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Una vita in scrittura: Fernanda Ferraresso

27 mercoledì Apr 2022

Posted by Loredana Semantica in LETTERATURA, Una vita in scrittura

≈ 1 Commento

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Fernanda Ferraresso, Una vita in scrittura

omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Fernanda Ferraresso che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Fernanda.

IN PUNTA DI PIEDI E CON LE SCARPE IN MANO INCAMMINARSI
SCRIVERE IL GRANDE VETRO

(Fernanda Ferraresso – inediti)

Lo dico così come mi viene, scrivere è scrivere in terra, graffiandosi le mani
spezzandosi le dita, scrivere con la propria vita restando in piedi tra cose che non stanno mai ferme
restare fermi tra gironi di inferni e ghiacci che presto sciolgono i loro ormeggi
credere d’essere d’essere ancora, persi tutti i nomi che credevamo noi, che pensavamo nostri
mentre le ossa calcificano bianco, un attonito bianco, di cenere.
.
a che serve questo sciogliere
lo spago e ferirsi dentro
per l’amianto
che nel fondo della parola incancrenisce delle sue polveri morte?
Che cosa
lesta si aggrappa come cagna
nel calore di una voglia
dietro il muso della parola
grossa gonfia
di sangue troppo pregna
e d’altro si abbatte su un muro
come acqua in uno schianto di lance
senza salvataggio

.
Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua
conoscenza, e apparire a se stesso obiettivo, alla fine
non ne ricava nient’altro che la propria biografia.

Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano

Scrivere pensando di leggere
i luoghi del mondo mentre
è sempre se stessi che si guarda
di fronte a un cumulo di oggetti
che si sono accasati
accatastati in luoghi del nostro sangue
infittendosi in memorie
ingombrando i giorni
di involucri di vetro
tutti gli specchi in cui credevamo
di avere visto gli altri
ed eravamo noi
ogni volta quell’io trasformista
che sa essere tutto
perché ogni cosa
è solo un vento elettrico
che ramifica i pensieri
strappa i sogni e li riconguaglia
in segni e disegni
senza scampo l’esperimento di vivere
è sempre all’inizio
.

Scrivere i sogni, questo ho fatto sempre, perché la vita è un insuperabile conflitto
dove realtà e irrealtà costruiscono a vicenda l’intero teatro di un attimo
tanto e poco dura l’incantesimo di cui non sappiamo il senso, di cui fatichiamo a comunicarci
il linguaggio, il luogo e l’orizzonte curva ogni nostra storia, distogliendoci
da quanto si fissa in noi per creare il passaggio a quell’oltre spesso desiderato
a cui siamo legati con un senso di abbandono, o nostalgia di un miraggio, dove la morte e la sua 
parola profonda nega a ciascuno un durevole attracco, ricordo del sogno dentro cui vivi si muovono 
tra incontri e conflitti, spaesamenti e drammi, repentine fantasie a cui preclude l’affioramento
in una messa in scena che è questa realtà spietata cruda e durissima che non lascia fiorire che i 
segni, di una vita maldestra e fuggiasca, che cerca di divincolarsi comunque dai nostri corpi infetti 
da corrotte opere, semplicemente umane.

.
in uno stato di veglia
insonne ascoltare il graffio
che incido con l’ago sulla superficie
mia pelle dura trasparenza e giacimento di silenzio
vuoto sotto ogni scoria
l’espulsa parola fradicia di paura
tra verbi lame di coltello e cristalli di scrittura
fragile fragile fragilissima impugnatura
di quel vincolo immaturo
sempre così poco conosciuto e sempre
innocente nella frontiera di una parentela che ci fa
padre madre fratello sorella e
figlio figlia l’abito che si indossa fino alle ossa
e reliquia di alleanza tra persone senza nome
un corpo bianco un brano di tu e io e loro
mai abbastanza noi in una parola bugiarda e
bugiardino del veleno farmaco di ognuno
di noi spergiuro e piana una giuntura
tra alte asperità di pensiero convulso un nodo di volti
umani ancora un poco
sotto l’ipnosi di una realtà mai abbastanza magnanima
che graffia con le unghie e morde
coi canini sguinzagliati dentro la carne
avara di bene e pozzo che scrive sempre
solo se stessa.
.
Scrivere è stare sulla soglia
vivere lo strabismo di uno sguardo
lanciato nell’interno labile di un paesaggio
diurno e notturno frammento di un globulo di luce mai nostro
dall’altro è uno stare fermo nell’immanente
gioco dei nomi creando vetrerie frangibili
per un minimo soffio di vento che sposta
l’asta in cui chi guarda si vede
.
Dall’altra pace della voce
smarrire i toni e i timbri degli inchiostri
breviari brevi diari viari

