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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: maria allo

Un bagliore riluce nell’universo di Kafka

18 martedì Nov 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA

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Tag

Franz Kafka, Maria Allo, Primo Levi, Tommaso Landolfi

“Si viaggia per meandri bui, per vie tortuose

 che non conducono mai dove ti aspetteresti”

Primo Levi

Ogni epoca ha coltivato le sue paure, come semi destinati a germogliare nel terreno instabile delle civiltà che la attraversano. Dall’assedio di guerre e carestie agli incubi medievali di pestilenze e dannazione eterna, fino all’agghiacciante vuoto dell’era moderna, l’umanità si è sempre trovata a danzare sull’orlo dell’angoscia. E se oggi il tormento non fosse più legato alla sopravvivenza fisica, ma piuttosto all’inutile rincorsa di un senso?

Kafka, cronista impietoso del disagio esistenziale, ci trascina nei margini oscuri delle nostre paure: mutarci in creature disumane, perderci nelle maglie di un arresto senza causa, o svuotare di significato ogni gerarchia sociale che ci circonda. A cento anni dalla morte di Franz Kafka, la voce visionaria che ha trasformato l’angoscia in poesia e l’assurdo in un implacabile specchio dell’esistenza umana continua a inquietare e affascinare. Spesso definito il “cronista dell’assurdo” o il “poeta del moderno incubo”, Kafka rimane un enigma letterario di rara intensità. I suoi testi, solcati da un’alchimia di potere e umiliazione, vibrano ancora oggi come un grido oscuro che risale dai recessi più profondi dell’anima. L’intreccio complesso tra potere e condizione umana ha affascinato studiosi e critici per generazioni, dando vita a un fervido dibattito che continua a crescere. Tra le voci più brillanti spicca Elias Canetti, capace di esplorare con acume le profondità delle dinamiche di sottomissione e umiliazione, rivelando le oscure trame che legano l’individuo al dominio. Attraverso una lettura che intreccia riflessione filosofica e osservazione psicologica, Canetti mette in luce l’intreccio di forza e fragilità che permea i personaggi kafkiani, piegati sotto il peso di autorità opprimenti e gerarchie inscalfibili. Questa analisi puntuale non solo offre un’interpretazione profonda dell’opera di Kafka, ma rispecchia altresì i meccanismi universali che definiscono le dinamiche del potere nella società moderna, poteri invisibili e inaccessibili. Nel racconto La Metamorfosi, la famiglia si configura come l’ambiente centrale in cui si manifesta questo dominio oppressivo, dando vita a un autentico trionfo del disamore. La metamorfosi del protagonista Gregor in insetto rappresenta sia una conseguenza, chiaramente metaforica, di quel profondo senso di inferiorità provato come figlio, sia una via di fuga, per quanto paradossale possa sembrare, dall’autorità esercitata su di lui. Da questa prospettiva, emergono con particolare rilievo i momenti del romanzo in cui il coleottero Gregor tenta, almeno in modo simbolico, di resistere al potere coercitivo esercitato dalla famiglia. Un esempio significativo si trova nel brano Un amore di carta, dove Gregor cerca di proteggere il ritratto fotografico di una diva, appeso alla parete della sua stanza, dall’azione metodica della sorella e della madre. “E ora cosa prendiamo?” disse Grete guardandosi intorno; e il suo sguardo incontrò quello di Gregorio sulla parete. Se conservò il sangue freddo, fu per la mamma. Tremando tutta, e cercando di coprire con la testa la vista del muro, disse alla donna: “Vieni, forse è meglio che torniamo un momento in sala”. Gregorio capì che Grete voleva mettere al sicuro la mamma per poi cacciarlo dal muro. Ci si provasse! Lui non si sarebbe mosso dal suo quadro: piuttosto le sarebbe saltato in faccia”. Un aspetto rilevante di questo processo è che, all’interno della famiglia, nessuno conversa più con Gregor, e ciò è avvenuto precisamente da quando ha perso la capacità di esprimersi verbalmente. Come spesso accade, anche nei contesti più articolati dell’ordine sociale, le dinamiche di esclusione si manifestano attraverso il silenzio e l’indifferenza, trasformati in comportamenti sistematici e pratiche percepite come normali. Elias Canetti, nei suoi studi e nei suoi scritti su Kafka, evidenzia come la metamorfosi non rappresenti soltanto un processo simbolico o psicologico, ma sia profondamente connessa al corpo che ne è coinvolto. Nel testo L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice* (1968), Canetti mette in luce come, nella Metamorfosi di Kafka, l’umiliazione, il dolore e l’isolamento del protagonista trovino espressione diretta nel suo corpo. Fin dall’inizio della narrazione, il corpo diventa il fulcro concreto e opprimente della trasformazione. Di conseguenza, il figlio si ritrova inevitabilmente sottomesso a un processo di mortificazione, mentre l’intera famiglia appare attivamente coinvolta nel sostenerlo. L’umiliazione, inizialmente inflitta con una certa esitazione, si intensifica man mano che le circostanze la favoriscono. Gradualmente, tutti i membri della famiglia, quasi senza difese e contro la loro volontà, finiscono per parteciparvi. Il gesto iniziale viene ripetuto ancora e ancora: è infatti attraverso l’agire della sua famiglia che Gregor Samsa, il figlio, subisce pienamente e in modo irreversibile la trasformazione in insetto. All’interno del contesto sociale in cui vive, tale metamorfosi lo condanna ulteriormente a diventare un parassita.

Nel breve testo di Tommaso Landolfi [1]intitolato Il babbo di Kafka, contenuto nella raccolta La spada, sembra manifestarsi il meccanismo psicologico che probabilmente ha ispirato il racconto kafkiano, ossia il complesso e tormentato rapporto con la figura paterna. Tuttavia, in questo caso, il testo dell’autore boemo subisce un ribaltamento. Se nell’opera originale il mostro rappresentava una sorta di proiezione di Kafka, schiacciato dal peso del legame conflittuale con il padre, qui è invece il padre stesso a incarnare quella figura mostruosa. Il padre-mostro viene descritto con un’espressione disgustata, tipica dei momenti in cui si abbandonava a esasperanti rimproveri diretti verso il figlio. Nemmeno l’uccisione finale del terrificante ragno riuscirà a risolvere definitivamente la situazione: Kafka credeva di essersene liberato, ma era solo un’illusione; gli restavano ancora molti altri ragni da affrontare. L’orrore evocato dalla figura del mostro, inspiegabile nella narrazione kafkiana, in questa versione appare illuminato sotto una luce sinistra, amplificata da un ulteriore senso di raccapriccio e profonda inquietudine. Tra i romanzi di Kafka, Il Processo[2] è senz’altro quello che ha meglio contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di un’esistenza impregnata di mistero e oppressione, definita comunemente come “kafkiana”. Sin dalle prime pagine, l’opera mette in contrasto due dimensioni dell’esperienza umana che risultano inconciliabili: da una parte, la vita quotidiana ordinaria, dove Joseph K. si presenta come un rispettabile funzionario di banca immerso in un contesto regolato da razionalità e norme giuridiche; dall’altra, l’enigmatico e inquietante universo del tribunale, governato da una logica punitiva arbitraria e implacabile. Il protagonista si ritrova intrappolato in una spirale di disperazione, costretto a cercare di difendere la propria innocenza con la logica, pur sapendo che non potrà mai provarla. L’accusa che lo schiaccia non riguarda un crimine commesso, bensì il fatto di non conoscere la legge e di non riconoscere l’autorità del tribunale che la incarna. È un’accusa tanto sfuggente quanto implacabile, che lo conduce inesorabilmente al tragico epilogo: la sua esecuzione. Nel capitolo IX “Nel duomo” [3]

il sacerdote legato al tribunale racconta a K. una parabola di tono biblico, ormai divenuta celebre, che riporto di seguito: «Non illuderti, – disse il sacerdote. «In che cosa dovrei illudermi?» chiese K. -Ti illudi sul tribunale», disse il sacerdote, «negli Scritti che preludono alla Legge, di questa illusione si dice così: Davanti alla porta della Legge c’è un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede di poter entrare nella legge. Il portiere però gli dice che ora non può permettergli di entrare. L’uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. “Può darsi”, dice il guardiano, “ora però no”. Siccome la porta che dà accesso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si sposta da un lato, l’uomo si curva per guardare, attraverso la porta, all’interno. Quando il guardiano se ne accorge, ride e dice: “Se ti attira tanto, cerca pure di entrare malgrado il mio divieto. Sta’ attento però: io sono potente… Alla fine la sua vista si indebolisce e non sa se davvero intorno a lui si sta facendo più buio o se sono solo i suoi occhi che lo ingannano. Nel buio però ora distingue un bagliore che riluce ininterrotto attraverso la porta della Legge. Non gli resta più molto da vivere. Prima della morte tutte le esperienze di tutto quel tempo gli si riassumono nella testa in una domanda, che ancora non ha fatto al guardiano. Gli fa un cenno, perché non può più sollevare il suo corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano deve chinarsi profondamente fino a lui, perché la differenza di statura è molto cambiata a sfavore dell’uomo. “Cosa vuoi sapere ancora”, chiede il guardiano, “sei insaziabile”. “Tutti desiderano la legge”, dice l’uomo, “come mai allora in tanti anni nessuno tranne me ha chiesto di entrare?” Il guardiano si rende conto che l’uomo ormai è alla fine, e per raggiungere ancora il suo udito che sta svanendo gli grida: “Da qui non poteva essere ammesso nessun altro, perché questo ingresso era riservato solo a te. Ora vado e lo chiudo”».

