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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Mattia Tarantino

Mattia Tarantino, “Se giuri sull’arca”, Fallone Editore, 2024

09 lunedì Dic 2024

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Se giuri sull'arca

 

I

PRIMA VOCE: (canzonando)
Se ce lo chiedete non ve lo diciamo.

SECONDA VOCE: (sussurrando, sempre)
Come qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Uno scricchiolio.

TERZA VOCE:
Imparerai a parlare con le ombre.

PRIMA VOCE: (ancora canzonando)
Non ve lo diciamo.

TERZA VOCE:
Avevamo allacciato l’arca al loro regno. Al regno nero della trasparenza.
Alla fine del mondo.

PRIMA VOCE:
Non è che non vogliamo.

TERZA VOCE:
Come per chi cerca il giro della serpe. Il segno arrotolato nel nulla.

PRIMA VOCE:
Non ce lo hanno detto. Lo abbiamo chiesto, croce sul cuore.

SECONDA VOCE:
Come bisbigliando in un orecchio gigante. L’entrata sul retro
sigillata parlando.

TERZA VOCE:
Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha
detto di no.

II

Per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, ma da dietro, bendati, che nessuno ci veda. Ci chiedono come ci chiamiamo, non sappiamo ripeterlo. Questo Regno sospeso in una ruota che abbaglia, questi corpi rovinati dai raggi, questi corpi che sbattono ai bordi, come i numeri scatenati negli insiemi, nei cerchi, l’intervallo luminoso tra un segno e qualcosa, qualcosa che affiora come un Regno sospeso, nella ruota che abbaglia c’è qualcuno in ginocchio, ci dice che viene, ci avvisa, è un allarme. Sirene, trambusto, uno scoppio, poi nulla, siamo calmi, lo saremo per sempre, giuriamo, ma giuriamo su cosa se le ombre sono inchiodate alle sagome, se c’è il volto di Nostra Madre che trema, che ha perso la faccia e non riesce a parlare, ci dice che bruciano, che bruciano i campi, hanno trovato un passaggio, che bruciano i numeri e c’è un altro sistema, adesso; cosa state scontando per una cuccia nel vuoto, per un morso di pane, per un’arca dorata che chiamiamo Aphinar?

da Se giuri sull’arca

 

I

Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

XV

Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno,
qui intorno è pieno di uccelli.

da Sciababàb

 

I

Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.

VIII

Siate gli angeli e siate la procedura. Così ha parlato la bocca del sottomondo, come un’abrasione, un comando che si salva scomparendo e segna, tuttavia, incide e infetta consegnando, alle regole o alla storia, qualcosa ancora da salvare, ancora una violenza.

X

Il nome che tramandano è Mattath. Lo usano per i ladri, per i macellai. Gli dicono che sarà il motore, la sintassi. Ovunque sarà nominato sarà costretto a significare. Quando la sintesi sarà compiuta le bestie saranno scolate agli angoli dell’incisione. A quel punto la pelle sarà sciolta e il nome potrà essere tramandato.

(Gli abitanti del villaggio sono riuniti dall’altro lato della voragine. Siedono in cerchio, suonano il tamburo. I robota siedono come loro, vestiti di bianco, alzano le mani, mostrano i palmi. Non c’è nessun segno)

 

da L’Ermeneuta

 

Testi di Mattia Tarantino, tratti da “Se giuri sull’arca”, Prefazione di Michelangelo Zizzi, Collana Il Drago Verde, Fallone Editore, 2024.

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LA POESIA PRENDE VOCE: MATTIA TARANTINO, FEDERICO PREZIOSI, DORIS EMILIA BRAGAGNINI, ANGELA CACCIA

14 martedì Feb 2023

Posted by maria allo in La poesia prende voce, Podcast

≈ 1 Commento

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Angela Caccia, Doris Emilia Bragagnini, Maria Allo, Mattia Tarantino

La poesia prende voce

POETI DI OGGI

Doris Emilia Bragagnini

di Doris Emilia Bragagnini “Sol_a Gratia” dalla raccolta “Claustrofonia”, Giuliano Ladolfi Editore 2018, legge la stessa autrice

