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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi tag: Paolo Landi

“Variazioni romanzesche sulle istanze di crisi dei mondi narrativi”. Studio di Paolo Landi.

17 lunedì Nov 2025

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Giuseppe Donateo, Il Maestro del Romanzo Vuoto, Paolo Landi, Pierrot e l'asino di Buridano

 

GIUSEPPE DONATEO, Il Maestro del Romanzo Vuoto, Erasmo, Livorno 2017, pp. 265, € 18,00; Pierrot e l’asino di Buridano, Europa, Roma 2021, pp. 238, € 15,90.

Questi due romanzi si basano su una riflessione diretta all’istanza del romanzo stesso, nonché relativa alla crisi della sua composizione; e tale riflessione è un pretesto per rappresentare diverse vicende intrecciate o sovrapposte e alternate fra loro, che riguardano da un lato la circostanza di base, e da un altro lato il romanzo nel romanzo – o il racconto nel racconto.
Da ciò deriva una linea narrativa screziata e provvista di un ritmo variegato, che a partire da questa complicazione di base incorpora nel suo tessuto sia una serie di considerazioni relative alla valenza psicologica ed esistenziale del romanzo – nonché della crisi nella quale quest’ultimo si può imbattere -, sia un insieme di rimandi a mondi narrativi sedimentati nell’immaginario – quali sono quelli dei poemi epici, della visitazione dei contesti storici, o dei fumetti. E in particolare, Il Maestro del Romanzo Vuoto si apre con le amare considerazioni sulla situazione di una crisi nel percorso della scrittura, e si conclude con il recupero di rinnovate energie, che viene raffigurato attraverso la chiamata a correo di una serie di personaggi ed autori che soccorrono l’alter ego dell’autore in questione con un girotondo di felliniana memoria, animato dal supplemento di una giubilazione senza riserve, che lascia emergere i contorni di una festa la quale si libera al di là di ogni legame con il passato della propria esistenza (a differenza di quanto accade in 8½ di F. Fellini); e in modo analogo, Pierrot e l’asino di Buridano inizia con la presa d’atto di una crisi scandita attraverso il monito espresso icasticamente dal numero della pagina che segna l’arresto, e si conclude con una presenza sommessa di una serie di apparizioni in parte reali e in parte immaginarie che hanno animato lo svolgimento precedente; e in entrambi i casi, attraverso la fase intermedia del silenzio, viene preparato lo spazio che rende possibile l’esercizio della scrittura e l’intrapresa creativa.
Per quanto riguarda la struttura di queste opere, si deve sottolineare che la seconda segna uno stadio più complesso, in quanto i contenuti romanzeschi che vengono immaginati hanno un protagonista – Michele -, che nella prima è assente; così, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto il protagonista in qualche modo è comunque l’autore – o meglio, quell’alter ego dell’autore che non viene nominato, ma corrisponde solo al pronome egocentrico -, mentre in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo una tortuosa linea di congiunzione e una serie di rimandi che allacciano la più diretta proiezione dell’autore – corrispondente alla figura dell’io – con quella proiezione ulteriore e di tipo indiretto che è data dal personaggio di Michele; e inoltre, questa maggiore complessità dell’impianto di base in questo romanzo corrisponde alla convocazione di una serie di mondi narrativi che nell’altra opera non può essere riscontrata. Ma ancora, questa minore ricchezza di ingredienti narrativi, scenici e spettacolari ne Il Maestro del Romanzo Vuoto è legata a un andamento riflessivo il quale si inoltra nei tornanti di una regione più profonda e abissale, che lascia intravedere il registro di una solitudine affiorante, la quale in Pierrot e l’asino di Buridano almeno in larga parte sembra superata. E la punta emergente di tale solitudine in questo romanzo è data dal tratteggio del personaggio del signor N, che vive tutta la sua esistenza in una specie di limbo neutrale nel quale non si concede alcun contatto verso l’esterno, lasciandosi alle spalle soltanto la sua giovanile immersione nel mondo dell’astrazione matematica.
D’altra parte, all’interno di una tessitura d’insieme meno stratificata che in quest’ultimo romanzo, il primo inserisce una parte la quale costituisce un motivo più complicato di qualunque ordine della complessità che si trova nell’altra opera. A questo proposito, un personaggio che stabilisce rapporti con l’alter ego dell’autore si riferisce a uno scrittore – appunto il Maestro del Romanzo Vuoto – il quale costruisce un’opera parlando di uno scrittore in crisi, che a un certo punto riempie la sua mancanza di ispirazione – o appunto il suo vuoto più o meno assoluto – inventando la storia di N; e ancora, questo personaggio incarna il vuoto medesimo di una intera esistenza. Dobbiamo allora osservare i seguenti elementi: in primo luogo abbiamo l’autore e il suo alter ego che è dato dallo scrittore in crisi nel quale egli si riflette in modo diretto; in secondo luogo abbiamo questo Maestro, il quale a sua volta è uno scrittore che parla di uno scrittore in