Nel cuore di ogni uomo si nasconde una porta, una soglia che conduce alla verità, alla legge, a ciò che ognuno cerca e teme. La narrazione del sacerdote è un labirinto di simboli, un enigma avvolto nell’ombra, ma nel suo centro pulsa una riflessione antica e sempre attuale: l’illusione del controllo e il mistero dell’accesso al sapere. L’uomo, con la sua domanda impaziente, si pone davanti alla porta come un peregrino smarrito; la Legge, inespugnabile e sublime, resta lì, silenziosa e distante. E il guardiano? Lui è il custode ambiguo, al contempo ostacolo e guida, che lascia intravedere ma non attraversare. Non è forse questa la metafora della vita? Un incessante tentativo di afferrare qualcosa che sembra sempre sfuggire, nonostante sia lì, davanti a noi? E quel “bagliore ininterrotto” che illumina attraverso il buio? Ci provoca, ci infiamma l’anima: è speranza o scherno? È forse il senso stesso del cammino umano? Ogni passo verso la conoscenza intreccia desiderio e frustrazione, una battaglia tra i limiti che ci contengono e la volontà di superarli. Nel finale, amaro nel testo, si svela l’ultima beffa: quella porta era unica, esclusiva per quell’uomo, riservata a un momento irripetibile che mai fu colto. Come un segreto profondo che si schiude solo nel barlume dell’ultimo respiro. Il guardiano chiude la porta e va oltre, portando con sé una verità che forse non aveva mai avuto voce. Ogni lettore è come quell’uomo di campagna. Ci avviciniamo alle nostre porte personali con dubbi, paura e coraggio al tempo stesso. Ma se c’è un messaggio nascosto in questa parabola inquietante, forse è che non basta desiderare l’accesso: bisogna chiederlo davvero. O forse non chiederlo affatto e semplicemente osare attraversare. Tre elementi fondamentali delineano la complessità del testo: la Legge che emana un bagliore perpetuo oltre la soglia, quasi mistico nella sua intangibilità; l’uomo della campagna, che ingenuamente immagina la Legge come qualcosa di universale e sempre accessibile; e il guardiano, figura paradossale che incarna l’ambiguità—negando l’accesso con decisione, per poi rivelare che quella porta era unica e dedicata esclusivamente all’uomo stesso. Questa combinazione di contrasti e paradossi lascia spazio a una riflessione disorientante e penetrante: la Legge appare eterna e onnipresente, ma inaccessibile; il contadino rappresenta l’inesauribile desiderio di ottenere ciò che si percepisce come diritto naturale; il guardiano diventa simbolo enigmatico di un potere oscuro, crudele, e forse insensato. [4]Il significato ultimo rimane elusivo, sfuggendo a qualsiasi interpretazione definitiva. Kafka, con il suo genio provocatorio, sembra costruire una macchina narrativa che intrappola il lettore in cerchi di dubbi. Chi è il guardiano? È davvero una figura esterna o rappresenta piuttosto il nostro personale sabotatore, quella voce interiore che ci blocca davanti a opportunità uniche, ricordandoci brutalmente il peso dell’incertezza? La scena si trasforma così in uno specchio di esistenza in cui il fallimento di comprendere pienamente non è un errore, ma un’essenza stessa della condizione umana. La lettura de Il Processo, un libro intriso di malinconia e poesia, lascia un segno indelebile: si diventa più tristi, ma anche più consapevoli. Così è, sembra suggerire il racconto, questo è il destino umano; si può essere accusati e puniti per una colpa mai commessa, una colpa sconosciuta che il “tribunale” non rivelerà mai. Eppure, di questa colpa si può provare vergogna, portandola con sé fino alla morte, e forse persino oltre. Tradurre, tuttavia, è qualcosa di più che leggere: uscire da questa traduzione è stato come uscire da una malattia. Così scrive Primo Levi nella nota del traduttore.La tragedia che emerge dai grandi testi di Kafka[5] è il riflesso di un’umanità che si trova imprigionata tra le mura invisibili di un senso che si è sgretolato, lasciando solo frammenti sparsi di razionalità. Ma ciò che rende questa tragedia tanto universale e potente non è solo la scoperta dell’assurdo: è l’irriducibile ostinazione degli esseri umani nel cercare un significato anche dove non esiste. È come aggrapparsi a una corda sospesa su un abisso, pur sapendo che sotto non c’è alcuna rete a salvarci, né alcuna promessa di salvezza. Il senso dell’esistenza è una luce fioca all’orizzonte: intangibile, inafferrabile. Una verità che non può essere svelata, ma che ci condanna inevitabilmente a inseguirla senza tregua. [6]Gli eroi kafkiani si trasformano così in specchi deformanti della nostra stessa condizione: vogliono comprendere, vogliono un perché, ma ottengono solo silenzi o risposte enigmatiche che scavano ulteriormente nella loro angoscia. In questo persistente desiderio di dare ordine al caos si nasconde, paradossalmente, l’elemento più profondamente umano: l’incapacità di accettare il vuoto, la disperazione che si fa spinta vitale. Forse è proprio qui la provocazione più alta della tragedia kafkiana. Non sta solo nella resa all’assurdo, ma nella consapevolezza che è la nostra continua ricerca del senso a creare un conflitto inesauribile. Se smettessimo di interrogarci, se accettassimo il nulla senza opporci, finiremmo forse per liberarci? Oppure, al contrario, cadremmo in uno stato più tremendo, quello dell’apatia totale? Kafka non ci offre risposte definitive; lascia a ognuno di noi il compito di convivere con queste domande aperte. E in fondo, non è forse questo stesso enigma a essere il motore della nostra esistenza?

Maria Allo


[1] Giorgio Luti/ I diversi piani della poetica di Landolfi, (in Letteratura italiana del ‘900, Vol.VI Marzorati, Milano 1979) p.496

[2] Scrittori tradotti da Scrittori Vol.1, IL PROCESSO di Frank Kafka nella traduzione di Primo Levi

[3] Scrittori tradotti da Scrittori Vol.1, IL PROCESSO di Frank Kafka nella traduzione di Primo Levi, Cap. IX pp.233-234

[4] P. Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987

[5] Franz Kafka , il suo tempo , la sua opera , Mondadori, Scrittori del Novecento

[6] G. Baioni, Kafka, Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1972.

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Una lettura di Cristina Bove

28 martedì Ott 2025

Posted by maria allo in La società, Podcast, POESIA

≈ 3 commenti

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Cristina Bove legge una sua poesia

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Maria Allo legge una poesia di Isabella Leardini

16 giovedì Ott 2025

Posted by maria allo in Podcast, POESIA

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Maria Allo legge una poesia dalla raccolta “Maniere Nere” di Isabella Leardini, Lo Specchio, Mondadori, settembre 2025

https://isabellaleardini.com

Morti prima di morire
sono i bambini che si arrampicano allegri
troppo leggeri sull’albero dell’aria.

Lasciano cadere le braccia
appesi ai rami non sentono il peso
non ricordano di averlo mai sentito.

Conoscono solo una stretta sottile
qualche volta dietro la nuca
altre al centro della pancia vuota.

Non si sa dove sarebbero fioriti
questi appigli a cui si devono aggrappare.

Ridono i rami dei bambini
quando sentono ridere le case
e correre gli altri per le strade.

Anche loro si sentono sospesi
a un ramo che rimane sempre acceso
una giostra da cui non si scende.

