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Paolo Lago: I Pirati del Sud, Campanotto, Pasian di Prato 2018

 

La rosa di Pola, Transeuropa, Massa 2019

 

Le raccolte di poesie I Pirati del Sud e La rosa di Pola di Paolo Lago disegnano una serie di visioni che si richiamano in maniera compatta lungo il percorso di una esperienza poetica dettata da un autentico rigore espressivo e da una pronunciata dimensione esistenziale. Per rendere palese la forza delle immagini evocate dall’autore ritengo utile analizzare il dettato di alcune di queste liriche, ricavando una serie di conclusioni che possano emergere dal tessuto particolare dei loro lineamenti compiuti. La prima poesia in questione appartiene a I pirati del Sud, è senza titolo come tutte le altre delle raccolte ed è inserita nella sezione che è denominata come il testo nel suo complesso. «Perderti davvero in quella striscia di luna sul mare»: l’immagine descrive la perdita come lontananza e accostamento di due contenuti della visione che disegnano in fondo un lembo di beatitudine; «ho solo parole per dirlo»: si indica il paradosso di una espressione che avverte l’indigenza delle parole, come se il dire per definizione potesse sottendere altro, per cui il verso punta all’inesprimibile colmo di una pienezza alla quale dovrebbe corrispondere altro rispetto al tracciato esile della parola. E ancora: «ho una penna per morire ai tuoi fianchi lontani su terre»: la penna è l’organo della parola che stabilisce la vicinanza alla perdita, adesso segnata come morte dell’autore, che intende morire accanto alla immagine e alla sostanza visiva della perdita. Di seguito: «puntini rossi e paesi di luce mi sono fiochi dalla mia isola-nave»: il luogo dello sguardo instaurato è dunque nello stesso mare in cui si annuncia la perdita e in cui si smarrisce il desiderio di una partecipazione che acquieti l’animo con il morire. E inoltre: «ho parole per perderti nell’addio delle acque, ho colori e silenzi per perdere occhi»: la visione culmina attraverso l’epifania di una perdita che è anche una resurrezione nel lembo accogliente delle acque, nel conforto delle parole e nel piacere dei colori; e tutto si immerge nella sindrome della negazione e della elisione, dove la perdita è associata all’addio, i colori sono associati alla perdita degli occhi e il silenzio avvolge il momento mistico della perdita stessa che segna una pienezza profonda. Ma non si tratta di un’estasi che affondi in una sorta di esaltazione: «morire in quella striscia di luna sul mare sarebbe lieve, sopravvivo solo  per il dolore greve delle parole». E allora il connubio con la perdita non può essere conseguito, e restano quelle parole che non possono raggiungere l’orizzonte perseguito, e con il peso del loro essere rimandano al paradosso dovuto alla lievità di una perdita non raggiunta. Anche la poesia che segue appartiene a I Pirati del Sud, e questa volta il titolo della relativa sezione è Naufragi. «Al largo la tempesta dei suoi occhi / per poco non mi ha affondato, e a poco / servivano quei balenii fiochi / del faro, nella notte perduto fuoco»: abbiamo un accostamento del desiderio che genera inquietudine e timore, al punto che si avverte la perdita rispetto alle tracce residue del mondo circostante. E tuttavia: «nel porto dei tuoi occhi, le lunghe ciglia / carezzavano il mio scafo che più non osa /  il mare e in quiete stava la mia chiglia, / rapita da un tramonto dalle dita di rosa.»; accade allora che l’immagine si converta, e la precedente linea di fuga si trasformi nella dimensione di un’accoglienza; così il largo e la tempesta lasciano il luogo al porto e alla quiete, e dopo l’angoscia del primo contatto la presenza che ha fatto irruzione induce una sensazione di rapimento che quasi trasmette la beatitudine perseguita nella lirica precedente, e conseguita adesso nel limbo di questa strofa. Ma ancora: «E la tua voce era voce di sirena / ed era nebbia, buio, silenzio, era lei / che mi cullava e scandiva la pena». In questo modo, abbiamo una sintesi tra l’angoscia del primo sguardo e il rapimento segnato dal seguito; infatti la voce culla, ma è voce di sirena, e con essa ritornano le tracce della negazione e della elisione, dove non abbiamo più la perdita e il morire, ma una serie di elementi avvolgenti che tuttavia blandiscono carezzando il naufrago; e la pena richiama il dolore greve delle parole della poesia precedente, ma questa volta emerge il conforto di un abbraccio che trattiene il soggetto e blandisce la sua inquietudine. Infine: «e carezze infinite per i sogni miei, / là a terra, fra i docks e i marinai, era serena / canzone, ma tu canti