Mattia Tarantino (foto di Antonio Verde)

poesia di Mattia Tarantino, da “L’ età dell’uva” (Perrone, 2021), legge lo stesso autore

copertina di “Variazione madre” di Federico Preziosi

poesia di Federico Preziosi, da “Variazione Madre”, Lepisma floema, Controluna 2019, legge lo stesso autore

Angela Caccia

poesia di Angela Caccia da “L’Alveare assopito”, Fara edizioni, anno 2022, legge la stessa autrice

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Mattia Tarantino, “L’età dell’uva”, Giulio Perrone Editore, 2021.

09 lunedì Mag 2022

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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L'età dell'uva, Mattia Tarantino

 

Vorrei conoscere il mondo dei morti,

reclamarlo in una lingua senza storia

che non abbia una grammatica, ma possa

avverare tutto ciò che si pronuncia.

 

Mi usano per parlare a chi è rimasto,

vogliono che dica, rovesciandola,

la parola che non hanno mai trovato.

 

*

 

Rovesciata nel sangue una preghiera

indecifrabile rimane nelle vene:

nessuno ha mai saputo pronunciare

la parola con cui inizia: pare venga

dalla lingua dei morti, e rivelata

li farebbe ritornare al nostro mondo.

 

Il segreto è che se bruci

i fiori che ti ho dato troverai

nel fuoco i segni per comporla.

 

*

 

I bambini giocano a intrecciare

le storie dei morti: hanno mille

voci in una sola lingua.

 

Conoscono la linea tra il mondo

e la sua conclusione; intuiscono

che le cose non durano e bisogna

piangere per tutto e per tutto

strillare, agitarsi, poi ridere.

 

*

 

E poi cammini con un cero

sciolto in bocca per ripetere i proverbi

con fatica, e tutti i nomi

comuni delle cose; oppure quelli

che di inverno reciti allo specchio.

 

Sarà che non conosco i segni

né l’Arcano della Luna, e non ho mai

saputo interpretare le stagioni;

 

sarà che ho in gola antichi canti

in una lingua incomprensibile di vento

e di fortuna, tra ostie sparpagliate,

 

ma l’ho stretto il patto con i morti,

esausto nella stanza, con un libro

lasciato sotto al letto, rovinato.

 

*

 

Vedi, non restano che i nostri

frutti sulla tavola:

mia madre che li sbuccia; i loro

nomi che pendono dall’orlo

e cadono tra il pavimento e l’invisibile.

 

Ora all’uva basta un soffio per marcire

in fretta e diventare una preghiera.

 

*

 

Dammi la cenere, la sorte

rovesciata dei morti che ridono

in cerchio attorno al fuoco; che bevono

per varcare ubriachi la soglia.

 

Alla festa non hanno invitato

chi ha sofferto la caduta del cielo;

chi ha corrotto con la lingua la voce

udita alla fine del sabba:

 

un giorno ciò che intendono i morti

a tutti sarà rivelato.

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“Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov, traduzione di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2020.

19 lunedì Ott 2020

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Mattia Tarantino, Poema della fine, Vasilisk Gnedov

 

In questi giorni ha appena visto la luce la ‘traduzione’, a cura di Mattia Tarantino, di un libretto che desterà scalpore “Poema della fine”, di Vasilisk Gnedov. Si tratta della prima traduzione di un’opera apparsa per la prima volta nel 1913 in “Смерть Искусству”(Morte all’Arte) di cui pare che lo stesso Gnedov abbia dato una lettura pubblica. Le prime cento copie sono state distribuite insieme al numero 6 di Menabò, quadrimestrale internazionale di Cultura Poetica e Letteraria edito da Terra d’ulivi Edizioni. Alla fine di settembre l’amico Mattia me ne ha dato notizia. “Pensavo sarebbe divertente-capirai perché leggendolo-fare una selezione di testi”, mi ha detto. In quel momento non ho intuito cosa volesse dire. Ne ho avuto contezza quando ho potuto sfogliare il libretto. Poema della fine è costituito da due pagine bianche. A quel punto era doveroso un approfondimento, riempire quanto meno di qualche nozione quella tabula rasa.