Ridono le risate degli altri
e sentono nell’aria come scosse
il solletico elettrico della vita.

Si arrabbiano se si guardano meglio
si annoiano a sapere cosa sono
e stanno appesi, offesi come frutti.

Image AI generated

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“Fermagenesi” di Isabella Bignozzi

25 giovedì Set 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura, POESIA

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Anterem edizioni, 2025

 (opera vincitrice della sezione prosa artistica del Premio Lorenzo Montano 2025)

“L’altro sguardo” di Isabella Bignozzi

Nota di lettura di Maria Allo

Leggere Fermagenesi significa attraversare la soglia di una dimensione intima e raffinata, dove le parole di Isabella Bignozzi si fondono in un tessuto pulsante, intriso di luce e significato. Nell’opera prendono forma fermenti cromatici e mistici che generano un dialogo profondo tra il mondo dei colori e quello della spiritualità. L’autrice invita il lettore a esplorare le emozioni più autentiche, aprendo uno spiraglio su un angolo sacro e prezioso della propria anima. È un’esperienza che nutre lo spirito, stimola la riflessione e instaura una connessione autentica tra lettore e scrittore. La scrittura assume qui il ruolo di strumento d’introspezione, un viaggio nei recessi del proprio sé che porta ad osservare e affrontare coraggiosamente i lati più oscuri dell’esistenza. In questo percorso, si abbandonano posture desideranti e fertili di immaginazione – quella che, seguendo le parole di Simone Weil, tende a chiudere ogni via alla grazia – per raggiungere una parola meno razionale ma profondamente viscerale e visionaria.  L’aspetto peculiare dell’opera si manifesta nella straordinaria abilità di adottare il “coraggio dello sguardo” come plasma puro ,una forza che permea ogni frammento, conferendo all’intero lavoro di Isabella Bignozzi una profondità davvero unica e trasformativa: “ Fermagenesi che non demorde, riparte da dentro, dall’intimo profondo, quello esilissimo che dice l’occhio capovolto nell’involucro, e come una guida montana sa la via suprema verso il basso, pulsazione di suono che chiama il centro, nel rosso cuore battente dei bassi che ripetono i passi, alzando il nome al varco aureo della presenza” (p.29). Per richiamare l’autenticità, è necessario utilizzare una lingua di straordinaria purezza, seguendo il percorso delineato da Isabella: un viaggio impregnato di letture e scritture lontane, quasi sospese nel tempo, simili a una preghiera silenziosa e profonda che si orienta verso ciò che è essenziale. Scriveva la Cvetaeva: “io non penso io ascolto. Poi cerco un’incarnazione esatta della parola”. Questo processo si realizza attraverso una sintesi precisa e calibrata, quasi alchemica, capace di trasformare il linguaggio in una fiamma sacra. Secondo Cristina Campo, solo con un cuore libero si può osare oltrepassare i confini dell’impossibile. Isabella, in Fermagenesi descrive questa idea con poetica intensità: “Rossi erano i cuori battenti, un attimo prima del mondo. Era una polifonia lo spazio che dirigeva il sogno, una fusione di reale, scenario sinfonico che puntinava dettagli di semicroma, tutti i capi reclinati sulla partitura, come i calici irradiati da un’aurora di animale disciolto, muto nel bene, dorato di vita senza bordo, sempre su una riva di amore selvatico, che avvampava senza pensiero e senza margine” (p.35). Creazione e Caduta offre una visione originale sull’origine del mondo, presentandola attraverso una prospettiva unica e suggestiva. Isabella indaga il concetto di un movimento immobile, quell’istante eterno che rappresenta l’inizio di ogni principio e che si ripete senza sosta. È in quel momento di immobilità dello sguardo che si accoglie il talismano: uno strumento che permette di percepire i millenni come forme circolari e leggere, privi di angoli, simili a un miraggio avvolgente. Eppure, questa quasi nullità che ci definisce sembra divertirsi a interpretare la tragedia, proprio in quel luogo dove il tempo non trova tregua. ll concetto di una genesi senza fine “interminato soffio che sopravvivi nella durata, una staffetta di fiati “sembra evocare un continuo processo di nascita e rinnovamento, una vita che si rigenera senza sosta. Al contrario, l’idea di una morte illusoria sottolinea l’aspetto transitorio della fine, vista non come un termine definitivo, ma piuttosto come parte di un ciclo eterno, spesso ingannevole nella percezione della sua apparente conclusività “e mai perduto è stato l’amore”. Fermagenesi incarna un impegno di amore e compassione per il mondo, intrecciando una filosofia della pazienza in cui fede e speranza trovano nuova vita dalle proprie ceneri. Un messaggio pieno di luce che l’autrice, con grande generosità, ci offre, ancor più significativo in un periodo dominato da un susseguirsi di devastazioni e un senso di vuoto.

Maria Allo

Ph. Daniele Ferroni

Isabella Bignozzi (Bologna, 1971) in poesia ha pubblicato: Le stelle sopra Rabbah (Transeuropa 2021, prefazione di Elio Grasso) e Memorie fluviali (MC edizioni, collana Gli insetti, a cura di Pasquale di Palmo). In prosa i romanzi Il segreto di Ippocrate (2020), e Cantami o diva degli eroi le ombre (2023), entrambi editi da La Lepre Edizioni, I bimbi nuotano forte (Arcippelago Itaca, 2024). È nell’antologia Splendere ai margini. Narrazioni emergenti (Oligo 2023) a cura di Andrea Temporelli; è con l’artista Daniele Ferroni nella plaquette Come tintinni ceste d’incenso (settembre 2023), uscita per Lumacagolosa, in collaborazione con le Edizioni Pulcinoelefante. Con alcune poesie è in Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea, a cura di Patrizia Baglione, Edizioni Progetto Cultura 2023. Nella rivista «La foce e la sorgente», a cura di Marco Ercolani e Lucetta Frisa, è presente con alcune liriche (n. 6, seconda serie, dicembre 2021), e con una prosa artistica (n. 7, seconda serie, gennaio-giugno 2022). È presente con suoi testi, saggi e interventi critici in numerose riviste letterarie cartacee, tra cui «Filigrane» (Ronzani Editore), «L’anello critico» (CartaCanta Editore), «Avamposto», «Metaphorica» (Efesto Edizioni); alcuni suoi saggi sono on line in «Poesia del nostro tempo», «Larosainpiu», «Nazione Indiana», «Morel – voci dall’isola», «Pangea». Cura lo spazio web «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

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Maria Allo legge Jolanda Insana

17 mercoledì Set 2025

Posted by maria allo in Podcast, POESIA

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Da “L’erba in bocca” (Tutte le poesie, Garzanti)
JOLANDA INSANA
*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

image AI generated
Maria Allo, Su Jolanda Insana

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Potere evocativo e simbolismo in “Scrigno”

17 martedì Giu 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura, Poesie

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Tag

Maria Allo, Rosaria Di Donato, Scrigno

a cura di Maria Allo

Rosaria Di Donato, Scrigno, Amazon.it 2025

Prefazione di Lucianna Argentino, postfazione di Marzia Alunni. Editing, impaginazione e copertina di Valeria Girardi.

