Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano è un’opera che riesce a fare qualcosa di raro nella poesia civile italiana contemporanea: costruire un monumento verbale collettivo senza sacrificare la specificità di ogni singola vita. Ci riesce grazie a un impianto strutturale di grande intelligenza compositiva, quello che accosta a ogni vittima di infortunio sul lavoro una coppia di testi — una prosa narrativa o cronachistica e una poesia dedicata — disposti in rigorosa sequenza cronologica dal 1998 al maggio 2026, fino a comporre, nell’indice finale, un vero e proprio necrologio in forma di sommario: nome, data, pagina.
La freddezza apparente dell’elenco viene però smentita, riga dopo riga, dalla densità umana dei testi che lo precedono. È una scelta d’impianto quasi liturgica, vicina al martirologio o al calendario dei giusti, e il libro ne è pienamente consapevole fin dal paratesto: la prefazione della segretaria della CGIL di Forlì-Cesena rifiuta l’espressione «morti bianche» come eufemismo che neutralizza la responsabilità, mentre la nota dell’autrice dichiara il proposito di restituire identità a chi è stato ridotto a numero. È una vera e propria dichiarazione di poetica, che l’intera raccolta persegue con una coerenza ammirevole, capitolo dopo capitolo, corpo dopo corpo, senza mai perdere di vista l’individualità del lutto dentro la serialità della strage.
Il dispositivo prosa-più-poesia funziona come un doppio registro percettivo complementare: la prosa lavora in modalità di cronaca ampliata, con dati anagrafici, dinamica dell’incidente, voci indirette di familiari e colleghi, e ha il merito di ancorare ogni testo poetico a un fatto verificabile, a un nome, a un luogo preciso — Brindisi, Bologna, l’argine del Santerno, la Magona, l’Interporto —, così che la poesia non fluttui mai nell’astrazione, ma resti sempre legata a una biografia concreta. In diversi punti, inoltre, la prosa raggiunge una vera tenuta narrativa autonoma, come nel racconto d’apertura dedicato a Ruggero e al fratellino Matteo, costruito con un dialogo delicatissimo sulla doppia notizia, «bella e brutta», o come nella sezione dedicata a Rayan Lassoued, dove il tempo si dilata e la scena prende corpo con la cura di un vero racconto letterario.
È nella poesia, comunque, che il libro trova la sua voce più originale e la sua ragione più profonda. Qui la Cruz Lezcano lavora su un lessico ricorrente — ferro, ingranaggi, polvere, ali, uccelli, cielo, silenzio, il non-rumore delle cose che restano — che attraversa l’intera raccolta come un campo semantico coeso e riconoscibile, capace di tenere insieme testi di intonazione molto diversa senza mai risultare arbitrario o meccanico.
Uno dei tratti più felici e meno prevedibili della scrittura è l’uso della misura fisica come unità di pathos: «sette metri di cielo», «sei metri d’eternità», «quindici metri di vuoto», «tre metri di irreversibile assenza» sono formule che tornano, quasi come una rima nascosta, in poesie diverse e che producono un effetto potente proprio perché rovesciano il linguaggio contabile che il sistema produttivo e giudiziario impone alle morti sul lavoro — le «carte», le «formule», «le mani che si lavano nel linguaggio della tecnica» di Orditoio di silenzio —, restituendo quella stessa unità di misura alla dimensione del lutto. È forse il gesto poetico più riuscito dell’intero libro, perché mette in scena esattamente ciò che l’opera vuole affermare: che il numero, invece di cancellare, può diventare strumento di pietas.
Accanto a questa vena convive una sperimentazione lessicale audace e originale, quella che innesta il vocabolario medico-biologico sul lamento funebre. Miociti di dolore, dedicata ai due operai folgorati, Samuel Scacciaferro e Giovanni Sanfilippo, costruisce l’intero componimento su immagini di sinapsi, potenziale d’azione, giunzioni comunicanti e sincizio cellulare applicate al corpo sociale del lutto. Convertitore 3, invece, lascia parlare l’impianto industriale accanto al morto, senza mediazioni consolatorie, mentre Vertebra del mondo trova in una singola immagine — l’impalcatura che «non sa cos’è il lutto» ma «oggi l’ha indossato» — la capacità di far coincidere il linguaggio tecnico del cantiere con quello dell’elegia. Sono i testi in cui l’autrice rinnova più radicalmente il repertorio della poesia civile italiana, portandolo oltre le immagini più consuete del vuoto e dell’assenza, verso un lessico ibrido e contemporaneo, capace di dire la violenza del lavoro con gli stessi strumenti concettuali con cui quella violenza viene prodotta e amministrata.
Un registro ulteriore, prezioso proprio nella sua unicità all’interno della raccolta, è quello dialettale della poesia dedicata a Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Viento, scritta in napoletano. Essa introduce una polifonia linguistica che apre il libro a una dimensione corale e popolare, non mediata dal filtro della lingua letteraria standard, e testimonia quanto la scrittura della Cruz Lezcano sappia adattare il proprio registro alla specificità di ogni storia, invece di applicare una formula uniforme.
Molto convincente è anche l’attenzione, trasversale a tutta la raccolta, alla dimensione domestica e quotidiana che precede e segue la tragedia: la colazione preparata all’alba, il pallone lasciato in un cortile, le videochiamate, la stanza rimasta identica, gli oggetti che sembrano trattenere il respiro. Sono dettagli che l’autrice sa dosare con grande misura, senza mai scivolare nel sentimentalismo, e che hanno la funzione di restituire concretezza affettiva a vite che il resoconto giornalistico riduce sempre a puro dato. Va sottolineato, inoltre, come il libro dia voce, con pari dignità e senza gerarchie, a un’umanità del lavoro molto ampia e composita — operai italiani e migranti, braccianti agricoli, addetti alle cave e ai cantieri, ferrovieri, un ragazzo con grave menomazione, due giovani donne come Luana D’Orazio e Anila Grishaj —, componendo così, attraverso l’accumulo stesso dei casi, un ritratto corale e nazionale della fragilità del lavoro contemporaneo. In questo contesto, l’insistenza sulla ripetizione non è mai stanchezza compositiva, ma scelta consapevole, perché è proprio la sistematicità della strage, il fatto che si tratti — come dice una delle poesie — di «sistema» e non di episodi isolati, il nucleo politico che il libro vuole rendere visibile attraverso la propria stessa struttura seriale.
Anche il registro sacrale che affiora in più punti — i «sacerdoti / che hanno offerto il corpo / sull’altare industriale del profitto», il casco «caduto come un’ostia», il «battesimo nero / del pane guadagnato» — funziona come gesto di risarcimento simbolico potente e coerente con l’intento dichiarato del libro: quello di restituire sacralità e dignità a corpi che la cronaca riduce a statistica, collocando la raccolta in una tradizione di elegia civile e comunitaria che ha radici profonde nella cultura popolare italiana del lutto.
Pubblicato nel 2026, il libro arriva con un’attualità quasi cronachistica: l’ultima sezione, dedicata a Rayan Lassoued, morto a ventun anni a Cesena, è esplicitamente collegata nella prefazione a una mobilitazione ancora in corso. Questa prossimità temporale, insieme alla scelta di chiudere la raccolta con una poesia dal titolo programmatico, Grammatica di un impatto, rivela la vera ambizione dell’opera: costruire una grammatica condivisa, un sistema coerente di forme ricorrenti — la misura del vuoto, il non-rumore, l’ingranaggio indifferente, la sacralizzazione del corpo operaio, l’apostrofe diretta al morto, che attraversa quasi ogni componimento —, capace di dare un ordine linguistico e affettivo a una serie di morti che altrimenti resterebbero disperse tra le pagine di cronaca, da cui il libro esplicitamente le sottrae.
Nel suo insieme, Crimini della sicurezza raggiunge pienamente l’obiettivo dichiarato: trasformare la cronaca in presenza umana. Lo fa con una scrittura sorvegliata e generosa insieme, capace di alternare il rigore documentario della prosa alla libertà immaginativa della poesia, senza che l’una tradisca l’altra. Un libro che restituisce ai nomi propri la loro voce e al lettore la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.
Ho amici angeli e diavoli. Gli angeli mi dicono ciò che è sbagliato, i diavoli mi portano a conoscerlo.
A. de C. A.
Antônio de Castro Alves è una delle figure più significative della letteratura brasiliana dell’Ottocento e occupa un posto centrale nella storia del Romanticismo del Brasile. Nato il 14 marzo 1847 nella regione di Curralinho, nello stato di Bahia, visse un’esistenza breve ma intensa, segnata da una straordinaria precocità intellettuale e da un forte impegno civile. La sua morte, avvenuta il 6 luglio 1871 a Salvador, quando aveva soltanto ventiquattro anni, contribuì a costruire intorno alla sua figura un’aura quasi leggendaria. Nonostante la brevità della sua vita, Castro Alves lasciò un’eredità letteraria di grande valore, diventando il simbolo della lotta contro la schiavitù e una delle voci poetiche più influenti del mondo lusofono. La sua formazione avvenne in un contesto storico caratterizzato da profonde contraddizioni sociali. Il Brasile dell’Ottocento era ancora una monarchia fondata in larga misura sul lavoro degli schiavi, e le disuguaglianze economiche e sociali erano evidenti. Proveniente da una famiglia relativamente agiata, il giovane Castro Alves ebbe accesso agli studi e frequentò inizialmente il collegio a Salvador. Fin da adolescente mostrò una particolare inclinazione per la letteratura, il teatro e l’oratoria. Successivamente si trasferì a Recife per studiare giurisprudenza, entrando in contatto con ambienti culturali e politici molto vivaci. In quegli anni maturò una coscienza critica sempre più profonda riguardo ai problemi della società brasiliana e sviluppò un ideale di giustizia che avrebbe segnato in modo indelebile la sua produzione poetica. La sua esperienza universitaria rappresentò un momento decisivo per la formazione della sua personalità artistica. Recife era uno dei principali centri culturali del Paese e offriva numerose occasioni di confronto intellettuale. Castro Alves entrò in relazione con scrittori, giornalisti e studenti impegnati nelle discussioni politiche del tempo. La sua poesia iniziò così ad assumere un carattere fortemente pubblico, superando la dimensione individuale e sentimentale tipica di molta produzione romantica precedente. Pur conservando l’intensità emotiva propria del Romanticismo, egli trasformò la parola poetica in uno strumento di denuncia sociale e di partecipazione civile. Uno degli aspetti più significativi della sua biografia riguarda il rapporto con il teatro e con l’attrice portoghese Eugênia Câmara, di cui si innamorò profondamente. Questa relazione influenzò la sua sensibilità artistica e alimentò numerose composizioni dedicate all’amore e alla passione. Tuttavia, la sua vicenda personale fu segnata anche da eventi drammatici. Durante una battuta di caccia si ferì gravemente a un piede con un colpo d’arma da fuoco; le complicazioni mediche portarono all’amputazione della gamba. Già indebolito dalla tubercolosi, una delle malattie più diffuse e temute dell’epoca, non riuscì a recuperare completamente la salute. Gli ultimi anni furono caratterizzati dalla sofferenza fisica, ma anche da una notevole intensità creativa. Per comprendere pienamente l’importanza della sua opera è necessario collocarla nel quadro del Romanticismo brasiliano. La critica letteraria tende a distinguere diverse fasi di questo movimento. Castro Alves appartiene alla cosiddetta terza generazione romantica, spesso definita “condoreira”. Il termine deriva dall’immagine del condor, grande uccello delle Ande che vola ad altissime quote e che simboleggia la libertà, la visione ampia e l’aspirazione a ideali elevati. I poeti di questa generazione si allontanarono dall’intimismo e dal pessimismo esistenziale che avevano caratterizzato molti autori precedenti, privilegiando invece temi sociali, politici e umanitari. L’elemento che rende Castro Alves una figura eccezionale è la capacità di coniugare il lirismo romantico con una forte tensione etica. Nei suoi versi la poesia non è soltanto espressione dei sentimenti individuali, ma diventa una forza capace di intervenire nella realtà. Egli considera il poeta come una coscienza critica della società, un interprete delle sofferenze collettive e un promotore di cambiamento. Questa concezione emerge con particolare evidenza nelle opere dedicate alla condizione degli schiavi africani e afrodiscendenti presenti in Brasile. La schiavitù rappresenta il tema centrale della sua produzione più celebre. In un’epoca in cui milioni di persone erano ancora private della libertà e sottoposte a condizioni disumane, Castro Alves utilizzò la poesia per denunciare la violenza del sistema schiavista. La sua voce si distinse per il coraggio e per la forza emotiva con cui affrontò una questione che molti preferivano ignorare o giustificare. Attraverso immagini potenti e un linguaggio capace di suscitare indignazione, egli riuscì a trasformare la poesia in un mezzo di sensibilizzazione pubblica. La sua opera più famosa è generalmente considerata O Navio Negreiro, un poema che descrive il trasporto degli schiavi africani verso il continente americano. In questa composizione il poeta costruisce un contrasto impressionante tra la grandiosità della natura e l’orrore delle sofferenze umane. Il mare, il cielo e gli spazi immensi dell’oceano vengono evocati con immagini solenni e maestose, mentre all’interno della nave si consuma una tragedia fatta di dolore, umiliazione e morte. L’efficacia del testo deriva dalla capacità di alternare momenti descrittivi a passaggi di forte coinvolgimento emotivo, creando un crescendo drammatico che culmina nella condanna morale della schiavitù. Il lettore non assiste semplicemente a una rappresentazione della realtà, ma viene chiamato a partecipare emotivamente all’esperienza delle vittime. L’originalità di Castro Alves consiste anche nella sua attenzione alla dimensione umana degli schiavi. In un contesto storico in cui essi erano spesso considerati semplicemente come forza lavoro o proprietà economica, il poeta restituisce loro dignità, identità e sofferenza. Nei suoi versi gli schiavi diventano individui capaci di provare paura, nostalgia, speranza e dolore. Questa umanizzazione contribuisce a rendere la sua denuncia particolarmente efficace e moderna. Egli non si limita a criticare un sistema economico, ma mette in luce la tragedia personale e collettiva di chi ne subisce le conseguenze. Dal punto di vista stilistico, la poesia di Castro Alves si caratterizza per un linguaggio ricco, energico e fortemente teatrale. La sua esperienza nel mondo dello spettacolo influenzò profondamente il modo di costruire i testi. Molte composizioni sembrano concepite per essere declamate davanti a un pubblico, con un uso frequente di esclamazioni, interrogazioni retoriche e immagini di grande impatto visivo. Questa dimensione oratoria conferisce ai suoi versi una forza comunicativa straordinaria e contribuisce a spiegare il successo che ottennero già durante la sua vita. Un altro elemento distintivo è l’ampiezza delle immagini poetiche. Castro Alves predilige scenari grandiosi, fenomeni naturali imponenti e simboli capaci di evocare idee universali. Il mare, il cielo, il sole, le tempeste e il volo degli uccelli assumono spesso un valore metaforico legato alla libertà, alla giustizia e al destino umano. Questa tendenza riflette l’influenza del Romanticismo europeo, in particolare di autori come Victor Hugo, ma viene reinterpretata alla luce della realtà brasiliana e delle esigenze espressive del poeta. Accanto alla poesia sociale, una parte importante della sua produzione è dedicata all’amore. Le liriche amorose di Castro Alves si distinguono per una sensualità relativamente nuova nel panorama romantico brasiliano. A differenza di altri autori che idealizzavano la figura femminile fino a renderla quasi irraggiungibile, egli presenta l’amore come esperienza concreta, intensa e profondamente legata alla vita. La donna non appare soltanto come simbolo di purezza o perfezione spirituale, ma come presenza reale, capace di suscitare desiderio, passione e coinvolgimento emotivo. Questa visione più terrena e vitale contribuisce a dare originalità alla sua poesia. L’eros e la libertà costituiscono infatti due dimensioni strettamente collegate nella sua opera. L’amore viene spesso rappresentato come una forza capace di superare convenzioni e limiti imposti dalla società. Anche in questo ambito emerge la fiducia del poeta nella possibilità di affermare pienamente la dignità e l’autenticità dell’essere umano. Tale atteggiamento si collega alla sua visione generale dell’esistenza, caratterizzata da un profondo desiderio di emancipazione individuale e collettiva. La produzione di Castro Alves rivela inoltre una notevole sensibilità verso le trasformazioni storiche del suo tempo. Pur essendo profondamente radicato nella tradizione romantica, il poeta anticipa alcuni aspetti che verranno sviluppati da movimenti successivi. Il suo interesse per le questioni sociali, la sua attenzione ai gruppi emarginati e il suo desiderio di intervenire nel dibattito pubblico prefigurano orientamenti che troveranno maggiore diffusione nella letteratura realista e nella poesia impegnata del secolo successivo. In questo senso la sua opera rappresenta un ponte tra diverse stagioni della cultura brasiliana. La ricezione della sua poesia fu molto significativa già durante la seconda metà dell’Ottocento. Le sue composizioni circolarono ampiamente e contribuirono a rafforzare il movimento abolizionista che avrebbe portato, alcuni anni dopo la sua morte, all’abolizione della schiavitù in Brasile. Sebbene non sia possibile attribuire alla letteratura un ruolo esclusivo nei cambiamenti politici, è indubbio che la voce di Castro Alves contribuì a diffondere una nuova sensibilità morale e a rendere più visibili le contraddizioni della società brasiliana. Nel corso del tempo la sua figura è stata celebrata come quella di un poeta della libertà. Questa definizione non deriva soltanto dalla sua opposizione alla schiavitù, ma da una concezione più ampia dell’essere umano e dei suoi diritti. Nei suoi versi emerge costantemente la convinzione che ogni individuo debba poter vivere con dignità, senza oppressioni e senza discriminazioni. Tale messaggio conserva ancora oggi una notevole attualità e continua a essere uno degli aspetti più apprezzati della sua eredità culturale. L’importanza di Antônio de Castro Alves nella storia della letteratura brasiliana risiede dunque nella straordinaria capacità di unire bellezza estetica e impegno civile. La sua poesia riesce a emozionare senza rinunciare alla riflessione critica, a denunciare le ingiustizie senza perdere intensità lirica, a rappresentare il dolore umano senza cedere al pessimismo. Attraverso immagini potenti, una grande abilità retorica e una sincera partecipazione alle vicende del suo tempo, egli trasformò la parola poetica in uno strumento di libertà. La sua opera continua a essere letta e studiata non soltanto come testimonianza di un’epoca, ma come esempio di come la letteratura possa contribuire alla costruzione di una coscienza collettiva più sensibile ai valori della giustizia, dell’uguaglianza e della dignità umana.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
L’airone triste
Sono come un airone triste Che vive sulla riva del fiume, Le rugiade della notte Mi fanno tremare di freddo.
Mi fanno tremare di freddo Come i giunchi della laguna; Felice a vagare l’araponga , Che libera è, che libera vola.
Che libera è, che libera vola Verso le terre del suo nido, E sull’acacia nera della sera Canta lontana dai sentieri.
Canta lontana dai sentieri Dove scalpiccia il bovaro, E se le ali vuol riposare Ha la palma, la vaniglia.
Ha la palma, la vaniglia, Ha la palude, la lavandaia, Ha i campi, il fiore, Ha l’erba, la rampicante.
Ha l’erba, la rampicante, Tutti hanno i loro amori, Io non ho madre né figli, Né fratello, né lare, né fiori.
A garça triste
Eu sou como a garça triste Que mora à beira do rio, As orvalhadas da noite Me fazem tremer de frio.
Me fazem tremer de frio Como os juncos da lagoa; Feliz da araponga errante Que é livre, que livre voa.
Que é livre, que livre voa Para as bandas do seu ninho, E nas braúnas à tarde Canta longe do caminho.
Canta longe do caminho. Por onde o vaqueiro trilha, Se quer descansar as asas Tem a palmeira, a baunilha.
