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LIMINA MUNDI

~ Per l'alto mare aperto

LIMINA MUNDI

Archivi autore: Deborah Mega

Versi trasversali: Mirko Boncaldo

30 lunedì Ott 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Mirko Boncaldo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MIRKO BONCALDO

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Pas de deux 1: Luciana Riommi e Giovanni Baldaccini

16 lunedì Ott 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA

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Giovanni Baldaccini, Luciana Riommi, Pas de deux, poesia contemporanea

Salvador Dalì, “I due ballerini”, 1949

Nell’ambito della danza classica, l’espressione Pas de deux (passo a due), indica la sequenza di un balletto o di una coreografia e fa riferimento al numero degli interpreti, uomini o donne, che eseguono insieme un balletto o una coreografia. Si tratta di una danza isolata dal resto del balletto e destinata ai primi ballerini, quelli virtuosisticamente più dotati. Il pas de deux è costituito da una entrée, da un adagio eseguito insieme, da una variazione solista maschile o femminile e da una coda in cui i due ballerini si ricongiungono per la sequenza finale del balletto. Con l’invenzione della coreografia (dal greco choreia (“danza”) e graphè (“scrittura”), menzionata nel 1700 da Raoul-Auger Feuillet nel trattato Chorégraphie ou l’Art de décrire la dance par caractères, figures et signes démonstratifs (Coreografia, o l’Arte di descrivere la danza per mezzo di caratteri, figure e segni dimostrativi), per la prima volta la composizione di passi e figure fu trascritta, istituendo l’associazione fra il motivo musicale e le figure danzanti. Allo stesso modo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una duplice rubrica dedicata alla poesia e alla prosa contemporanea e del passato, in cui accogliere su nostro invito ma anche per iniziativa personale, le proposte di una coppia di autori affini o al contrario discordanti per formazione, stile, lessico, ritmo, musicalità in modo da avere un connubio (come nel caso di Pas de deux) o un contrasto andando a incrementare un’altra rubrica gemella intitolata Paso doble. Potrebbe trattarsi di una coppia vera e propria del presente o del passato, di una coppia artistica, di un’autrice con il suo mentore, di amici o amiche che si stimano tanto da proporsi vicendevolmente per offrire in tal modo una doppia voce, un doppio sguardo, una doppia visione e interpretazione, un doppio passo, che coinvolga in una scrittura che diventi essa stessa apertura nei confronti dell’altro e del suo punto di vista, ritmo, danza.

 

Il Pas de deux di oggi è dedicato alla poesia di

LUCIANA RIOMMI e GIOVANNI BALDACCINI

 

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Alessandro Barbato, Inediti

09 lunedì Ott 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Alessandro Barbato

1.

Verremo via e con noi scivoleranno
nella notte delle palpebre
le cose e anche le case, tutte quante
le canzoni che ascoltavi
per dormire, le perline, i prati
e i fiori che teniamo nei cortili.
Verranno via con noi le nostre rose,
con le spine, i pennivendoli,
le giostre e poi il profumo che indossavi
quando aspettavamo Aprile.
Non mancheremo certo a questo mare
o alle sue onde che ci nutrono
la voce, né alla danza di cicale
che nemmeno a sera tace
e ci ricorda amori e fiabe.

La casa delle cose

2.

Valeva una fortuna da bambini
ritrovare tra le sabbie
dell’estate qualche biglia
abbandonata con la foto
cartonata d’un ciclista
sconosciuto, per le gare
assolatissime su piste
morsicate dalla tiepida
risacca che bagnava i nostri gridi
insieme a quelli dei gabbiani.
Sembravano pepite e noi pionieri
alla ricerca di un segreto
sotterrato in mezzo ai piedi,
sulla spiaggia che bonaria
ci osservava e non tradiva mai
le nostre aspettative e i sogni d’oro
che auguravano le madri un tempo
ai figli se dormivano da soli.
Anche ora silenzioso cerco attento
sulla riva dei tuoi sensi un segno
magico o una biglia che hai perduto,
che hai lasciato tra le dune
carezzate dal mio mare, per gare
a perdifiato con i giorni
che ci sfuggono di mano.

Biglie

3.

Necessitano d’ombra, qualche volta,
persino le parole. Troppo Sole
ne scopre capillari e venature
fragili; ostruite da abitudini
cattive, come quella di fumare
o bere sciocche litanie di versi
a stomaco vuotato dal rigurgito
del tempo che ogni tanto porta indietro
immagini e valute fuori corso,
buone solo per qualche collezione
sfogliata, con orgoglio un po’ infantile,
davanti ai rari ospiti che si fingono
davvero interessati e non domandano
mai buio a ristorare idee e pensieri.

Versi dell’ombra (Sonetto di Luglio)

4.

Sussurri in questo coccio di conchiglia
cui somigliano i miei sogni:
eredità di sale ed echi d’onde
di un pianeta che ha alti mari
e occhi più profondi in cui nascondere
i relitti delle nostre tentazioni.
Non riesco mai a distinguere, però,
l’intonazione, il peso, anche l’odore,
se ce l’hanno, dei discorsi
che facciamo mentre aspetto
di svegliarti e ancora perderti
tra i flutti delle cose, delle noie
e dell’amore che raccontano
le vedove, che sperano le spose.
Ti cerco in questo coccio di conchiglia
a cui somigliano i miei giorni,
votati alla battigia e a qualche rudere
di luce al quale appendo la tua voce.

La battigia (in questo coccio di conchiglia)

5.

Ne avremmo di parole
nuove, giovani da usare
per incidere il silenzio
in cui confini ogni mio giorno,
bianco come le pareti d’una casa
da arredare ed abitata
da qualcuno che ogni tanto
ti somiglia. O come bianca
tela aperta a ogni squarcio di colore;
lontana vela viva nell’azzurro
della sera, quando cerco
la tua orma in ogni angolo,
sull’orlo di ogni notte quando arriva.

I giorni bianchi

Nota biografica

Alessandro Barbato (Roma 1975) dopo la laurea in Lettere, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in antropologia sociale presso l’EHESS di Parigi dedicandosi allo studio dei rapporti tra nuove scienze umane e letteratura, in particolare nell’opera di Michel Leiris e Pier Paolo Pasolini. Ha pubblicato su tale tematica diversi saggi, in lingua italiana e francese, e una monografia; è inoltre collaboratore del blog dedicato al Poeta friulano «Le pagine corsare». È stato membro del comitato di redazione della rivista di settore «Civiltà e religioni», oltre che di diversi gruppi di ricerca legati alle cattedre di Storia delle Religioni e di Antropologia delle religioni della Facoltà di Lettere dell’università UNIROMA2.
Ha pubblicato anche liriche su rivista, blog letterari e nel 2019 la silloge “Il fiore dell’attesa”, confluita nel 2020 nella raccolta “Solamente quando è inverno”. Nel 2022 ha visto la luce la sua ultima raccolta di versi, “La mimica dei mondi (qualche poesia fuoritempo)”, edita da Controluna – Edizioni di poesia.
Attualmente insegna materie letterarie presso le Scuole Ebraiche di Roma.

