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Era il 27 Gennaio 1894 quando Luigi Pirandello, nella chiesa della Madonna d’Itria a Girgenti, convolò a nozze con Maria Antonietta Portulano. Lo scrittore si trovava a Roma e aveva venticinque anni quando gli giunse per lettera la proposta del padre Stefano, proprietario di una miniera di zolfo, di convolare a nozze con la figlia del suo socio d’affari Calogero Portulano. Pirandello accettò la proposta di buon grado anche perché rimase subito affascinato dalla bellezza sensuale e malinconica della donna, cresciuta con le suore di San Vincenzo.  Calogero, che aveva fatto inconsapevolmente morire di parto la moglie impedendo al medico di visitarla per gelosia, cominciò a provare avversione per il futuro genero tanto da tentare di mandare a monte il matrimonio che aveva pazientemente preparato. Durante il fidanzamento lo zio materno Vincenzo aveva messo in guardia Luigi. Antonietta era figlia di “due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori”. Nonostante i due giovani si fossero incontrati solo poche volte prima del matrimonio, si innamorarono. Dopo una settimana dalle nozze i neosposi si trasferirono a Roma, e nonostante le difficoltà iniziali di Antonietta nell’adeguarsi alla vita cittadina, tutto procedeva serenamente. Nell’arco di pochi anni nacquero i tre figli, Stefano, Rosalia Caterina detta Lietta e Fausto. La famiglia visse felice fino al 1903, grazie anche ai proventi che la miniera di zolfo garantiva e che i rispettivi padri inviavano ai giovani sposi. Un giorno lo scrittore rientrando a casa, trovò la moglie in evidente stato confusionale per via di una paralisi alle gambe. La donna aveva appena appreso da una lettera del suocero, che la miniera di zolfo di Aragona, comprata dal padre dello scrittore qualche tempo prima investendo l’intero patrimonio e perfino la dote di Antonietta, si era allagata.

“Era la fine e don Stefano scrisse tutto al figlio. Senonché la lettera, essendo Luigi a scuola [Pirandello in quel periodo lavorava come insegnante di Lettere presso un istituto femminile], venne consegnata ad Antonietta la quale, come abitualmente faceva, riconosciuta la grafia del suocero, l’aprì e la lesse. Qualche ora appresso Luigi, tornando a casa, trovò Antonietta semiparalizzata sopra a una poltrona, gli occhi persi, distrutta. È l’inizio dichiarato di quella malattia mentale che avrà, nei primi anni, alti e bassi, ma che peggiorerà col passare del tempo”.

[Andrea Camilleri, “Biografia del figlio cambiato” Ed. Rizzoli]

Lo scrittore non si perse d’animo ma potenziò gli impegni lavorativi, dava lezioni private di italiano a stranieri, chiedeva compensi per le novelle che scriveva in quel periodo, ottenne l’incarico di supplente al Magistero e intanto scriveva i saggi “Arti e scienze” e “L’umorismo”. Nei mesi successivi Antonietta si riprese dallo choc ma cominciò a manifestare segni di gelosia ossessiva nei confronti del coniuge. Lo accusava di tradimenti e scappatelle inesistenti fino a quando la situazione divenne insostenibile. Le scenate di gelosia si fecero sempre più frequenti e violente. La donna era gelosa di chiunque intrattenesse un dialogo con il marito, delle allieve e delle attrici che incontrava a causa del suo lavoro da drammaturgo. Lo scrittore doveva spesso prendere una stanza in affitto e allontanarsi di casa o accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli. Risale a questo periodo la stesura de “Il fu Mattia Pascal” il romanzo che lo rese celebre presso il grande pubblico. La famiglia, le difficoltà economiche, le avversità e la follia diventarono i temi ricorrenti nella sua opera mentre la corrispondenza tra la letteratura e la vita si faceva sempre più stretta. Come i suoi personaggi si sentiva stretto in una morsa eppure continuò a restare a fianco della moglie, fino a quando comprese che avrebbe dovuto allontanare la donna per preservare il benessere dei figli. Con nessuno esternava il suo dolore e le sue difficoltà, sfogandosi solo con la sorella Lina: “A quarant’anni, mezzo calvo, con la barba quasi tutta bianca, perduti gli averi; distrutta la casa; lontano dai figli. La mia sorte è veramente tragica, Lina mia, e per me non c’è scampo. Sono stato colpito nei più sacri affetti, e la vita ha perduto ogni pregio; agli occhi miei quella donna disgraziatissima non può guarire: ho potuto sentire e misurare l’orrido abisso di quell’anima. Non guarirà, non può guarire”.

La pazzia di Antonietta si acutizza dopo la morte di Calogero Portulano nel 1909, la donna, forte dell’eredità paterna, può permettersi l’ andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando il primogenito Stefano fu chiamato alle armi, accusò lo scrittore di averlo fatto partire. Il disagio psichico intanto si riversava anche su Lietta da cui si sentiva perseguitata d’intesa col marito. Pirandello insieme ai figli, si resero conto di non poter gestire lo squilibrio mentale della donna e così, nel gennaio del 1919, presero la dolorosa decisione di internare Antonietta in una clinica psichiatrica di Roma, “Villa Giuseppina” sulla via Nomentana. “La pazzia di mia moglie sono io”, così scriveva Pirandello all’amico giornalista Ugo Ojetti in una lettera del 1914, dopo la lettura del referto specialistico del dottor Ferruccio Montesano che dichiarava la Portulano affetta da “una forma irrimediabile di paranoja” che la rendeva “pericolosa per sé e per gli altri”.

Ho una moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io, il che ti dimostra senz’altro che è una pazzia vera. Io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato da tutto il consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja, del resto ereditaria nella sua famiglia. “

Pirandello si dedicò completamente alla stesura di novelle, romanzi e opere drammaturgiche viaggiando per l’Italia e per l’Europa, fortunatamente non perse mai la vena artistica. La Portulano restò in clinica fino al 1959, anno della sua morte, senza mai voler più rivedere suo marito, nonostante non accettasse mai la separazione legale e continuasse a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello.

©Deborah Mega