Tem a palmeira, a baunilha, Tem o brejo, a lavadeira, Tem as campinas, as flores, Tem a relva, a trepadeira,
Tem a relva, a trepadeira, Todas têm os seus amores, Eu não tenho mãe nem filhos, Nem irmão, nem lar, nem flores.
Notte d’amore
Passava la luna nell’azzurro spazio Del tuo grembo A innamorar l’aurora! Come era motivo del suo blando lume… Fui geloso Di veder tanto amore.
Come albicanti piume d’un cigno Andavano le brume A vagar nei cieli, Gemeva la brezza — profumando la rosa — Soffice, lamentosa Nei tuoi capelli.
Che notte santa! Sempre muto il labbro A dir tutto A sospirar passione Da spazio a spazio — un fervente bacio — E dopo il bacio Tu dicevi — “No! … ”
Fui la brezza, tu fosti per me la rosa, Fui farfalla — Tu fosti per me la luce! Brezza — ti baciai; farfalla — mi arsi, E oggi m’opprime La croce del martirio.
E quando ora il vento sulla montagna Geme lamento D’amor infinito, Invano cerco d’udire i tuoi giuramenti Non più felicità… Solo dolore mi resta.
Sarebbe un sogno quella notte errante?… Dimmi, mia amata!… Fu reale… lo so bene… Ah, non negarmi …Dimmi della luna, del vento Dimmi del tormento… Che per te soffrii tanto!
Noite de amor
Passava a lua pelo azul do espaço De teu regaço A namorar o alvor! Como era tema no seu brando lume… Tive ciúme De ver tanto amor.
Come de um cisne alvinitentes plumas Iam as brumas A vagar nos céus, Gemia a brisa — profumando a rosa — Terna, queixosa Nos cabelos teus.
Que noite santa! Sempre o lábio mudo A dizer tudo A suspirar paixão De espaço a espaço — um fervoroso beijo E após o beijo E tu dizias — “Não!…”
Eu fui a brisa, tu me foste a rosa, Fui mariposa — Tu me foste a luz! Brisa — beijei-te; mariposa — ardi-me, E hoje me oprime Do martírio a cruz
E agora quando na montanha o vento Geme lamento De infinito amor, Buscando debalde te escutar as juras Não mais venturas… Só me resta a dor.
Seria um sonho aquela noite errante?… Diz, minha amante!… Foi real… bem sei… Ai! não me negues… Diz-me a lua, o vento Diz-me o tormento… Que por ti penei!
( Espumas Flutuantes, 1870)
Crepuscolo del sertão
La sera smoriva! Nelle acque fangose Le ombre dei margini si facevano lunghe lunghe; Sulla snella vedetta degli alberi secchi Un triste pianto s’udiva d’araponghe.
La sera smoriva! Dai rami, dagli sterpi, Dalle pietre, dal lichene, dalle edere, dai cardi, Le tenebre striscianti col ventre a terra Uscivano, come neri e crudeli leopardi.
La sera smoriva! Ma nel fondo delle acque S’imporriva la galla dell’oscura inga … Nel gelido fremito dei venti taglienti Stridea musicale la palma solinga.
Sussurro profondo! Fragore gigante! Forse un – silenzio!… Forse un’ – orchestra… Dalla foglia, dal calice, dalle ali, dall’insetto… Dall’atomo – alla stella… dal verme – alla foresta!…
Le garzette sotto l’ali mettevano Il becco vermiglio – dalla brezza alla sferzata -; E la terra nell’onda d’azzurro infinito Il capo s’ornava di piume dell’ora annottata!
Solamente talvolta dai bordi della giungla Dagli enormi golfi, da quel paraggio, Innalzava la testa, sorpreso, inquieto, Coperto di limo – un toro selvaggio.
Allora le alzavole, intorno planando, Senza meta, il volo, spaurite, piegavano… E quelle timide reclamando altre rive Sulla piroga gridando passavano!…
Crepúsculo sertanejo
A tarde morria! Nas águas barrentas As sombras das margens deitavam-se longas; Na esguia atalaia das árvores secas Ouvia-se um triste chorar de arapongas.
A tarde morria! Dos ramos, das lascas, Das pedras, do líquen, das heras, dos cardos, As trevas rasteiras com o ventre por terra Saíam, quais negros, cruéis leopardos.
A tarde morria! Mas funda nas águas Lavava-se a galha do escuro ingazeiro… Ao fresco arrepio dos ventos cortantes Em músico estalo rangia o coqueiro.
Sussurro profundo! Marulho gigante! Talvez um – silêncio!… Talvez uma – orquestra… Da folha, do cálix, das asas, do inseto… Do átomo – à estrela… do verme – à floresta!…
As garças metiam o bico vermelho Por baixo das asas, – da brisa ao açoite -; E a terra na vaga de azul do infinito Cobria a cabeça co’as penas da noite!
Somente por vezes, dos jungles das bordas Dos golfos enormes, daquela paragem, Erguia a cabeça surpreso, inquieto, Coberto de limos – um touro selvagem.
Então as marrecas, em torno boiando, O vôo encurvavam medrosas, à toa… E o tímido bando pedindo outras praias Passava gritando por sobre a canoa!…
Durante un temporale
Va fonda la tempesta nell’infinito, Rugge il ciclone tumido e feroce… Ulula la gabbia delle tigri della procella – Io sogno la tua voce –
S’incrociano nubi nere, rifulgenti, Nella mano del vento in scompigliati anelli… Io – vedo sopra la seta del corpetto I tuoi lubrici capelli…
Il baglio del lampo squarcia fin in fondo Gli abissi interminabili dell’aria… Io sondo il firmamento della tua anima, Dentro la luce del tuo sguardo…
Sopra il petto fremente delle onde, La spuma irrora di baci lo spazio… Io —mi par di veder, ansimando, Le cangianti trine sul grembo.
Trema la terra… le foglie cadute Stridono all’aspero urto della grandine, Come si culla un cuore afflitto, Come è bello il tuo sorriso…
Che importa la notte, i venti, la bufera, I tuoni che predicono il cataclisma… Se meditando su di te si dissolve l’universo E a te soltanto io penso…
Sei la mia vita… l’aria che respiro… Non ci sono uragani quando sei calma. Solo raggi per me nei tuoi occhi, Procelle nella tua anima.
Durante um Temporal
Vai funda a tempestade no infinito, Ruge o ciclone túmido e feroz… Uiva a jaula dos tigres da procela — Eu sonho tua voz —
Cruzam as nuvens refulgentes, negras, Na mão do vento em desgrenhados elos… Eu vejo sobre a seda do corpete Teus lúbricos cabelos…
Do relâmpago a luz rasga até o fundo Os abismos intérminos do ar… Eu sondo o firmamento de tua alma, À luz de teu olhar…
Sobre o peito das vagas arquejantes Borrifa a espuma em ósculos o espaço… Eu — penso ver arfando, alvinitentes, As rendas no regaço.
A terra treme… As folhas descaídas Rangem ao choque rijo do granizo Como acalenta um coração aflito, Como é bom teu sorriso,….
Que importa o vendaval, a noite, os euros, Os trovões predizendo o cataclismo… Se em ti pensando some-se o universo E em ti somente eu cismo…
Tu és a minha vida … o ar que aspiro… Não há tormentas quando estás em calma. Para mim só há raios em teus olhos, Procelas em tua alma!
I due fiori
Sono due fiori uniti Sono due rose nate Forse dallo stesso albore, Vivendo sullo stesso ramo, Dalla stessa goccia di rugiada, Dallo stesso raggio di sole.
Uniti, proprio come le piume Delle due piccole ali D’un uccellino del cielo… Come una coppia di tortore, Come la schiera di rondini Nel velo tenue del meriggio.
Uniti, come le lacrime, Che in coppia scendono tanto Dalle profondità dello sguardo… Come il sospiro e il dispiacere, Come le fossette sul viso, Come le stelle marine.
Uniti… Ah, chi potrebbe Dentro un’eterna primavera Vivere, come vive questo fiore. Riunire le rose della vita Sul verde ramo fiorito, Sul verde ramo dell’amore!
As duas flores
São duas flores unidas São duas rosas nascidas Talvez do mesmo arrebol, Vivendo,no mesmo galho, Da mesma gota de orvalho, Do mesmo raio de sol.
Unidas, bem como as penas Das duas asas pequenas De um passarinho do céu… Como um casal de rolinhas, Como a tribo de andorinhas Da tarde no frouxo véu.
Unidas, bem como os prantos, Que em parelha descem tantos Das profundezas do olhar… Como o suspiro e o desgosto, Como as covinhas do rosto, Como as estrelas do mar.
Unidas …Ai quem pudera Numa eterna primavera Viver, qual vive esta flor. Juntar as rosas da vida Na rama verde e florida, Na verde rama do amor!
Amare ed essere amato
Amare ed essere amato! Con quale desiderio Con quanto ardore questo adorato sogno Ho cullato nel mio ardente delirio. In quelle dolci notti insonni! Essere amato da te, il tuo respiro A sfiorarmi la fronte ardente! Nei tuoi occhi osservare il mio pensiero, Sentire in me la tua anima, avere vita soltanto Per un così puro e celeste sentimento: Vedere le nostre vite come due fiumi tranquilli, Vicini, vicini fino a perdersi nell’oceano – Baciare le tue dita in un delirio folle. Le nostre anime unite, il nostro respiro, Confuso anch’esso, amante – amato – Come un angelo felice… che pensiero!?
Amar e ser amado
Amar e ser amado! Com que anelo Com quanto ardor este adorado sonho Acalentei em meu delírio ardente. Por essas doces noites de desvelo! Ser amado por ti, o teu alento A bafejar-me a abrasadora frente! Em teus olhos mirar meu pensamento, Sentir em mim tu’alma, ter só vida Pra tão puro e celeste sentimento: Ver nossas vidas quais dois mansos rios, Juntos, juntos perderem-se no oceano – Beijar teus dedos em delírio insano. Nossas almas unidas, nosso alento, Confundido também, amante – amado – Como um anjo feliz… que pensamento!?
Nell’album dell’artista
Nei tempi antichi …l’alabastro, il marmo Rivestivano le forme madide, nude, Di Venere o di Frine. Non un velo a celare il seno tremulo,
Non un tirso a velare la coscia pallida… Lo sguardo non sogna… vede! Un giorno l’artista, in un lucido momento, Tra garze di pietra la bionda Aspasia Avvolse amoroso. Poi, sorpreso!… la vide ancor più languida…
Sognò più follemente quelle lubriche forme… Più nude sotto un velo. È il mistero dello spirito… la modestia È la sacra porpora dei re di talento… Artista, sei così bello… Questo pudore santo è solo dei geni! – Anche lo spazio si nasconde tra le nebbie… Eppure è… senza fine!
No álbum do artista
Nos tempos idos… O alabastro, o mármore Reveste as formas desnuadas, mádidas De Vênus ou Friné. Nem um véu p’ra ocultar o seio trêmulo,
Nem um tirso a velar a coxa pálida… O olhar não sonha… vê! Um dia o artista, num momento lúcido, Entre gazas de pedra a loura Aspásia Amoroso envolveu. Depois, surpreso!… viu-a inda mais lânguida…
Sonhou mais doido aquelas formas lúbricas… Mais nuas sob um véu. É o mistério do espírito …A modéstia É dos talentos reis a santa púrpura… Artista, és belo assim… Este santo pudor é só dos gênios! – Também o espaço esconde-se entre névoas… E no entanto è… sem fim!
Bacio eterno
Voglio un bacio senza fine, Che plachi il desiderio e duri tutta la vita! Il sangue mi ribolle. Acquietalo col tuo bacio. Baciami così! Serra l’orecchio al rumore Del mondo, e baciami, adorata! Vivi solo per me, solo per la mia vita, Solo per il mio amore!
Fuori, riposi in pace, Dormendo un sonno quieto, la quieta natura, O si dibatta, presa nelle tempeste. Baciami ancora! E intanto che il soave calore sento Sul petto del tuo seno, Le nostre bocche febbrili s’uniscano con la stessa bramosia, Lo stesso ardente amore!
Dice la tua bocca: “Vieni!” Ancora! dice la mia singhiozzando… Esclama Tutto il mio corpo che il tuo corpo chiama: “Mordi pure!” O, Mordi! che dolce è il dolore Che mi entra nella carne, e la tortura! Baciami più ancora! Mordimi più ancora! che muoia di ventura, Morto per il tuo amore!
Voglio un bacio senza fine, Che plachi il desiderio e duri tutta la vita! Il sangue mi ribolle. Acquietalo col tuo bacio. Baciami così! Serra l’orecchio al rumore Del mondo, e baciami, adorata! Vivi solo per me, solo per la mia vita, Solo per il mio amore!
Beijo eterno
Quero um beijo sem fim, Que dure a vida inteira e aplaque o meu desejo! Ferve-me o sangue. Acalma-o com teu beijo, Beija-me assim! O ouvido fecha ao rumor Do mundo, e beija-me, querida! Vive só para mim, só para a minha vida, Só para o meu amor!
Fora, repouse em paz Dormindo em calmo sono a calma natureza, Ou se debata, das tormentas presa, Beija inda mais! E, enquanto o brando calor Sinto em meu peito de teu seio, Nossas bocas febris se unam com o mesmo anseio, Com o mesmo ardente amor!
Diz tua boca: “Vem!” Inda mais! diz a minha, a soluçar… Exclama Todo o meu corpo que o teu corpo chama: “Morde também!” Ai! morde! que doce é a dor Que me entra as carnes, e as tortura! Beija mais! morde mais! que eu morra de ventura, Morto por teu amor!
Quero um beijo sem fim, Que dure a vida inteira e aplaque o meu desejo! Ferve-me o sangue: acalma-o com teu beijo! Beija-me assim! O ouvido fecha ao rumor Do mundo, e beija-me, querida! Vive só para mim, só para a minha vida, Só para o meu amor!
Il cuore
Il cuore è il colibrì dorato Delle pure distese del giardino del cielo. Uno – ha il miele di granadilla selvatica, Beve i profumi che la primula ha dato.
L’altro – vola in zolle ancor più verdeggianti, Si posa con un sorriso sul fiore rubino. Vive del miele – che si chiama – fede – Vive dell’aroma – che si dice – amore. –
O coração
O coração é o colibri dourado Das veigas puras do jardim do céu. Um – tem o mel da granadilha agreste, Bebe os perfumes, que a bonina deu.
O outro – voa em mais virentes balças, Pousa de um riso na rubente flor. Vive do mel — a que se chama – crenças – Vive do aroma – que se diz – amor. –
La nave negriera
I
Siamo in mezzo al mare, pazzerello gioca Nello spazio il chiaro lunare — dorata farfalla; E dietro corrono le onde… si stancano Come torba inquieta d’infanti.
Siamo in mezzo al mare… Del firmamento Gli astri saltellano come spume d’oro… Il mare in cambio accende le fosforescenze — Costellazioni di liquido tesoro…
Siamo in mezzo al mare… Due infiniti Là si stringono in un abbraccio folle, Azzurri, dorati, placidi, sublimi… Quali dei due è il cielo? Quale l’oceano?…
Siamo in mezzo al mare… Aprendo le vele Al caldo ansare delle virate marine, Il brigantino corre sulla cresta dei mari, Come rondini carezzano l’onda…
Da dove vieni? Dove vai? Chi conosce la rotta Delle navi erranti se così grande è lo spazio? In questo deserto i cavalli alzano la polvere, Galoppano, volano, ma non lasciano traccia.
Beato colui che può a quest’ora Sentire da questo quadro, la maestosità! Sotto – il mare in alto — il firmamento… E nel mare e nel cielo — l’immensità!
Oh! Che dolce armonia leva la brezza! Che musica soave risuona da lontano! Dio mio! Come sublime è un canto ardente Che plana qua e là sulle onde infinite!
Uomini di mare! o rudi marinai, Usti dal sole dei quattro mondi! Creature che ondeggia la burrasca Nella culla di questi pelaghi profondi!
Aspettate! Aspettate! Lasciate che beva Questa selvaggia, libera, poesia. Orchestra — è il mare che rugge dalla prora, E il vento che sibila tra le corde… ……………………………………….. Perché fuggi così barcone leggero? Perché fuggi dal pavido poeta? Oh! Quanto vorrei accompagnar la tua scia Che rassomiglia — folle cometa!
Albatro! Albatro! Aquila dell’oceano, Tu che dormi sulle sommità delle nubi Scuoti le piume, Leviatano dello spazio! Albatro! Albatro! Porgimi queste ali.
II
Che importa al nauta della culla, Di dove è figlio, qual il suo lare? Ama la cadenza del verso Che insegna il vecchio mare! Cantate! La morte è divina! Scivola il brigantino di bolina Come veloce delfino. Fissata all’albero di mezzana La nostalgica bandiera saluta Le onde che lascia vicino.
Degli Spagnoli le cantilene Dimenanti di languore, Ricordano le fanciulle morene, Le andaluse in fiore! Dell’Italia il figlio indolente Canta Venezia dormiente — Terra d’amore e tradimento O nel grembo del golfo Rammenta i versi del Tasso Presso le lave del vulcano!
L’Inglese – freddo marinaio, Che si trovò a nascere in mare (Perché l’Inghilterra è una nave, Che Dio nella Manica ancorò), Aspero intona patrie glorie, Ricordando orgoglioso storie Di Nelson e di Abukir … Il Francese – predestinato – Canta gli allori del passato E gli allori dell’avvenir!
I marinai ellenici Che l’onda ionica creò, Pirati belli e mori Del mare che Ulisse attraversò, Uomini che Fidia rintagliava, Vanno cantando nella notte chiara Versi che Omero sospirò… Nauti di tutte le plaghe Voi sapete trovare nelle onde Le melodie del cielo!…
III
Discendi dallo spazio immenso, o aquila dell’oceano! Discendi ancora… più ancora… nessuno sguardo umano È come il tuffarsi tuo a picco sul brigantino volante! Ma che vedo io là…Che quadro d’amarezza! È un canto funebre!… Che tetre figure!… Che scena vile e infame… Dio mio! Dio mio! Che orrore!
IV
Era un sogno dantesco…il cassero Arrossato del bagliore delle lucerne. Nel sangue bagnato. Tintinnio di ferri… schioccar di frusta… Legioni d’uomini neri come la notte, Orridi a danzare…
Donne nere che sollevano alle tette Scarne creature, le cui bocche nere Irrora il sangue delle madri: Altre fanciulle, più nude e atterrite, Nel turbinio di spettri vacillate, In ansia e angoscia vane!
E ride l’orchestra beffarda, stridente… E dalla ronda fantastica una serpe Solleva spire folli… Se il vecchio ansima, se cade a terra S’odono grida… la frusta schiocca. E ancora e ancora volteggiano…
Stretta negli anelli di un’unica catena, La moltitudine affamata vacilla, E là piange e danza! Uno di collera delira…un altro insanisce, Un altro, che il martirio ha sfigurato, Cantando, geme e ride!
Intanto il capitano ordina la manovra, E, scrutando il ciel che si dispiega Così puro sopra il mare, Dice dal fumo di densi nebbioni: “ Vibrate forte la frusta, marinai! Fateli danzare di più!..”
E ride l’orchestra beffarda, stridente… E dalla ronda fantastica una serpe Solleva spire folli… Come un sogno dantesco volano le ombre!… Grida, lamenti, maledizioni, suppliche risuonano! E Satana ride!…
V
Signore Iddio dei disgraziati! Ditemi Voi, Signore Iddio! Se è follia…se è verità Tanto orrore innanzi ai cieli?!… O mare, perché non cancelli Con la spugna delle tue onde, Dal tuo manto, questa macchia?… Astri! Notti! Tempeste! Rotolate dalle immensità! Spazza i mari, tifone!…
Chi sono questi disgraziati Che non trovano in voi Più che il riso calmo della turba Che eccita la furia del boia? Chi sono?…Se la stella tace, Se l’onda scivola in fretta Come una complice fugace, Innanzi alla notte confusa… Dillo tu, severa Musa, Musa liberissima, audace!…
Sono i figli del deserto, Dove la terra sposa la luce. Dove vive in campo aperto La tribù degli uomini nudi… Sono i guerrieri audaci Che con le tigri maculate Combattono in solitudine. Ieri semplici, forti, coraggiosi. Oggi miseri schiavi, Senza luce, senz’aria, senza ragione…
Sono donne disgraziate, Come lo fu anche Agar . Che assetate, stremate, Da lontano… assai lontano vengono… Portando con passi traballanti Figli e monili nelle braccia, Nell’anima – lacrime e fiele… Come Agar soffrendo tanto Che neppur il latte del pianto Da dare aveva ad Ismaele.
