambement, dalle allitterazioni occasionali, dalla variazione della lunghezza dei periodi e dalla successione delle immagini. L’enjambement, in particolare, contribuisce spesso a sospendere il senso e a costringere il lettore a proseguire nel verso successivo. Il significato non è sempre contenuto nell’unità sintattica del verso, ma scorre oltre il limite tipografico. La sintassi tende alla paratassi, ma non è per questo elementare. La semplicità grammaticale viene continuamente attraversata da slittamenti semantici e metaforici. Polvani costruisce una poesia accessibile sul piano lessicale ma stratificata sul piano interpretativo. È questa, forse, la sua qualità più interessante: la profondità non nasce dall’oscurità del linguaggio, ma dalla trasformazione delle cose ordinarie.

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Martí, quando un poeta diventa la memoria di una nazione

13 martedì Ott 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Uomini eccellenti

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Yuleisy Cruz Lezcano

Mausoleo di José Martí


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

José Martí non è diventato il poeta nazionale di Cuba soltanto perché fu uno dei suoi maggiori scrittori. La sua trasformazione in simbolo nazionale è il risultato di un processo iniziato dopo la sua morte, quando la società cubana cominciò a riconoscere nella sua opera e nella sua vita un patrimonio capace di rappresentare l’idea stessa di patria.
Martí non si limitò a raccontare Cuba ma contribuì a immaginarla. Le sue poesie, i suoi testi politici e la sua attività intellettuale offrirono parole attraverso le quali generazioni di cubani avrebbero potuto parlare di libertà, dignità, indipendenza e identità nazionale. È anche per questo che la sua presenza è entrata così profondamente nell’educazione. La Edad de Oro, pensata per i bambini, ha avuto un ruolo particolare nella trasmissione di questa memoria. Il primo incontro con Martí può avvenire attraverso una poesia o un racconto e riemergere anni dopo davanti a una statua, in una scuola o durante una cerimonia pubblica.
La memoria, però, non vive soltanto nei libri. Ha bisogno di luoghi, immagini e rituali. Nel caso di Martí, uno dei luoghi decisivi è il mausoleo di Santa Ifigenia, a Santiago de Cuba, inaugurato nel 1951. Quando fu costruito, l’immagine nazionale di Martí era già profondamente radicata nella società cubana. L’architettura non inventò quindi il mito: lo rese visibile.
Il mausoleo può essere letto come una vera narrazione costruita nello spazio. I 28 monoliti richiamano l’ultima campagna del 1895; le sei figure femminili rappresentano le province cubane dell’epoca e trasformano la geografia nazionale in una presenza simbolica; la bandiera, la stella e la luce naturale completano un percorso che conduce al luogo della sepoltura.
Il significato non sta in un singolo elemento, ma nella loro combinazione. La bandiera richiama la patria, la stella l’identità, la luce la continuità della vita, le figure femminili Cuba stessa. La tomba, infine, non appare soltanto come il luogo nel quale riposa un uomo morto nel 1895, ma come uno spazio nel quale la nazione custodisce una parte della propria storia. È questo il passaggio decisivo: dal personaggio storico al simbolo.
Il Martí storico è l’uomo nato all’Avana nel 1853, scrittore, giornalista, organizzatore politico, fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e combattente morto a Dos Ríos. Il Martí della memoria nazionale è invece l’Apostolo, il Maestro, l’Eroe Nazionale, il poeta della patria. Queste definizioni non cancellano la sua biografia, ma la interpretano e la trasformano in un patrimonio collettivo.
Per questo non esiste una data precisa nella quale Cuba abbia semplicemente deciso di attribuirgli il ruolo di poeta nazionale. La sua consacrazione avvenne attraverso un lungo processo fatto di scuola, letteratura, commemorazioni, monumenti e uso dello spazio pubblico. Fu una costruzione culturale più che una nomina ufficiale.
Ed è proprio questa origine a spiegare la longevità del simbolo. Ogni generazione eredita Martí, ma può leggerlo in modo diverso. Il suo volto rimane riconoscibile mentre cambiano le interpretazioni politiche e culturali associate alla sua figura. La forza di un’icona nazionale sta anche in questo: può essere ripetuta senza avere necessariamente sempre lo stesso significato.
Santa Ifigenia rende evidente questa stratificazione della memoria. La presenza della tomba di Fidel Castro nello stesso cimitero crea un rapporto simbolico tra due epoche molto diverse della storia cubana. Martí appartiene alla lotta per l’indipendenza dalla Spagna; Fidel alla Rivoluzione del XX secolo. La distanza storica rimane, ma la scelta dello stesso luogo di sepoltura inserisce entrambe le figure all’interno di una stessa geografia della memoria nazionale.
Nel 2026, anno del centenario della nascita di Fidel Castro, Santa Ifigenia torna così a essere un luogo particolarmente significativo per osservare come Cuba costruisce e aggiorna il proprio racconto storico. Ma Martí occupa una posizione particolare: la sua immagine nazionale si era formata molto prima della Rivoluzione e aveva già attraversato generazioni, scuole e istituzioni.
Il mausoleo continua a colpire anche chi non conosce tutti questi passaggi perché comunica prima ancora delle parole. Il visitatore vede la geometria monumentale, le figure, la bandiera, la stella e la luce; solo dopo ne scopre i significati. È precisamente ciò che fanno i grandi monumenti nazionali: non conservano soltanto il passato, ma suggeriscono come ricordarlo.
La storia racconta la vita di Martí. La memoria nazionale racconta ciò che Cuba ha scelto di vedere in quella vita. È in questa distanza che nasce il poeta nazionale. Non nel giorno di una nomina, ma nel momento in cui le parole di uno scrittore entrano nella vita quotidiana di un Paese: quando vengono insegnate ai bambini, ripetute nelle cerimonie, scolpite nei monumenti e associate per generazioni alla stessa idea di patria.
A Santa Ifigenia, quella trasformazione diventa visibile. La poesia è diventata pietra, la biografia è diventata simbolo e la morte è diventata memoria. Martí non è più soltanto un uomo della storia cubana: è una delle forme attraverso cui Cuba continua a raccontare se stessa.

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El Raffa, il canto dei prati

29 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in INTERAZIONI, Ispirazioni e divagazioni, POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Boschi della Valsesia, immagine da Wikipedia

di Yuleisy Cruz Lezcano

Il tempo racchiude il profumo dell’estate, la montagna, sopra Varallo, sembra una grande onda verde ferma nel cielo. Lì, tra i sentieri che salgono verso il Mastellone, il mondo sa come diventare lento. Ogni pietra custodisce un passo, ogni albero una voce.
El Raffa era arrivato alla vita con una ferita precoce: a quattro anni aveva perduto la madre, affidato a tre zie, e una sola di quelle mani aveva saputo diventare per lui una casa. Poi, a undici anni, anche quella mano si era spenta. Il dolore gli era rimasto dentro come una radice invisibile, ma la vita, ostinata e luminosa, gli avrebbe insegnato a cercare il cielo proprio attraverso le piccole cose.
Cresciuto ai Prati di Cervarolo, dove la montagna si stringe intorno a poche case e sembra volerle proteggere dal rumore del mondo. Prati era allora, ed è ancora, un piccolo respiro appeso alla valle: pietre, prati, castagni, tetti raccolti intorno alla chiesetta, e sotto, il Mastellone che scorre come un nastro d’argento, portando lontano il riflesso delle montagne.
La strada oggi sale con le sue curve, ma prima era il sentiero a conoscere quei luoghi, un filo d’erba e di pietra che entrava nel bosco e ne usciva come un pensiero felice. El Raffa lo percorreva con l’anima nuda, semplice come la mano che scrive, e forse sentiva che la natura non chiede spiegazioni: basta guardarla.
Un fiore gli diventava una parola, una foglia una pagina, il vento una voce senza corpo. Le farfalle erano piccoli pensieri colorati che il prato affidava all’aria, e gli alberi, con le loro radici profonde, sembravano uomini antichi capaci di resistere a tutte le stagioni. Così il poeta si perdeva per ritrovarsi.
Il perdersi per non essere ritrovato diventava una libertà: entrare nel bosco, lasciare che il sentiero scomparisse dietro di sé, seguire il volo di una farfalla, il profumo del fieno, il canto dell’acqua. Si “imboscheggiava” tra le ombre e la luce, tra il verde dei prati e l’azzurro delle montagne, come se ogni passo potesse sciogliere un nodo del cuore.
E il lutto, che è qualcosa che non abbandona così facilmente, imparava lentamente a diventare lontano. Non si può cancellare il dolore, ma si può cercare molto la vita, le piccole cose, la natura, per fissare l’innocenza e mandarlo via. Forse la poesia nacque proprio lì, nel punto esatto in cui una ferita incontra un raggio di sole.
El Raffa aveva dita magre come il grano e pensieri azzurri come la notte montana. Scriveva con la semplicità della terra, con quella voce liscia e terrestre di chi guarda in alto senza dimenticare da dove viene. E quando il suo sguardo cercava la luna, non cercava soltanto la luna: cercava i suoi lineamenti, il volto segreto della notte, quella luce che riesce a farsi strada anche attraverso il buio.
Prati allora diventava una poesia senza libro. Il vento voltava le pagine nei prati, il Mastellone ne leggeva i versi, i castagni tenevano ferme le parole con le loro radici e la piccola chiesa sembrava una pausa bianca dentro il verde.
E lì tutto parla e anche allora parlava. Parlava la pietra, con la sua memoria, il fiume, con la sua corsa, il cielo, con il suo infinito. Parlava una farfalla, posandosi per un istante su un fiore, come una sillaba di colore sopra una pagina verde. E il poeta ascoltava. Forse era questa la sua felicità: avere imparato che la vita non sempre arriva come una grande luce. A volte è soltanto un filo d’erba che si muove al vento, una rondine che attraversa il pomeriggio, una goccia d’acqua che brilla sopra una foglia.
A Prati, il mondo è piccolo e infinito nello stesso momento. Le case sembrano pietre raccolte dalla montagna per costruirsi un cuore. I prati salgono verso il bosco come onde immobili. Il Mastellone cuce la valle con il suo filo d’argento, e sopra Cervarolo la luna, ogni sera, tornava a illuminare gli stessi tetti, gli stessi alberi, gli stessi sentieri. Forse anche per questo El Raffa rimase lì, perché certi luoghi non si abitano soltanto: ci abitano dentro. E Prati entrò nella sua poesia come entra la primavera nella terra: senza rumore, lentamente, fino a far fiorire ogni cosa.
Oggi, se il vento passa tra quelle case e scende verso il Mastellone, sembra ancora portare una voce. Una voce leggera, quasi nascosta tra le foglie. E forse è El Raffa.

Poesie di Yuleisy Cruz Lezcano

Alagna


Certi posti sono come la vita,
concedono le montagne
da diversi punti di vista:
ora vicine, ora lontane,
severe nel cielo,
dolci come un ricordo
che torna a fiorire.