Queste le notizie biografiche sull’autore. Vasilisk Gnedov (1890 – 1978) è stato un poeta russo. Annoverato tra i futuristi, in particolare tra gli ego-futuristi di Severjanin, ha fatto parte dell’ala più sperimentale del movimento. Le sue ricerche metasemantiche sono culminate nella più celebre delle sue opere, “Morte all’arte”, pubblicata nel 1913. La raccolta conteneva quindici poesie minimaliste che il poeta, il cui intento dichiarato era quello di “invertire e rinnovare la letteratura, mostrare nuovi percorsi”, recitava sul palco usando pochi gesti silenziosi. Ed è proprio al silenzio primordiale che Gnedov intendeva ritornare; nello spazio bianco della pagina che costituisce il Poema della fine non vi è alcun segno grafico, nessuna parola, come a voler significare che esso è l’essenza più autentica e misteriosa della poesia, necessario quanto la parola stessa e quanto le infinite potenzialità combinatorie del linguaggio e dei suoni. Successivamente Vasilisk si accostò a Majakovskij, poi la partecipazione alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione, la detenzione nei gulag insieme alla moglie Olga Pilatskaja, lo ridussero davvero al silenzio.

Gnedov ne uscì nel 1956 ma fu ignorato per decenni. Solo nel 1978, dopo la sua morte in Ucraina, è stato rivalutato come precursore del modernismo russo. A Mattia Tarantino e a Terra d’ulivi Edizioni va riconosciuto il merito di aver acceso l’interesse sul meno prolifico ma più estremo dei poeti futuristi russi.

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Nota critica su “Fiori estinti” di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

30 lunedì Mar 2020

Posted by Deborah Mega in Consigli e percorsi di lettura, LETTERATURA, Recensioni

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Fiori estinti, Mattia Tarantino

Fin dalla lettura dei primi versi, incisivi e visionari, ci si rende conto della qualità della scrittura, della veemenza tutta giovanile e della intertestualità delle liriche di Fiori estinti, seconda silloge di Mattia Tarantino per i tipi di Terra d’ulivi edizioni. Già il primo verso di Renè Char, riportato come epigrafe, assimila i fiori alle parole, che sbocciano, fioriscono, sfregiano, si estinguono. Il titolo della raccolta riporta alla mente un’altra celebre opera, Les Fleurs du mal di Baudelaire, anche qui, come in quella, affiora frequentemente un’atmosfera surreale, visionaria e vagamente sinistra.

La critica, a volte in modo frettoloso e banale, non manca di indicare percorsi e riferimenti della formazione: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Thomas citato dallo stesso autore come suo maestro di riferimento. Al di là del rischio, in questo caso calcolato e sapientemente aggirato, di incorrere nell’epigonismo, la visione del mondo appare sofferta e dolorosa, la poesia è per l’autore un modo per cogliere l’essenza profonda delle cose. L’approccio appare quasi mistico con il ricorrente richiamo di termini come terra santa, genesi, croce, benedire, comunione, ostia, vino, salvezza, grazia, stella, epifania, preghiera, cilicio, perfino azzimo, riferito non al pane ma al fiore.