Là nelle sabbie infinite, Nel paese delle palme, Nacquero bellissimi bambini, Vissero fanciulle gentili… Passa un giorno la carovana, Quando la vergine nella capanna Medita sui veli della notte… … Addio o capanna del monte!… … Addio, palmizio della fonte!… Addio, amori… addio!…
Poi, le sabbie estese… Poi, l’oceano di polvere. Poi, all’orizzonte infinito, Deserti… solo deserti… E la fame, la stanchezza, la sete… Ah! Quanto infelice chi cede, E cade per non rialzarsi più!… Si libera un posto nella fila, Ma sulla sabbia lo sciacallo Trova il suo corpo da rodere.
Ieri la Sierra Leone, La guerra, la caccia al felino Il sonno dormito qua e là Sotto tende d’amplitudine! Oggi …la stiva nera, fonda, Infetta, angusta, immonda, Avendo la peste come giaguaro… E il sonno sempre spezzato Dallo spasmo d’un moribondo E dal tonfo d’un corpo in mare…
Ieri piena libertà, La volontà come potere… Oggi… cumulo di malvagità, Neppur liberi di morire… Li trattiene la stessa catena — Ferreo, lugubre serpente — Nelle maglie della schiavitù. E così, beffando la morte, Danza la lugubre coorte Al suon della frusta…. Irrisione!…
Signore Iddio dei disgraziati! Ditemi Voi, Signore Iddio! Se è follia…se è verità Tanto orrore innanzi ai cieli?!… O mare, perché non cancelli Con la spugna delle tue onde, Dal tuo manto, questa macchia?… Astri! Notti! Tempeste! Rotolate dalle immensità! Spazza i mari, tifone!…
VI
Esiste un popolo che la bandiera presta Per coprir tanta infamia e codardia!… E la lascia trasformarsi in questa festa In un manto impuro di fredda baccante!… Dio mio! Dio mio! Ma che bandiera è questa, Che tripudia impudente dalla vela di gabbia? Silenzio. Musa… piangi, e piangi tanto Che la bandiera si lavi nel tuo pianto!…
Verde oro bandierina della mia terra Che la brezza del Brasile bacia e ondeggia, Stendardo che la luce del sole racchiude E le promesse divine della speranza… Tu che, dopo la guerra di libertà Fosti issata sulla lancia dagli eroi Meglio se t’avessero strappato in battaglia, Che servire un popolo da sudario!…
Atroce fatalità che schiaccia la mente! Cancella in quest’ora il brigantino immondo, Il solco che Colombo aprì nelle onde, Come un arcobaleno nel pelago profondo! Ma l’infamia è troppa!…Dall’eterea plaga Rialzatevi eroi del Nuovo Mondo! Andrada ! Strappa dai cieli quel vessillo! Colombo! Sigilla la porta dei tuoi mari!
O naivo negreiro
I
‘Stamos em pleno mar… Doudo no espaço Brinca o luar — dourada borboleta; E as vagas após ele correm… cansam Como turba de infantes inquieta.
‘Stamos em pleno mar… Do firmamento Os astros saltam como espumas de ouro… O mar em troca acende as ardentias, — Constelações do líquido tesouro…
‘Stamos em pleno mar… Dois infinitos Ali se estreitam num abraço insano, Azuis, dourados, plácidos, sublimes… Qual dos dous é o céu? qual o oceano?…
‘Stamos em pleno mar… Abrindo as velas Ao quente arfar das virações marinhas, Veleiro brigue corre à flor dos mares, Como roçam na vaga as andorinhas…
Donde vem? onde vai? Das naus errantes Quem sabe o rumo se é tão grande o espaço? Neste saara os corcéis o pó levantam, Galopam, voam, mas não deixam traço.
Bem feliz quem ali pode nest’hora Sentir deste painel a majestade! Embaixo — o mar em cima — o firmamento… E no mar e no céu — a imensidade!
Oh! que doce harmonia traz-me a brisa! Que música suave ao longe soa! Meu Deus! como é sublime um canto ardente Pelas vagas sem fim boiando à toa!
Homens do mar! ó rudes marinheiros, Tostados pelo sol dos quatro mundos! Crianças que a procela acalentara No berço destes pélagos profundos!
Esperai! esperai! deixai que eu beba Esta selvagem, livre poesia. Orquestra — é o mar, que ruge pela proa, E o vento, que nas cordas assobia… …………………………………………………. Por que foges assim, barco ligeiro? Por que foges do pávido poeta? Oh! quem me dera acompanhar-te a esteira Que semelha no mar — doudo cometa!
Albatroz! Albatroz! águia do oceano, Tu que dormes das nuvens entre as gazas, Sacode as penas, Leviathan do espaço! Albatroz! Albatroz! dá-me estas asas.
II
Que importa do nauta o berço, Donde é filho, qual seu lar? Ama a cadência do verso Que lhe ensina o velho mar! Cantai! que a morte é divina! Resvala o brigue à bolina Como golfinho veloz. Presa ao mastro da mezena Saudosa bandeira acena As vagas que deixa após.
Do Espanhol as cantilenas Requebradas de langor, Lembram as moças morenas, As andaluzas em flor! Da Itália o filho indolente Canta Veneza dormente, — Terra de amor e traição, Ou do golfo no regaço Relembra os versos de Tasso, Junto às lavas do vulcão!
O Inglês — marinheiro frio, Que ao nascer no mar se achou, (Porque a Inglaterra é um navio, Que Deus na Mancha ancorou), Rijo entoa pátrias glórias, Lembrando, orgulhoso, histórias De Nelson e de Aboukir… O Francês — predestinado — Canta os louros do passado E os loureiros do porvir!
Os marinheiros Helenos, Que a vaga jônia criou, Belos piratas morenos Do mar que Ulisses cortou, Homens que Fídias talhara, Vão cantando em noite clara Versos que Homero gemeu… Nautas de todas as plagas, Vós sabeis achar nas vagas As melodias do céu!…
III
Desce do espaço imenso, ó águia do oceano! Desce mais… inda mais… não pode olhar humano Como o teu mergulhar no brigue voador! Mas que vejo eu aí… Que quadro d’amarguras! É canto funeral!… Que tétricas figuras!… Que cena infame e vil… Meu Deus! Meu Deus! Que horror!
IV
Era um sonho dantesco… o tombadilho Que das luzernas avermelha o brilho. Em sangue a se banhar. Tinir de ferros… estalar de açoite… Legiões de homens negros como a noite, Horrendos a dançar…
Negras mulheres, suspendendo às tetas Magras crianças, cujas bocas pretas Rega o sangue das mães: Outras moças, mas nuas e espantadas, No turbilhão de espectros arrastadas, Em ânsia e mágoa vãs!
E ri-se a orquestra irônica, estridente… E da ronda fantástica a serpente Faz doudas espirais… Se o velho arqueja, se no chão resvala, Ouvem-se gritos… o chicote estala. E voam mais e mais…
Presa nos elos de uma só cadeia, A multidão faminta cambaleia, E chora e dança ali! Um de raiva delira, outro enlouquece, Outro, que martírios embrutece, Cantando, geme e ri!
No entanto o capitão manda a manobra, E após, fitando o céu que se desdobra, Tão puro sobre o mar, Diz do fumo entre os densos nevoeiros: “Vibrai rijo o chicote, marinheiros! Fazei-os mais dançar!…”
E ri-se a orquestra irônica, estridente… E da ronda fantástica a serpente Faz doudas espirais… Qual um sonho dantesco as sombras voam!… Gritos, ais, maldições, preces ressoam! E ri-se Satanás!…
V
Senhor Deus dos desgraçados! Dizei-me vós, Senhor Deus! Se é loucura… se é verdade Tanto horror perante os céus?!… Ó mar, por que não apagas Co’a esponja de tuas vagas, De teu manto este borrão?… Astros! noites! tempestades! Rolai das imensidades! Varrei os mares, tufão!…
Quem são estes desgraçados Que não encontram em vós Mais que o rir calmo da turba Que excita a fúria do algoz? Quem são?…Se a estrela se cala, Se a vaga à pressa resvala Como um cúmplice fugaz, Perante a noite confusa… Dize-o tu, severa Musa, Musa libérrima, audaz!…
São os filhos do deserto, Onde a terra esposa a luz. Onde vive em campo aberto A tribo dos homens nus… São os guerreiros ousados Que com os tigres mosqueados Combatem na solidão. Ontem simples, fortes, bravos. Hoje míseros escravos, Sem luz, sem ar, sem razão…
São mulheres desgraçadas, Como Agar o foi também. Que sedentas, alquebradas, De longe… bem longe vêm… Trazendo com tíbios passos, Filhos e algemas nos braços, N’alma — lágrimas e fel… Como Agar sofrendo tanto, Que nem o leite de pranto Têm que dar para Ismael.
Lá nas areias infindas, Das palmeiras no país, Nasceram crianças lindas, Viveram moças gentis… Passa um dia a caravana, Quando a virgem na cabana Cisma da noite nos véus… … Adeus, ó choça do monte, … Adeus, palmeiras da fonte!… … Adeus, amores… adeus!…
Depois, o areal extenso… Depois, o oceano de pó. Depois no horizonte imenso Desertos… desertos só… E a fome, o cansaço, a sede… Ai! quanto infeliz que cede, E cai p’ra não mais s’erguer!… Vaga um lugar na cadeia, Mas o chacal sobre a areia Acha um corpo que roer.
Ontem a Serra Leoa, A guerra, a caça ao leão, O sono dormido à toa Sob as tendas d’amplidão! Hoje… o porão negro, fundo, Infecto, apertado, imundo, Tendo a peste por jaguar… E o sono sempre cortado Pelo arranco de um finado, E o baque de um corpo ao mar…
Ontem plena liberdade, A vontade por poder… Hoje… cúm’lo de maldade, Nem são livres p’ra morrer.. Prende-os a mesma corrente — Férrea, lúgubre serpente — Nas roscas da escravidão. E assim zombando da morte, Dança a lúgubre coorte Ao som do açoute… Irrisão!…
Senhor Deus dos desgraçados! Dizei-me vós, Senhor Deus, Se eu deliro… ou se é verdade Tanto horror perante os céus?!… Ó mar, por que não apagas Co’a esponja de tuas vagas, Do teu manto este borrão?… Astros! noites! tempestades! Rolai das imensidades! Varrei os mares, tufão!…
VI
Existe um povo que a bandeira empresta P’ra cobrir tanta infâmia e cobardia!… E deixa-a transformar-se nessa festa Em manto impuro de bacante fria!… Meu Deus! meu Deus! mas que bandeira é esta, Que impudente na gávea tripudia? Silêncio. Musa… chora, e chora tanto Que o pavilhão se lave no teu pranto!…
Auriverde pendão de minha terra, Que a brisa do Brasil beija e balança, Estandarte que a luz do sol encerra E as promessas divinas da esperança… Tu que, da liberdade após a guerra, Foste hasteado dos heróis na lança Antes te houvessem roto na batalha, Que servires a um povo de mortalha!…
Fatalidade atroz que a mente esmaga! Extingue nesta hora o brigue imundo O trilho que Colombo abriu nas vagas, Como um íris no pélago profundo! Mas é infâmia demais!… Da etérea plaga Levantai-vos, heróis do Novo Mundo! Andrada! arranca esse pendão dos ares! Colombo! fecha a porta dos teus mares!
( S. Paulo, 18 de abril de 1868 )
Voci d’Africa
Dio! oh Dio! dove sei che non rispondi? In quale mondo, in quale stella ti nascondi chiuso nei cieli? Da duemila anni ti getto il mio grido, che invano corre l’infinito… Dove sei, Signore Dio?
Come Prometeo mi hai legato un giorno nel deserto alla rossa rupe — infinito: galera! — per avvoltoio mi hai dato il sole bruciante, e la terra di Suez è la catena che mi hai stretto al piede.
Il cavallo stremato del beduino cade sotto la frusta, rovesciato, e muore sulla sabbia. Il mio dorso sanguina, il dolore trasuda, quando il frustino del simun si abbatte dal tuo braccio eterno.
Le mie sorelle sono belle, sono felici… L’Asia dorme nelle ombre voluttuose degli harem del Sultano. O sul dorso degli elefanti bianchi ondeggia coperta di splendore nelle terre dell’Indostan.
Per tenda ha le vette dell’Himalaya… il Gange bacia le rive coperte di coralli… La brezza di Mysore incendia il cielo; ed ella dorme nei templi di Brahma, — pagode immense…
L’Europa è sempre Europa, la gloriosa! La donna abbagliante e capricciosa, regina e cortigiana. Artista — scolpisce il marmo di Carrara; poetessa — fa vibrare gli inni di Ferrara nel suo delirio.
Sempre la gloria le tocca nella lotta… ora una corona, ora il berretto frigio le cinge la fronte. L’universo dietro a lei — amante folle — segue incatenato il passo delirante della grande meretrice.
…………………………
Ma io, Signore! io triste abbandonata tra le sabbie errante, perduta cammino nel nulla. Se piango… la sabbia beve il mio pianto; forse… perché il mio pianto, o Dio clemente, non resti sulla terra.
E non ho neppure l’ombra di una foresta… non un tempio mi resta per coprirmi su questa terra che brucia. Quando salgo alle Piramidi d’Egitto grido ai quattro cieli e non serve: “Accoglimi, Signore!”
Come il profeta, la fronte di cenere, copro il capo nella sabbia che gira lo scirocco feroce. Quando passo nel Sahara come un sudario… dicono: “Ecco l’Africa velata nel suo bianco albornoz…”
Ma non vedono che il deserto è il mio lenzuolo, che il silenzio domina solo sul mio petto. Dove cresce appena il cardo la Sfinge enorme di pietra sbadiglia fissando il cielo.
Dalle colonne cadute di Tebe le cicogne guardano chine l’orizzonte senza fine… dove sbianca la carovana errante e il cammello lento, ansimante, che scende da Efraim.
…………………………
Non basta ancora il dolore, o Dio terribile?! È dunque il tuo petto eterno, senza fine, di vendetta e rancore? E che ho fatto, Signore? quale colpa mi opprime così la tua spada?
…………………………
Fu dopo il diluvio… un viandante nero, pallido, ansimante, scendeva dall’Ararat… E io dissi al pellegrino colpito: “Cam! sarai il mio sposo… sarò la tua Eloà…”
Da quel giorno il vento della sventura ulula nei miei capelli l’anatema. Le tribù errano tra sabbia e onde, e il nomade affamato attraversa le terre sul cavallo veloce.
Ho visto la scienza lasciare l’Egitto… ho visto il mio popolo seguire — maledetto — la via della perdizione. Poi ho visto la mia stirpe spezzata strappata dalle unghie d’Europa, falcone domato.
Cristo! sei morto invano su un monte… il tuo sangue non ha lavato dalla mia fronte la macchia. Ancora oggi, per destino crudele, i miei figli sono bestie del mondo, io — pasto universale…
Oggi il mio sangue nutre l’America, condor diventato avvoltoio, uccello della schiavitù. Si è unita alle altre… sorella traditrice, come i fratelli di Giuseppe un tempo vendettero il fratello.
Basta, Signore! Dal tuo braccio potente scenda tra gli astri e lo spazio perdono per i miei peccati! Da duemila anni piango un grido… ascolta la mia voce nell’infinito, mio Dio! mio Dio!
Vozes d’África
Deus! ó Deus! onde estás que não respondes? Em que mundo, em qu’estrela tu t’escondes Embuçado nos céus? Há dois mil anos te mandei meu grito, Que embalde desde então corre o infinito… Onde estás, Senhor Deus?…
Qual Prometeu tu me amarraste um dia Do deserto na rubra penedia — Infinito: galé! … Por abutre — me deste o sol candente, E a terra de Suez — foi a corrente Que me ligaste ao pé…
O cavalo estafado do Beduíno Sob a vergasta tomba ressupino E morre no areal. Minha garupa sangra, a dor poreja, Quando o chicote do simoun dardeja O teu braço eternal.
Minhas irmãs são belas, são ditosas… Dorme a Ásia nas sombras voluptuosas Dos haréns do Sultão. Ou no dorso dos brancos elefantes Embala-se coberta de brilhantes Nas plagas do Hindustão.
Por tenda tem os cimos do Himalaia… Ganges amoroso beija a praia Coberta de corais … A brisa de Misora o céu inflama; E ela dorme nos templos do Deus Brama, — Pagodes colossais…
A Europa é sempre Europa, a gloriosa! … A mulher deslumbrante e caprichosa, Rainha e cortesã. Artista — corta o mármor de Carrara; Poetisa — tange os hinos de Ferrara, No glorioso afã! …
Sempre a láurea lhe cabe no litígio… Ora uma c’roa, ora o barrete frígio Enflora-lhe a cerviz. Universo após ela — doudo amante Segue cativo o passo delirante Da grande meretriz.
………………………………
Mas eu, Senhor!… Eu triste abandonada Em meio das areias esgarrada, Perdida marcho em vão! Se choro… bebe o pranto a areia ardente; Talvez… p’ra que meu pranto, ó Deus clemente! Não descubras no chão…
E nem tenho uma sombra de floresta… Para cobrir-me nem um templo resta No solo abrasador… Quando subo às Pirâmides do Egito Embalde aos quatro céus chorando grito: “Abriga-me, Senhor!…”
Como o profeta em cinza a fronte envolve, Velo a cabeça no areal que volve O siroco feroz… Quando eu passo no Saara amortalhada… Ai! dizem: “Lá vai África embuçada No seu branco albornoz. . . “
Nem vêem que o deserto é meu sudário, Que o silêncio campeia solitário Por sobre o peito meu. Lá no solo onde o cardo apenas medra Boceja a Esfinge colossal de pedra Fitando o morno céu.
De Tebas nas colunas derrocadas As cegonhas espiam debruçadas O horizonte sem fim … Onde branqueia a caravana errante, E o camelo monótono, arquejante Que desce de Efraim
…………………………………
Não basta inda de dor, ó Deus terrível?! É, pois, teu peito eterno, inexaurível De vingança e rancor?… E que é que fiz, Senhor? que torvo crime Eu cometi jamais que assim me oprime Teu gládio vingador?!
………………………………….
Foi depois do dilúvio… um viadante, Negro, sombrio, pálido, arquejante, Descia do Arará… E eu disse ao peregrino fulminado: “Cam! … serás meu esposo bem-amado… — Serei tua Eloá. . . “
Desde este dia o vento da desgraça Por meus cabelos ululando passa O anátema cruel. As tribos erram do areal nas vagas, E o nômade faminto corta as plagas No rápido corcel.
Vi a ciência desertar do Egito… Vi meu povo seguir — Judeu maldito — Trilho de perdição. Depois vi minha prole desgraçada Pelas garras d’Europa — arrebatada — Amestrado falcão! …
Cristo! embalde morreste sobre um monte Teu sangue não lavou de minha fronte A mancha original. Ainda hoje são, por fado adverso, Meus filhos — alimária do universo, Eu — pasto universal…
Hoje em meu sangue a América se nutre Condor que transformara-se em abutre, Ave da escravidão, Ela juntou-se às mais… irmã traidora Qual de José os vis irmãos outrora Venderam seu irmão.
Basta, Senhor! De teu potente braço Role através dos astros e do espaço Perdão p’ra os crimes meus! Há dois mil anos eu soluço um grito… escuta o brado meu lá no infinito, Meu Deus! Senhor, meu Deus!…
Ho cominciato a dire addio. È un lungo, lento e luminoso addio, come quello del sole sul mare.