Autoritratto

sono nata in un angolo di cielo

dove il vento rincorre nuvole

e spazza via la tristezza

Rosaria di Donato

Nella sua nuova raccolta poetica “Scrigno”, Rosaria Di Donato esplora il tema della memoria, riavvicinandosi a luoghi e volti familiari fin dall’infanzia, senza cadere nella trappola di un rimpianto sterile per il passato, pur evocandolo. Riflettendo sul passato, l’autrice si lascia guidare dai ricordi, seguendo la sua inclinazione verso un’autobiografia intima che caratterizza l’intera raccolta. I titoli delle quattro sezioni – visioni, chiaroscuri, miniature e tracce – rappresentano le fasi di un viaggio di riscoperta del passato e di conoscenza di sé. Questi titoli mettono in risalto e rafforzano la metafora dello scrigno, conferendo all’opera una notevole coerenza. Il passato del tempo presente al passato del ricordo si accompagna, nei versi del testo l’ulivo secolare: “…uni-verso in espansione/nuovo anno aggiunge/un nodo un ramo /un altro cerchio al tronco/poderose radici/s’allungano d’intorno/come a sfidare il tempo//e degli uccelli in volo//le stagioni / quali storie racconta il secolare ulivo”. Il tempo della memoria si manifesta con il suo maestoso scorrere, ma la poetessa non ne è sopraffatta. Al contrario, trova la sua essenza nel recupero dei vari momenti di quel fluire interrotto. In questo modo, la scrittura accompagna ogni passo nel percorso verso una verità riconquistata. È una poesia che tendenzialmente rimane legata all’esperienza diretta e concretamente vissuta: “il quartiere misurato/con il tuo passo//padre/ora mi è più caro/ogni angolo vivo//nel suono-profumo/di gemme in boccio…” (da “lascito”). La luce e i colori utilizzati nelle immagini del testo sembrano accentuarsi progressivamente man mano che lo sguardo dell’autrice abbraccia uno spazio sempre più vasto: “lo sguardo all’orizzonte/incontra dio/azzurra linea di colore/l’infinito…” (da “Silenzio tra cielo e mare”). Uno dei principi chiave della poetica di Rosaria Di Donato, come dimostra “Il fiore di melo”, celebra la forza evocativa che scaturisce da intuizioni soggettive e irrazionali, espressa attraverso uno stile agile e fluido. Tuttavia, a un livello più profondo, questa leggerezza suggerisce anche la capacità della scrittura di osservare la realtà. Come esprime l’autrice: “leggeri vorrei giorni / senza cupi pensieri / senza affanni / un filo di vento / fra le mani”, invitando a non farsi sopraffare dal peso del mondo. Da qui deriva l’alternanza tra il tema della violenza contro le donne, vittime dell’odio dei loro carnefici, e le poesie che commemorano l’assassinio di Samia Yusuf Omar e delle sorelle Mariposa, oppresse dalla loro opposizione al regime del dittatore Trujillo. In contrasto, si esplora anche il tema del luogo d’origine, depositario invece di un’esistenza genuina, colma di affetti profondi. I testi, accompagnati da fotografie, sembrano confermare la possibilità di riportare il passato nel presente, creando un dialogo profondo tra parole e immagini. In questo modo, riescono a sottrarre il passato al suo contesto originale, donandogli una dimensione di eterno presente. Una poesia può emergere come un modo per offrire serenità a un’anima inquieta. Niente è più adatto della poesia, che ci è stata trasmessa nel tempo, per narrare le esperienze degli uomini del passato. Essa comunica i loro sentimenti più profondi e la vita quotidiana, non attraverso descrizioni astratte, ma attraverso la rappresentazione di emozioni, coinvolgimento e una sorprendente attualità, come se fosse un autentico scrigno.

Maria Allo

Testi tratti da “Scrigno”

Lascito  

il quartiere

misurato

con il tuo passo

padre

ora mi è più caro

ogni angolo vivo

nel suono-profumo

di gemme in boccio

il tempo intriso

d’attese lo sguardo

che dai muri sorride

nuovo stupore

nei giorni infonde

rinnovata primavera.      

***

samia yusuf omar 

sono io samia

nube dissolta nel vento

onda mai giunta alla riva

sono io samia

corrente gelida inarrestabile

che solca oceani di luce

sola come un punto nel cielo

intemerata sfida

il pregiudizio

svelata (corre)

va oltre la morte

corre ancora (vince)

sono io samia

nulla potè la censura   

contro di loro

la rivolta scardinò

il regime (trujillo morì)

volevano essere farfalle

le sorelle mirabal

la dissidenza

ha dato loro le ali

***

C’è

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce di chi non ha voce

donne umiliate-percosse

massacrate dall’odio dei carnefici

c’è un pianto che non ha fine

sulla terra voce degli orfani

delle vittime di femminicidio

non c’è sole per loro al mattino

ma ombre-tristezza e il vuoto

di una vita non-vita

incubo della paura

c’è violenza che annienta

***

scrigno

le notti insonni

uno scrigno dischiudo

di lucciole e parole

sembrano piccole stelle

e suoni comparsi

all’improvviso dal buio

volano ballano

s’attorcigliano

come a voler comporre

una canzone in libertà

è la poesia

che uscita dallo scrigno

s’innamora dei sogni

culla le anime inquiete

Rosaria Di Donato (2021)

Fotografia: Rita Valenzuela

Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato sei raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. Scrigno, Amazon.it 2025. Ha partecipato sia come autrice che come organizzatrice alla Rassegna Realtà del Divino, a c. di N. A Rossi (Giubileo 2.000) a S. Nicola In Carcere – Roma. E’ presente nell’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono inseriti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali compaiono nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola.  Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica Break Point Poetry – Città Poetica, c. di  Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipatoall’antologia Ho sete, l’Arte si fa Parola, a c. di Maria Pompea Carrabbae Ella ClafiriaGrimaldi, Ed. SarpiArte 2020; è presente nell’antologia del Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi – Premio Sygla XIV ed. 2022. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni in francese di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal) e in inglese di Valeria Girardi (riviste on-line in vari Paesi). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 ha curato un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna poi interrotto a causa del Covid-19. E’ presente nell’antologia Sorella Morte a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2023. Ha partecipato con il racconto Candore a Un magico e prezioso Natale – piccoli racconti per bambini di tutto il mondo, a c. di Sara Conci, Macabor 2023.

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Incontro di sguardi tra profezia e memoria

15 martedì Apr 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA

≈ 1 Commento

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Ernst Jünger, Franz Kafka, Joseph Conrad, Maria Allo, Osip Ėmil'evič Mandel'štam, Paul Celan, Rainer Maria Rilke

A cura di Maria Allo

Joseph Conrad

Nella prima metà del Novecento, la letteratura ha spesso anticipato i segni premonitori della disumanizzazione dell’uomo, che si sarebbe tragicamente concretizzata ad Auschwitz. Un esempio significativo è il romanzo “Cuore di tenebra” (Heart of Darkness, 1902) di Joseph Conrad (1857-1924), che illustra in modo straordinario l’orrore insito nella civiltà occidentale e il suo desiderio di controllo globale, realizzato attraverso l’uso razionale dello sfruttamento economico delle risorse e del dominio politico. Questo orrore si manifesta tanto nel lento scorrere del Tamigi quanto in quello del Congo, che rappresenta il confine della civiltà occidentale e il palcoscenico dell’impresa eroica e brutale, sacra e maledetta, del misterioso Kurtz. Grazie alla forza critica e ironica della sua scrittura, Conrad riesce a superare gli stereotipi culturali del suo tempo, offrendo una rappresentazione senza pregiudizi della dura realtà del dominio coloniale. Si tratta di una vera e propria disamina. Il paesaggio appare apocalittico e distrutto, caratterizzato da burroni, crateri, rottami metallici di macchinari, vagoni ferroviari, rumori assordanti e mine. Nella visione letteraria di Conrad, questo scenario coloniale si trasforma in un cupo girone d’inferno, dove i dannati sono i neri e i diavoli i bianchi. L’attualità di questo testo è splendidamente rappresentata dalla visionaria trasposizione cinematografica ambientata nel Vietnam americano, realizzata in “Apocalypse Now” (1978) da Francis Ford Coppola.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Nel 1923, il poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam, a pochi anni dall’inizio della rivoluzione, scrive un drammatico confronto con il suo secolo: “Secolo mio, mia belva, chi saprà/ fissare lo sguardo nelle tue pupille, /chi incollerà con il proprio sangue/ le vertebre di due secoli? / Sangue costruttore sgorga/ dalla gola di cose terrene, /Tenera cartilagine di bimbo/ è il secolo infantile della terra:/hanno immolato ancora una volta/ come un agnello il cranio della vita”. Nelle parole di Mandel’štam si percepisce un’immagine chiara e inquietante delle tragedie che di lì a poco avrebbero colpito il continente. Questo sembra confermare l’idea che, nello specchio della letteratura autenticamente creativa, la realtà si rivela nella sua essenza più profonda e nascosta. Come si può dimenticare il presagio della violenza anonima e impersonale della burocrazia nei romanzi di Franz Kafka?

Franz Kafka

Attraverso i suoi inquietanti e surreali personaggi di Praga, Kafka mette in luce, in modo profondo e primordiale, la vulnerabilità della vittima. Allo stesso modo, il disagio e il senso di alienazione dell’uomo del Novecento trovano una piena e originale espressione nell’opera del boemo. Nella Metamorfosi (Die Verwandlung, 1916), il protagonista Gregor Samsa si confronta con un mondo dominato da una legge incomprensibile, che lo schiaccia sotto il peso di una colpa indefinita, vanificando ogni tentativo di comprensione e ogni protesta d’innocenza. Inoltre, i meccanismi di controllo e tortura, rappresentati come una macchina che funziona autonomamente per dodici ore consecutive, nella Colonia penale (In der Strafkolonie, 1919), si manifestano attraverso la scrittura del comandamento violato sui corpi nudi dei condannati, sotto la supervisione di un ufficiale che incarna caratteristiche inquietanti: “soldato, giudice, ingegnere, chimico e disegnatore”.