Poesia aulica, ricca di figure criptiche e di commistioni, immaginifica, ai bordi dell’onirismo, poesia caratterizzata da una tecnica compositiva ammirevole per un giovanissimo autore per la fusione di registri, stili, sottocodici diversi. Eppure appare inquieta, insoddisfatta, ossessiva, a tratti dissacrante e irriverente. Ci sono delle parole chiave che ricorrono molto frequentemente nella raccolta, angelo (ricorrente per un’ottantina di volte con il suo plurale), fiore/fiori (67), cielo (58), luce (53), nome (40), lingua (33), verbo (17). C’è anche un altro aspetto da approfondire. Procedendo nella lettura di ogni poesia è come se da ciascuna emergessero in controluce immagini, dipinti antichi e moderni, secondo una vocazione, neanche troppo celata, a concepire pittoricamente la scrittura. Viene spontaneo il confronto con Campana e il suo rapporto con le arti visive, quando annotava nel Taccuinetto faentino  “Ad ogni poesia fare il quadro”. Nella poesia di Tarantino il colore ha valore onirico, emblematico, allusivo, come è possibile notare nei versi “tutta la distanza è capovolta / nell’origine del bianco”, “c’è sempre / una fune fra luce e precipizio”, non v’è trama / che scomponga tutto il bianco della sfera o ancora Venga un volo bianco / in quest’acqua che collassa”, “troppa luce / squarcia il nero e lo redime”, “tacerò per sempre la sillaba / che ci lega al colore e ci strappa / alla terra promessa: qui è altrove”, “Questo verso è patire tutto il cielo, / discordia rosa che fa luce nel mio Sud.” L’aggettivo nerissimo, ad es., di volta in volta, è accostato a talento, oracolo, Cristo, amico, fiocco, astro. Allo stesso modo il silenzio e il suo ascolto iniziatico permette di cogliere e riscoprire religioni dell’antichità, miti pagani, tutto ciò che è sospeso fra il mondo degli uomini e quello soprannaturale, quest’erba ci accoglie, rimette / al silenzio il verbo / obliquo, la traccia / che resiste alla voce.

Fra i temi più ricorrenti occorre ricordare il potere salvifico della parola, “la parola è una percossa / al vento, la parola / ci salva e ci deride, ci trattiene”, “risorga / da Ponente la vocale e sia salvezza”, la sua ricerca fino al parossismo, “Cerco un distico che chiuda / i miei versi o li sbaragli.” Poi il presagio, il viaggio iniziatico e di purificazione, “Sarò il verbo custode / di ogni avvenire, la fiamma / che purifica il fiore /, il dolore “indago la violenza / del verbo, il dolore / delle sillabe compiute.” La figura della madre, non proprio esaltata, ricorre molto frequentemente assumendo connotazioni negative:

“vorrei / morire nel cuore di una madre / orfana, sapere / come ridere dei versi e scompigliarli”, “Ero sbronzo del sangue / di mia madre”, “credevo all’inganno / che ha nome di madre”,” C’è una luce per scavare il grembo / di ogni madre / che divora sangue e ossa del fanciullo: ricorda alla madre / quel canto lontano, perché / il fanciullo è orfanello, e mai / che abbia una voce”. “Ma mia madre è un temporale: lei conosce / il mistero che si scorge / in bocca al cielo, scaraventa / una bufera sulla casa e tutto trema”, “mia madre inghiotte cento fiori, / poi rimette dalle vene”.

Il poeta, nonostante le difficoltà e il desiderio di autodistruzione, “ora inverto questi versi e mi impicco alle vocali”, resta il depositario di verità assolute, un’anima alla Rimbaud, che vorrebbe inebriarsi d’assoluto, è il poète maudit, il veggente custode di arcane verità e, come tale, il solo in grado di rivelare realtà sconosciute. È come se le parole scaturissero dal ritmo incessante della mente, dal suo percorso fatto di lacerazioni, gioie improvvise, cadute rovinose, tentazioni, trasfigurazioni. In definitiva è una poesia criptica, misteriosa, esoterica, divinatoria, nel suo esplorare la natura più antica e pura delle cose.

© Deborah Mega

 

Fiorire 

Dolore di fiorire questo cardo

che collassa nella luce.

 

Nella torre 

Nella torre la lingua mi respinge

al precipizio della sillaba e fa polvere

del nome, sbriciolando

l’inverno che abitò la terra santa.

 

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

 

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi

il cerchio e la croce. Non temete

questa parola che nasce

in altri mondi, dove nerissimi

gigli affliggono e azzannano.

 

Amate anche il canto

finale del passero; le astuzie

che nutrono i morti. Altrove

è la terra del verme, ma solo

al di qua può regnare col cuore.

 

Prima che carne nient’altro

che carne nutrì il fiore ossuto.

Prima che acqua nient’altro

che acqua devastò la mancanza

di forma: tutta loro è la colpa.