M. V.
Maruja Vieira è considerata una delle voci più autorevoli della poesia colombiana contemporanea. Nata a Manizales nel 1922 con il nome di María Vieira White e vissuta fino al 2023, attraversò oltre un secolo di storia culturale e sociale dell’America Latina, lasciando un’impronta profonda non solo come poetessa, ma anche come giornalista, insegnante, promotrice culturale e figura di riferimento per molte generazioni di scrittori. La sua lunga esistenza le consentì di osservare cambiamenti politici, sociali e culturali di enorme portata, trasformando tali esperienze in una riflessione poetica intensa e universale. La sua opera si caratterizza per la capacità di coniugare profondità emotiva e semplicità espressiva, offrendo una visione dell’esistenza fondata sull’osservazione attenta della realtà e sulla valorizzazione dell’esperienza umana. Fin dalla giovinezza mostrò una forte inclinazione verso la letteratura e iniziò presto a pubblicare poesie e articoli sui giornali e nelle riviste culturali del suo paese. Entrò in contatto con importanti ambienti intellettuali e partecipò attivamente alla vita culturale colombiana, distinguendosi in un contesto in cui la presenza femminile negli spazi letterari era ancora limitata. La sua formazione fu arricchita dall’incontro con alcuni tra i maggiori protagonisti della letteratura ispanoamericana del Novecento, esperienze che contribuirono a consolidare la sua vocazione artistica e a definire il suo stile personale. Accanto alla scrittura poetica sviluppò una significativa carriera nel giornalismo e nell’insegnamento universitario. Collaborò con numerosi mezzi di comunicazione e dedicò parte della sua vita alla promozione della cultura, sostenendo la diffusione della letteratura e incoraggiando la formazione di nuove generazioni di autori. Questa attività testimonia una concezione della cultura non come esperienza esclusivamente individuale, ma come strumento di crescita collettiva e di partecipazione alla vita sociale. La sua produzione poetica si sviluppò lungo molti decenni e mantenne sempre una notevole coerenza interna. Pur attraversando periodi storici e movimenti letterari differenti, Maruja Vieira non si lasciò guidare dalle mode del momento né dalle tendenze più sperimentali. Preferì costruire una voce autonoma, fondata sulla sincerità dell’esperienza personale e sulla ricerca di una parola essenziale, capace di comunicare emozioni profonde senza ricorrere a eccessi retorici. Questa fedeltà alla propria sensibilità rappresenta uno degli elementi che spiegano la longevità e l’attualità della sua opera. Uno dei temi centrali della sua poesia è la memoria. Nei suoi versi il passato non appare come un semplice deposito di ricordi, ma come una presenza viva che continua a influenzare il presente. La memoria diventa uno strumento attraverso cui comprendere la propria identità e dare significato alle esperienze vissute. I ricordi dell’infanzia, dei luoghi amati e delle persone care vengono evocati con delicatezza e trasformati in materia poetica. Non si tratta di una nostalgia sterile o malinconica, ma di una riflessione sul modo in cui il tempo modifica e conserva ciò che siamo stati. Attraverso la memoria, il passato continua a dialogare con il presente e contribuisce alla costruzione della coscienza individuale. Strettamente legato alla memoria è il tema del tempo, probabilmente uno dei più importanti dell’intera produzione di Vieira. Il trascorrere degli anni viene osservato con lucidità e serenità. La poetessa è consapevole della fragilità dell’esistenza umana e dell’inevitabile trasformazione che il tempo impone a persone e cose. Tuttavia questa consapevolezza non si traduce mai in disperazione o pessimismo. Al contrario, il tempo viene spesso rappresentato come una forza che attribuisce valore alle esperienze, rendendo più preziosi gli affetti, i ricordi e i momenti condivisi. Nei suoi versi emerge una profonda accettazione della condizione umana, accompagnata da una costante ricerca di significato. L’amore costituisce un altro nucleo fondamentale della sua poesia. Si tratta però di un amore lontano dalle rappresentazioni enfatiche e passionali tipiche di certa tradizione romantica. Nei testi di Maruja Vieira l’amore assume una dimensione più intima e riflessiva, caratterizzata dalla fedeltà, dalla tenerezza e dalla profondità del legame affettivo. Particolarmente significativa è la presenza del tema dell’assenza. La perdita della persona amata e il dolore provocato dalla separazione diventano occasioni per interrogarsi sulla permanenza dei sentimenti oltre il tempo e oltre la morte. L’assenza non viene descritta come un vuoto assoluto, ma come una forma diversa di presenza che continua a vivere nel ricordo e nella memoria. Da questa riflessione deriva anche la particolare concezione della morte presente nella sua opera. Vieira affronta il tema con straordinaria sensibilità, evitando toni tragici o drammatici. La morte viene considerata una componente naturale dell’esistenza, un evento inevitabile che invita a riflettere sul valore della vita. Nei suoi versi non prevale il senso della fine, ma piuttosto l’idea della continuità degli affetti e delle esperienze umane. La consapevolezza della mortalità spinge la poetessa a valorizzare la bellezza dei gesti quotidiani e delle relazioni personali, trasformando la fragilità dell’esistenza in una fonte di conoscenza e di maturazione interiore. Dal punto di vista stilistico, la poesia di Maruja Vieira si distingue per la chiarezza e l’equilibrio. Il suo linguaggio è semplice solo in apparenza. Dietro l’immediatezza espressiva si nasconde infatti un attento lavoro di selezione lessicale e di costruzione delle immagini. La poetessa evita le complicazioni formali e le sperimentazioni linguistiche più radicali, preferendo una scrittura limpida e musicale. Le sue poesie sono caratterizzate da una notevole capacità evocativa: attraverso poche parole riesce a suggerire emozioni profonde e a creare atmosfere cariche di significato. Questa essenzialità rappresenta uno degli aspetti più originali della sua poetica e contribuisce a rendere i suoi testi accessibili a un pubblico ampio senza sacrificare la profondità della riflessione. La natura occupa un ruolo importante nel suo immaginario poetico. Elementi come la pioggia, il vento, gli alberi, i fiori e i paesaggi ricorrono frequentemente nei suoi versi. Tuttavia la natura non viene mai descritta in modo puramente decorativo. Essa assume una funzione simbolica e diventa il riflesso degli stati d’animo, delle emozioni e delle trasformazioni interiori. I fenomeni naturali accompagnano le riflessioni sul tempo, sulla memoria e sull’amore, contribuendo a costruire un linguaggio poetico ricco di suggestioni. Attraverso il dialogo con il mondo naturale, la Vieira esprime una visione dell’esistenza fondata sull’armonia tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda. Un altro elemento significativo della sua opera riguarda la condizione femminile. Pur non adottando sempre toni apertamente militanti, la sua presenza nel panorama letterario rappresentò un importante esempio di affermazione femminile. In un periodo storico in cui le donne incontravano numerosi ostacoli nell’accesso ai ruoli culturali e professionali, Maruja Vieira riuscì a conquistare prestigio e autorevolezza grazie alla qualità del proprio lavoro. La sua attività come docente, giornalista e promotrice culturale contribuì inoltre ad ampliare gli spazi di partecipazione per altre donne interessate alla letteratura e alla cultura. La sua esperienza dimostra come la scrittura possa diventare uno strumento di emancipazione personale e di trasformazione sociale. Anche quando affronta questioni legate alla società e alla storia, la poetessa evita il linguaggio ideologico e privilegia una prospettiva umana. Nei suoi testi emerge una costante attenzione verso la dignità della persona, il valore della solidarietà e l’importanza della giustizia. Le grandi questioni collettive vengono spesso osservate attraverso le esperienze individuali, perché è nella vita concreta delle persone che la poetessa individua il vero significato degli eventi storici e sociali. Questa capacità di unire dimensione personale e riflessione universale costituisce uno dei principali punti di forza della sua produzione. Nel contesto della letteratura latinoamericana del Novecento, Maruja Vieira occupa una posizione originale. Non può essere facilmente collocata all’interno di una singola corrente letteraria, poiché la sua opera sviluppa un percorso autonomo e coerente. La sua poesia si fonda su una profonda fiducia nella parola poetica come strumento di conoscenza e di comunicazione. Attraverso una scrittura sobria ma intensa, riesce a esplorare i temi fondamentali dell’esistenza umana senza cadere nell’astrazione o nell’enfasi. L’eredità lasciata da Maruja Vieira è di grande importanza non solo per la letteratura colombiana, ma per tutta la poesia ispanoamericana. La sua opera continua a essere letta e studiata perché affronta questioni universali che riguardano ogni essere umano: il passare del tempo, la memoria, l’amore, la perdita, la speranza e la ricerca di significato. La forza della sua poesia risiede nella capacità di trasformare esperienze personali in riflessioni condivisibili, creando un dialogo profondo tra autore e lettore. Grazie alla sensibilità della sua voce e alla coerenza del suo percorso artistico, Maruja Vieira rimane una figura fondamentale della cultura latinoamericana, esempio di come la poesia possa illuminare gli aspetti più profondi e autentici dell’esperienza umana.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Il nome di prima
Non è facile scrivere il nome di prima. È come tornare a un abito antico, a dei fiori, a un libro, a uno specchio, ingialliti dagli anni. Con quell’altro nome era come tenere tra le mani tutta la luce dell’aria. Ora torno al mio nome di prima. Il mio nome di cenere, quello che camminò con me nel tempo e nelle solitudini. Ora sono davanti a me, davanti al mio nome, con la fredda e terribile sensazione del ritorno che conoscono i naufraghi. Ma sento una risata e dei passi allegri. Non tutto è andato perduto. Eccomi un’altra volta, davanti alla vita, con il nome di prima.
El nombre de antes
No es fácil escribir el nombre de antes. Es como volver a un traje antiguo, unas flores, un libro, un espejo, amarillos por los años. Con aquel otro nombre era como tener entre las manos toda la luz del aire. Ahora vuelvo a mi nombre de antes. Mi nombre de ceniza, el que anduvo conmigo por el tiempo y por las soledades. Ahora estoy frente a mí, frente a mi nombre, con la fría y terrible sensación de regreso que conocen los náufragos. Pero escucho una risa y unos alegres pasos. Todo no se ha perdido. Aquí estoy otra vez, frente a la vida, con el nombre de antes.
( Clave Mínima, 1965 )
Lettere di sabbia
Parlami. In fondo, i miei sogni sono fatti di parole. Le tue parole. Quelle che non mi hai mai detto e sono vive con forza di memoria vera. Vive come sul fondo trasparente le stelle marine. Come il tuo ricordo che mi segue e continuo a portarlo con me. Senza che lo allontani un altro cielo, né un’onda, neppure l’ombra di un altro corpo. Ascolta …il mare intreccia le sue verdi dita tra le scogliere. È come se la tua voce mi stesse cercando senza trovarmi e senza che io la trovi. Da lontano viene a sferzarmi il viso il tuo silenzio.
Letras de arena
Háblame. Al fin y al cabo mis sueños están hechos de palabras. Tus palabras. Las que nunca me has dicho y están vivas con fuerza de memoria verdadera. Vivas como en el fondo transparente las estrellas marinas. Como el recuerdo tuyo que me sigue y voy llevándolo. Sin que lo aparte un cielo distinto ni una ola, ni siquiera la sombra de otro cuerpo. Escucha ….El mar enreda sus dedos verdes en los arrecifes. Es como si tu voz estuviera buscándome sin encontrarme y sin que yo la encuentre. Desde lejos viene a azotarme el rostro tu silencio.
( Los poemas de enero, 1951 )
Questa sera
Questa sera tutti guardano la pioggia.
Qui c’è un albero e delle bianche colonne.
Dove va il mio ricordo ci sono fiori come spade di ametista e gli uomini camminano in silenzio. Qui la pioggia lancia ogni volta più rapida le sue dita trasparenti per strappare al sole la moneta del tempo. Là, dove tu dimentichi, non c’è pioggia… solo fiori e un mare verde.
Esta tarde
Esta tarde todos miran la lluvia.
Aquí hay un árbol y unas columnas blancas.
Donde va mi recuerdo hay flores como espadas de amatista y los hombres caminan en silencio. Aquí la lluvia lanza cada vez más de prisa sus dedos transparentes para ganar al sol la moneda del tiempo. Allá, donde tú olvidas, no hay lluvia… sólo flores y un mar verde.
( Poesía, 1951 )
Tempo definito
È bene che la vita di tanto in tanto ci spogli di tutto. Nell’oscurità gli occhi imparano a vedere più chiaramente. Quando la solitudine è il vuoto intenso del corpo e delle mani, ci sono sentieri aperti verso il più profondo e il più distante. Nel silenzio le voci amate rinnovano dolcemente le loro parole e i muri custodiscono il rumore infinito dei passi assenti. Le labbra che prima erano luogo d’amore nelle tranquille serate imparano la grandezza della canzone ribelle e angosciata. C’è un vento sospeso sugli alberi alti, un tamburellare di pioggia su rovine oscure e fumanti, un gesto su ogni volto che parla di amarezza e di sconfitta.
Segue un lento cadere d’inutili ore, staccate dal tempo, e al di là di tutto ciò che formava il piccolo circolo del mondo, “quel mondo chiuso, con le sue vaghe stelle e la sua bruma di sonno”, si desta immensamente la voce ferita dell’uomo dimorante della terra. Prima erano lontani, quasi sconosciuti, lo scontro e il tuono. Ora il sangue scorre attraverso gli stessi alvei dell’odio e della speranza, senza che nulla possa fermare la corrente invasiva delle forze eterne.
Tiempo definido
Está bien que la vida de vez en cuando nos despoje de todo. En la oscuridad los ojos aprenden a ver más claramente. Cuando la soledad es el vacío intenso del cuerpo y de las manos, hay caminos abiertos hacia lo más profundo y hacia lo más distante. En el silencio las amadas voces renuevan dulcemente sus palabras y los muros custodian el rumor infinito de los ausentes pasos. Los labios que antes fueran sitio de amor en las calladas tardes aprenden la grandeza de la canción rebelde y angustiada. Hay un viento en suspenso sobre los altos árboles, un repique de lluvia sobre ruinas oscuras y humeantes, un gesto en cada rostro que dice de amargura y vencimiento.
Sigue un lento caer de horas inútiles, desprendidas del tiempo, y más allá de todo lo que formaba el círculo pequeñito del mundo, “aquel mundo cerrado, con sus vagas estrellas y su bruma de sueño”, despierta inmensamente la herida voz del hombre poblador de la tierra. Antes estaban lejos, casi desconocidos, el combate y el trueno. Ahora corre la sangre por los cauces iguales del odio y la esperanza, sin que nada detenga la invasora corriente de las fuerzas eternas.
( Poesía, 1951 )
Come la partenza di una nave
Ora tutto è più chiaro. Come la terra dopo la pioggia, così sono gli occhi dopo le lacrime.
Il vento fa cantare ancora una volta gli alberi, ma all’alba hanno voce distinta le antiche campane.
Una nave è partita. L’ancora è stata levata dalle mani più amate.
Era un mare trasparente, rotta e onde, dove fluttuava un soave volto pallido e una spiaggia del tempo che restava indietro, con il nostro pianto.
Che restava con il nostro silenzio, con la nostra musica dimenticata e quieta, con i libri chiusi, con le stanze vuote, con questa solitudine che ci assale quando il giorno si sveglia su letti intatti.
Le ore tornano un’altra volta, uguali. Ci sono ancora cammini con rose e uccelli. I bambini ridono per strada e i vecchi martelli inchiodano legni nuovi.
La morte in casa nostra ha mantenuto fede alla sua parola. Tutto è stato semplice come la partenza di una nave.
Como el partir de un barco
Ya todo está más claro. Como la tierra después de la lluvia son los ojos después de las lágrimas.
El viento hace cantar una vez más los árboles, pero en la madrugada tienen distinta voz las antiguas campanas.
Partió un barco. El ancla la levaron las manos más amadas.
Era un mar transparente, rumbo y ola, donde flotaba un suave rostro pálido y una playa del tiempo que se quedaba atrás, con nuestro llanto.
Que se quedaba con nuestro silencio, con nuestra música olvidada y quieta, con los libros cerrados, con los cuartos vacíos, con esta soledad que nos asalta cuando despierta el día sobre lechos intactos.
Las horas vuelven otra vez, iguales. Todavía hay caminos con rosales y pájaros. Los niños ríen en la calle y los viejos martillos clavan maderas nuevas.
La muerte en nuestra casa cumplió su fiel palabra. Todo fue tan sencillo como el partir de un barco.
( Los poemas de enero, 1951 )
Breve poesia dell’incontro
Mi fermo sulla riva della sera e cerco le parole dimenticate, gli antichi colori della terra, l’impronta luminosa degli alberi.
Sei qui, sorridi al mio fianco sotto il ramo blu, che si dissolve in un piccolo cielo errante. Un altro ramo, d’oro, è nella mia mano.
Parlo con te come sempre. Calde, amorose, le sillabe sgranano una lenta sorgente d’acqua tranquilla sul silenzio della pietra bianca.
Breve poema del encuentro
Me detengo a la orilla de la tarde y busco las palabras olvidadas, los antiguos colores de la tierra, la huella luminosa de los árboles.
Estás aquí, sonríes a mi lado bajo la rama azul, que se deshace en un pequeño cielo caminante. Otra rama, de oro, está en mi mano.
Hablo contigo como siempre. Cálidas, amorosas, las sílabas desgranan un lento manantial de agua tranquila sobre el silencio de la piedra blanca.
( Sombra del amor, 1998 )
La memoria dell’albero
Un giorno in futuro ricorderò quest’albero. Sentirò i suoi rami giungermi alle mani, carichi del profumo che oggi diffonde il pomeriggio.
Brillanti onde verdi sono le foglie e l’acqua. Il tronco grigio traccia lunghe, strane mappe.
Ricorderò questo cielo far capolino dalla finestra e l’uccello invisibile che al mattino canta.
Ricorderò quest’ora con l’uomo che passa raccogliendo bottiglie vuote per strada e con la bambina povera che viene scalza dalla grotta oscura che trafora la montagna.
Lontano, una campana. Qui dentro la musica e un volto che mi guarda da oltre l’anima. È di nuovo settembre, sento vicino il tuo amore.
Da un luogo diverso della vita, i tuoi occhi mi osservano nella nebbia che cancella le distanze. In un giorno lontano ricorderò quest’ora e sarà già più vicina la mia barca alla tua riva.
La memoria del árbol
Un día en el futuro recordaré este árbol. Sentiré que sus ramas llegan hasta mis manos cargadas del perfume que hoy difunde la tarde.
Brillantes olas verdes son las hojas y el agua. El tronco gris dibuja largos, extraños mapas.
Recordaré este cielo que asoma la ventana y el pájaro invisible que en las mañanas canta.
Recordaré esta hora con el hombre que pasa recogiendo botellas vacías por la calle y la niñita pobre que viene sin zapatos desde la cueva oscura que horada la montaña.
Lejos, una campana. Aquí dentro la música y un rostro que me mira de más allá del alma. Otra vez es septiembre, siento tu amor cercano.
Desde un lugar distinto de la vida, tus ojos me miran en la bruma que borra las distancias. En un lejano día recordaré esta hora y ya estará más cercade tu orilla mi barca.
( Mis propias palabras, 1986 )
Sempre
Sempre ritorni.
Per te non esiste il tempo, né la terra ha confini oscuri.
Sempre fai ritorno.
E sempre sto qui, ad attendere le tue mani, riempiendomi di sogni come un albero si riempie di luce.
Non c’è nulla di diverso. Tutto è uguale e puro quando fai ritorno.
I giorni non sono trascorsi e non ho sofferto. Sono sola, con il cuore pulito come una sorgente nuova.
Ho un’altra volta parole e sentieri e con te ritornano la brezza e le stelle.