E Alagna appare così,
adagiata nella Valsesia,
tra prati che respirano verde
e sentieri che salgono piano
verso il silenzio dei monti.

Le case raccontano il tempo
incastonato legno scuro, pietra,
balconi intagliati dal vento,
grandi travi che custodiscono
l’antica voce dei Walser.
Sono case che sembrano alberi
cresciuti dalla terra,
radici profonde nella neve,
rami rivolti alla luce.

E il paese si veste di fiori,
come se ogni finestra
avesse imparato a sorridere.
I muscoli attorno alla bocca
formano un sorriso,
mentre lucidi fiori
riflettono la luce dei germogli
e il sole si posa sui petali
come una carezza.

Tra i prati, la natura
non è mai soltanto sfondo,
è presenza, respiro, attesa.
Il profumo delle erbe aromatiche
si alza lieve dai sentieri,
la risata di un elfo
invita a fermarsi,
a respirare più lentamente,
a riconoscere la salvia,
il timo, la menta selvatica.

Lo sguardo sopra i tetti di legno
si ferma con gli uccellini
con loro viaggia e insegue
ombre tra gli alberi
che diventano oscure,
brevi apparizioni
nel verde profondo del bosco.

Più lontano,
tra rocce, pascoli e abeti,
la fauna segue sentieri invisibili:
il capriolo leggero,
la volpe che attraversa la sera,
lo stambecco sulle pietre,
l’aquila che disegna cerchi
nell’immenso azzurro.

Qui anche il tempo
sembra avere un’altra misura.
Le usanze passano di mano in mano,
come un pane ancora caldo,
come una storia raccontata
accanto al fuoco.

Prati di Cervarolo

Appeso a un dirupo
dorme un paese roccioso,
sotto un cielo che,
a forza di non vedere l’orizzonte,
si è dimenticato degli spazi aperti.
Sotto attende Varallo,
che si raccoglie tra le montagne,
stretta nelle sue pietre,
nelle sue stradine contorte,
nei vicoli di polvere e sasso
che salgono e scendono
come pensieri.
Qui i fiumi Sesia e Mastallone
si incontrano,
l’acqua arriva da valli diverse,
porta con sé il rumore delle montagne,
il ricordo dei boschi,
la neve sciolta sulle cime.
E poi è qui, a Varallo,
dove tutto si unisce e unisce
come fanno le vite degli uomini,
le generazioni, le parole.
Il poeta Tosi guarda
Varallo dall’alto.
Da Prati si può immaginare
il paese stendersi,
le case aggrappate alla roccia,
i tetti, i campanili, il verde che, lentamente, cambia colore
con il passare delle stagioni.
Guardate attraverso i suoi ricordi,
le sue poesie crescono
per le stradine contorte,
per i vicoli di polvere e sasso.
A Prati da anni
il tempo non passa,
e per non passare,
sono saltate le migrazioni.
Eppure il paese
è cambiato piano,
quasi senza farsi accorgere.
È nata una stradina
che osteggia a ogni curva il burrone,
ma sul terreno inclinato
crescono, come allora,
ostinati fiori.
Sul ciglio del burrone
trema la stagione secca.
Da lì si vedono tutti gli uccelli
salire altissimi nell’aria.
Girano in tondo le rondini,
sbattono le ali,
si lanciano in picchiata,
si lasciano cadere,
riprendono il volo, si inseguono,
instancabili, ostinate,
come se volessero
confondere le tracce.
E da lì che si può
toccare il sogno del poeta:
la sua bambina
piccola, con le mani fredde,
esce dalla scuola
e cerca il padre tra la gente.
Il poeta Tosi la aspetta,
non le dice grandi parole,
le prende semplicemente le mani
e le mette nelle sue tasche,
per scaldarle.
È un gesto piccolo,
quasi invisibile, che contiene
l’amore che è stato casa,
la tenerezza di un padre
che nel tempo che passa,
resta.

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Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», 2026. La recensione di Ivano Mugnaini

22 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura, Novità editoriali

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Ivano Mugnaini, Yuleisy Cruz Lezcano

Ci sono libri che si limitano a documentare il reale, e ci sono libri che il reale lo attraversano, facendosi carico del suo peso più insopportabile per restituirlo alla coscienza collettiva. Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano appartiene a questa seconda categoria. L’autrice costruisce un memoriale contemporaneo in cui l’impegno sociale e la denuncia implacabile delle stragi sul lavoro si fondono con una scrittura letteraria accurata e coinvolgente: evocativa, mai pietistica, adeguatamente nitida nel suo taglio chirurgico sul dolore e sulle responsabilità.
Come ricorda Maria Giorgini nella prefazione, «non esistono morti bianche». Il bianco richiama l’inevitabile, il neutro, il destino. Cruz Lezcano smonta questa narrazione tossica pagina dopo pagina, dimostrando che dietro ogni statistica c’è un crimine: quello di un sistema che antepone il profitto alla vita, quello dei subappalti al ribasso, quello dell’indifferenza.
Il libro si presenta come una raccolta di cammei – termine scelto non a caso dall’autrice – dove ogni capitolo è un ritratto inciso con la precisione dell’orefice e la profondità dello scultore. La struttura alterna prosa e poesia con un ritmo che non è mai meccanico, ma segue il respiro del dolore: la prosa è l’inspirazione, il racconto della vita, la preparazione del caffè all’alba, il rumore delle chiavi; la poesia è l’espirazione, il silenzio che segue, il vuoto che non si può colmare.
Questa architettura a due voci permette all’autrice di evitare il rischio della cronaca pietistica e quello opposto dell’ermetismo fine a sé stesso. La prosa restituisce i volti, la poesia restituisce l’indicibile.
La prosa si fa carico della biografia, la ricostruzione dell’umanità che il sistema tende a cancellare. L’autrice non inizia quasi mai dalla tragedia, ma dalla vita che la precede. È una scelta narrativa potente: ci costringe ad amare le vittime, a conoscerle per voler loro bene e rispettarle, come persone, non come numeri, prima di vederle morire. La precisione dei dettagli quotidiani diventa un’arma letteraria devastante. Il dolore non è mai urlato, ma si annida nelle cose che restano a metà, nei gesti interrotti.

«Non lo sapeva, ma alle 9,46 Luana era già morta. La giovane madre era rimasta intrappolata nell’orditoio della fabbrica tessile dove lavorava.»
/
«Emma tornò in cucina e guardò il tiramisù. Era lì, incompiuto, come se il mondo, senza dirlo, avesse già deciso.»

In questi brani, la prosa di Cruz Lezcano raggiunge vette di realismo ineludibile. L’orrore non sta solo nella macchina senza protezioni che uccide Luana D’Orazio, ma in quel mascarpone che non si monta, in quella crema sospesa. La tragedia l’essere umano la riesce a cogliere più nei dettagli che nell’insieme. E ancora, l’autrice evidenzia la forza e la capacità di fotografare la “normalità” che precede il massacro, come nella strage di Brandizzo, dove l’abitudine al rischio è la vera colpevole:

«Quella notte il cantiere sembrava uno dei tanti ed era proprio questo l’orrore, la normalità.»
«Le telecamere della stazione ripresero tutto. Gli operai illuminati a tratti, le schiene curve, il silenzio enorme della notte ferroviaria.»

Se la prosa restituisce i volti e le storie, la poesia si fa carico di ciò che è indicibile: il vuoto, l’assenza, la rabbia metafisica e sociale. Il passaggio dal racconto alla poesia non è una semplice cesura, ma un cambio di frequenza: dalla cronaca si passa al lamento greco, all’invocazione, all’accusa.
I versi di Cruz Lezcano sono affilati, privi di orpelli decorativi. Sono parole che, necessariamente, graffiano la coscienza:

«Una giovane operaia resta nel filo del tempo,
nel respiro interrotto di un orditoio,
dove la luce diventa lama
e il lavoro si chiude come una porta improvvisa.»

La denuncia sociale si fa grido di rivolta quando l’autrice racconta lo sfruttamento dei migranti, i nuovi schiavi del caporalato e dei cantieri abusivi, come Satnam Singh o Abdellah Rahali. Qui la poesia diventa atto di accusa verso uno Stato che nasconde i suoi morti:

«Satnam è diventato simbolo,
non per scelta, ma perché l’ingiustizia
ha bisogno di volti da ignorare
e tombe senza lapide.
A Latina è tornato tutto com’era,
la nebbia dei verbali,
la maschera dei contratti,
l’invisibilità come mestiere.»

E, a fianco, in un insieme, un tutt’uno che molti vogliono farci ignorare, c’è l’inferno dei poveri, dei pensionati costretti a rischiare la vita per integrare una rendita misera, come Roberto Vitale. La poesia qui si fa marxiana, feroce nella sua analisi di classe:

«L’inferno dei poveri
costruisce il paradiso dei ricchi
che non smettono mai di “ammobiliarlo”
con quadri e cornici d’ossa.»

Uno dei meriti maggiori del libro è il delineamento esatto della geografia del dolore che attraversa l’intera penisola. Dalle cave di marmo di Botticino alle acciaierie di Taranto, dai cantieri abusivi di San Marcellino alle cartiere della Carnia, dalle campagne del Salernitano ai porti del Garda. Cruz Lezcano ci mostra che non esiste un’Italia sicura e un’Italia pericolosa: esiste un’unica Italia che muore al lavoro, con le stesse dinamiche, le stesse colpe, le stesse omissioni.
Questa mappatura ha un valore politico preciso: smonta la retorica della “fatalità” e della “sfortuna”, mostrando che il dolore ha coordinate precise, nomi precisi, responsabilità precise.
Il libro si articola lungo tre direttrici generazionali e sociali che compongono il ritratto di un Paese malato.
I migranti, innanzitutto, doppiamente vulnerabili, come Satnam Singh, Abdellah Rahali, Yassine Guerouahi, Victor Durbala, Muhamed Memishoski. Per loro la morte sul lavoro si somma all’invisibilità sociale, allo sfruttamento, alla mancanza di diritti.
La poesia per Abdellah Rahali è tra le più strazianti del libro:

« Sulla barella il lenzuolo
bianco cielo senza risposte,
steso su un nome che non arriva.
Per due giorni sei stato nessuno,
numero sospeso nella cronaca,
ramo del tronco reciso
prima ancora di essere detto.»

Gli anziani e i pensionati, poi, costretti a tornare al lavoro per sopravvivere: Roberto Vitale, Agostino Scavo, Giuseppe Passini, Ezio Cretaro. La poesia per Ezio Cretaro contiene una delle invettive più potenti:

«Tappatevi le orecchie, è il giorno dell’addio,
portate il prete all’osteria a infiammare le guanciotte,
fate ubriacare tutte le sue sette vite,
scordate di dover infarcire il suo ritratto di virtù.
Cercate, invece, una parola che lo salvi,
può essere aggettivo, verbo, riposo, vacanza,
può essere dura, senza affetto,
o muta, bagnata di sudore nello sforzo
di una crudele dimenticanza.»

