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Nasce come un flusso di coscienza che rivela una sensibilità acuta e una notevole capacità affabulatoria quello di cui dà prova Monia Gaita in “Non ho mai finto”, silloge edita nel 2021 da La Vita Felice, in cui la parola diviene corpo che ri-suona, estensione del proprio vissuto e del proprio io. Il titolo della silloge manifesta una dichiarazione di intenti rigorosa e precisa, quella di raccontare senza finzioni e senza orpelli: unica finzione è quella di fingersi vivi. La silloge appare tripartita: Il ciclo del sentire, Confluenze, A colloquio coi luoghi sono i titoli delle tre sezioni, che, però, si dipanano senza soluzione di continuità.  Fin dal primo testo appare il tema della delusione e dell’assenza, talmente forte e dolorosa da sanguinare come una ferita aperta. A prima vista i testi, in cui è tangibile l’urgenza del dire, riflettono una scrittura intimistica che descrive un percorso esistenziale personale e privato. Nella prima sezione vi è l’elaborazione del dolore e del lutto in versi come Ho il cuore diroccato. / Si è spento tra le braccia / di quest’altra delusione / all’improvviso.

Ha cicatrici ancora troppo fresche questo addio. / Digradano dai fianchi della casa nel respiro.

Ti ho tenuto la mano fredda e cedevole, / accompagnandoti a un ignoto / d’esistenza-inesistenza, / non so dire.

La perdita dell’altro ad un certo punto diviene perdita di se stessi.

Un’altra spaccatura carsica del cuore / a farmi estranea e inconcludente / anche a me stessa.

E io perduta / e con la bocca ancora da sfamare, / cercai una presa salda, un tetto / nel tuo nodo.

Quando razionalmente si comprende che tutto è dominato dal caso, però, ci si adatta e così la poetessa osserva Mi adatto al medio destino dei viventi / insinuando il dispiacere / tra una premessa e l’altra o ancora Mi abituo a vivere / molto al di sotto della soglia / di ciò che avrei voluto. La presa di coscienza e l’adattamento di cui si parlava prima, perché vivere denota soprattutto capacità di adattamento alle avversità, permea la seconda parte della silloge. Le “Confluenze” sono spiragli di ricordi nostalgici che si innervano in un presente fatto di reazioni, coesioni, sviluppi. Ci si estranea da se stessi, fino a diventare quasi osservatori esterni, si comincia forse a rammendare lo strappo del perduto, traslocando nella vecchia casa del perduto, convincendosi che niente sarà perduto, facendosi perfino largo tra la folla del perduto. Il lessico di Gaita è a volte specialistico, altre informale, ricco di metafore,  personificazioni, anafore, che rendono la narrazione in versi sempre coinvolgente, ricca di immagini, quasi espressionista. Scrive, infatti, Ti lascio un bacio ai piedi dell’albero, pettinare tutti i giorni la speranza, pedinare il buio, e ancora l’ottimismo, / si stringe con disagio nelle spalle, il vuoto accende le sue luci, la campagna radicante manda un grido.

La terza sezione, infine, è dedicata ai propri luoghi, Montefredane, l’Irpinia, il Sud, attraverso una geografia dei luoghi vissuti e narrati che diviene geografia dei sentimenti perché si sta parlando di luoghi amati, il cui dramma li ha resi ancora più cari, da proteggere e da difendere. Anche il tuo corpo è da salvare, scrive nel testo dedicato al suo paese natale. È destino comune a tanti dedicare anni agli studi, formarsi e poi dover partire, lasciare la propria terra per garantirsi la sopravvivenza. Le proprie radici, però, non si dimenticano, si resta ancorati ai propri luoghi nella nostalgia del ricordo e nella speranza di un vivere futuro.

Sono partita, ma non dimentico l’Irpinia. / Resto ancorata all’utero dei campi, / covo la prole delle spighe, la proteggo / fino al millimetro finale della schiusa.