Ernst Jünger

Analogamente, gran parte dell’opera di Ernst Jünger (1895-1998) offre spunti di riflessione sull’inumanità della vita quotidiana e si focalizza sull’analisi della società di massa. Questo approccio prende avvio dalla sua esperienza durante la prima guerra mondiale, descritta in “Tempeste d’acciaio” (In Stahlgewittern, 1920), e dal cambiamento sociale che ne è scaturito, esplorato in “Operaio” (Der Arbeiter, 1932). Jünger indaga come la mobilitazione sociale generi un’energia capace di trasformare le società contemporanee, ritrattando gli individui come insetti oscuri, privi di princìpi o ideali, mossi esclusivamente dall’organizzazione e dalla struttura tecnica delle loro azioni. Anche la poesia sembra aver anticipato questa trasformazione, non solo della vita, ma soprattutto della morte, evidenziando un cambiamento significativo nel modo in cui viene espressa. Essa evolve il proprio linguaggio e le forme del canto per affrontare la morte e tradurla in parole. Come possono coesistere la bellezza e l’orrore estremo? E come può l’essere umano trovare il proprio posto di fronte a tenebre così profonde? Il semplice atto di nominare l’orrore implica già un confronto con l’umanità, opponendosi all’inesorabile barbarie che si manifesta sia all’esterno che all’interno di noi, come abbiamo potuto osservare attraverso le opere di Conrad. Per Jünger, così come per il filosofo Martin Heidegger (1889-1976), esiste una netta e ferma consapevolezza dell’inadeguatezza dei criteri tradizionali dell’umanesimo nel comprendere e affrontare la realtà attuale. Auschwitz non ha scosso profondamente questa convinzione; al contrario, ha spinto entrambi a esplorare con maggiore urgenza il superamento dell’umanesimo, avvalendosi di strumenti di pensiero che non si fondano esclusivamente sul concetto tradizionale di “uomo”. La poesia sembra aver anticipato la trasformazione non solo della vita, ma soprattutto della morte nella società di massa. Questo cambiamento si riflette in un profondo mutamento nel modo di esprimerla, nel linguaggio e nelle forme del canto, per poterla affrontare e tradurre in parole.

Rainer Maria Rilke

Un esempio evidente di questo cambiamento si trova in Rainer Maria Rilke (1875-1926), il quale, nei Quaderni di Malte Laurids Brigge (Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, pubblicato nel 1910), esprime il suo orrore di fronte alla morte degli uomini nell’Hôtel-Dieu, il più grande e antico ospedale di Parigi. Rilke descrive con profondo dolore la massa di diseredati e mendicanti parigini, il commercio della prostituzione e l’angoscioso morire anonimo di individui abbandonati. L’ultima parte del Libro d’ore, intitolata “Il libro della povertà e della morte”, provoca in Rilke un forte impatto emotivo e assume una forza profetica, come se anticipasse i segni premonitori di una disumanizzazione crescente. La massificazione e la produzione a ritmi industriali, insieme alla spersonalizzazione degli individui, conferiscono alla morte le caratteristiche di un processo meccanico. Tuttavia, di fronte all’orrore e alla mostruosità di questo oscuro meccanismo di morte, tipico delle grandi città “perdute” e “sfatte”, in cui l’uomo è privato della sua “dolce” e “personale” morte, Rilke contrappone la vera povertà del desiderio e del bisogno. L’amore emerge come una forma di consolazione e fiducia, ma soprattutto come la “grande morte”, quella “propria”, che cresce dentro ogni essere vivente fin dalla nascita. Questa morte è consegnata a ciascuno insieme al proprio esistere, simile a un “frutto” che matura con la vita e l’amore. La metafora del frutto evoca l’idea di generazione, collegata all’amore come desiderio e unione sessuale, ma anche come abbandono confidente, il quale a sua volta sviluppa il concetto dell’effimero scorrere del tempo e della transitorietà di ogni cosa.

Dal Libro della povertà e della morte (6,7,8.)

 “O Signore concedi a ciascuno la sua morte:

 frutto di quella vita

in cui trovò amore, senso e pena.

***

Noi siamo la buccia e la foglia.

La grande morte che ognuno ha in sé

è il frutto attorno a cui ruota ogni cosa.

Per questo frutto crescono le ragazze

levandosi come un albero da un liuto

e ragazzi per averle bramano diventare adulti,

e chi cresce confida alle donne paure

che nessun altro potrebbe placare.

Per questo frutto rimane eterno

quel che ammirammo anche se passato da tempo-

e scultori e architetti si realizzarono

in un mondo che gelò, sgelò

e s’intrecciò con esso illuminandolo.

Vi fluirono dentro il calore del cuore

e il bianco ardore del cervello-:

ma i tuoi angeli vi passano sopra come uccelli:

tutti i frutti erano verdi per loro.

***

Signore, siamo più poveri delle povere bestie

Che muoiono della loro morte, anche se cieche

Perché noi non siamo ancora morti.

Concedici uno che riesca

a intrecciare la vita ad una pergola

su cui a tempo giusto inizi maggio.

Perché ciò che ci rende estraneo e greve il morire

È che la morte non è nostra, ch’essa ci prende

Solo perché non ne abbiamo maturata un’altra.

Ed è una tempesta e ci sfronda tutti.

Cresciamo nel suo giardino per anni,

alberi ai cui rami pende la dolce morte,

ma quando giunge il tempo del raccolto

siamo vecchi, donne che hai picchiato;

chiusi, cattivi e sterili.

O la mia boria è forse ingiusta?

Gli alberi sono migliori? Siamo soltanto

sesso e ventre di donne compiacenti?

 Abbiamo copulato con l’eterno

per partorire al momento delle doglie

i defunti aborti della nostra morte,

il curvo, triste embrione

che (spaventato da cose orribili)

si copre con le mani gli occhi ancora in germe

e reca sulla fronte già formata

la paura dei suoi futuri dolori-

e tutti muoiono come sgualdrine

sul letto dl parto, al taglio cesareo.

R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994

L’orrore generato da questo inquietante meccanismo di morte ha un forte impatto sulle ultime opere di Rilke, come abbiamo osservato.

Questa reazione si manifesta e si intensifica anche nella poesia di un altro grande poeta, Paul Celan (1920-1970), il quale ha posto al centro del suo linguaggio l’esperienza della morte dopo Auschwitz.

Paul Celan

LETTO DI NEVE di Paul Celan

Occhi, ciechi al mondo,

dentro le crepe del morire:

vengo, io, con più durezza

in cuore. Vengo.

Specchio lunare ardua

parete. Giù! (Lanterna

macchiata di fiato. Strisce

di sangue. Anima

annuvolante, di nuovo

quasi figura. Ombra delle

dieci dita – avvinghiate.)

Occhi ciechi al mondo,

occhi dentro le crepe del

morire, occhi, occhi:

Il letto di neve sotto noi

due, letto di neve. Cristallo

per cristallo, in griglia

profonda quanto il tempo,

noi cadiamo, e

cadiamo e restiamo e cadiamo.

Noi cadiamo: Noi fummo.

Noi siamo. Siamo una sola

carne con la notte.

Nei cunicoli, cunicoli.