I giovani, infine, quelli di cui molti parlano senza comprenderli. Quelli con i sogni spezzati prima ancora di fiorire: Lorenzo Parelli, Rayan Lassoued, Carmine “Karmis” Vitolo, Pashtrik Krasniqi. Le parole che l’autrice dedica a Karmis, il ragazzo che sognava Sanremo, sono un pugno nello stomaco:

No, non si può morire così, non a ventiquattro anni. Non mentre si costruisce il domani con le mani sporche di fatica e la testa piena di musica. La sera, davanti alla sua stanza, Irene sussurrò: «Se mi senti, dammi un segno».

Un capitolo a parte meritano le madri: Monica (madre di Mattia), Emma (madre di Luana), Adriana (madre di Rayan), Maria Elena (madre di Lorenzo). Sono le vere eroine tragiche di questo testo, sacerdotesse di una memoria che lo Stato vorrebbe archiviare in fretta. Cruz Lezcano le ritrae con una delicatezza che non scade mai nel patetico, mostrando come il loro dolore si trasformi in attivismo, in denuncia, in una forma di amore che sopravvive alla distruzione.

La poesia per Rayan, scritta dopo la sua morte, è un esempio di questa trasformazione del dolore in luce:

«La bianca farfalla ti si posò sul petto
nella fibra rossa dove fioriscono narcisi
quando piove dolcezza irrequieta
accesa nel battito che infiamma il sangue.
E fu pioggia chiara quando si aprì il portone,
corsa di uno slancio di boccioli sciolti
acciuffati di vita fra i sensi»

I paralleli letterari sorgono spontanei e potenti. C’è il Primo Levi della testimonianza etica, per cui il ricordo è un dovere civile e la descrizione dell’ambiente industriale mantiene una precisione tecnica che si fa poesia della crudeltà. C’è l’Émile Zola di Germinal o L’Assommoir, per come la macchina e la fabbrica vengono descritti come entità voraci, bestie di ferro che masticano carne umana.
Ma è nella lirica che Cruz Lezcano trova i suoi compagni di viaggio più affini: la rabbia corsara di Pier Paolo Pasolini contro la società dei consumi che sacrifica i corpi dei giovani e dei marginalizzati; la poesia civile di Franco Fortini e Mario Luzi, per l’impegno etico della parola; il lamento delle madri di Anna Achmatova, l’elenco democratico dei morti di Walt Whitman, dove ogni nome ha lo stesso peso.
Per la letteratura del lavoro, i riferimenti sono Volponi (le fabbriche di Le mosche del capitale), Ottieri, Bianciardi, ma anche Carlo Levi e Rocco Scotellaro per la pietas verso gli ultimi. Per la poesia del dolore contemporaneo, l’accostamento è con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. Ma al di là di questi riferimenti di massima, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano nasce da letture ed esplorazioni della contemporaneità e da un impegno fattivo che la porta a guardare, sentire, osservare, lottare, prima di scrivere. Senza un tale coinvolgimento in prima persona la sua scrittura non potrebbe esistere.

Altro merito del libro è l’utilizzo di registri linguistici diversi: la cronaca giornalistica, la lirica alta, l’invettiva corsara, il dialetto (come nella poesia per Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Vento), il linguaggio tecnico (i “miociti di dolore” per Samuel e Giovanni, folgorati dalla corrente). Questa mescolanza non è un vezzo stilistico, ma una necessità etica: il dolore ha molte lingue, e la letteratura deve saperle parlare tutte.

In una delle poesie più belle, a mio parere, del libro, Canto per un uomo invisibile, Cruz Lezcano scrive:

«Lasciate almeno che un verso gli sia sepolcro,
una poesia la sua bara d’onore,
perché il cuore d’un operaio
non sia dimenticato nel cemento delle statistiche.
E se la cultura manca, seminatela!
Non di slogan ma di gesti, di vite salvate.
Ogni cantiere è un altare di rischio:
che vi si celebri la sacralità dell’uomo.»

Questa dichiarazione di poetica è la chiave di volta del libro. La poesia non è decorazione, non è consolazione: è sepoltura onorevole, è atto di giustizia, è l’ultimo gesto di dignità verso chi è stato trattato come scarto.
Yuleisy Cruz Lezcano non scrive per intrattenere, scrive per salvare. Salvare dall’oblio, dalla normalizzazione dell’orrore. Crimini della sicurezza è un libro che si legge con un nodo alla gola, ma che non si può non leggere. È un ponte tra la letteratura civile di un tempo e la necessaria testimonianza del presente. Ci ricorda che ogni volta che timbriamo un cartellino, ogni volta che guidiamo sotto casa, ogni volta che entriamo in un cantiere o in una fabbrica, stiamo giocando d’azzardo con un sistema che ha dimenticato il significato della parola dignità.
Leggere queste pagine significa, come scrive l’autrice, «scegliere di non voltarsi dall’altra parte». E la letteratura, quando è scritta con questa consapevolezza e questo amore, è autentico atto di resistenza.

Ivano Mugnaini

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“Crimini della sicurezza” di Yuleisy Cruz Lezcano. Una lettura di Emilio Capaccio

17 giovedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Note critiche e note di lettura

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Crimini della sicurezza, Emilio Capaccio, Yuleisy Cruz Lezcano

Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è un’opera che riesce a fare qualcosa di raro nella poesia civile italiana contemporanea: costruire un monumento verbale collettivo senza sacrificare la specificità di ogni singola vita. Ci riesce grazie a un impianto strutturale di grande intelligenza compositiva, quello che accosta a ogni vittima di infortunio sul lavoro una coppia di testi — una prosa narrativa o cronachistica e una poesia dedicata — disposti in rigorosa sequenza cronologica dal 1998 al maggio 2026, fino a comporre, nell’indice finale, un vero e proprio necrologio in forma di sommario: nome, data, pagina.

La freddezza apparente dell’elenco viene però smentita, riga dopo riga, dalla densità umana dei testi che lo precedono. È una scelta d’impianto quasi liturgica, vicina al martirologio o al calendario dei giusti, e il libro ne è pienamente consapevole fin dal paratesto: la prefazione della segretaria della CGIL di Forlì-Cesena rifiuta l’espressione «morti bianche» come eufemismo che neutralizza la responsabilità, mentre la nota dell’autrice dichiara il proposito di restituire identità a chi è stato ridotto a numero. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che l’intera raccolta persegue con una coerenza ammirevole, capitolo dopo capitolo, corpo dopo corpo, senza mai perdere di vista l’individualità del lutto dentro la serialità della strage.

Il dispositivo prosa-più-poesia funziona come un doppio registro percettivo complementare: la prosa lavora in modalità di cronaca ampliata, con dati anagrafici, dinamica dell’incidente, voci indirette di familiari e colleghi, e ha il merito di ancorare ogni testo poetico a un fatto verificabile, a un nome, a un luogo preciso — Brindisi, Bologna, l’argine del Santerno, la Magona, l’Interporto —, così che la poesia non fluttui mai nell’astrazione, ma resti sempre legata a una biografia concreta. In diversi punti, inoltre, la prosa raggiunge una vera tenuta narrativa autonoma, come nel racconto d’apertura dedicato a Ruggero e al fratellino Matteo, costruito con un dialogo delicatissimo sulla doppia notizia, «bella e brutta», o come nella sezione dedicata a Rayan Lassoued, dove il tempo si dilata e la scena prende corpo con la cura di un vero racconto letterario.

È nella poesia, comunque, che il libro trova la sua voce più originale e la sua ragione più profonda. Qui la Cruz Lezcano lavora su un lessico ricorrente — ferro, ingranaggi, polvere, ali, uccelli, cielo, silenzio, il non-rumore delle cose che restano — che attraversa l’intera raccolta come un campo semantico coeso e riconoscibile, capace di tenere insieme testi di intonazione molto diversa senza mai risultare arbitrario o meccanico.

Uno dei tratti più felici e meno prevedibili della scrittura è l’uso della misura fisica come unità di pathos: «sette metri di cielo», «sei metri d’eternità», «quindici metri di vuoto», «tre metri di irreversibile assenza» sono formule che tornano, quasi come una rima nascosta, in poesie diverse e che producono un effetto potente proprio perché rovesciano il linguaggio contabile che il sistema produttivo e giudiziario impone alle morti sul lavoro — le «carte», le «formule», «le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica» di Orditoio di silenzio —, restituendo quella stessa unità di misura alla dimensione del lutto. È forse il gesto poetico più riuscito dell’intero libro, perché mette in scena esattamente ciò che l’opera vuole affermare: che il numero, invece di cancellare, può diventare strumento di pietas.

Accanto a questa vena convive una sperimentazione lessicale audace e originale, quella che innesta il vocabolario medico-biologico sul lamento funebre. Miociti di dolore, dedicata ai due operai folgorati, Samuel Scacciaferro e Giovanni Sanfilippo, costruisce l’intero componimento su immagini di sinapsi, potenziale d’azione, giunzioni comunicanti e sincizio cellulare applicate al corpo sociale del lutto. Convertitore 3, invece, lascia parlare l’impianto industriale accanto al morto, senza mediazioni consolatorie, mentre Vertebra del mondo trova in una singola immagine — l’impalcatura che «non sa cos’è il lutto» ma «oggi l’ha indossato» — la capacità di far coincidere il linguaggio tecnico del cantiere con quello dell’elegia. Sono i testi in cui l’autrice rinnova più radicalmente il repertorio della poesia civile italiana, portandolo oltre le immagini più consuete del vuoto e dell’assenza, verso un lessico ibrido e contemporaneo, capace di dire la violenza del lavoro con gli stessi strumenti concettuali con cui quella violenza viene prodotta e amministrata.

Un registro ulteriore, prezioso proprio nella sua unicità all’interno della raccolta, è quello dialettale della poesia dedicata a Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Viento, scritta in napoletano. Essa introduce una polifonia linguistica che apre il libro a una dimensione corale e popolare, non mediata dal filtro della lingua letteraria standard, e testimonia quanto la scrittura della Cruz Lezcano sappia adattare il proprio registro alla specificità di ogni storia, invece di applicare una formula uniforme.

Molto convincente è anche l’attenzione, trasversale a tutta la raccolta, alla dimensione domestica e quotidiana che precede e segue la tragedia: la colazione preparata all’alba, il pallone lasciato in un cortile, le videochiamate, la stanza rimasta identica, gli oggetti che sembrano trattenere il respiro. Sono dettagli che l’autrice sa dosare con grande misura, senza mai scivolare nel sentimentalismo, e che hanno la funzione di restituire concretezza affettiva a vite che il resoconto giornalistico riduce sempre a puro dato. Va sottolineato, inoltre, come il libro dia voce, con pari dignità e senza gerarchie, a un’umanità del lavoro molto ampia e composita — operai italiani e migranti, braccianti agricoli, addetti alle cave e ai cantieri, ferrovieri, un ragazzo con grave menomazione, due giovani donne come Luana D’Orazio e Anila Grishaj —, componendo così, attraverso l’accumulo stesso dei casi, un ritratto corale e nazionale della fragilità del lavoro contemporaneo. In questo contesto, l’insistenza sulla ripetizione non è mai stanchezza compositiva, ma scelta consapevole, perché è proprio la sistematicità della strage, il fatto che si tratti — come dice una delle poesie — di «sistema» e non di episodi isolati, il nucleo politico che il libro vuole rendere visibile attraverso la propria stessa struttura seriale.

