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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “L’immagine” di José Pedro Bellán

12 giovedì Mag 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, José Pedro Bellán, L'immagine, Racconti, TRADUZIONI

U R U G U A Y

L’IMMAGINE

(1914)

José Pedro Bellán (1889-1930)

Traduzione di Emilio Capaccio

È stato drammaturgo, per il quale è maggiormente conosciuto, insegnante in varie scuole e corsi serali, scrittore, politico, esponente del partito “Colorado”, uno dei partiti politici che ha governato per più anni il paese. È stato deputato dal 1926 al 1930. Ha fatto parte del movimento artistico e letterario che ha dato vita, nella città di Montevideo, alla rivista “Bohemia”, pubblicata dal 1908 al 1910, diretta da Louis Alberto Lista e, in seguito, da Edmundo Bianchi. Le sue opere teatrali e le sue raccolte di racconti rispecchiano in prevalenza la corrente del realismo con grande capacità di introspezione dei personaggi, affrontando tematiche attinenti il puritanesimo, il ruolo della donna, l’educazione cattolica, e la cultura borghese. In generale, i personaggi di Bellán, spesso, si fanno portatori di conflitti interiori che scaturiscono dal nuovo modello spaziale di aggregazione sociale, che è la grande città, degli inizi del ‘900 a scapito dell’ambiente rurale. Il racconto proposto è tratto da una delle prime raccolte: “Huerco”.

In una delle ultime casette del barrio dei pescatori, quasi sulla riva del mare, il vecchio Leopoldo, settantenne, fuma la pipa carica di virginia (1). Davanti a lui, la moglie del figlio, pungolata da un pensiero tenace, rammenda una calza grigia bucata sul tallone. Restano così per molto tempo: muti, senza guardarsi, come se fossero soli. Certamente hanno lo stesso pensiero.

La tempesta non si ferma. Per tre ore ha sconquassato il barrio e lo ha riempito di paura.

Il mare è una tempesta immensa che stordisce. I suoi promontori d’acqua durano per un istante, convulsi, inquieti, poi crollano nello stesso momento. Sembrano ribollire.

Tutte le barche sono tornate fuorché una.

— Maria ci mette troppo, dice Leopoldo, rompendo il silenzio.

Si riferisce alla nipote di dieci anni, una bella bambina con gli occhi azzurri, bianca e delicata. L’hanno mandata già tre volte a chiedere notizie e per tre volte ha cercato i compagni di suo padre, i pescatori salvi, implorandoli di riferire qualche informazione, anche la più semplice, la più insignificante.

Quando è tornata, ha risposto nello stesso modo delle volte precedenti.

— Nessuno sa niente… nessuno lo ha visto.

Si è seduta vicino al tavolo e vi si è appoggiata. Le sue piccole mani esangui si sono congiunte come in preghiera.

La scena si è ripetuta. L’immagine fredda del raccoglimento stretto alle cose ha permeato la stanza. È passato un po’ di tempo.

Leopoldo parla di nuovo. La sua voce si fa inquieta e spaventa.

— Questo vento!

Elena ascolta con ansia. Poi, spinta dai suoi pensieri, domanda:

— Quanti erano nella barca?

— I soliti. Lui e i due ragazzi.

Si ferma. Poi sbotta:

— Una volta sono quasi annegato.

Elena chiede con interesse:

— E come vi siete salvato?

— Ascolta tu stessa. Era notte. Il vento si infilava tra il velame in una maniera tale che ebbi paura avrebbe rovesciato la barca. Allora mi legai a essa, annodai le corde agli anelli e, non potendo sciogliere le vele, le squarciai con il coltello. In seguito, stemmo più di sette ore sulla barca, come su una boa alla deriva. Un vaporetto ci soccorse.

— Se solo Renato avesse quest’idea – dice Elena, con l’immaginazione che corre.

— Sì… lui sa di queste cose…

Elena non pensa che lui lo sappia; ha dato uno sguardo attento al suo passato e non ricorda che Renato abbia mai parlato di qualcosa di simile. Da ciò intuisce che non saprebbe salvarsi e un’angoscia più grande le preme sulla gola. In tutto questo, la bambina sembra addormentata sul tavolo.

Senza rendersene conto, Elena giunge a una crudele tenerezza. Esclama tristemente:

— Povero Renato… ricordate quando vi siete andato in collera con lui? Nessun figlio si sarebbe comportato così.

— È vero ragazza, avete ragione. Ricordo anche che in seguito ho pianto per la prima volta. Che cuore!…

Elena continua:

— Non se la prende mai per niente. Vedeste la guerra che gli fece mio padre. Tuttavia, dopo che ci siamo sposati, Renato non ha smesso di fargli favori. Se n’è preso cura e lo ha mantenuto. Si può dire che mio padre ha vissuto a sue spese.

Ora non riesce a trattenersi. Emette un singhiozzo.

— Andiamo ragazza; non c’è motivo di piangere…

Entrambi si fanno silenziosi per paura di farsi prendere troppo dall’inquietudine. Leopoldo afferra un palangaro e lo svolge quanto gli consente lo spazio intorno a lui. Dopo lo rimette a posto, controllando amo dopo amo, sughero dopo sughero. Qualcosa di strano passa attraverso il palangaro, tra le sue dita febbrili.

Elena mette da parte il rammendo senza rendersene conto. Guarda il vecchio e lo osserva a lungo con ansia, cercando una risposta alla sua muta domanda, insistendo su quel volto rinsecchito che resta tranquillo. È convinta che il vecchio lo sa, necessariamente. Trent’anni in mare, non gli danno il diritto di conoscerlo bene?…

Si alza e prendendolo per le spalle gli dice in una supplica disperata:

— Voi lo sapete… voi lo sapete…

Il vecchio spalanca gli occhi per lo stupore. In quel momento il suo Renato è un ragazzino che ha appena finito di gattonare, che ha disordinato tutto rompendo i ninnoli, che dice, mamma, papà, e che piange quando non lo baciano. Tarda solo pochi secondi per capire cosa vuole quella ragazza. Allora il rude scuotimento gli fa umidire gli occhi, e risponde in modo ottuso:

— Non lo so… come faccio a saperlo?…

Questa volta è lei a usare parole di conforto.

