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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

“Nastassia” di Stefano Benni

29 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA, Racconti

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Il bar sotto il mare, Nastassia, Stefano Benni

immagine creata con OpenArt

“Nastassia” è un racconto di Stefano Benni, tratto da Il bar sotto il mare del 1987. L’opera comprende 24 storie; 23 di loro sono raccontate dai clienti, l’ultima dall’Ospite. All’inizio del libro c’è un disegno che rappresenta le sagome di tutti i personaggi indicati con i numeri, legenda che ci aiuta a orientarci meglio nella storia, segue una fotografia dei personaggi. Ogni racconto presenta la stessa struttura: prima Benni menziona il nome del narratore, seguito dal titolo della storia e poi da una citazione letteraria che riassume la morale contenuta nelle storie che seguono. Nel bar sottomarino Benni descrive ventitrè personaggi che si incontrano e raccontano storie di diverso genere: storie felici e tristi, gialli, horror, parodie di opere celebri. L’ospite è invitato a rimanere per ascoltare i narratori, in caso contrario non potrà mai uscire dal bar e tornare a casa. I narratori non hanno un nome, Benni gli dà un nome tratto dalle loro caratteristiche tipiche: il primo uomo col cappello, la bionda, il venditore di tappeti, il marinaio, il ragazzo col ciuffo, la sirena, ecc. La storia di Nastassia è raccontata dall’uomo invisibile. Si tratta di un racconto breve ma intenso e struggente. Gregorij Alexeij Alexandrevič è innamorato di Nastassia Nicolaevna e sta aspettando la risposta della ragazza alla sua dichiarazione d’amore. Per seguirlo a Pietroburgo lei dovrà lasciare la sua casa e la sua famiglia. Mentre lui si dirige verso il capanno del giardiniere, immerso nei suoi sentimenti di beatitudine e allo stesso tempo di angoscia, sono evocate le immagini delle tortore che tubano e di un fringuello che prende il volo. L’atmosfera è romantica e nostalgica, i due si incontrano, la ragazza accetta la proposta di Gregorij. Sembra che per una volta l’amore stia trionfando ma il colpo di scena finale ribalta completamente le aspettative e invita a riflettere sull’imprevedibilità della vita.

IL RACCONTO DELL’UOMO INVISIBILE

NASTASSIA

«L’unica passione della mia vita è stata la paura.»

(Thomas Hobbes)

Gregorij Alexeij Alexandrevič percorreva col cuore in tumulto il viale di betulle che portava al capanno del giardiniere. Su tutto aleggiava una luce dorata, intensa e gradevole che penetrava persino nell’ombra. Le tortore tubavano senza sosta, un fringuello spiccó il volo da un ramo di lillà verso una nuvola rosa, opalescente come la lampada che Gregorij aveva visto la sera prima sul tavolo di Nastassia Nicolaevna. Nastassia! Al solo rievocarne il nome il cuore appassionato di Gregorij precipitava in un abisso ove beatitudine e angoscia erano avvinte, senza che una potesse lasciare l’altra, nella fatale estasi della caduta. Nastassia! Gli sembrava di udire quel nome nello sciabordio del fiume, nel respiro di ventaglio delle chiome dei tigli, nel canto appassionato del cuculo. Nastassia, egli ripeté a bassa voce, trattenendo sulle labbra ogni sillaba di quel nome, degustandola come l’elisir che avrebbe potuto dare la vita, o toglierla. Nastassia! Cuore mio, non fuggirmi dal petto! Il capanno del giardiniere era coperto da un manto di edera rossa che riluceva nel tramonto con sfumature di fiamma e rubino. Mojka, la cavallina di Nastassia brucava pigramente, ancora sudata per la corsa. Lei dunque c’era! Era venuta! Cuore, un attimo ancora, intimò Gregorij Alexandrevič, avvicinandosi al capanno. La mano del giovane aprì lentamente la porta, che cigolò con discrezione, quasi a dimostrare che anch’essa conosceva la segretezza di quell’incontro. Nastassia Nicolaevna sedeva su un ceppo di ciliegio. La veste bianca brillava nella semioscurità come un esotico fiore misterioso, e i piedini ondeggiavano come due uccellini nervosi. Nastassia sorrise al giovane e con un gesto irresistibile, scostò dalla bianchissima fronte una ciocca dei capelli ricci. Gli occhi celesti brillarono di una luce seducente. Dio, com’era bella! Pensò Gregorij Alexandrevič, avvicinandosi, e ammirandone, come se fosse la prima volta, il delicato ovale. il disegno sensuale della bocca, la quieta pienezza delle spalle candide. E quei piedini inquieti, quelle caviglie da angioletto d’alabastro! O cuore mio!

– Volete dunque la mia risposta? – disse Nastassia abbassando gli occhi.

Cuore, resisti, pensò Gregorij Alexandrevič, nell’udire quella voce, quella voce che sapeva leggere i più delicati versi di Puškin come domare gli scarti dei cavalli e le bizze della servitù.

– Ebbene la mia risposta… – disse Nastassia. E tacque a lungo.

Cuore, resisti! Quanta grazia e pudore, pensò Gregorij, in questa donna che non vuole forse ferirmi con un rifiuto, o forse ha un ultimo momento di naturale timidezza nel pronunciare le parole che la porteranno lontano dal luogo ove è nata, dal luogo che ha illuminato con la sua incomparabile bellezza.

– La mia risposta è sì – disse Nastassia tutto d’un fiato -Gregorij Alexandrevič, verrò con voi a Pietroburgo e sarò vostra moglie.

– Nastassia! Nastassia! – sospirò Gregorij Alexandrević e non aggiunse altro. Stramazzò tra l’edera crepitante e il soffice muschio, fece appena in tempo a vedere i piedini di Nastassia che si avvicinavano allarmati, poi più nulla. Il cuore appassionato di Gregorij Alexandrevič non aveva resistito.

 

Stefano BENNI, «Nastassia», in Il bar sotto il mare, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016, pp. 75-77.

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“Il giardino incantato” di Italo Calvino

22 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, NarЯrativa, Racconti

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Il giardino incantato, Italo Calvino, Ultimo viene il corvo

Immagine generata con Adobe Express

 

Il racconto è uno dei più belli e significativi di Calvino ed è tratto da “Ultimo viene il corvo”, raccolta del 1949. La prima edizione, pubblicata il 30 luglio 1949, comprende trenta racconti scritti tra l’estate del 1945 e la primavera del 1949, di cui ventitré pubblicati su riviste e sette inediti. Nel 1958, diciannove dei trenta racconti della prima edizione confluiscono nel volume I Racconti (Einaudi, collana Supercoralli). Continua a leggere →

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“Marcovaldo al supermarket” di Italo Calvino

15 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, NarЯrativa, Racconti

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Italo Calvino, Marcovaldo al supermarket, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città

Immagine elaborata con Adobe Express

La novella è una delle venti da cui è composta l’opera “Marcovaldo ovvero le stagioni in città” di Italo Calvino. Ciascuna è dedicata a una stagione: il ciclo delle quattro stagioni dunque si ripete per cinque volte e ha come protagonista lo stesso Marcovaldo. L’opera fu pubblicata nel 1963 a Torino dalle edizioni Einaudi, con illustrazioni di Sergio Tofano. Continua a leggere →

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Antonia De Gattis, “Primo amore”, Amazon Publishing, 2025.

08 lunedì Set 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Antonia De Gattis, Primo amore

Mentre scrivo è la fine dell’estate,
piove e non piove più.
Le strade hanno le stesse nitide pozzanghere
che da bambina saltavo,
ignorando la profondità del baratro.
Sfiorata da un pugnale d’odio
che la storia mi ha portato,
mi avvicino ad un ramo splendido
ed è come aprirsi nel silenzio.
Si impara il dolore dal dolore.
Forse si volterà pagina
e nulla di più sarà cambiato.
C’è almeno una cosa che devi sapere,
desidero, ancora una volta,
l’innocenza del primo amore.
Nient’altro mi importa.

*

Vorrei essere la punta della tua lingua
che bagna il labbro seccato dall’arsura.
Vorrei essere una ciglia del tuo occhio,
l’impronta digitale sulla mano,
la vena lungo il collo,
una ruga che si allarga,
la luce improvvisa da una crepa,
il tuo respiro che si affanna.

*

Ma io mi faccio piccola piccola,
una ciglia, un granello, una briciola nella tasca,
un atomo, una particella elementare
da portare via.
Per te svanisco
in questo momento di nostalgia.

*

Non c’è più tempo per gli indugi,
sii paziente con me, tenero.
C’è splendore nei tuoi occhi,
desiderio sulle mie labbra.
Io ti porto la mia paura di scampata,
lo spavento, la fiducia dimenticata.
Tu mi porti la bellezza degli inizi,
una carezza a lungo desiderata.

*

Oggi come molti anni fa
i tuoi occhi conservano immutato
l’ardore dei sogni di ragazzo.
Ed eccoli tutti lì,
senza rimpianti,
i sogni che volevi.
La passione è vita
sottratta al tempo che passa
e che ti scava il viso.
Sono qui e ti guardo
come si guarda una pioggia
fine che rinfresca.
E siamo entrambi nella mancanza,
perché più di tutto si comprende
il mondo che non si è fatto.

*

Tutto ciò che ci siamo detti
nel breve momento dell’incontro
è veramente tutto in uno sguardo,
speso nella dimenticanza di questi anni.
Veramente tutto, che a guardarti ora
negli occhi, i tuoi occhi scuri e lucidi,
viene un pensiero di malinconia.
Si alza un refolo di vento
dietro alle nostre spalle
ed è l’unico dire che occorre
alle bocche degli amanti per trovarsi
nell’impronta perfetta di un bacio.
E tutto ciò che in questa sera
mi parla dolcemente di te
ha un odore di gelsomini,
che mi sfiora gli occhi
mentre socchiudo le palpebre.

*

Le prime foglie secche d’autunno,
prima ancora che sia l’autunno,
volteggiano nell’aria che sa di muschio.
Sconosciuti l’uno all’altra
sappiamo solo della nostra esistenza,
consegnandoci intatti ad una chimera.
Ciò che si deve dire o non dire
è solo un desiderio
che assomiglia al poco,
tenuto al riparo
nella pace eterea
delle cose distanti.
Non voglio niente che non sia
la passione di un bacio,
lacerante e penetrante,
e vedere gli uccelli ritornare
ad uno ad uno
come a primavera.
E tutto quello che mi resta
di una sera di settembre
è la tua bellezza greca.
E tutto quello che mi tormenta,
nascosta e mal celata,
è un’assenza che spaventa.

*

Testi di Antonia De Gattis, tratti da Primo amore (Amazon Publishing, 2025).

 

 

NOTE BIOGRAFICHE

Antonia De Gattis, nata a Lecco il 4 settembre 1978, ha sempre vissuto in provincia di Cosenza. Autrice di poesia e narrativa, ha pubblicato le raccolte di poesie, Eternità (Città del Sole Edizioni, 2023) e Primo amore (Amazon Publishing, 2025), il romanzo Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara (Castelvecchi, 2024), il saggio Il cambiamento che saremo. Parole di crescita, forza e speranza (Amazon Publishing, 2024).