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Versi trasversali: Cristina Eléni Kontoglou

02 lunedì Ott 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Cristina Eléni Kontoglou, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

Cristina Eléni Kontoglou

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Temi nel tempo: Il treno in poesia

25 lunedì Set 2023

Posted by Deborah Mega in Appunti letterari, LETTERATURA

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Emilio Praga, Eugenio Montale, Filippo Tommaso Marinetti, Gioachino Belli, Giorgio Caproni, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli

 

L’invenzione del treno, novità progressista di fine Ottocento, con l’utilizzo del vapore, già impiegato in Inghilterra nei telai meccanici e successivamente dell’energia elettrica, e con l’ampliamento della rete ferroviaria comportarono una rivoluzione culturale senza precedenti, pari a quella di Internet per la fine del Novecento.

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Versi trasversali: Giulio Marchetti

18 lunedì Set 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Giulio Marchetti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIULIO MARCHETTI

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“Baratri tiburtini” di Ilaria Petriglia. Una lettura di Rita Bompadre

11 lunedì Set 2023

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, LETTERATURA, Note critiche e note di lettura

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Baratri tiburtini, Ilaria Petriglia, Rita Bompadre

 

“Cala queste ceneri e cerca tra l’universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo “Baratri tiburtini”(L’Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l’umanità dipinge la propria prospettiva d’identità attraverso l’evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l’invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l’ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l’incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell’abisso, interpreta l’intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. “Baratri tiburtini” varca l’accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l’estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l’inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un’intesa con l’ordine naturale delle cose, con l’equilibrio empatico delle sensazioni, contro un’attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell’inchiostro, oltrepassano l’elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell’io poetico, accostano l’immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell’unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l’arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l’urgenza purificatrice per reagire all’assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l’occasione per ascoltare il sussurro dell’anima, per trattenere l’inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell’amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l’esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l’insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell’energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all’incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell’amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Baratri tiburtini

 

Le parole caddero in silenzio

da una nuvola,

nei baratri tiburtini.

I pensieri desiderati si fecero spazio

in una teca trasparente

agganciati in due punti:

il cuore e la mente.

Proprio lì

tra una lama

e delle parole calandrate dal tempo

trovarono finalmente il loro interstizio.

 

(X) Il valore assoluto

 

Ho bisogno di me.

Di me che sto bene.

Di me che sto bene con me.

Forse allora potrò stare con te.

E amare per davvero l’indecifrabile.

 

Trabocco

 

Insieme siamo l’ago

di quel trabocco

quei bracci protesi sul fiume

e ancorati alla roccia.

 

Autunno

 

Guardar(si)

con lo stesso obiettivo di una foglia

accartocciata

e cercare oltre.

Avvolger(si)

tra le foglie indurite e

braccheggiare altrove

le lamine che mutano la propria sostanza,

dirigersi lì, lontano dall’essenza.

Lì in fondo c’è il dove.

C’è cosa.

C’è casa.

 

Due imperfette equivalenze

 

Stiro i miei panni sbuffati

tutte le sere e li consegno a te

afferro i sogni tra le pieghe sgualcite

mi illudo di essere illesa

e mi do a te

anche se la mia mente

ogni tanto sgattaiola altrove,

sto venendo – via

pronuncio parole vuote e stupide

rimango abbracciata a questi precipizi aerei

li contengo

intanto che il mondo ruzzola

come volontà e rappresentazione

spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;

ritorno all’essenziale: io meno te.

Ho sete

di nuovi spazi ed eccessi

di cattive abitudini:

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Versi trasversali: Giulio Laurenti

04 lunedì Set 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Giulio Laurenti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

GIULIO LAURENTI

 

Quando la passione amorosa
diviene habitat, allora
occorre arredarne gli spazi
secondo le inclinazioni
i gusti e i capricci di ciascuno
con l’attenzione alla danza
che Eros imprime ai corpi
è quest’armonia primordiale
assai animalesca a tenerci uniti
e sarai la mia reggia
io tuo trono.

*

Chi siamo quando
non ci siamo?
Mia madre mi chiede
con voce novantenne
se ho visto un tizio
e pronuncia un nome
io, annuendo, le dico: sì
lo vedo tutte le mattine
allo specchio, e sorrido
perché è di me che lei
mi sta domandando
sono dinanzi a chi
mi ha messo al mondo, ma
non sono nel mondo suo
sto appeso al chiodo
dell’evanescenza, chi è
che non è più, di noi due?

*

Le attese, mi chiedo
cos’è che fanno quando
nessuno le attende
chissà se stanno lì
randagie e in branco
come panchine vuote
sul viale deserto
solitudini di gruppo
sbadigli interrotti
pluralità singole
diverse quanto lo sono
piccone e rastrello
senza mani ad impugnarli
o i bei sogni abortiti
accatastati a desideri
non più desiderati
siamo noi o son loro
ad aver deciso di colpo
o con lentissima inerzia
di non accoppiarsi ancora
il sognante con il sogno
la freccia col bersaglio
la domanda e la risposta
l’interrogativo e l’esclamativo.

*

Sorridere assieme
scoprendo il gomitolo
di colorati ricordi
arrotolati a quattro
mani e piedi, tacendo
d’altri modi d’intrecciarsi
e rievocare le liti sciocche
che della vera passione
son corollario e dannazione
trovando un senso là
dove trionfò il nonsenso
fa sì che in due, si è più
della somma di uno più uno.

*

Un’ombra può
far risaltare ciò
che la luce sa
illuminare lì
dove l’incanto
dell’intangibile
trasparenza
del fragile vetro
si rivela leggera
allo sguardo
e così fa il cuore
quando trapassa
agilmente
solidi ostacoli
e incerti destini.

*

C’è questo Dante Alighieri
che mi sovviene guardando
due antiche sculture in mostra
l’artista che nel mito muore
ucciso dal dio invidioso, Apollo
l’arte che ti costa la pelle
l’arte che è una seconda pelle
l’arte che ti avvolge l’animo
vulva che ti partorisce ad arte
ma il Sommo lo dice meglio:
Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue.

*

Ar cane mio, de botto
je pijano momenti
de solitudine cosmica
lui, sempre così randagio
che convive con me
così come se fa
co’ ’na pantofola
pe’ masticalla forte
e poi dimenticassela
‘nvece me s’appiccica
accucciando er pelo suo
sulle cosce mie, de peso
colandome addosso
‘na malinconia detta:
ora der lupo, tristezza
del pomeriggio fatto
daa vita che sfuma
e è ‘sta pulce che morde
chiamata fame, ma fame
d’amore, che c’è e però
nun ce basta mai, de più
ne volemo de più, perché
der cosmo riscalda er core.

 

Testi tratti da “In circostanze normali” di Giulio Laurenti, Edizioni Ensemble, 2023

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“Mediterraneo” di Eugenio Montale

02 domenica Lug 2023

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Tag

Eugenio Montale, Mediterraneo, Ossi di seppia

 

Il sito LIMINA MUNDI vi saluta e vi augura

 BUONE VACANZE

 

con le suggestive poesie di “Mediterraneo”, sezione tratta da Ossi di seppia di Eugenio Montale, dedicata interamente al mare. Torneremo il 1° settembre con nuove idee, originali progetti, accattivanti proposte di lettura e rinnovato entusiasmo e con la speranza e l’augurio vicendevole che mai ci abbandonino l’amore per la lettura e la scrittura e il desiderio di arte, bellezza, poesia.

 

LA REDAZIONE di LIMINA MUNDI

 

A vortice s’abbatte
sul mio capo reclinato
un suono d’agri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, l’afa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dell’acque
che s’ingorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e via scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.

