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Il racconto breve L’uomo dalla faccia gialla è tratto dalla raccolta di nove racconti Horowitz Horror di Anthony Horowitz, pubblicata nel 1999 dalla Hachette Children’s Group in Inghilterra e riproposta in Italia nel 2001 dalla Mondadori. Il racconto procede lentamente ed è esposto in prima persona dal protagonista, un adolescente che entra nella cabina fotografica di una stazione ferroviaria per fissare la sua immagine in un selfie, diremmo oggi. Pian piano alcune premonizioni inquietanti provate dal ragazzo anticipano gli avvenimenti funesti che seguiranno…

Voglio raccontarvi com’è andata. Ma non è facile. È successo parecchio tempo fa e, anche se ci ripenso spesso, ci sono ancora cose che non riesco a capire. Forse non le capirò mai. Perché entrai nella cabina? Parlo di una di quelle cabine per le foto istantanee. Si trovava sul marciapiede del primo binario nella stazione di York: quattro foto per 2 sterline e 50. Probabilmente è ancora lì, se volete andare a controllare. Io non ci sono mai tornato, perciò non posso esserne certo. Comunque ero lì insieme ai miei zii, in attesa del treno per Londra. Eravamo arrivati con venti minuti d’anticipo e io avevo in tasca più o meno tre sterline, tutto quanto restava dei miei risparmi. Sarei potuto tornare al chiosco dei giornali e comprarmi un albo di fumetti, un’altra tavoletta di cioccolata, un puzzle. Sapete com’è, quando siete alla fine d’una vacanza e mamma vi ha dato una certa quantità di soldi da spendere. Dovete spenderli tutti, ecco. È quasi una sfida. Non importa per che cosa. Dovete tornare a casa al verde. Perché le foto? All’epoca avevo tredici anni ed ero, credo, quello che si dice «un bel ragazzo». Comunque, le ragazze la pensavano così. Capelli chiari, occhi azzurri, né grasso né magro. E ci tenevo, al mio aspetto: i jeans giusti, le scarpe giuste, cose così. Non che ci morissi dietro, sia chiaro. Voglio dire, non feci le foto per appenderle in camera o per mostrare a tutti che ero un gran fusto. Le feci e basta. Non so perché. Era la fine di un lungo fine settimana a York. E io mi trovavo con i miei zii perché a casa, a Londra, mamma e papà stavano divorziando con silenziosa efficienza. C’era qualcosa di strano, in quella cabina? Adesso sembra scontato dire così, ma confesso che già allora mi ero sentito un po’… a disagio. York à una città insieme medievale e ottocentesca: fantasmi a volontà per tutti i gusti. La cabina, però, era moderna. Una scatola di metallo con una luce vivida che brillava oltre le pareti di plastica. Sembrava fuori posto, là… come se fosse venuta dallo spazio. Ed era anche in un posto strano, lontano dall’ingresso e dalla panchina dov’erano seduti i miei zii. Probabilmente non molti viaggiatori si spingevano fin laggiù. Mentre mi avvicinavo, mi trovai di colpo solo. E-ma forse me lo immaginai- ebbi l’impressione che si levasse il vento, come spinto verso di me da un treno in arrivo. Lo sentii, freddo, sul mio viso. Però non c’erano treni. Per un momento esitai, chiedendomi che tipo di foto fare. Una per il frontespizio del libro di esercizi. Una per papà: d’ora in poi avrebbe visto più quella che me. Una foto con una smorfia buffa da attaccare al frigo… Scostai la tenda di plastica ed entrai nella cabina. C’era uno sgabello rotondo da regolare all’altezza desiderata e una scelta di fondali: uno bianco, uno nero, uno azzurro. Chiunque avesse inventato quegli aggeggi doveva avere una fantasia sfrenata. Mi sedetti e fissai il mio riflesso nel quadrato di vetro nero che avevo davanti. L’obiettivo si trovava là dentro, ma io potevo distinguere a stento la mia faccia: un contorno vago, un ciuffo di capelli su un occhio, le spalle, il colletto sbottonato. Un riflesso confuso e, come la voce all’altoparlante, lontano. Sembrava più il mio fantasma. Infilai le monete nella fessura. Per un momento non successe niente, e pensai che la cabina fosse rotta. Ma poi da qualche parte dietro il vetro, nelle viscere della macchina, si accese una lucina rossa. Un occhio diabolico. Ammiccante. La luce si spense e guizzò un lampo, seguito da uno schiocco sommesso che sembrò perforarmi la testa. La prima foto mi aveva colto alla sprovvista. A bocca aperta come un idiota. Prima che la macchina lampeggiasse di nuovo, regolai lo sgabello e feci la smorfia più stupida che mi riuscisse d’immaginare. L’occhio rosso ammiccò, guizzò un altro lampo. Quella era per il frigorifero. Per la terza foto preparai il fondale nero e mi tirai indietro sorridendo. Quella era per mio padre, e volevo che venisse bene. La quarta fu un disastro totale. Stavo scostando il fondale, regolando lo sgabello e chiedendomi come piazzarmi, quando guizzò il solito lampo e mi resi conto di avere appena ottenuto una foto della mia faccia che, infastidita e sorpresa, si voltava al di sopra della spalla sinistra. Finito. Uscii dalla cabina e rimasi lì ad aspettare che le foto si sviluppassero Tre minuti, diceva il cartello. Non c’era nessuno, nelle vicinanze, e ancora una volta mi chiesi come mai la cabina si trovasse tanto lontano dall’atrio della stazione. Finalmente sentii un ronzio, e una striscia di carta scivolò da una fessura e dietro una grata di metallo. Le mie foto. Aspettai che un soffio d’aria calda le asciugasse, e le tirai fuori. Quattro foto. La prima. Io, con l’aria stupida. La seconda. Io, fuori fuoco. La quarta. Io, di spalle. Ma la terza foto, a metà della striscia… quello non ero io. Era un uomo, uno degli uomini più brutti che avessi mai visto. Solo a guardare la foto, un brivido mi risalì lungo il braccio e fino alla nuca. L’uomo aveva la faccia gialla. E la sua pelle aveva qualcosa che non andava, perché sembrava ricadergli intorno al collo e al mento come un sacchetto di carta raggrinzita. Gli occhi azzurri erano infossati, nascosti dall’ombra scura delle orbite. I capelli grigi e dritti ricadevano flosci sulla fronte, grinzosa come se qualcuno ci avesse disegnato una mappa e poi l’avesse cancellata, lasciandoci sopra solo deboli tracce. L’uomo sembrava appoggiarsi al fondale nero e, forse sorrideva. Di sicuro aveva le labbra tirate in una specie di sorriso, ma senza traccia di allegria. E mi fissava, dal palmo della mia mano. Per un momento provai l’impulso di accartocciare la foto. Mi era quasi insopportabile guardare quella faccia. Tentai di concentrarmi sulle tre nelle quali comparivo io, ma ogni volta i miei occhi erano attratti in alto o in basso e verso di lui. Chiusi le dita sopra la sua faccia, tentando di cancellarla. Inutile. Lo vedevo comunque, anche senza guardarlo. Lo sentivo che mi fissava. Ma chi era, e com’era finita quella foto fra le mie? Mi allontanai dalla cabina, lieto di tornare in mezzo alla gente, di lasciare il marciapiede deserto. Ovviamente la macchina era rotta. Aveva mescolato le mie foto con quelle di chiunque l’avesse usata prima di me. O così tentai di dire a me stesso. Zio Peter sembrò sollevato quando mi vide arrivare.