L’Irpinia è la terra colpita dal terremoto dell’Ottanta e Gaita dedica diversi testi a quel tragico evento, scrive infatti Fischiano i polmoni delle case, […] Il nido dell’infanzia è divorato, Respira ancora la cicatrice delle case, / il busto greve eretto nella tregua. E di cicatrici Gaita parla spesso: sono quelle comuni a tutti, quelle che ci fanno sentire fragili, depressi, confusi, omologati, aridi, affaticati, privi di ispirazione. Le sofferenze, le delusioni, i lutti da cui riprendersi e le esperienze di cui fare tesoro, ben presto, diventano percorso comune a tutti, uomini, donne che vivono e soffrono, perché la vita è sofferenza da cui possiamo imparare a proteggerci con la forza della resilienza, fino a prendere per buona la norma di resistere. Questo è probabilmente il messaggio che Gaita ci trasmette in queste belle pagine, “Sopportiamo” la nostra presenza nel mondo, lottiamo, viviamo intensamente, protestiamo, affrontiamo le avversità e gli eventi traumatici con coraggio e determinazione perché come Albert Camus scrisse in Nozze, “non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere”.

© Deborah Mega

 

 

PROVO A DIMENTICARTI

 

Ho il cuore diroccato.

Si è spento tra le braccia

di quest’altra delusione

all’improvviso.

Provo a dimenticarti,

a ritornare sull’argine maestro

delle solite abitudini.

 

Svolto col vento

a Nord e a Ovest delle nuvole,

sprofondo nelle ossa oziose della stanza.

 

E un Dio non c’è

a rammendarmi lo strappo del perduto.

Io che non so sopprimerti

e fare sosta lontano dai tuoi arrivi.

 

Io che ti raspo l’oro dalle labbra,

che mi riparo dalla pioggia con l’ombrello

del tuo nome.

 

 

I TETTI DEL RESPIRO

 

La grandine tempestava il mio selciato,

ma io ero di tempra forte,

torcevo il naso allo squilibrio con un dito.

 

Quando il dolore

mi scoperchiava i tetti del respiro,

avevo ancora un tisico giacinto di reazione,

un forse striminzito, un tiepido sorriso.

 

E tra le zolle promiscue dell’inganno

ti cercavo,

ti disegnavo a tratti fermi

lungo il cuore.

 

Poi la frattura

che trasportò a valle i tronchi della fine.

 

Dall’umida parete trasudasti come un’acqua

e a sorte, dal buio, raccolsi una moneta,

ne trangugiai l’amaro fino al pozzo:

 

era il tuo volto,

seguiva la mia traccia.

 

 

L’IMPALCATURA

 

Hai deciso di andare.

Non devo insistere, non devo dire niente.

L’anima adesso è piena di rumori,

beve d’un fiato il vuoto, perde peso,

incrocia gli occhi degli dei irritati.

 

Ora la forza dovrà riprendere a soffiare,

ferma e insistente, da tutte le fessure.

Ora dovrò perseverare nell’uguale,

accendere le stelle cieche

a quelle azioni che sembravano scontate.

 

Eviterò di piantarmi nelle cose

troppo a fondo

e metterò le cicatrici ad asciugare

con il coraggio della volta prima.

 

Fuori dai malintesi e senza contrariarmi

quando l’impalcatura,

stanca di concepire,

cade al suolo.

 

 

DIVENTI

 

Tu sei un frangente di spiaggia,

scavi la mia scogliera,

ritorni al mare con moto di risacca.

 

Io ti raccolgo le acque

e una sottile pellicola di ansia

dalle labbra.

 

Cede il calore ricevuto questo giorno,

mostra la faccia illuminata

al tavolo, al quadro, alla ringhiera.

 

È l’ora in cui la gioia irriga il foglio

e la tua voce cammina senza posa

nella stanza.

 

Diventi il primo nella fila dei bisogni,

poti gli ulivi alla paura.

Mi dici: «Amore, non pensarci,

andiamo avanti».

 

 

DIFENDERE

 

Ci tocca sistemare

alcune tegole fuori posto,

rimpatriare i danni,

incunearci in un ulivo d’abitabile.

 

Insegna la storia

a non sentirci cancellati,

a non dilapidare la parola data.

 

Ed è fortuna

desumere la luce dalle foglie,

acclimatarsi al vento,

istituire un’adiacenza coi passanti.

 

Quando la gioia ti muore sulle labbra

come una parola,

devi nutrirti di quello che rimane

nel cestino,

difendere il “ti amo” che imparammo

in epoche remote,

 

ruotare attorno al fulcro dei viventi,

continuare.

 

Testi tratti da Monia Gaita, Non ho mai finto, La Vita Felice, 2021.