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“Maestrale” di Eugenio Montale

30 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Eugenio Montale, Maestrale, Ossi di seppia

foto di Deborah Mega, Padula Bianca, 29.6.25

 

Quest’anno ricorrono cento anni dalla pubblicazione, da parte di Piero Gobetti, nel giugno del 1925, di Ossi di seppia, prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, opera memorabile che rappresenta un’importante testimonianza letteraria e umana della poesia italiana del Novecento. “Maestrale” è tratta dalla quarta sezione, Meriggi e ombre, fa parte di un trittico intitolato L’agave su lo scoglio, testo dedicato ai principali venti di terra e di mare fortemente presenti in Liguria e nella poesia di Montale. Maestrale  è presentato dopo Scirocco e Tramontana e rappresenta la calma ritrovata dopo la burrasca, come accade in natura quando il vento cessa di soffiare da nord-ovest e consente all’agave di rifiorire. Il protagonista assoluto è il mare, elemento naturale amatissimo dal poeta, la cui osservazione, alla fine di una tempesta e di fronte all’alzarsi in volo di uno stormo, gli suscita profonde riflessioni sul senso della vita e sulla condizione umana: l’immensa distesa azzurra rappresenta la vita ideale cui l’autore aspira, pur con la consapevolezza che il suo desiderio è irrealizzabile. L’incessante stato di alternanza del mare fra calma e tempesta riflette proprio la condizione umana, costretta a tentare di superare le avversità che la vita inevitabilmente comporta. Lo sguardo del poeta fa riemergere brandelli di verità, lati dell’esistere talvolta soffocati o dimenticati insieme al suo consueto invito a non fermarsi alle apparenze, a ciò che si vede, ma di guardare al futuro, andando oltre perché tutte le immagini portano scritto: “più in là”!

 

MAESTRALE

 

S’è rifatta la calma

nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.

 

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora

il cammino ripiglia.

 

Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s’increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

 

O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

 

sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:

“più in là”!

*

(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)

 

***

 

Con questa poesia significativa la Redazione di LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura

BUONE VACANZE!

Arrivederci al 1° settembre!

 

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“Educare non è clonare: contro l’omologazione, per una scuola che ascolta e accoglie” di Yuleisy Cruz Lezcano

23 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Yuleisy Cruz Lezcano

 

In una società sempre più rapida nel definire etichette e nel proporre modelli ideali di comportamento, la scuola rischia di diventare uno dei primi luoghi in cui l’individuo impara a rinunciare a sé stesso per essere accettato. Invece di essere un laboratorio di libertà, di scoperta e di crescita, l’istituzione scolastica diventa spesso una fabbrica di copie, dove l’originalità è vista come deviazione e la differenza come minaccia. Nel momento in cui chiediamo agli studenti di uniformarsi a un modello – esplicito o implicito – di “bravo alunno”, stiamo contribuendo a soffocare la loro autenticità. Ogni etichetta sociale, ogni giudizio sbrigativo, ogni standard comportamentale che imponiamo rischia di costruire muri interiori, isolando chi non si riconosce in quel modello. Così, chi non corrisponde viene escluso, ridicolizzato o ignorato, e in questo processo si attivano meccanismi che possono sfociare nell’isolamento sociale e nella soppressione del sé.
La richiesta di omologazione non è solo una questione scolastica: è un fenomeno culturale. Ma è proprio nella scuola, nel cuore dell’esperienza formativa, che questa dinamica può essere decostruita. O può, al contrario, essere perpetuata e irrigidita. Quando insegniamo ai ragazzi a “diventare come noi”, li allontaniamo da ciò che potrebbero essere. Invece di accompagnarli verso la loro miglior versione, li indirizziamo verso una brutta copia del nostro passato. Il mancato riconoscimento della soggettività porta con sé un profondo senso di svalutazione. Laddove non c’è spazio per essere sé stessi, nasce un vuoto: quello del non sentirsi visti, del non essere ascoltati. Questo vuoto può trasformarsi in disagio, in rabbia repressa, in frustrazione. E a lungo termine, questa esperienza può sfociare in manifestazioni più gravi: bullismo, violenza, misoginia, appartenenza a comunità di odio come quella degli incel. Questi non sono mostri, ma spesso ex studenti svalutati, feriti, esclusi, cresciuti in ambienti dove il pensiero critico è stato scoraggiato e il bisogno di appartenenza tradito. In questo contesto, l’arte e la letteratura possono diventare strumenti potenti a disposizione degli insegnanti. Entrambe offrono uno spazio in cui l’identità non solo può esprimersi, ma anche trasformarsi e trovare senso. Leggere insieme, guardare un’opera, scrivere, disegnare, interpretare: sono pratiche che mettono in comunicazione mondi interiori, stimolano l’empatia, favoriscono il riconoscimento dell’altro come parte di sé. Attraverso le storie, i personaggi e i simboli, gli studenti possono esplorare le proprie fragilità senza vergogna, trovare affinità inaspettate con i compagni, dare voce a emozioni che altrimenti resterebbero inespresse. L’arte e la letteratura creano ponti dove prima c’erano solitudini, aprono spazi di dialogo autentico, rendono visibile l’invisibile. Aiutano a sviluppare autoconsapevolezza, senso critico e rispetto per la complessità delle identità.
In questo modo, il laboratorio scolastico può tornare ad essere ciò che dovrebbe essere: un terreno fertile per la crescita dell’umano, dove anche la vulnerabilità ha valore, e dove la diversità non è un ostacolo da correggere, ma una risorsa da accogliere. È necessario creare uno spazio scolastico in cui ogni studente possa esprimersi senza giudizio, esplorare la propria interiorità, sperimentare il potere della condivisione e della narrazione, per rafforzare l’autostima e scoprire che anche il proprio silenzio ha un suono importante da offrire. La scuola potrebbe proporre uno spazio che inviti al rallentamento e alla sicurezza emotiva. Bisognerebbe creare un clima di fiducia. Per esempio si potrebbe proporre il patto del cerchio, fatto di ascolto, riservatezza, assenza di giudizio e rispetto dei tempi di ciascuno. Una scuola che ascolta le emozioni è una scuola che oltre a offrire contenuti offre possibilità di crescita personale. Possono essere utili le letture di brani letterari, poesie o visione di opere d’arte, che possono aprire nuovi spazi a riflessioni su emozioni difficili da nominare (vergogna, paura, fragilità, inadeguatezza). Si potrebbe lavorare su quelle emozioni, che se accolte, possono diventare risorse. La condivisione può avvenire con parole, gesti, disegni, musica. Tutto è comunicazione. Non ho dubbi sul fatto che educare è aprire possibilità. Per esempio ogni studente può scrivere – in forma anonima o firmata – un pensiero, un dubbio, una paura e inserirlo in una scatola. A ogni incontro si possono leggere alcuni, per discuterli in gruppo. Credo che questo possa permettere anche ai più timidi di portare la loro voce senza esporsi. Per evitare l’esclusione bisogna creare un ambiente in cui gli studenti più silenziosi trovino uno spazio per essere ascoltati senza pressioni. Un ambiente che aiuti a fare accrescere l’autostima, in cui ogni voce, anche quella più flebile, venga accolta come valore. La scuola dovrebbe creare società, gruppo, dove lo stare insieme diventa una risorsa. L’impegno più difficile ma necessario è costruire una cultura dell’empatia, dell’accoglienza della diversità, della fragilità come forza. La scuola non può lavarsi le mani dicendo alle famiglie: “non siamo un parcheggio. Noi insegnanti non siamo la famiglia di questi ragazzi. Li conosciamo quasi più di voi, genitori” “Noi siamo una istituzione improntata per trasmettere conoscenze”. No! Non è così. La famiglia dei nostri ragazzi è la famiglia
di provenienza, la scuola, la società. Siamo tutti famiglia delle nuove generazioni!
Ogni volta che un alunno si conforma troppo a ciò che ci aspettiamo da lui, qualcosa si chiude: una porta, un futuro possibile, una strada che non sarà mai percorsa. Ma ogni volta che eccede le nostre attese, che rompe il guscio delle nostre proiezioni, allora qualcosa si apre: una possibilità, un nuovo inizio, un’autenticità che prende forma. L’allievo non deve assomigliarci, né ricalcare un modello ideale: quanto più si distanzia da noi, tanto più possiamo essere certi di averlo aiutato a trovare sé stesso. Anche semplici giochi teatrali o piccole messe in scena tratte dalle storie dei partecipanti o dalla letteratura, in cui i ruoli si invertono, per interpretare le emozioni altrui, possono venire in aiuto, non solo per comprendere ma per sviluppare empatia. Chi fatica a parlare può esprimersi con il corpo, con una musica, con un colore, così troverà il suo mondo espressivo. Si dovrebbe puntare su una scuola che libera, non che replica. Serve una scuola coraggiosa, che smetta di misurare i ragazzi sulla base della conformità e inizi a valorizzare la divergenza. Una scuola che educa non alla performance, ma alla presenza. Non alla competizione, ma alla cooperazione. Non all’obbedienza cieca, ma alla riflessione critica.
La scuola, poi, deve favorire l’emersione del pensiero critico, creativo, autentico, fuori dai canoni standard. Solo così potremo davvero educare: non formando copie, ma accendendo presenze vive, uniche, irripetibili. Solo così potremo contribuire a costruire una società in cui ciascuno possa sentirsi parte, senza dover rinunciare a ciò che è.

 

Yuleisy Cruz Lezcano

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“Piedi grossi” di Luisa Mattia

16 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, NarЯrativa, Racconti

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Luisa Mattia, Piedi grossi, Racconti d'estate

Il racconto è tratto da Racconti d’estate, una raccolta di dieci racconti d’amore e d’amicizia attraverso la descrizione di periodi significativi del Novecento, dai primi anni del secolo fino alla caduta delle Torri Gemelle. I protagonisti sono adolescenti che vivono la realtà del loro tempo. Unico filo conduttore: l’estate, che diventa il pretesto per parlare di sentimenti e di modi di manifestarli, che nel corso del tempo sono cambiati nella forma, ma hanno mantenuto la connotazione di scoperta di sé. L’autrice racconta dieci vacanze secondo una successione di periodi estivi che hanno preceduto o seguito momenti significativi del Novecento.

*

 

2001-Stoccolma, Svezia

Ingrid ha i piedi grossi e me ne sono accorta da un bel pezzo. É una cosa che non posso fare a meno di guardare, quando entra in piscina per gli allenamenti. Indossa il costume colorato con le paillettes, i capelli sono raccolti in uno chignon, le spalle sono dritte, le gambe in linea perfetta con le ginocchia, ma i piedi… quelli sono proprio fuori misura.

“Avessi io solamente quel difetto!” mi ha detto Kristina, una mia compagna di nuoto sincronizzato.

È stata l’unica volta che ho parlato dei piedi di Ingrid con qualcuno. Poi non l’ho fatto più perché tutti l’adorano e questa cosa non la sopporto. Vorrei essere come lei? No. Vorrei che mi adorassero come succede a lei? Sì. Siamo nella stessa squadra di nuoto sincronizzato da un bel pezzo e, col passare del tempo, siamo migliorate e adesso siamo parecchio brave nelle gare di gruppo. Nel sincronizzato singolo me la cavo bene, ma Ingrid è più brava di me. Cosi sembrano pensare le giurie. Poco tempo fa si è piazzata al primo posto nei Campionati regionali e io solo quarta.

“Meglio una medaglia di legno che niente” ha commentato mio padre. “La prossima volta ti piazzerai meglio. Allenati di più. Prendi esempio da Ingrid.”