– Su, vediamo queste foto – cinguettò zia Anne. Era una donna graziosa e inquieta, sempre entusiasta per qualunque cosa. – Come sono venute?

– La macchina era rotta – spiegai.

– Probabilmente si è rotta vedendo la tua faccia -.  Zio Peter esplose in una risata roca. – Fa’ vedere…

Tesi loro la striscia di carta. La presero.

– E questo chi è? zia Anne si sforzò di parlare in tono allegro, ma era ovvio che l’uomo dalla faccia gialla l’aveva turbata. La cosa non mi sorprese Aveva turbato anche me.

– Non c’era – dissi. Cioè non l’ho visto. C’ero solo io, nella cabina, ma quando le foto sono state sviluppate è comparso lui.

– La macchina era rotta, è chiaro – affermò zio Peter. – E lui dev’esserci entrato subito prima di te.- Esattamente quello che avevo pensato io. Però adesso non ne ero più così sicuro. Perché mi era venuto in mente che, se la macchina fosse stata davvero rotta e si fosse messa a distribuire a tutti le foto di qualcun altro, allora l’uomo dalla faccia gialla sarebbe comparso all’inizio della striscia: una foto sua, seguita dalle mie tre. E chiunque fosse entrato dopo di me avrebbe avuto una foto mia seguita da tre sue. E così via. E un’altra cosa…. L’uomo era seduto nella mia stessa identica posizione. Anch’io avevo usato il fondale nero. Anch’io avevo sorriso. E anch’io, come lui, mi ero tirato indietro. Era come se quell’uomo si fosse intrufolato nella cabina a mia insaputa e mi avesse consapevolmente imitato.

– Ho l’impressione di conoscerlo – dissi. – Non so spiegarlo. Sono sicuro d’averlo già visto da qualche parte.

– Dove? – chiese zia Anne.

– Non lo so.

-In sogno? – suggerì zio Peter. – Di sicuro ha una faccia da incubo.