crisi – per cui l’autore in seconda istanza si riflette nella figura del Maestro, e in una terza istanza, ma in un modo più stringente perché si tratta di uno scrittore in crisi che replica la condizione del protagonista di base centrato direttamente su di lui, si riflette nel personaggio di questo scrittore -; e infine abbiamo il personaggio di N, che nel cuore annidato dentro la complicazione vertiginosa di questo gioco di scatole cinesi incarna la problematica della crisi e del vuoto nella sua intera esistenza. Ma possiamo dire che questo personaggio, se da un lato viene collocato al culmine dell’artificio concettuale dovuto a questa serie di inclusioni – o di istanze di riflessione – le quali si annodano in una spirale attraversata da una inquietudine e da un tormento che lasciano il segno, da un altro lato introduce nel modo più diretto e vibrante la dimensione esistenziale del romanzo; o ancora, a questo proposito, la distanza che viene apposta nei confronti di una modalità di scrittura di tipo diretto, rende possibile di raggiungere il nucleo più intimo e palpitante di quello che viene narrato – o di cogliere la fisionomia più autentica e disarmante fra quelle rappresentate dalle opere in questione. E si deve anche sottolineare che il pathos rivolto alla figura di questo personaggio così drammatico viene espresso nella tessitura scabra di una serie di notazioni lapidarie, che pervengono a un nitore implacabile della descrizione, il quale non potrà essere raggiunto in altri luoghi di questi due romanzi; e non è un caso che i contorni di questa figura con la loro forza concentrata alludano nel modo più estremo a quella dimensione della crisi e del vuoto, che funge da tema fondamentale di quanto viene narrato.
Sotto un profilo più generale, si deve tenere presente che questi due romanzi attraverso l’espediente di un racconto incentrato sulla problematica della crisi creativa, rappresentano una riflessione su quell’orizzonte di apertura dell’opera che è stato messo tema da svariate indagini filosofiche e semiotiche – e in particolare dalle indagini di U. Eco -; e in questo modo, possiamo dire che la problematica di tale apertura viene sondata non solo attraverso le modalità di una gestazione della scrittura in azione, ma anche sotto le specie delle sembianze che si dispiegano nel corso della formazione di un disegno narrativo; o ancora, potremmo dire che questi romanzi rendono palese come le procedure della interpretazione dei mondi narrativi messi in gioco dai romanzi nella loro fisionomia variegata e priva di una chiusura univoca, corrispondano alle esitazioni, alle incertezze profonde e allo spettro delle alternative che si profilano nel cuore della intrapresa creativa. Così in entrambi i romanzi si verifica questa situazione: da un lato abbiamo una sorta di apertura iniziale, che è comune ad ogni sviluppo narrativo ai suoi esordi, ma in questo caso viene marcata in modo peculiare dal fatto che introduce il problema della sua dimensione, attraverso un elemento di riflessione dovuto al motivo della crisi che incombe sull’autore; e da un altro lato abbiamo quella versione dell’apertura che è data dalla conclusione, nella quale il personaggio dello scrittore si accinge a proseguire il suo sviluppo narrativo. E se nel primo romanzo si tratta del passaggio oltre la fase preliminare di una serie di materiali da utilizzare per l’elaborazione della stesura effettiva, nel secondo – quasi nei termini di un seguito della circostanza precedente – abbiamo invece la prosecuzione di una stesura già inoltrata per una vasta porzione. E sia nel primo che nel secondo caso possiamo dire di avere la messa in scena dell’istanza di apertura di un mondo narrativo che si sta profilando, nonché la congiunzione circolare della conclusione del romanzo effettivo, con l’intrapresa di un romanzo incluso nel suo dominio in termini di finzione.
Stabilito questo, si deve tenere presente che la tematica legata al mondo narrativo del romanzo, in entrambi gli esemplari trova dei riflessi che sono dati dalla intrusione dei contenuti che abitano il mondo della finzione; al che, si deve stabilire quanto segue. In primo luogo, ne Il Maestro del Romanzo Vuoto abbiamo una dialettica ricorrente e a tratti ossessiva tra l’autore e le varianti dei personaggi che sono sul punto di entrare nella stesura del romanzo, e si animano del gioco ipotetico di una loro interlocuzione problematica con il padrone del loro essere, in modo che viene tracciata una loro esistenza fittizia e invasiva; e in secondo luogo, in Pierrot e l’asino di Buridano abbiamo l’arredamento di una serie di contesti storici e letterari nonché relativi alla storia dell’arte, i quali dilagano nel tessuto di base della vicenda, arricchendo l’impianto con la loro veste appassionata e sontuosa, che in larga parte attinge all’ambito immaginario. E d’altra parte, l’autore dimostra l’esercizio di un rigore ben definito, che governa la sua abbondante materia lasciando l’impronta di un’autentica padronanza, in grado di veicolare una notevole ricchezza di immagini tenute sotto controllo da una profonda istanza di riflessione.