dall’altra pace della voce

non si può guardare non c’è
traccia di nessun dialogo le lettere
sono scomparse annegate negate in un profondo non

essere è senza corpo e l’abito si strappa
suicida la voce sdrucita vagando ora un labirinto
ora la fronte nuda resta monca di ogni lettura

Dall’altra pace della voce
l’eco è morire?

Dall’altra parte
la gola che là i n c h i o d a la voce
trasmigra quel corallo
vermiglio ineludibile consiglio o semplice un coniglio
il capodoglio che inabissa il cordoglio
e niente resta nessun resto della bestia
anomala che attrae incuriosisce e spaventa
paventando l’assurda piazza della pira che arde
l’ara della fine che urla in ciascuno l’agonia come un’ingiuria
contro la nostra ignoranza che ci ha permesso d’essere
ripetitivi monotoni lagnosi remissivi falsi
alieni a noi stessi e incapaci di pronunciare davvero
una parola chiara una lettera
una
anche una sola
senza necessità di valore
ma viva
.
forse adesso
forse è questa l’ora buona
di abbracciarla sfiorarle la bocca
con un dito la punta del desiderio
in punta di penna spogliarla
sul bianco del foglio esporre nudo il corpo
spavaldo il cielo che ha nel centro del petto
parole fronde voci profonde
e con la lingua toccarla là dove di piacere
al tuo il suo corpo si fonde
nuda
poesia
.
Io pianto radici
tra i luoghi anche
anche se
per risarcirmi di tanta solitudine
a volte ho provato
a trovare un piccolo invaso
di terra un coccio in qualcuno
ma
sempre la distanza ha fiorito semi
copiosi allori sotto la cui ombra gli altri
preferivano sostare
io sono un sassolino
un tubero secco da tempo
non fiorisco
e non ho casa
che non sia aria
un respiro misurato
dalla bocca ingoiato
in tutto il corpo in gioia
trasformato in f f f f fiato
.
di qua di là
prima dopo
si confondono i nostri passi
e sempre si ritrovano ad un bivio
potessimo in punta di piedi
muoverci come un respiro può
nel suo corso tra infinito e
finito
il nostro piccolo foro di luci
quanti nei sensi e un silenzio
così fitto di parole in continua dissoluzione
e trasporto non d’aria ma
destino
cammino
oblio

senza lasciare dietro a sé
vaga
nemmeno un’ombra
.
stanare ogni parola
dalla sua buca o da un nido
aprire il nodo che la strangola
mentre scrivendo la senti
attraversare la mente
nuotarti la gola
e quelle strettoie avide
si allargano si allagano
di quell’immenso silenzio
che ogni sillaba contiene
trattenendolo e invasandolo nella seguente fino
a comporne un segno che ci doppia
ci sdoppia a volte ci frantuma
per regni dove il buio governa
e semi non umani ci dipingono in cuore sonorità
imponderabili
… e ancora mi è impossibile collocarmi con precisione
è così denso il corpo
è così vuoto il tra
scrivere lettere
e so bene che sono lettere a nessuno
sempre un tu l’altro che racconta e si racconta
tentando di ritornare
nel seminario in cui la vita ti ha germogliato
per poter iniziare a tracciare quell’esordio fortunato
in cui gli occhi videro
la prima volta
istituendo il desiderio di un luogo
da cercare e da percorrere
tutta la vita o il suo sogno
senza poter mai davvero trovare quei passi
ma forse ascoltandone il rimbombo
bere la miscela di latte e recitativi di preghiere
battiti e battute schiaffi silenzi
dalla scalcagnata tazza della memoria
e riderne a volte piangerne altre
orfana di quegli sguardi
come di animali furtivi e irraggiungibili
che sei stata tu e ancora lo sei
un fatto
di materiale della vita
a cui non puoi credere a cui non puoi che cedere
– lettere e lettere
.
vorrei scrivere solo poesie d’amore
vorrei spenderti così vita
mentre mi prendi chiedendomi in cambio
le ossa e l’avorio della memoria
il tiglio dei sensi e il taglio dello sguardo
l’intenso bagliore del giorno
quando ti guardo da dentro e per sempre ti mantengo
bruciante e vivida nottetempo raccattando sillabe nei campi
che si fanno parole rare gemme preziose che poi cadono
cedendo bacche semi di distillazioni luci
vita di ogni attimo ogni giorno poesie di un altro mondo
che trascina in questa riva una marea altissima
e dei mali crea residuari di atomi scomposti oceani
scintigrafie di universi che ancora un poco mi trattengono
spingendomi tra cose caduche e alberghi di verdissimi ospizi
nell’invisibile selva che ci cresce il corpo antico e nuovo
reliquario di attimi in quei bagliori degli affetti
che ci irrigano e in una cruna celeste ci dispongono
alla continuità del viaggio
.
Da In pochi attimi di vento- Terra d’ulivi Edizioni 2016

Ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di altri segni
un’intricata foresta i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora era senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole le crepe
sulle facciate di case ormai straniere
quasi una forca la memoria divarica la forcella
e innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio
della mia vecchiaia
incolta sulle spalle trae i pesi dei luoghi
le cimature degli alberi
le siepi gli orti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente riaffiora in quell’antro che è l’androne di una casa
dove abiti ora ma tutto sta stipato
in un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
perché i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano
in un niente così che a te non resta altro
che un vuoto
deposito di polvere tuo unico specchio

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Canto presente 37: Fernanda Ferraresso

05 martedì Mar 2019

Posted by Loredana Semantica in Canto presente, LETTERATURA

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Fernanda Ferraresso

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

FERNANDA FERRARESSO

STUPIDA, STUPIDA!

Sono stupida
ho più di trent’anni
e mi tengo un pugnale
nella testa un dolore di lama piantato dentro il cervello e
non penso ad altro. Niente altro che .
Non ho visto. Non ho visto che il viaggio. Non so altro.

La mia vita?
Rotta. La mia vita si è aperta oltre un campo.
Non ho testa io
ho un secchio bucato
dove butto le parole da sciacquare
le orme dei piedi la testa di chi con la lingua
fa esercizi per massacrare.
Io
sono stupida sì sono stupida mi perdo
sull’attenti per ore e ore in cerca di un nome che non c’è

lascio tutto di me ogni cosa non so più chi sono io
curo la vita le forme dove la vita dentro mi richiude il silenzio.
E perdo i denti io e i capelli e mi rompono le ossa delle braccia
ho perso la voglia di vivere io
la libido la espello come la voce di un fringuello
e ho desiderio io
desiderio di toccare ogni cosa sentirla nel ventre e dentro i polpastrelli
nella gola un fiato di vento e un trifoglio da mangiare.
E il pensiero lo taglio col filo di ferro è solo
una vecchia voce scialba uno sguardo
che non guarda sotto la cenere che ora è dovunque
sparsa la luce a terra che dentro ci salta con tutte le chiavi di ogni porta
e il luogo è quel dove
dove tutto cambia per restare sempre uguale.

E i vinti?

Sono un’isola che non ha futuro
un immobile equinozio
una scena senza soglia un confine
oltre tutte le città che pigramente ospitano una vita scolpita
a suon di parole di muffa nel vuoto delle case
nei gessi dei corpi di gente senza identità.
Ma niente si trova niente ha più una notazione.
E rifiuti su rifiuti è cresciuta una montagna di menzogne
un plastico rifiuto a vivere tutte le stagioni
l’interno del nero noi quel sacco di pattume
orlando immobili il drappello delle tracce randage di quei nomi
perse tra le baracche tra i fantasmi e altri sguinzagliati suoni di sirene e cani
che fiutano tra ombre l’orma di corpi senza più padrone.

Dove non si riconosce ancora il mondo?

Le parole battezzano soltanto i nostri vuoti
e gli occhi scorrono oltre i pensieri.

Dove si cerca ancora il mondo?

Dentro un sacco di plastica
l’altra sera un feto era un’isola
una curva dentro la corrente
una parola certa dentro la nostra morte.