— Ora siete voi che vi ponete male — dice affettuosamente. — Aspettiamo. È possibile che non sia accaduto nulla di grave.

Ma, sentendo che Leopoldo respira violentemente, continua con maggiore tenerezza:

— Calmatevi… vi farà male. E poi… Maria è lì. Se si svegliasse e ci sorprendesse… La povera piccola è felice dormendo.

Leopoldo bacia la ragazza e lei si siede al suo fianco, sfiorandolo quasi con la gonna. Così, messi uno accanto all’altro, si sentono meglio.

Tornano a parlare di Renato. All’inizio lo fanno con animo sereno, con più fermezza. Tuttavia, nel momento in cui i dettagli dei ricordi emergono, un tono commosso sale dalle loro gole.

Parlano di lui come se non esistesse.

Maria li interrompe bruscamente. Dal suo sogno esclama a mezza voce:

— Sì, la barca… la barca… – Poi un grande grido, angoscioso, indefinito.

— Avete sentito? — Dice convulsivamente Elena — Sarà qualche incubo.

— Chi lo sa. Sogna… che cosa sognerà?…

— Dovrei svegliarla?

— No no, lasciatela dormire tranquilla. Sarà felice. Immagino che sogni suo padre!

I due si alzano per osservarla meglio. Elena arriva prima. Una sensazione di freddo le rende difficile la respirazione. Rimane immobile, insieme al vecchio, che patisce la stessa difficoltà. Entrambi sembrano trattenuti da una straordinaria visione.

Leopoldo, con la mano ad artiglio si preme una guancia. La pelle della fronte, in profondi solchi, si stende e la sua bocca resta aperta, anelante, pietosa, come un becco assetato.

A sua volta, Elena mostra una sorpresa lampante. Si regge la fronte e stringe le palpebre, muovendo la testa da un lato all’altro, come se volesse sfuggire ad un’immagine che la investe da ogni parte. Sente le gambe afflosciarsi e cade sulla panca, vicino al tavolo.

Mormora:

— È possibile… solo… solo…!

Regna il silenzio dell’emozione. I due fanno un gesto. Una moltitudine di espressioni appare sui loro volti, con sorprendente rapidità. Terrore, angoscia, veemenza, panico, contentezza, paura, delusione, impotenza, tutto accelerato, fuggente, tutto convulso. Pare che abbiano visto qualcosa di tremendo dalla finestra.

— Che onda formidabile — esclama Elena, come una dissennata. — Lo ucciderà, lo ucciderà! Oh!…

Sta per continuare ma Leopoldo le copre la bocca.

— Zitta… zitta… — e le afferra la testa con entrambe le mani. Il cuore dei due si sente battere con strepitio. Maria continua a dormire nella stessa posizione, con il viso nascosto tra le braccia acciambellate a forma di nido. La candela accesa poco prima da Elena illumina metà della stanza. Un’ombra spessa e irregolare ricade pesantemente sulla testa della bambina.

— La tempesta è più forte lì. Avete sentito?… È più forte lì.

Leopoldo cerca di frenarla per impedirle di dire ciò che vorrebbe dire.

— Ti inganni, ti inganni… – risponde con spontaneità. — Ne so più di te. La barca resiste perché…

Tace, chiude gli occhi, fa uno sforzo mentale e dice con implorante incoerenza.

— No, no; se avesse forza, se potesse ancora…se ha perso i sensi?

Elena abbraccia il vecchio.

— Papà – chiama il suocero — Papà… il mio Renato sta morendo… Guardate, guardate… che colpo di mare… lo ha trascinato dentro.

— Ah! Ah!… uscite fuori…uscite fuori…venite a vedere?

Elena… le sue gambe pendono dalla balaustra. Si regge. E i due, abbracciati più forte, guardandosi negli occhi, continuano fatalmente la narrazione di un fatto che si produce nello stesso istante, a qualche miglio in mezzo al mare.

— Oh… non reggerà…

— Sì… vi dico di sì…

— No, no… oh… come si solleva il mare…

— Cade, cade… si sgonfia…

— La barca è scomparsa, la barca è affondata… dov’è?…

— Appare… l’onda è passata sopra…

— E Renato è lì… ha gli occhi chiusi… è tutto livido.

Elena si scuote con violenza.

— Oh!… che orrore… che bestia grande… terribile… la bocca… la bocca… si avvicina a Renato… mio Dio!…

— Renato… tirati su, tirati su… – grida Leopoldo, come se l’altro potesse sentirlo.

— Se lo prende… se lo prende – esclama Elena — ha ingoiato una gamba… se lo porta… cade in mare… cade in mare…ormai… è caduto… è caduto… è caduto… non si vede più… è affondato… è affondato Renato! Renato… – conclude con voce strozzata e il suo corpo ondeggia come una colonna colpita alla base.

In quel momento, Maria si sveglia. Senza notare fuori sua madre e suo nonno, setaccia la stanza con un’occhiata. Poi, gira per tutta la casa, gridando dolorosamente, chiamando con angosciosa impazienza, come se l’essere che cerca volesse fuggirle con spietatezza.

— Papà… papà…

Un gatto nero sfreccia per la stanza.