*

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.

*

Scendendo qualche volta
gli aridi greppi ormai
divisi dall’umoroso
Autunno che li gonfiava,
non m’era più in cuore la ruota
delle stagioni e il gocciare
del tempo inesorabile;
ma bene il presentimento
di te m’empiva l’anima,
sorpreso nell’ansimare
dell’aria, prima immota,
sulle rocce che orlavano il cammino.
Or, m’avvisavo, la pietra
voleva strapparsi, protesa
a un invisibile abbraccio;
la dura materia sentiva
il prossimo gorgo, e pulsava;
e i ciuffi delle avide canne
dicevano all’acque nascoste,
scrollando, un assentimento.
Tu vastità riscattavi
anche il patire dei sassi:
pel tuo tripudio era giusta
l’immobilità dei finiti.
Chinavo tra le petraie,
giungevano buffi salmastri
al cuore; era la tesa
del mare un giuoco di anella.
Con questa gioia precipita
dal chiuso vallotto alla spiaggia
la spersa pavoncella.

*

Ho sostato talvolta nelle grotte
che t’assecondano, vaste
o anguste, ombrose e amare.
Guardati dal fondo gli sbocchi
segnavano architetture
possenti campite di cielo.
Sorgevano dal tuo petto
rombante aerei templi,
guglie scoccanti luci:
una città di vetro dentro l’azzurro netto
via via si discopriva da ogni caduco velo
e il suo rombo non era che un sussurro.
Nasceva dal fiotto la patria sognata.
Dal subbuglio emergeva l’evidenza.
L’esiliato rientrava nel paese incorrotto.
Così, padre, dal tuo disfrenamento
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.
Ed è vano sfuggirla: mi condanna
s’io lo tento anche un ciottolo
róso sul mio cammino,
impietrato soffrire senza nome,
o l’informe rottame
che gittò fuor del corso la fiumara
del vivere in un fitto di ramure e di strame.
Nel destino che si prepara
c’è forse per me sosta,
niun’altra mai minaccia.
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,
e questo ridice il filo della bonaccia.

*

Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
M’affisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce d’acqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
s’è spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
l’aria è tanto serena che s’oscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.

*

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno: smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.

*

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.

*

Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare: –
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.

*

Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.

 

Eugenio Montale, Ossi di seppia, -Mediterraneo-, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925.

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“Eliodoro”, i “Quadri di un’esposizione” di Mario Fresa

26 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Recensioni, Segnalazioni ed eventi

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Deborah Mega, Eliodoro, Mario Fresa

 

Sconvolge, spiazza, incuriosisce, diverte, questo Eliodoro, originalissimo romanzo di Mario Fresa, appena pubblicato negli Specchi Mercuriali di Fallone Editore. Fin dalla prima lettura, con il suo susseguirsi di immagini sempre diverse e variegate, con il fantasmagorico avvicendarsi di figure, colori, suoni, ricorda la celebre suite di Musorgskij, in cui i brani sono ispirati a quadri e al movimento dell’osservatore che si sposta da una tela all’altra. È un libro caleidoscopico, da leggere con distacco e meraviglia in cui la complessità del reale è trattata attraverso una fitta serie di libere associazioni. Non si è ancora conclusa una rappresentazione, un percorso, la caratterizzazione di un personaggio, che già si introduce un’altra suggestione iconografica che soddisfa archetipi come il mondo dell’infanzia, della fiaba, il grottesco e il macabro. Come nei Quadri, il tema dominante è ricco di variazioni ed elaborazioni continue e funge da elemento di coesione in una rappresentazione basata sul contrasto di personaggi e azioni eppure tutt’altro che episodica. Ma procediamo con ordine. Partiamo dal dire ciò che Eliodoro non è. Non è un romanzo consueto o prevedibile, una delle innumerevoli narrazioni che costellano il panorama editoriale degli ultimi anni. Devo ammettere che conoscendo la scrittura e la cifra stilistica di Fresa in poesia, un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il suo Eliodoro non sarebbe stato un romanzo prevedibile. Eliodoro è “un romanzo-gioco” di pannelli e di schegge movibili che possono essere letti in successione o in modo più rapsodico […]”. L’autore fornisce perfino note e indicazioni utili per la lettura, una sorta di bugiardino per il paziente-lettore, affinché ne “assuma” la lettura rispettando la corretta posologia o anche la tolleri “pazientemente”. Si tratta di una composizione stravagante in cui è evidente l’eterogeneità della narrazione ma in cui è comunque ravvisabile la dipendenza dai canoni tradizionali come emerge dalla citazione conclusiva, tratta dal congedo della canzone 146 del Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, una delle liriche più note della poesia italiana delle origini ma anche da citazioni riconoscibilissime come le dannunziane coccole aulenti e tante altre a cui il lettore si aggrappa alla ricerca disperata di una trama a cui appigliarsi ma che non esiste, nel senso classico del termine, mentre le riflessioni multiple e parallele costruiscono immagini che mutano in modo variabile e imprevedibile a ogni movimento. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, dicevo, non a caso, tra i suggerimenti del bugiardino, Fresa invita ad utilizzare un segnalibro perché il lettore potrebbe sentire la necessità di rileggere le pagine più di una volta. E questo è vero: la rilettura apre orizzonti di senso. L’incipit colloca il lettore in un’atmosfera rarefatta e sospesa in cui è evidente la compartecipazione ironica e a volte amara dell’autore per il proprio protagonista e per le sue disavventure. Il cavaliere Magonza ricorda il Don Chisciotte di Cervantes, in entrambe le figure, le meravigliose utopie della letteratura si scontrano con la durezza della vita. Lo studioso russo Michail Bachtin ha evidenziato le principali novità del romanzo moderno a cui è possibile ricondurre anche l’opera di Fresa, la dinamica temporale appartiene alla categoria della contemporaneità, tempo non concluso, in continuo divenire, propone il racconto di un’esperienza individuale, ha un’impostazione soggettiva che tende ad approfondire la psicologia dei personaggi descritti. Bachtin definisce il romanzo un genere dialogico perché accoglie diverse visioni del mondo, quella dei vari personaggi e dello stesso autore. Questo comporta precise conseguenze sul piano stilistico: il romanzo si caratterizza per il plurilinguismo, è una forma aperta che si serve delle proprietà demistificanti del riso, strumento di rovesciamento degli stilemi e dei valori ideologici offerti dalla tradizione. Nel caso di Eliodoro il romanzo è psicologico, polifonico, corale, in esso vi interagiscono tante coscienze indipendenti, portatrici ciascuna di una propria visione del mondo, che interagiscono in un dialogo privo di esito finale. Nessuna, tra l’altro, prende il sopravvento o rivela, in nessun caso, la posizione dell’autore. In Eliodoro il deragliamento del lessico e della sintassi tradizionale è assicurato, Fresa indulge nella inconsueta tendenza ad associare due nomi e ad invertire la posizione di nomi e aggettivi, ecco dunque che la madre di Magonza è una grossa donna-dattero, Eliodoro e Luisa si scambiano un bacio nell’auto-pianoforte (un Bösendorfer più che uno Steinway), si badi bene, oltre a espressioni come le rosse mosche, la piccina suocera mosca, gli amici, un po’ acufeni, un po’ vermi, gli insetti giornalisti, un sapiente cane, i muti parroci, le diaboliche spade, i pazienti familiari, il cane cappellano, i mostri bambini, l’ospite ragazza, i topi-cittadini. Lo stesso terapeuta di Eliodoro è un ambiguo angelo misto: un po’ buono un po’ dottore, che prima di diventare terapeuta era stato un “Elefante ragazzo”. Tutto ricorda Eliodoro sotto ipnosi e denuncia nel suo flusso di coscienza nel quale si fondono realtà e immaginazione, coscienza e inconscio, eliminata ogni barriera tra la percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. Il mago Eliodoro diventerà insensibile fino a divorare i suoi figli (Crono?), ricorda la prima supplenza di sua madre, i sorrisi-temporale dei padroni risentiti, le mosche segretarie, il bidello-guardiano, il taverniere mostro, il vento figliolo e poi le sue donne amate, sognate o evocate (Luisa, Clara, Ester, Vanitosa). Oltre a riferimenti frequenti a dipinti della Storia dell’Arte, il lessico è spesso specialistico della musica, il gatto dal passo mahleriano, l’operistica sprezzatura, la mezzavoce di Giovanna, il Loggione, il liuto barocco, il giro di Suite, la cui struttura è proprio menzionata (allemanda, corrente, sarabanda, giga), gli acuti virtuosismi, i Lieder, le acciaccature, ma anche specifico della scuola con i suoi permessi retribuiti, le ratifiche finali, l’Aula Magna, il tema argomentativo, le competenze, il registro, la circolare ministeriale, il disturbo oppositivo, le note disciplinari. Oltre a memorie scolastiche e ad aneddoti attinti alla carriera scolastica dell’autore da discente prima e da docente in seguito, si aggiungono pagine tratte da una sorta di diario pediatrico, con annotazioni relative all’accrescimento, alla deambulazione, al linguaggio di Luisa. È un labirinto letterario in cui Fresa ci introduce, fingendo crudelmente di fornirci delle chiavi di lettura che facilitino la comprensione e l’orientamento (informazioni, note, bugiardino, riferimenti, indicazioni), mentre in realtà ci lascia sprovvisti di una via d’uscita. Per non parlare di tutti quei costrutti lessicali come guardanti respiranti, sterminare sterminerà, conservare, conserverà, votare votano che ricordano anche il linguaggio tipico delle fiabe. I personaggi, raccontati con bonaria ironia da Fresa, fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere, sono emblematici ma rispecchiano la varietà del mondo, un’umanità multiforme che si dilata attraverso il racconto. La capacità affabulatoria di Fresa è implacabile, incalzante, stordisce tanto è inverosimile e surreale la rappresentazione degli eventi che l’autore sottomette alla sua volontà, al gioco di specchi, al citazionismo enciclopedico di titoli, di incipit, di formule letterarie celebri. Allo stesso tempo avviene il recupero di strategie narrative come la falsa enunciazione, la destrutturazione logica e temporale, il suggerimento su come leggere un’espressione (neanche ci si trovasse a teatro e si dovessero seguire le indicazioni di un Fresa regista). In fin dei conti, le riflessioni di Eliodoro sulla malattia, sulla vita e sulla morte sono universali e condivise, Le malattie sono i nostri amori più duraturi: sono da custodire dentro di noi, come il fiabesco ricordo del primo rapporto completo…Perché si è schiavi dei morti?…Perché ogni fine è a portata di mano, proprio così, con assoluta naturalezza, senza che tu lo sappia… Ecco dunque che la polifonia di Eliodoro, dietro l’apparente divertissement, esprime il comune senso di precarietà e di provvisorietà delle certezze, il desiderio di un volo senza volo, di una sparizione senza tanto clamore, nonché la negazione di ogni prospettiva fissa e totalizzante.