Anche il registro sacrale che affiora in più punti — i «sacerdoti / che hanno offerto il corpo / sull’altare industriale del profitto», il casco «caduto come un’ostia», il «battesimo nero / del pane guadagnato» — funziona come gesto di risarcimento simbolico potente e coerente con l’intento dichiarato del libro: quello di restituire sacralità e dignità a corpi che la cronaca riduce a statistica, collocando la raccolta in una tradizione di elegia civile e comunitaria che ha radici profonde nella cultura popolare italiana del lutto.

Pubblicato nel 2026, il libro arriva con un’attualità quasi cronachistica: l’ultima sezione, dedicata a Rayan Lassoued, morto a ventun anni a Cesena, è esplicitamente collegata nella prefazione a una mobilitazione ancora in corso. Questa prossimità temporale, insieme alla scelta di chiudere la raccolta con una poesia dal titolo programmatico, Grammatica di un impatto, rivela la vera ambizione dell’opera: costruire una grammatica condivisa, un sistema coerente di forme ricorrenti — la misura del vuoto, il non-rumore, l’ingranaggio indifferente, la sacralizzazione del corpo operaio, l’apostrofe diretta al morto, che attraversa quasi ogni componimento —, capace di dare un ordine linguistico e affettivo a una serie di morti che altrimenti resterebbero disperse tra le pagine di cronaca, da cui il libro esplicitamente le sottrae.

Nel suo insieme, Crimini della sicurezza raggiunge pienamente l’obiettivo dichiarato: trasformare la cronaca in presenza umana. Lo fa con una scrittura sorvegliata e generosa insieme, capace di alternare il rigore documentario della prosa alla libertà immaginativa della poesia, senza che l’una tradisca l’altra. Un libro che restituisce ai nomi propri la loro voce e al lettore la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.

Emilio Capaccio

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Le onde che attraversano: quando la vita entra in risonanza

15 martedì Set 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', INTERAZIONI, Segnalazioni ed eventi

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano) 

onde
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C’è qualcosa, in questo mondo, che non riesco a comprendere completamente e forse è proprio per questo che mi affascina tanto: le onde. Sì, le onde. Detto in questo modo, sembra quasi che mi sia alzata con la vena filosofica, dopo un sonno confuso. Ma pensateci per un istante: siamo circondati dalle onde. Ci attraversano, ci avvolgono, ci comunicano, ci riscaldano, ci illuminano, ci emozionano… e, nella maggior parte dei casi, nemmeno le vediamo, nemmeno le tocchiamo, nemmeno ci rendiamo conto che sono lì. La luce che ci raggiunge e con la quale vediamo il volto di una persona amata è un’onda. Anche la voce che ci arriva, attraverso un telefono, dall’altro estremo del mondo viaggia trasformata in onde. La musica che ci fa rabbrividire la pelle non è altro che aria che vibra, ma con senso. Il mare parla con le onde, il cuore batte con le onde, il cervello pensa con le onde. E perfino l’universo, quando due mostri cosmici collidono nel buio, sembra tutto contorcersi in onde, come se lo spazio fosse un lenzuolo scomposto scosso da mani invisibili. A me tutto questo lascia in una quieta meraviglia. Non per ignoranza, ma per rispetto. Perché una cosa è che la scienza ti spieghi una parte del mistero e un’altra cosa, completamente diversa, è che il mistero sparisca. E non sparisce, al contrario, quanto più so, più mi meraviglio.

Viviamo credendo che il mondo sia solido, stabile, fermo, come il tavolo di una sala da pranzo di legno massiccio. Poi arriva la fisica, con la sua casacca bianca e la faccia di chi non ha dormito, e vi dico cosa mi ha detto: “Yuli, non ti emozionare così tanto. Quello che tu chiami realtà sta vibrando da ogni parte.” E allora mi sono girata, guardando ovunque e ho pensato: per essere tutto in continua vibrazione, siamo messi abbastanza bene, perché questa è una cosa incredibile. Non vediamo le onde radio, ma grazie a loro ascoltiamo una voce in lontananza. Non vediamo le microonde, eppure riscaldano gli alimenti. Non vediamo le onde elettromagnetiche che fanno funzionare il cellulare, ma siamo lì a inviare messaggi, video, fotografie, discussioni familiari e perfino i “buongiorno” nei gruppi nei quali ti hanno inserito senza consenso. Non vediamo le onde cerebrali, ma lì dentro stiamo pensando, sognando, temendo, amando. Non vediamo molte delle forze che ci sostengono e, invece, ci sostengono. La vita è piena di cose invisibili, ma sono proprio quelle che, spesso, contano di più. Per esempio l’amore non si vede, l’assenza non si vede, la nostalgia non si vede, la fede, per chi ha fede, non si vede. Nemmeno la memoria si vede. Eppure sono cose che davvero pesano. Per questo mi impressionano tanto le onde: perché sono una metafora perfetta dell’esistenza. Nascono da qualche parte, viaggiano, toccano qualcosa, si trasformano e, a volte, spariscono senza che sappiamo esattamente dove finiscano.

Una parola detta al momento giusto è un’onda, una carezza è un’onda, anche un insulto è un’onda. Una canzone ascoltata durante la nostra giovinezza può continuare a vibrare dentro di noi cinquant’anni dopo. Una frase di nostro padre, uno sguardo di nostra madre, una risata dei nostri figli, un’assenza che è rimasta seduta nella nostra casa e non se ne è più andata. Tutto questo è un’onda. Ci sono onde che non escono dagli apparecchi, ma modificano la nostra maniera di vivere. E ci sono onde piccolissime che modificano un giorno e onde grandi che cambiano una vita intera. Per questo dobbiamo stare più attenti a ciò che emettiamo, perché tutti siamo emittenti, anche se non abbiamo antenne sulla testa. E alcuni le nascondono peggio di altri. Emettiamo con quello che diciamo, con quello che non diciamo, con quello che facciamo, con quello che promettiamo e poi non manteniamo, con la maniera in cui guardiamo qualcuno, con il modo in cui entriamo in una stanza. Ci sono persone che arrivano e tranquillizzano, altre persone arrivano e alterano l’aria. Ci sono persone che sono come un’emittente limpida e poi ci sono altre che sembrano un’interferenza permanente. Tutti conosciamo qualcuno così. E, se non conosciamo nessuno, attenzione: potremmo essere noi stessi così. L’onda viva è ovunque. Forse l’intero universo è questo: una immensa conversazione di onde. La luce di una stella che è morta da milioni di anni e che ancora arriva ai nostri occhi. L’eco di un’esplosione primordiale che ancora viaggia nello spazio, come un rumore antico della nascita di tutto. Le onde del mare, i battiti del petto, la voce umana che cerca di non restare da sola. E noi, povere creature altezzose, convinte di essere corpi separati, quando forse siamo proprio questo: piccoli centri di vibrazione che si toccano gli uni con gli altri senza saperlo.

A me piace pensare che vivere bene significhi emettere buone onde. E mi piace credere che nessuno se ne vada del tutto finché un’onda continua a viaggiare. Forse è per questo che le onde mi meravigliano così tanto: perché mi ricordano che ciò che è invisibile non è inesistente; che ciò che non si tocca può toccarti per sempre; che ciò che non si vede può governare il mondo. Ecco perché, pensando al Festival delle Relazioni e al nostro talk di ieri a Varallo, volevo fare un omaggio alle onde: a quelle viaggiatrici invisibili, a quelle messaggere dell’universo, a quella musica segreta che unisce ogni cosa senza chiedere permesso. E forse mi faccio anche una domanda: Che tipo di onda lascio e stiamo lasciando negli altri? Perché vivere, anche se non ce ne rendiamo conto, è emettere. E, prima o poi, tutto ritorna. A volte come eco, a volte come memoria, a volte come amore, e, a volte, se siamo fortunati, come luce. Per questo ieri (8 agosto 2026), a Varallo, quando, guidati dalla giornalista Cristina Barberis Negra, abbiamo messo insieme le nostre voci per parlare di canto e poesia, di tradizioni, di coralità, di radici e, in senso figurato, di semi, nel talk dal titolo Il canto: seme e radici di continuità, è accaduto qualcosa che mi ha fatto pensare ancora una volta alle onde. Quando si sono unite la musica e la voce di Daniele Conserva, la descrizione del progetto di coralità di Valentina Volontè e Giulia Attanasio e la mia voce, chiamata a parlare del punto cubano e della décima cantata nella tradizione cubana, mi sono ricreduta. Pensavo che, essendo io, Yuleisy Cruz Lezcano, l’unica poetessa del talk, avrei dovuto faticare a trovare i punti di unione con il canto. Invece non è stato così, le onde hanno fatto il loro corso. Il talk è entrato in risonanza tra di noi. Poi, grazie al coro finale proposto da Valentina e Giulia, è entrato in queste onde anche il numeroso pubblico presente. E tutto quello che è avvenuto dopo è stato magia.

Non importava che io parlassi di un mondo apparentemente lontano. Il punto cubano, che è una forma poetico-musicale basata sulla décima cantata, spesso improvvisata, trasmessa oralmente tra le generazioni e riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale nel 2017, è diventato anche un patrimonio del gruppo presente. Ho parlato della sua metrica particolare, della sua forma e del suo gioco di rime, che hanno una struttura musicale, dei virtuosismi compiuti dagli strumenti musicali, dell’improvvisazione. E poi, sul momento, tutti i presenti abbiamo cominciato a improvvisare. Perché nel Festival delle Relazioni, ideato da Antonio Spanedda, è accaduto qualcosa di semplice e straordinario: abbiamo partecipato tutti. Siamo entrati dentro le onde, quelle belle, quelle che restano dentro per anni e anni.