Fanno ritorno le campane e gli uccelli, mi riconsegni la musica, il mormorio dei fiumi lontani, la chiarezza della montagna, la perfetta verità che ti amo. Siempre
Siempre regresas.
Para ti no hay tiempo ni tiene oscuros límites la tierra.
Siempre vuelves.
Y siempre estoy aquí, aguardando tus manos, llenándome de sueños como de luz un árbol.
No hay nada diferente. Todo es igual y puro cuando vuelves.
No han pasado los días ni he sufrido. Estoy sola, con el corazón limpio como una fuente nueva.
Tengo otra vez palabras y caminos y contigo regresan la brisa y las estrellas.
Regresan las campanas y los pájaros, me devuelves la música, el murmullo de los ríos lejanos, la claridad del monte, la perfecta verdad de que te amo.
( Los poemas de enero, 1951 )
Quando passerà il tempo
Mandorlo fiorito che un soffio di vento disperde. Cadono i petali e resta il profumo nell’aria.
L’albero nudo perdura nella terra. Attraversa estati e inverni. Attende.
Quando passerà il tempo. Quando il fiume si ingrosserà e giungerà infine il barcaiolo, torneranno i fiori che il vento ha dissolto.
Suonerà l’ora del profondo mistero. Gli occhi stupiti vedranno in lontananza un lungo cammino di luce incerta. Le mani unite di nuovo, saremo insieme, amore, per sempre.
Cuando pase el tiempo
Almendro florido que un soplo de viento deshace. Rodaron los pétalos y queda el aroma en el aire.
El árbol desnudo perdura en la tierra. Soporta veranos, inviernos. Espera.
Cuando pase el tiempo. Cuando crezca el río y llegue por fin el barquero volverán las flores que deshizo el viento.
Sonará la hora del hondo misterio. Los ojos atónitos verán a lo lejos un largo camino de luz indecisa. Las manos unidas de nuevo estaremos juntos amor, para siempre.
Perché la tartaruga ha il passo sicuro, è questa una ragione per tagliare le ali dell’aquila?
E. A. P.
Edgar Allan Poe nacque il 19 gennaio 1809 a Boston, nel Massachusetts. Fu il secondogenito di una coppia di attori girovaghi, David Poe Jr. (1784-1811) ed Elizabeth Arnold Poe (1787-1811), entrambi morti quando Edgar aveva appena tre anni. La madre morì in seguito a una lunga malattia, probabilmente tubercolosi o polmonite, sola e abbandonata dal marito, in uno squallido albergo di Richmond chiamato “Indian Queen Tavern”. Per quanto riguarda la morte del padre, le fonti dell’epoca concordano nell’affermare che morì poco prima o poco dopo la moglie, ma le circostanze della sua morte non furono mai chiarite, né venne mai rinvenuto il luogo della sua sepoltura. Oltre a Edgar, gli altri figli della coppia furono William Henry Leonard (1807-1831), anch’egli dedito alla poesia e prematuramente scomparso a causa di una grave forma di tubercolosi, e Rosalie (1810-1874), la cui nascita suscitò all’epoca molte dicerie sull’effettiva parentela con i fratelli. Il padre di Poe, infatti, divenuto violento e schiavo dell’alcol, aveva abbandonato la moglie Elizabeth quando presumibilmente ella non era ancora incinta della bambina. Alla morte dei genitori, i tre bambini furono separati e dati in affidamento: il fratello maggiore fu affidato ai nonni di Baltimora, nel Maryland, mentre Edgar e Rosalie — che sarebbe poi diventata un’ottima insegnante di calligrafia presso una scuola femminile di Richmond — furono affidati a due diverse famiglie di Richmond, in Virginia: rispettivamente alla famiglia di John e Frances Allan, facoltosi commercianti di tabacco di origini scozzesi, e alla famiglia di John e Jane Scott Mackenzie. Nel 1815 Poe si trasferì a Londra con la famiglia adottiva, dove ricevette la prima istruzione presso alcune scuole private. Nel 1821, tornato a Richmond, cominciò ad appassionarsi molto presto alla musica, alla letteratura e alla poesia, iniziando a scrivere i suoi primi versi e frequentando la scuola di Joseph H. Clarke. In questo periodo si infatuò di Jane Stith Craig Stannard (1793-1824), madre di Robert Stannard, compagno di studi di Poe. La donna lo aveva sempre elogiato e incoraggiato nei suoi primi sforzi letterari e a lei Poe dedicò una delle sue poesie più celebri: To Helen. La morte prematura di Jane, in seguito alla rottura di un’arteria, gettò il poeta in una profonda disperazione. L’anno seguente iniziò la relazione con Sarah Elmira Royster (1810-1888), quindicenne e sua vicina di casa. I due, a causa della disapprovazione del padre della ragazza — che non riteneva Poe adatto a sposare la figlia perché squattrinato e orfano — vissero una breve relazione clandestina e passionale, fino a quando la volontà paterna prevalse e la giovane dovette lasciare Poe per sposare, qualche tempo dopo, il ricco uomo d’affari Alexander Barrett Shelton (1807-1844). Nel 1826, con già molte sofferenze alle spalle, si iscrisse all’Università della Virginia, a Charlottesville, presso la facoltà di lingue antiche e moderne, ma sei mesi dopo fu costretto a lasciare gli studi a causa dei debiti contratti con il gioco d’azzardo e del conseguente rifiuto del padre adottivo di continuare a pagargli la retta universitaria. In aperto conflitto con John Allan, nel 1827 decise di lasciare la Virginia per andare a Boston, dalla zia Maria Clemm, parente del padre naturale. Qui conobbe la figlia di Maria Clemm, Virginia, che sarebbe diventata sua moglie nel 1836, quando la ragazza aveva appena tredici anni, con un matrimonio celebrato in segreto. Sempre nel 1827 pubblicò la sua prima raccolta di versi, Tamerlane and Other Poems, seguita nel 1829 dalla seconda raccolta, Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems. Dopo lo scarso successo di queste prime opere, decise di entrare nell’Accademia militare di West Point, ma circa otto mesi più tardi si fece espellere per insubordinazione, determinando la definitiva rottura con il padre adottivo che, nel 1834, lo cancellò anche dalle proprie disposizioni testamentarie. Nel 1831 si trasferì per un breve periodo a New York, dove pubblicò senza successo una terza raccolta di poesie, intitolata Poems. Tornato nuovamente a Baltimora dalla zia Clemm, iniziò a scrivere i primi racconti horror e grotteschi, collaborando con alcuni giornali di Baltimora, Richmond, New York e Filadelfia, tra cui “Saturday Visitor”, “The Courier”, “The Gift” e “Southern Literary Messenger”. I racconti riscossero un notevole successo di pubblico, tanto che, sull’onda della crescente popolarità, gli venne offerta la carica di vicedirettore del “Southern Literary Messenger”. Dal 1838 al 1840 diresse, insieme a William Evans Burton (1804-1860), il giornale “Burton’s Gentleman’s Magazine” di Filadelfia. In questo stesso periodo pubblicò anche il suo unico romanzo, The Narrative of Arthur Gordon Pym, e nel 1840 la sua prima raccolta di racconti, Tales of the Grotesque and Arabesque, tradotta nel 1856 da Charles Baudelaire con il titolo Histoires extraordinaires. Nel 1844 si trasferì nuovamente a New York e l’anno successivo divenne redattore e proprietario del “Broadway Journal”. Pubblicò sulla rivista “The Evening Mirror” il poemetto The Raven, con il quale raggiunse la definitiva consacrazione letteraria. Tuttavia, le continue difficoltà economiche, l’abuso di alcol e le accuse di plagio mosse in seguito alla pubblicazione di un secondo volume di racconti intitolato Tales — accuse già ricevute in occasione della pubblicazione di un trattato di conchiliologia nel 1838 — gettarono Poe in uno stato di profonda prostrazione, costringendolo a chiudere definitivamente il “Broadway Journal”. La crisi si aggravò ulteriormente nel 1847 con la morte della moglie Virginia, stroncata dalla tubercolosi a soli ventisette anni. Nonostante tutto, nel 1848 riuscì a pubblicare un poema in prosa sul tema della cosmogonia dell’universo, intitolato Eureka. Successivamente intraprese una serie di viaggi in molte città degli Stati Uniti, tenendo conferenze, recitando poesie e conducendo una vita dissoluta, segnata anche dall’uso di droghe, soprattutto laudano. In questo periodo intrecciò numerose brevi relazioni amorose nel tentativo di alleviare un continuo e profondo malessere interiore. Si riavvicinò anche al suo vecchio amore, Sarah Elmira Royster, rimasta nel frattempo vedova, con la quale riallacciò una relazione che avrebbe dovuto condurli a celebrare quelle nozze impedite anni prima dall’ostilità del padre della ragazza. Il 27 settembre 1849 Poe uscì di casa e scomparve misteriosamente. Aveva detto a Sarah Elmira Royster — che avrebbe dovuto sposare pochi giorni dopo — che avrebbe incontrato il suo editore Griswold, per poi recarsi a Baltimora a prendere la zia Maria Clemm e portarla definitivamente a Richmond. Poe, tuttavia, non andò né a Baltimora né incontrò Griswold. Fu ritrovato da un amico sei giorni dopo, sul ciglio di una strada, completamente stralunato, semicosciente e in preda al delirium tremens. Morì in ospedale tre giorni più tardi, il 7 ottobre 1849, all’età di quarant’anni, senza riuscire a spiegare lucidamente ciò che gli era accaduto. Negli anni sono state formulate molte teorie sulle cause della sua morte, alcune delle quali estremamente fantasiose. Secondo una testimonianza, Poe sarebbe stato adescato in un’osteria da alcune persone che lo avrebbero fatto ubriacare per costringerlo a votare più volte lo stesso candidato, pratica fraudolenta diffusa nel XIX secolo e nota come “cooping”. Un’altra teoria ritenuta plausibile — pur senza prove medico-legali certe, poiché non fu mai eseguita un’autopsia e sia il certificato di ricovero sia l’atto di morte non furono mai ritrovati — è quella secondo cui Poe sarebbe morto di rabbia, contratta in seguito al morso di un animale al quale non avrebbe dato peso o che non avrebbe nemmeno notato. In questo ambito si inserisce, tra le altre, anche l’analisi proposta nel volume “Edgar Allan Poe. Il mistero della morte”, (Catartica Edizioni, 2021) di Fabrizio Raccis che affronta il decesso dello scrittore non come un evento isolato, ma come il punto di convergenza della sua intera esistenza. Secondo questa lettura, la morte di Poe non può essere ridotta a una singola causa medica, ma va compresa come esito di una progressiva disgregazione fisica e psicologica alimentata da molteplici fattori. Il libro insiste sulla natura frammentaria delle testimonianze e sulla difficoltà di separare il dato storico dalla costruzione mitica che si è formata attorno allo scrittore. Raccis sottolinea inoltre come l’immagine di Poe sia stata spesso deformata dai suoi detrattori e dalla leggenda dell’autore maledetto, incline all’alcol e alla follia, una narrazione che rischia di semplificare eccessivamente la complessità della sua vita reale. In questa prospettiva, l’alcolismo non viene negato, ma interpretato come parte di un quadro più ampio di fragilità emotiva, stress professionale e malattie non curate. Il libro evidenzia anche come alcune teorie “romanzate” sulla sua morte siano state costruite nel tempo da biografi e giornalisti, contribuendo a creare un alone di mistero che rispecchia perfettamente i temi delle sue opere. Un punto centrale dell’interpretazione è che la morte di Poe appare quasi come una prosecuzione della sua poetica: la confusione mentale, la perdita di controllo e la dissoluzione dell’identità ricordano le atmosfere dei suoi racconti più cupi. Tuttavia, il saggio invita a non confondere l’opera con la biografia in modo diretto, ma a riconoscere come la ricezione della sua figura abbia progressivamente fuso vita e immaginario letterario.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Ulalì
Solo abitavo in un mondo di lamento, e la mia anima una marea stagnante, finché la bella e dolce Ulalì si fece timida mia sposa, finché la fulva e giovane Ulalì si fece ridente mia sposa.
Ah, men ― meno scintillanti son le stelle della notte degli occhi della radiante fanciulla! giammai può contender ciò che può far la bruma dalle tinte di porpora e di perla della luna, col più trasandato boccolo dell’umile Ulalì ― giammai può accostarsi al raggiante sguardo più svagato e modesto d’Ulalì.
Or Dubbio ― Or Pena più non vengono, perché l’anima sua mi rende sospiro per sospiro, e per tutto il giorno splende, forte e luminosa, Astarte, in mezzo al cielo, mentre sempre a lei volge gli occhi di matrona la cara Ulalì ― mentre sempre a lei volge gli occhi di viola la giovane Ulalì.
Eulalie
I dwelt alone In a world of moan, And my soul was a stagnant tide, Till the fair and gentle Eulalie became my blushing bride ― Till the yellow-haired young Eulalie became my smiling bride.
Ah, less ― less bright The stars of the night Than the eyes of the radiant girl! That the vapor can make With the moon-tints of purple and pearl, Can vie with the modest Eulalie’s most unregarded curl ― Can compare with the bright-eyed Eulalie’s most humble and careless curl.
Now Doubt ― now Pain Come never again, For her soul gives me sigh for sigh, And all day long Shines, bright and strong, Astarte within the sky, While ever to her dear Eulalie upturns her matron eye ― While ever to her young Eulalie upturns her violet eye.
( The American Review, 1845 )
Fanny
Il cigno morente dei laghi del nord intona, chiaro e dolce, il suo inno selvaggio di morte, e come la solenne melodia evade per la collina e la valle e nell’aria si dissolve, così giunse la tua morbida voce musicale, così tremò sulla tua lingua il mio nome.
Come sprazzo di luce in una nuvola d’ebano che invela l’austero cielo di mezzanotte, trapassando la fredda sera nel suo nero sudario, così giunse il primo sguardo di quell’occhio; ma come roccia adamantina, stette il mio spirito e affrontò il colpo.
Che la memoria richiami il ragazzo che depose il suo cuore sul tuo sacrario, quando lontano cadranno i suoi passi ricorda che divino credette il tuo fascino; una vittima uccisa sull’altare dell’amore da occhi ammalianti che scrutavano sdegnosamente.
Fanny
The dying swan by northern lakes Sing’s its wild death song, sweet and clear, And as the solemn music breaks O’er hill and glen dissolves in air; Thus musical thy soft voice came, Thus trembled on thy tongue my name.
Like sunburst through the ebon cloud, Which veils the solemn midnight sky, Piercing cold evening’s sable shroud, Thus came the first glance of that eye; But like the adamantine rock, My spirit met and braved the shock.
Let memory the boy recall Who laid his heart upon thy shrine, When far away his footsteps fall, Think that he deem’d thy charms divine; A victim on love’s alter slain, By witching eyes which looked disdain.
( Baltimore Saturday Visiter, 1833 )
Per F ——
Adorata! Tra ferventi dolori che s’accalcano intorno al mio passo terreno ― (miserabile passo, ahimè! dove non cresce pur una rosa solitaria) ― l’anima mia riceve per lo meno conforto nel sogno di te, ed in esso conosce un Eden di mite riposo.
E così la tua memoria viene a me come una qualche remota isola incantata in qualche mare tumultuoso ― qualche oceano lontano che libero sussulta nelle tempeste ― ma dove, nel frattempo, i cieli più sereni, continuamente, solo su quella isola luminosa, sorridono.
To F ——
Beloved! amid the earnest woes That crowd around my earthly path ― (Drear path, alas! where grows Not even one lonely rose) ― My soul at least a solace hath In dreams of thee, and therein knows An Eden of bland repose.
And thus thy memory is to me Like some enchanted far-off isle In some tumultuous sea ― Some ocean throbbing far and free With storms ― but where meanwhile Serenest skies continually Just o’er that one bright island smile.
( Southern Literary Messenger, 1835 )
Un sogno
In visioni di tenebrosa notte ho sognato una gioia perduta, ma un sogno ad occhi aperti di vita e di luce mi ha lasciato col cuore spezzato.
Ah, cosa non è un sogno di giorno per chi gli occhi posa sulle cose intorno con un barlume che volge al passato?
Quel sogno santo ― quel sogno santo, mentre tutto il mondo mi biasimava, mi ha confortato qual gentil fascio di luce, che conduce uno spirito solitario.
Che importa se quella luce, in notte e bufera, tremolava tanto da lontano ― che mai può esserci di più puramente splendente nella diurna stella del Vero?
A dream
In visions of the dark night I have dreamed of joy departed ― But a waking dream of life and light Hath left me broken-hearted.
Ah! what is not a dream by day To him whose eyes are cast On things around him with a ray Turned back upon the past?
That holy dream ― that holy dream, While all the world were chiding, Hath cheered me as a lovely beam A lonely spirit guiding.
What though that light, thro’ storm and night, So trembled from afar ― What could there be more purely bright In Truth’s day-star?
( Tamerlane and Other Poems, 1827 )
Per M …
O, non mi curo che la mia sorte terrena abbia della Terra ben poco in sé, che anni d’amore siano stati dimenticati nella febbre d’un minuto:
non m’importa, adorata, che felici più di me siano i disperati, ma che debba immischiarti in questo mio destino, io che sono un passante.
Non è che le mie sorgenti d’estasi stiano zampillando ― ahimè! di lacrime ― o che il brivido d’un singolo bacio abbia scosso i molti anni.
Non già che i fiori di venti primavere siano appassiti come il colore che giace morituro sul mio cuore oppresso dal peso d’una stagione colma di neve.
Non che l’erba ― O! che possa prosperare! Sulla mia fossa stia crescendo o sia già cresciuta ― ma che, mentre sono morto eppure vivo, io non posso stare solo, mia signora.
To M …
O! I care not that my earthly lot Hath little of Earth in it, That years of love have been forgot In the fever of a minute:
I heed not that the desolate Are happier, sweet, than I, But that you meddle with my fate Who am a passer by.
It is not that my founts of bliss Are gushing ― strange! with tears ― Or that the thrill of a single kiss Hath palsied many years ―
‘Tis not that the flowers of twenty springs Which have wither’d as they rose Lie dead on my heart-strings With the weight of an age of snows.
Not that the grass ― O! may it thrive! On my grave is growing or grown ― But that, while I am dead yet alive I cannot be, lady, alone.
( Al Aaraaf, Tamerlane, and Minor Poems, 1829 )
La dormiente
A mezzanotte, nel mese di giugno, mi trovo sotto la mistica luna. Un vapor d’oppio, velato, rugiadoso, esala dal suo anello dorato e mollemente cala, stilla a stilla, sulla cuspide quieta del monte; assonnato e musicale s’insinua nella valle universale. Piega il capo sulla tomba il rosmarino; si culla il giglio sull’onda; la bruma attorcendoglisi al suo petto fa dissolvere il rudere nel riposo. Guarda, simile al Lete! Osserva! Il lago abbandonarsi a un sonno cosciente e per nulla vorrebbe destarsi. Dorme tutta la Bellezza! ― Ed ecco! Dove Irene giace, coi suoi Destini!
O, dama splendente! Può esser giusto ― questa finestra aperta alla notte? Arie vezzose, dalle cime degli alberi, cadono ridenti attraverso la grata ― intangibili arie, una brigata di maghi, svolazzano dentro e fuori la tua stanza fanno ondeggiare le tende del baldacchino così bruscamente ― così spaventosamente ― sopra la palpebra chiusa e frangiata, sotto la quale giace nascosto il tuo spirito dormiente, cosicché, da terra e sulle pareti come fantasmi s’issano e cadono le ombre! O, dama adorata, non hai forse paura? Perché e cosa sta sognando, qui? Di certo sei venuta da mari lontani a meravigliare questi alberi del giardino! Strano il tuo abito! Strano il tuo pallore! E strano più di tutto la lunghezza delle tue trecce e tutta questa grandiosa silenziosità!