 

Ecco, amate

ostinati la grazia, le impervie

vie della sorte e mai, mai

la sciagura dello stare.

 

Testi di Mattia Tarantino, Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

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Intervista a Mattia Tarantino: Fiori estinti

21 lunedì Ott 2019

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Fiori estinti, Mattia Tarantino, POESIA

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La Redazione ringrazia Mattia Tarantino per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, maggio 2019.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Gli angeli ricordano solo di aver dimenticato. A noi, per fortuna o purtroppo, non tocca la stessa sorte. Scrivere, prima di indicare l’associazione di un segno a una lettera, è incidere. Non ho mai amato farlo: la scrittura, in me, ha sempre assunto la forma di una condanna; talvolta di un varco per una sorta di assoluzione. Forse il modo di scontare la nascita, di non contarla più, cioè. Come nel libro di Giobbe:

Perisca il giorno in cui nacqui

[ … ]

Quel giorno lo possieda il buio

non si aggiunga ai giorni dell’anno,

non entri nel conto dei mesi

Tuttavia, non c’è maledizione in questo. Cioran sostiene che la maledizione sia un’elezione al contrario, e credo alle sue parole. Posso solo dire che la nevrosi di sillabe e suoni che si agitano tra la voce e la gola ha spesso bisogno di evadere. Allora, per quanto possibile, cerco di tracciarne la formula; sia questa pura gioia o soglia irrimediabile dell’al-di-là.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?Su tutti, Dylan Thomas – di cui traduco, tra l’altro, i versi per Iris News -. L’analogia, lo scoppio, la visione che custodisce e sfilaccia nelle sue parole coincide, la maggior parte delle volte, con la mia poesia ideale. Quando non accade ne cerco i frammenti; il punto di caduta nel discorso delle parole che mancano. Anche Yves Bonnefoy ha giocato un ruolo importante nella mia formazione – o, forse, deformazione -. Quando, però, ho visto che dal mio balconcino di periferia non si vedevano mandorli, ho segnato i suoi versi sul muro sperando, un giorno, di avverarli e quindi cancellarli. C’è anche Majakovskij, ma non dico nulla; un proiettile ha già compiuto il suo verbo nel secolo. Spesso dicono che Baudelaire, per me, è stato fondamentale. Rivelo qui che non l’ho mai letto; I fiori del male non li ho ancora raccolti. Pochi, invece, gli italiani che mi hanno segnato. Rari, rarissimi versi, tra i grandi, di Montale, Corazzini e D’Annunzio; molti, invece, tra i contemporanei e i morti vicini. Penso soprattutto a Francesco Russo: ricordo più i suoi versi che i miei. Ci sono anche, però, Gabriele Galloni, Giorgia Esposito, Alfonso Guida, Giovanni Ibello e tanti altri, a cui ho rubato il più possibile.
  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

Sono nato in una terra irredimibile; tra l’amianto e i campi radioattivi: qui l’erba è elettrica. Un disastro senza evasione possibile che andrebbe riverginato col sangue e la violenza. Violenza che qui, però, appartiene agli altri; ai balordi che sghignazzano con la maschera da orco. Meglio sigillarla, questa terra; segnarne una frontiera invalicabile che contenga e poi consumi il cancro. Il cancro è ovunque, qui. C’è bisogno di una comunione nuova, di mane e mane. Fino ad allora ne canterò la sciagura, il male declinato, la corruzione. D’altra parte, però, sono nato a Napoli: nel sangue ho i sorci e la commedia.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

Fiori estinti è la mia seconda raccolta; il segno ultimo dell’adolescenza. Un lamento, una profezia: è nato nelle taverne e nelle strade; tra le chiese e gli amari. Ci sono i volti, le parole e le disgrazie che mi hanno attraversato. Forse la poesia, quella che troppi definiscono un tentativo di bellezza, non è nei miei versi: è dove la parola non arriva; dove resta solo il bianco.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