Anche mio padre adora Ingrid, è evidente. Io la detesto e vorrei che sparisse dalla mia vita, dalla mia piscina, dalle mie gare. Invece resta. E vince. Vince su tutta la linea. Infatti, si è presa anche Sven.

Sven abita a due passi da casa mia e ci conosciamo da molto tempo. Io non l’ho mai preso in considerazione quando eravamo piccoli ma, adesso che stiamo per finire la scuola dell’obbligo e siamo cresciuti, lo guardo con altri occhi. Lui guarda Ingrid e lo trovo intollerabile. Quando finisce gli allenamenti, con la scusa di aspettarmi per tornare a casa insieme, si mette a sedere sulle gradinate e dice di voler seguire i nostri esercizi, ma in realtà guarda solo lei. Lo so perché ogni volta che riemergo dall’acqua, punto lo sguardo su di lui e vedo che non mi tiene proprio in considerazione. Detesto anche lui, da un po’. E avrei voglia di chiedergli che cos’ha di speciale Ingrid, ma tanto so bene che se ne uscirebbe con quelle frasette smozzicate che usa lui quando è in imbarazzo, magari balbetterebbe e cambierebbe discorso. Ieri ho provato il costume da gara nuovo. Mi sono messa davanti allo specchio e non mi sono piaciuta. Il costume non ha colpa perché è bellissimo, con i colori dell’arcobaleno, un velo che lo tiene aderente alle spalle e le paillettes che brillano. Sono io che proprio non vado bene perché mi sono vista le gambe e le ho trovate corte e tozze. Ho guardato le spalle e sono parecchio graciline. Il collo… è corto. Avevo i capelli sciolti e, siccome sono lunghi, mi facevano il collo ancora più corto. Mia madre è intervenuta e me li ha raccolti in uno chignon, ma io ho continuato a vedermi per quello che ero: una ragazzina senza niente di bello. A parte i piedi. Perché quelli li ho perfetti e in una <<gara di piedi» surclasserei Ingrid senza problemi. Mi sono tolta il costume e l’ho messo nella borsa, insieme ai sandali e all’accappatoio. Sven mi aspettava, per andare insieme in piscina. Quando ho aperto la porta, me lo sono ritrovata davanti che mi sorrideva e gli ho detto: «Che c’è da ridere?» e lui ha abbassato la testa e non abbiamo scambiato una sola parola fino alla piscina, dove ci siamo separati. Credo che abbia mormorato il suo solito «a più tardi», ma io non gli ho risposto perché alla sola idea di indossare il costume nuovo davanti alle altre mi sentivo male per la vergogna. Sono tutte più belle di me. Sono tutte più brave di me. Ingrid più di tutte. Nello spogliatoio eravamo eccitate perché è giorno di prova di ammissione, cioè facciamo gli esercizi di squadra e di singolo e il coach decide chi gareggerà e chi no. Io sono sempre in bilico tra l’ammissione e l’esclusione. Oggi non andrà bene, me lo sento. Ingrid è concentratissima come sempre, più di sempre. Difatti, non dice una parola e fa stretching in disparte, gli occhi persi a guardare lo specchio d’acqua della piscina, oltre la vetrata. Lei è fatta così: pensa solo agli esercizi e non si lascia distrarre da niente e da nessuno. Quando il coach ci chiama, lo raggiungiamo. Ingrid arriva per ultima e si tuffa dopo tutte noi. È il suo modo di farsi notare, penso. Lei evita di confondersi con noi, penso. L’esercizio a squadra è andato come doveva andare. Cioè bene, con qualche incertezza.

“Si risolveranno” ha detto il coach fiducioso, e ha ragione.

Gareggiare in gruppo rende tutte noi più capaci di concentrazione, più determinate. Nell’esercizio a squadre, io dimentico i miei difetti e mi focalizzo su quello che devo fare e riesco bene, così tanto che mi dimentico perfino di Ingrid. Solo che poi ci sono anche gli esercizi singoli. Il programma che mi ha dato il coach è difficile.

“È segno che ti ritiene in grado di riuscire al meglio” ha commentato mio padre.

Forse ha ragione e io mi sono impegnata moltissimo, ma il fatto che il coach abbia dato lo stesso livello di difficoltà anche al programma per Ingrid mi fa disperare, perché penso che sia un modo per favorirla. Perfino il coach l’adora e con questa serie di esercizi in acqua è sicuro che avrò incertezze e non sarò perfetta come lei. E siccome andrà come prevedo, sarà Ingrid a gareggiare per il nostro club. Sarà lei a indossare il costume arcobaleno con le paillettes e l’applaudiranno tutti, anche Sven. Sono scesa in acqua con questa convinzione e molta rabbia. Ho fatto la mia prova, secondo il programma previsto dal coach. Tutte le ragazze mi guardavano. Ho sentito gli occhi di Ingrid su di me per tutto il tempo e quando sono risalita dalla scaletta me la sono ritrovata davanti, pronta a tuffarsi. Io ho abbassato la testa e mi sono avvolta nell’accappatoio. Lei è scesa in acqua. Il coach non mi ha detto niente. La musica della prova di Ingrid è partita, mentre Sven si sedeva sulle gradinate in tempo per vederla danzare in acqua. Che tempismo! Mi è venuto da piangere e sono corsa nello spogliatoio. Sotto la doccia ho pianto e non so spiegare per che cosa. Per Sven? Per il mio collo corto? Per le mie gambe tozze? Per Ingrid? Il tempo di chiedermelo non ce l’ho avuto, perché tutte le ragazze sono piombate nello spogliatoio gridando ma, lì per lì, ho capito solo «New York». Ce la sogniamo da tempo la Grande Mela per poterci andare a disputare qualche gara, fare un tour negli Stati Uniti se diventiamo brave a fare un bello spettacolo di sport, però le facce erano tristi e qualcuna piangeva. In un attimo, come erano entrate sono uscite, indossando gli accappatoi. Ingrid gocciolava ancora, per il fatto che doveva essere uscita di corsa dalla piscina. lo le ho seguite e ci siamo ritrovate ad accalcarci davanti alla TV che sta nel gabbiotto del custode. Si vedevano le Torri Gemelle di New York bruciare. Ingrid era accanto a me, la faccia pallidissima e mi sono accorta che tremava, ma forse era per il fatto che era ancora bagnata.

“È la guerra?” ha chiesto Kristina.

“Spero di no” ha mormorato il coach.

“E’ un macello” ha commentato il custode.

Sven, che era li, muto come noi, a guardare le immagini della CNN, si è avvicinato e si è messo tra me e Ingrid. Più vicino a Ingrid che a me. Ho pensato che lo stava facendo per poter consolare Ingrid che tremava davvero come una foglia. Poi, Sven mi ha parlato.

“Hai paura?” mi ha detto sottovoce. “Ci sono io” ha aggiunto, mi si è avvicinato e mi ha stretto la mano. Ed è stato in quel momento che ho cominciato a tremare. Le emozioni si mescolavano: avevo paura per quello che vedevo in TV e che mi sembrava così irreale. E provavo una gioia incontenibile perché Sven mi teneva la mano ed era così reale! Il coach ci ha mandate a casa subito. Però, prima ci ha detto che la prova singola l’avrebbe fatta Ingrid. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire il mio nome? Sì. Mi è dispiaciuto che non abbia detto: «La prova singola la farai tu, Wilma»? No.

Improvvisamente, non me ne importava più niente della gara, della prova, dei premi. Niente.

“Wilma…” ha detto Sven, chiamandomi sottovoce.

E m’è sembrato che fosse la prima volta che lo sentivo dire il mio nome, perché me lo ha detto tendendomi la mano e facendomi un cenno lieve con la testa. Chiamava me, proprio me e mi è nato dentro un sentimento nuovo, come se cominciasse a esistere una Wilma che prima di quel momento non c’era. Mi sono venute delle lacrime di allegria, ma non ho pianto. Ho sussurrato un «sì» e sono uscita dalla piscina con Sven. Sulla via del ritorno, io e Sven abbiamo parlato delle Torri, di New York, della paura e delle gare. E di Ingrid.

“È bella Ingrid” ha detto Sven e ho sentito lo stomaco che si annodava per la gelosia.

“È bravissima” ha aggiunto e ho sentito che il nodo di gelosia si stringeva di più e mi mancava il fiato per parlare.

Ho ritirato la mia mano dalla sua e, per un po’, abbiamo camminato vicini, in silenzio. Sentivo il rumore dei nostri passi e il respiro leggero di Sven che, mentre ci avvicinavamo a casa, mi ha preso di nuovo la mano e io istintivamente gliel’ho stretta, attirandolo verso di me. Lui ha fatto una risatina, prima di dire: «Però… io penso che Ingrid…».

Però… che cosa stava per dire? Mi sentivo gelare.

“Però… ha i piedi grossi” ha concluso, ridacchiando.

“Lo amo” ho pensato abbracciandolo. Prima o poi, glielo dirò.

 

Luisa Mattia, da Racconti d’estate, Lapis, 2020

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Antonella Sica, “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

09 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Segnalazioni ed eventi

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Antonella Sica, Corpi estranei

 

Prefazione di Camilla Ziglia
In copertina: una fotografia di Pietro Mari dal titolo Geometrie variabili

 

da Corpi estranei

Madre di Luna pietra madre ragnatela
di capelli sul guanciale madre pallido
ansimare madre spenta nella parola
madre impiccata al sorriso
in bianco e nero madre
che non ricordo madre
impastata nel corpo
madre

che sei andata via
come si spegne la luce
nella stanza di un bambino.

*

Era una casa divisa in gabbie
perimetri di fiato e dolore
corpi estranei cuciti dal sangue.

A tavola a ognuno il suo posto
geometria instabile dei pasti,
la luce piombava dall’alto
un ritratto di famiglia elettrico.

Corpi stretti nella notte alle coperte
galleggianti nella trama dei respiri
la sveglia scandiva l’assenza ai miei occhi
spalancate finestre alla fuga.

*

Il corpo del fratello
non faceva rumore
occhi grandi sgranati laghi
che ogni sasso poteva colpire

giocando col fuoco, un giorno
bruciò le mani
immobile specchiava le fiamme sui palmi
dietro gli occhi
fatue.

*

da Ho una bambina sulla schiena

Ho una bambina sulla schiena
il suo corpo è nuda cantilena
mi riempie i capelli di nodi
per divorare il mio pianto

la bambina di notte dondola
cigola come un’altalena
col suo alito di bosco sussurra
cristalli di sale sul cuscino

mentre sogno indossa le mie mani
disegna una volpe che gioca coi cani
fuscelli i fremiti del suo respiro
un nido di parole che scopro al mattino.

*

da La condanna alla luce

Eppure i momenti migliori sono quelli
in cui annuso il mondo come un cane
cammino e sono nelle gambe
in attesa di una gioia conosciuta
quella svolta che improvvisa s’apre al mare
col ferro del porto che sale
in rette e poligoni brillanti.

Cammino con gli occhi sazi
come chi non cerca niente
solo l’occasione di un altro passo avanti.

*

da Dove nessuno chiama

Dall’intrico di foglie la luce
fa a brandelli il tuo volto
s’insinua lama nelle pieghe della carne
forse siamo distesi

i capelli ondeggiano
grano sterile sull’erba
forse ci stringiamo
una mano a distanza
stiamo lì ad asciugare le parole
sento il battito del cuore in un sasso
che preme sulla schiena

è più facile così, scomparire.

Ci siamo addormentati
senza sprofondare nella terra
e al risveglio
ci siamo sentiti inospitali.

