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Nel 1791, in piena rivoluzione francese, la scrittrice Olympe de Gouges compì la prima mossa ufficiale di quello che in seguito sarebbe stato conosciuto e riconosciuto come movimento femminista: ritenendo che in clima di rivendicazioni avessero potuto ottenere diritto di cittadinanza anche quelle delle donne, presentò alla Costituente la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Giudicando troppo audace l’azione della scrittrice il buon Robespierre risolse il caso con i mezzi di sua competenza e cioè con la decapitazione della malcapitata. Senza considerare che per eliminare per sempre la questione avrebbe dovuto decretare il taglio della testa di tutte le donne future. Quasi contemporaneamente alla De Gouges un’altra donna, Anne Louise Germaine Necker, meglio conosciuta come Madame de Staël, continuava a percorrere quella strada che conduceva la donna ad esprimere la volontà di determinarsi come entità pensante, capace di generare, oltre che figli, anche arte. Madame de Staël, il cui salotto è rimasto nella storia, brillò per il suo genio letterario e per il suo impegno politico ed ebbe un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo. Il suo romanzo Delfina è sicuramente una delle prime opere letterarie sulla condizione femminile e rispecchia l’anticonformismo e l’atteggiamento di sfida dell’autrice durante il Consolato. Delfina d’Albémar è una giovane vedova di carattere fiero ed indipendente che sfida l’opinione pubblica e ascoltando esclusivamente gli impulsi del cuore ama Leonzio di Mondoville il quale invece tiene in gran conto il giudizio della società. L’atteggiamento sprezzante di Delfina nei confronti della morale tradizionale viene punito con il disprezzo e la sua rivendicazione alla felicità trova compimento nella morte. Il romanzo porta un’epigrafe molto significativa che la dice tutta tanto sulla morale corrente del tempo quanto sul desiderio dell’autrice di riscattare il ruolo femminile: “Un uomo deve saper sfidare l’opinione pubblica, una donna sottomettervisi”. Nel secolo successivo, in pieno Romanticismo, emerse, quale elemento di scandalo nel contesto dell’epoca, una figura di grande importanza, quella della scrittrice George Sand. La condotta libera e l’anticonformismo di Aurore Dupin, questo il suo vero nome, non erano solo un modo di épater le bourgeois, ma una provocazione per affermare il diritto della donna all’indipendenza e alla libertà di manifestarsi.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento tre scrittrici s’imposero in Italia per l’impegno intellettuale teso a destare l’attenzione sulla condizione femminile: Ada Negri, Amalia Guglielminetti e Sibilla Aleramo, ognuna delle quali pose un importante tassello nel vasto mosaico dell’emancipazione della donna. La Negri, prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, nasce a Lodi nel 1870, orfana di padre sin dalla primissima infanzia, vive la sua giovinezza dentro il nucleo sociale del proletariato, essendo la madre operaia in una filanda. Cerca di affrancarsi da questo mondo di piccoli lavoratori attraverso lo studio e il matrimonio con un piccolo industriale tessile ma l’estrazione proletaria resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, è tutta rivolta al tema della condizione operaia femminile e della sofferenza che ne deriva. Ma già nella seconda scatta una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, superate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Sebbene inserita in un momento letterario che risente dei modelli estetici dannunziani e quindi legata ad un’esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla “limitazione che impedisce la piena realizzazione di sé”.
Più che l’emancipazione politica, sociale ed economica, Amalia Guglielminetti rivendica la libertà della donna borghese sul piano del rapporto amoroso dei due sessi. Assumendo una posizione che la mette in polemica col mondo maschile, cerca attraverso la letteratura di imporre un modello di donna che viva le pulsioni dell’eros con sincerità e consapevolezza, in posizione paritaria rispetto all’uomo. Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, Guglielminetti rimase orfana di padre molto giovane, a lui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza, pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli che creò scompiglio nella società benpensante di Torino. Il libro attirò l’attenzione del giovane poeta Guido Gozzano e tra i due iniziò un’ intensa relazione epistolare che ben presto si tramutò in una tormentata storia d’amore. Nel 1909 uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. Questa è la raccolta che definisce maggiormente la Guglielminetti e che sintetizza la sua essenza come “colei che va da sola”. In seguito una tormentata relazione sentimentale con lo scrittore erotico Pitigrilli le causò un collasso nervoso ed un ricovero, esperienze che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Il suo romanzo La rivincita del maschio (1923) fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità poiché ritenuto immorale ed osceno.
Più sofferto e vissuto, il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo è la confessione aperta della vita della sua autrice fino allo strappo estremo che la consegna ad un ruolo nel quale finalmente non si sente figura di contorno. In questo senso l’impegno della scrittrice non è soltanto di carattere creativo, ma anche morale, sociale e politico e si manifesta come la significazione dell’ansia femminile a vincere la propria condizione limitante. Negli anni del suo apprendistato, Aleramo era stata attiva nel movimento per l’emancipazione della donna, collaborando a riviste e giornali, e partecipando alle campagne per il voto alle donne e per la pace e a quelle contro l’alcolismo, la prostituzione e la tratta delle bianche. Femminista militante, nel suo romanzo mette sotto accusa la società maschilista che non riconosce alla donna nessun genere di autonomia e ne castiga la forza creativa e intellettuale. Nella seconda parte del Novecento la fila delle scrittrici che hanno camminato nel solco delle loro antesignane si è sempre più ingrossata e sarebbe troppo lungo seguirla in questo contesto, ma voglio ricordarne due. La prima è Erica Jong, scrittrice intellettuale malgrado il suo primo libro, Paura di volare, sia stato reclamizzato come prodotto del filone erotico. Jong ha trattato il percorso del femminismo seguendone i vari passaggi: dal primo romanzo, nel quale la protagonista iniziava l’ascesa verso la liberalizzazione del suo “io” tenendo conto della lezione freudiana, a Come salvarsi la vita, sua seconda opera nella quale la stessa protagonista viveva la stagione della responsabile realizzazione di sé, per arrivare al terzo titolo della trilogia, il romanzo Ballata di una donna nel quale Jong figura gli esiti non risolti del femminismo e si pone gli interrogativi del post-femminismo. E vorrei concludere ricordando la scrittrice francese Simone de Beauvoir. Nata a Parigi, fu fra le prime donne a cui venne consentito di completare gli studi all’ École Normale Supérieure. Di provenienza alto-borghese, già dall’adolescenza decide di dedicare la sua vita allo studio e alla scrittura e pertanto sceglierà di non sposarsi e di non avere figli. Legata allo scrittore Jean Paul Sartre, con lui contribuisce allo sviluppo e all’espressione della filosofia esistenzialista. Il suo libro Il secondo sesso, una ricerca nella storia dell’oppressione della donna, è diventato un classico della letteratura del Novecento. In questo libro de Beauvoir presenta, attraverso fonti storiche, letterarie e mitologiche, lo sviluppo dell’oppressione del maschio nei confronti della donna che lo conduce ad un oggettivazione della stessa come norma positiva. La querelle  continuerà, sostiene la scrittrice, finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come uguali. Quale dei due sessi desidera maggiormente questa eguaglianza? Ella chiede e si chiede. La donna, che pur aspirando ad emanciparsi desidera tuttavia mantenere i privilegi? O l’uomo che la vuole mantenere nelle sue limitazioni? La verità, conclude, è che se il cerchio vizioso è così duro da rompersi, è perché i due sessi sono ciascuno la vittima dell’altro e di sé.

Anna Maria Bonfiglio