L’unica opera utile nella poesia contemporanea credo sia Dolore Minimo di Giovanna Vivinetto. Lo dico perché è l’opera, tra quelle di maggior rilievo, che più di tutte è entrata in una tensione sociale estesa e discussa. Ha preso parte a un campo di forze in costituzione; contribuito alle vicende dell’egemonia, per dirla alla Gramsci. Fiori estinti è una raccolta di minoranza, che non ha mercato e cerca l’ingovernabile. Non solo: rinuncia a ogni tentativo di governo; cerca di dare dignità al delirio, alla visione intatta sul fondo delle cose.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Delle scintille mi piace ciò che resta. Solo nell’attimo dopo, nella liturgia della cenere, ho deciso che questi versi sparsi e ripetuti dovevano avere assemblea. Ero nella mia stanza, probabilmente; una notte come tante.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Di rigetto, al massimo. Fiori estinti è stato un divenire: mi sono inventato funambolo e cercato le cifre della crisi; contorto i muscoli e le sillabe. Sono sparpagliato, disordinato: conosco solo l’hora incerta. Di notte ho sempre preferito fare altro. Molte poesie sono nate tra i banchi del liceo; tra la noia, le bestemmie e le erezioni.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

Nella raccolta ci sono angeli ovunque. Perversi, violenti, ubriachi, incestuosi: rovesciati, soprattutto. Per questo l’editore ne ha scelti due che crollano; ha riportato in verticale il perimetro indicato da Benjamin.

  1. Come hai trovato un editore?

È la seconda opera che pubblico con Terra d’ulivi. Mi hanno offerto uno spazio, creduto nel mio lavoro fin dall’inizio. Fiori estinti tratta, grosso modo, gli stessi temi di Tra l’angelo e la sillaba, pubblicata nel 2017: ho proseguito con loro per continuità. Cercare un editore è stato, invece, complesso. Quando uscì la prima raccolta avevo da poco compiuto 16 anni: nelle librerie, spesso, manca la poesia contemporanea. Quando se ne trovano volumi, di solito appartengono a case editrici che riescono a entrare nei grossi circuiti di distribuzione. Ho cercato di capire dove fosse la poesia contemporanea, e quali editori, anche se piccoli, avessero cataloghi di qualità. Così scelsi allora, così ho scelto questa volta.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

A preti e farabutti; oppure ai pochi marchesi des Essenteis rimasti in giro. Sono versi che riesco a concepire solo in bocca a profeti e sifilitici.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Fiori estinti è un libro fortunato. La critica e le riviste lo hanno accolto bene, offrendo e creando spazi per diffonderlo; sia in Italia che all’estero. Ci sono poi le presentazioni: quelle fatte e quelle a venire, dalla Campania alla Sardegna, dalla Lombardia al Piemonte, dal Lazio al Trentino. È un libro che mi piace muovere, ma non promuovere. Preferisco le cose bocciate.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti

 

oppure

 

Ho conosciuto la noia del vino,

gli uccelli malati, e sono

saltato nella loro tosse

Non esistono versi indicativi: di solito scrivo al passato, o al condizionale. Nelle cose perdute e nei desideri; è un circolo vizioso che sto ancora provando a spezzare. Eppure, se dovessi scegliere dei versi, sceglierei le terzine citate. C’è lì, più o meno, la maggior parte dei temi della raccolta.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Non l’ho mai capito. Non credo nelle opere, né so che sperare dalle cose sperate e tradite che ho cantato. Forse volevo solo la parabola del frutto: il germoglio, la maturità, il marciume.  Non so in quale di queste fasi siano i miei Fiori, ma poco importa. Mi interessa, del fiore, ciò che rimane.

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Avrei voluto qualcuno mi chiedesse dove fosse l’opera. Avrei risposto che è un tentativo di tagliare e sovvertire la verticalità del mondo. Qualcosa di simile lo scrive Giovanni Perri:

ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,

il pianto che ci salvi dal coro delle polveri

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Quest’anno mi dedicherò a tradurre i versi di Dylan Thomas e  scrivere qualche nota a raccolte di poesia contemporanea che trovo importanti; alle volte fondamentali. Ma i morti e gli amanti sono figure molto interessanti: chissà non mi mostrino un disegno, una via. Forse sono già sulle loro orme.

 

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Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto –Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

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