*

Non è ancora l’alba. Non ancora.
Il silenzio al di là delle tende
è uno sciame d’api
pronto a colpire. Alle spalle il frigorifero,
col suo reticolo elettrico
combatte per il freddo interno
parla da solo come un ventre troppo pieno.
Sotto una luce pendente
scrivo con l’ombra
della mano sul foglio. Briciole
si attaccano al palmo che scorre
quasi a chiedere un ultimo gesto d’attenzione
colonizzando il bianco.

Mi sono alzata per un sogno, forse.

Testi di Antonella Sica, tratti da “Corpi estranei”, Arcipelago Itaca, 2025.

 

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Antonella Sica, genovese, è laureata in Lettere Moderne. È regista e manager culturale in ambito audiovisivo e cinematografico. Ha fondato e codiretto il “Genova Film Festival” dal 1998 al 2015. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari selezionati e premiati in diversi Festival. Tra i suoi lavori: Ballata Trash, cortometraggio con il poeta Edoardo Sanguineti. Nel 2014 vince il premio per la miglior silloge del concorso indetto dalla casa editrice Prospero (opera pubblicata nel 2015 col titolo Fragile al mondo). Nel 2017 vince il Premio Internazionale di Poesia “Città di Milano” con la silloge La memoria nel corpo, pubblicata l’anno seguente da Rayuela Edizioni. Nel 2019 vince – ancora come miglior silloge – il XX Premio di Scrittura Femminile “Il Paese delle donne” con la raccolta L’ira notturna di Penelope, uscito nel 2022 per i tipi di Prospero Editore e con la prefazione di Donatella Bisutti.
Ha partecipato a reading poetici in diverse città d’Italia. I suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi concorsi fra cui “Lorenzo Montano”, “Bologna in Lettere”, “Arcipelagoitaca” e “Guido Gozzano”. Recensioni alle raccolte e suoi inediti sono stati pubblicati su riviste online e blog fra cui “Inverso-Giornale di poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Almapoesia”, “Ex-Libris”, “Carte sensibili”, “La rosa in più”, “Menabò online”, “Poeti Oggi”e “Versante Ripido”, dove cura la rubrica di videopoesia Lanterna magica. È presente in alcune antologie fra cui Singolare, molteplice(puntoacapo2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca 2023).
Con Corpi Estranei ha vinto il Premio “InediTO-Colline di Torino” 2023.

 

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“Un modello integrato per affrontare la violenza di genere: oltre il binarismo e l’intersezionalità” di Yuleisy Cruz Lezcano

02 lunedì Giu 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA'

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Un modello integrato per affrontare la violenza di genere: oltre il binarismo e l’intersezionalità, Yuleisy Cruz Lezcano

 

La violenza di genere è un fenomeno complesso che non può essere ridotto a una semplice questione di aggressione fisica o psicologica, ma è intrinsecamente legato a fattori sociali, culturali, psicologici e biologici. Tradizionalmente, le politiche e gli approcci terapeutici per contrastare la violenza di genere hanno focalizzato l’attenzione sulle dinamiche di potere e controllo tra uomini e donne, spesso ignorando l’ampia gamma di esperienze che riguardano coloro che non si identificano nei rigidi binari di genere maschile o femminile. Un nuovo modello di intervento deve pertanto prendere in considerazione non solo la complessità del fenomeno in sé, ma anche l’ambiente in cui l’atteggiamento violento si sviluppa, integrando visioni più inclusive dell’identità di genere e una comprensione più sfumata della funzione cerebrale in relazione alle dinamiche interpersonali.
Il binarismo tradizionale maschio-femmina, che vede il genere come una dicotomia netta e rigida, non solo limita le possibilità di comprensione della violenza di genere, ma perpetua anche una visione semplificata della realtà. Le esperienze di violenza e oppressione non sono universali per tutti gli individui all’interno di ciascun genere, e ancor meno per coloro che si identificano come non binari, genderfluid, o transgender. Queste persone, infatti, sperimentano una realtà di violenza che va oltre quella di chi rientra nei tradizionali schemi maschili o femminili. Le violenze che subiscono, siano esse fisiche, psicologiche o istituzionali, spesso sono invisibili o non completamente comprese, sia dalla società che dagli approcci terapeutici esistenti. È quindi fondamentale costruire un modello di intervento che possa includere tutte le identità di genere, riconoscendo la pluralità di esperienze. Contrastare il binarismo di genere non significa solo abbattere le categorie tradizionali di maschio e femmina, ma anche promuovere una comprensione più ampia e inclusiva delle differenze di genere, con l’obiettivo di ridurre la violenza e promuovere relazioni basate sul rispetto, sull’empatia e sull’inclusione.
Un approccio personalizzato e sensibile alle diversità di genere, che utilizza la poesia come strumento terapeutico e educativo, può rivelarsi un mezzo potente per affrontare e trasformare le dinamiche violente, creando spazi di riflessione e cambiamento per le persone coinvolte.
Uno degli approcci più potenti per affrontare la violenza di genere è l’intersezionalità, un concetto che prende in considerazione il modo in cui fattori come genere, sesso, etnia, status socioeconomico e differenze culturali si intrecciano e influenzano le esperienze di oppressione. L’intersezionalità ci permette di comprendere che la violenza non si manifesta allo stesso modo per tutti, e che esistono forme specifiche di violenza che colpiscono in modo particolare le persone appartenenti a categorie sociali emarginate o vulnerabili. Ad esempio, una donna di colore appartenente a una classe sociale bassa potrebbe sperimentare una forma di violenza di genere che è diversa, per intensità e modalità, da quella di una donna bianca di classe medio-alta. Le dinamiche strutturali che favoriscono la discriminazione, la segregazione sociale e l’esclusione economica si intrecciano con le disuguaglianze di genere, creando un contesto in cui la violenza può essere esercitata in modo più sistematico e invisibile. Allo stesso modo, una persona non binaria o transgender potrebbe affrontare violenza o discriminazione che è un risultato diretto dell’intolleranza sociale e delle norme di genere rigide, un fenomeno che non può essere spiegato solo attraverso il paradigma maschile-femminile tradizionale.
Recenti ricerche neuroscientifiche hanno iniziato a esplorare come la funzione cerebrale si colleghi all’identità di genere, evidenziando come il cervello non possa essere compreso come una semplice “divisione binaria” tra maschile e femminile. Le differenze cerebrali tra i sessi, seppur esistenti, sono estremamente più complesse di quanto si pensasse in passato. La plasticità del cervello umano e l’influenza che la socializzazione e le esperienze personali hanno sulla sua configurazione suggeriscono che le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, nella regolazione del comportamento e nell’interazione sociale possano essere modellate dall’identità di genere, dalle esperienze di vita e dalla cultura circostante.
Inoltre, gli studi sul dimorfismo sessuale cerebrale, che esaminano come le strutture cerebrali differiscano tra i maschi e le femmine, mostrano che tali differenze non determinano necessariamente comportamenti violenti o aggressivi. Piuttosto, è la società che impone norme e aspettative sui comportamenti legati al genere, influenzando come il cervello reagisce a certi stimoli sociali, come la competizione, la dominanza e la sottomissione. In questo contesto, è fondamentale riconoscere che le esperienze di violenza non sono determinate unicamente da fattori biologici, ma sono strettamente legate alle strutture sociali e culturali in cui l’individuo è immerso.
Il binarismo di genere è alla base di molte strutture di potere e controllo che alimentano la violenza di genere. La divisione netta tra maschile e femminile crea aspettative rigidamente definite su come le persone dovrebbero comportarsi, relazionarsi e sentirsi, a seconda del loro genere. Questo sistema spesso porta a pressioni sociali e culturali che giustificano comportamenti violenti, in particolare nei confronti di chi non si conforma alle aspettative di genere tradizionali. Le donne, ad esempio, sono spesso viste come inferiori o subordinate, mentre gli uomini sono stimolati a percepirsi come dominanti e aggressivi.
La poesia consente di esplorare il proprio vissuto di violenza e di dolore, ma anche di immaginare nuovi modi di essere e di relazionarsi, al di fuori delle rigide categorie del binarismo di genere. La scrittura poetica diventa così un mezzo di autoconsapevolezza, di liberazione e di empowerment.
Attraverso la poesia, si dà voce a chi non ha voce, si riconosce e si valida l’esperienza di chi vive l’esclusione e la violenza, e si promuove una cultura che rispetta e celebra le differenze. L’approccio personalizzato attraverso la poesia può essere combinato con altre tecniche di intervento come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), che aiuta a ristrutturare i pensieri disfunzionali, e la “mindfulness”, che promuove la consapevolezza del momento presente. L’integrazione di questi approcci può favorire una visione globale e inclusiva del cambiamento, affrontando la violenza di genere da un punto di vista multidimensionale.

Fonte
«The Cognitive Behavioral Therapy Workbook for Personality Disorders», James P. McPartland e John H. McGowan, casa editrice New Harbinger Publications, 2015.

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Cinque inediti di Jacopo Pignatiello

26 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Inediti, Jacopo Pignatiello

Epitaphium

il silenzio s’imprime sulla terra
e tutto si schiaccia col suo peso
la sera va mi toglie un altro giorno
nel buio resta il tempo che non vivo

*

Asfissia

la notte sa di ferro e di saliva
stringe con la morsa un fello fiato
stritola l’atra pressa punitiva
la bocca spasma un nome non sfiatato
la trista ombra strangola ogni promessa
la vita si contorce e poi si arresta

(così morì la sua bella voce
lasciando il silenzio boia feroce)

*

Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus

Mi dirigo sulle strade di marzo.
Corro finché resisto, l’ombra sfiora
l’asfalto frantumato dalle attese.
Resta muta la casa erta sul campo.

Chiedo alle margherite con le dita
inquiete. I petali gialli cadono
vorticando lungo i passi veloci,
i non deturpano il volto del cielo.

La primavera si schianta sul mondo:
fiato di terra che torna a salire.
Entra nel naso, si avventa sul petto,
il verde azzanna e lascia il suo vuoto.

Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
sento l’eco di un sì mai pronunciato.
Il fiore di un pesco cade appassito.
Il sole insiste, ma resta l’inverno.

*

Alba rossa, o vento o giozza

galleggia nel fuoco la laguna
sui marmi i ricordi si frantumano
la pelle trova sollievo al buio
continua a bruciare al sole

cerco quegli occhi nei visi mascherati
mentre il vuoto pulsa nelle vene
e l’abisso mi sorride voluttuoso

alla stazione corre uno zaino
sembra il suo quello bordeaux
è un lampo un battito
un breve varco nel tempo
un salto in un cerchio di fumo
inseguo tra la folla la mia follia
corro il fiato si spezza
la sagoma scatta subito via
e svanisce silenziosa tra i passi

riprendo il cammino
con il suo cuore in tasca
e i pensieri che annegano nel mare
coperti dalla tenue scia di una gondola

è stata luce attesa che freme
la grazia che vizia
la magia che mai sazia
ma poi alla sera mestizia e tristizia

ora è vento che tace

*

Alba

le labbra sfiorano il bordo
della tazza rossa bollente
il suo fiato caldo mi bacia
e gioca come una bimba
appannandomi gli occhiali
è il suo buondì

osservo assonnato
il vapore danzare lento
scorrere con garbo
sfaldarsi informe
tenue tremula bruma che vagando
imita la mente intorpidita
ed evoca l’eco
di un pensiero che non torna

forse perché devo destarmi
ma sento di voler dire
qualcosa che ho perso
è come un’ombra che indugia
con passo esitante sulla porta
rossa anche quella

fisso per un po’ un punto nel vuoto
il nescafé si sta raffreddando
il velo acqueo si dirada
assaporo gli ultimi sorsi
osservo l’immagine sul fondo
e la trovo indecifrabile

la luce si affaccia
bussando piano sui vetri
prima di stendersi sul tavolo
e illuminare
le briciole di ieri sera

il tempo si piega
ma il giorno
seppur senza fretta
senza scuse
s’incammina comunque
prima di me

 

Nota biografica

Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Letterature comparate. Attualmente insegna discipline storiche e letterarie nelle scuole superiori. Ha curato contributi di ricerca letteraria e storica pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su delle riviste online e in delle antologie poetiche.