P. Celan, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998

In “Grata di parole” (1959), la poesia di Celan trascende il semplice commento su un evento tragico. Essa si propone come un tentativo di preservare la memoria del passato e di redimere i “sommersi” attraverso la potenza della parola poetica. La sua scrittura si impegna in una ricerca intensa e talvolta oscura, ma è caratterizzata da una straordinaria forza lirica e semantica. Auschwitz ha privato i morti della loro voce, ha reso mute le loro bocche, ha pietrificato le loro palpebre e ha trasformato il mondo in un deserto sepolto dal gelo della neve, soffocato da un’aria intrisa dell’orrore di quei corpi ridotti in cenere. Solo la poesia può cercare il barlume luminoso della loro parola (Lanterna macchiata di fiato, v.5) e penetrare le palpebre pietrificate (negli occhi dentro le crepe del morire, v.9, richiamando l’immagine di Levi della “Gorgone”) di quegli sguardi persi nel vuoto della camera a gas. Solo la poesia ha il potere di catturare l’immagine che racchiude l’eco dell’ultimo respiro, affinché essa possa essere custodita. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di avviare un dialogo e un incontro di sguardi, elementi fondamentali per i vivi, affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte come esseri umani. Gli occhi diventano una metonimia, simboleggiando l’atto di vedere, la luce e il giorno (temi presenti in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e creano un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Tuttavia, ora solo un letto di neve—gelido e desolato come gli inverni orientali, dove i forni crematori hanno disperso le ceneri di quegli sguardi—accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. Solo la poesia ha la capacità di raccogliere da essi l’immagine che custodisce l’eco di quell’ultimo respiro. Perché possano a loro volta custodirlo. La poesia di “Grata di parole” rappresenta un tentativo di instaurare un dialogo e un incontro di sguardi, essenziali per i vivi affinché possano continuare a vivere, amare e affrontare la morte da esseri umani. Gli occhi fungono da metonimia, esprimendo l’idea di vedere, di luce e di giorno (temi che ricorrono in “Specchio”, “Lanterna”, “Ombra”, “Notte”) e stabiliscono un legame tra il poeta e il mondo dei defunti, come un contatto tra luce e oscurità, giorno e notte (in “Specchio lunare”, v. 4). Ma ormai solo un letto (in cui si compendia l’immagine nuziale e al contempo funerea) di neve-vale a dire gelido e deserto come quello degli inverni orientali in cui i forni crematori dispersero le ceneri di quegli sguardi- accoglie l’unione tra quegli occhi e quelli del poeta. La “grata di parole” che offre gioia ai vivi e dignità ai morti è stata spezzata: l’ombra del silenzio si allunga su un mondo che persiste dopo lo sterminio. In risposta a questo silenzio, la poesia di Celan intraprenderà un cammino lungo, oscuro e affascinante, che porterà infine alla consapevole decisione di rimanere in silenzio per sempre.

Note

– R.M. RILKE, Poesie, I, trad. C. Lievi, Einaudi -Gallimard, Torino 1994

– P. CELAN, Poesie, a cura di G. Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998

-Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1988

-H. Langbein, Uomini ad Aushwitz, Mursia, Milano 1984

-Th.W.Adorno, Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972

-G.Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, Milano 2001

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Tra ironia e disincanto: “Barracuda”

04 martedì Mar 2025

Posted by maria allo in Note critiche e note di lettura

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Loredana Semantica, Maria Allo

“Barracuda”

di Loredana Semantica

Terra d’ulivi edizioni, 2024

Nota critica di Maria Allo

“Ecco uno spaccato del mondo

 osceno fino al disgusto

 che nessuna poesia sensazionalista

 può oltrepassare in verità

questo il mare di melma

 che ci sommerge

 che ci affonderà.

(Pag.89)

Barracuda, la raccolta poetica di Loredana Semantica, recentemente edita da Terra d’Ulivi e corredata dalle sue illustrazioni, arricchisce l’esperienza di lettura con un mix di emozioni e suggestioni, anche dal punto di vista visivo. Il criterio che investe la produzione “civile” di Barracuda è il grado di autenticità della sua comprensione del reale, basata sull’identificazione della conoscenza poetica con l’esperienza personale nella stessa misura in cui l’autrice se ne distacca e lo distanzia in una dimensione prettamente artistica:” Io non scrivo per rompere il silenzio/ ma per proclamarlo. / Dicono che si scriva/ per non imbracciare un fucile/ e sparare. / Io sparerei a volte/ non a ladri assassini e stupratori/ folli balordi e disonesti/ ma alle persone normali/ tutte prese dalla loro normalità/ di esseri superiori. / Poi contemplandoli da questa rocca/ girerei il fucile/ e mi sparerei in bocca (pag. 40). Il testo, collocato nella terza sezione Un sillabario di passiflore, contiene un’esplicita dichiarazione di poetica, seguita da una riflessione sulla funzione della poesia di illuminare la realtà nella sua interezza, ponendosi come limpida chiarificazione del confuso caos dell’esistenza e delle sue contraddizioni. In Barracuda la fisicità della parola fa spazio al pulsare delle sensazioni, all’evidenza del corpo, ai tratteggi nitidi che incidono sul foglio un cromatismo intenso e diretto: “Essere infido informe infame/ ti osserva l’occhio enorme/che tutto vede” (pag. 80). Di fronte a questa negatività, che presenta molte affinità con la desolata Terra di Eliot, l’autrice si scaglia contro chi predica bene ma agisce male: “… Intanto il potere si arroga ogni diritto/ dilaga e gonfia tronfio il proprio petto/ riempie il portafoglio di sbruffoni” (pag. 37). Con lucidità e disincanto, si fa carico di proteggere un margine di libertà per l’umanità, affermando che “Solo un fiore placa il terrore” (pag.98), e che “Diremo poi all’altare dell’Unicità/ noi almeno abbiamo vissuto/ coi santi dei valori morali/ occidentali o musulmani/ fin dentro la terra/ liberi e umani” (pag. 98). Tuttavia, l’evento salvifico viene solo sfiorato e subito svanisce, rendendo la sconfitta ancora più amara. Così, l’occhio della poeta continua la sua indagine sulla condizione umana con la meticolosità di uno strumento scientifico, consapevole di saper distinguere tra il male subito e quello inflitto dall’uomo. Al contempo, avverte l’urgenza di opporsi a questa realtà, con l’idea implicita di un nuovo impegno intellettuale, finalizzato a creare una cultura in grado di avere un impatto concreto sulla società e di trasformare il mondo: “…c’è bisogno di un pensiero nuovo/ rigenerante universale”(pag.124) o “torniamo indietro/alla radice degli anni scorsi/ alla fonte dell’acqua/ che bagna la terra/ all’essenziale del tempo/ e ne facciamo vangelo/ dei prossimi anni/da vivere stretti alla luce/dei nostri occhi”(pag.125). Questo approccio mira a eliminare l’ingiustizia sociale, come sosteneva Vittorini, non limitandosi a offrire conforto di fronte alle sofferenze, ma cercando di proteggerci da esse, combattendole e sradicandole e a questo controllo vigile sembra richiamare anche la poesia della Semantica. Nelle sei sezioni infatti in cui è articolata Barracuda, l’autrice, per esprimere la sua poesia di impegno civile, affronta diversi temi, con un focus particolare sulla condizione femminile: “La vita sferra i suoi calci/con potenza inaudita travolge/ senza avvertenza l’essere e la grazia/l’archetipo di genere/ la minuzia dell’iperbole “(pag.31) e richiama alla mente le stragi dei bambini e le migrazioni, lasciando intravedere una rappresentazione terribile del mondo contemporaneo, responsabile della perdita della memoria storica e individuale, della capacità critica, dei valori più alti con una riflessione, che è anche un atto d’accusa: “Ci accendiamo per l’inutilità/ e intanto si consuma un olocausto/filtrato tra mezze verità/ consegnato vergognosamente/alla storia” (pag.68). L’autrice, dimostrando una notevole concretezza nell’affrontare la realtà, smaschera anche le illusioni intellettualistiche, che si rivelano essere semplici inganni privi di sostanza. E la poesia non è esente da questa analisi; ha infatti imparato a prendersi gioco di se stessa e della sua arte, in un contesto sociale segnato dalla indifferenza e dalla superficialità: “La vita è una musica/ triste che apre le braccia/ senza volare “(pag.45), o “che volete voi tutti/ siamo inesistenza reciproca/ un sillabario di passiflore” (pag.63). La vita non è un percorso sereno, ma una battaglia che ciascuno affronta quotidianamente, spesso in solitudine. L’autrice sembra indicare che la coerenza con cui si affronta questa sfida è legata alla consapevolezza che se ne ha. Allo stesso modo, il linguaggio prende vita dalla pagina bianca, come se emergesse da un silenzio profondo, attraverso immagini di intensa espressività: “Io so il silenzio fossile dei barracuda/ attestati sui balconi di cartapesta” .In questo scenario, il titolo della raccolta acquista un significato emblematico.

Maria Allo

Da Barracuda (Terra D’Ulivi Edizioni 2024):

Crederò per un attimo

 d’essere qualcosa

 di diverso da un nulla perfetto

 incastonato nello specchio

 tra il nessuno e il niente

 Guarderò l’altro negli occhi

senza un briciolo d’ossequio

 passerà sulla fronte irridente

 l’ombra del riscatto nel canto

 modulato acuto incontenibile

 sazio di vendetta sdegnato

 sdegnoso infastidito acre

 gonfio di rivolta.

