Un poeta deve lasciare delle tracce del suo passaggio, non delle prove.
Solo le tracce fanno sognare.
René Char
INEDITO
La fiera della vanità
Se penso a qualcosa per cui essere ricordata non penso all’esatto dettaglio. Mi ostino, se mai, a gettare fiori di gentilezza, bellezza antica, che vedo fiorire ai cigli di strade accanto a rifiuti maleodoranti. Mi dissocio dall’insolente profanazione, dai riti malconci che rendono sostanza il futile apparire. La fiera delle vanità -io, io, solo io- scaccio testarda.
Il testo inedito è tratto da “Canto di misconosciuta gloria“, in preparazione dalle Edizioni Multimedia di Salerno, nella traduzione dal greco di Maria Allo.
Alessandro Moscè, Per sempre vivi, Pellegrini Editore, 2024, pp. 129 (Prefazione di Mario Famularo)
Musicalità e kairos nella poesia di Alessandro Moscè
di Maria Allo
Quando ci si imbatte in una raccolta come quella di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (Pellegrini, 2024), allora vale la pena fermarsi a leggere e a rileggere i testi. Moscè è un poeta meditativo e lavora sull’asse del tempo e della memoria con un vivo senso del paesaggio in un clima” impressionistico” d’ idillio nostalgico. La sua meditazione sugli enigmi dell’uomo e della realtà approda a un senso di fiducia raro nei poeti contemporanei. Lo soccorre la fede in ogni istante e in ogni evento, tenace quanto dolorosa e il bisogno di spiritualità, in un mondo che ha ormai perso ogni significato certo: “C’è sempre un incrocio per il bene comune/ un gesto d’attenzione che ripaga/ dandosi un bacio/ per divorare l’irrevocabile dispiacere” (p.23) o “Ascolti Dio? / No, non lo posso ascoltare. / È in cima alla montagna? / Non lo so. / Sii sincero. / Dio non si mostra. Chi ha orecchi oda. È un’esortazione che compare nell’Apocalisse. Dio è nutrimento. Sono a metà del cammino. Vederlo vorrebbe dire averlo assimilato. È qualcosa di inafferrabile” (p.101). L’attitudine al pensiero, a una poesia in forma di riflessione filosofica, è una costante di Moscè e dunque il poeta per spiegarsi, si scrive, proiettando il proprio travaglio in una problematica universale:” La primavera è ancora lontana/ te ne accorgi dai cappucci dei giovani/ che entrano nei mesi invernali./ Con il sole seppellirai questa tristezza vana/ e il tuo angelo con le ali/ si poserà sulla spalla/ ti guarderà come un ospite silenzioso/ si confiderà con un sussurro/ divorando l’età e il dolore”(dalla sez. I dialoghi con mio padre, p.22). In forma indiretta e metaforica con il titolo “Per sempre vivi” (da un verso di Alfonso Gatto) Moscè a cosa allude? Che con l’esaltazione della vitalità, cioè l’infanzia e l’erotismo, l’affettività nei confronti dei nonni e del padre in particolare, la tensione verso il trascendente è possibile esorcizzare la morte? Moscè ha cura dei suoi defunti e li evoca continuamente, come evoca le nebbie marchigiane e le spiagge adriatiche, le vacanze al mare e la quotidianità monotona della provincia in cui il tempo scorre lentamente. Lo fa con leggerezza anche quando tratta temi difficili ad esempio la malattia, perché la sua premessa è solo la guarigione, come riportato nell’ultima sezione del libro. La poesia di Moscè è una voce sicura, attenta ai dettagli e alle epifanie, alle stagioni che attraversiamo, passando da un’età spensierata a quella dei grandi interrogativi che rimangono tali: la morte, Dio, l’inconoscibilità su un possibile “dopo”. Cosa resta dell’adolescenza, di un bacio furtivo, di una corsa in autostrada, di un inverno di neve, dei natali in casa con i parenti, della bella ragazza incontrata in un treno, delle partite domenicali di calcio? Un sentimento tenero, indifeso, eppure molto fluido e presente come un rapimento rinnovato. La città e il giardino pubblico, le frazioni di Fabriano, la città dove Moscè vive, costituiscono il pretesto per alzare un canto lirico animato dai ricordi del passato. Ricordi sostenuti da una scrittura limpida, piena di descrizioni: “Ancona metallo dal cielo all’aria / sulle mura lunghe / sulla volta del primo arco / in controluce / con la ragazza dallo spolverino color panna / avviata seducendo il passo / nella scia di un profumo francese”. Come scrive, nella nota di copertina, Tiziano Broggiato, ci accorgiamo di “un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione”. Moscè ha attitudine per una musicalità rammemorante, per una inquietudine di tipo romantico che fa pensare a Saba, per un’intelaiatura di figure che rinvia a Raboni, Scarabicchi, Simoncelli, poeti che ha sempre amato. Però Moscè rimane singolare, bilanciato da una sospensione tutta sua di immaginazioni e profezie. “Bianca età e assetata memoria / per le pupille allarmate / nella fotografia di mio padre / di mia madre sugli scogli erosi di Porto Recanati. / La sorpresa si nasconde spesso / dentro vecchi libri”.A chiave di tutto dunque l’asse poetica della poetica di Moscè nell’esercizio della memoria come fonte per la scrittura, non come esorcismo contro le paure della fine, ma come strumento che permette, in poesia, di reinventare la vita e di scoprirne il misterioso significato.
Maria Allo
Nota
Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019). Per sempre vivi ( Pellegrini, Cosenza, 2024). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra duesecoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Il Foglio”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale qui: www.alessandromosce.com.
Il testo è tratto da ” 100 poesie” nuova raccolta di poesie di Franca Alaimo, uscita da pochissimo per Italic Pequod in Portosepolto, 2024 (introduzione di Alessandro Fo).