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Domenico Setola, Inediti

19 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Domenico Setola, Inediti

Era un amico partito il plumbeo mattino,
fra la polvere accumulata di questi libri.
Dove è finito il petalo di sangue
sotto la mano del vento?
La nebbia del cuore e poi ti rivedo,
fra te e me c’è sempre inverno.
In quale rifugio starai tranquillo
come una noce nel suo guscio?
Vado solitario come un fiore nel bosco
dove l’erba gioca, i tuoi passi
al mio posto. La luce che scende
una dolce promessa più grande del mare
quel cielo che mi appare.
È il peso del tuo manto svegliandosi
la città, una donna piange di felicità
cantando al sole una canzone,
più antica e forte di ogni mia passione.

*

Parlami di te, dea d’oriente, il vento caldo
terra rossa di Costantinopoli, esule del tempo, cercando la
rotta di Istanbul.

Stella che si abbarbica sulle Chiese
d”oro e canti infiniti, scintillando fra i grandi cedri e la sabbia
cocente del perdono.

Racconta le pietre antiche di Megara
quando il Bosforo irrompe come cielo
azzurro fino al Corno d’oro fra lingue
e volti dimenticati.

Terra di mercanzìe e tramonti rosa, del mondo una sola
immensa prosa.

*

Appunti di viaggio

Dimenticare le antiche vie
piovendo dal cielo la meraviglia
di una certezza. Fra rumori e
clacson, il vólto materno roseo
come raggio di sole nella folla
dei colori.
Suonavano le pupille del cielo
e l’ombra si specchiava a trotto
fra sbuffi di nuvole sulla nuda terra.
E indifesa rideva tra la parata
dei superstiti, nel luogo di nessuno
dove ci lasciammo.

*

Appunti di viaggio

Se ieri è questo presente
nel solco delle mani
si consuma l’esistenza.
E corre così
da sponda a sponda
nell’antica luce precipitata,
l’alba sui vetri.
Se breve è la notte
il calore che davi,
somiglia al silenzio
la scia della memoria.

*

Sogno

Se la notte ha un vólto
è il tragitto di uno scandalo
nelle sere d’agosto
il mare dei suoi occhi,
le lunghe serate
in compagnia, coi libri
ricordati delle storie
al tavolo di un bar.

Se la notte ha un vólto
è la promessa del
ricordo, un lungo
dimenticarsi che
sfiorisce al cuore,
la primula sbocciata
forse il primo amore
nascosto il primo bacio
labbra tutto ardore.

*

Il tempo mi educò al dolore
al gesto sacro del silenzio mentre
le insistenti correnti del reale
s’addensavano nella mano
rovesciata.
Né ebbi garanzie d’esistenza
per il mio corpo
se non dove si srotolava
la grazia casuale che ha
scelto la forma delle mani.
E continuo a ripetere
i miei momenti più lontani
l’infanzia, l’incosciente pubertà,
l’incertezza di sempre.

*

Appunti di viaggio

Quel cielo era sopravvivenza
dei caduti quando l’amore esitava
e dietro le nuvole appariva
il suo vólto, il profumo di terra
bagnata distante da me stesso.

Era dicembre coi suoi paradigmi
della solitudine e dell’amore.
Le serrande dei bar appena
alzate e la promessa di
un peccato nascosta dietro
i banconi.

Fu l’aria tagliente, annuncio
della tua voce a battere
il tempo, quello dei sogni,
addormentata la città
al male lasciato risorgere.

*

Terra d’esilio la parola del libro
la trama passata, staccata dal
suo fiore. Ostinato amore tornare
laggiù, i padri dicevano del tempo
inciso sulla pelle.Tu sei nelle pietre
cammino nel deserto dove cresce
la follia, il sangue ribelle avevano
le parole, violenza della luce che
non muore.

*

Io credo nei venti, nelle lunazioni
che orientano il passo, disgiunto
l’essere dalla sua essenza.

Da nord soffia forte sull’oceano
dilagando al cuore quella voce
che a stento ricordo.

Io credo ai vólti, a ciò che sussurra
l’incomunicabile, la stella ininterrotta
che non dà tregua se la luce
accede alla storia degli avi.

Da qui ti vedo ancòra, origine
del moto che spodesta il giorno
correndo alla fine, miraggio d’infinito
sottratto alla parola.

Domenico Setola

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Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024.

12 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Mattia Bettoni, Proiezioni ortogonali

 

Coro ammutolito (con tendenze cacofoniche)

1
Con le unghie raschio una ferita, fuoriesce del catrame, lurido nostro del
noi sottocutaneo
che cerco di scrollarmi di dosso. Scavassi più a fondo, grattassimo ancora
un po’ di carne,
troverei di nuovo il punto di avvio, ancora, ancora, ancora.
Togliamo ogni venatura un po’ criptica (ridendo) e dico di morti,
amicizie, colpe a capogiro
che ritornano rovistando tra le piaghe un’altra volta. Mi confondo
comunque
con voi, maglia di catena che congiunge
strade secondarie e campi inariditi
insegne pubblicitarie e lampioni senza luce
ronzio di fine mondo, suono che si scuce.

*

da ALTEZZE, ORTOGONALITÀ

 

Fribourg – Lugano – Torino

Se i ricordi sono incastrati tra i coni
nel baratro della pupilla,
so di esserci. Abitare quell’oscuro riflesso
di assenza tra milioni di corpuscoli
oblunghi e recettivi:
perenne presenza dello scisma
imprigionato tra sbarre anatomiche,
millimetriche.

*

 

A Adele

A volte una fame di niente può spezzare la fede.
Hai lasciato in noi il potenziale e multiforme ricordo
di un salto nel vuoto spiccato da un trampolino di lamiera,
il rovello dell’impatto in una piscina di catrame,
un rumore secolare di guscio che si
frantuma ai piedi di un centro commerciale.
Non sei scappata, hai deciso di tuffarti, olimpionica,
e il grido che non hai emesso vibra negli amici
lacerandone le viscere
e ricorda sempre che il sempre sfuma dalle mani
e sale al cielo fuggendo la vista.

*

 

et lux perpetua luceat eis
avresti voluto questo per noi
ma forse risplendere non è nelle mie corde
e se lo è stato nelle tue
il tuo cuore immobile, novaculite
sedimentaria, diventa osso rotto
divorato dal tempo.

Anche io di nuovo
avrei voluto incontrarti, credere
che tutto stia in nessun luogo
ma il luogo è proprio questo
e si contorce all’infinito su se stesso
mentre il cuore ancora non batte,
non segna ore e minuti,
per scelta ti abbandoni al cuscino
all’ultimo fiotto di sangue che
dalle mucose colora di rosso
l’istante della tua morte.

 

*

 

Se tutto è in qualche modo misurabile
deve esserlo anche questa morte:
pochi decimetri di diametro
settanta metri di profondità
tredici giorni di scavi
due anni di vita.
Quando la devozione cede
il buio non risuona
resta muto. Si rinnova
per qualche giorno l’incubo di Alfredino
e il baratro che ti ingoia a Totalán
è ancora udibile nei macchinari
che lentamente provvedono e piangono
la messa in sicurezza dei terreni.

 

*

da UNA CODA

 

Processi mitopoietici

In Corea, quando il sole sorge
dai monti Taebaek non somiglia
ad una sottospecie di divinità in fiamme.
Non è che se stesso depotenziato da
ogni possibile occidentalismo mitopoietico.

Nei campi di lavoro c’è chi, ancora incerto
di vederne l’arrivo, bacia i propri figli svegliandoli
dal sonno. Non tira un sospiro, inala l’aria
e la trattiene più che può nei polmoni,
per non disperderne il possibile valore di mercato.

In ogni caso, nelle scuole si studia la storia della famiglia
da sapere a memoria per il compito in classe
compresa di ideologie politiche e tradizioni. Ad ognuno
la sua mitologia: anche noi abbiamo avuto la nostra
mio nonno la studiò a scuola, nella bergamasca,
conobbe le leggi, la repressione che solo parzialmente cede
per ripresentarsi alla porta col suo ghigno politico.

 

*

 

da UN’ALTRA VOLTA

 

Un moto di sonno socchiude le palpebre
una voce preoccupata arresta in un istante
il battito feroce dei corpi, contrae muscoli
e articolazioni in mioclonie notturne.
È una delle tante istantanee possibili, un frame,
il cortocircuito di un tempo che non si realizza
il futuro in immagine che tuona, il garrito
di un tempo che si sfalda

e percuote antico dal passato. Ripetere
è allora la forma di espressione più frequente,
una proiezione ortogonale che invade
lo spazio del possibile reiterandosi un’altra volta ancora:
così eri, così sei, così siamo quando la mattina dopo
la luce ci sveglia nel desiderio di un abbraccio,
così siamo distanti da chi soffre
e a causa d’altri rinnova costantemente
lo iato che persiste tra città e macerie.

 

Mattia Bettoni, “Proiezioni ortogonali”, Arcipelago itaca, 2024. Postfazione di Massimo Gezzi.

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Papa Francesco, Lettera ai poeti

05 lunedì Mag 2025

Posted by Deborah Mega in CULTURA E SOCIETA', Uomini eccellenti

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Jorge Mario Bergoglio, Lettera ai poeti

 

Il testo della Lettera ai poeti di Papa Francesco, all’anagrafe Jorge Mario Bergoglio, è stato tratto da un suo discorso pronunciato il 27 maggio 2023 nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico ed è stato rielaborato dallo stesso Pontefice in occasione della pubblicazione del volume Versi a Dio, Antologia della poesia religiosa, curata da Davide Brullo, Antonio Spadaro, Nicola Crocetti ed edita da Crocetti. La Lettera rappresenta un vero e proprio manifesto spirituale che invita gli artisti, in particolare i poeti, a custodire e coltivare il dono dell’immaginazione e della creatività, strumenti atti a comprendere il mistero dell’esistenza dando voce alle inquietudini umane che ciascuno di noi ha sepolte in fondo al cuore. Arte e poesia diventano, nella riflessione di Papa Francesco, strumenti e testimonianza di fede e profezia, i grandi scrittori come Dante e Dostoevskij i modelli che aiutano a comprendere se stessi e il mondo che ci circonda. L’artista, dotato di occhio di vetro, vede in profondità non soltanto ciò che c’è ma soprattutto ciò che ci potrebbe essere perchè ancora in grado di sognare, protestare, profetizzare. Poveri noi se smettiamo di sognare, scrive Papa Francesco. L’arte oltre a esprimere la bellezza può manifestare anche la tragedia, le esperienze inquietanti per le quali non troviamo spiegazioni o parole adeguate: è anche il luogo dove si fa l’esperienza di Dio, “poeta” dell’umanità. Tale esperienza è definita “debordante”, come l’acqua che straripa da una vasca riempita fino all’orlo. Un passaggio particolarmente incisivo è quello in cui il Papa afferma di temere il processo di addomesticamento, perché sottrae l’ispirazione creativa e limita fortemente la forza profetica della parola poetica. La Lettera ai poeti oltre ad essere una profonda riflessione su arte, poesia, vita, ruolo dell’immaginazione nella spiritualità contemporanea, rappresenta anche un invito concreto alla trasformazione della società orientandone le scelte verso la bellezza, la fraternità universale, il rispetto della pluralità.