Dorme la dama! O, possa il suo sonno che è eterno, essere così profondo! Il ciel lo tenga nella sua sacra custodia! Possa mutare questa stanza in un’altra più sacra, questo letto in un altro più mesto, e prego Iddio che ella possa giacere con l’occhio non aperto, finché non se ne andranno i pallidi spettri ammantati.
Dorme la mia amata! O, possa il suo sonno Che è eterno, essere così profondo! Possano lievi i vermi strisciar sopra di lei! Lontano nella foresta, antica e oscura, per lei possa aprirsi un alto avello ― qualche avello che sovente abbia spalancato all’indietro i suoi neri battenti alati, trionfante, sui drappi crespati dei funerali della sua grande famiglia ― qualche sepolcro remoto e solitario, contro il cui portale lei abbia lanciato da bambina più d’una pietra per gioco ― qualche tomba dalla cui porta risonante ella mai più forzerà a levarsi un’eco, tremando al pensiero, povera figlia della colpa! Che erano i morti là dentro a gemere tanto.
The sleeper
At midnight, in the month of June, I stand beneath the mystic moon. An opiate vapor, dewy, dim, Exhales from out her golden rim, And softly dripping, drop by drop, Upon the quiet mountain top, Steals drowsily and musically Into the universal valley. The rosemary nods upon the grave; The lily lolls upon the wave; Wrapping the fog about its breast, The ruin moulders into rest; Looking like Lethe, see! the lake A conscious slumber seems to take, And would not, for the world, awake. All Beauty sleeps! ― and lo! where lies Irene, with her Destinies!
Oh, lady bright! can it be right ― This window open to the night? The wanton airs, from the tree-top, Laughingly through the lattice drop ― The bodiless airs, a wizard rout, Flit through thy chamber in and out, And wave the curtain canopy So fitfully ― so fearfully ― Above the closed and fringéd lid Neath which thy slumb’ring soul lies hid, That, o’er the floor and down the wall, Like ghosts the shadows rise and fall! Oh, lady dear, hast thou no fear? Why and what art thou dreaming here? Sure thou art come o’er far-off seas, A wonder to these garden trees! Strange is thy pallor! strange thy dress! Strange, above all, thy length of tress, And this all solemn silentness!
The lady sleeps! Oh, may her sleep, Which is enduring, so be deep! Heaven have her in its sacred keep! This chamber changed for one more holy, This bed for one more melancholy, I pray to God that she may lie Forever with unopened eye, While the pale sheeted ghosts go by!
My love, she sleeps! Oh, may her sleep, As it is lasting, so be deep! Soft may the worms about her creep! Far in the forest, dim and old, For her may some tall vault unfold ― Some vault that oft hath flung its black And wingéd panels fluttering back, Triumphant, o’er the crested palls Of her grand family funerals ― Some sepulchre, remote, alone, Against whose portals she hath thrown, In childhood, many an idle stone ― Some tomb from out whose sounding door She ne’er shall force an echo more, Thrilling to think, poor child of sin! It was the dead who groaned within.
( Saturday Chronicle, 1841 )
Canto
Ti vidi nel tuo giorno nuziale ― quando una vampa di rossore in viso ti saliva, sebbene la felicità intorno giacesse, e tutto d’amore il mondo ai tuoi piedi:
Nell’occhio tuo una fiammante luce (o qual che fosse) fu tutto ciò che in terra la mia vista dolente della bellezza poté scorgere.
Quel rossore, forse, era pudor di fanciulla ― come tale ben si comprende ― benché il suo bagliore avesse alzato più ardita fiamma nel petto di colui, ahimè!
Che nel giorno tuo nuziale ti vide, quando quel fondo rossore in viso ti saliva, sebbene la felicità intorno giacesse; e tutto d’amore il mondo ai tuoi piedi.
Song
I saw thee on thy bridal day ― when a burning blush came o’er thee, though happiness around thee lay, the world all love before thee:
and in thine eye a kindling light (whatever it might be) was all on Earth my aching sight of Loveliness could see.
That blush, perhaps, was maiden shame ― as such it well may pass ― though its glow hath raised a fiercer flame in the breast of him, alas!
who saw thee on that bridal day, when that deep blush would come o’er thee, though happiness around thee lay; the world all love before thee.
( Southern Literary Messenger, 1837 )
A una in Paradiso
Eri per me quel tutto, amore, per il qual l’anima mia si struggeva, un verde isolotto in mezzo al mare, amore, un fontanile e un altare tutto adorno di bei frutti e di fiori e tutti miei erano quei fiori.
Ah, sogno troppo luminoso per durare! Ah, siderea speranza, che t’alzasti solo per essere offuscata! Là fuori una voce dal futuro grida, “Avanti! Avanti!” ― ma è sul passato (golfo oscuro!) che il mio spirito in bilico giace, muto, immobile, atterrito.
Perché, ahimè! ahimè! per me la luce della vita s’è spenta! Mai più — mai più — mai più — (tale lingua riserva il mare solenne alle sabbie sulla riva) fiorirà l’albero colpito dal fulmine o s’alzerà l’aquila ferita.
E tutti i miei giorni sono imbambolati e tutti i miei sogni notturni son dove il tuo occhio grigio volge e dove il tuo passo scintilla — in qualche eterea danza su qualche etereo fiume.
To one in Paradise
Thou wast all that to me, love, For which my soul did pine: A green isle in the sea, love, A fountain and a shrine All wreathed with fairy fruits and flowers, And all the flowers were mine.
Ah, dream too bright to last! Ah, starry Hope, that didst arise But to be overcast! A voice from out the Future cries, “On! on!” — but o’er the Past (Dim gulf!) my spirit hovering lies Mute, motionless, aghast.
For, alas! alas! with me The light of Life is o’er! No more — no more — no more — (Such language holds the solemn sea To the sands upon the shore) Shall bloom the thunder-blasted tree, Or the stricken eagle soar.
And all my days are trances, And all my nightly dreams Are where thy gray eye glances, And where thy footstep gleams — In what ethereal dances, By what eternal streams.
( Poems, 1831 )
Sonetto — Alla Scienza
Scienza! Vera figlia del tempo antico! Che muti ogni cosa con occhi penetranti! Perché predi così sul cuor del poeta, vulture, le cui ali son monotone realtà?
Come potrebbe egli amarti? o crederti giusta, se non volesti che libero vagasse in cerca di tesori per cieli ingioiellati, benché con intrepide ali s’involò?
Non hai spinto Diana dal suo carro, e cacciato l’Amadriade dal bosco cercando riparo in una stella più felice?
Non hai strappato la Naiade alla corrente, l’elfo al verde prato, e da me il sogno estivo sotto l’albero di tamarindo?
Sonnet — To Science
Science! true daughter of Old Time thou art! Who alterest all things with thy peering eyes. Why preyest thou thus upon the poet’s heart, Vulture, whose wings are dull realities?
How should he love thee? or how deem thee wise, Who wouldst not leave him in his wandering To seek for treasure in the jewelled skies, Albeit he soared with an undaunted wing?
Hast thou not dragged Diana from her car? And driven the Hamadryad from the wood To seek a shelter in some happier star?
Hast thou not torn the Naiad from her flood, The Elfin from the green grass, and from me The summer dream beneath the tamarind tree?
( Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems, 1829 )
Per F——s S. O——d
Vorresti esser amata? — allora fa’ sì che il tuo cuore non si discosti dalla sua vera via; sii oggi tutto ciò che sei, e non essere nulla di ciò che non sei.
Così al mondo i tuoi modi gentili, la tua grazia, più ancora della bellezza, saranno tema di lode senza fine, e l’amore — semplice effetto del tuo essere.
To F——s S. O——d
Thou wouldst be loved? ― then let thy heart From its present pathway part not! Being everything which now thou art, Be nothing which thou art not.
So with the world thy gentle ways, Thy grace, thy more than beauty, Shall be an endless theme of praise, And love ― a simple duty.
( Southern Literary Messenger, 1835 )
Annabel Lee
Fu molti e molti anni or già, in un regno alla ripa del mar, ch’una fanciulla visse e saperla potete col nome d’Annabel Lee; — senz’altri pensieri vivea la fanciulla ch’amarmi ed esser amata.
Bambino ero io, bambina era lei, in questo regno alla ripa del mar; con sì amor abbiam amato che più era dell’amor stesso — io e la mia Annabel Lee — con sì amor che del ciel alati serafini furono a invidiar lei, a invidiar me.
Fu questa cagion che, tanto tempo or già, in un regno alla ripa del mar, il vento da una nube sbuffò, raggelando la cara Annabel Lee; e vennero i nobili suoi propinqui da me a portarla via, e in un sepolcro a riporla, in questo regno alla ripa del mar.
Gli angeli, nel ciel lungi dall’esser sì felici, furono a invidiar lei, a invidiar me — sì! questa la cagion (come tutti sanno, in questo regno alla ripa del mar) che il vento di notte dalla nube sbucò, a raggelar la mia Annabel Lee.
Ma era il nostro amor più forte dell’amor di quelli più grandi di noi — di molti di quelli più saggi di noi — e né lassù gli angeli del ciel, né i demoni sottomar, posson dalla mia anima separar l’anima della cara Annabel Lee: —
perché la luna non brilla senza portarmi sogni d’Annabel Lee; né sorgon stelle, senza ch’io senta i fulgidi occhi d’Annabel Lee: — così, nell’arco della notte, accanto m’adagio alla mia cara, mia vita, mia sposa, là, al suo sepolcro sulla ripa del mar — sulla ripa del risonante mar.
Annabel Lee
It was many and many a year ago, In a kingdom by the sea, That a maiden there lived whom you may know By the name of Annabel Lee; — And this maiden she lived with no other thought Than to love and be loved by me.
I was a child and she was a child, In this kingdom by the sea; But we loved with a love that was more than love — I and my Annabel Lee — With a love that the wingéd seraphs in Heaven Coveted her and me.
And this was the reason that, long ago, In this kingdom by the sea, A wind blew out of a cloud, chilling My beautiful Annabel Lee; So that her high-born kinsmen came And bore her away from me, To shut her up in a sepulchre, In this kingdom by the sea.
The angels, not half so happy in Heaven, Went envying her and me — Yes! — that was the reason (as all men know, In this kingdom by the sea) That the wind came out of the cloud by night, Chilling and killing my Annabel Lee.
But our love it was stronger by far than the love Of those who were older than we — Of many far wiser than we — And neither the angels in Heaven above, Nor the demons down under the sea, Can ever dissever my soul from the soul Of the beautiful Annabel Lee: —
For the moon never beams, without bringing me dreams Of the beautiful Annabel Lee; And the stars never rise, but I feel the bright eyes Of the beautiful Annabel Lee: — And so, all the night-tide, I lie down by the side Of my darling — my darling — my life and my bride, In her sepulchre there by the sea — In her tomb by the sounding sea.
( The New York Tribune, 1849 )
Terra fatata
Tenebrate valli e oscuri corsi d’acqua e selve dalle cere nebulose, ove le sagome non si discernono per le lacrime che gocciano ovunque, là enormi lune crescono e muoiono ancora—ancora—ancora— ogni momento della notte in un continuo mutar di luogo e spengono le luci delle stelle coll’alito di visi lattiginosi. Attorno alla mezza della meridiana lunare una più delle altre vaporosa (un genere che, alla prova, fu ritenuta la migliore) vien giù—e giù—e giù— col suo centro sulla corona d’una eminenza di montagna, intanto che l’ampia sua circonferenza in disciolti drappeggi cade su borghi, su anditi, ovunque questi possano essere, di là d’eccentriche foreste, di là dal mare, su spiriti in volo su cose che s’assonnano e li seppellisce completamente sotto un labirinto di luce. E allor, quanto profonda!—Quanto profonda! Di tali cose la passione per il sonno. Al mattino queste riemergono e la loro cappa lunare si fugge pei cieli, allorché con le tempeste si torcono come——quasi ogni cosa— o un albatro giallo. Non si giovano più di quella luna per il fine di prima videlicet una tenda e io lo trovo stravagante: pur tuttavia, i suoi atomi si disserrano in uno scroscio, di cui quelle farfalle della terra che brancolano ai cieli, e di nuovo ridiscendono, (creature mai appagate!) ne portano un brandello sulle frementi ali.
Fairy-Land
Dim vales—and shadowy floods— And cloudy-looking woods, Whose forms we can’t discover For the tears that drip all over Huge moons there wax and wane— Again—again—again— Every moment of the night— Forever changing places— And they put out the star-light With the breath from their pale faces About twelve by the moon-dial One more filmy than the rest (A kind which, upon trial, They have found to be the best) Comes down—still down—and down With its centre on the crown Of a mountain’s eminence, While its wide circumference In easy drapery falls Over hamlets, over halls, Wherever they may be— O’er the strange woods—o’er the sea— Over spirits on the wing— Over every drowsy thing— And buries them up quite In a labyrinth of light— And then, how deep!—O, deep! Is the passion of their sleep. In the morning they arise, And their moony covering Is soaring in the skies, With the tempests as they toss, Like——almost any thing— Or a yellow Albatross. They use that moon no more For the same end as before— Videlicet a tent— Which I think extravagant: Its atomies, however, Into a shower dissever, Of which those butterflies, Of Earth, who seek the skies, And so come down again (Never-contented things!) Have brought a specimen Upon their quivering wings.
( Broadway Journal, 1845 )
Fantasia
Fantasia, che ama dondolare e cantare, col capo assonnato e l’ala ripiegata, tra verdi foglie che tremano in fondo a qualche lago ombroso, per me fu un pappagallo dipinto, uccello a me del tutto familiare — che mi insegnò a dire l’alfabeto, a balbettare le mie prime parole, mentre giacevo nel bosco selvaggio, bambino — con uno sguardo già sapiente.
Di recente, gli anni del Condor eterno scuotono il cielo stesso in alto con un tumulto che tuona al loro passaggio, e non ho tempo per oziose cure nel fissare il cielo inquieto. E quando con più miti ali un’ora posa la piuma sul mio spirito, quel breve tempo con lira e rima da trascorrere — svaghi proibiti! — il mio cuor sentirebbe che è un delitto se non tremasse insieme alle corde.
Romance
Romance, who loves to nod and sing, With drowsy head and folded wing, Among the green leaves as they shake Far down within some shadowy lake, To me a painted paroquet Hath been—a most familiar bird— Taught me my alphabet to say— To lisp my very earliest word While in the wild wood I did lie, A child—with a most knowing eye.
Of late, eternal Condor years So shake the very Heaven on high With tumult as they thunder by, I have no time for idle cares Through gazing on the unquiet sky. And when an hour with calmer wings Its down upon my spirit flings— That little time with lyre and rhyme To while away—forbidden things! My heart would feel to be a crime Unless it trembled with the strings.
( Al Aaraaf, Tamerlane and Minor Poems, 1829 )
Il lago – a –
Nella meglio giovinezza volle il fato ch’abitassi dell’ariosa terra un luogo che men non potrei amar — sì piacevole la solitudine v’era d’un eremo lago, con una nera rupe sul lembo e alti pini che vi torreggiavano.
Ma quando colà il drappo la notte ammainava, come sovr’ogni cosa, e il mistico vento vi passava neniando una melodia — allor—ah, allor desto sarei stato nel terrore del lago solitario.
Eppur paura non era siffatto terrore, ma tremula delizia — sensazione che una mina di leghe preziose non potrebbe suscitarmi o indurmi a definire— neppur l’amore—sebbene tuo fosse l’amore.
Morte v’era in quell’onda velenifera, e nel suo gorgo tomba ideale per chi da lì avrebbe portato conforto alla sua smarrita immaginazione— la cui anima deserta un Eden avrebbe fatto di quell’oscuro lago.
The lake – to —
In spring of youth it was my lot To haunt of the wide world a spot The which I could not love the less — So lovely was the loneliness Of a wild lake, with black rock bound, And the tall pines that towered around.
But when the Night had thrown her pall Upon that spot, as upon all, And the mystic wind went by Murmuring in melody — Then — ah then I would awake To the terror of the lone lake.
Yet that terror was not fright, But a tremulous delight — A feeling not the jewelled mine Could teach or bribe me to define — Nor Love — although the Love were thine.
Death was in that poisonous wave, And in its gulf a fitting grave For him who thence could solace bring To his lone imagining — Whose solitary soul could make An Eden of that dim lake.
( Tamerlane and Other Poems, 1837 )
Stanze
Quante volte scordiamo il tempo, allorché soli ammiriamo il trono universale della Natura; I suoi boschi—le sue regioni—i suoi monti—l’intensa Risposta di LEI alla NOSTRA intelligenza!
[BYRON, L’Isola.]
I Conobbi in gioventù uno con cui la terra serbava segreta comunione—com’egli con lei, in bellezza e luce del giorno dalla nascita: la cui fervida e tremolante torcia di vita a sole e stelle ardeva, donde fluiva appassionato bagliore—consono al suo spirito — e tuttavia quello spirito non sapeva, nell’ora del proprio fervore, quale potere agisse su di lui…
II Può darsi che la mia mente sia mossa dalla febbre del raggio lunare, sospeso lassù, ma credo che siffatta luce primigenia più sovranità abbia di quanto non sia stato detto dall’antica sapienza—o è forse il pensiero nella sua incorporea essenza, e null’altro, che con vivificante incantesimo c’ammanta come rugiada notturna sull’erba estiva?
III S’amplia su di noi, come l’occhio che all’amato oggetto si dilata—così pure la lacrima smuove la palpebra che in apatia ha sopito? Eppur non ha bisogno—(quell’oggetto) che esisteva in ogni momento prima di noi d’esser celato—ma condiviso—così si presenta con strano suono come d’arpa spezzata per ridestarci—è simbolo e segno
IV di ciò che in altri mondi dev’esser—e dato in bellezza da Dio, solo a coloro che altrimenti cadrebbero dalla vita e dai Cieli attratti dalla passione del cuor e da quel tono, quell’alto tono dello spirito che ha lottato, sebbene non con la fede—né con la dedizione—il cui trono con disperata energia non ha distrutto; portando il suo profondo sentire come una corona.
Stanzas
How often we forget all time, when lone Admiring Nature’s universal throne; Her woods—her wilds—her mountains—the intense Reply of HERS to OUR intelligence!
[BYRON, The Island.]
I In youth have I known one with whom the Earth In secret communing held—as he with it, In daylight, and in beauty from his birth: Whose fervid, flickering torch of life was lit From the sun and stars, whence he had drawn forth A passionate light—such for his spirit was fit— And yet that spirit knew not, in the hour Of its own fervor what had o’er it power.
II Perhaps it may be that my mind is wrought To a fever by the moonbeam that hangs o’er, But I will half believe that wild light fraught With more of sovereignty than ancient lore Hath ever told—or is it of a thought The unembodied essence, and no more, That with a quickening spell doth o’er us pass As dew of the night-time o’er the summer grass?
III Doth o’er us pass, when, as th’ expanding eye To the loved object—so the tear to the lid Will start, which lately slept in apathy? And yet it need not be—(that object) hid From us in life—but common—which doth lie Each hour before us—but then only, bid With a strange sound, as of a harp-string broken, To awake us—’Tis a symbol and a token
IV Of what in other worlds shall be—and given In beauty by our God, to those alone Who otherwise would fall from life and Heaven Drawn by their heart’s passion, and that tone, That high tone of the spirit which hath striven, Tho’ not with Faith—with godliness—whose throne With desperate energy ‘t hath beaten down; Wearing its own deep feeling as a crown.
( Poems, 1831 )
Per M. L. S. —
Di tutti coloro che salutano la tua presenza come il mattino— di tutti coloro per cui la tua assenza è la notte— l’eclissarsi del sacro sole dall’alto dei cieli— di tutti coloro che, piangendo, ti benedicono ora per ora per la speranza—per la vita—ah! soprattutto, per la resurrezione della fede profondamente sepolta nella Verità—nella Virtù—nell’Umanità— di tutti coloro che, sul profanato giaciglio della Disperazione, distesi a morire, sono d’un tratto risorti alle tue dolci parole sussurrate: «Sia la luce!» a quelle dolci parole che si avverarono nel serafico balenare dei tuoi occhi— di tutti coloro che ti devono di più—la cui gratitudine quasi si fa adorazione—oh, ricorda il più sincero—il più fervidamente devoto, e pensa che questi deboli versi sono scritti da lui— da colui che, mentre li compone, freme al pensiero che il suo spirito sta comunicando con quello di un angelo.
