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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Col titolo “Una vita in scrittura” Limina mundi avvia un’iniziativa partecipativa che, come dice lo stesso titolo, vuole mettere in luce quanta dedizione richiede la scrittura e quanto lega a sé diventando fulcro di un’esistenza, compagna di vita

L’iniziativa è rivolta ad autori che scrivono da tempo, che hanno quindi un’ampia esperienza in scrittura, una carriera letteraria alle spalle, possono testimoniare l’atto di fedeltà alla parola. E’ quindi  un invito, ma nel contempo un omaggio.

L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto”, il suo saper fare anche oltre l’atto della scrittura in qualunque ambito sente appartenergli: professionale, creativo, artigianale, degli affetti… senza limiti, in linea con lo spirito del sito.

Libertà anche nella forma: un racconto autobiografico romanzato, un “automatismo ritratto”, cioè un proprio ritratto in scrittura automatica, un flash su un episodio o persona importanti o significativi del proprio percorso,  un’intervista nella quale le domande sono formulate e le risposte sono date sempre dallo stesso autore, persino una singola poesia o raccolta di poesie che l’autore riconosce come “autobiografiche” sono modi possibili con cui cor-rispondere oppure rispondendo semplicemente alla domanda: Ci racconti la tua vita in scrittura?

L’invito è stato rivolto Letizia Di Martino che l’ha interpretato come segue

Grazie infinite, Letizia.

Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no

Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Fogli a quadretti, grandi. Un bloc notes antico, le mie parole. Sono un’altra. Il flusso, i versi che diventano facili. Una stagione di scrittura. Un libro. Lo faccio leggere, non so cosa mi sia accaduto. Stiamo insieme, io e mio marito, lungo una strada di campagna in una domenica mattina. Il mio libro accettato, le promesse. Si apre qualcosa. Margherite di campo, cani che abbaiano, il silenzio della campagna, la città vicina con le sue case grigie, la pietra opaca, il cielo basso sui tetti scuri. Torniamo senza parlarci. Cosa, cosa sta succedendomi? L’anno 2000 e la sofferenza tutta. Questo io conosco. Ho lunghi capelli biondi. Non li tingerò più, il bianco si insinua piano piano. Io sono questa, mi dico. Ormai il tempo dovrà vedersi nel mio corpo. Che parla quanto il mio libro troppo addolorato. Sarà il primo. Poi verrà tanto altro e sarò. Sarò.

La poesia mi abitò a lungo. Nei giorni difficili e in quelli felici. Nelle mattine piene, in mezzo ai miei genitori vivi e poi malati, con i figli vicini e presenti, con gli amici che mi seguirono, con le sere chiuse e spente, con le ore agitate. Con la bellezza e l’età che mi cambiava. È stata una scoperta, una svolta, una sorpresa, una necessità, una costanza, uno stupore. E poi l’ultimo libro a chiudere un ventennio: Stanze con case. Credevo potessi ricominciare a scriverla. Mi sono sbagliata. Ora sono questa. E anche quella. Non so

Ho avuto un ventennio inusuale, stando come sollevata da terra, trovando conforto, conoscendo poeti che mi hanno formata e portata là dove non avrei immaginato. Posso adesso ben dire che esiste un prima e un dopo la poesia. Ma forse in quel prima, quando cioè essa ancora sembrava non esserci, io l’ho sempre scritta senza accorgermene. Ecco, questo io voglio pensare adesso: che ho sempre scritto.
Il dono è stato l’aver scoperto che potevo scrivere e che di ciò potevo esistere

La poesia risale appunto ad un periodo fatto ancora di brevi uscite mie, una parvenza di vita semi normale, il ritrovarmi con la folla in un centro commerciale, nella sua solitudine. Però avevo il sentire della mia vita che finiva piano piano, la necessità del tornare in casa per il dolore fisico incombente e qui trovare come una “perdizione”. La constatazione che il fuori inconcludente e vacuo aveva nella sicurezza delle stanze lo stesso senso di fine. Attimi di sgomento e di rassegnazione che ho dovuto alimentare poi sempre per sopravvivere. Negli ultimi verso parlo di una voce però, come ultima salvezza. E ad oggi posso dire che di queste voci ne ho ascoltate tante ma che le ho tutte perdute. Anche se esse vogliono resistere nel tempo. È stato, il tutto, molto crudele

Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze

Il vivere proustiano nella stanza, il letto che attira e che comanda. Non uso più una biro, la matita solo per la lista della spesa, e poi mi resta ancora la capacità di pigiare sulla tastiera dell’iPad. Mai più ad un pc mai ad un tavolo mai su un foglio o quaderno. Ma mi resta lo scrivere. È inevitabile pensare a ciò che si è stati, al “fummo” siciliano. Ma anche questo vivere può essere bello, non fosse che ho una paura immensa di invecchiare. E invecchiare con questa malattia che di anno in anno sottrae qualcosa, a volte anche di mese in mese. E allora la vecchiaia diventa spettro ed è inutile farsi coraggio, perché so già cosa avverrà. Vorrei essere una attrice cui si fa una intervista, che dice di non temere niente, non certo di invecchiare, e intanto gli specchi nelle stanze sono coperti da lenzuola. Invecchiare scrivendo in eterno. Ho amato certi scrittori con la forza della gioventù, come è successo a tanti, nei giorni in cui leggevo attorcigliando le mie gambe su una poltrona bassa di velluto gialla come il whisky. E fuori era sempre un primo pomeriggio… e lo fu a lungo

Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa.
Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa. E niente ricorreggo. Vale sempre la prima stesura. L’istinto che vince su tutto. La verità che emerge, il passato che mai può finire.
Ho scritto in prosa della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre, il padre infelice. I loro profumi, i loro corpi. Il cibo e i vestiti. Tre città desiderate. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile. C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Io ho un cuore purtroppo non pacificato, perché la malattia cronica mi impone domande e mai risposte. Cerco di vivere non alla giornata, e dispongo desideri di scrittura dentro, in quel dentro che mi aiuta e mi segue. Paga di almeno questo. Ho il cuore di chi è finalmente certo di avere un dono vero. E qui ritorno allo stupore di cui ho detto all’inizio. Sono io, e io ho questo cuore. Per me e per gli altri che vogliono leggermi. Sì, il cuore. Che vince su tutto, finché potrò aprirlo con generosità di scrittura, con una mano che potrà ancora digitare, nel dolore. Perché ho anche il cuore del dolore. Quello che mi fa dire. Che mi unisce a tanti. E che unisce i tanti a me. Lo scambio del cuore. E la memoria che resiste e si fa grande

Letizia Dimartino