E MI RICORDO

mi ricordo
come te lo gridavo da un posto piccolo
perso in fondo a me stessa fino a dove stavi tu
che non sapevo mai dove stavi
tu eri mia madre ed eri lontana oltre i confini della mia terra
così cantavo mi cantavo tutto quello che solo io potevo vedere
stavo aperta come un libro dentro la mia testa e aveva un sole
a tutte le ore dentro la mia voglia
anche quando dicevano che avevo troppa fantasia
e che non sarei mai stata abbastanza accondiscendente
che non avrei ceduto facilmente anche se volevano
spaccarmi la luce dentro regole che non erano niente
io cantavo
mi cantavo senza pensare che non portasse a niente
che inutilmente avrei girovagato attorno ai confini che sentivo
sempre più labili dentro un corpo che mi abitava e
non era solo le mie gambe le mani o il cervello era
una specie di canzone che mi teneva in vita e ancora
continua a farlo quando ti perdo
e non sento che quel ricordo venirmi incontro.

NEI GIORNI SUCCESSIVI

non fui capace di trovare uno specchio
d’acqua pulita non riuscii a vedere una faccia né il mio
volto di limo che quasi non sentivo più
come se l’aria intorno fosse la precisa mole della sua inconsistenza
e gli occhi fossero due vuoti
annodati al fondo e consumato lo sguardo fosse
casa di abbandono.
Mi fermavo ad ogni parola
che mi suonava nella testa come straniera
ora che non avevo nessuno con cui barattarla
nessuno
tranne me stessa e tacendo le parole
scorrevano nella mente come in un letto vuoto e l’ignoranza
si scopriva come un alito di desiderio scopre il desiderio stesso
maturando i suoi acerbi pensieri da una creta corrotta
ne faceva materia scomposta e impalpabile.
Mi guardavo intorno e vedevo corpi
d’ogni specie erbe e piante
decapitate forme animali recisi dal busto
nullo il mio sguardo
poteva raccoglierne la primitiva forma l’involucro osceno
di tutto quel mondo che dicevamo ci avesse nutrito prima, ora
poteva chiamarsi in qualunque modo ma non
natura, non terra la nostra
furia d’essere creato e creatore in un contatore nucleare
inoppugnabile aveva esploso quella verità e in questa
vitrea vita terrena fatta a pezzi
ora esponeva i ludici cadaveri del suo scempio.
Grande e madre la Terra offriva ancoraggio
a tutti quegli esseri viventi ancora
in qualche modo partecipi di un ciclo di cui ciascuno
piccola infima parte chiudeva il complemento necessario affinché
anche nella morte il ciclo si evolvesse fino in fondo. Ombre e segni
di altri selvaggi mi spingevano a scegliere
il silenzio.

Che scendesse si avviluppasse profondo
tra ciò che restava e si facesse l’essenziale
forma di un’altra espressione consapevole di quel giorno
ancora in piedi su tanta catastrofe umana.
Non ho più parole ora
depongo i miei sassi nel ventre ammutolito del tempo.
Gli uomini non gridano
non guardano, non più
ci sono voci che sfiorano l’orlo.
Di un giorno qualsiasi è l’andare e venire della luce.
Tutto questo silenzio è un tuono nuovo
nell’identico andare
al fondo della notte e in cima al precipizio.


RICORDO IL MIO PRIMO

il mio primo respiro
ha disegnato profondo
tutto il mondo
un piano universo
un cielo aperto
foreste e selve
un mare di ginestre
gialle tempeste le messi festive rondini tardive
noccioli e querceti profumi essenziali
nodi di temperature valloni di echi
indissolubile mi ha legato
tra le sponde della morte e nella vita
mi ha scandita in una lingua tersa
attraverso ogni giornata

testi tratti da “L’inventario” di Fernanda Ferraresso

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Il cerchio e la botte: FERNANDA FERRARESSO

09 lunedì Mag 2016

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Deborah Mega, Fernanda Ferraresso

 

Diamo avvio oggi ad una nuova rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti; le interviste saranno pubblicate qui su LIMINA MUNDI in linea di massima il lunedì.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

Questa è un’intervista “tipo” che sarà sottoposta anche ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è FERNANDA FERRARESSO.

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