(1) Indica per omonimia il tipo di tabacco che viene prodotto nello stato della Virginia negli Stati Uniti d’America.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “Io non so se sono lei” di Roberto Arlt

28 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Io non so se sono lei, Racconti, Robert Arlt, TRADUZIONI

A R G E N T I N A

IO NON SO SE SONO LEI

(1935)

Roberto Arlt (1900-1942)

Traduzione di Emilio Capaccio

Figlio di emigrati, padre prussiano e madre triestina, è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista di grande talento. I suoi reportage, come corrispondente della guerra civile spagnola, appaiono sul quotidiano “El Mundo”, di Buenos Aires, diretto da Alberto Gerchunoff. Su una colonna dello stesso, puntualmente, appaiono anche resoconti di viaggi all’interno dei confini del paese e in paesi come Brasile, Uruguay e Nordafrica. Molta popolarità assumono le sue “aguafuertes”, cronache, a volte, dalle tinte “costumbriste”, che trattano temi sociali e politici, con spirito critico e condanna delle condizioni dei più derelitti nei “barrios” miseri e popolosi. I suoi personaggi, spesso donne, sono permeati da atmosfere cupe e spietate della Buenos Aires dei primi anni del XX secolo. La sua scrittura rompe gli schemi della narrativa tradizionale modernista, mediante l’utilizzo di un linguaggio più duro e asciutto e di temi connessi con le problematiche del progresso tecnologico e dell’espansione caotica e allucinante dei centri di agglomerazione urbana. È considerato uno dei fondatori della moderna letteratura argentina e padre spirituale di un’intera generazione di scrittori sudamericani, come: Riccardo Piglia, Gabriel García Márquez, Isabel Allende e altri. Il racconto proposto è apparso sulla rivista “El Hogar” il 23 febbraio del 1935. Non è contemplato nelle due raccolte di racconti che Arlt ha pubblicato in vita. Solo nel 2018, il racconto è stato inserito nella raccolta completa: “El bandido en el bosque de ladrillo”, a cura di Gastón S. Gallo, edito da Simurg.

Fred, stupito, piantò lo sguardo su un’immagine della rivista, scritta in una lingua che non comprendeva. Greta Garbo, guardandosi allo specchio, con la mano destra immortalava lo spazzolino con cui si lavava i denti. Ai lati della fotografia, una boccetta di stagno versava un lago color rosa di pasta dentifricia: Crystaldent.

La diva, avvolta in una vestaglia da camera di velluto, ruotava la testa sorridendo con le sue labbra simili ai petali di un’orchidea. Per un attimo, Fred rimase curvo sulla rivista americana, poi, seduto sul ciglio del letto, rifletté:

“È assurdo che Greta Garbo si presti a fare la pubblicità di un dentifricio, nessuna attrice che si rispetti arriverebbe a tanto. A meno che non abbia grane finanziarie. Ma in che cosa spende ciò che guadagna? Ad ogni modo, chi si salva dal fare cose stupidi? Se io, tre anni fa, come avevo pensato, mi fossi messo a studiare inglese, la mia situazione sarebbe un po’ diversa.”

Avvicinò la testa all’immagine. Indubbiamente, la ragazza della pasta dentifricia era Greta Garbo. Sollevò gli occhi per confrontare l’immagine della rivista con una fotografia che aveva attaccato al muro molto tempo prima. Era lei, con i suoi capelli di vetro biondo, le palpebre socchiuse, gli occhi rivolti al cielo, le labbra simili ai petali di un’orchidea, con la molla dei baci rotta per sempre, come se pretendesse in un desiderio inestinguibile risucchiare tutti i piaceri che soffiano le brezze da ogni direzione del mondo.

Ripeté tra sé:

“Soffrirebbe di ristrettezze economiche. Ma è assurdo. Forse, al momento opportuno, una mattina è arrivato un agente pubblicitario, uno di quei promotori dall’aria gioviale che, offrendo grossi sigari, avrà snocciolato un motivo di facile comprensione. Le avrà detto:

— Vi occorre qualcosa, miss Greta? Posi per Crystaldent. Centomila dollari, all right?”

Staccandosi dal tavolo, Fred si sistemò su una sedia accanto allo spigolo del letto. Nonostante l’ordine, la sua camera dava l’impressione di essere stata smantellata. Osservò con la coda dell’occhio il ritratto dell’attrice, appeso al muro, ombreggiato nelle parti scure, e in cui l’iposolfito del bagno, che cominciava a decomporsi, ingialliva le zone chiare. Si chiese per la centesima volta, parlando a voce alta:

— Che uomo potrebbe mai essere l’amante di una donna così? In lei tutto è commedia.

All’improvviso accade qualcosa di straordinario.

— Commedia in me! – ripeté una voce.

Fred alzò precipitosamente le palpebre.

La rivista era caduta per terra. Dalle pagine spiegazzate, la scia di un vestito saliva verticalmente nell’aria, come falpalà di fumo di un abito astrale. Sulla gorgiera bianca del vestito di raso nero fioriva un’adorabile testa.

La riconobbe all’istante. Era lei, con un copricapo di castoro che lasciava spuntare qualche ricciolo inanellato dietro i lobi delle orecchie. Tra le fioriture delle sue ciglia, osservava l’uomo dentro la stanza con una leggera ruga a forma di forcina sulla fronte, mentre Fred, con le mani appoggiate sul bordo del tavolo, si immobilizzava nel proprio stupore. Greta Garbo sorrideva scoprendo la fila dei denti, con gli occhi grigio-verdi illuminati come dagli ultimi bagliori del sole di un luogo esotico.

Fred rispose, senza sapere ciò che diceva:

— Non parlate così forte. La padrona di casa dorme nella stanza accanto. È una vecchia perversa.

Lei ancora non aveva ripreso a parlare.

Lo fissava gravemente. Sembrava di ritrovarsi in una steppa nevosa. A Fred, involontariamente, affiorò alla mente Anna Karenina (1). La donna si voltò bruscamente su sé stessa e si fermò davanti alla sua fotografia, attaccata alla buona sulla parete. Fred indovinò il suo pensiero e cercò di discolparsi.

— Non ho mai avuto abbastanza denaro per comprargli una cornice adeguata.

L’attrice sollevò il cuscino. Fred, sorridendo, continuò, guardando come lo lasciava cadere.

— È un buon metodo per capire se i letti siano puliti. Gli insetti hanno un debole per i cuscini.

Finalmente lei disse:

— Quindi, voi vivete qui?

— È più tetro di una galera, vero?

— Sì.

Ora apriva l’anta dell’armadio. Curiosava all’interno, mentre il suo corpo ondulava leggermente, come se sorreggesse il ricordo ancora recente di una piacevole danza.

— Tutti questi abiti sono invernali – commentò Fred. — Per di più, sono pieni di tarme.