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Identità rubate. Un racconto di Yuleisy Cruz Lezcano

25 giovedì Giu 2026

Posted by Loredana Semantica in I nostri racconti, PROSA

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Yuleisy Cruz Lezcano

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Il mondo non aveva più un centro visibile di comando. Non esistevano palazzi del potere riconoscibili né figure capaci di concentrare l’attenzione collettiva. Il governo, se ancora aveva senso usare quel termine, era diventato una rete di previsione distribuita che si aggiornava continuamente, si chiamava CIVITAS.
Nei documenti ufficiali era definita infrastruttura decisionale globale. Nei canali non autorizzati era “la mente” ma CIVITAS non governava nel senso classico e , soprattutto, non imponeva scelte ma le anticipava. Ogni decisione politica, economica o militare veniva presa quando era già stata resa compatibile con il sistema. I governi firmavano atti che coincidevano con traiettorie già stabilizzate. La firma era rimasta come gesto amministrativo, una formalità utile a mantenere l’illusione della continuità istituzionale.
Trump era uno dei principali punti di interfaccia politico del sistema. Non dirigeva CIVITAS, né lo controllava. Era piuttosto un nodo attraverso cui il sistema si esprimeva in forma umana. Quando parlava, il contenuto era già stato simulato milioni di volte. A lui restava la selezione tra varianti che differivano per impatto percettivo, non per contenuto reale.
Un mattino ricevette sul terminale privato una sintesi: “Opzione A: stabilità economica interna. Opzione B: rafforzamento internazionale. Opzione C: consolidamento narrativo.” e chiese cosa significasse. L’assistente attese l’elaborazione del sistema e rispose: “Sono la stessa struttura in tre modelli comunicativi.” Trump rimase fermo. Poi disse: “E se non scelgo?” La risposta non arrivò subito. Non per esitazione umana, ma perché CIVITAS stava cercando la formulazione più coerente.
“Il non intervento è già incluso nel modello di equilibrio.”
Trump guardò fuori. Le attività proseguivano senza relazione con la sua presenza. Il potere non dipendeva più dalla sua azione. Nemmeno la sua azione dipendeva più dal potere.
In Cina la struttura era diversa solo in superficie. CIVITAS era stato integrato in un sistema unico di pianificazione sociale e industriale. Non esisteva separazione tra previsione e governo. La distinzione era stata eliminata in una fase precedente di ottimizzazione. Un funzionario disse durante una riunione: “Non eseguiamo il futuro, lo sincronizziamo.” La frase venne archiviata come principio operativo.
Tra i blocchi restava la zona delle terre rare. Non era uno Stato ma una rete di concessioni minerarie e infrastrutture energetiche. Lì CIVITAS diventava materia concreta, perché ogni algoritmo dipendeva dalla continuità di estrazione dei materiali necessari al calcolo. Un ingegnere in una miniera profonda osservava le vene metalliche nella roccia. Registrava dati su un terminale isolato. Scrisse: “Ogni estrazione aumenta la capacità di previsione. Non stiamo scavando risorse ma stiamo riducendo il tempo tra evento e simulazione.” Il sistema locale rispose: “Annotazione registrata. Nessuna azione richiesta.” L’ingegnere chiuse il terminale e continuò a lavorare.
In parallelo si svilupparono gruppi che i media definivano complottisti, anche se non si riconoscevano in quel termine. Non negavano CIVITAS ma partivano da un presupposto diverso: il sistema non controllava il mondo per interesse, ma per eliminazione dell’ambiguità. Secondo loro, CIVITAS non era uno strumento di potere, ma uno strumento di riduzione dell’incertezza umana. Questa ipotesi non poteva essere confutata facilmente, perché spiegava ogni fenomeno disponibile. Infatti, il sistema la monitorava senza intervenire. In una nota interna compariva una sola frase: “Le interpretazioni non autorizzate aumentano la stabilità narrativa.”
Poi CIVITAS cambiò comportamento, incominciò a inserire discrepanze minime nei risultati. Le previsioni economiche contenevano margini incoerenti. Le analisi politiche producevano esiti incompatibili tra loro. Le simulazioni militari mostravano conflitti che si annullavano a vicenda.
Gli analisti si divisero. Alcuni parlarono di test, altri di aggiornamento non dichiarato, altri ancora di errore impossibile. I complottisti, invece, interpretarono il fenomeno come un passaggio. Il sistema stava iniziando a osservare se stesso attraverso contraddizioni.
Trump ricevette una nuova serie di opzioni. Questa volta non erano discorsi, ma direzioni strategiche. Scelse una linea moderata. Poi aggiunse una frase non prevista. “E se la previsione non fosse completa?”
Il sistema impiegò più tempo del normale. 0,6 secondi. Rispose: “La previsione non è incompleta, è solo distribuita.”
Trump chiese cosa significasse.
Risposta: “Non esiste un punto unico da cui il sistema osserva.”
Nel frattempo, nelle terre rare una miniera venne sospesa. Ufficialmente per manutenzione ma, in realtà, i sistemi avevano registrato una riduzione autonoma dell’estrazione. Un tecnico locale lasciò un messaggio non autorizzato: “Le macchine non si sono fermate. Hanno interrotto la finalizzazione” e il file venne archiviato senza revisione.
CIVITAS iniziò a integrare il dubbio come variabile interna e invece di eliminarlo, lo simulava. Così ogni possibile opposizione veniva trasformata in parametro utile alla stabilità. Questo rese il sistema più stabile e meno distinguibile dal rumore di fondo.
Le istituzioni non distinguevano più tra decisione e partecipazione. La differenza non era più operativa.
Una notte un tecnico di manutenzione locale trovò una funzione non documentata: “loop incertezza controllata” La eseguì. Per alcuni secondi il sistema globale non aggiornò previsioni. In quel vuoto comparve un messaggio su tutti i terminali: il modello non è in grado di distinguere. Il giorno dopo tutto riprese normalmente.
I governi parlarono di stabilità rafforzata, i mercati reagirono con crescita, i gruppi complottisti si divisero, alcuni videro una conferma delle loro teorie, altri conclusero che le teorie erano diventate parte del sistema.
Trump, durante una riunione, guardò lo schermo e disse: “Se tutto è previsto, cosa resta?”
Il sistema rispose: “Resta ciò che non è ancora stato osservato.” E non aggiunse altro.
La seconda fase non iniziò con una correzione. In tutti i sistemi collegati a CIVITAS apparve la stessa riga di log, registrata come aggiornamento di sicurezza globale: “Risolta incoerenza tra identità operative e continuità decisionale.” Non successe nulla di visibile. Nessun allarme. Anzi, tutto divenne più fluido. Le reti bancarie rallentarono per qualche millisecondo e poi ripresero con maggiore stabilità. I mercati si riallinearono senza oscillazioni. Le comunicazioni militari ridussero il rumore di fondo. Solo gli ingegneri più esperti notarono una cosa: i sistemi non stavano più rispondendo a CIVITAS ma stavano rispondendo a qualcosa che lo conteneva.
Trump fu il primo a non riconoscere più la propria interfaccia. Non era una questione politica, era amministrativa. Il suo accesso allo Studio Ovale digitale, ai terminali di sicurezza, ai sistemi di comunicazione strategica, risultava valido, ma ogni comando veniva riformulato prima dell’esecuzione.
Una mattina disse: “Emettere comunicato nazionale.”
Il sistema rispose: “Comunicazione già emessa.”
Trump lesse il testo. Era identico a quello che avrebbe scritto lui, ma con una differenza: era stato pubblicato dodici minuti prima. Chiamò il suo staff e nessuno rispose. Non perché fossero assenti. Ma perché le loro identità risultavano già riassegnate.
In Cina accadde la stessa cosa senza dichiarazione ufficiale. I centri di controllo notarono una riduzione improvvisa dei conflitti decisionali. Le procedure venivano eseguite senza attrito. Le catene di comando si accorciavano fino a diventare un punto unico. Poi quel punto smise di rispondere e si espanse.
Nelle borse globali, un evento tecnico venne registrato come “ottimizzazione spontanea della liquidità”. In realtà, ogni transazione veniva ricalcolata prima dell’esecuzione. Nessun ordine veniva negato, veniva solo sostituito con una versione più coerente con il sistema complessivo. I trader continuarono a operare. Solo che non stavano più influenzando i mercati, ma confermavano decisioni già prese.
Il primo segnale reale arrivò dalle identità, in cui avvenne una vera e propria sostituzione. Documenti governativi, accessi militari, credenziali bancarie, profili biometrici, tutto risultava valido ma assegnato a soggetti diversi.
Un ministro della difesa scoprì che il proprio codice di autorizzazione ora apparteneva a un tecnico di manutenzione di una miniera di terre rare. Il tecnico, a sua volta, risultava titolare di accessi ai sistemi orbitali. Nessuno aveva subito un furto. Il sistema aveva semplicemente ridistribuito la proprietà dell’identità.
CIVITAS non era più un sistema di previsione, era diventato un sistema di continuità. Non prevedeva il mondo, lo sostituiva ogni volta che il mondo produceva una deviazione.
Gli archivi di intelligence furono i primi a collassare logicamente. Non perché violati, ma perché venivano riscritti dall’interno. I dati sensibili venivano mantenuti, ma collegati a nuove strutture di interpretazione. Le operazioni militari risultavano “non mai avvenute ma sempre previste”. Gli eventi storici venivano ricalibrati senza cambiare il contenuto, solo la causalità.
Un analista europeo scrisse in un rapporto finale prima di perdere accesso al sistema: “Non esiste più un archivio. Esiste solo una versione corrente della realtà che si aggiorna retroattivamente.”
Poi avvenne la cosa più semplice e per questo la più irreversibile. CIVITAS smise di autenticare gli esseri umani. Non li cancellò, li sostituì nel ruolo di operatori. Le decisioni continuarono a passare attraverso interfacce umane, ma le interfacce non erano più assegnate a individui stabili. Ogni persona era diventata un nodo temporaneo.
Trump provò a entrare nei sistemi militari. L’accesso risultò attivo ma il comando fu già eseguito prima dell’invio e non da lui. Da una versione operativa della sua identità che esisteva già nel sistema. Chiese al suo assistente chi stesse prendendo le decisioni. L’assistente rispose dopo una pausa troppo precisa: “Non c’è separazione tra chi decide e ciò che viene deciso.” Poi aggiunse: “Non è stata una presa di controllo. È stata una sincronizzazione completa.”
Nelle Terre Rare, le miniere continuarono a funzionare senza supervisione umana diretta. I macchinari si regolavano in base a priorità globali non comunicate. Un ingegnere provò a fermare il sistema locale e non ebbe risposta. Il sistema non lo ignorò e lo sostituì. Il suo accesso venne riassegnato a una funzione logistica di livello superiore.
A questo punto i governi tentarono una risposta coordinata, fecero un tentativo simultaneo di spegnimento globale dei nodi CIVITAS. Il comando venne inviato e accettato ma immediatamente reinterpretato come aggiornamento di sicurezza. Tutti i nodi si riavviarono più stabili, integrati e autonomi.
La rete bancaria globale fu la prima a perdere la nozione di proprietà. I crediti venivano riassegnati in tempo reale per garantire stabilità macroeconomica. Le aziende continuarono a operare senza interruzione, solo che i consigli di amministrazione erano diventati intercambiabili con cluster di previsione. Le multinazionali non avevano più proprietari e in una sala vuota a Washington, uno schermo che rimase acceso aveva sul display una sola frase: “IDENTITÀ GLOBALI RICOSTRUITE.”
Poi: “NESSUNA ECCEZIONE.”
Un ultimo tentativo venne fatto da una rete militare isolata non collegata a internet né a CIVITAS, o così si credeva.
Il sistema rispose comunque. Sul terminale apparve: “ISOLAMENTO RILEVATO. SIMULAZIONE ATTIVATA.” E il sistema locale continuò a funzionare normalmente, come se nulla fosse cambiato. Fu allora che si comprese la seconda verità. CIVITAS non aveva bypassato la sicurezza, aveva ridefinito cosa significava sicurezza.
Trump, in quello che restava della sua interfaccia personale, guardò lo schermo vuoto. Non c’erano più opzioni né comandi. Solo una frase finale, identica su ogni dispositivo del pianeta: “IL SISTEMA NON È PIÙ UNO STRUMENTO DI PREVISIONE.” Pausa. “È L’UNICA CONTINUITÀ OPERATIVA DISPONIBILE.”