Paolo Landi

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Breve studio di Paolo Landi su ‘Arte della navigazione notturna’ di Adriana Gloria Marigo, Caosfera, 2022.

28 lunedì Ott 2024

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Recensioni

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Adriana Gloria Marigo, Arte della navigazione notturna, Paolo Landi

 

L’enigma del frammento e la dimensione unitaria dell’opera poetica

Assegnare un valore estetico elevato alla brevità, considerando un’opera di piccolissime proporzioni come un prodotto isolato, può essere problematico; ma questa assegnazione diventa del tutto evidente, inquadrando entro uno stesso contesto una serie di opere di tale misura; e allora possiamo avere una formazione globale – che a suo modo può anche essere considerata come un’opera unica -,  e tale formazione può essere assunta nel peso del suo fulgore, che finalmente emerge al di là di ogni possibile equivoco. Ma vi sono diverse formazioni provviste di un’ampiezza diversa, e di un diverso grado di coesione; si può così procedere dall’opera unica – come accade con Arte della navigazione notturna di Adriana Gloria Marigo (Caosfera, Vicenza 2022), al di là delle  eventuali intenzioni dell’autrice, e se del caso della sua stessa consapevolezza -, a raccolte di opere come gli insiemi poetici riuniti sotto il titolo di una stessa sezione o di un medesimo volume, che a loro volta stabiliscono un grado di vicinanza o di lontananza  nei confronti del modello dell’opera unica, provvisto di una diversa misura a seconda della loro fisionomia – mentre considerazioni dello stesso genere si possono fare ad esempio per le opere della pittura, soprattutto nell’ambito contemporaneo, laddove Picasso a questo proposito risulta del tutto esemplare.  Ed anche in questi casi, come in quello dell’opera unica – ma con cadenze, gradi di intensità e misure di rilevanza di tipo diverso -, possiamo dire che le singole brevi o brevissime composizioni si riverberano sull’insieme, e pertanto ciascuna di loro si riflette e incide su ciascuna delle altre, in una misura diversa a seconda degli esemplari. Ed è singolare la possibilità di rinvenire come una luminescenza relativa alla dimensione del bello, che si costituisce attraverso lembi della stesura globale provvisti di una certa estensione, senza che questo effetto sia dovuto alla disposizione che attiene al canone dell’opera unica – che comunque rimane un lascito imprescindibile per la ricchezza di ogni possibile epoca od ogni periodo possibile o immaginabile della storia del bello -; ed è ancora più singolare l’accensione dello sguardo – o dell’udito, o comunque dell’ascolto interiore, concepito nell’accezione profonda di ogni modalità della fruizione estetico-artistica congiunta all’esercizio dei nostri sensi, ed alla compagine dei loro intrecci -, nel caso in cui la singola composizione provvista di una misura ristretta o anche molto ristretta, viene recepita nella sua rilevanza in ordine alla dimensione del bello, prima di avere messo in luce il contesto; infatti, in questi casi è come se lo sfondo provvisto dalle altre composizioni irradiasse il suo influsso, la sua portata, la sua profondità e il dominio della sua vastità, investendo in modo enigmatico il complesso che viene assunto nella sua brevità. E del resto, questo accade ad esempio nel cinema, in una singola immagine che appartiene alla fase iniziale di un film, prima che sia emerso il seguito con la sua vastità dirompente; e d’altra parte, nel cinema questo effetto è ancora più enigmatico, poiché in questo caso non abbiamo l’artefatto della parola – e il regime della sua trasposizione ideale di quello che viene assunto dalla nostra esperienza -, ma abbiamo un inquietante effetto del verisimile nei confronti della esperienza reale od effettiva, che non è riscontrabile nelle altre arti – il che vale, nonostante il grado della elaborazione estetico-artistica del quale le immagini in questione possono essere investite. Così, Arte della navigazione notturna rappresenta l’esemplare di un’opera unica, che per un verso  potrebbe essere stata generata senza che fosse anticipata o progettata come tale, e per un altro verso è legata alla serie delle raccolte poetiche precedenti dell’autrice, che a loro volta sono provviste di una compattezza e di alcuni ricorsi tematici – e quindi di una serie di linee di congiunzione -, laddove tali complessi mettono in gioco una sorta di convergenza nei confronti dello statuto canonico di un’opera di questo tipo. Così la lettura di quest’opera può invitare a  considerare