Greta Garbo buttava l’occhio qua e là.

— Cercate una sedia? – Fece segno di cederle la sua. — È l’unica che c’è… La padrona di casa è una donna meschina.

Subito, la sua voce si arrochì nel fondo della gola. Le sue parole sembrarono sgorgare da più in profondità, pensò:

“Possibile che non abbia niente da dirle? Ora che lei è qui!”

Quando parlò nuovamente, il suo timbro rivelò una tale sofferenza che la diva nordica rimase immobile davanti all’armadio, con la schiena riflessa nello specchio.

— È meraviglioso e assai triste – proseguì Fred. — Voi, la donna che suscita soggezione nella moltitudine delle platee, siete qui, ora. Qui, realmente con il vostro corpo, con il vostro volto impossibile da concepire accanto al nostro.

Poi, si alzò dalla sedia e, afferratala per un braccio, la fece sedere sul bordo del letto. Come dal ciglio di un sogno, si domandò:

— È mai possibile tutto questo?

Greta Garbo contemplava le punte delle sue scarpe di raso.

— Siete qui, umile e triste come Susan Lenox, come Anna Christie, come la dolorosa amante de “La modella”(2). E io non so concepire altro da dirvi che silenzio. Riverserei nelle vostre orecchie parole meravigliose, ma mi accorgo solo ora che le parole sono meravigliose quando si rivolgono a un fantasma, non a una donna in carne e ossa. Mi ascoltate?

Con le gambe accavallate, poggiata sul sostegno del letto, la donna dai capelli di cristallo restava fredda e distante.

Fred proseguì:

— Mi guardate come un gatto che ha rubato il pesce, è così? Non mi importa. Perché siete venuta? Il vostro ambiente non è questo, e non comprendo la vostra lingua. Vi detesto. Questa è la verità. Vi detesto. Non conosco uno solo dei vostri ammiratori che non sia affamato del vostro amore. Non per godere di esso, siete così magra, ossuta e isterica, ma per avere la rifusione di umiliarvi, il piacere di piegarvi. Così con quell’unica moneta potremmo riscattare l’amara ammirazione che avete seminato nel cuore di tutte le donne.

Greta Garbo lo ascoltava come affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido.

Il pensiero rimestava in Fred grandi folate di odio.

— Oh, lo so! Se qualcuno potesse vedervi in questa misera stanza in affitto, davanti a queste fotografie macchiate dalle mosche, con il vostro aspetto di viaggiatrice stanca, vi compatirebbe.

Camminava lentamente da un punto all’altro della stanza.

— Lo so. Vi compatirebbero. Correrebbero a offrirvi un bicchiere di limonata, a cambiare le lenzuola. Ma perché ve ne state con la testa china? È per umiltà? No, non lo è. È perché conoscete la semplice meccanica dell’odio, e sperate che la sua raffica si disperda nell’aria. Quando avrò riversato ai vostri piedi tutto il risentimento che fa ribollire la mia indignazione, e la mia ira si sarà esaurita, solleverete il viso, e le vostre braccia fresche e indolenti ricadranno sulle mie spalle. Così avete fatto anche con gli altri, ed è per questo che vi odio, perché i nostri rancori si sciolgono come neve sul fiore delle vostre labbra.

L’attrice non sollevò le palpebre. Fissava la punta delle sue scarpe. Restò così, intristita, come sull’orlo di un precipizio, nelle cui profondità correva un nero torrente.

Fred si avvicinò e le disse sottovoce come se stesse rilevando un segreto:

— Ipocrita… la più ipocrita e perfida di tutte le donne! Provocatrice! Ora comprendete perché le donne corrono, come quando si va al mercato, ad esaltare per qualche moneta le peripezie della vostra esistenza di celluloide? Perché in ognuno di quei torbidi episodi, che voi siate meretrice, spia o demi-mondaine, riscoprono al sole le arterie della loro vita. Per questo vi amano e vi esaltano. Non potrebbe che essere così. Alla fine di ogni avventura, corre incontro a voi un disperato che, con il viso rivolto alla luce, trasforma in estasi la sua infamia, esclamando:

Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!

Ve ne rendete conto? Avete la virtù di trasformare in bellezza il sudiciume del mondo! Non volete rispondermi!? È chiaro! Risulta molto più comodo.

Fred accese una sigaretta e contemplò, per brevi istanti, come si spegneva nello specchio la fiamma del cerino.

— Eppure ci sono degli illusi che credono veramente in questo, nel vostro amore!… senza rendersi conto che non potrete mai amare nessuno, se non il vostro successo. Siete sempre stata così rabbiosamente egoista, che il vostro petto è rimasto senza sentimenti. Non mi meraviglia che finiate per mettere in bella mostra un dentifricio. Non c’è da stupirsi Oh! È ridicolo. Ridicolo e spaventoso.

Siete egoista e dura come la mala pietra contro cui si ferisce il piede lungo la strada. La vostra ingordigia e la violenza dei gesti, la falsa febbre dei vostri occhi, con ciglia ugualmente false, e le labbra spudorate che sono rimaste fiacche e inerti nel baciare così tante bocche senza baci, si traducono in pellicce, in collane, in viaggi lunghi come sogni e nello stritolare cuori semplici. Siete diventata un simbolo del secolo. Per questo meritereste di morire lapidata sulla riva del mare, affinché le acque vi purifichino. No… Sarebbe una morte fin troppo dolce. Dovrebbero legarvi a un palo, sopra un mucchio di legna secca, e come le streghe di un tempo, bruciarvi viva. E così le vostre ceneri sarebbero ripulite.

Fred si accasciò e, seduto accanto al tavolo, pose la fronte sulle dita di una mano.