Controvoglia, guardai di nuovo la foto. Quella faccia aveva un che di familiare. Eppure sapevo che, nonostante quanto avevo appena detto, non l’avevo mai vista prima.

– In arrivo sul primo binario…

Ancora adesso mi chiedo perché mi lasciai convincere a salire sul treno. Mi ritrovai sopra prima ancora di rendermene conto. I nostri posti erano in uno dei vagoni di testa, e anche questo ebbe la sua importanza. Mentre zio Peter sistemava i bagagli e zia Anne estraeva riviste, bibite e panini dalla borsa, io mi sedetti accanto al finestrino, infelice e spaventato senza sapere perché. L’uomo dalla faccia gialla. Chi era? Forse uno psicopatico fuggito da un manicomio, che ora si aggirava per Londra con un coltellaccio in tasca. O un terrorista, uno di quei bombaroli suicidi dei quali si legge sui giornali. O un serial killer specializzato in ragazzini. O un mostro… Convinto com’ero di vederlo da un momento all’altro, quasi non mi accorsi che il treno era partito e stava uscendo dalla stazione. Avevo ancora in mano le foto, e continuavo a scrutare i passeggeri intorno a me, alla ricerca di quella faccia gialla.

– Che cos’hai, Simon? – mi chiese zio Peter. – Si direbbe che hai visto un fantasma. Non risposi. Mi aspettavo di vederne uno.

– E per via di quella foto? – domandò zia Anne. – Insomma, Simon, non capisco perché ti abbia sconvolto tanto. Passò il bigliettaio. Aveva una faccia nera e sorridente. Era tutto normale. Eravamo sul treno per Londra e io mi ero agitato niente. Presi le foto e le piegai in modo da nascondere quella dell’uomo. Una volta tornato a Londra, l’avrei tagliata. Una volta tornato a Londra. Ma non tornai a Londra. Non per molto, molto tempo. Neanche mi resi conto che qualcosa non andava finché non fu tutto finito. Il treno viaggiava veloce, sfrecciando fra campi verdi e boschetti, quando avvertii un sussulto… come se braccia invisibili mi avessero afferrato e tirato fuori dal sedile. Dapprima fu tutto lì, una specie di singhiozzo meccanico. Poi ebbi la strana sensazione che il treno volasse. Che si fosse staccato da terra come un aereo giunto alla fine della pista. Rivedo mio zio che si volta, una domanda sulle labbra. E mia zia che, forse intuendo cos’era successo, apre la bocca per urlare. Rivedo gli altri passeggeri, istantanee dentro la mia testa. E poi lo schianto dell’impatto, il mondo che si capovolge, finestrini che si spaccano, cappotti e valigie che ruzzolano qua e là, fogli di carta che mi frustano il viso, migliaia di minuscoli frammenti di vetro, l’urlo assordante del metallo squarciato, e le scintille e il fumo e le fiamme, e l’aria gelida e la vibrazione come sulle più spaventose montagne russe, ma stavolta il terrore non sarebbe finito, stavolta era tutto vero. Silenzio. Dicono che subito dopo un incidente cala il silenzio, ed è vero. Ero sulla schiena, schiacciato da non so cosa. Ci vedevo soltanto da un occhio. Qualcosa mi gocciolava sulla faccia. Sangue. Poi cominciarono le urla. Venne fuori che alcuni ragazzi – criminali – avevano mollato un masso di cemento sui binari fuori Grantham. Il treno ci finì contro e deragliò. Nove persone morirono nell’incidente e altre ventinove furono gravemente ferite. Io fui uno dei casi peggiori. Non ricordo altro, dell’accaduto, ed è un bene, perché il mio scompartimento prese fuoco e io rimasi gravemente ustionato prima che mio zio riuscisse a tirarmi fuori. Lui uscì dall’incidente praticamente incolume, a parte qualche ammaccatura. Zia Anne si ruppe un braccio. Passai lunghe settimane all’ospedale e non ricordo molto neanche di quel periodo. Tutto compreso, passarono sei mesi prima che migliorassi, ma nel mio caso «migliorare» non significò tornare quello di prima.

Tutto questo è successo trent’anni fa. E ora?

Suppongo di non potermi lamentare. In fin dei conti sono ancora qui e, nonostante tutto, mi godo la vita. Sono cambiato, però. Hanno fatto il possibile, con la chirurgia plastica, ma avevo riportato ustioni di terzo grado su quasi tutto il corpo, e il “possibile” non è stato sufficiente. I capelli mi sono ricresciuti, ma grigi e flosci. Ho gli occhi infossati. E la mia pelle… Sto qui seduto e mi guardo allo specchio.

E l’uomo dalla faccia gialla ricambia il mio sguardo.

Anthony Horowitz, Horror, Mondadori, 2001, trad. di Angela Ragusa