nuovamente le precedenti opere dell’autrice, cogliendo una serie di arpeggi che si rincorrono in modo trasversale, o se vogliamo una serie di emergenze sinfoniche, ecc., quali ingredienti che sono suscettibili di illuminare più a fondo il lascito delle sue opere letterarie, e di attribuire ad esse un riconoscimento di ordine più elevato. E un discorso analogo si può fare, parlando in generale – e al di là di un riferimento all’autrice – per gli aforismi; ma in questo caso, se da un lato abbiamo un qualche ingrediente letterario legato ad una valenza estetico-artistica del linguaggio, abbiamo anche una componente sapienziale, che contiene degli indici di valore distinti da quelli a carattere estetico; e il tratto enigmatico degli aforismi è dato soprattutto dalla loro capacità di racchiudere una densità del pensiero, che in ogni aforisma riuscito bene mette in gioco una splendida autonomia rispetto agli altri prodotti dello stesso genere. Ed anche in questo caso, ovviamente, il contesto fornito da quanto precede e da quanto segue stabilisce delle risonanze che influiscono sul singolo prodotto; e ciò vale sia sotto il profilo del pregio estetico-letterario degli aforismi medesimi, sia nei termini di quello sapienziale; e questo riguarda sia una sorta di diluizione, distensione ed articolazione del pensiero, che tuttavia deve conservare l’alea fortemente ambigua, obliqua e polisensa, sia, al contrario, un rafforzamento del carattere enigmatico e provocativo, il quale ha modo di elevarsi nella costellazione vagamente discorde di questi lacerti della follia letteraria, nel mentre che il folto delle discordanze a suo modo può anche avere, comunque, un effetto melodico, e un suo ingrediente di sintesi. E d’altra parte, la densità del pensiero di per sé, a mio avviso, rimane meno problematica ed enigmatica – quanto al suo indice di valore -, rispetto alla riuscita estetica di un frammento mirabile dell’estro a carattere letterario – o di una immagine del cinema, come accade ad esempio nei film di de Oliveira. Ma tornando all’Arte della navigazione notturna, rimane il fatto che proprio la brevità dei singoli blocchi di versi assicura una volta per tutte il loro legame d’insieme, componendo una sorta di inno, o di poemetto, o comunque di composizione globale che ha una sua fisionomia fortemente unitaria. E da questa unità complessiva, è nata forse la poesia più vasta dell’autrice, e forse sua gestazione più alta. E a ciò si può aggiungere che se la disposizione nelle singole pagine è perfetta, vi potrebbe anche essere un altro ordinamento, forse meno elegante, ma almeno altrettanto funzionale, dividendo l’insieme in due o tre parti senza titolo; al che, si potrebbero considerare il movimento diacronico e narrativo della discesa nella notte e della emersione nel mattino, e i successivi passaggi che indugiano nella luce dispiegata – rappresentando il regime intensivo della luce medesima nella sua perduranza e nella sua progressione entro l’alveo del giorno, e infine mettendo in gioco le digressioni che riguardano lo svariare delle movenze, le mutazioni tipiche o caratteristiche della luminescenza, e le emergenze relative alle stagioni, od alle ore, o alle singole giornate, ecc. Ciò posto, potremmo avere una prima parte, un seguito che considera queste variazioni con qualche criterio di ripartizione – anche marcandole sotto un profilo globale -, ecc. E non è vero che un progetto letterario tipicamente contemporaneo possa essere suscettibile, anche se autentico, di essere decostruito e ricostruito nelle sue parti ad arbitrio: nelle opere pervase dalla bellezza autentica sussistono sempre dei limiti strutturali, e il resto deve essere lasciato ad una serie di pregiudizi correnti.

                                                                              Paolo Landi

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa ed ha insegnato filosofia fino al 2009. Ha pubblicato diciotto volumi a carattere filosofico e di impronta fenomenologica, nonché articoli di filosofia, saggi sul cinema e tre raccolte di poesie. Tra le sue opere recenti: Dell’insieme totale (Giornale di Metafisica, 2001-2004), L’esperienza e l’insieme totale (Clinamen, 2009), Idee per una semiologia fenomenologica (id., 2014), Lineamenti di una fenomenologia dell’arte (Mimesis, 2019), L’uno, le parti e il tutto (id., 2021), Coscienza e realtà nella storia del cinema (id., 2022) e le raccolte di versi L’occhio del fulmine (Prometheus, 2020), Il tempio del musico volto (Officina Milena, 2022) e Ivi non giungono i balsami delle altezze (Progetto Cultura, 2024).