Deborah Mega

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

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Versi trasversali: Donatella Nardin

19 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Donatella Nardin, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DONATELLA NARDIN

 

 

L’occhio verde dei prati

 

L’occhio verde dei prati, risvegliato,

fa nido bevendo la nuda

chiarità del mattino

come le vite care appese alle finestre

del loro infinito mancare,

come il biondosole, amore riverso

tra le scapole azzurre rotte

da assenze, commiati, afasie.

Ringraziare ogni risveglio che sia

sassopietra o nuvolafiore,

nell’attimo essere immensamente

grati – ai prati, al mondo, fosse

pure ai respiri affannati –

prima che il verde esca dagli occhi

come le vite care divenute

allo sguardo pura nostalgia.

 

Le madri

 

Si è riempito di buchi dolenti

il cielo infuocato da guerre

e da siccità.

 

Senza dirlo a nessuno,

le madri hanno raccolto in sé

i figli e sono fuggite

 

a fare mondo altrove lì dove,

in pura nostalgia di pace

e di unità, potranno sottrarre

 

al tempo giorni migliori,                                 

nei bimbi deporre ossa

e vertebre miti

 

purissimo un sangue nuovo

e ritrovato un futuro, speranza

che non muore

 

nella sua gratuità.

  

L’uomogroviglio

 

Macchia le malve sottili                                    

il volo aggraziato di una garzetta,

proteso il punto perfetto in cui

stanno insieme – nell’animo come                               

nei sensi – finito e infinito.

 

Solleva lo sguardo dal nulla

l’uomo groviglio, blunube

sulla laguna – che c’è ma non

si mostra – tenta di mettere

al riparo la vita sotto un maglione

infeltrito.

 

Che sia benedetto il punto perfetto

come le malve sottili

rientrati nei corpi e nelle menti

percorrendo le soavissime

vie dello stupore, invisibili

ai più.

 

L’ora giovane

 

Due baci, un panino e le corse

in bicicletta verso ogni dove.

 

Così l’ora giovane – vorace

nella passione – con tutti i sensi

bagnati dal sole.

 

Così più avanti nel tempo

con tutti i venti e i sogni rapaci

venuti a morirci didentro.

 

Per tale via becchettare ora

l’incarnato di allora dando forma

e sostanza all’imbrunire

 

per poi dileguarsi incompiuti

nell’afasia, dopo aver respirato

per sottrazione la vita senza

 

riuscire a scansare le cose feroci,

senza dimidiarne il danno.

 

Papaveri rosa

 

Il nulla sulle labbra e sul collo

dove prima c’erano i baci

smeraldino echeggiare in un ribollire

di terre e di universi lontani.

 

Mi chiedi che ne sarà

del nostro amore – se d’oro il cantare

se d’oro la rosa dell’antico

sognare.-

 

Mi chiedi che ne sarà della nostra

casa interiore, dimora che accoglie

il sapere profondo del cuore,

prezioso e raro

 

come i papaveri rosa, taciturni

e smarriti ora.

Mi chiedo dell’intatto accaduto,

del prima e del dopo di noi

 

se amara la spina infilata

sotto la pelle delle nostre aurore

più belle e luminose

e chiare.

 

La sedia vuota                 

  

Tutto l’amore è stato già detto

e scritto per questo non so dire

i giorni suoi lasciati altrove.

 

Forse nei sogni li ho rivisti

attraversare i miei,

due dita tremanti a disegnare

 

nell’altro il restare contro

l’ignoto che l’ha strappata via.

Era tepore l’immagine sua

 

come di albero fiero svettante

in un possibile vero.

Ci è segreto – ora – il suo tempo

 

scarna la gioia, inintelligibili

i giorni se giorni in lei

ancora potremo dirli da posare

 

intatti, leggeri sulla sedia vuota

in giardino.

