Tag

, ,

ISABELLE BRYER

Aveva piovuto a lungo e intensamente ieri e il giorno prima, finalmente oggi il sole. Sandra era potuta uscire e ora seduta sulla panchina di legno guardava i bambini giocare nel parco. Si chiamavano tra loro e i richiami echeggiavano tra gli olmi, i pioppi e le magnolie secolari, le loro fresche risate mettevano allegria. Era un pomeriggio di primavera, nell’aria profumi, tutt’intorno la natura grata della pioggia, s’affrettava verso il tempo del maggior rigoglio. Lungo la siepe di pittosporo, in piena fioritura, una festa d’api ebbre e indaffarate. Il loro ronzio monotono e continuo produceva un effetto soporoso su Sandra, che assorta nei pensieri spostava lo sguardo tra il verde del luogo e i bambini intenti al gioco, a tratti spaziando nell’azzurro e nel soffice incanto delle nuvole.

Le tornarono in mente ricordi di giochi d’infanzia nella pineta con le amiche Donata, Giovanna e la sorella Antonella.  Erano un bel gruppetto formatosi spontaneamente mentre le mamme poco distanti chiacchieravano. La pineta era vicino alla scuola, che le mamme si attardassero a parlare, era diventata una consuetudine. Le bimbe intanto giocavano a palla, se la lanciavano l’un l’altra e dovevano rilanciarla spingendola verso l’alto con le punte dei polpastrelli, in una pallavolo improvvisata. Talvolta un baker ben assestato era la salvezza della palla che continuava a restare in aria senza cadere. Il gioco del guppetto d’amiche era tutto lì. Tenere sospesa la palla e lanciarsela l’un l’altra. A Sandra piaceva giocare ad essere le salvatrici della palla volante. Non farla mai cadere era la sfida comune e divertente. Più stava in volo la palla più era sicuro il successo, più loro erano in gamba, e ridevano dei salvataggi in extremis. Sua sorella Antonella poi era davvero brava, capace di tuffarsi al volo e cadere a terra dopo aver rilanciato la sfera senza farsi male. Un vero talento.  Avrebbe dovuto far parte di qualche squadra di pallavolo.  

Giovanna però si stancava presto dei giochi di squadra dove nessuno decideva, nessuno comandava e tutte si divertivano, proponeva ad esempio di giocare alla scuola e lei voleva fare la maestra. Le compagne facevano le scolare. Un muretto a secco di pietre bianche diventò il banco dove le bimbe potevano sedersi, un altro muretto disposto rispetto all’altro ad angolo retto circoscriveva l’aula immaginaria. Giovanna con un libro sotto il braccio che faceva da registro si muoveva verso quest’area dove sostavano sedute le compagne. Tutta impettita si andò a sedere su un masso difronte a loro e aprì il registro. Oggi interrogo in matematica. “Vediamo chi ha studiato le tabelline. Avanti Restelli. Sette per sette quanto fa?” E Donata rispondeva “Quarantasette signora Maestra” “Molto male Restelli, tu non hai studiato! Sentiamo Antonella Ricucci. Dimmi Antonella, sette per otto quanto fa?” e lei “Cinquantasei, signora Maestra.” “Benissimo, Ricucci. Tu meriti un bel voto, ma solo se mi ripeti l’intera tabellina dell’otto”. Sandra la guardava ammaestrare le altre, sapeva che Donata aveva sbagliato di proposito, altrimenti il gioco non avrebbe avuto senso. A scuola c’erano i ragazzi studiosi e altri no, ma Donata era la più brava della classe. Giovanna non era nemmeno la più preparata tra loro quattro, solo quella che aveva più smania di capeggiare. Sandra non la sopportava molto. La trovava sleale, superba, imbrogliona. Avrebbe tollerato molti altri difetti, ma che mentisse le era insopportabile.