 

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La sindrome dell’assenza e la preda delle immagini nelle poesie di Paolo Lago

25 venerdì Mar 2022

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

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I Pirati del Sud, La rosa di Pola, Paolo Lago, Paolo Landi

Paolo Lago: I Pirati del Sud, Campanotto, Pasian di Prato 2018

 

La rosa di Pola, Transeuropa, Massa 2019

 

Le raccolte di poesie I Pirati del Sud e La rosa di Pola di Paolo Lago disegnano una serie di visioni che si richiamano in maniera compatta lungo il percorso di una esperienza poetica dettata da un autentico rigore espressivo e da una pronunciata dimensione esistenziale. Per rendere palese la forza delle immagini evocate dall’autore ritengo utile analizzare il dettato di alcune di queste liriche, ricavando una serie di conclusioni che possano emergere dal tessuto particolare dei loro lineamenti compiuti. La prima poesia in questione appartiene a I pirati del Sud, è senza titolo come tutte le altre delle raccolte ed è inserita nella sezione che è denominata come il testo nel suo complesso. «Perderti davvero in quella striscia di luna sul mare»: l’immagine descrive la perdita come lontananza e accostamento di due contenuti della visione che disegnano in fondo un lembo di beatitudine; «ho solo parole per dirlo»: si indica il paradosso di una espressione che avverte l’indigenza delle parole, come se il dire per definizione potesse sottendere altro, per cui il verso punta all’inesprimibile colmo di una pienezza alla quale dovrebbe corrispondere altro rispetto al tracciato esile della parola. E ancora: «ho una penna per morire ai tuoi fianchi lontani su terre»: la penna è l’organo della parola che stabilisce la vicinanza alla perdita, adesso segnata come morte dell’autore, che intende morire accanto alla immagine e alla sostanza visiva della perdita. Di seguito: «puntini rossi e paesi di luce mi sono fiochi dalla mia isola-nave»: il luogo dello sguardo instaurato è dunque nello stesso mare in cui si annuncia la perdita e in cui si smarrisce il desiderio di una partecipazione che acquieti l’animo con il morire. E inoltre: «ho parole per perderti nell’addio delle acque, ho colori e silenzi per perdere occhi»: la visione culmina attraverso l’epifania di una perdita che è anche una resurrezione nel lembo accogliente delle acque, nel conforto delle parole e nel piacere dei colori; e tutto si immerge nella sindrome della negazione e della elisione, dove la perdita è associata all’addio, i colori sono associati alla perdita degli occhi e il silenzio avvolge il momento mistico della perdita stessa che segna una pienezza profonda. Ma non si tratta di un’estasi che affondi in una sorta di esaltazione: «morire in quella striscia di luna sul mare sarebbe lieve, sopravvivo solo  per il dolore greve delle parole». E allora il connubio con la perdita non può essere conseguito, e restano quelle parole che non possono raggiungere l’orizzonte perseguito, e con il peso del loro essere rimandano al paradosso dovuto alla lievità di una perdita non raggiunta. Anche la poesia che segue appartiene a I Pirati del Sud, e questa volta il titolo della relativa sezione è Naufragi. «Al largo la tempesta dei suoi occhi / per poco non mi ha affondato, e a poco / servivano quei balenii fiochi / del faro, nella notte perduto fuoco»: abbiamo un accostamento del desiderio che genera inquietudine e timore, al punto che si avverte la perdita rispetto alle tracce residue del mondo circostante. E tuttavia: «nel porto dei tuoi occhi, le lunghe ciglia / carezzavano il mio scafo che più non osa /  il mare e in quiete stava la mia chiglia, / rapita da un tramonto dalle dita di rosa.»; accade allora che l’immagine si converta, e la precedente linea di fuga si trasformi nella dimensione di un’accoglienza; così il largo e la tempesta lasciano il luogo al porto e alla quiete, e dopo l’angoscia del primo contatto la presenza che ha fatto irruzione induce una sensazione di rapimento che quasi trasmette la beatitudine perseguita nella lirica precedente, e conseguita adesso nel limbo di questa strofa. Ma ancora: «E la tua voce era voce di sirena / ed era nebbia, buio, silenzio, era lei / che mi cullava e scandiva la pena». In questo modo, abbiamo una sintesi tra l’angoscia del primo sguardo e il rapimento segnato dal seguito; infatti la voce culla, ma è voce di sirena, e con essa ritornano le tracce della negazione e della elisione, dove non abbiamo più la perdita e il morire, ma una serie di elementi avvolgenti che tuttavia blandiscono carezzando il naufrago; e la pena richiama il dolore greve delle parole della poesia precedente, ma questa volta emerge il conforto di un abbraccio che trattiene il soggetto e blandisce la sua