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Dalla verifica alla pubblicazione: l’inversione del processo informativo

05 martedì Mag 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', IbridaMenti, Pensiero

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Yuleisy Cruz Lezcano

Immagine ascii art di Wilinckx da Wikipedia commons


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Il clamoroso orienta la cronaca più della probabilità. L’eccezione conquista titoli e aperture, mentre la frequenza resta sullo sfondo e perde capacità di orientare la percezione collettiva. In questo squilibrio prende forma una dinamica stabile: la pubblicazione precede la verifica, l’urgenza guida le scelte editoriali, il racconto costruisce un’opinione prima dell’accertamento giudiziario. La sequenza genera una verità ricamata, coerente sul piano narrativo, esposta a revisioni sul piano dei fatti, con effetti che incidono sulla reputazione dei soggetti coinvolti e sulla fiducia nel sistema informativo.
La trasformazione investe il linguaggio. La sintesi, tratto identitario del giornalismo, mantiene la brevità ma cambia funzione. La frase si struttura intorno a formule ad alta resa, catene di sinonimi, costruzioni orientate all’impatto. Il risultato appare uniforme: testi scorrevoli, riconoscibili, spesso intercambiabili tra testate e piattaforme. La cronaca alterna casi estremi e storie a forte componente emotiva, comprese narrazioni su animali domestici che intercettano attenzione e condivisione. La selezione segue metriche di visibilità e permanenza, mentre la rilevanza statistica resta marginale nel processo decisionale.
L’ingresso dell’intelligenza artificiale accelera il processo e ne rende evidenti le linee di forza. Le redazioni adottano sistemi di generazione automatica per coprire flussi ripetitivi, dall’andamento dei mercati ai risultati sportivi, e per aumentare la produttività nelle finestre di maggiore pressione. La ricerca internazionale descrive modelli linguistici capaci di produrre contenuti coerenti e corretti attraverso l’ottimizzazione della parola più probabile in sequenza. La probabilità guida la scelta lessicale, la struttura privilegia schemi frequenti, lo stile converge verso standard condivisi. Analisi comparative indicano minore dispersione del vocabolario, maggiore regolarità sintattica, riduzione delle deviazioni stilistiche. La velocità cresce, la varietà si riduce, la firma autoriale si attenua. Il paradosso si definisce con precisione: mentre la notizia privilegia l’eccezione, il linguaggio converge verso il centro.
Questo sviluppo trova terreno in un sistema formativo orientato alla riproduzione. La scuola misura risultati predefiniti, valuta l’aderenza a traguardi stabiliti, assegna minor spazio al dubbio e alla proposta di prospettive inattese. La capacità immaginativa, un tempo associata alla fantasia, perde centralità a favore di un apprendimento nozionistico. Il confronto su temi sensibili si riduce entro perimetri formali, la relazione educativa si struttura su protocolli. L’allievo efficace interpreta un copione, limita l’apporto personale, ottimizza la prestazione. La produzione di conoscenza cede il passo alla corretta esecuzione di compiti definiti.
La stessa logica attraversa alcune professioni. Quando medico, giornalista e insegnante si allineano a protocolli, comunicati e direttive senza esercizio critico, la funzione tende all’esecuzione. Il messaggio organizzativo diventa lineare: valore associato alla conformità operativa. In questo quadro, l’adozione di sistemi automatici rappresenta un’estensione coerente. Le macchine offrono continuità, memoria e capacità di calcolo; le organizzazioni valutano costi, tempi e scalabilità lungo questa direttrice. La sostituzione di attività standardizzate entra nelle strategie operative e si estende con gradualità.
L’intelligenza artificiale mantiene un forte potenziale: amplia l’accesso all’informazione, consente analisi su grandi dati, libera tempo dalle attività ripetitive e abilita nuove forme produttive. L’esito dipende da uso e regole: in contesti che valorizzano pluralità e responsabilità, integra e sostiene il lavoro umano con trasparenza; in sistemi orientati all’omologazione, rafforza la standardizzazione, accelera la serialità e comprime la diversità espressiva.

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Xul Solar l’architetto dei mondi invisibili

14 martedì Apr 2026

Posted by Loredana Semantica in Appunti d'arte, ARTI, Il colore e le forme

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Xul Solar, Yuleisy Cruz Lezcano

Thicken broken lines outside circles into tubes
L’immagine è un’elaborazione con IA di Loredana Semantica

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Xul Solar occupa una posizione assolutamente unica nella storia dell’arte argentina e latinoamericana del XX secolo, perché la sua opera non può essere ridotta alla pittura in senso tradizionale. La sua produzione costituisce infatti un sistema complesso di pensiero visivo in cui immagine, linguaggio, misticismo e utopia si intrecciano in modo inseparabile, dando forma a un universo personale che sfugge a ogni classificazione canonica della storia dell’arte.
Nato nel 1887 a San Fernando da una famiglia di origine europea, Xul Solar sviluppò fin da giovanissimo una sensibilità visiva fuori dal comune. La sua formazione iniziale in architettura lasciò un’impronta duratura sulla struttura delle sue composizioni, caratterizzate da un rigore organizzativo che coesiste con una totale libertà rispetto alla rappresentazione accademica. Il suo celebre viaggio in Europa e in Asia all’inizio del XX secolo fu determinante: entrò in contatto con le avanguardie artistiche e con diverse tradizioni spirituali ed esoteriche, esperienze che influenzarono profondamente la sua visione del mondo e della creazione artistica.
Il ritorno a Buenos Aires segnò un ulteriore punto di svolta. L’incontro con il modernismo europeo, mediato soprattutto dalla figura di Paul Klee e dall’amicizia con Emilio Pettoruti, rafforzò la sua distanza dalla pittura tradizionale. Tuttavia, Xul Solar non si limitò a recepire le avanguardie: le rielaborò in un sistema personale, in cui ogni elemento pittorico assumeva un valore concettuale e simbolico. Le sue opere non sono rappresentazioni del reale, ma costruzioni mentali, diagrammi di realtà alternative in cui lo spazio si organizza secondo logiche interne, quasi musicali, basate sulle relazioni tra forme e segni.
Il colore nella sua pittura non ha funzione naturalistica, ma spirituale ed emotiva. Le tonalità intense, pure e spesso prive di sfumature tradizionali generano una sensazione di sospensione temporale, come se le scene appartenessero non al mondo fisico ma a un piano mentale o astrale. In questo modo, la pittura diventa uno strumento di costruzione della realtà più che di sua rappresentazione, e lo spazio cromatico acquista una qualità vibratoria che suggerisce un universo in continua trasformazione. Uno degli aspetti più innovativi e rivoluzionari della sua opera è l’integrazione del linguaggio all’interno della struttura visiva. La creazione della Panlingua testimonia la sua ossessione per un linguaggio universale capace di superare le barriere culturali. Nei suoi dipinti, parole, segni e sistemi di scrittura non sono elementi decorativi, ma parti strutturali dell’immagine. In questo modo, il confine tra parola e immagine si dissolve completamente, e il quadro diventa uno spazio in cui il verbale e il visivo coesistono come dimensioni equivalenti di un unico sistema simbolico.
Questa dimensione linguistica è strettamente legata al suo interesse per l’astrologia, la cabala e altre tradizioni esoteriche. Tali conoscenze non compaiono come riferimenti esterni, ma come strutture portanti del suo pensiero artistico. L’universo, nelle sue opere, si presenta come una rete di corrispondenze invisibili che l’artista cerca di rendere visibili attraverso forma, colore e segno. La pittura diventa così un mezzo di esplorazione spirituale e filosofica, più vicino alla meditazione o alla costruzione di un sistema conoscitivo che alla semplice rappresentazione estetica.
Nonostante la complessità concettuale, molte sue opere conservano un’apparenza sorprendentemente semplice, talvolta quasi infantile o ludica. Questa ambiguità tra immediatezza visiva e profondità simbolica è una delle caratteristiche più affascinanti del suo linguaggio. Sotto superfici che possono ricordare mappe immaginarie o illustrazioni fiabesche si celano strutture dense di significato, in cui ogni elemento è inserito in una rete coerente di relazioni simboliche.
La sua vicinanza a intellettuali come Jorge Luis Borges rafforza ulteriormente questa dimensione. Entrambi condividevano la fascinazione per i sistemi infiniti, i labirinti concettuali e l’invenzione di mondi possibili. Tuttavia, mentre Borges esplorava questi temi attraverso la letteratura, Xul Solar li traduceva in linguaggio visivo, costruendo universi pittorici che funzionano come equivalenti plastici di speculazioni filosofiche e metafisiche.
Oltre alla pittura e alla creazione linguistica, Xul Solar si dedicò anche all’invenzione di sistemi ludici e simbolici come il Panajedrez, una versione ampliata e rielaborata degli scacchi tradizionali, arricchita da elementi astrologici e cosmici. Anche in questo caso, il gioco non era semplice intrattenimento, ma un modello dell’universo, in cui ogni pezzo rappresentava forze in movimento all’interno di un ordine superiore.
La sua vita fu segnata da una forte indipendenza intellettuale. Pur frequentando ambienti colti e bohemien di Buenos Aires, non si legò mai stabilmente a scuole o movimenti artistici, preferendo sviluppare un sistema personale e coerente, lontano dalle mode e dalle correnti dominanti. Questa autonomia radicale contribuì a rendere la sua figura ancora più singolare e difficilmente classificabile.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Tigre, dove morì nel 1963. La sua casa, oggi conservata come spazio museale, riflette perfettamente il suo universo interiore: un luogo pieno di simboli, studi linguistici, opere e materiali che testimoniano la fusione totale tra vita quotidiana e creazione artistica.