Antonella cominciò docile “Un per otto otto, due per otto sedici, tre per otto ventisei,…otto per dieci ottanta”  “Brava Ricucci ti meriti un bel dieci!”. Anche Antonella aveva sbagliato di proposito, ma Giovanna  era tanto capra che nemmeno se n’era accorta, oppure non le importava affatto, tutta presa dal ruolo preminente e desiderosa di mettere il voto come una vera insegnante.

L’ombra dei pini dava sollievo alla calura. I maschi con un pallone di stracci giocavano a calcio in uno spiazzo poco distante.  “Goooall!!” gridò Andreuccio, tutto accaldato, entusiasta del suo punto in barba al portiere. La porta erano due pali piantati al suolo chissà quando, chissà da chi, stagionati all’inverosimile, sbiancati all’osso, tutti scorticati e crepati per l’intera lunghezza dei loro duemetriemezzo in altezza,  ma resistevano lì a formare la distanza dello specchio della porta per la gioia dei ragazzi e le loro partite improvvisate.

Sandra trovava il gioco della scuola sciocco e noioso, nelle mani della maestra Giovanna poi, decisamente patetico. “Dai cambiamo gioco” intervenne, saltando giù dal muretto “Siamo sempre a scuola. Cambiamo.” Allora Antonella, Donata e Sandra diventarono le impiegate dipendenti di Giovanna. Decisero che tre massi fossero le scrivanie. Giovanna la direttrice di banca. Non c’era verso di sottrarsi al gioco della comandante. Che fastidiosa quest’amica e come s’impuntava se non glielo lasciavano fare. Doveva essere nata con i geni bacati.  Se provavano a parlare della famiglia: suo padre era un uomo di importanza stratosferica, la madre di una bellezza straordinaria, un’attrice del cinema, erano ricchi sfondati e la loro era una bellissima casa.

Sandra ripensandoci trovava Giovanna patetica allora non meno di adesso nel ricordo, man mano che tutte le sue affermazioni si rivelavano per falsità: il padre portalettere, la madre dimessa, la casa modesta e la ricchezza un sogno affidato alla schedina. Appariva commovente l’ingenuità delle altre due che le credevano e perciò la sopportavano con la pazienza compiacente degli esseri miti.

Per un attimo Sandra tornò al presente. Il vento in un refolo le portò il profumo del caprifoglio. Le fronde stormivano e sembravano sussurrare la canzone dell’addio. È l’ora dell’addio, fratelli, è l’ora di partir, il motivo malinconico del Valzer delle candele con cui si salutano gli amici. Giovanna infatti le lasciò presto, al seguito di suo padre trasferito, ma senza che aleggiasse alcuna nostalgia. Semplicemente non la videro più, né se ne seppe più niente di niente. Sandra, Antonella e Donata restarono tra loro amiche e nessuna delle tre sentì il bisogno di cercare Giovanna. Non sentirono la mancanza dei suoi capelli corti, lisci, castani col ciuffo a schiaffo, delle sue labbra sottili spesso strette in un una linea rigida e volitiva, dei modi capricciosi e dispettosi, degli occhi piccoli e porcini, del passo rigido. L’insieme dei ricordi ne faceva un’amica tutt’altro che piacevole.

Non aveva tuttavia mancato di incontrare suoi cloni nella vita, pensò Sandra, con un brivido mentre il sole curvava al tramonto e le ombre si allungavano tra gli alberi del parco. Esseri altrettanto falsi e insopportabili. L’unico vantaggio per Sandra era stato che, avendo imparato a riconoscerli sin da bambina per l’esperienza con Giovanna, si era guardata bene dal frequentarli, anzi si adoperava a starne il più possibile lontana, sfuggendoli come appestati. Ne concluse, alzandosi dalla panchina e incamminandosi verso casa, che di una cosa doveva essere grata a Giovanna, tant’è che ancora la ricordava, di averla vaccinata contro la peste della sete di potere.