inquietudine. Infine: «e carezze infinite per i sogni miei, / là a terra, fra i docks e i marinai, era serena / canzone, ma tu canti ed io non so chi sei.». Adesso l’immagine è quasi catturata e ricondotta a terra, al di fuori del luogo naturale del mare, e accompagna colui che ha motivato l’angoscia dell’esordio; e tuttavia la canzone è serena, per cui l’incipit è superato, mentre nella lirica precedente alla fine si conferma lo status dell’indigenza. Questa poesia invece appartiene a La rosa di Pola, alla sezione che ha per titolo La fortezza del Nord. «Ho perduto i tuoi occhi, vampira / sui campanili della fortezza del Nord»: ritorna il fantasma della perdita, legato a uno sfondo esotico; ritorna l’immagine degli occhi, che questa volta non fanno irruzione ma richiamano con il gesto della scomparsa. Di seguito: «da noi sia lontano lo strepito di croci di legno, / di atroci battaglie e di teschi, / la mischia feroce di guerre dei regni del Nord». Il contesto esotico si allarga mettendo in disparte il suo scenario fiammeggiante nel momento stesso nel quale viene convocato alla visione. Inoltre: «È una sera tranquilla / e il tuo morso di luce / mi porta ad un mare d’argento, / a guardare i battelli passare». Il seguito si oppone allora a quanto precede mettendo in scena una dimensione di quiete, entro la quale emerge la traccia della luce che sostituisce la scomparsa degli occhi, ed apre alla visione di un incanto quasi fiabesco in antitesi con i risvolti epici ed ossianici; e in questo modo l’assenza e la mancanza degli occhi sono la premessa per il dono di uno sguardo e di uno spettacolo che il poeta può contemplare a partire dall’evento di una scomparsa oblativa. Così la poetica delle liriche precedenti viene scavata illuminando l’esito di una creazione che si dispone a partire dalla sindrome dell’abbandono. E ancora: «Ma i tuoi occhi ho perduto / fra strade cruente, / fra la gente del Nord che sorride feroce / sui moli che hanno voce di organi cupi». Il riflesso esotico adesso investe il presente, contaminato forse con lo scenario delle leggende; e un turbine visionario dispiega il gesto che ha motivato l’evento della scomparsa: la sindrome dell’assenza dispiega il suo corso allargando lo spettro della visione. E infine: «di violini che si destano in croce / e i tuoi occhi nel vento / che preannuncia l’inverno / siano labbra su un sussurro di vene / siano morsi di rosso / che mi sfiora appena». Questa parte finale della lirica in una sorta di dissolvenza incrociata rappresenta il passaggio dagli echi incombenti dello scenario a una apparizione compiuta  di colei che era scomparsa, e continua comunque ad essere assente: l’immagine della vampira torreggia con i suoi simboli, i suoi effetti sonori e il suo colore, e dolcemente affonda nel gesto di una violenza apparente che viene accolta nei termini di un sortilegio.      Potremmo dire che in queste poesie il problema della perdita assuma una veste ambivalente: da un lato abbiamo l’assenza che genera il senso del vuoto e lo smarrimento, dall’altro abbiamo la preda delle immagini che vengono afferrate e il loro potere consolatorio. Ma non sembra che vinca la ricerca di una consolazione in grado di risarcire l’effetto di perdita; piuttosto, l’assenza medesima e la distanza sembrano segnare il culmine di una beatitudine dello sguardo e di un estro della memoria; o ancora, si direbbe che le immagini convocate a partire dalla  loro scomparsa siano predilette proprio attraverso la forma della loro distanza. E in fondo, se la sirena è inconoscibile per definizione, da un lato è illusorio scoprire le sue sembianze, e da un altro lato l’eventuale scoperta potrebbe avere un esito annichilente. L’effetto estetico della consolazione delle immagini richiama allora un punto di vista leopardiano secondo il quale il dominio della illusione è l’unico modo attraverso il quale attingere una pienezza; ma in queste poesie non si avverte alcuna eco di una sorta di pessimismo cosmico, e la loro misura da camera si limita al sortilegio di alcune sembianze rispetto alle quali non viene posto il problema di un fondamento; ed è in questo senso che l’autore attraverso gli stessi ingredienti malinconici invita il lettore a perdersi nel godimento della visione poetica, concepita nei termini di una espressione possibile della esistenza. È poi anche vero che questo invito a fruire di un orizzonte estetico è legato ad una passione per gli scenari esotici, nonché ad alcuni fantasmi erotici o amorosi del poeta; ma entrambi questi elementi vengono risolti in un’atmosfera sospesa, entro la quale l’ignoto e la sindrome dell’assenza richiedono di avventurarsi dentro gli enigmi di una immaginazione allo stato puro, incline ad una conciliazione  che assume il proprio modo di essere.