To M. L. S.—
Of all who hail thy presence as the morning- Of all to whom thine absence is the night- The blotting utterly from out high heaven The sacred sun- of all who, weeping, bless thee Hourly for hope- for life- ah! above all, For the resurrection of deep-buried faith In Truth- in Virtue- in Humanity- Of all who, on Despair’s unhallowed bed Lying down to die, have suddenly arisen At thy soft-murmured words, “Let there be light!” At the soft-murmured words that were fulfilled In the seraphic glancing of thine eyes- Of all who owe thee most- whose gratitude Nearest resembles worship- oh, remember The truest- the most fervently devoted, And think that these weak lines are written by him- By him who, as he pens them, thrills to think His spirit is communing with an angel’s.
C’è gente che invece di distruggere, costruisce; invece di invidiare, regala; invece d’avvelenare, abbellisce; invece di strappare, riunisce a aggrega.
L. L.
Lya Luft è stata una delle voci più intense e raffinate della letteratura brasiliana contemporanea. Nata nel 1938 a Santa Cruz do Sul, nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul, in una famiglia di origine tedesca, crebbe in un ambiente culturalmente ricco ma anche segnato da rigidità morali e sociali. La sua formazione fu profondamente influenzata dalla cultura germanica: fin da bambina lesse Goethe, Schiller e altri grandi autori europei, sviluppando una sensibilità letteraria precoce che avrebbe segnato tutta la sua produzione. La doppia appartenenza culturale, brasiliana e tedesca, contribuì a creare in lei uno sguardo complesso sull’identità, sul senso di appartenenza e sulla fragilità dell’essere umano. Studiò pedagogia e lettere anglo-germaniche a Porto Alegre, diventando successivamente docente universitaria di linguistica e letteratura. Parallelamente iniziò un’intensa attività di traduttrice, portando in lingua portoghese opere di autori come Virginia Woolf, Thomas Mann, Hermann Hesse e Rainer Maria Rilke. Questo lavoro di mediazione culturale fu fondamentale per la maturazione del suo stile, perché le consentì di confrontarsi con grandi tradizioni narrative europee e con una scrittura psicologica profonda e introspettiva. La sua carriera letteraria ebbe inizio con la poesia. Le prime raccolte, pubblicate negli anni Sessanta e Settanta, rivelavano già alcuni temi che sarebbero diventati centrali nella sua opera: il rapporto conflittuale con il corpo e con la femminilità, la solitudine, la memoria, il tempo e la morte. Tuttavia fu soprattutto nella narrativa che Lya Luft trovò la propria voce più autentica. A partire dagli anni Ottanta pubblicò romanzi e racconti che ottennero grande successo in Brasile e all’estero. Le sue opere non si limitano a raccontare vicende familiari o psicologiche: esse esplorano gli spazi più nascosti dell’animo umano, affrontando paure, desideri e tensioni interiori con una scrittura elegante e intensa. Uno degli aspetti più significativi della sua produzione è l’attenzione alla condizione femminile. Le protagoniste dei suoi romanzi sono spesso donne intrappolate in relazioni oppressive, in famiglie dominate dal silenzio o da convenzioni sociali soffocanti. Tuttavia Lya Luft non propone una narrativa apertamente ideologica o militante. La sua riflessione sulla donna nasce piuttosto dall’analisi dell’esperienza interiore, dal conflitto tra desiderio di libertà e imposizioni culturali. Le sue figure femminili vivono spesso in una dimensione di inquietudine: cercano amore e riconoscimento, ma si confrontano continuamente con il senso di perdita, con la paura dell’abbandono e con il limite imposto dal tempo. Nel romanzo As Parceiras, una delle sue opere più note, emerge chiaramente questa dimensione psicologica. La storia ruota attorno a rapporti familiari segnati da dolore, incomunicabilità e memorie traumatiche. L’atmosfera è cupa, quasi sospesa, e la casa familiare assume un valore simbolico: diventa il luogo della memoria, dei segreti e delle ferite mai guarite. La narrazione non procede secondo uno schema realistico tradizionale, ma si costruisce attraverso ricordi, riflessioni e immagini interiori. Questo modo di raccontare rende evidente l’influenza della letteratura europea moderna, in particolare di autori interessati all’indagine psicologica e al flusso della coscienza. Anche in A Asa Esquerda do Anjo ritornano temi simili. Qui il conflitto identitario assume un ruolo centrale: la protagonista si sente divisa tra il peso delle origini familiari e il desiderio di costruire un’esistenza autonoma. La famiglia appare come un universo chiuso, regolato da rigide gerarchie e da una moralità soffocante. La tradizione tedesca, che nella vita dell’autrice aveva avuto un ruolo importante, viene rappresentata in modo ambivalente: da una parte è fonte di cultura e disciplina, dall’altra è simbolo di rigidità e repressione emotiva. In questo romanzo, come in molti altri di Lya Luft, il passato non è mai realmente concluso, ma continua a influenzare il presente attraverso ricordi, sensi di colpa e fantasmi interiori. Un altro elemento fondamentale della sua narrativa è il rapporto con la morte. Dopo un grave incidente automobilistico avvenuto alla fine degli anni Settanta, la scrittrice sviluppò una riflessione ancora più intensa sulla precarietà dell’esistenza. Nei suoi romanzi la morte non è soltanto un evento finale, ma una presenza costante che accompagna la vita quotidiana. I personaggi vivono spesso nella consapevolezza della fragilità umana e dell’impossibilità di controllare completamente il destino. Questa visione dona alla sua scrittura un tono malinconico e meditativo, ma mai disperato. Anche nei momenti più oscuri rimane infatti uno spazio per la ricerca di senso, per la memoria degli affetti e per una forma di resistenza interiore. Lo stile di Lya Luft si distingue per la capacità di unire semplicità e profondità. La sua prosa è limpida, elegante, priva di eccessi retorici, ma allo stesso tempo ricca di immagini simboliche e di suggestioni emotive. Le descrizioni non sono mai puramente decorative: ogni elemento assume un valore psicologico o simbolico. Le case, gli oggetti, i paesaggi e persino il silenzio diventano strumenti per rappresentare gli stati interiori dei personaggi. Il linguaggio è controllato e raffinato, ma capace di trasmettere emozioni intense. La scrittrice evita il sentimentalismo e preferisce suggerire piuttosto che dichiarare apertamente i sentimenti. La memoria occupa un ruolo centrale nella sua opera. I personaggi ricordano continuamente il passato, cercando di comprendere eventi che hanno segnato le loro vite. Tuttavia il ricordo non appare mai stabile o oggettivo: esso cambia, si deforma, si intreccia con il desiderio e con la paura. In questo senso la memoria diventa un processo doloroso ma necessario, perché soltanto attraverso il confronto con il passato è possibile comprendere se stessi. Molte opere di Lya Luft mostrano come le esperienze infantili e familiari continuino a influenzare profondamente l’età adulta. Negli anni Duemila la scrittrice raggiunse anche un vasto pubblico grazie a opere più saggistiche e autobiografiche. Opere come Perdas e Ganhos e Pensar é Transgredir affrontano temi universali quali il tempo, l’invecchiamento, la paura, la libertà e la responsabilità individuale. In questi testi emerge una voce più diretta e riflessiva, che dialoga apertamente con il lettore. Pur mantenendo la profondità della sua scrittura, Lya Luft adotta un tono più accessibile e meditativo. Le sue riflessioni invitano a guardare con sincerità la propria esistenza, accettandone limiti e contraddizioni. La scrittrice insiste spesso sull’importanza del pensiero critico e della libertà interiore, sostenendo che vivere autenticamente significa anche avere il coraggio di mettere in discussione convenzioni e paure. Un aspetto interessante della sua produzione è il continuo dialogo tra dimensione privata e universale. Pur partendo spesso da esperienze personali o familiari, Lya Luft riesce a trasformarle in riflessioni che riguardano ogni essere umano. Le sue opere parlano della difficoltà di amare, del bisogno di essere riconosciuti, della paura della solitudine e del desiderio di dare senso al tempo che passa. Questa capacità di trasformare l’esperienza individuale in una meditazione universale spiega il successo internazionale della sua narrativa. La figura della casa ritorna frequentemente nei suoi romanzi come simbolo dell’interiorità. Le abitazioni descritte da Lya Luft non sono semplici ambienti realistici, ma spazi della memoria e dell’inconscio. Stanze chiuse, corridoi silenziosi e oggetti antichi rappresentano spesso segreti nascosti, traumi familiari o emozioni represse. Questo uso simbolico dello spazio contribuisce a creare atmosfere dense e inquietanti, vicine talvolta alla dimensione del sogno o dell’incubo. La scrittrice costruisce così una narrativa psicologica che supera il semplice realismo e si avvicina a una forma di introspezione quasi poetica. La sua esperienza come traduttrice influenzò profondamente il suo modo di scrivere. Tradurre grandi autori europei significò confrontarsi con diversi stili narrativi e con differenti modi di rappresentare la complessità umana. Nella sua opera si possono riconoscere echi della narrativa modernista, della letteratura mitteleuropea e dell’introspezione psicologica tipica di alcuni autori del Novecento. Tuttavia Lya Luft riuscì sempre a mantenere una voce personale, capace di unire influenze internazionali e sensibilità brasiliana. Nel panorama della letteratura brasiliana contemporanea, Lya Luft occupa una posizione particolare. Pur essendo molto letta e apprezzata, non appartiene facilmente a correnti o movimenti definiti. La sua scrittura si distingue per l’intensità emotiva e per la centralità dell’indagine interiore. In un’epoca spesso dominata da narrazioni rapide e superficiali, le sue opere invitano invece alla riflessione lenta, all’ascolto delle emozioni e alla contemplazione della fragilità umana. La morte della scrittrice nel 2021 ha segnato la fine di una delle voci più importanti della cultura brasiliana contemporanea. Tuttavia la sua opera continua a essere letta e studiata perché affronta temi universali che mantengono intatta la loro attualità. Nei suoi libri emerge una concezione della letteratura come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Scrivere, per Lya Luft, significava esplorare le zone più oscure dell’animo umano senza paura delle contraddizioni. La sua narrativa non offre risposte semplici, ma invita il lettore a confrontarsi con la complessità dell’esistenza. L’eredità di Lya Luft risiede proprio nella sua capacità di trasformare il dolore, la memoria e la fragilità in materia letteraria di grande intensità. Attraverso una prosa elegante e profondamente umana, la scrittrice ha raccontato il difficile equilibrio tra libertà e paura, tra desiderio di amore e senso di perdita. Le sue opere continuano a parlare ai lettori perché mostrano che la vulnerabilità non è una debolezza, ma una parte essenziale dell’esperienza umana.
Cenni critici-biografici e traduzioni di Emilio Capaccio
Canzone nella pienezza
Non ho più gli occhi di bambina né il corpo adolescente, e la pelle traslucida da tempo si è macchiata. Ci sono rughe dove un tempo c’era la seta, sono una struttura allargata dagli anni e dal peso dei fardelli buoni o cattivi. (Ne ho portati molti con piacere e alcuni con ribellione.)
Quello che posso darti è più di tutto quello che ho perduto; ti dono le mie conquiste. La maturità che riesce a sorridere quando in altri tempi avrebbe pianto, cerca di renderti felice quando una volta avrebbe voluto solo essere amata. Posso darti molto più della bellezza e della giovinezza, ora: questi anni dorati mi hanno insegnato ad amare meglio, con più pazienza e con non meno ardore, a comprenderti se ne hai bisogno, ad aspettarti quando vai via, a darti il grembo dell’amante e l’affetto dell’amica, e soprattutto forza — che nasce dall’esperienza. Questo posso darti: un mare antico e affidabile le cui maree — anche se si allontanano — ritornano, le cui correnti nascoste non trascinano relitti ma l’interminabile sogno delle sirene.
Canção na plenitude
Não tenho mais os olhos de menina nem corpo adolescente, e a pele translúcida há muito se manchou. Há rugas onde havia sedas, sou uma estrutura agrandada pelos anos e o peso dos fardos bons ou ruins. (Carreguei muitos com gosto e alguns com rebeldia.)
O que te posso dar é mais que tudo o que perdi: dou-te os meus ganhos. A maturidade que consegue rir quando em outros tempos choraria, busca te agradar quando antigamente quereria apenas ser amada. Posso dar-te muito mais do que beleza e juventude agora: esses dourados anos me ensinaram a amar melhor, com mais paciência e não menos ardor, a entender-te se precisas, a aguardar-te quando vais, a dar-te regaço de amante e colo de amiga, e sobretudo força — que vem do aprendizado. Isso posso te dar: um mar antigo e confiável cujas marés — mesmo se fogem — retornam, cujas correntes ocultas não levam destroços mas o sonho interminável das sereias.
( Secreta Mirada, 1997 )
Questi sono i miei oggetti
Questi sono i miei oggetti: hanno una patina che non è del tempo, è il mio dolore che li sfiora con la sua mano afflitta. Questo è il mio viso: occhi che, per aver cercato troppo, guardano solo dentro. E se tutto sfocia nella morte quello è il mio destino. È là che sto andando, speranza e protesta, reggendo il candelabro degli amori che hanno illuminato la mia vita.
(Resisteranno, singolarmente, al mio ultimo respiro?)
Estes são os meus objetos
Estes são os meus objetos: têm uma pátina que não é do tempo, é minha dor roçando neles sua mão aflita. Este é o meu rosto: uns olhos que, de procurar demais, olham só para dentro. E se tudo desemboca na morte esse é o meu destino. É para lá que vou, esperança e protesto, segurando o candelabro dos amores que me iluminaram na vida.
(Resistirão, singularmente, ao meu último sopro?)
Invito
Non sono la sabbia su cui si disegna un paio d’ali o grate davanti a una finestra. Non sono solo la pietra che rotola nelle maree del mondo, rinascendo diversa su ogni spiaggia. Sono l’orecchio accostato alla conchiglia della vita, sono costruzione e disfacimento, servo e signore, e sono mistero.
A quattro mani scriviamo questo copione per il palcoscenico del mio tempo: il mio destino ed io. Non sempre siamo in sintonia, non sempre ci prendiamo sul serio.
Convite
Não sou a areia onde se desenha um par de asas ou grades diante de uma janela. Não sou apenas a pedra que rola nas marés do mundo, em cada praia renascendo outra. Sou a orelha encostada na concha da vida, sou construção e desmoronamento, servo e senhor, e sou mistério.
A quatro mãos escrevemos este roteiro para o palco de meu tempo: o meu destino e eu. Nem sempre estamos afinados, nem sempre nos levamos a sério.
( Perdas & Ganhos, 2003 )
Canzone della prima volta
Mi sono conservata per te come un segreto che io stessa non ho svelato: ci sono note nella mia viola che non ho suonato, ci sono spiagge nella mia vita che non ho percorso.
È necessario che tu mi accolga oltre il riso e lo sguardo in ciò che non conosco e ho intuito; è necessario che tu mi canti la canzone di ciò che sarò e mi crei con il tuo gesto che non ho mai neppure sognato.
Canção da vez primeira
Guardei-me para ti como um segredo que eu mesma não desvendei: há notas na minha viola que não toquei, há praias na minha vida que não andei.
É preciso que me tomes além do riso e do olhar naquilo que não conheço e adivinhei; é preciso que me cantes a canção do que serei e me cries com teu gesto que nem sonhei.
( Secreta Mirada, 1997 )
IV
Dio (o era la Morte?) colpì con la sua pesante falce il cuore del mio amato (non si vede la ferita, ma ha squarciato anche il mio). Aprì gli occhi, con aria trasognata, pronunciò forte il mio nome nella stanza d’ospedale, e se ne andò.
Quando se furono andati anche i medici e le loro inutili macchine, restammo soli: la Morte (o era Dio?) il mio amato ed io. Affondai il volto nella curva della sua spalla come facevo sempre, dissi le parole d’amore che eravamo soliti scambiarci. Il suo silenzio era assoluto: il suo cuore ammutolito e il mio, trafitto da quella falce dorata. Ovunque vada lascio la scia di un sangue denso e triste che non si arresterà mai.
IV
Deus (ou foi a Morte?) golpeou com sua pesada foice o coração do meu amado (não se vê a ferida, mas rasgou o meu também). Ele abriu os olhos, com ar deslumbrado, disse bem alto meu nome no quarto de hospital, e partiu.
Quando se foram também os médicos e suas máquinas inúteis, Ficamos sós: a Morte (ou foi Deus?) O meu amado e eu. Enterrei o rosto na curva do seu ombro como sempre fazia, disse as palavras de amor que costumávamos trocar. O silêncio dele era absoluto: seu coração emudecido e o meu, varados por essa dourada foice. Por onde vou deixo o rastro de um sangue denso e triste que não estancará jamais.
( O Lado Fatal, 1989 )
Danza lenta
Non siamo né buoni né cattivi: siamo tristi. Piantati tra la terra e le stelle, lottiamo con sangue, pietre e bastoni, sogno e arte.
Né vita né morte: siamo lucida vertigine, gloria e dannazione. Siamo gente: duro compito. E qua e la, con un po’ di fortuna, la tenerezza.
Dança lenta
Não somos nem bons nem maus: somos tristes. Plantados entre chão e estrelas, lutamos com sangue, pedras e paus, sonho e arte.
Nem vida nem morte: somos lúcida vertigem, glória e danação. Somos gente: dura tarefa. Com sorte, aqui e ali a ternura faz parte.
( Para não dizer adeus, 2005 )
Semantica
Non fatevi ingannare: se dico sud può essere nord, arrivo ma resto assente, il triste è anche il bello, cerco ciò che non si perde né si può trovare.
Cercare risposta nei libri è nascondersi tra le righe. Non credo in ciò che si vede, ma in ciò che si maschera per quanto si tenti di guardare: così sono stata sedotta.
Ecco il gioco che inseguo, il mio modo d’essere felice, la sfida che mi culla: ogni volta che scrivo “morte” sto parlando della vita.
Semântica
Não se enganem comigo: se digo sul pode ser norte, chego mas fico ausente, o triste é também o belo, procuro o que não se perde nem se pode encontrar.
Buscar resposta nos livros é esconder-se entre linhas. Não creio no que se enxerga, mas nisso que se disfarça por mais que se tente olhar: assim me tem seduzida.
Eis o jogo que eu persigo, meu jeito de ser feliz, o desafio que me embala: sempre que escrevo “morte” estou falando da vida.
( Para não dizer adeus, 2005 )
Scelta
Nonostante la paura, scelgo l’audacia. Al conforto delle catene, preferisco la dura libertà. Volo col mio paio d’ali storte, senza la noia della dimostrazione.
Scelgo la follia, con un granello di realtà: il mio impeto fa esplodere il punto, incurva la linea, traccia contorni per poi spezzarli.
Perdonatemi, ma devo dirlo: io voglio il delirio.
Escolha
Apesar do medo escolho a ousadia. Ao conforto das algemas, prefiro a dura liberdade. Vôo com meu par de asas tortas, sem o tédio da comprovação.
Opto pela loucura, com um grão de realidade: meu ímpeto explode o ponto, arqueia a linha, traça contornos para os romper.
Desculpem, mas devo dizer: eu quero o delírio
( Para não dizer adeus, 2005 )
Temporalità
Il tempo striscia sul tetto dopo aver fatto figli e debiti, e i dubbi sono germogliati tra le fessure della porta.
Il tempo intreccia ricami sul volto e macchie sulle mani, ma noi non cambiamo: piove ancora nel buio e un uccello comincia a cantare, un amico muore prima dei quarant’anni, e nostra madre, di quasi cento, non c’è e non se ne va.