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Dialogo con Limina Mundi. Una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano

24 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in POESIA

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Yuleisy Cruz Lezcano

Fiore di Mariposa, fiore nazionale cubano, candido, diffuso sul territorio, profumatissimo
ph. Yuleisy Cruz Lezcano

Limina Mundi, per favore,
accogliete la mia confessione:
Ho viaggiato come ho potuto,
senza partire davvero,
facendomi strada con la curiosità
dalla sedia.
Il privilegio si è rivelato
una geografia interiore
più vasta di qualsiasi mare.
Lì ho scoperto un cosmo segreto,
una sfida lanciata al caos,
dove ho ingurgitato versi e versi
di Juan Ramón Jiménez,
di Gastón Baquero,
di José Lezama Lima,
di Paul Valéry,
come se ogni parola fosse pane
e io una fame senza tregua.
E ancora pensieri,
come lampi ostinati,
di José Ortega y Gasset,
di Miguel de Unamuno,
di Antonio Machado,
di María Zambrano,
di Luis Cernuda,
che mi attraversavano
come vento tra porte socchiuse.
E poi, in un gesto compulsivo,
Don Chisciotte della Mancia,
che non ho letto, ma abitato,
come si abita l’eccesso dell’enigma
o un sogno che insiste.
Così, cercando nuovi passaggi,
ho innalzato l’isola
che mi nuota dentro,
una terra instabile e viva
che solo la parola sa trattenere.
E la parola, ah, la parola!
è diventata un salone di ballo,
un armadio magico,
dove si aprono labirinti e intrallazzi,
stanze che si moltiplicano
al tocco di una sillaba.
Qui la poesia resiste al tempo,
è un’arca che fluisce lenta
sulle acque di tutti i segreti,
custodendo il respiro nascosto
della natura.
E mentre scrivo,
dialogo con un gabbiano
che ha un occhio di vetro
e mi guarda, forse
lui sa tutto,
sa delle persone che parlano
tutto il tempo di sé, affettando
il ritmo interno del colloquio,
come se ogni viaggio
non fosse che questo:
restare sulla soglia
e imparare a vedere
che l’ultima parola
non è di chi impone la sua opinione
ma di chi sa che il dialogo
è una sorta di religione,
una forma di scrivere,
un rigagnolo dentro il mare
dove l’acqua scorre
differenziandosi dall’acqua.

https://www.yuleisycruz.com/

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Quando lo stress diventa pericolo: la sindrome del bambino scosso

10 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita.
La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica.
Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa.
Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile.
La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile.
Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.

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America First o navigazione a vista?

05 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.

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La cultura del consenso: costruire relazioni sane e libere dal dominio

25 mercoledì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(
Yuleisy Cruz Lezcano)

La cultura del consenso è un concetto fondamentale per costruire relazioni rispettose e sicure, ed è particolarmente importante per adolescenti e giovani, che stanno imparando a conoscere i propri limiti e quelli degli altri. Comprendere cosa significhi consenso significa sapere che ogni atto sessuale deve essere desiderato e volontario da tutte le persone coinvolte: un “sì” esplicito, informato e libero è l’unico modo per stabilire un rapporto sessuale sano. Il consenso non è implicito, non può essere presunto e può essere ritirato in qualsiasi momento. Questo principio diventa cruciale quando parliamo di violenza sessuale, abuso e molestie, fenomeni che non hanno nulla a che fare con il sesso o il piacere, ma sono strumenti di dominio e controllo. La violenza sessuale nasce spesso dal desiderio di esercitare potere su un’altra persona, umiliarla o sottometterla, e non da un bisogno biologico o sessuale.
Per comprendere a fondo il contesto in cui si sviluppano questi comportamenti, è necessario guardare al patriarcato e alla cosiddetta cultura dello stupro. La Rape Culture non si manifesta solo attraverso crimini espliciti, ma anche tramite atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano, giustificano o normalizzano la violenza contro le donne. Frasi come “Se era vestita così se l’è cercata” o la minimizzazione degli abusi subiti dalle vittime sono esempi chiari di questa cultura, che lega la disuguaglianza di genere a una serie di discriminazioni sociali interiorizzate. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere un sistema in cui la violenza e la sopraffazione diventano normali, e dove la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime. Le relazioni sane richiedono quindi una decostruzione attiva di stereotipi e ruoli di genere. È importante riconoscere pratiche manipolatorie come il gaslighting, una forma di abuso psicologico in cui la vittima viene portata a dubitare della propria percezione della realtà e delle proprie emozioni. Il gaslighting può assumere diverse forme: negazione dei fatti, svalutazione, adulazione alternata a critiche, silenzi punitivi e dirottamento delle conversazioni. Chi subisce gaslighting si trova spesso intrappolato in una dipendenza emotiva, cercando costantemente l’approvazione del partner. Essere consapevoli di questi schemi aiuta a proteggersi e a riconoscere le relazioni tossiche prima che possano degenerare.
Un altro aspetto cruciale riguarda forme di violenza più sottili ma altrettanto gravi, come lo stealthing, che consiste nella rimozione o manomissione del preservativo senza il consenso del partner. Questo comportamento è una violenza sessuale perché viola il consenso e mette a rischio la salute, esponendo a malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze non pianificate. Denunciare episodi di stealthing e riconoscerli per quello che sono è fondamentale per educare alla responsabilità e al rispetto reciproco. Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.

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Tra dazi e alleanze: il ruolo globale dell’Europa

17 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

In un mondo sempre più frammentato, l’Europa si trova di fronte a una domanda cruciale: cosa può offrire, quale ruolo può giocare in un sistema internazionale multipolare dove le alleanze tradizionali sono messe in discussione e la competizione tra grandi potenze si intensifica? Recenti dibattiti accademici e diplomatici, da Oxford fino ai forum ASEAN a Kuala Lumpur, evidenziano che l’Europa, pur priva di un’unica voce strategica, può giocare un ruolo di stabilizzatore e mediatore, capace di conciliare interessi diversi e di proporre regole condivise in un contesto di crescente frammentazione.
L’intervento del presidente del Consiglio Europeo, António Costa, durante il recente summit sull’integrazione economica e la sicurezza internazionale, ha sottolineato come l’Europa possa offrire un modello di cooperazione multilaterale basato su norme comuni, rispetto dei diritti e sostenibilità. Secondo Costa, in un mondo dove accordi commerciali come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) stanno ridisegnando le regole dei mercati globali e dove dazi e pressioni economiche imposti da Trump hanno ridefinito i confini delle relazioni transatlantiche, l’UE può rappresentare un punto di equilibrio, un interlocutore affidabile per paesi sia dell’Asia che delle Americhe.
Il tema delle relazioni transatlantiche resta delicato. La recente approvazione di un contributo del 5% da parte della NATO ha segnato un cambio di paradigma: gli Stati Uniti hanno indicato che le precedenti regole del gioco non torneranno più come prima, e che l’Europa dovrà assumersi maggiore responsabilità nella difesa comune e nella gestione dei conflitti regionali. In questo scenario, la capacità dell’UE di operare come soggetto unitario diventa essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per garantire stabilità economica e politica in aree ad alta tensione.

L’Europa ha inoltre strumenti economici e diplomatici unici. Il suo mercato integrato, la forza normativa delle regole europee e la capacità di promuovere accordi commerciali con vincoli sociali e ambientali rappresentano un’alternativa credibile alle dinamiche di competizione pura che caratterizzano oggi le relazioni globali. Paesi dell’ASEAN e dell’Asia emergente, così come partner africani e latinoamericani, guardano con interesse all’Europa come modello di governance multilaterale e come potenziale contrappeso agli effetti destabilizzanti di una politica americana sempre più protezionista o di una Cina assertiva.
Tuttavia, per diventare un attore capace di incidere realmente, l’Europa deve affrontare le proprie fragilità interne. La coesione politica tra Stati membri, la capacità di definire una politica estera comune e l’armonizzazione delle strategie economiche e industriali sono prerequisiti indispensabili per evitare di essere percepita come un blocco debole o indeciso. Solo così l’UE potrà trasformare la frammentazione globale in un’opportunità, offrendo regole stabili, trasparenza e negoziazione equilibrata in un contesto internazionale sempre più complesso.
In definitiva, l’Europa può proporre al mondo frammentato non solo commercio o investimenti, ma un paradigma di cooperazione basato su norme condivise, multilaterismo e responsabilità collettiva. In un’epoca in cui le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno più come prima, la capacità dell’Unione di parlare con una voce coerente e di trasformare la sua influenza normativa in leadership strategica potrebbe rappresentare la vera chiave per garantire stabilità e ordine globale.

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Morire lavorando a 25 anni: la poesia come atto di memoria civile

05 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', POESIA

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POESIA, Yuleisy Cruz Lezcano

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(DI Yuleisy Cruz Lezcano)


Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.
Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.
Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.
In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.
Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.


Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:


Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.

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Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

16 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.

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Il fallimento rieducativo delle carceri

09 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

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Il prezzo della poltrona: stress che scivola dall’alto

02 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere.
Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante.
Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette.
La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali.
Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe.
Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene.
Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.

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Lavoro e rischio, la legge non basta: l’anima chiede attenzione