Paolo Landi

 

 

da I pirati del sud   in I pirati del sud

 

Non dirmi che ho perso l’amore

nel deserto di un aperto dolore,

perché per te ho steso suoni di nave

verso la notte alta dalle croci di stelle,

 

bruciato come l’olivastro sulla strada

sono sceso a patti con chi ha solo il porto negli occhi,

e malandrino muore martire del mare per vie senza cuore.

 

Ma sogni io ho teso,

ho regalato sguardi di canto ai palazzi abbruciati,

alle vite già spese,

stupendamente stese al sole fra caseggiati,

ma loro non cambiano e restano

su strade feroci e crudeli

dopo avere imparato in scuole atroci di periferia

quanto sia bella e orrenda la vita.

 

Ho steso sogni,

ho sogni di nave da regalare,

ho silenzi assordanti da accarezzare

per un bacio ai tuoi occhi che mi rendono folle

tra le folle stupende

di questa terra crudele di luce.

 

 

 

da La rosa di Pola   in Desiderio di vento

 

Portami al tuo sogno d’inverno,

vampira,

fra mucchi di legna accatastata

e affreschi policromi sbiaditi

su palazzi di pietra.

Ci si prepara all’autunno

e l’autunno è dolce quassù,

rivestito di rosso di piante e di labbra,

le tue labbra nel bosco che rilucono piano.

Sento già l’odore di legna bruciata,

odore di autunni e di inverni d’incanto,

scendono alte le ombre sui monti:

portami alla tua neve che ami,

alle foglie morte di ottobre,

alle tue folate di vento

da ascoltare al riparo in giacigli di luce lunare,

le malie amare lasciale fuori

dalla porta di legno.

Segno d’autunno è il vento di oggi,

una pioggia leggera e l’odore di stufe

ed è un sogno di vento

il tuo sogno,

il tuo desiderio

sia carezza che apre il mio canto

 

Paolo Lago

 

Biobibliografia

 

Laureato in lettere classiche all’Università di Pisa, Paolo Lago è dottore di ricerca in “Letterature Straniere e Scienze della Letteratura” presso l’Università di Verona e in “Scienze linguistiche, filologiche e letterarie” presso l’Università di Padova. Critico letterario e cinematografico, collabora con “Alias”, “Carmilla online”, “Il Pickwick”, “Il lavoro culturale”, “Yawp: giornale di letterature e filosofie”; è autore di numerosi saggi critici fra i quali ricordiamo L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini, Le Monnier, 2007; I personaggi classici secondo Metastasio, Fiorini, 2010; La nave, lo spazio e l’Altro“, Mimesis, 2016; Il vampiro, il mostro, il folle. Tre incontri con l’Altro in Herzog, Lynch, Tarkovskij, Clinamen, 2019. Ha pubblicato le raccolte di poesie I pirati del sud, Campanotto, 2018 e La rosa di Pola, Transeuropa, 2019. Attualmente insegna materie letterarie presso il liceo “Federigo Enriques” di Livorno. Per “Città filosofica” ha tenuto due cicli di lezioni sul cinema (Lynch, Tarkovskij, Herzog, Pasolini), ha partecipato a tre edizioni di “Luogo al dialogo” e curato il Convegno “Pasolini uomo di lettere” tenutosi a Livorno nel 2018.

 

 

 

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Paolo Landi: “L’occhio del fulmine”, Prometheus, 2020. Cinque poesie e un commento breve

07 venerdì Mag 2021

Posted by adrianagloriamarigo in MISCELÁNEAS

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Tag

Adriana Gloria Marigo, L'occhio del fulmine, Paolo Landi

 

Paolo Landi: L’occhio del fulmine

Prometheus, 2020

Cinque poesie e un commento breve

Il filosofo Paolo Landi nell’ottobre 2020 pubblica per i tipi di Prometheus L’occhio del fulmine: le nove sezioni Mistero di te, Vago calar della sera, Le onde dei tuoi capelli, L’incendio della parola, Al passo che il piede serra, La statua che il vento erige, Salendo la scala celeste, Le forme nascenti, Le onde portano in epigrafe la dedica all’artista multidisciplinare livornese Furio Allori. La silloge – nella forma poetica che incede per versi ampi, narrativi, sontuosi nei modi di una lingua colta, attraente che ha modanature di termini ricercati, desueti – dimostra l’affiliazione al rigore del pensiero accordato a rime scolpite d’equilibrio metrico; manifesta la complessità sapienziale dell’Autore che ha talento e volizione per la materia del sapere che, in fatto di poesia, media i concetti attraverso paesaggi fisici artistici metafisici di particolare potenza immaginale (come in Le forme nascenti). Si potrebbe avanzare, a proposito della raccolta, l’ipotesi di poesia filosofica (o filosofia poetica) in quanto dalla lettura si evince la particolare fede che l’Autore ripone in un logos pervaso di ideale: in primis nell’ideale della potenza creativa, della genialità nell’arte, nelle forme liriche della bellezza inafferrabile di cui è «… tanto / possente l’inesorabile fiato».

