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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Gabriele D’Annunzio

Il Vate e la Divina

06 lunedì Feb 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA

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Eleonora Duse, Gabriele D'Annunzio

Dono del pittore Vittorio Corcos alla grande attrice Eleonora Duse

 

“Diminuito di valore non era il mondo, in
assenza di lei, ma il mio grado di umanità.
Credeva ella essere incantata, e mi incantava.”

G.D’Annunzio

 

Che succede quando uno scrittore giovane e ambizioso incontra un’attrice di fama internazionale? Ne nasce un amore tormentato ma destinato ad entrare nella storia della letteratura. Gabriele D’Annunzio incontra per la prima volta Eleonora Duse nel 1882 a Roma mentre lui è cronista della «Tribuna». Compare davanti alla Duse e le propone senza mezzi termini di intraprendere una relazione con lui. Eleonora lo congeda con un misto di sdegno e di segreto compiacimento. Sei anni dopo, a Roma, al teatro Valle, reduce dal suo ruolo da protagonista in La Signora delle camelie, sta avviandosi verso il suo camerino, quando lo incontra ancora. Il poeta scrive la dedica Alla divina Eleonora Duse su un esemplare delle Elegie romane ma solo nel 1894 ci sarà l’incontro decisivo a Venezia, dopo un lungo corteggiamento da parte del poeta. Lei è un’attrice celebre, dalla personalità carismatica, alienata e nevrotica, nota per lo stile moderno e per l’impeto passionale delle sue interpretazioni. Lui ha già pubblicato un paio di opere, si è appena trasferito a Roma e sbarca il lunario come giornalista di cronache mondane. Eleonora, nata a Vigevano nel 1858, figlia degli attori Vincenzo Duse e Angelica Cappelletto, fin da piccola prende confidenza con il palcoscenico. A soli quattro anni a Chioggia, interpreta Cosetta dei Miserabili di Victor Hugo. A dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini di Silvio Pellico; a quattordici è Giulietta. Successivamente è un susseguirsi di interpretazioni sempre più impegnative fino all’ingresso nella compagnia Pezzana-Brunetti nel 1875 e in quella di Ciotti-Belli Blanes nel 1878.  Due anni dopo diventa prima attrice nella compagnia di Cesare Rossi e sposa Tebaldo Marchetti, in arte Checchi, un attore discreto da cui avrà la figlia Enrichetta e da cui si separa dopo qualche anno di convivenza. Nel 1884 intraprende una relazione con Arrigo Boito, molto più anziano di lei, che definisce «il filo rosso della mia esistenza», grazie al quale ampliò la sua cultura. Eleonora affina con lo studio e la ricerca la sua tecnica e si misura in ruoli sperimentali tratti da Zola e Ibsen (Casa di bambola, La donna del mare).
«È molto più che bella. D’un pallore opaco e un po’ olivastro, la fronte solida sotto le ciocche nere, le sopracciglie serpentine, i begli occhi dallo sguardo clemente, una bocca grande, pesante nel riposo ma incredibilmente mobile e plastica […] La voce è chiara e fine» così la descrive il critico Jules Lemaitre. Quando inizia la relazione tra la Duse e D’Annunzio, nel 1897, il poeta è divenuto popolare grazie alla pubblicazione de Il piacere e al suo stile di vita eccentrico ed eccessivo. Eleonora  interpreta da protagonista essendone anche la produttrice, dinanzi a un pubblico non benevolo i primi drammi dannunziani, Sogno di un mattino di primavera, Sogno di un tramonto di autunno, La Gioconda, La Gloria, la Francesca da Rimini. Eleonora lo ispirerà per otto anni, a lei D’Annunzio dedicherà La città morta, Il Fuoco, Alcyone, infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese. Nonostante finanzi ella stessa le produzioni assicurando loro il successo e l’attenzione della critica anche fuori dall’Italia, nel 1896 D’Annunzio le preferisce Sarah Bernhardt per la prima rappresentazione francese de La ville morte. Il loro rapporto