ed io non so chi sei.». Adesso l’immagine è quasi catturata e ricondotta a terra, al di fuori del luogo naturale del mare, e accompagna colui che ha motivato l’angoscia dell’esordio; e tuttavia la canzone è serena, per cui l’incipit è superato, mentre nella lirica precedente alla fine si conferma lo status dell’indigenza. Questa poesia invece appartiene a La rosa di Pola, alla sezione che ha per titolo La fortezza del Nord. «Ho perduto i tuoi occhi, vampira / sui campanili della fortezza del Nord»: ritorna il fantasma della perdita, legato a uno sfondo esotico; ritorna l’immagine degli occhi, che questa volta non fanno irruzione ma richiamano con il gesto della scomparsa. Di seguito: «da noi sia lontano lo strepito di croci di legno, / di atroci battaglie e di teschi, / la mischia feroce di guerre dei regni del Nord». Il contesto esotico si allarga mettendo in disparte il suo scenario fiammeggiante nel momento stesso nel quale viene convocato alla visione. Inoltre: «È una sera tranquilla / e il tuo morso di luce / mi porta ad un mare d’argento, / a guardare i battelli passare». Il seguito si oppone allora a quanto precede mettendo in scena una dimensione di quiete, entro la quale emerge la traccia della luce che sostituisce la scomparsa degli occhi, ed apre alla visione di un incanto quasi fiabesco in antitesi con i risvolti epici ed ossianici; e in questo modo l’assenza e la mancanza degli occhi sono la premessa per il dono di uno sguardo e di uno spettacolo che il poeta può contemplare a partire dall’evento di una scomparsa oblativa. Così la poetica delle liriche precedenti viene scavata illuminando l’esito di una creazione che si dispone a partire dalla sindrome dell’abbandono. E ancora: «Ma i tuoi occhi ho perduto / fra strade cruente, / fra la gente del Nord che sorride feroce / sui moli che hanno voce di organi cupi». Il riflesso esotico adesso investe il presente, contaminato forse con lo scenario delle leggende; e un turbine visionario dispiega il gesto che ha motivato l’evento della scomparsa: la sindrome dell’assenza dispiega il suo corso allargando lo spettro della visione. E infine: «di violini che si destano in croce / e i tuoi occhi nel vento / che preannuncia l’inverno / siano labbra su un sussurro di vene / siano morsi di rosso / che mi sfiora appena». Questa parte finale della lirica in una sorta di dissolvenza incrociata rappresenta il passaggio dagli echi incombenti dello scenario a una apparizione compiuta  di colei che era scomparsa, e continua comunque ad essere assente: l’immagine della vampira torreggia con i suoi simboli, i suoi effetti sonori e il suo colore, e dolcemente affonda nel gesto di una violenza apparente che viene accolta nei termini di un sortilegio.      Potremmo dire che in queste poesie il problema della perdita assuma una veste ambivalente: da un lato abbiamo l’assenza che genera il senso del vuoto e lo smarrimento, dall’altro abbiamo la preda delle immagini che vengono afferrate e il loro potere consolatorio. Ma non sembra che vinca la ricerca di una consolazione in grado di risarcire l’effetto di perdita; piuttosto, l’assenza medesima e la distanza sembrano segnare il culmine di una beatitudine dello sguardo e di un estro della memoria; o ancora, si direbbe che le immagini convocate a partire dalla  loro scomparsa siano predilette proprio attraverso la forma della loro distanza. E in fondo, se la sirena è inconoscibile per definizione, da un lato è illusorio scoprire le sue sembianze, e da un altro lato l’eventuale scoperta potrebbe avere un esito annichilente. L’effetto estetico della consolazione delle immagini richiama allora un punto di vista leopardiano secondo il quale il dominio della illusione è l’unico modo attraverso il quale attingere una pienezza; ma in queste poesie non si avverte alcuna eco di una sorta di pessimismo cosmico, e la loro misura da camera si limita al sortilegio di alcune sembianze rispetto alle quali non viene posto il problema di un fondamento; ed è in questo senso che l’autore attraverso gli stessi ingredienti malinconici invita il lettore a perdersi nel godimento della visione poetica, concepita nei termini di una espressione possibile della esistenza. È poi anche vero che questo invito a fruire di un orizzonte estetico è legato ad una passione per gli scenari esotici, nonché ad alcuni fantasmi erotici o amorosi del poeta; ma entrambi questi elementi vengono risolti in un’atmosfera sospesa, entro la quale l’ignoto e la sindrome dell’assenza richiedono di avventurarsi dentro gli enigmi di una immaginazione allo stato puro, incline ad una conciliazione  che assume il proprio modo di essere.