La diva scostò un ricciolo dalle tempie, avanzò verso di lui, e in piedi, curva sulla sua spalla sinistra, gli parlò come a un vecchio amico:

— Tutti quegli uomini che caddero ai miei piedi e dissero: “Ti ringrazio, Dio, di amare e di poter ricevere come un’elemosina lo sguardo di questa donna che ha trascinato per tuguri la sua bellezza immortale!”. Tutti quegli uomini che ho incatenato per il collo e che ho accostato amorosamente al mio collo, tutti gli uomini le cui fronti febbrili si sono raffreddate al tocco delle mie labbra, mi hanno già detto anche queste parole che avete pronunciato voi: che meritavo di essere lapidata o che meritavo di essere bruciata viva. Ora capite? E in questo odio inestinguibile verso di me, sta la mia grandezza. Questo odio è la mia schiva bellezza. Non ho conosciuto uno solo di quegli uomini che hanno bevuto dalla mia bocca, come in un calice di seta, baci che fanno svaporare il cervello, che non abbia voluto lacerarmi sotto le sue unghie, incenerirmi con un bacio maledetto. Vi rendete conto di quanto è grande il vostro amore, tesoro mio?

Fred protestò furiosamente.

— Non chiamatemi tesoro… – Poi, senza poter trattenere un sorriso, borbottò: — Questa è bella.

La donna nordica ugualmente sorrise:

— D’altra parte, io non sono Greta Garbo.

— Non siete Greta Garbo? Ma come?

— Sono la ragazza della rivista.

— Ma siete uguale a lei.

— Così somigliante, sì, che a volte credo che io non sia io ma lei.

— Questa è davvero buona per una bella storia.

— Vi crea disturbo?

— Oh no! Nel modo più assoluto. Come potrei sentirmi a disagio dentro questo sortilegio?

A sua volta, la ragazza si mise a camminare per la stanza, lanciando in aria volute di fumo dalla sigaretta che aveva tra le mani.

— Un commerciante si accorse della mia somiglianza con la diva. Mi assunse per promuovere il suo banco. Un mese dopo i proventi erano cresciuti del trenta per cento. Quando si decise di prolungarmi il contratto, una casa di moda mi aveva già offerto venti volte di più. Viaggi, interviste con manager… La mia carriera è stata rapida, prodigiosa. Ho contratti con aziende di prodotti chimici, catene di grandi alberghi. Un impianto termale che era quasi sul lastrico mi assunse per una stagione e la pubblicità, abilmente orchestrata, riversò frotte di visitatori verso il lido deserto.

— Non avete girato qualche film?

— Mai!… Alcuni produttori cinematografici hanno chiesto di incontrarmi. Ho sempre rifiutato di fare cinema. A cosa servirebbe? Il mio successo dipende da quello della vera Greta Garbo.

— La vanità non vi ha tentata?

— Perché la vanità? Sono arrivata a non sapere se io sono io o sono lei. Nel mio guardaroba ho tutta la collezione dei costumi che Greta Garbo ha usato per girare i suoi film. Adrian, il sarto di Hollywood, mi manda sempre una copia dei modelli destinati a lei. Come Greta, mi hanno fotografato tra bambine bionde con mazzi di fiori, come Greta, mi hanno fotografato in mezzo a truffatori, marinai, trafficanti di gomma, avventurieri; come Greta, mi hanno fotografata a pesca, giocando sulla neve, guardando, desolata, dal parapetto di una nave, la costa che si dissolve nell’orizzonte… Ho finito per confondermi…io non so se sono lei. A volte mi sembra di sì…che sono Greta Garbo in uno dei suoi attacchi di nevrastenia, i quali, come nebbiolina, velano i contorni dei suoi successi.

E di lei, quella vera, che mi dite?…

— Non lo so… Non voglio vederla, non voglio sapere niente di lei come donna. Dicono che le sue ciglia siano finte, che i suoi piedi siano grandi, e che la sua mancanza di intelligenza sia molta. Niente di tutto questo mi riguarda e non mi interessa. Io sono Greta, la Greta perfezionata e filtrata attraverso l’arte degli stilisti, degli esperti dei laboratori fotografici e dei produttori di pasta dentifricia. E questo mi basta.

— Sì, credo che basti.

Fred osservava il profilo della ragazza, la linea del naso, il sopracciglio energico, le labbra come sfiorate da una folata di etere.

Lei continuò:

— Che cosa mi importa di tutto! Mi hanno adorata tanto! Lo sapete, uomo della stanza di questa pensione? Tutti! Come se fossi lei. E poi, io lo sono. Mi hanno amata per tanto tempo. Impiegati che hanno una moglie sgradevole, solitari che percorrono il mare in fuga da un fallimento fraudolento, lestofanti, fantasiosi. Nessuno ha voluto vedere in me la donna che fa la pubblicità di un modello di Gaster o dei profumi di Nieber. Io e l’altra ci siamo mescolate in un solo, indissolubile sogno. E tutti ci hanno dato il loro amore, anche le donne!

Parlava sempre come se fosse affacciata sull’orlo di un precipizio, con l’ombra di una montagna sul viso e alle spalle un vento gelido venuto da lontano.

— Essere amata! Sapete perché mi sono staccata dalla pagina della rivista, uomo della stanza di questa pensione? Perché il vostro amore mi ha chiamata. Sì, mio caro! Il vostro grande amore! Avete passato ore e ore seduto ai piedi di questo letto a guardarmi negli occhi. E quando dicevate: “Io non potrei mai amarla”, era perché sapevate che io, o lei, o noi due, non saremmo mai venute qui, al vostro fianco. E ora lasciate che vi baci.

Poggiata come stava sul bordo del tavolo, corse al centro. Fred sollevò il viso e avvicinò la bocca. I petali di carne aderirono lentamente ai suoi, la sua anima veniva risucchiata in un sospiro che restava sospeso all’infervorarsi del cuore. L’odore salato del mare copriva le loro teste, i grandi occhi erano così vicini ai suoi che sentì perdersi dentro di loro. All’improvviso uno strepito terribile risuonò accanto, poté vedere come la figura della donna si rimpiccioliva, fino a che una piccola sagoma di bambola penetrò tra i fogli della rivista, e allora rialzò il viso con sonno e sofferenza. Un piacere era morto.