 

Donatella Nardin, poesie tratte da “L’occhio verde dei prati”, Fara Editore, 2023

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Intervista a Giancarlo Baroni: Come lucciole nel buio

12 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in Interviste, LETTERATURA

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Come lucciole nel buio, Giancarlo Baroni, saggio

 

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Giancarlo Baroni per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. (puntoacapo editrice, dicembre 2022, p. 81).

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

 

Il libro comprende, come dice il sottotitolo, dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura. È diviso in due sezioni, la prima è intitolata Un cannocchiale nel buio e la seconda Una incerta beatitudine. Ogni sezione è composta da dieci saggi. Li elenco: Un senso arriverà; Il cannocchiale puntato sul buio; L’enigma della chiarezza; Post tenebras spero lucem; La menzogna di Ulisse; La faticosa necessità della scrittura; La beatitudine incerta dei poeti; Realtà / Poesia; Classicisti, realisti ed ermetici nella poesia in lingua italiana del Novecento (Tracce, ipotesi e indizi); Sui romanzi di idee.

La prefazione intitolata Il piacere dell’analogia è del critico Elio Grasso.

   

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

 

Come lucciole nel buio nasce da un lungo lavoro di riscritture e approfondimenti, di ripensamenti e rifiniture, di scavo e di lima. In una intervista Beppe Fenoglio confidava: «La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti»; mi identifico in queste parole. Il mio libro si confronta in maniera comprensibile ed essenziale con temi complessi e universali: l’esistenza e il suo contrario, la conoscenza e il mistero, chiarezza e oscurità,  verità e menzogna, realtà e poesia, vita e scrittura…

È un testo da leggere e consultare senza fretta. Numerosi gli artisti, gli scrittori e soprattutto i poeti con i quali dialogo e che mi donano spunti, stimoli, frasi memorabili.

 

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a impegnarti in questa opera? In altri termini qual è la sua genesi?

 

Nel 2023 ho compiuto 70 anni; nella Nota che chiude il libro ironicamente ho scritto: « Cari lettori qui trovate buona parte di quello che ho imparato. È poco a settant’anni? Un proverbio dice “piuttosto che niente (è meglio) piuttosto”».

 

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

 

In copertina un particolare del dipinto di Cezanne Le mele e le pere. La trovo elegante. Bravo l’editore che l’ha scelta.

 

  1. Come hai trovato un editore?

 

Nel 2020 ho pubblicato, sempre con “puntoacapo”, una raccolta di versi intitolata I nomi delle cose; con l’editore mi sono trovato bene, ho continuato il rapporto.

 

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

 

Adopero un linguaggio il più possibile nitido, levigato, trasparente, chiaro; spero che queste caratteristiche rendano il libro gradevole e comprensibile.

 

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

 

Lo propongo prevalentemente a riviste, siti letterari, blog, a persone e critici che credo possano essere interessati.

 

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché?

 

Scelgo un brano che spiega il significato del titolo e l’essenza del libro: « Ci sono dei momenti, degli istanti in cui proviamo la sensazione di essere vicini alla verità: una intuizione come un lampo, una visione magica di qualcosa di più profondo e di più nascosto. Come i bagliori delle lucciole rimandano a una luce primigenia da cui sembrano originare, così le nostre illuminazioni passeggere sembrano per un attimo collegarsi a una verità più ampia e universale. Cerchiamo di afferrare quelle intuizioni e trattenerle, ma di solito riottose sbiadiscono come al risveglio certi sogni che durante la notte ci erano apparsi incredibilmente nitidi.

 

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

 

Sarei contento se venisse letta e apprezzata nelle scuole.

 

  1. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

 

Questo mio libro saprà illuminare un angolo di buio?

 

  1. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

 

Qualche mese dopo Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura ho pubblicato, ancora con “puntoacapo”, un breve testo (neppure 50 pagine) intitolato A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020-2022). Se si trattasse non di un libro ma di un 45 giri direi che le “lucciole” costituiscono la facciata A e i “castori” quella B dello stesso disco. Facciate separate ma complementari: da un lato la mia parte prevalentemente meditativa legata al pensiero, dall’altra quella principalmente emotiva legata all’esistenza. Due parti alla ricerca di una precaria completezza.

 

Giancarlo Baroni

 

Abito a Parma dove sono nato nel 1953. Ho pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020).  Ho coordinato, assieme al poeta Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Il Dizionario critico della poesia italiana 1945-2020, curato da Mario Fresa e pubblicato nel 2021 dalla Società Editrice Fiorentina, contiene una scheda critica scritta da Giuseppe Marchetti; sono inoltre presente nel saggio di Paolo Briganti Dopo l’Officina. Poesia da ieri a oggi (Storia di Parma, Le lettere, Monte Università Parma Editore, 2012). Nel 2009, 2010 e 2011 ho letto a «Fahrenheit» (Rai Radio 3) diverse mie liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Ho scritto quasi trecento recensioni, la maggior parte pubblicate nella pagina culturale della «Gazzetta di Parma» a cui ho collaborato per vent’anni. Mie poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei miei versi si trova in «Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei».  Sul sito letterario «Italian Poetry» le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Diverse altre sono state tradotte in francese, in blog riviste e antologie, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line «Pioggia Obliqua. Scritture d’arte» curo una pagina intitolata Viaggiando in Italia; collaboro a «Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro». Miei testi e foto sulle città italiane appaiono sulla rivista cartacea «dalla parte del torto». Poeta per passione e fotografo per diletto, ho pubblicato, fuori commercio, quattro piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arte, Bologna, Due volti di Parma e Foglie senza rami. Del 2020, anch’esso fuori commercio, è il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, prefazione di Fabrizio Azzali). Recentissimi sono i volumi Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura  e A occhi aperti sogno di essere un castoro. Alcune cose che posso dire di me (2020 – 2022), stampati entrambi da puntoacapo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon Compleanno, Gabriele!

09 venerdì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Segnalazioni ed eventi

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Gabriele Galloni

 

Gabriele Galloni, talentuoso poeta romano scomparso prematuramente nel 2020, è più vivo e presente che mai. Lo è nei ricordi di chi l’ha amato, nei suoi versi, nei racconti, nelle bozze di romanzi, nelle dichiarazioni di poetica presenti nel web, nelle riviste telematiche e cartacee, nei vari blog e siti letterari di poesia e scrittura. Lo è ancor di più in questi giorni in cui ha visto la luce la sua opera omnia, edita da Crocetti, dal titolo Sulla riva dei corpi e delle anime, con la prefazione di Alessandro Moscè, testimonianza di un fervore creativo che si è manifestato precocemente ma che ha rivelato una ricerca lessicale e stilistica inconsueta per un giovane autore eppure assolutamente matura e convincente. Pubblichiamo una selezione delle poesie più belle di Gabriele, tratte dai libri editi mentre era in vita e postumi insieme ai nostri auguri, ovunque lui sia…

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Andrea Abruzzese, Inediti

05 lunedì Giu 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Poesie

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Andrea Abruzzese, Inediti

 

Gli abbandonati dall’indifferenza

Il binario è lungo, il mare in tempesta.
Nelle iridi-vortici, vive la disperazione,
nei cuori-percussioni, echi di fiducia.