(Pag.58)

*

Per i bambini annegati Signore

 per tutti i bambini annegati

 bruciati strappati spezzati

 per tutti i bambini sgozzati

 per tutti tutti i bambini

 coi loro teneri piedi e pancini

 ti prego Signore.

 Per i bambini che muoiono

 Signore

 mentre non sanno di morire

 per tutti i bambini che muoiono

 ti prego Signore

 rimpastali di nuovo dal fango

 riportali integri al mondo

 con occhi nuovi e felici

 di angeli nel paradiso

 angeli siano nel paradiso

 di una storia migliore.

 Pag.77

*

C’è un qualcosa che scorna

 sbattendo sui muri d’amianto

 e nel sorriso insolente di chi

 ha centrato il bersaglio c’è

 la perdita dell’etica trame e tragedia

 il luogo altolocato dei complotti

 e ben prima di adesso

 molto prima di qui

 la perdita del sacro.

 Brandisce le armi una guerra

cola scempio dovunque

 conduce un assalto un affondo

 nell’aria mitraglia

c’è un coltello che taglia

la violenza che grida

un mare per tomba

 una bomba.

 Piangete la domanda ora

 e il messaggio piangete

le madri col velo sulla bocca

nere fosse negli occhi

formate un bavaglio e scalciate  

fiorite di buono

abbiate stelle tra le mani

non più per l’uomo o la donna

lavorate il profondo

salvate la pelle

ai bambini

(pag.78)

LOREDANA SEMANTICA

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LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELA FAZIO

18 martedì Feb 2025

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, TRADUZIONI

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Tag

La poesia prende voce, Maria Allo, Raffaela Fazio

LA POESIA PRENDE VOCE

R. BROOKE – Sonnet/Sonetto. Traduzione di Raffaela Fazio

SONNET

Sonnet

I said I splendidly loved you; it’s not true.
Such long swift tides stir not a land-locked sea.
On gods or fools the high risk falls − on you –

The clean clear bitter-sweet that’s not for me.
Love soars from earth to ecstasies unwist.
Love is flung Lucifer-like from Heaven to Hell.
But − there are wanderers in the middle mist,
Who cry for shadows, clutch, and cannot tell
Whether they love at all, or, loving, whom:
An old song’s lady, a fool in fancy dress,
Or phantoms, or their own face on the gloom;
For love of Love, or from heart’s loneliness.
Pleasure’s not theirs, nor pain. They doubt, and sigh,

And do not love at all. Of these am I.

*

Sonetto

Ti professai, magnifico, il mio amore: era fasullo.

Se chiuso, non è mosso da rapide correnti il mare.

Il grande rischio grava dei o folli – tu tra quelli.

Non fa al caso mio il chiaro e netto dolce-amaro.

S’innalza dalla terra a ignote estasi l’amore,

come Lucifero scagliato dal Cielo all’Inferno.

Ma in mezzo, nella nebbia, ci sono viaggiatori

gementi per un niente; s’aggrappa a ciò che ha intorno

ognun di loro. Se ami oppur chi ami dir non sa:

se un pazzo in costume o dama di vecchia canzone,

se uno spettro o il suo stesso volto nell’oscurità,

per amor di Amore o solitudine del cuore.

Né pena né piacere gli appartiene. Di tutto

è incerto, sospira, non ama affatto. Io son sì fatto. 

da “L’amore è breccia nelle mura.” Antologia poetica a cura di Raffaela Fazio (puntoacapo 2025)

Nota

Raffaela Fazio (Arezzo 1971) risiede a Roma dove lavora come traduttrice. Ha trascorso dieci anni in vari paesi europei, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, ha conseguito un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. 

Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato alcuni articoli e due guide sull’arte paleocristiana. È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015); “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018); “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019); “Tropaion” (puntoacapo Editrice, 2020); “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020); “Meccanica dei solidi” (puntoacapo Editrice, 2021); “Un’ossatura per il volo” (Raffaelli Editore, 2021); “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti e Vitali, 2023). Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, in “Silenzio e Tempesta, Poesie d’amore” (Marco Saya Edizioni, 2019), di Edgar Allan Poe, in “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021), di Renèe Vivien in “L’ardente agonia delle rose” (Marco Saya Edizioni, 2023) e di Rupert Brooke in “L’amore è breccia nelle mura” (puntoacapo Editrice, 2025). Nel 2021 è uscito un suo libro di brevi racconti come vincitore del primo premio Narrapoetando 2021: “Next Stop. Racconti tra due fermate” (Fara Editore, 2021).

Raffaela Fazio

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LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELLA ROSSI

21 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Tag

Maria Allo, Podcast, Raffaella Rossi

LA POESIA PRENDE VOCE

Le parole sono un mezzo con cui attraversare il tempo

e starci, fuori misura, dentro.”

Beatrice Niccolai

Letture tratte dalla raccolta ” Ipotermia”, Delta 3 Edizioni, collana Plenilunio, 2024( Postfazione di Emanuela Sica). Legge l’autrice stessa.

ph. di Ida Idaco

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“Le viti del pianto” di Lara Pagani

07 martedì Gen 2025

Posted by maria allo in CRITICA LETTERARIA, La poesia prende voce, Note critiche e note di lettura, POESIA

≈ 1 Commento

Tag

Lara Pagani, Maria Allo

ilglomerulodisale 2024
collana La rosa del guardare, diretta da Franca Alaimo
prefazione di Franca Alaimo
con una nota di Daìta Martinez

Nota di lettura: Maria Allo

Lara Pagani, nella sua opera prima, “Le viti del pianto”, per conto della casa editrice “ilglomerulodisale, ci consegna una vita vissuta tutta dal di dentro in una dimensione verticale, perché vibra il sogno di una bellezza che, si affaccia sul deserto, ma con l’alternativa dell’unica scelta consapevole: fra terra e mare è quest’ultimo che corrisponde alla sua vita (“sono l’acqua/ che manca sotto i piedi”). La realtà nella quale lo sguardo dell’autrice si sofferma sui dettagli è densa di circostanze , sfumature, tratti descrittivi che si intrecciano nel tempo, si dimenticano o riaffiorano nella memoria ( “In piazza a Venezia fu l’incubo” p.19, o “Era questione di tempo, di correnti/propizie innamorarmi dall’origine”p.27) per cercare strade da battere esclusivamente entro l’orizzonte del tempo e dello spazio, la sola dimensione che ci appartenga, anche se una frattura insanabile accresce il senso di solitudine dell’io. Così nonostante i tratti descrittivi, qui i particolari diventano emblemi tanto più efficaci quanto più sono realistici, perché, come dice Zanzotto, la poesia ci ridà le emozioni più profonde, che possono nascere in noi. Ma non è sufficiente, il tempo incalza e semina rovine, il passato si dissolve, eppure un incontro, un’emozione vissuta o un pensiero resta solo l’oggetto, che era presente e che, come un amuleto, sembra raccoglierne in sé il segreto: “passi e gli angeli si piegano, girano /le viti del pianto. Dai tuoi dolori /brucia una risata – dal mento d’oro/ spunta al cosmo l’inedito profilo”. Ecco, la poeta non accetta l’idea che della vita vissuta non resti traccia e che il trascorrere del tempo porti con sé emozioni legate a una presenza concreta (“Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure/lascia sui quattro polsi un lungo segno invisibile” p. 37), messa in dubbio dall’azione del tempo:” È stata una catastrofe /per sottrazioni, non ha fatto danni /particolari – soltanto ha annullato/giorno per giorno il dono del tempo”. Le viti del pianto presenta pertanto una costruzione complessa e delicatissima che si fonda sull’analogia, ovvero sull’accostamento alogico di elementi disparati, che si caricano di valore allusivo, così la discesa di Clizia, figura metamorfica, (come è stato giustamente osservato da Franca Alaimo nella prefazione), coincide con la possibilità che i valori umanistici resistano alla deriva della storia e i significati delle cose vengano ricercati con gli strumenti della ragione. Tuttavia Clizia si contrappone anche alla lontananza irraggiungibile, in quanto connotata con i caratteri istintivi della sensualità e della corporeità : “avevo le piume /e un bel paio d’ali: ero diventata/uno splendido piccione”(p.16) o in un tentativo di rintracciare sul filo della memoria un passato perduto, resta dunque, pur sempre uno jato , un duplice senso di rimpianto e di desiderio della poeta : “A lampioni eclissati ti ho sfogliato le palpebre –/l’iride tremula, viola come la notte /quando è impossibile da spegnere”. In questa raccolta percorsa dal dolore dell’assenza quasi urlata nel sussulto di una raffinata postura poetica (dalla postfazione di Daita Martinez), il nucleo ispirativo di Lara Pagani tende a coincidere con l’istante di grazia e la sua capacità di cogliere il dono ereditato da Clizia che in questa raccolta si definisce con rigorosa coerenza.

