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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto a Giacomo Cerrai che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Giacomo.

Che cosa è diventata una voce notturna

Ho smesso di prendere appunti su carta, ed è un male.
L’appunto assomiglia a un segno topografico, una curva altimetrica. Un’idea che arriva, anche una singola parola che vibra. A una certa altezza, intendo.
La carta ha in sé qualcosa di lento, mantiene dopo millenni la gravità della tavoletta d’argilla.
Devi mettere le briglie al pensiero, devi farlo aspettare. Anche il foglio aspetta, devi girarci intorno, tendere al suo centro.
Ora invece mi sveglio in piena notte, o a qualsiasi ora del giorno, dico qualcosa al mio cellulare, lui registra docilmente. Il cane, nell’ombra della stanza, alza la testa perplesso.
Ma l’indomani non so a che cosa stavo pensando davvero. Forse stavo sognando. Succede così che la parola, a volte, deve prendere altre strade, deve germinare altrimenti.

– 10 novembre, ora imprecisata dell’alba

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte

mi dice notturna la mia stessa voce. Si sente, in sottofondo, il buio. Null’altro. Non so se stanotte c’era qualcosa di magistrale in queste parole. Le ho registrate, ricordo, dopo un soprassalto nel dormiveglia, nella verticalità del condominio. Non le ho sognate, sono sicuro, era semmai un questionare tra sé e sé della mente inquieta.

– 10 novembre, mattina

Scrivere è come passeggiare con il cane, a cui somigli, non sai mai esattamente la meta.
Si entra in un giardino dei sentieri che si biforcano, annusando l’aria. La scelta della direzione è un gioco di brezze, nell’aria umida.
Le cose hanno odori, e nomi. I pensieri hanno parole, anche nomi. Si apprende il mondo per analogie, catene sintattiche, estesìe.
Il mondo ha una sua elementarità. Il cane sa dove e perché. Io per il momento no. Ma le cose, come ho detto, hanno nomi. E i nomi si sa, da Dante mi pare, sono consequentia rerum.

– 10 novembre, più tardi

Mi sono ricordato (ma ricordare non è scrivere) a che cosa stavo pensando ieri sera. A un mobile che cigola, a un vecchio tavolo non proprio saldo sulle gambe.
Tenone e mortasa, coda di rondine, mezzo legno. Incastri, insomma. Tenere insieme i pezzi, fare in modo che si reggano da sé.
Da quelli, gli incastri, consegue un equilibrio delle parti, o un disequilibrio. Incastri inesatti fanno cose storte. Come sa qualsiasi falegname.
Il limite è la misura, punti di riferimento nell’oscurità indefessa dell’essere. Il limite è la cognizione del dolore, oltre il quale. Il procedere verso la luce. Rendersi conto, nella scrittura:

gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –

rendersi conto che c’è un luogo non casuale, dove stare. Dove essere amati, o no. Non altro luogo, no, nessun altro invero.
Dall’alba non è tempo perso. Rimuginando si accetta una condizione. La si scrive.
Si cerca di stare all’interno di una zona confortevole, dove i segni sono lì da sempre come mamme per dire quello e non altro, dire fai così, si va sul sicuro, come dietro al cane in prati consueti. Saranno – poi – margherite di certo.

– 10 novembre, ancora

Ma: se invece si uscisse dal recinto, biforcando (nell’ora ancora giovane c’è un tempo per altro, una congiunzione terrestre, il cielo se serve è sopra, andiamo ancora per un po’) e scrivendo a mente, un foglio tutto nuovo, magari per dirsi, e allora

diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.

È questo essere un uomo che scrive, in questa mattinata? Una sorta di comunione, mettersi in mezzo, contare i passi come sillabe scelte, stare attento al terreno, aver cura di riporre ognuno di quei passi sillaba in un recesso, per dopo, per dopo, che certo a qualcosa servirà.
O a nulla, che è un po’ così la poesia, sotto il cielo che imbianca. Mettersi in mezzo.

Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici

– 10 novembre, nell’ora ancora giovane

Il cane scava. Io in qualche modo scavo, tento. Penso che ogni parola scelta è una cancellazione di altre, quindi una decimazione.
Ecco un altro problema: senza il foglio di carta la cancellazione non è un tratto sopra, è una sparizione senza ripensamenti, un oblio invariante, un buco bianco sullo schermo.
Una culla vuota. Il sentiero che non si biforca.
Ciò che è stato cancellato rientra in un limbo cortese, ci guarda speranzoso da una distanza non incolmabile, forse ci tiene d’occhio.

– 10 novembre, poco più tardi

La strada, il sentiero tra canne, l’erba alta sull’argine penso che sono il caso come il dove, il verso dove, il cane non ha percezione di recinti, il vento risale il fiume, cambia idea come vuole, agita un albero.
Io invece cerco di sentire la terra che gira. Cerco il limite e il luogo. Il mio stare. Come un dovere.
Cerco di tornare a casa

– e non ha senno una direzione, un angolo,

– 10 novembre (o giorni seguenti?), casa

Casa. Scrivere è, poi, qualcosa di definitivo. Cioè, mettersi lì, radicarsi, guardare fuori dalla finestra, raccogliere i pezzi su di un tavolo. È quello che provo a fare, non lasciare le cose in sospeso.
Le parole, quelle sopravvissute, tendono a disporsi, cercano alla fine di darsi un’aria di verità.
Vediamo.

perché – per gli incastri inesatti
le cose storte
gli spazi angusti tra muri,
luoghi dove adattarsi storti inesatti angusti –
diventare forme, tronchi, isole dove serve,
perimetri dove serve, astucci vuoti se importa,
mani aperte indifese crepe in quei muri.
Ad ogni necessità,
aderire, come un materiale assennato,
come corridoi asettici
– e non ha senno una direzione, un angolo,
un’uscita di sicurezza
seguire le indicazioni, i colori delle linee – semmai
il segnale del vento,
in pieno mutismo,
intendersi,
o la vita di tutti i giorni
una finestra
un albero che devoto ti ci affacci.

Che cosa è diventata una voce notturna. Non so davvero come, né scaturita da, buona, cattiva. So che avrebbe potuto essere diversa, questo sì. Ma così è scrivere, qualche volta. Tutta una questione di sentieri che si biforcano.