La fame artiglia gli stomaci, l’esistenza
evapora dagli squarci della sete.
E il freddo della notte e il caldo del giorno,
fiaccano le membra-countdown di provata vita.
Ma non importa quanto impervio il cammino,
quante volte ricucire la propria ombra,
la ricerca della libertà, genera forza.

Perché dietro regnano anelli
di povertà e malattie o la guerra
con sbavanti fauci spalancate.
Davanti si ergono i muri d’odio.
E tutt’intorno il mare
in attesa di sogni da rapire,
il deserto a consegnarli a Morgana,
ingannatrice tra le fate.

E i bambini scavano
tra corpi che non chiedono più aria,
in cerca di madri e padri.
La scelta è la sopravvivenza o la dipartita,
e con la tenacia della speranza
le mani si levano in cerca d’aiuto…
Ma ricadono esanimi nel fango,
tra un’offesa e uno sputo,
abbandonate dall’indifferenza.

*

Mahsa Amini

Quell’hijab ha una ciocca fuori posto,
è una ragazza che forse sogna con il vento
che le corteggia i capelli…

Ma una morale in divisa
le ha sistemato il velo,
facendolo aderire stretto stretto,
con le nocche e i manganelli,
cosicché non sfugga l’idea di un diritto.

( Le guerriere hanno lasciato ciocche
a pregare sulle tombe,
a mettere radici verso la luce).

Allora le strade sono esondate
dalle ombre del regime,
legando i capelli in una coda
che non si scioglie nel sangue
e la stoffa è diventata fiamme.

( L’occidente si è fermato un’attimo
a guardare, a spendere parole,
a difendere quella rivoluzione,
come testuggine e aquila).

Ma gli schermi hanno
un deficit d’attenzione
e la protesta si dissolve in eco…
Le ciocche crescono sole,
cosa sarà quando le ceneri tesseranno altro velo?
Le punte avranno pieghe vecchie o nuove?

*

Siamo tutti uguali

Quante sfilate di morti ingiuste,
prima di imparare ad abbracciare un’ombra.
Quanti secoli di di occhi chiusi
nell’odio per ciò che si crede diverso,
nel timore di quello che non si conosce.
A te che sopravvivi tra l’ignoranza delle persone, dico:
“Tu sei mio amico, sei mia amica!”

Per quanto tempo una persona può trattenere il fiato,
prima di potersi sentire libero,
schivando baci di piombo e scalando onde.
A te che guardi negli occhi la signora con la falce,
inseguendo un sogno, una speranza, dico:
“Tu sei mia madre, sei mio padre!”

Per quanti millenni rigurgiteremo razze
e immaginarie superiorità,
di uomini padroni ed altri schiavi.
A te che sogni attraverso anelli di catene, dico:
“Tu sei mio fratello, sei mia sorella!”

Per quante ere le urla renderanno sordi,
assedieranno menti e mureranno cuori,
con l’eresia di un unico modo naturale d’amare.
A te che dormi abbracciato al tuo amore,
a te che vivi il corpo nel quale sentirti vivo, dico:
“Tu sei mia figlia, sei mio figlio!”

Quanti mondi vivremo seppellendo terre promesse,
con vanghe di religioni o culture buone ed altre cattive,
o colori della pelle puri e altri marchiati dal male.
A te che lotti contro le ingiustizie,
e sotto il peso di questa croce, non ti spezzi,
a te mi inchino e ti rispetto, e ti prometto:

Che non esisteranno mai
confini, muri o leggi,
che potranno convincermi
che non siamo tutti uguali!

*

NOTA BIOGRAFICA

Andrea Abruzzese nasce a Foggia, città nella quale vive, il 27/04/1989.
Scrive poesie dall’età di 14 anni, alcune delle quali sono state pubblicate sui siti:
“L’Altrove – Appunti di poesia”, “Poetarum Silva” , “Poesie sull’albero”, “La Nuova Rivista Letteraria”, “L’Ottavo”, “Leggere poesia”, “Intermezzo Rivista”, “The Bookish Explorer”, “La Seppia”, “L’Incendiario”, “Aratea Cultura”, “Aquile Solitarie”, “Margutte”, “Momenti DiVersi”, “Mosse di Seppia” e “Pioggia Obliqua”.
Altre sono state commentate sul sito “Poesia del nostro tempo”, all’interno della rubrica “Laboratori di poesia”. Inoltre alcune sue poesie sono state pubblicate all’interno della rubrica “La Bottega della poesia”, del quotidiano “La Repubblica” nelle edizioni di Milano, Torino, Napoli e Bari.

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Versi trasversali: Francesco Randazzo

29 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Francesco Randazzo, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

FRANCESCO RANDAZZO

 

Silenzio

Albeggi, tendaggi e sàgole,
pianto di rosmarino in bilico,
mentre sulla torre smemora
ogni sapienza esatta.

Dietro lo specchio opaco
ride la sfinge isterica
e con le mani stringe la cornice.

E poi silenzio, silenzio senza enigmi.

Finché la zagara

Arriverà la primavera
di questo freddo
di queste morti
resteranno fiori
pronti a rinascere
pagine da riscrivere
e bocche respiri
baci e lenzuola
Sulle teglie
di pomodori
stesi al sole
affiorerà
il sale bianco
I bambini
ruberanno le mandorle
correndo e inciampando
felici
Arriverà la primavera
per dimenticare
di questo freddo
di queste morti
Almeno per un poco
ci sembrerà impossibile
che si possa lasciare
di sé soltanto un brivido
un’improvvisa assenza
Finché la zagara c’ingannerà di nuovo
Finché le bucce d’arancia bruceranno l’unghia.

Ben vestito

A volte vado a letto vestito,
di tutto punto, giacca compresa,
ci fosse un terremoto fuggirei dignitosamente,
ci fosse un trapasso sarei già pronto,
ci fosse, come poi è, per lo più,
che semplicemente dormo,
me ne vado in giro ben vestito
nei miei sogni e al mattino
mi alzo ed esco così come sono,
con gli abiti stropicciati dal sonno,
e gli occhi furbi di chi va
continuamente tra due mondi,
senza andate e ritorni,
sempre in giro, altro dove,
altro quando, ben vestito,
spiegazzato di vita e di sogno.

Ai primi di novembre

Non mi piace venirvi a trovare, laggiù,
messi in fila, inscatolati nel cemento,
piantati nell’asfalto, freddati dal marmo,
con le date d’inizio e fine, perentorie.
Preferisco incontrarvi, come siete per me,
straordinariamente vivi e guariti dal male,
dagli errori e i rimpianti, bellissimi per sempre,
come forse non speravate o non avete saputo,
ma adesso e per sempre lo siete, in questo
enorme palazzo della memoria, il mio,
il nostro, che abitate con me, dentro stanze perfette.
Non ci sono rintocchi, né grida, né lacrime,
nessuno può disturbarci, persino ridere possiamo,
dimenticarci di tutto, rivivere solo il bene, sempre.

A qualcuno dovrò lasciare le chiavi,
ma questo palazzo non sparirà.