Come tutto il resto, il tempo non ha spiegazione: corrode e trasfigura, espande o impoverisce, secondo la scelta di ognuno.
(Io, con paura e stupore, scelgo la moltiplicazione.)
Temporal
O tempo rasteja no telhado depois de se fazerem filhos e dívidas, e as dúvidas brotarem nas frestas da porta.
O tempo trança bordados no rosto e manchas na mão, mas a gente não muda: ainda chove no escuro e um pássaro começa a cantar, um amigo morre antes dos quarenta anos, e nossa mãe, com quase cem, nem está nem se ausenta.
Como tudo o mais, o tempo não tem explicação: corrói e transfigura, expande ou empobrece, conforme a escolha de cada um.
(Eu, com medo e susto, escolho a multiplicação.)
( Para não dizer adeus, 2005 )
Onere
La speranza mi chiama, e io salto a bordo come fosse il primo viaggio. Se non conosco le mappe, scelgo l’imprevisto: qualsiasi segno è un buon presagio.
Sia come sia, io vado, perché quasi sempre ci credo: cammino a occhi chiusi come una bambina che gioca alla cieca. Più d’una volta ne sono uscita ferita, o quasi affogata, ma non mi arrendo.
Il dolore occasionale è il prezzo della vita: biglietto, assicurazione e pedaggio.
Ônus
A Esperança me chama, e eu salto a bordo como se fosse a primeira viagem. Se não conheço os mapas, escolho o imprevisto: qualquer sinal é um bom presságio.
Seja como for, eu vou, pois quase sempre acredito: ando de olhos fechados feito criança brincando de cega. Mais de uma vez saio ferida, ou quase afogada, mas não desisto.
A dor eventual é o preço da vida: passagem, seguro e pedágio.
Arthur Conan Doyle (1859-1930), scozzese (foto web)
DAL MAR DEL NORD (Traduzione di Emilio Capaccio)
Le sue guance bagnate erano dagli sprizzi del Mar del Nord, andavamo dove ciottoli e marea s’incontrano; lunghe onde rotolavano da lontano facendo le fusa con arricciature ai nostri piedi. E come noi andavamo mi sembrò che tre vecchi amici si fossero rivisti quel giorno, il vecchio, vecchio cielo, il vecchio, vecchio mare, e l’amore, vecchio quanto loro. Veniva dal mare una bruma meditabonda, la vedemmo distendersi, piega su piega, e notammo il gran sole alchimista mutare tutto il suo bordo plumbeo in oro. Osservate bene, osservate bene, mia signora, il grigio sotto, l’oro sopra, solo così la vita più grigia può splendere tutta dorata in luce d’amore.
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BY THE NORTH SEA
Her cheek was wet with North Sea spray, we walked where tide and shingle meet; the long waves rolled from far away to purr in ripples at our feet. and as we walked it seemed to me that three old friends had met that day, the old, old sky, the old, old sea, and love, which is as old as they. Out seaward hung the brooding mist we saw it rolling, fold on fold, and marked the great Sun alchemist turn all its leaden edge to gold, look well, look well, oh lady mine, the gray below, the gold above, for so the grayest life may shine all golden in the light of love.
Ella Wheeler Wilcox (1850-1919), americana (foto web)
UNA NAVE VOLGE A EST (Traduzione di Emilio Capaccio)
Una nave volge a est e un’altra volge a ovest dagli stessi venti soffiate. È l’assetto delle vele non le burrasche che indica la rotta che percorriamo. Come venti del mare sono le onde del tempo mentre attraversiamo la vita. È l’assetto dell’anima che determina il traguardo non la calma o la lotta.
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ONE SHIP SAILS EAST
One ship sails East, And another West, By the self-same winds that blow, Tis the set of the sails And not the gales, That tells the way we go. Like the winds of the sea Are the waves of time, As we journey along through life, Tis the set of the soul, That determines the goal, And not the calm or the strife.
Salpano pensieri di ferro la sera su navi di ferro; come luci lontane, fievoli vanno mentre calano l’àncora dodici piedi, al borbottar del traghetto che come trottola, nel frangente mareale, tórno tórno fa girar la sua voce di gallo mezz’arrochita da tubi attossicati e impiumati di vapore. La nave passa. I cutter s’allontanano. Le campane battono. Il traghetto erutta un’ultima bianca frase; e labbra umane un’ultima nera, carica di benvenuti alla disfatta. Lasciano la spietata città i pensieri; però navi di ferro sono e pietà non hanno; e gli uomini di cuori e fianchi che si sforzano e arrugginiscono. Pensieri di ferro salpano nella polvere da città di ferro, però come tenere colombe i pensieri che volano a casa.
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IRON CITIES
Iron thoughts sail out at the evening on iron ships; They move hushed as far lights while twelve footers Dive at anchor as the ferry sputters And spins like a round top, in the tide rips, Its rooster voice half muted by choked pipes Plumed with steam. The ship passes. The cutters Fall away. Bells strike. The ferry utters A last white phrase; and human lips, A last black one, heavy with welcome To loss. Thoughts leave the pitiless city, Yet ships themselves are iron and have no pity; While men have hearts and sides that strain and rust. Iron thoughts sail from the iron cities in the dust, Yet soft as doves the thoughts that fly back home.
Edmond Gore Alexander Holmes (1850-1936), irlandese (foto web)
NOTTE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Viene la notte e le stelle continuano le consuete veglie Nelle morbide profondità insondabili del cielo: In un mistico velo d’ombrosa oscurità giacciono Le infinite distese degli abissi,— Tranne dove dormono gli argentei sentieri della luce lunare, E s’alzano e s’abbassano per sempre sognanti Col maestoso ondeggiare del mare. Viene la notte, e una decuplicata oscurità dove è ripido e tenebroso, Nelle nere acque d’una baia senza sbocco Le scogliere discendono: non c’è mai tempesta che rugge A rompere il sonno terribile; molto al di sotto brillano bianche frange schiumose come neve; E suoni di tuoni strangolati s’alzano sempre, E notturni gemiti d’onde imprigionate.
NIGHT
Night comes and stars their wonted vigils keep In soft unfathomable depths of sky: In mystic veil of shadowy darkness lie The infinite expanses of the deep,— Save where the silvery paths of moonlight sleep, And rise and sink for ever dreamily With the majestic heaving of the sea. Night comes, and tenfold gloom where dark and steep, Into black waters of a land-locked bay The cliffs descend: there never tempest raves To break the awful slumber; far below Glimmer the foamy fringes white as snow; And sounds of strangled thunder rise alway, And midnight moanings of imprisoned waves.
Amos Russel Wells (1862-1933), americano (foto web)
LA COPPA DELL’OCEANO (Traduzione di Emilio Capaccio)
Cosa contiene la coppa dell’oceano? Gloria di porpora e scintillio d’oro; I più teneri verdi e il blu del cielo, Colpiti dalla luce del sole in tutto e per tutto; Increspature che vagano oziosamente. Frangenti che cadono con schiuma galante; Sabbie e ciottoli che si rincorrono e scivolano; Correnti mistiche che scorrono dolcemente; Potente incantesimo dei tempi antichi, Questo contiene la coppa dell’oceano.
Che cosa sente la coppa dell’oceano Alle labbra della gente di terra d’ogni luogo? Il respiro minaccioso e spettrale del pericolo, le forme martoriate d’una morte atroce; Ululanti tempeste e nevischio pungente, lo schianto dei terribili piedi dei destrieri marini; Navi che tremano per l’urto spaventoso, Angoscia ammucchiata a una roccia selvaggia; Perdita, tumulto e insidia fatale, Questo fa il calice dell’oceano.
Guardate bene la coppa dell’oceano, Voi che volentieri sorbite bellezza. Soffermatevi a lungo sull’infido bordo, Guardatevi dentro ogni volta vi curvate e bevete.
*
THE CUP OF OCEAN
What does the cup of ocean hold? Glory of purple and glint of gold; Tenderest greens and heavenly blue, Shot with the sunlight through and through; Wayward ripples that idly roam. Tumbling breakers with gallant foam; Sands and pebbles that chase and slide; Mystic currents that softly glide; Mighty spell of the ages old, This does the cup of ocean hold.
What does the cup of ocean hear To the lips of land folk everywhere? Danger’s ominous, ghostly breath, Battered forms of an awful death; Howling tempests and bitter sleet, Crash of the sea steeds’ terrible feet; Ships a-quiver with fearful shock, Anguish heaped on a savage rock; Loss and turmoil and fatal snare, This does the cup of ocean bear.
Look ye well to the ocean’s cup, Ye who gladly on beauty sup. Tarry long at the treacherous brink, Gaze within e’er ye bend and drink.
Katharine Lee Bates (1859-1929), americana (foto web)
LUCI DI STELLE SUL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Sopra il mormorio corale delle onde lievi Le costellazioni brillano contro il tenue Crepuscolo etereo, sempre bello, in alto, Sereno, mentre l’uomo esce faticosamente dalle grotte Per le città, le città clamorose, la vita che si scatena Come un’onda contro gli scogli. Non di frequente Le nostre città scorgono le stelle, il cui splendore è stato deriso Dal basso e duro scintillio che sfida La benedizione del buio della notte. Ma qui, In mezzo all’oceano, tutte le cui voci ovattate risuonano Un’estasi perduta dalle nostre vessate volontà umane, Vediamo lo splendore primordiale che brillava Sul caos, —vediamo il giovane Dio pascere Le sue scintillanti greggi sulle purpuree colline.
*
STARLIGHT AT SEA
Over the murmurous choral of dim waves The constellations glow against the soft Ethereal dusk, —forever fair, aloft, Serene, while man climbs painfully from caves To cities, clamorous cities, life that raves Like surf against the rocks. It is not oft Our cities glimpse the stars, their luster scoffed Away by low, hard glitter that outbraves Night’s blessing of the dark. But here upon Mid-ocean, all whose muffled voices ring A rapture lost to our vexed human wills, We see the primal radiance that shone On chaos, —see the young God shepherding His gleaming flocks on the empurpled hills.
UNA MEMORIA DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
O cielo e mare, e verso di chiurlo, Il sonoro scampanio dell’onda sull’onda, Perle di sogno che il più fondo oceano pavimenta, La potente meraviglia su tutto!
Il vasto, vasto mare dove cavalcano grandi navi, La brezza aperta con pieno respiro, La pallida schiuma atterrita dalla tempesta, I tristi cancelli del cielo spalancati!
*
A SEA-MEMORY
O sky and sea, and curlew call, The tinkling chime of wave on wave, Dream-pearls that deepest ocean pave, The mighty wonder over all!
The wide, wide sea, where great ships ride, The open breeze with breath full drawn, Pale foam by tempest frightened on, Grim flood-gates of the sky flung wide!
Arthur Williams Symons (1865-1945), gallese (foto web)
PRIMA DELLA TEMPESTA (Traduzione di Emilio Capaccio)
Il vento s’alza sul mare, saltano le bianche e battute schiume ballerine; e il mare geme con malessere, e torna a dormire, e non può dormire.
La cresta dietro il dorsale roccioso si solleva, mani selvagge, e martelli sulla terra, si disperde in polvere liquida alla deriva verso la morte tra la sabbia polverosa.
Sulla linea dell’orizzonte che s’avvicina, dove il cielo poggia un muro visibile, bigio alla vista, io divinizzo, le vele che volano prima della tempesta.
*
BEFORE THE SQUALL
The wind is rising on the sea, the windy white foam-dancers leap; and the sea moans uneasily, and turns to sleep, and cannot sleep.
Ridge after rocky ridge uplifts, wild hands, and hammers at the land, scatters in liquid dust, and drifts to death among the dusty sand.
On the horizon’s nearing line, where the sky rests a visible wall, grey in the offing, I divine, the sails that fly before the squall.
Christina Georgina Rossetti (1830-1894), inglese (foto web)
DAL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Perché il mare geme sempre? Escluso dal cielo, emette il suo lamento. S’agita contro il bordo della riva; Tutti i fiumi in piena della terra non possono riempire Il mare, che beve e ha ancora sete.
Puri miracoli di bellezza giacciono nascosti nel suo letto non visti: Anemoni, salsi, senza passione, Come fiori respirano; sono vivi quanto basta per respirare, moltiplicarsi e prosperare.
Gusci pittoreschi, curvi, a chiazze, a punte, cose vive incrostate con occhi da argo, tutti belli e uguali, ma tutti diversi, nascono senza dolore e muoiono senza dolore, —e così passano.
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BY THE SEA
Why does the sea moan evermore? Shut out from heaven it makes its moan. It frets against the boundary shore; All earth’s full rivers cannot fill The sea, that drinking thirsteth still.
Sheer miracles of loveliness Lie hid in its unlooked-on bed: Anemones, salt, passionless, Blow flower-like; just enough alive To blow and multiply and thrive.
Shells quaint with curve, or spot, or spike, Encrusted live things argus-eyed, All fair alike, yet all unlike, Are born without a pang, and die Without a pang,—and so pass by.
William Stanley Braithwaite (1878-1962), americano (foto web)
VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Voce del mare che mi chiami, Cuore dei boschi che il mio cuore ama, Sono parte del vostro mistero. Mosso dall’anima che la vostr’anima muove.
Sogno di stelle nella cupola del mare notturno, Da qualche parte nel vostro spazio infinito Dopo gli anni tornerò alla dimora, Alle vostre sale per reclamare il mio posto.
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VOICE OF THE SEA
Voice of the sea that calls to me, Heart of the woods my own heart loves, I am part of your mystery— Moved by the soul your own soul moves.
Dream of the stars in the night-sea’s dome, Somewhere in your infinite space After the years I will come home, Back to your halls to claim my place.
Thomas Bailey Aldrich (1836-1907), americano (foto web)
LA VOCE DEL MARE (Traduzione di Emilio Capaccio)
Nel silenzio della notte autunnale Sento la voce del mare, Nel silenzio della notte autunnale Sembra che dica— Miei son i venti in alto, Mie le spelonche di sotto, Miei i morti di ieri E i morti di tanto tempo fa!
E penso alla flotta che salpò Dalla bella riva di Gloucester, Penso alla flotta che salpò E non tornò mai più! I miei occhi son pieni di lacrime, E il mio cuore intorpidito di dolore— Sembra come fosse ieri, E tutto è successo tanto tempo fa!
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THE VOICE OF THE SEA
In the hush of the autumn night I hear the voice of the sea, In the hush of the autumn night It seems to say to me— Mine are the winds above, Mine are the caves below, Mine are the dead of yesterday And the dead of long ago!
And I think of the fleet that sailed From the lovely Gloucester shore, I think of the fleet that sailed And came back nevermore! My eyes are filled with tears, And my heart is numb with woe— It seems as if ‘t were yesterday, And it all was long ago!
Illustro l’argenteo passaggio d’una nave di notte, Il colpo d’ogni triste onda perduta, Il rombo calante dell’acciaio che si sforza, Il piccolo grido d’un uomo a un uomo, Un’ombra che cade nella notte più grigia, E il tramonto della piccola stella; Poi la distesa, la lontana distesa d’acque, E la soffice sferzata d’onde nere Per lungo tempo, in solitudine.
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BLACK WAVES
I explain the silvered passing of a ship at night, The sweep of each sad lost wave, The dwindling boom of the steel thing’s striving, The little cry of a man to a man, A shadow falling across the greyer night, And the sinking of the small star; Then the waste, the far waste of waters, And the soft lashing of the black waves For long and in loneliness.
Nathaniel Hawthorne (1804-1864), americano (foto web)
L’OCEANO (Traduzione di Emilio Capaccio)
L’oceano ha le sue grotte silenziose, Profonde, quiete e solitarie; Anche se c’è furia sulle onde, Sotto di loro non c’è nessuno. I terribili spiriti degli abissi Hanno lì la loro comunione; E ci sono quelli per cui piangiamo, I giovani, i brillanti, i giusti. I marinai stanchi riposano tranquilli Sotto il loro mare blu. Le oceaniche solitudini sono benedette, Perché laggiù c’è purezza. La terra ha colpa, la terra ha affanno, Le sue tombe sono inquiete; Ma il placido sonno è sempre lì, Sotto le onde blu scuro.
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THE OCEAN
The Ocean has its silent caves, Deep, quiet, and alone; Though there be fury on the waves, Beneath them there is none. The awful spirits of the deep Hold their communion there; And there are those for whom we weep, The young, the bright, the fair. Calmly the wearied seamen rest Beneath their own blue sea. The ocean solitudes are blest, For there is purity. The earth has guilt, the earth has care, Unquiet are its graves; But peaceful sleep is ever there, Beneath the dark blue waves.
Apri un libro di poesie e immàginati un viaggio. Non è quello che ci si aspetta da un libro di poesie? E il viaggio esige istantaneamente un battito di tempo ondulante, un cicalare di profumata marina agostana, un’estate kavafisiana, una nube e un uccello in punta di pennone. La silloge di Fernando Della Posta è un sortilegio sirenico, un lungo e odoroso viaggio in acque libere d’un mare aperto, non importa se per pelaghi lunari o per isole greche che coi loro azzurrini e aromatici, scogli, dirupi, speroni, possono specchiarci più di qualunque verità di medico o di maciara, le molteplici frammentarietà di noi stessi. Tutto interi mai ci solleviamo, lo comprendiamo, non siamo unici né unitari, ma imprimere nella mente la cartina dei nostri pezzettini, delle nostre gradazioni, questo, sì, può darci il senso e la natura dell’esistenza che portiamo addosso. Il viaggio di questo libro, epperciò, inizia dalla fine: inizia dall’uomo, e finisce dove nulla finisce, nell’infinito dei nostri fragili e incoerenti minuzzoli, che, per questo viaggio in cerca di risposte, ci spingono a scendere sempre più nel profondo, nel profondo… sempre più nel lontano, nel lontano… La raccolta s’intitola “Diario dell’approdo”, prefazione di Davide Toffoli. Arcipelago itaca Edizioni, 2024.
Emilio Capaccio
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Dalla Terra emana un’energia estrema, tanto che lupi e creature selvatiche del dolce e dell’occulto, con volti monumentali da sfingi presidiano i viali tagliafuoco. Se non viste, come Gorgoni giocano a contarsi.
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L’uomo talvolta si sente chiamato ad animare paesaggi lontani, dove soltanto una vasta bellezza chiara veleggia tra gole e vallate. Quella bellezza grandiosa e serena che solo chi è saldo nella disciplina può avvicinare con destrezza. Quella fermezza di chi incatena le numerose voglie da sfamare avute in dono da una mala stella.
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Muore l’estate nel suo stesso fuoco di brace. Si scuce e si scuoce nelle tinte più calde di un autunno più probo. Perduta ogni già intrattenuta ebbrezza di vita, si tende alla vita con mire più astute e precise. Sopravvive chi vince sfide sommesse di bruchi, su cenci di morti sotto maglie di felci.
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Estivo malessere d’ogni singolo viottolo del borgo, tregue irrisorie solo sotto boscaglie di platano accenni alle ombre in fuga. Difficile sacrificare a un’ara malinconica, ogni nostro superfluo intendimento, per aprire nuovi occhi su spesso intuiti, perduti orizzonti; su panorami di maggesi accesi in luogo di retabli marcescenti, levigati uncini di cenere e ossa, punteruoli fermi a un passo dal cielo.
Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo in provincia di Frosinone nel 1984. Vive e lavora a Roma. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali ed è presente su diversi lit-blog e in numerose antologie. Ha pubblicato le raccolte di poesia “L’anno, la notte, il viaggio” (Progetto Culura 2011), “Gli aloni del vapore d’Inverno” (Divinafollia 2015), “Cronache dall’Armistizio” (Onirica 2017), “Gli anelli di Saturno” (Ensemble 2018), “Voltacielo” (Oèdipus 2019), “Sembianze della luce” (Ladolfi 2020), “Sillabari dal cortile” (Macabor 2021) e “Ricostruzione delle favole” (Italic Pequod 2022), Prefazione di Umberto Piersanti.