[1] Greta Garbo fu la protagonista di due versioni tratte dal romanzo di Lev Tolstoj: una versione senza sonoro diretta, nel 1927, da Edmund Goulding, dal titolo “Love”, e un rifacimento sonoro diretto, nel 1935, da Clarence Brown, dal titolo: “Anna Karenina”.

[2] Greta Garbo interpretò Susan Lenox nel film “Cortigiana” del 1931, diretto da Robert Zigler Leonard. Interpretò Anna Christie nell’omonimo film del 1930, diretto da Clarence Brown; di questo film, l’anno successivo venne girato una versione tedesca, diretta da Jacques Feyder, con protagonista la stessa Garbo, ma con un cast di attori diverso. Il film “La modella” fu girato nel 1930, diretto ancora da Clarence Brown.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La perquisizione” di Baldomero Lillo

14 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Idiomatiche, LETTERATURA

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Baldomero Lillo, Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, la perquisizione, Racconti, TRADUZIONI

C I L E

LA PERQUISIZIONE

(1917)

Baldomero Lillo (1867-1923)

Traduzione di Emilio Capaccio

È considerato il principale esponente del naturalismo sociale nella letteratura cilena. Il suo stile preciso ed espressivo, dai chiari echi modernisti, con descrizioni minuziose dei paesaggi, risente dell’influenza dei grandi naturalisti europei, quali: Honoré de Balzac, Émile Zola, Lev Tolstoj. Collaborò con varie riviste e giornali, tra i quali la rivista “Zig-Zag” e i quotidiani “El Mercurio” e “Las Últimas Noticias”. I suoi personaggi appartengono ai ceti sociali più poveri e sfruttati, irretiti nel loro destino, in una squallida miseria. Al lavoro nelle miniere e all’aspra vita delle comunità minerarie dedica una raccolta di racconti, intitolata “Sub Terra”, pubblicata nel 1904. L’opera è il frutto della conoscenza delle dure condizioni di vita dei minatori di carbone del suo villaggio, fatta attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti, e dell’esperienza che Lillo stesso fece in uno spaccio di una miniera negli anni giovanili. Il racconto proposto è tratto dalla seconda edizione della raccolta, pubblicata nel 1917, con l’aggiunta di cinque racconti, tra cui “El registro”, ovvero “La perquisizione”.

La mattina era fredda e nebbiosa, una sottile pioggerella bagnava i grossi cespugli di vecchi boldi (1) e di litracee (2) rachitiche. L’anziana donna, con la gonna arrotolata e i piedi scalzi, andava a passo svelto per l’angusto sentiero, evitando per quanto possibile l’unghiata dei rami, dai quali scorrevano grossi goccioloni, che foravano il terreno molle e spugnoso della scorciatoia. Era un sentiero solitario e poco battuto che, deviando dalla strada scura, conduceva a un piccolo insediamento distante una lega e mezza dall’imponente stabilimento carbonifero, le cui costruzioni apparivano, di tanto in tanto, fra le radure della boscaglia, nella distanza sfocata dell’orizzonte.

Nonostante il freddo e la pioggia, il viso della donna era intriso di sudore e il suo respiro, rotto e affannoso. Stretto al petto, portava un fagotto avviluppato tra le pieghe del logoro scialle di lana.

Piccola, esile, rinsecchita. Il suo volto, pieno di rughe con occhi scuri e tristi, aveva un’espressione umile, rassegnata. Si mostrava molto inquieta e sospettosa, e man mano che gli alberi diventavano più radi, si faceva più visibile la paura e l’agitazione.

Quando sboccò sul margine del bosco, si fermò un istante a guardare con attenzione lo spazio scoperto che si estendeva davanti a lei, come un immenso lenzuolo grigio, sotto il cielo d’ardesia, quasi nero in direzione del nordest.

La pianura sabbiosa e sterile era deserta. A diritta, interrompendo la loro monotona uniformità, si alzavano i muri bianchi dei capannoni coronati dalle lisce soffittature di zinco, che scintillavano sotto la pioggia. E più in là, toccando quasi le pesanti nubi, saliva dall’enorme ciminiera della miniera il nero ciuffo di fumo, contorto, sbrindellato dalle raffiche furibonde del settentrione. L’anziana donna, sempre timorosa e irrequieta, dopo un istante di osservazione fece passare il suo corpo sottile tra i fili di ferro della recinzione che delimitava da quel lato i terreni della struttura, e si incamminò in linea retta verso le abitazioni. Di tanto in tanto si chinava a raccogliere il biodo umido, stecchi di legno, rametti, radici secche disseminate nella sabbia, con cui realizzò un piccolo fastello che fissò con uno spago e adagiò sulla testa.

Con questo trofeo fece il suo ingresso lungo i corridoi degli alloggi, ma gli sguardi ironici, i sorrisetti e le parole a doppio senso indirizzate al suo passaggio, le fecero capire che lo stratagemma era noto e non ingannava gli occhi penetranti delle vicine.

Sicura del riserbo di quella brava gente, non diede importanza a quelle frecciatine e si fermò solo quando si trovò davanti la porta del suo alloggio. Infilò la chiave nella serratura, fece girare i cardini e una volta dentro passò il catenaccio.

Dopo aver sistemato in un angolo il fastello e adagiato accuratamente il fagotto sul letto, si tolse lo scialle e lo appese a una cordicella che attraversava la stanza all’altezza della testa.

Più tardi, diede fuoco a un mucchietto di sterpi e di carbone che era pronto nel camino e sedendosi su una piccola panca davanti al focolare, attese. Una fiamma scintillante si alzò e illuminò la stanza sui cui muri nudi e freddi si disegnò l’ombra surreale e spigolosa dell’anziana. Quando credette che il calore fosse sufficiente, mise sui ferri la teiera con l’acqua per il mate, afferrò il pacco sul letto, lo slegò e collocò il suo contenuto, una libbra di erba e una libbra di zucchero, sull’estremità della panca, dove si trovavano già la tazza di maiolica sbreccata e la cannuccia di latta.

Mentre il fuoco scoppiettava, la donna accarezzò con le dita secche l’erba sottile e lucida di un bel colore verde, pregustandosi la squisita bevanda che il suo palato goloso era impaziente di provare.