Acufeni 

Acufeni intonati
in coro cinguettante
nel bosco della mente
Gorgheggi
stranamente
meravigliosi armonici
stupiscono e rivelano
quanto perfetto
possa essere
il caos dell’anima
la faglia nel
diapason
dell’equilibrio fisico
Quando torna il
silenzio
sorprendentemente la
calma sussurra
la certezza che la vita
dentro di noi
è un haiku
senza sillabe

Chimere 

I sussurri dei fogli sparsi sul
tavolo, la polvere che incipria i libri
seri,
questo canto che viene da
lontano, da memorie di carezze
antiche,
un calpestio di passetti infantili,
una luce spenta all’improvviso,
tra gli scaffali corre una bicicletta,
e dai cassetti chiusi bussano
gnomi dispettosi spacciatori
d’incertezze, il caffè si fredda e sospira aromi,
il timore lontano grida minacce
ancora vive, feroci, umilianti.
Un battito di ciglia e il respiro ansioso,
tutto si esala nell’alambicco fragile,
della mente smarrita in dedalo
infinito.
Una mano sul volto per cancellare. E soltanto
una lacrima per assaggiarne il sale.

Non contare i passi 

Non contare i passi che percorri nella notte,
ascolta soltanto il suono delle tue scarpe,
dalle finestre chiuse intrufola il pensiero,
muovi le braccia in una lingua muta,
attraversa il silenzio e le sue colonne
d’Ercole, perditi in un’avventura senza più
tempo, e ricorda di ringraziare ciò che
dimentichi, con un sospiro e un sorriso
disegnerai quella gioia impossibile nei giorni
spietati.

Francesco Randazzo, testi tratti da “Sabbia aspra”, Porto Seguro Editore, 2022

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Versi trasversali: Manuela Cecchetti

22 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Manuela Cecchetti, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MANUELA CECCHETTI

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“Metallo pesante” di Alessandro Angelelli. Una lettura di Rita Bompadre.

15 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in CRITICA LETTERARIA, Note critiche e note di lettura

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Alessandro Angelelli, Metallo pesante, Rita Bompadre

 

“Notte inoltrata, silenzio profondo, rotto di colpo, dal passare di un treno, metallo pesante su fragile legno”. La composizione tra la parola e l’immagine, metafora della vita e del senso dell’interezza, racchiusa in queste righe, appartiene all’autore Alessandro Angelelli nel libro “Metallo pesante” (L’Erudita, 2022 pp. 67 € 16.00). I testi contengono la densità dell’osservazione poetica sul mondo e sulla natura degli uomini, diffondono la consistenza dell’ispirazione, offrono una consapevolezza accogliente, piena di sensibilità e di intensa affettività. Il poeta risiede nella dimora dell’anima, percepisce l’intima relazione tra il proprio peregrinare alla ricerca di una dimensione familiare dove custodire ricordi ed emozioni e l’identità interpretativa delle sensazioni. Alessandro Angelelli indica la regione interiore dalla quale partire per percorrere l’essenza dell’itinerario esistenziale e ampliare l’orizzonte dell’appartenenza. Descrive attraverso l’inquietudine romantica del percorso di vita, lo smarrimento e la frantumazione dell’esperienza, espone la volontà di comunicazione, insegue il desiderio di riacquistare il sentimento perduto. La strada per condividere il viaggio introspettivo rimanda al valore originario dell’essere, incrocia lo svolgimento della memoria e collega l’elaborazione del vissuto con il senso di ogni destinazione. “Metallo pesante” svela una collezione privata di inafferrabili momenti e di sfuggenti impressioni, mostra il vincolo confidenziale tra la malinconia del passato e l’incertezza del presente, avverte il carattere instabile di ogni incognita del futuro, l’inesorabile vulnerabilità del dolore, ma anche la stabilità fiduciosa della speranza. La poesia di Alessandro Angelelli è simbolo di un archetipo del cammino umano, un attraversamento evolutivo tracciato nella necessità di realizzare una direzione per la felicità e rinnovare il proprio itinerario, inoltrandosi nella promessa di raggiungere nuovi approdi di comprensione per sentirsi a proprio agio con se stessi. Rivisita la località ispiratrice del pensiero, analizza il territorio suggestivo della realtà, da corpo all’equilibrio degli impulsi per orientare l’autenticità del discorso. Alessandro Angelelli conosce il modo di rilevare e abbracciare la consistenza sensitiva del proprio territorio di arrivo, oltrepassa il passaggio lucido del dolore e della finitezza dell’assenza, trasmette la propria fermezza creativa con il presentimento immaginario di ogni atmosfera onirica. “Metallo pesante” rinforza l’intento profondo di riconquistare la componente del benessere, illustra l’incantevole cronaca del tempo nel riassunto seducente del quotidiano, congiunto alla contingenza della fugacità, alla tenerezza della memoria e alla commozione dei significati. Indaga sull’accordo dell’intuizione elegiaca e sostiene l’eterna e inevitabile discordanza tra la crudele fragilità e la grazia della serenità. Il libro è il compimento letterario di una coinvolgente resistenza, la fusione naturale immersa nella nostalgia dell’altrove, sperimenta l’incertezza dei legami, assapora l’indugio dell’attimo vissuto, mantiene il radicamento dell’intima necessità di espressione, l’intenzione di ogni luogo in cui sentirsi a casa e ritrovare la beatitudine dello spirito.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Heimat

 

Heimat è dov’è un ricordo lontano.

Qualcosa di nascosto che avevi scordato sopraffatto da

mille profumi e pensieri dell’oggi.

Heimat è un ginocchio sbucciato, dopo una corsa

per gioco.

Lo sguardo di lei mentre le sfiori la mano.

Quella rete, all’ultimo istante,

giocando per strada con gli altri bambini.

Heimat è una notte d’estate

e quelle campane che suonano i quarti.

Ogni essere umano ha un ricordo di Heimat.

Cercalo a fondo in quel mare di nebbia.

Ricorda quel profumo che avevi oscurato.

Il profumo della tua unica casa,

il tuo porto d’arrivo dove devi tornare.

 

Casa di bambole

 

Viviamo in una casa di bambole.

Delicati come porcellana, osserviamo il mondo, con occhi

di ghiaccio e un eterno sorriso.

La casa di bambole è sfarzosa e felice, ci protegge,

incurante di noi e dei nostri pensieri.

È bello vivere nella casa di bambole, immutabili al tempo,

bambini per sempre.

Seduti sul nostro grazioso dondolo quel lungo sorriso

comincia a mutare.

 

Istanti

 

Istanti, momenti di felicità, riempiono ogni angolo di te.

Compensano la noia del resto,

confortano le ere di dolore che seguono.

Li aspetti come un bimbo a Natale, sai che arriveranno.

Devono.

Istanti, ricordi, lampi di vita, caricano la tua anima e la

stringono.

Non la lasciano andare, la proteggono, sai che senza di

essi, tu non saresti.

Quanto manca

al prossimo istante?

 

Spiragli

 

Spiragli di luce da una porta socchiusa, memorie future

costruite al momento

Qualcosa si muove dietro un fragile muro, mi guardo

intorno e mi sento perduto

Fuggire, scappare, lo spiraglio si allarga; la porta cigola e

la luce mi invade

Il tuo sguardo attraversa le mie molte paure e cancelli ogni

falsa parvenza di uomo costruita nel tempo

 

Nota sbagliata

 

Sono una nota sbagliata,

musica infame e corrotta dal tempo.

Disarmonico e solo

come un mondo perduto.

E ti vedo osservarmi, senza farti notare, diffidente e

bellissima quale luna offuscata.

Poi ti vedo ascoltar le mie inferme canzoni e ti ascolto

parlar del tuo mondo distante.