Paolo Landi

 

 

da I pirati del sud   in I pirati del sud

 

Non dirmi che ho perso l’amore

nel deserto di un aperto dolore,

perché per te ho steso suoni di nave

verso la notte alta dalle croci di stelle,

 

bruciato come l’olivastro sulla strada

sono sceso a patti con chi ha solo il porto negli occhi,

e malandrino muore martire del mare per vie senza cuore.

 

Ma sogni io ho teso,

ho regalato sguardi di canto ai palazzi abbruciati,

alle vite già spese,

stupendamente stese al sole fra caseggiati,

ma loro non cambiano e restano

su strade feroci e crudeli

dopo avere imparato in scuole atroci di periferia

quanto sia bella e orrenda la vita.

 

Ho steso sogni,

ho sogni di nave da regalare,

ho silenzi assordanti da accarezzare

per un bacio ai tuoi occhi che mi rendono folle

tra le folle stupende

di questa terra crudele di luce.

 

 

 

da La rosa di Pola   in Desiderio di vento

 

Portami al tuo sogno d’inverno,

vampira,

fra mucchi di legna accatastata

e affreschi policromi sbiaditi

su palazzi di pietra.

Ci si prepara all’autunno

e l’autunno è dolce quassù,

rivestito di rosso di piante e di labbra,

le tue labbra nel bosco che rilucono piano.

Sento già l’odore di legna bruciata,

odore di autunni e di inverni d’incanto,

scendono alte le ombre sui monti:

portami alla tua neve che ami,

alle foglie morte di ottobre,

alle tue folate di vento

da ascoltare al riparo in giacigli di luce lunare,

le malie amare lasciale fuori

dalla porta di legno.

Segno d’autunno è il vento di oggi,

una pioggia leggera e l’odore di stufe

ed è un sogno di vento

il tuo sogno,

il tuo desiderio

sia carezza che apre il mio canto

 

Paolo Lago

 

Biobibliografia

 

Laureato in lettere classiche all’Università di Pisa, Paolo Lago è dottore di ricerca in “Letterature Straniere e Scienze della Letteratura” presso l’Università di Verona e in “Scienze linguistiche, filologiche e letterarie” presso l’Università di Padova. Critico letterario e cinematografico, collabora con “Alias”, “Carmilla online”, “Il Pickwick”, “Il lavoro culturale”, “Yawp: giornale di letterature e filosofie”; è autore di numerosi saggi critici fra i quali ricordiamo L’ombra corsara di Menippo. La linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini, Le Monnier, 2007; I personaggi classici secondo Metastasio, Fiorini, 2010; La nave, lo spazio e l’Altro“, Mimesis, 2016; Il vampiro, il mostro, il folle. Tre incontri con l’Altro in Herzog, Lynch, Tarkovskij, Clinamen, 2019. Ha pubblicato le raccolte di poesie I pirati del sud, Campanotto, 2018 e La rosa di Pola, Transeuropa, 2019. Attualmente insegna materie letterarie presso il liceo “Federigo Enriques” di Livorno. Per “Città filosofica” ha tenuto due cicli di lezioni sul cinema (Lynch, Tarkovskij, Herzog, Pasolini), ha partecipato a tre edizioni di “Luogo al dialogo” e curato il Convegno “Pasolini uomo di lettere” tenutosi a Livorno nel 2018.