Era da molto tempo che il desiderio di assaporare un mate di quell’erba odorosa e fragrante era diventato un’ossessione, un chiodo fisso nel suo cervello di sessagenaria. Ma quanto le era stato difficile soddisfare quel “vizio”, come lo chiamava lei; perché suo nipote José, che faceva il custode della miniera, guadagnava appena quel poco per non morire di fame, ed era l’unico a lavorare.

L’erba dello spaccio era scadente e aveva un cattivo gusto, mentre nel villaggio, ce n’era una finissima, con foglioline così pure e aromatiche che solo a ricordarla veniva l’acquolina in bocca. Ma costava quaranta centavos (3) alla libbra! È vero che per l’erba dello spaccio pagava il doppio, ma il pagamento lo poteva fare con fiche o buoni che poteva trarre dallo stipendio del nipote, mentre per acquistare l’altra erba era necessario moneta sonante.

Ma questo non era l’unico problema. C’era anche il severo divieto per tutti i lavoratori della miniera di comprare anche un solo spillo, al di fuori dallo spaccio della Compagnia. Ogni articolo che proveniva da un’altra fonte veniva immediatamente dichiarato di contrabbando e confiscato, e il contrabbandiere punito con l’immediata espulsione dalle residenze.

Per lunghi mesi aveva accumulato centavo dopo centavo, in un angolo del letto, sotto il materasso, la somma che le occorreva. Aveva badato che a suo nipote non fosse mancato l’essenziale, privandosi lei stessa del necessario e, a poco a poco, la quantità di monete era aumentata fino a quando finalmente la somma raccolta fu sufficiente non solo a comprare un chilo d’erba, ma anche un po’ di zucchero, di quello bianco e cristallino che nello spaccio non si vedeva mai.

Dopo, però, sarebbe venuta la parte più difficile. Andare fino al villaggio, fare la spesa senza destare sospetti nei guardiani, che come degli Argo sorvegliavano con cento occhi il viavai della gente.
Al pensiero, la donna si impauriva. Perdeva tutto il coraggio. Che ne sarebbe stato di lei e del ragazzo in quell’inverno che si presentava così crudo se li avessero buttati fuori dalla stanza, lasciandoli senza pane e senza un tetto dove ripararsi?

Ma il denaro era lì, che la tentava, come a sussurrarle:

— Andiamo, prendimi, non aver paura.

Scelse un giorno di pioggia, in cui la sorveglianza era meno attenta, e alle prime luci del mattino. Non appena il ragazzo se ne fu andato alla miniera, prese le monete, diede un giro di chiavi alla porta, e si addentrò nella pianura, portando il rotolo di cordicelle che le serviva per legare i fastelli di legna, quando andava a raccoglierla di tanto in tanto nel bosco.

Ma una volta che si fu allontanata abbastanza, scavalcò la recinzione di fili di ferro e prese lo stretto sentiero che, evitando il lungo giro della strada, conduceva in linea retta verso il villaggio. La distanza era lunga, molto lunga per le sue povere gambe; ma la percorse senza troppa fatica grazie al clima gradevole e all’eccitazione nervosa che la possedeva.

Non fu così al ritorno. La via le sembrò aspra, interminabile, e dovette fermarsi più volte per riprendere fiato. Poi sperimentò una grande angoscia per il compimento di quel reato a cui la coscienza colpevole dava proporzioni inquietanti.

La presa in giro del temuto divieto di fare acquisti fuori dallo spaccio, la terrorizzava come se avesse commesso un latrocinio mostruoso. E a ogni istante le sembrava di vedere dietro un albero la sagoma minacciosa di qualche sorvegliante che improvvisamente si gettava su di lei e le strappava il pacchetto.

Più volte fu tentata di gettare l’involucro compromettente a un lato della strada per liberarsi di quell’angoscia, ma la fragranza aromatica dell’erba che attraverso la carta solleticava il suo olfatto, la faceva desistere dal prendere una decisione così dolorosa. Perciò, quando si trovò da sola dentro la stanza, al sicuro da qualunque sguardo indiscreto, la colse un attacco d’infantile allegria.

E mentre l’acqua pronta per bollire diffondeva il gorgoglio che precede l’ebollizione, con le mani incrociate sulle ginocchia seguiva con gli occhi le tenui volute del vapore che cominciavano a uscire dal becco curvo della teiera.

Nonostante l’atroce stanchezza della lunga camminata, provava una dolce sensazione di contentezza. Stava per gustare nuovamente gli squisiti mati di un tempo, che erano stati la sua delizia quando ancora c’erano intorno a lei le persone che le furono sottratte da quell’insaziabile divoratrice di giovani: la miniera, che sotto le piante, nel profondo della terra, stendeva la nera rete dei suoi passaggi, inferno e ossario di tante generazioni.

All’improvviso un colpo brusco alla porta la strappò dalle sue meditazioni. Una paura terribile si impossessò di lei e quasi senza accorgersi di ciò che stava facendo, prese il pacco e lo nascose sotto la panca. Un secondo colpo più forte del primo, seguito da una voce ruvida e imperiosa che gridava: “Aprite, nonna, presto, presto!”, la tirò fuori dalla sua immobilità. Si alzò in piedi e girò la serratura.

Il padrone dello spaccio e il suo giovane dipendente furono i primi a oltrepassare la soglia, seguiti da due inservienti con alcuni sacchi sulle spalle che depositarono sul pavimento ammattonato. L’anziana si lasciò cadere sulla panca.

Paralizzata, guardava davanti a sé con un’espressione da ebete; la bocca semichiusa e la mascella appesa rivelavano il culmine della sorpresa e dello spavento. Mentre il suo corpo si liquefaceva, si riduceva fino a diventare qualcosa di piccolissimo e impalpabile, l’imponente figura di quell’uomo dalla barba bionda e dai baffi attorcigliati, avvolto nel suo lussuoso cappotto, assumeva proporzioni colossali, riempiva la stanza, impedendo ogni tentativo di sgattaiolare via e di nascondersi.