Cari poeti,

so che avete fame di significato, e per questo riflettete anche su come la fede interroga la vita. Questo “significato” non è riducibile a un concetto, no. È un significato totale che prende poesia, simbolo, sentimenti. Il vero significato non è quello del dizionario: quello è il significato della parola, e la parola è uno strumento di tutto quello che è dentro di noi. Ho amato molti poeti e scrittori nella mia vita, tra i quali ricordo soprattutto Dante, Dostoevskij e altri ancora. Devo anche ringraziare i miei studenti del Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe, con i quali ho condiviso le mie letture quando ero giovane e insegnavo letteratura. Le parole degli scrittori mi hanno aiutato a capire me stesso, il mondo, il mio popolo; ma anche ad approfondire il cuore umano, la mia personale vita di fede, e perfino il mio compito pastorale, anche ora in questo ministero. Dunque, la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove alla contemplazione e ti mette in cammino. La poesia è aperta, ti butta da un’altra parte. Alla luce di questa esperienza personale, oggi vorrei condividere con voi alcune considerazioni sull’importanza del vostro servizio. La prima vorrei esprimerla così: voi siete occhi che guardano e che sognano. Non soltanto guardare, ma anche sognare. Una persona che ha perso la capacità di sognare manca di poesia, e la vita senza poesia non funziona. Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che probabilmente non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo. Uno scrittore latinoamericano diceva che abbiamo due occhi: uno di carne e l’altro di vetro. Con quello di carne guardiamo ciò che vediamo, con quello di vetro guardiamo ciò che sogniamo. Poveri noi se smettiamo di sognare, poveri noi! L’artista è l’uomo che con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di vedere e capire le cose che sono sotto i nostri occhi. Infatti, la poesia non parla della realtà a partire da princìpi astratti, ma mettendosi in ascolto della realtà stessa: il lavoro, l’amore, la morte, e tutte le piccole grandi cose che riempiono la vita. Il vostro è — per citare Paul Claudel — un “occhio che ascolta”. L’arte è un antidoto contro la mentalità del calcolo e dell’uniformità; è una sfida al nostro immaginario, al nostro modo di vedere e capire le cose. E in questo senso lo stesso Vangelo è una sfida artistica. Essa possiede quella carica “rivoluzionaria”, che voi conoscete bene, ed esprimete grazie al vostro genio con una parola che protesta, chiama, grida. Anche la Chiesa ha bisogno della vostra genialità, perché ha bisogno di protestare, chiamare e gridare. Vorrei dire però una seconda cosa: voi siete anche la voce delle inquietudini umane. Tante volte le inquietudini sono sepolte nel fondo del cuore. Voi sapete bene che l’ispirazione artistica non è solo confortante, ma anche inquietante, perché presenta sia le realtà belle della vita sia quelle tragiche. L’arte è il terreno fertile nel quale si esprimono le “opposizioni polari” della realtà — come le chiamava Romano Guardini —, le quali richiedono sempre un linguaggio creativo e non rigido, capace di veicolare messaggi e visioni potenti. Per esempio, pensiamo a quando Dostoevskij nei Fratelli Karamazov racconta di un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino. Lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre. Questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda: parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali. Per citare soltanto un brano poetico che ci interpella. E non mi riferisco solamente alla critica sociale che c’è in quel brano. Parlo delle tensioni dell’anima, della complessità delle decisioni, della contraddittorietà dell’esistenza. Ci sono cose nella vita che, a volte, non riusciamo neanche a comprendere o per le quali non troviamo le parole adeguate: questo è il vostro terreno fertile, il vostro campo di azione. E questo è anche il luogo dove spesso si fa esperienza di Dio. Un’esperienza che è sempre “debordante”: tu non puoi prenderla, la senti e va oltre; è sempre debordante, l’esperienza di Dio, come una vasca dove cade l’acqua di continuo e, dopo un po’, si riempie e l’acqua straripa, deborda. È quello che vorrei chiedere oggi anche a voi: andare oltre i bordi chiusi e definiti, essere creativi, senza addomesticare le vostre inquietudini e quelle dell’umanità. Ho paura di questo processo di addomesticamento, perché toglie la creatività, toglie la poesia. Con la parola della poesia, raccogliere gli inquieti desideri che abitano il cuore dell’uomo, perché non si raffreddino e non si spengano. Questa opera permette allo Spirito di agire, di creare armonia dentro le tensioni e le contraddizioni della vita umana, di tenere acceso il fuoco delle passioni buone e di contribuire alla crescita della bellezza in tutte le sue forme, quella bellezza che si esprime proprio attraverso la ricchezza delle arti. Questo è il vostro lavoro di poeti: dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che l’essere umano vive, sente, sogna, soffre, creando armonia e bellezza. È un lavoro che può anche aiutarci a comprendere meglio Dio come grande “poeta” dell’umanità. Vi criticheranno? Va bene, portate il peso della critica, cercando anche di imparare dalla critica. Ma comunque non smettete di essere originali, creativi. Non perdete lo stupore di essere vivi. Dunque: occhi che sognano, voce delle inquietudini umane; e perciò voi avete anche una grande responsabilità. E qual è? È la terza cosa che vorrei dirvi: siete tra coloro che plasmano la nostra immaginazione. Il vostro lavoro ha una conseguenza sull’immaginazione spirituale delle persone del nostro tempo. E oggi abbiamo bisogno della genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti. Io pure sento, vi confesso, il bisogno di poeti capaci di gridare al mondo il messaggio evangelico, di farci vedere Gesù, farcelo toccare, farcelo sentire immediatamente vicino, consegnarcelo come realtà viva, e farci cogliere la bellezza della sua promessa. La vostra opera ci può aiutare a guarire la nostra immaginazione da tutto ciò che ne oscura il volto o, ancor peggio, da tutto ciò che vuole addomesticarlo. Addomesticare il volto di Cristo, mettendolo dentro una cornice e appendendolo al muro, significa distruggere la sua immagine. La sua promessa invece aiuta la nostra immaginazione: ci aiuta a immaginare in modo nuovo la nostra vita, la nostra storia e il nostro futuro. E qui torno a ricordare un altro capolavoro di Dostoevskij, piccolo ma che ha dentro tutte queste cose: le “Memorie dal sottosuolo”. Lì dentro c’è tutta la grandezza dell’umanità e tutti i dolori dell’umanità, tutte le miserie, insieme. Questa è la strada. Cari poeti, grazie per il vostro servizio. Continuate a sognare, a inquietarvi, a immaginare parole e visioni che ci aiutino a leggere il mistero della vita umana e orientino le nostre società verso la bellezza e la fraternità universale. Aiutateci ad aprire la nostra immaginazione perché essa superi gli angusti confini dell’io, e si apra alla realtà tutta intera, nella pluralità delle sue sfaccettature: così sarà disponibile ad aprirsi anche al mistero santo di Dio. Andate avanti, senza stancarvi, con creatività e coraggio! Vi benedico.

Francesco

 

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Anna Maria Scocozza ∗ Floriana Porta, “Siamo fatte di carta”/Arte, poesia e rinascita al femminile, Ventura Edizioni, 2024.

28 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in ARTI, POESIA

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Anna Maria Scocozza, Floriana Porta, Siamo fatte di carta

DI CARTA, INCONTRI E SGUARDI di Sara Durantini

Di fronte ad una nuova opera, che sia essa di natura artistica o letteraria, mi viene naturale, se non addirittura spontaneo, esprimere le emozioni provate durante la visione o la lettura, sottoporre al vaglio critico la mia stessa mente nel suo processo di analisi. Già all’inizio del Novecento Thomas S. Eliot rifletteva su questo tema nel suo saggio Tradition and the Individual Talent e mi accorgo che mi sovvengono le sue parole in seguito alla lettura dell’opera Siamo fatte di carta, scritta e realizzata da Floriana Porta e Anna Maria Scocozza. Potrei soffermarmi sul senso storico delle coautrici, «ciò che rende uno scrittore più acutamente consapevole della sua posizione nel tempo, della sua propria contemporaneità», citando T.S.Eliot. Invece, sento l’esigenza di spostare la lente d’ingrandimento sul legame di questo libro con la tradizione dei livres pauvres, inserendolo, per giustapposizione e confronto, tra altre opere del passato. Siamo fatte di carta ha la particolarità di porsi come un dialogo intimo tra la parola e l’immagine, un incontro tra poeta e artista. La sua semplicità materiale si contrappone alla ricchezza creativa, sfidando l’idea tradizionale di valore nell’arte. Forte del richiamo affettivo al genere dei livres pauvres, questo libro sembra volerci ricordare che l’arte non è definita dalla sua opulenza, ma dall’impronta unica dell’espressione umana, dalla connessione emotiva che evoca nell’osservatore, dalla valorizzazione della qualità artistica e umana al di sopra della quantità materiale.
L’immediatezza, la rapidità, la fulminea apparente frammentarietà della parola poetica di Porta condivide il baluginio emotivo, il palpito luminoso, la cesellatura che innesca una trama narrativa con le opere di Scocozza realizzate con la carta e con materiali riciclati. Questo tipo di lavoro risente del legame con la tradizione, iniziata da Daniel Leuwers, del “libro povero” quale opera d’arte che trascende i confini convenzionali dove è intensa la collaborazione tra poesia e immagine, tra parola scritta e arte visiva. La sinergia tra poeta e artista, che si esprime su un semplice foglio di carta, porta alla creazione di un’opera da esplorare.
Le due coautrici, Floriana Porta, nelle vesti di poeta, e Anna Maria Scocozza, in quelle di artista, intrecciano le loro voci creando un connubio creativo in cui parole e immagini si influenzano e si arricchiscono a vicenda. In questo processo emergono espressioni condivise che riflettono i loro sentimenti e il loro universo interiore, celebrando la forza della collaborazione artistica che sembra, in un qualche modo, ricordare il concetto oraziano «ut pictura poësis». Sfogliando e leggendo Siamo fatte di carta rintraccio quello che ha affermato l’artista francese Mylène Besson a proposito della sua arte e del significato che ruota attorno alla realizzazione di un’opera a quattro mani.

«Réaliser à quatre mains un livre d’artiste, c’est partager un espace avec un(e) ami(e), c’est désirer ensemble un objet commun, c’est donner et recevoir, c’est transformer l’espace de la page en lieu d’une intimité partagée».