suscita grande curiosità nell’opinione pubblica, anche perché la loro relazione è segnata da tradimenti reciproci, crisi, rotture, allontanamenti e riavvicinamenti. Talvolta la loro storia diventa materia da romanzo. Ne Il fuoco, ad esempio, lo scrittore descrive l’amore tormentato tra un giovane artista e un’attrice in là con gli anni, la Duse è infatti di cinque anni più grande del poeta. La Divina, come viene soprannominata da D’Annunzio e poi dal pubblico, sul palco non è mai truccata ed è molto fiera dei suoi lineamenti marcati, per niente in linea con i canoni estetici dell’epoca. Improvvisa, gesticola, recita in modo innovativo e anticonformista, sente molto intensamente i copioni, mescolando spesso arte e vita. Nel 1898 la Duse parte per l’Egitto e per la Grecia, raramente accompagnata da D’Annunzio; più volte. ritornò in Egitto, in molti stati europei e negli Stati Uniti. I due vivono a Settignano, il poeta nella Villa La Capponcina, l’attrice a Villa Porziuncola, al nr.75, sull’altro lato della strada. La loro storia d’amore finisce, nel 1904, per la conflittualità dei caratteri e per i debiti che Eleonora accumula per aiutarlo. Alle difficoltà economiche si aggiunge la grande umiliazione quando La figlia di Iorio esordisce al Teatro Lirico di Milano con Irma Gramatica nella parte di Mila. D’Annunzio decide di sostituire la sua musa, in quel momento malata, con un’altra attrice. Da quel momento in poi i due si allontanano definitivamente. Il 25 gennaio 1909 a Berlino, infatti, dopo la rappresentazione de La donna del mare, la Duse, stanca e delusa, decide di lasciare il teatro. Disse di lei Luigi Pirandello: “Eleonora Duse è stata una grandissima attrice, e il fatto che ella non abbia trovato il poeta che sapesse sviluppare l’intera ricchezza e la profondità ultima della sua arte, resta un aspetto tragico della sua esistenza”. Osannata dalla critica e amata anche dal pubblico, la Duse instaura intensi rapporti di amicizia con molte altre artiste, scrittrici, intellettuali del suo tempo come Matilde Serao, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Camille Claudel, Isadora Duncan, Lina Poletti con cui intraprende una relazione molto appassionata e tormentata, viaggiano molto e vivono insieme a Roma, Firenze, Venezia. La relazione dopo due anni termina con una violenta lite e successivi strascichi legali per la restituzione dei drammi teatrali a cui la Poletti stava lavorando e che avrebbero dovuto riportare la Duse sulle scene. Nel 1914, a Villa Ricotti sulla Nomentana, la Duse apre una Casa delle attrici, un luogo di ritrovo che dura un solo anno. Nel 1916 comincia ad interessarsi al cinema e a nuovi progetti ma l’unico film al quale partecipa è Cenere di Febo Mari dall’omonimo romanzo di G. Deledda, da lei stessa ridotto per il cinema. Nel 1919, ospite della sua amica Lucia Casale, si innamora di Asolo dove comprerà e farà sistemare una casa. Nel 1920 in una lettera a Marco Praga manifesta la volontà di tornare sulle scene senza legami stabili e senza condizionamenti. Riprende i contatti con Zacconi e ritorna sulle scene con La donna del mare rappresentata a Torino. Forma poi una sua compagnia e inizia una tournée in Italia, poi è a Londra, a Vienna, negli Stati Uniti. Muore di polmonite in una camera d’albergo di Pittsburgh, il 21 aprile 1924, durante la tournée. Viene sepolta per sua espressa volontà nel piccolo cimitero di S. Anna ad Asolo, a pochi passi dalla sua casa. Al Vittoriale degli Italiani è conservato un busto raffigurante il volto di Eleonora Duse, che il poeta chiamava “testimone velata” e la copriva con un velo quando si dedicava alla scrittura. Alla notizia della sua scomparsa, il poeta dimentica ogni rancore, pare infatti che abbia mormorato «È morta quella che non meritai!» e fino alla fine prova sentimenti contrastanti tra il rimorso e la venerazione.