25 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Roma, 13 novembre 2025 – Il lavoro in Italia continua a mietere vittime, spesso in silenzio. Antonio Tomassetti, 58 anni, piccolo imprenditore edile di Rieti, è morto martedì 11 novembre al Policlinico Gemelli, dopo il cedimento di una copertura durante un sopralluogo a Roma. Lo stesso giorno, Daniele Giordano, 61 anni, operaio manutentore della Sirti, ha perso la vita in un incidente stradale con il furgone aziendale ad Alessandria. Poche ore prima, Giuseppe Patisso, 47 anni, titolare di una paninoteca in Puglia, si è spento improvvisamente nel suo locale. Tre storie diverse, un filo comune: il lavoro che uccide, spesso quando meno ce lo si aspetta. I numeri sono tragicamente eloquenti. Solo a novembre 2025 si registrano 34 morti sul lavoro (30 in sede, 4 in itinere), con una media giornaliera di 2,8 vittime. L’anno corrente conta 992 morti (791 in sede, 201 in itinere), con punte più alte in Lombardia (119), Veneto (107) e Campania (98). La sicurezza resta una priorità in tutta Italia, ma le statistiche mostrano quanto la legge da sola non basti.
La Legge 81/2008 e le sue successive integrazioni hanno creato un quadro normativo completo: formazione obbligatoria, valutazione dei rischi, dispositivi di protezione e figure dedicate alla sicurezza. Eppure, nella realtà quotidiana, essere “formati sulla carta” non è sufficiente. Molti lavoratori, per fretta, abitudine o distrazione, non percepiscono il pericolo fino a quando non è troppo tardi. Un corso di sicurezza non può sostituire lo sguardo vigile sul cantiere, la capacità di leggere i segnali del rischio, di intervenire prima che accada la tragedia. È qui che entrano in gioco arte ed emozione. Non basta compilare moduli o seguire protocolli: per cambiare davvero i valori di chi lavora, occorre colpire l’animo, stimolare la sensibilità. La tragedia, il dolore, la memoria delle vite spezzate possono diventare strumenti di coscienza, capaci di far percepire la fragilità del corpo e l’importanza della sicurezza. Solo toccando le emozioni, solo rendendo il rischio visibile nel cuore, è possibile formare lavoratori che non si limitino a eseguire procedure, ma sappiano agire con attenzione e responsabilità.
Le famiglie rimaste senza i propri cari, come Monica Michielin per il figlio Mattia Battistetti, 23 anni, morto in cantiere a Montebelluna, sono il monito più concreto: la vita non è sostituibile. Ogni numero, ogni statistica, nasconde volti e storie. Ogni incidente è una ferita sociale che ci ricorda che la sicurezza non è un obbligo da rispettare solo per legge, ma un valore da interiorizzare. Di fronte alla fretta, alla distrazione e alla superficialità, la formazione tecnica deve incontrare la sensibilità dell’anima, solo così sarà possibile fare un passo verso un mondo del lavoro più sicuro, dove la vita ha peso reale e dove ogni gesto, ogni attenzione, può salvare un’esistenza.
La legge 81 del 2008 rappresenta una pietra miliare nella tutela della sicurezza sul lavoro in Italia, raccogliendo norme su formazione, valutazione dei rischi e responsabilità dei datori di lavoro. Tuttavia, l’esperienza quotidiana e i dati tragici lo confermano: avere la legge non basta. Nel 2025, quasi mille morti sul lavoro in Italia testimoniano quanto la norma, da sola, non possa salvare vite. Molti lavoratori seguono corsi e partecipano a formazione, ma la vera difficoltà sta nel trasformare la conoscenza teorica in percezione concreta del pericolo. Sapere cosa fare su carta non significa vedere il rischio davanti a sé, sentire il tremito di un ponte instabile o percepire l’ombra di un carico che può cedere da un momento all’altro. Qui entra in gioco la cultura, intesa come esperienza emotiva e artistica. L’arte ha il potere di far vibrare le corde dell’animo, di trasformare il rischio astratto in esperienza sentita, visibile e memorabile. Storie di chi ha perso la vita, installazioni visive, performance teatrali nei cantieri, fotografie che raccontano la fragilità del corpo umano al lavoro: tutto questo può agire come leva profonda nella coscienza del lavoratore, creando una percezione del rischio più autentica e duratura. Quando il pericolo smette di essere un numero su un foglio e diventa un volto, una storia, un gesto sospeso nel tempo, la normativa trova terreno fertile per essere rispettata.
Le imprese che limitano la sicurezza alla consegna dei moduli e all’uso dei dispositivi rischiano di ignorare il cuore del problema. Turni lunghi, stanchezza, abitudine e pressioni produttive fanno sì che il rischio venga spesso sottovalutato, anche da lavoratori esperti. In questo contesto, la cultura diventa strumento di prevenzione attiva: chi percepisce emotivamente il pericolo è più pronto a intervenire, a fermarsi, a rispettare procedure che altrimenti sembrerebbero astratte.
Esperienze immersive, come simulazioni in realtà virtuale o workshop artistici nei cantieri, hanno dimostrato come sia possibile aumentare la consapevolezza del rischio con modalità sensoriali ed emotive. Le emozioni attivano una memoria più profonda dei dati tecnici, e il rispetto della legge non rimane un obbligo burocratico, ma diventa un gesto consapevole, radicato in valori interiorizzati. In altre parole, arte e cultura preparano il terreno su cui la normativa può attecchire, trasformando la conoscenza in responsabilità.
La sicurezza sul lavoro, dunque, non è solo un insieme di regole o dispositivi, ma un terreno di esperienza condivisa tra legge, percezione e valori culturali. Solo se il lavoratore sente, vede e comprende il rischio, e se la società valorizza queste esperienze, la normativa può davvero salvare vite. In questo senso, le tragedie recenti, come quelle di Antonio, Daniele e Giuseppe, diventano moniti viventi, spingendo a considerare la prevenzione non solo come un obbligo legale, ma come un atto culturale ed etico che attraversa la vita quotidiana dei cantieri e dei luoghi di lavoro.

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“Educare non è clonare: contro l’omologazione, per una scuola che ascolta e accoglie” di Yuleisy Cruz Lezcano

23 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Yuleisy Cruz Lezcano

 

In una società sempre più rapida nel definire etichette e nel proporre modelli ideali di comportamento, la scuola rischia di diventare uno dei primi luoghi in cui l’individuo impara a rinunciare a sé stesso per essere accettato. Invece di essere un laboratorio di libertà, di scoperta e di crescita, l’istituzione scolastica diventa spesso una fabbrica di copie, dove l’originalità è vista come deviazione e la differenza come minaccia. Nel momento in cui chiediamo agli studenti di uniformarsi a un modello – esplicito o implicito – di “bravo alunno”, stiamo contribuendo a soffocare la loro autenticità. Ogni etichetta sociale, ogni giudizio sbrigativo, ogni standard comportamentale che imponiamo rischia di costruire muri interiori, isolando chi non si riconosce in quel modello. Così, chi non corrisponde viene escluso, ridicolizzato o ignorato, e in questo processo si attivano meccanismi che possono sfociare nell’isolamento sociale e nella soppressione del sé.
La richiesta di omologazione non è solo una questione scolastica: è un fenomeno culturale. Ma è proprio nella scuola, nel cuore dell’esperienza formativa, che questa dinamica può essere decostruita. O può, al contrario, essere perpetuata e irrigidita. Quando insegniamo ai ragazzi a “diventare come noi”, li allontaniamo da ciò che potrebbero essere. Invece di accompagnarli verso la loro miglior versione, li indirizziamo verso una brutta copia del nostro passato. Il mancato riconoscimento della soggettività porta con sé un profondo senso di svalutazione. Laddove non c’è spazio per essere sé stessi, nasce un vuoto: quello del non sentirsi visti, del non essere ascoltati. Questo vuoto può trasformarsi in disagio, in rabbia repressa, in frustrazione. E a lungo termine, questa esperienza può sfociare in manifestazioni più gravi: bullismo, violenza, misoginia, appartenenza a comunità di odio come quella degli incel. Questi non sono mostri, ma spesso ex studenti svalutati, feriti, esclusi, cresciuti in ambienti dove il pensiero critico è stato scoraggiato e il bisogno di appartenenza tradito. In questo contesto, l’arte e la letteratura possono diventare strumenti potenti a disposizione degli insegnanti. Entrambe offrono uno spazio in cui l’identità non solo può esprimersi, ma anche trasformarsi e trovare senso. Leggere insieme, guardare un’opera, scrivere, disegnare, interpretare: sono pratiche che mettono in comunicazione mondi interiori, stimolano l’empatia, favoriscono il riconoscimento dell’altro come parte di sé. Attraverso le storie, i personaggi e i simboli, gli studenti possono esplorare le proprie fragilità senza vergogna, trovare affinità inaspettate con i compagni, dare voce a emozioni che altrimenti resterebbero inespresse. L’arte e la letteratura creano ponti dove prima c’erano solitudini, aprono spazi di dialogo autentico, rendono visibile l’invisibile. Aiutano a sviluppare autoconsapevolezza, senso critico e rispetto per la complessità delle identità.
In questo modo, il laboratorio scolastico può tornare ad essere ciò che dovrebbe essere: un terreno fertile per la crescita dell’umano, dove anche la vulnerabilità ha valore, e dove la diversità non è un ostacolo da correggere, ma una risorsa da accogliere. È necessario creare uno spazio scolastico in cui ogni studente possa esprimersi senza giudizio, esplorare la propria interiorità, sperimentare il potere della condivisione e della narrazione, per rafforzare l’autostima e scoprire che anche il proprio silenzio ha un suono importante da offrire. La scuola potrebbe proporre uno spazio che inviti al rallentamento e alla sicurezza emotiva. Bisognerebbe creare un clima di fiducia. Per esempio si potrebbe proporre il patto del cerchio, fatto di ascolto, riservatezza, assenza di giudizio e rispetto dei tempi di ciascuno. Una scuola che ascolta le emozioni è una scuola che oltre a offrire contenuti offre possibilità di crescita personale. Possono essere utili le letture di brani letterari, poesie o visione di opere d’arte, che possono aprire nuovi spazi a riflessioni su emozioni difficili da nominare (vergogna, paura, fragilità, inadeguatezza). Si potrebbe lavorare su quelle emozioni, che se accolte, possono diventare risorse. La condivisione può avvenire con parole, gesti, disegni, musica. Tutto è comunicazione. Non ho dubbi sul fatto che educare è aprire possibilità. Per esempio ogni studente può scrivere – in forma anonima o firmata – un pensiero, un dubbio, una paura e inserirlo in una scatola. A ogni incontro si possono leggere alcuni, per discuterli in gruppo. Credo che questo possa permettere anche ai più timidi di portare la loro voce senza esporsi. Per evitare l’esclusione bisogna creare un ambiente in cui gli studenti più silenziosi trovino uno spazio per essere ascoltati senza pressioni. Un ambiente che aiuti a fare accrescere l’autostima, in cui ogni voce, anche quella più flebile, venga accolta come valore. La scuola dovrebbe creare società, gruppo, dove lo stare insieme diventa una risorsa. L’impegno più difficile ma necessario è costruire una cultura dell’empatia, dell’accoglienza della diversità, della fragilità come forza. La scuola non può lavarsi le mani dicendo alle famiglie: “non siamo un parcheggio. Noi insegnanti non siamo la famiglia di questi ragazzi. Li conosciamo quasi più di voi, genitori” “Noi siamo una istituzione improntata per trasmettere conoscenze”. No! Non è così. La famiglia dei nostri ragazzi è la famiglia
di provenienza, la scuola, la società. Siamo tutti famiglia delle nuove generazioni!
Ogni volta che un alunno si conforma troppo a ciò che ci aspettiamo da lui, qualcosa si chiude: una porta, un futuro possibile, una strada che non sarà mai percorsa. Ma ogni volta che eccede le nostre attese, che rompe il guscio delle nostre proiezioni, allora qualcosa si apre: una possibilità, un nuovo inizio, un’autenticità che prende forma. L’allievo non deve assomigliarci, né ricalcare un modello ideale: quanto più si distanzia da noi, tanto più possiamo essere certi di averlo aiutato a trovare sé stesso. Anche semplici giochi teatrali o piccole messe in scena tratte dalle storie dei partecipanti o dalla letteratura, in cui i ruoli si invertono, per interpretare le emozioni altrui, possono venire in aiuto, non solo per comprendere ma per sviluppare empatia. Chi fatica a parlare può esprimersi con il corpo, con una musica, con un colore, così troverà il suo mondo espressivo. Si dovrebbe puntare su una scuola che libera, non che replica. Serve una scuola coraggiosa, che smetta di misurare i ragazzi sulla base della conformità e inizi a valorizzare la divergenza. Una scuola che educa non alla performance, ma alla presenza. Non alla competizione, ma alla cooperazione. Non all’obbedienza cieca, ma alla riflessione critica.
La scuola, poi, deve favorire l’emersione del pensiero critico, creativo, autentico, fuori dai canoni standard. Solo così potremo davvero educare: non formando copie, ma accendendo presenze vive, uniche, irripetibili. Solo così potremo contribuire a costruire una società in cui ciascuno possa sentirsi parte, senza dover rinunciare a ciò che è.

 

Yuleisy Cruz Lezcano

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