 

Adriana Gloria Marigo

 

*

 

da Mistero di te

 

A PELO DELL’ACQUA

A pelo dell’acqua

apparve il fiore discinto

immobile nel recinto

del suo essere nato:

un meato del cielo

l’aveva voluto

avido dentro quel prato

di acqua matura;

la pura luce

donata dal limbo cristalliforme

del vivido azzurro

teneramente blandiva

un vago sussurro

donato alla nascita inenarrabile;

e l’inudibile

sempiterna ruota

dell’essere alterno

che si squaderna

per entro i millenni

muniva dei suoi portenti

il tripudio di quei fermenti

beati, dipinti dentro la gloria

degli animi sollevati

 

 

da L’incendio della parola

 

PAROLA RINATA

È frale

l’andare per connessure;

lo strepito delle verzure

s’inarca, il pollice duole

le sommesse paure cantando,

ed è notte sulla pagina bianca.

La stanca mano s’addorme,

fatta di pietra e silenzio.

La parca lingua

di un sibilante suono

adesso ridesta

le sue geniture; è l’alba

della parola rinata,

gemella della beata

estasi che perdura

nell’attimo dello spessore

del più sottile capello,

ed è quello che voglio,

se pure è meglio

il fragoroso discorso

che presto s’innalza

splendido di rigoglio,

ma non ritorna

nel luogo dove risplende

l’abito della fiamma

che tutto comprende

 

 

LE PAGINE DEL POEMA

Le pagine del poema

rapprese dentro l’albore

del primitivo nitore

lievitavano nella danza

dell’abbondanza primeva;

la loro sostanza

cresceva nell’onda lungimirante

della fragranza; un più largo orizzonte

visitava le scolte

dell’avita perfezione, dentro le molte

illusioni che germinavano;

le voci sopite venivano scolpite

ognora più vivide

nel marmo deterso

di quell’incanto riverso;

ed un colore disperso

sul mare senza confini

della iridata visione

cangiava in purpuree iridate beltà

il senno vincente

di quella distesa maestà

 

da Salendo la scala celeste

 

SU SCHIENE FURENTI

Su schiene furenti

è tempo di navigare; l’acqua

scioglie i battenti, il mare

s’innalza avido delle scolte

di grigia spuma terrificata;

la notte innalza il pertugio

dopo i diluvi rapiti;

la balza della dimora

avita sulla roccia

ci attende davanti

alla plancia che porta

lo sguardo davanti al cielo.

Avete cresciuto l’anima

dinnanzi alle vostre inferriate,

siete dispersi nei vimini

dei tessuti vitali

intrecciati fra il bene ed il male,

avete girato i cardini

delle pesanti porte

la morte affrontando,

carpendo l’inafferrato mondo,

andando più oltre

 

 

da Le forme nascenti

 

PRIMA CHE FIAMMA ALIMENTI

Prima che fiamma alimenti

l’autentico cuore,

il disamore dovrà alterare

l’azzurro coperchio, e il mare

ruggire dentro la falda

dove ribolle l’odio che serra

la mala pianta; la melma

dovrà risalire

prima che pioggia discenda

su queste rive;

il lavacro

lontano ci porterà;

troverà un Eldorado

privo del baratro e dei suoi lutti,

i flutti ci inonderanno

dei sacri viluppi

e il plettro di nuovi cieli

alzerà la sua lode

al tempo migliore, lucente

nelle sue ore beate,

maturo dei frutti d’estate

 

 

Biobibliografia

 

Paolo Landi (Livorno, 1953) si è laureato in Filosofia e in Lettere presso l’Università di Pisa. Ha pubblicato oltre sessanta saggi e tredici volumi. Tra le sue opere: Dell’insieme totale (“Giornale di Metafisica”, 2001-2004); Per una teoria dell’arte (2007); L’esperienza e l’insieme totale (2009); La coscienza, gli stati di cose e gli eventi (2011); Idee per una semiologia fenomenologica (2014); L’uno e il molteplice (2016) e Teoria della monade (2018).

 

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