©Deborah Mega

 

 

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Resurrezione

04 domenica Apr 2021

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Gabriele D'Annunzio, Resurrezione

foto di Gloria Mosca

Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di Risurrezione!

 

Gabriele D’Annunzio

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“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”.

01 martedì Set 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Alcyone, Gabriele D'Annunzio

Con il testo odierno riprende l’ordinaria programmazione di LIMINA MUNDI.

Settembre è mese sacro ai poeti, preannuncia l’arrivo della stagione autunnale, il ritorno a scuola e la ripresa delle varie occupazioni quotidiane. L’arrivo di settembre riporta alla memoria di Gabriele D’Annunzio le immagini della sua terra d’Abruzzo dove tra i ricordi d’infanzia è custodito anche il fenomeno della transumanza, la migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi dai pascoli montani verso la pianura. Si tratta di un ricordo nostalgico e malinconico perché il poeta non appartiene più al mondo mitico delle origini in cui il tempo sembra essersi fermato ed è scandito dai ritmi stagionali imposti dalla natura. L’utilizzo della paratassi  facilita la comprensione e conferisce un’apparente semplicità al testo mentre espressioni come verga di avellano, stazzi, tratturo, su le vestigia degli antichi padri, evocano un mondo arcaico e un’atmosfera quasi sacrale. Accanto a termini di uso corrente ci sono espressioni ricercate (alpestri, esuli, erbal fiume silente, dalla sabbia non divaria), immagini che suscitano sensazioni visive (il sole imbionda) e uditive (isciacquio, calpestio), citazioni letterarie dantesche: L’alba vinceva l’ora mattutina/che fuggia innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar de la marina. (I Canto del Purgatorio, vv. 115-117). Il poeta rivede i suoi pastori mentre lasciano gli alpeggi, i recinti all’aperto che hanno ospitato le pecore durante la stagione estiva, li immagina mentre si dissetano alle sorgenti dei monti perché il sapore dell’acqua resti nei loro cuori portando conforto, poi, dopo aver costruito un nuovo bastone di legno di nocciolo, s’incamminano lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare Adriatico. D’Annunzio si unisce idealmente ai pastori nel lungo viaggio, idealizzato e descritto in modo solenne, perché quegli stessi sentieri, per secoli sono stati percorsi dai loro antenati.

 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

GABRIELE D’ANNUNZIO, I Pastori, da Alcyone (Milano, Treves 1903).

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Guarda che luna! Le mille lune dei poeti

02 lunedì Set 2019

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Rose di poesia e prosa

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Alda Merini, Charles Baudelaire, Federico Garcia Lorca, Gabriele D'Annunzio, Giacomo Leopardi, Gianni Rodari, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Luigi Pirandello

Il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin Buzz giungevano sulla luna a bordo dell’Apollo 11 e questo evento rappresentò un’importante svolta, un grande passo per l’umanità. Da sempre la Luna, unico satellite naturale della Terra, ha ispirato mitologie, leggende e credenze, poeti, scrittori, registi, musicisti. Personificata dalla dea Selene, fu considerata influente sui raccolti, le carestie e la fertilità. Condiziona la vita sulla Terra di molte specie viventi, regolandone il ciclo riproduttivo, agisce sulle maree e la stabilità dell’asse di rotazione terrestre. La raccolta che segue rappresenta una breve carrellata di testi poetici che trattano l’argomento.

*

TRISTEZZA DELLA LUNA

Più pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni,

sulla serica schiena delle molli valanghe,
morente, s’abbandona a deliqui infiniti,
e volge gli occhi là dove bianche visioni
salgono nell’azzurro come fiori.

Quando su questa terra, nel suo pigro languore,
lascia che giù furtiva una lacrima fili,
un poeta adorante e al sonno ostile

nella mano raccoglie quell’umido pallore
dai riflessi iridati d’opale, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

CHARLES BAUDELAIRE, Traduzione di Giovanni Raboni

 

TRISTESSES DE LA LUNE

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son cœur loin des yeux du soleil.

*

CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

GIACOMO LEOPARDI

*

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

GIACOMO LEOPARDI

*

 

POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE LA LUNA

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

FEDERICO GARCIA LORCA, Traduzione di Claudio Rendina

 

SI MIS MANOS PUDIERAN DESHOJAR

Yo pronuncio tu nombre
en las noches oscuras,
cuando vienen los astros
a beber en la luna
y duermen los ramajes
de las frondas ocultas.
Y yo me siento hueco
de pasión y de música.
Loco reloj que canta
muertas horas antiguas.

Yo pronuncio tu nombre,
en esta noche oscura,
y tu nombre me suena
más lejano que nunca.
Más lejano que todas las estrellas
y más doliente que la mansa lluvia.

Te querré como entonces
alguna vez? Qué culpa
tiene mi corazón?
Si la niebla se esfuma,
qué otra pasión me espera?
Será tranquila y pura?
Si mis dedos pudieran
deshojar a la luna!

*

L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi: 
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto: 
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte… 
chiù…

GIOVANNI PASCOLI

*

O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

GABRIELE D’ANNUNZIO

*

SULLA LUNA

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

GIANNI RODARI

*

VEGLIA

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

GIUSEPPE UNGARETTI

*

CANTO ALLA LUNA

La luna geme sui fondali del mare,
o Dio morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

ALDA MERINI

*

«Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. / Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. / Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era: ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? / Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. / Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! / E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

LUIGI PIRANDELLO, da Ciaula scopre la luna, Novelle per un anno

 

 

 

 

 

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Notturno

18 venerdì Nov 2016

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA

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Deborah Mega, Gabriele D'Annunzio, Notturno

e-tempo-che-ogni-falsa-imagine-di-me-cada

E’ tempo che ogni falsa imagine di me cada.

Aegri somnia. 

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v′è posata. Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. 

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