Nel frattempo, il dipendente, un giovinastro sveglio e agile, aiutato dagli inservienti, aveva iniziato la perquisizione. Dopo aver gettato da un lato le coperte del letto, girato il materasso e tastato la paglia attraverso il tessuto, aprirono il piccolo baule e, a uno a uno, gettarono al centro della stanza gli stracci che vi erano contenuti, lasciandosi andare ad apprezzamenti sgradevoli per quei vestiti, talmente strappati e cenciosi, che non si sapeva come afferrarli. Poi, rovistarono negli angoli, rimossero i pochi e miseri utensili dal loro posto e d’improvviso si fermarono a guardarsi disorientati.

Il padrone, in piedi davanti alla porta, in atteggiamento severo e distinto osservava i movimenti dei suoi subalterni senza scucire una parola.

Il giovane dipendente si rivolse a uno degli uomini, chiedendogli:

— Sei sicuro di averla vista passare attraverso il filo spinato?

L’interpellato rispose:

— Sicuro, signore, come ora sto vedendo voi davanti ai miei occhi. Spuntava dalla scorciatoia e scommetterei dieci a uno che veniva dal villaggio.

Ci fu un breve silenzio, poi la voce del padrone dello spaccio proruppe:

— Beh, perquisite lei.

Mentre i due uomini afferrarono l’anziana per le braccia e la tennero in piedi, il giovane eseguì in fretta la ripugnante operazione.

— Non ha nulla – disse, asciugandosi le mani che si erano inumidite nei risvolti dei vestiti bagnati.

E tutto sarebbe finito bene per la donna se quel giovane, nel suo desiderio di perquisire in ogni luogo, non si fosse avvicinato alla panca e guardato sotto.

Appena si fu abbassato, si voltò verso il padrone con sguardo raggiante.

— Guardate dove l’ho trovata, signore, questa vecchia dei diavoli!

Il padrone ordinò secco:

— Requisite il pacco e uscite.

Quando il giovane dipendente e gli inservienti se ne furono andati, il padrone osservò un istante la piccola e misera figura dell’anziana, raggomitolata sulla panca, poi, assumendo un aspetto imponente, avanzò di qualche passo e con voce severa la rimproverò:

— Se non foste una povera vecchia, vi farei sbrattare la stanza, gettandovi in strada. E questo, in coscienza, sarebbe giusto, perché lo sapete bene che comprare qualcosa fuori dallo spaccio è un furto che si fa alla Compagnia. Per ora, poiché è la prima volta, voglio essere indulgente, ma se dovesse accadere un’altra volta, adempirò rigorosamente al mio dovere. Andate con Dio e chiedetegli di perdonarvi questo peccato indegno per i vostri capelli grigi.

L’anziana rimase da sola. Il suo petto traboccava di gratitudine per la bontà del padrone e sarebbe caduta in ginocchio ai suoi piedi se la sorpresa e la paura non l’avessero paralizzata. Senza alzarsi dalla panca, si girò verso il camino e piegò pesantemente la testa.

Fuori, il maltempo aumentava a poco a poco; una raffica aprì la porta e alimentò il fuoco morente, scompigliando sulla nuca della donna le rade ciocche grigie che mettevano a nudo il collo lungo e sottile, con la pelle raggrinzita attaccata alle vertebre.


[1] Alberello spontaneo, sempreverde, originario del Cile, con fiori bianchi e foglie aromatiche, ruvide e ricoperte di peluria.

[2] Famiglia di piante erbacee o legnose, diffuse in tutto il mondo, principalmente nelle fascia tropicale e temperata. Vivono indistintamente in ambienti aridi, umidi e acquei, con caratteristiche peculiari, per ogni specie, in relazione a tali ambienti.

[3] Unità di misura di diverse monete dell’America Latina, corrispondente alla centesima parte. Si traduce letteralmente “centesimo”.

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“Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados” Introduzione

07 giovedì Apr 2022

Posted by emiliocapaccio in Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, LETTERATURA

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Capo Horn - Tijuana. Cuentos Olvidados, Emilio Capaccio, Racconti, TRADUZIONI

Dal 14 aprile su Limina Mundi la rubrica “Cuentos Olvidados”. In esclusiva per i lettori del sito.

Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Che le foglie siano più lucide al comincio e più ingiallite all’arrivo, già basterebbe questo continuo atto d’amor proprio del tempo, devoto a sé stesso, che non diniega neppure il più cieco o il più visionario. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Altri ritagli di noi stessi a un punto di destino ci tendono il palmo o ci vengono incontro con aria di teneri cospiratori e non vedono l’ora di svelarci un recondito cambiamento. “Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambia in noi”, scrive un tale che narra di un visconte dimezzato. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Timori con i quali stringiamo amicizia oltre la curva della strada e certezze dietro il terrapieno di cosiffatti timori che aspettano conferme che si farebbero raccogliere come fasci di spighe. Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa. Il primo passo con la scarpa lustra, da Capo Horn, l’ultimo con la scarpa polverosa, nelle babilonie di Tijuana.
Sulla strada molte cose. Greta Garbo e la controfigura, la vecchia e il suo mate, l’acquaiolo e “Grazia di Dio”, il circo Ciarini e il gran Léotard, il piccolo cambujo masturbatore, la pazza che si perdette lo sposo, la gatta sivigliana che ci scapitò…e discosti nella fitta boscaglia, i loro padri e le loro madri. Ventuno agonizzanti in terra latina. Due gentil sesso, primigenie femministe. Soccorriamoli! Soccorriamoli, i dimenticati dei barrios e delle calle pietrose della vecchia epoca! Soccorriamoli! Soccorriamoli, che tutto è finzione, ma qui, sulla pagina scritta, ogni finzione è realtà. Portiamoli sotto la croce del Nazzareno, al riparo dai dittatori, dai colonizzatori, dai bravos, dai picari, dai bucanieri, dagli smemorati.
Portiamo gli scomparsi sul bell’ isolotto della Buona Memoria!
Un cammino è un cammino. Accade sempre qualcosa.

Emilio Capaccio

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