«Creare un libro d’artista a quattro mani è condividere uno spazio con un amico, è desiderare insieme un oggetto comune, è dare e ricevere, è trasformare lo spazio della pagina in un luogo di intimità condivisa». Questo desiderio di condivisione e di trasformazione da privato a pubblico, questo bisogno di donare, si avverte e cresce in intensità con il procedere di ogni pagina. Il progetto di Porta e Scocozza prende le distanze dalla tradizione dei livres pauvres proprio a questo punto della sua storia quando il bisogno di condivisione esce dallo sguardo di pochi intimi per accogliere le mani e gli sguardi di un pubblico più ampio che può leggere e fare proprio il libro stesso. Come scrive Recalcati a proposito del bambino, che solamente «se si vede guardato dall’Altro, se si rivede nel volto dell’Altro, potrà autorizzarsi a guardare il volto del mondo», analogamente l’artista richiede di essere accolto dall’Altro, necessita dello sguardo altrui per costruire quel dialogo con l’Altro da sé. L’artista, come il bambino, ha bisogno di edificare un incontro, proprio come nell’amore. E dall’amore per l’arte e per la condivisione, dalla passione per la poesia e per la creazione con carta e materiali riciclati nasce Siamo fatte di carta, un progetto che sfida le convenzioni e celebra la creatività artistica come un’esperienza profondamente personale e significativa. Un progetto al quale auguro l’incontro con tanti sguardi e tante mani.

Anna Maria Scocozza nasce a Roma nel 1965 dove vive e lavora. Diplomata in Costume e Moda, ha frequentato, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, la Scuola libera del nudo e moltissimi corsi di specializzazione di pittura e decorazione. Come attività lavorativa ha condotto numerosi Laboratori/Workshop artistici-creativi e corsi di tecniche pittoriche presso musei, scuole e centri di aggregazione giovanile per adolescenti, adulti e bambini.
Negli ultimi anni la sua ricerca artistica si è focalizzata sulla realizzazione del suo “Guardaroba poetico” e precedentemente sull’acquarello e sui libri d’artista.
La sua è un’arte non solo estetica, ma anche etica, tenta di spingere lo spettatore a interrogarsi non soltanto verso tematiche sociali che riguardano soprattutto le donne vittime di violenza, ingiustizie, emarginazioni, razzismi, ma lo conduce via via, ad un’introspezione sia psicologica che spirituale, con uno sguardo fisso sulla realtà alla ricerca di risposte. Anche se forse, non c’è mai una giusta risposta, forse solo una giusta domanda. Costruisce le sue cartose opere “Indumenti poetici” con ciò che viene rifiutato, inutilizzato: vecchi libri riciclati, destrutturati e ricreati, talvolta filati, a formare una stoffa di carta che utilizza come metafora poetica, visioni da indossare per descrivere la realtà, anche quella più dolorosa; simboli visivi e archetipi umani che ci accompagnano nel nostro difficile viaggio terreno e spirituale. Strappi come cicatrici, che diventano feritoie da dove la luce ci illumina e custodisce, preparandoci per nuove fioriture. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Italia e all’estero e le sue opere si trovano presso Musei, Fondazioni e Collezioni italiane e straniere.

Il suo sito è http://www.annamariascocozzaartist.it

*

Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha avuto la necessità di scrivere, comporre, disegnare e fotografare. Si presenta con forme espressive di rara intensità e la sua opera – poetica e figurativa – si dispiega fra natura e bellezza, introspezione e sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile ermetico, il suo, lontano dalla retorica e dal sentimentalismo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. È esperta di poesia giapponese, in particolare di haiku, baishù e tanka. Si tratta di componimenti poetici che si caratterizzano per avere un forte collegamento di temi con l’ambiente naturale e che seguono regole metriche sillabiche molto ferree. Una poesia Zen molto riflessiva, di grande emotività, suggestione e incredibile brevità. Ha fatto parte per tanti anni della giuria del prestigioso Concorso Internazionale di Haiku di Cascina Macondo. Ha pubblicato numerosi libri, ebook e plaquette di poesia ed è presente in molte importanti antologie poetiche. Titoli delle sue principali pubblicazioni: Verso altri cieli (Edizioni REI, 2013), Quando sorride il mare (AG Book Publishing Editore, 2014), Dove si posa il bianco (Sillabe di Sale Editore, 2014), L’acqua non parla (Libreria
Editrice Urso, 2015) Fin dentro il mattino (Fondazione Mario Luzi Editore, 2014), La mia non è poesia (Aljon Editrice, 2017), I nomi delle cose (Edizioni L’Arca Felice, 2017), In un batter d’ali (AG Book Publishing Editore, 2018), Offro respiro ai versi (La Ruota Edizioni, 2018), Il Giappone in controluce (AG Book Publishing Editore,
2020) L’infinito è in me (AG Book Publishing Editore, 2021) e Oltre gli orizzonti (Blurb, 2022).
Hanno scritto della sua poesia numerosi critici ed esperti di poesia e letteratura: Antonio Spagnuolo, Lucio Zinna, Marco Furia, Gabriella Cinti, Pier Luigi Coda, Fortuna della Porta, Ilaria Guidantoni, Andrea Galgano, Alessandro Moscè, Luciano Somma, Rosa Elisa Giangoia, Giuseppe Conte, Camilla Ziglia e molti altri.

Il suo sito è http://florianaportablog.wordpress.com

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Versi trasversali: Teresa Valentina Caiati

21 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA, Versi trasversali

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poesia contemporanea, Teresa Valentina Caiati

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

TERESA VALENTINA CAIATI

 

Leggo ogni giorno i silenzi che mi invii,
annuso l’intenzione che ci metti
anche se evapora, cerco nell’aria
un segno, un distico elegiaco nel vento.
Sai, conosco la potenza
delle cose lontane, la metamorfosi
che non dà scampo e trasforma
i punti interrogativi in punti fermi.

 

Il giorno esatto del mese di Marzo,
alle idi le odi di odio risuonano.
Non si può ripartire dopo un addio,
mi spieghi le instrucciòn de seguridad
ti guardo e non capisco dove aggrapparmi
in caso di pressurizzazione, sprofondo.

 

Immaginare santi
per rispetto dei grandi,
andare in processione intorno al verso,
col cero che cola il moccolo nell’ipertesto
dei tuoi rimandi, dacché mi amavi
ad oggi, i pianti
e che ne sanno i grandi,
e che ne sanno i santi.

 

Del tuo nome so dire la prima lettera
la buca in cui metto i piedi quando piove
e il vuoto che mi assale tra gli schizzi
e il freddo di ottobre che non mi asciuga
e poi ancora, l’ostinazione a non aversi,
a sillabarsi
sguardi di commiato in sordina dai passanti
indifferenti
e poi tacere
anche nel verso delle parole che dici,
che non dici e scrivi
senza sottintendere niente
oltre la rondine non fa primavera.

 

Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.
È giallo ocra lo sfondo sul foglio
a pois come Yayoi Kusama la mia fantasia.
Ogni cosa ha un simbolo, un segno.
Di te conosco l’archetipo, la statua senza nome,
mono sguardo binoculare fisso perso nel vuoto
con la posa canonica degli invertebrati di mare
al primo sole di aprile.
Ti stereotipo senza auscultarti l’anima.

 

La paternità della mia assenza è tua,
l’hai fatta nascere tu
e ora mi chiedi il test del dna
come se non ricordassi
il giorno
in cui mi hai fecondata di infelicità.

 

Non c’è più un orizzonte
con la mano tesa a toccare
quello che immagino e dico
a tutti che è reale. Ora esiste
un confessionale spoglio
di acque benedette, una parola
audace che mi bagna la fronte
e il mento, quando bevo alla fonte
per le strade, schizzare forte,
ho scoperto, è il divertimento.

 

Testi di Teresa Valentina Caiati, tratti da “Togli le parentesi ( ), Eretica Editore, 2024.

 

Teresa Valentina Caiati è nata a Bari nel 1985. È musicista e artista versatile. Alcuni suoi testi editi e inediti sono comparsi online e su riviste specializzate. È docente di musica presso la scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato la raccolta poetica Frange di interferenza (Eretica edizioni, 2019).

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“Pasqua di Risurrezione” di Ada Negri

20 domenica Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

≈ 2 commenti

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Ada Negri, Pasqua di Resurrezione

La Redazione del blog LIMINA MUNDI augura a tutti gli amici lettori di vivere pienamente e serenamente la Pasqua, festa di rinascita, speranza e rinnovamento.

Io canto la canzon di primavera,
andando come libera gitana,
in patria terra ed in terra lontana,
con ciuffi d’erba ne la treccia nera.

E con un ramo di mandorlo in fiore
a le finestre batto e dico: Aprite,
Cristo è risorto e germinan le vite
nove e ritorna con l’April l’amore!

Amatevi fra voi, pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon su la terra,
uomini della penna e de la guerra
uomini de le vanghe e dei martelli.

Schiudete i cuori: in essi erompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza;
io passo e canto che vita è bellezza,
passa e canta con me la primavera.

 

Ada Negri

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Alessandro Pagani, “I Punkinari”, Neptunarus Editore, 2024.

14 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in INTERAZIONI

≈ 1 Commento

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Alessandro Pagani, I Punkinari

Il calcio è la cosa più importante
delle cose meno importanti
*
Arrigo Sacchi
*

I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca, dà il via alla nuova collana Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus.Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare?

Giochiamo lo stesso.

Progetto grafico e impaginazione:
Laura Venturi
In copertina:
Massimiliano Zatini, I Punkinari, 2024
Testi:
Alessandro Pagani
Illlustrazioni:
Massimiliano Zatini
Matteo Cialdella

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“Versi di una nota sola/Per un itinerario musicale” di Miriam Sartori

07 lunedì Apr 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Miriam Sartori

Immagine creata con AI

 

Versi di una nota sola
Per un itinerario musicale

I.

La mattina è per la composizione.

Di un sogno, di un’idea
di un affacciarsi
sul davanzale del tempo,
nell’ultimo minuto di buio.
Aspettiamo che il sangue
ci risuoni nelle vene
e insieme lo aiutiamo
intonandoci
sul medesimo accordo.
Sciolgo le dita,
il giorno entra dai vetri.
Le formiche di note in cadenza
sulla nostra pelle spiegazzata.
Quartine di schiocchi,
arpeggi di baci.
Il rigo non fa che allungarsi
e il nostro minuetto, muta in sinfonia.

 

II.

Si cammina sulle strade dei giorni.

E il ritmare dei nostri passi
come massi in caduta
da collina che frana,
scandisce le ore
mentre crollano, disperse

Irregolari e imperfette
sempre scenderanno
ma la Valle, accogliendole tutte
sarà barra doppia
dopo monti di note.

 

III.

Questa poesia non vuole

indicare, definire
o esprimere.
Non vuole essere niente
che già non sia,
ma sola restare
nel vuoto creatore dell’essenza.
Versi come pause
nella timida espirazione,
se la bacchetta fulmina:
ultima vibrazione.

Questa poesia vuole
essere incisa
nel silenzio.

 

IV.

Ora
possiamo appena ascoltare
questo schiodare di stelle
dal cielo
questo continuo sgusciare
dal canto,
delle nostre fiamme
il fremito incanto.

R-accolto ogni pezzo di strofa
tutta la musica che resta
conchiusa
in una sola nota

 

Testi inediti di Miriam Sartori

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Martino Bosco, “Stati della materia”, Fallone Editore, 2024.

31 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in POESIA

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Martino Bosco, Stati della materia

 

Laboratorio 1

Labirinto saturo di coagulate fanciulle
ibrido divoratore di polvere
di rasa deriva
di vuoto cilindro
trafitto di memoria divelta, felice:
edematosa resa.
Abbandono i suoi occhi trafugati
nell’oscuro azoto
sopiti da sterili tabulazioni.
Molle fondale di prole,
seviziate mani di embrioni eleganti
proliferano sulla tavola
sporca di brevi vagiti.