Irreale e sbagliato è starti vicino, irreale e assurdo

sfiorarti la mano.

Poi mi lascio avvolgere dalla tenue armonia, perché il mio

paradiso è nelle rare parole,

è vedere sparire, alla fine, quella coltre di nebbia.

 

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Versi trasversali: Antonia De Gattis

08 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in LETTERATURA, Versi trasversali

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Antonia De Gattis, poesia contemporanea

Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

 

ANTONIA DE GATTIS

 

*

Se ci incontreremo 

 

Se ci incontreremo, dammi consolazione
e non amore per questa lunga
e lunga attesa,
oltre il tempo che mi consuma.

Cullami tra le tue braccia,
accarezzami
e calma se puoi la mia inquietudine.

Concedimi l’orgoglio
di sentirmi solo tua.

Ti ho aspettato, amore
oltre il tempo che ci consuma.

Cullami, accarezzami,
lascia che si addormenti accanto a te
il mio cuore stanco.

*

Il primo desiderio 

 

Il primo desiderio è addormentarmi,
tenendo la tua mano stretta
finché l’alba si schiuderà tra le tue ciglia.

Il secondo desiderio è la tua bocca
dopo il caffè, il miele e il burro
su una fetta di pane tostato.

Il terzo e il quarto
sono già meno importanti
di questo piccolo miracolo,

che siamo io e te,
lo stare quieto
di un giorno come un altro.

*

Dei perduti amanti 

 

Dimmi, dove vuoi che posi la mia mano
prima ancora della mia bocca
in questo vicolo cieco
e un muro a farci da alcova.

Dimmi, dove vuoi che posi i nostri sogni
di perduti amanti se le tue labbra
hanno il sapore amaro della rinuncia.

Sento rumori di passi in lontananza.

Qualcuno ride, qualcuno piange.
Qualcuno alza un calice
che non celebrerà nessuna vittoria.

Ho paura e il canto della sirena
è sempre un canto di morte.

Adesso la mia mano è sul tuo petto
e ogni granello di sabbia nella clessidra del tempo
è una perdita inarrestabile.

Chi ha deciso dei nostri anni?
A chi dobbiamo l’infausta scelta?
Intorno a noi, la guerra.

*

 

Ricostruirsi, un pezzo alla volta.
Rinascere, con lentezza.
Ho solo bisogno che mi accarezzi.

 

*

Quando saremo insieme

 

Quando saremo insieme
ci sveglieremo stanchi
al mattino.

Cammineremo la notte
uno accanto all’altra,
in un unico disegno d’ombra.

Quando staremo insieme
rideremo
di questi giorni infelici.

Con una mano
scosterai i capelli dal mio volto
e io, lentamente, sorriderò al tuo.

 

*

Tanta malinconia 

 

Un ragazzo ucraino
giocava a pallone,
cercava un piccolo momento di libertà.
Un’esplosione lo ha dilaniato.
Le bombe fanno questo,
cancellano le fattezze di un corpo.
Come in ogni guerra,
una vita uccide un’altra vita
e c’è tanta malinconia.

*

 

 

Testi tratti da Antonia De Gattis, “Eternità”, Città del Sole edizioni, 2023.

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“Lo sforzo umano” di Jacques Prévert

01 lunedì Mag 2023

Posted by Deborah Mega in SINE LIMINE

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Jacques Prévert, L'effort humain

 

Lo sforzo umano
non è quel bel giovane sorridente
ritto sulla sua gamba di gesso
o di pietra
e che mostra grazie ai puerili artifici dello scultore
la stupida illusione
della gioia della danza e del giubilo
evocante con l’altra gamba in aria
la dolcezza del ritorno a casa

No
Lo sforzo umano non porta un fanciullo sulla spalla destra
un altro sulla testa
e un terzo sulla spalla sinistra
con gli attrezzi a tracolla
e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio

Lo sforzo umano porta un cinto erniario‎
e le cicatrici delle lotte
intraprese dalla classe operaia
contro un mondo assurdo e senza leggi
Lo sforzo umano non possiede una vera casa
esso ha l’odore del proprio lavoro
ed è intaccato ai polmoni
il suo salario è magro
e così i suoi figli
lavora come un negro
e il negro lavora come lui

Lo sforzo umano non ha il “savoir-vivre”‎
Lo sforzo umano non ha l’età della ragione
lo sforzo umano ha l’età delle caserme
l’età dei bagni penali e delle prigioni
l’età delle chiese e delle officine
l’età dei cannoni
è lui che ha piantato dappertutto i vigneti‎
e accordato tutti i violini
si nutre di cattivi sogni
si ubriaca con il cattivo vino della rassegnazione
e come un grande scoiattolo ebbro
vorticosamente gira senza posa
in un universo ostile
polveroso e dal soffitto basso
e forgia senza fermarsi la catena

la terrificante catena in cui tutto s’incatena
la miseria il profitto il lavoro la carneficina
la tristezza la sventura l’insonnia la noia
la terrificante catena d’oro
di carbone di ferro e d’acciaio
di scoria e polvere di ferro
passata intorno al collo
di un mondo abbandonato

la miserabile catena
sulla quale vengono ad aggrapparsi
i ciondoli divini
le reliquie sacre
le croci al merito le croci uncinate
le scimmiette portafortuna
le medaglie dei vecchi servitori
i ninnoli della sfortuna
e il gran pezzo da museo

il gran ritratto equestre
il gran ritratto in piedi
il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede
il gran ritratto dorato
il gran ritratto del grande indovino‎
il gran ritratto del grande imperatore
il gran ritratto del grande pensatore
del gran camaleonte
del grande moralizzatore
del dignitoso e triste buffone

la testa del grande scocciatore
la testa dell’aggressivo pacificatore
la testa da sbirro del grande liberatore
la testa di Adolf Hitler
la testa del signor Thiers
la testa del dittatore
la testa del fucilatore
di non importa qual paese
di non importa qual colore

la testa odiosa
la testa disgraziata
la faccia da schiaffi‎
la faccia da massacrare
la faccia della paura.‎

 

Jacques Prévert, Poesie, Guanda

(Traduzione italiana di Giandomenico Giagni)

 

Serge Reggiani, da Poètes 2 et 3.

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Cristina Campo nel centenario della nascita

29 sabato Apr 2023

Posted by Deborah Mega in Più voci per un poeta

≈ 1 Commento

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Cristina Campo, Deborah Mega, Loredana Semantica

Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna, 29 aprile 1923-Roma, 10 gennaio 1977), una delle voci poetiche più alte del Novecento, è stata una straordinaria scrittrice, poetessa e traduttrice. Unica figlia del compositore Guido Guerrini, a causa di una congenita malformazione cardiaca, che rese sempre precaria la sua salute, crebbe isolata dai coetanei e non poté seguire regolari studi scolastici. Nel 1925 la famiglia Guerrini si trasferì prima a Parma poi a Firenze dove il padre fu chiamato a dirigere il conservatorio Cherubini. Cristina studiò da autodidatta sotto la guida del padre e di alcuni insegnanti privati. Apprese le lingue leggendo Cervantes, Proust, Shakespeare e tradusse Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil. L’ambiente culturale fiorentino dove restò fino al 1955, fu determinante nella sua formazione: conobbe il traduttore Leone Traverso, al quale, per qualche tempo, fu legata anche sentimentalmente. Continua a leggere →

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