Maria Allo

da: Le viti del pianto (glomerulodisale 2024)

Canto il tuo corpo acquatico –
i polpastrelli senz’ombra
di grinze, le pinne chiare che sono
la tua chioma. Quando trema
la terraferma è il tuo respiro.

*

Cammino sulla sponda del mio mare
che non è calmo, non è tutto azzurro –
azzurri sono gli occhi disegnati
sul viso, quelle gemme che nascondo
come parole perché fanno male.
Lunghi e ramati i miei capelli, sfoggio
un sorriso capace di confondere
i cercatori di perle più avveduti:
non mi avrete, voi bestie – sono l’acqua
che manca sotto i piedi, sono il fuoco
che arretra al solo pensiero di toccarvi.

*

Dei tuoi dolori non fare parola –
tirare dritto fosse l’ultima prova,
l’ultimo incendio della tua figura:
anche questo sei tu, pianeta rosso
per orbite e per anelli che splendono
al dito, nera cometa e sventura
di tutte le solitudini, tu –
passi e gli angeli si piegano, girano
le viti del pianto. Dai tuoi dolori
brucia una risata – dal mento d’oro
spunta al cosmo l’inedito profilo.

*

Ti si può solo ascoltare, sperare
un giorno di somigliarti. I girasoli
che tanto ami hanno appena messo
la testa fuori dal fango, qualcuno
intanto la china. Tu comprendi tutto:
anche morire è una fatica, dici
mentre sgombri la tavola dai resti
del pranzo che non abbiamo diviso.

*

Alla strada che hai disegnato
di fronte a me come qualcuno
che ti spiega le vele e ti prepara
l’amore di una barca penso adesso
che muori in lunghi momenti bianchi.
Ho avuto la fortuna sul collo, la stella
che non brilla bensì trama sotto il ventre
azzurro delle nuvole logorandomi
in altalena la curva dei fianchi.

*

Ricordo il pulviscolo, la prima bruma
ascendente delle stelle. La tua clavicola
mi parlava incrinata, piuma da mordere.
Come arde la memoria, come trama
la luce. Guarda: sembra ancora viva
la piccola donna amata un secolo fa.

*

Il filo che ci lega non è rosso.
Non stringe, non fa male eppure
lascia sui quattro polsi un lungo segno
invisibile. La scia di una cometa
al confronto mi pare una bugia.

Lara Pagani selfie

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature
straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Atelier, Poetarum Silva, Larosainpiu, Limina Mundi, Le Parole di Fedro, Bottega Portosepolto e Di Sesta e di Settima Grandezza. Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024) è la sua prima raccolta di poesie.

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LA POESIA PRENDE VOCE: LARA PAGANI

03 martedì Dic 2024

Posted by maria allo in SINE LIMINE

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Tag

La poesia prende voce, Maria Allo, Podcast

[…]colui che guarda entra nel silenzio

e attraverso il silenzio entra nell’immagine[…]

Bernard Noël

LA POESIA PRENDE VOCE

Testo tratto da “Le viti del pianto”, Edizioni ilglomerulodisale, 2024 ( Prefazione a cura di Franca Alaimo). Il libro è il primo di una collana” La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo in collaborazione con Daita Martinez.

 

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LA POESIA PRENDE VOCE: ORNELLA MALLO

19 martedì Nov 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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La poesia prende voce, Maria Allo, Ornella Mallo

LA POESIA PRENDE VOCE

Maneggiare le parole, soppesarle,

esplorarne il senso,

è una maniera di fare l’amore…

Marguerite Yourcenar

(Foto di Duilio Scalici)

Inedito-

Candore

Può
Il sangue vermiglio
Del melograno
Imbrattare
Il bianco petalo di giglio
Violato
-dimenticato-
Sul pianoforte?

Cerco
Tra i martelletti
L’odore di dita bambine
Che pigiano i tasti.

Fitte ragnatele
Occultano
-corrodono-
Gli ingranaggi.

Davvero possono
Le fauci vischiose
Dei fiori carnivori
Divorare
Il candore delle farfalle
Sfuggite all’inganno
Dei fiori di sabbia?

Ornella Mallo

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LA POESIA PRENDE VOCE: MARIANGELA RUGGIU

05 martedì Nov 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

≈ 2 commenti

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La poesia prende voce, Maria Allo, Maringela Ruggiu

LA POESIA PRENDE VOCE

Alla povera mia fragilità
tu guardi senza dire una parola.
Tu sei di marmo, ma io canto,
tu – statua, ma io – volo.

Marina Cvetaeva

Testo tratto dal nuovo libro” Rilucenze”,Terra d’ulivi editore, 2023

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LA POESIA PRENDE VOCE: LUCIA TRIOLO

29 martedì Ott 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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La poesia prende voce, Lucia Triolo, Maria Allo

LA POESIA PRENDE VOCE

La guerra è ciò che accade quando il linguaggio fallisce.
Margaret Atwood

Foto da Wikipedia

INEDITO

A GAZA

tra la folla dove abitai 

un istante

si saggiano i nomi

con la prova:

tu chiami

chi si volta è lui,

oppure no

ma lo diventa

la riuscita è solo probabile:

anche se non è il suo

tu leghi un volto

al nome

lo raccogli nel cuore

A Gaza oggi

erano terminati i nomi

quali i nomi prima del tuo?

e in un istante

nessuno si volta più

e non c’è più nessuno

LUCIA TRIOLO

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LA POESIA PRENDE VOCE: NICOLA MANICARDI

22 martedì Ott 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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La poesia prende voce, Maria Allo, Nicola Manicardi

LA POESIA PRENDE VOCE

«Sono a una spanna / dal tuo cuore / e guardo come mi parla il mondo / e come mi parla. / Tutto è dentro al tuo respiro».

Nicola Manicardi

Testo tratto da: CON EFFE”, Qed stèresis Edizioni, 2024. Legge lo stesso autore.

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LA POESIA PRENDE VOCE: FRANCO MASSIMO BOTTURI

15 martedì Ott 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA, SINE LIMINE

≈ 4 commenti

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La poesia prende voce, Maria Allo, Massimo Botturi

LA POESIA PRENDE VOCE

La poesia è quando il silenzio prende la parola.

Georges Duhamel

INEDITO

NON TI SOMIGLIA IL DOLORE

Non ti somiglia il dolore

perché hai volto, e lucido di foglia

tra i denti, e sai di erba, incolta ed irrigata

acerba e ragazzina.

Somigli più al papavero che teme la tempesta

la sua immobilità di soldato

le sue stanze, di aria ed acqua santa piovuta.

Nulla triste, soltanto un po’ sorpresa

di vita, la crudele; magnifica presenza

che scorda, delle figlie, talvolta

quella mano al mercato nella folla.

Non ti somiglia il dolore, sei più bella.

FRANCO MASSIMO BOTTURI

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LA POESIA PRENDE VOCE: LOREDANA SEMANTICA

08 martedì Ott 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, LETTERATURA, Podcast, POESIA

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La poesia prende voce, Loredana Semantica, Maria Allo

LA POESIA PRENDE VOCE

Scrivo poesia e mi aspetto che la poesia

che scrivo dica qualcosa del reale

di cui faccio esperienza.

Christian Prigent

Testo tratto da ” Barracuda ” Terra d’ulivi Edizioni, 2024. (Immagini e lettura della stessa autrice)

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LA POESIA PRENDE VOCE :FRANCESCO VITALE

01 martedì Ott 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Francesco Vitale, La poesia prende voce, Maria Allo, Podcast

LA POESIA PRENDE VOCE

Foto di Dino Ignani

Testo tratto da “Lo spirito cuoce” Edizioni Efesto, 2023 (Prefazione di Anna Petrungaro). Legge lo stesso autore.

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LA POESIA PRENDE VOCE: DAITA MARTINEZ

24 martedì Set 2024

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast, POESIA

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Daita Martinez, La poesia prende voce, Maria Allo

LA POESIA PRENDE VOCE

La sequenza è tratta da “nell’ora dell’aurora” Italic Pequod, Portosepolto- collana di poesia, 2023, Prefazione di Elio Grasso, legge la stessa autrice

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