Ma l’occhio ramifica le sue tracce pallide;
dibatte nel fango la sua dorata coda
offerta all’allusione
di un pasto di nervi troncati.

Intravede poi il cavo dell’organo rimosso,
mirabile tappeto bolloso di pasti sottili,
l’introito di un ventre d’ali,
i capelli di rame sulla maniglia lucida e muta
e, oltre l’angolo morbido, un mistero trafitto di ombre
docili come avanzi di letizia.
Appena rimastica il mondo e rode
la cuspide lemure della protesi d’anima,
torpida di aghi di ruggine e autunno;
scivola svogliata sulle scale
laccate di sospetto e piscio,
la noia vellutata a colargli dalla vernice
seccata sulle ginocchia crostose.

Camera sterile è necessità crudele
traslucida assenza sedimentata
su code vellutate come dita.

Questo è ambliopia:
versi strani
così pare la forma.
Di contro canti ferrati
biancheggiano d’occhi saturi
da mutila terra dilavati.
Carcerati:
su cinghie su corpi alogenati
ripiega un arto caduco
fertile di vermi.

 

La chambre verte

Ciondolante ascaride sui misteri di scale
corda che canta un collo sospetto:
spirano sul muro avidi miceli cavi:
le sue fusate mani raschiano dal ventre
il dorato seme caduco.
Si attardava nell’abbagliante cripta
il seguito ferale di giochi infetti.

 

Per l’antico oro sparge
cure opache di denti caduchi
là dove, marchiati
prosperano i suoi corpi setosi
che previdente affisse
su gravide glottidi
rosse di canti nudi.

 

Laboratorio 3

Lasciala crescere rigogliosa,
discostane le spire opache,
accarezzane la pelle crepitante,
ammirane i bianchi scolici ingemmati,
l’assenza vertiginosa di occhi,
il limpido meccanismo della sua fame pura.

Artefice sedizioso e giallo
di un inferno di erosive stille,
per tumefatte distese d’erba avida
trascina amelico sui petali afflitti
degli ultimi fiori nemici
la sua anima stinta.

Sulle mie mani scorrono
piccoli orrori feriti:
li accolgo con dolcezza,
li venero cauto,
ne esamino i colori spenti
sotto pinze, lame e vetro.
Loro mi ricambiano
con un segreto breve e desolato.

 

Martino Bosco, Stati della materia, Fallone Editore, 2024.

 

L’AUTORE

Martino Bosco (Torino, 1967) è medico e ha collaborato a ricerca e sviluppo di applicativi di AI per la diagnostica in patologia. Ha esposto in alcune collettive opere in cui viene analizzato il rapporto tra casualità, psicologia archetipica e produzione artistica attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Ha esordito nel 2023 per Fallone Editore con la raccolta di racconti Il pasto del dio.
Stati della materia è la sua prima opera poetica.

 

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Considerazioni a margine di “Amén” di Sergio Daniele Donati, Il Leggio, 2024. Recensione di Ester Guglielmino.

24 lunedì Mar 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Tag

Amén, Ester Guglielmino, Sergio Daniele Donati

 

“Parlai di inciampo e balbuzie
molto prima che il cuore
s’infiammasse dell’inutilità
della parola.

Per la prima volta –
conobbi allora
quanto è spaventevole
il silenzio che precede ogni creazione.”

Inizia con queste parole Amén, l’ultima silloge di Sergio Daniele Donati, parlandoci di inciampi e balbuzie, dell’inutilità della parola come arma che taglia di netto le ingiustizie della vita, del silenzio come spaventosa partenogenesi di tutto ciò che un uomo può arrivare a dire. E, da cultori della parola, come non concordare fin da subito col poeta? Con questo suo ossimoro ragionato che scopre a priori le carte in gioco, lasciandoci scevri d’ogni certezza, se non di quella che alligna nella consapevolezza della nostra imperfezione? Quella stessa imperfezione che ci fa anelare, nel contempo e per tutto il nostro tempo, alla perfettibilità dell’essere, dell’esistere, del progettare.
È il silenzio la condizione del nostro venire al mondo, e pure del lasciarlo; quel silenzio che ci trova soli, intenti a misurare l’ampiezza delle nostre ferite e la misura del passo che possiamo compiere nel tentativo di colmarle. Parimenti, in una prospettiva sovra-individuale, il silenzio si attesta all’origine (e alla fine) d’ogni altra creazione. E grida, primordiale, grida tutto ciò che non riusciamo compiutamente a percepire; è la voce del mondo che esiste e che si regola a dispetto della nostra partecipazione. Ci sarà stato un deflagrare di galassie, un riversarsi di acque che esondavano la misura dell’umano, un avvicendarsi di esseri pronti a mettere in gioco la sopravvivenza della propria specie. Eppure tutto ciò è avvenuto nell’assoluto silenzio del linguaggio umano. E tutto ciò, probabilmente, marcherà la fine d’ogni passaggio che, sulla Terra, possa ancora compiere l’uomo. È nel silenzio, insomma, che rimbalza l’eco della nostra natura minuscola e accessoria.
Eppure, è proprio questo mistero non verbale, insito in ogni atto di creazione e conclusione, che l’uomo cerca da sempre di colmare con la narrazione. Si stima che il linguaggio sia apparso sulla Terra circa due milioni di anni fa con l’homo habilis, come strumento di difesa e aggregazione, e che poi, trentamila anni or sono, con l’homo sapiens sapiens sia finalmente diventato strumento di trasmissione di esperienze, di scambio di elementi simbolici, di sviluppo di capacità astrattive. Il linguaggio è, quindi, professione dell’arcano del mondo; tentativo di raccontare agli altri la propria idea di creazione; atto di auto-conservazione dinnanzi all’inadeguatezza d’ogni spiegazione; è risposta umana all’ignoto che ci trascende e fa paura. Ed è in questo perenne esercizio di scelta per esprimere l’inesprimibile che matura, nella storia, l’arte della parola: “[…] datemi un machete/ e vi mostrerò le tracce dell’Antico/ tra liane e sterpaglie./ Sarà lui la vostra guida.”.
Sopravvivenza al dolore, alla paura, alla noia, al tempo, al proprio trascorrere per poi non più esistere. La parola perpetua il passaggio. È il testimone, il filo rosso che si dipana dall’antico al contemporaneo al futuro. Una storia che si arricchisce di molteplici voci, che diventa – di necessità – un coro: “[…] Mi chiedi da dove io venga?/ Vengo da una crepa di una storia antica,/ vengo con mani impolverate/ e ginocchia sbucciate/ a pregare il mondo/di venerare le stelle/ che io ho dovuto dimenticare.”; perché è in questa trasmissione che si compie lo scarto verso l’alto, il salto che permette di diventare eterni; la vertigine che svetta nell’altezza: “Gli alberi si baciano in alto,/ troppo pudichi per mostrare/ al mondo l’intreccio/delle loro radici.”
È lungo questa strada che la nostra voce diventa risonanza sempiterna dell’umano, richiamo che non muore ma che si rinnova di senso al passaggio dei secoli e delle generazioni, perché: “Finiamo coll’ospitare/ nelle rughe delle mani/ parole altrui – malsane -/ per non dirci capaci/ del volo che c’appartiene. […]”.
Se il silenzio è il tutto da cui proveniamo e verso cui torniamo, la parola è anche scelta
precipua; è affermazione limpida di pensiero; è conferma dell’esistere e della volontà di creare una catena che renda l’uomo meno solo, che renda l’umano meno provvisorio. Che si confidi o meno nell’arbitrarietà del significante a dispetto di ogni intrinseco significato, è indubbio che la parola implica sempre un atto di elezione e di riferimento all’altro: è esclusione di tutte le altre parole e, al contempo, individuazione di una sola variabile possibile con, implicite, tutte le sue antiche risonanze. Non solo, anche il silenzio che la precede o la segue è atto di scelta, in qualità di gestazione o sospensione. Se si riesce a dare il giusto peso al silenzio che circonfonde la parola e che con essa costituisce un’unità indissolubile, si riesce a ridare la giusta importanza al pensiero che la rappresenta e, soprattutto, al dialogo sotteso che essa stessa implica.
La parola come diaframma – insomma – che collega il nostro corpo con l’esterno; come
seconda pelle che vive di contatto, sedimentazione, trasformazione e dono. E questo principio è tanto più valido per la parola poetica che, per definizione, vuole essere senso scelto, distillato, vibrante nell’altro, continuum che perpetua la memoria.
C’è una bellissima sezione di Amén dedicata ai dialoghi coi grandi poeti del passato, ma anche con alcuni dei più rappresentativi contemporanei. Questa sezione ci ricorda quanto la comunità poetica dovrebbe essere luogo di confronto e di scambio, perché non c’è nulla che non sia stato detto in letteratura, tutto viene solo recuperato e restituito con parole nuove, aggiungendo la propria traccia a quella dei poeti che ci hanno preceduto. Peccato – sembra dire, tra le righe, il nostro – che questo senso di comunità venga oggi ad affievolirsi sempre di più, nella misura in cui ci lasciamo sedurre dalla deriva individualistica dei tempi, nella misura in cui stiamo attenti non “a cosa si dica” ma solo al fatto che “lo si dica” e che “nel dirlo” si sia ammirati, seguiti, riconosciuti. In Donati c’è, invece, la consapevolezza onesta che non si è nulla senza un passato e un presente e un’anima altra con cui dialogare nel tempo.
Quella di Donati è una parola poetica misurata ed elegante; dietro vi si scorgono risonanze storiche – e metafisiche – a lungo ponderate, fatte proprie, lasciate andare sulla pagina come essenza personale e viva. Non c’è mai artificio nelle sue volute filosofiche e letterarie, perché sono acquisto maturo e consapevole, bagaglio di lungo corso, pronto a mettersi a disposizione di chi legge o ascolta. È una parola che non indulge mai a facili giochi di prestigio, ma che acquista la sua potenza nelle risonanze di senso che riesce a costruire.
Anche la sintassi è sempre limpida e chiara, riflesso di un pensiero già presente e consapevole nella mente di chi scrive. D’altronde è solo per questa via che la parola può diventare baluardo della fragilità contro la violenza del mondo. Nella compostezza di un frutto già raccolto, assaporato e custodito. C’è un senso delle cose già sviscerato e dato per acquisito, così come lo è quella zona d’ombra che si ammanta di mistero, un mistero accolto e mai violato come bagaglio eterno da cui trarre fuori la propria – e altrui – poesia.

 

Modica, 22 febbraio 2025 Ester Guglielmino

 

Nota bio-bibliografica dell’autore

Sergio Daniele Donati (Milano, 1966) è un avvocato milanese che si occupa di diritto commerciale e tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.
Ha pubblicato per Divergenze edizioni il romanzo Tutto tranne l’amore (2023).
Sue poesie sono state inserite nella antologia poetica collettiva curata da Roberto Addeo Pasti caldi, giù all’ospizio – Antologia degli opposti (Transeuropa ed., 2023).
Ha pubblicato per Ensamble edizioni la silloge Il canto della Moabita (2021).
Ha pubblicato per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il libro E mi coprii i volti al soffio del Silenzio (2018).
È fondatore, caporedattore e curatore della pagina letteraria Le parole di Fedro, dove
propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo.
Altre sue poesie sono state pubblicate più volte su vari litblog, su riviste cartacee e online e su quotidiani nazionali.

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