Visioni di poesia
05 venerdì Lug 2019
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05 venerdì Lug 2019
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28 venerdì Giu 2019
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09 sabato Set 2017
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09 sabato Set 2017
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Charles Bukowsky: Lancia il dado
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Altrimenti, non cominciare mai.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Ciò potrebbe significare perdere fidanzate, mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente.
Fallo fino in fondo.
Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni.
Potrebbe significare gelare su una panchina del parco.
Potrebbe significare prigione,
Potrebbe significare derisione, scherno, isolamento.
L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo.
E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze.
E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare.
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo.
Non esiste sensazione altrettanto bella.
Sarai solo con gli Dei.
E le notti arderanno tra le fiamme.
Fallo, fallo, fallo. FALLO!
Fino in fondo, fino in fondo.
Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta.
È l’unica battaglia giusta che esista.
02 sabato Set 2017
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20 domenica Ago 2017
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Oscar Wilde
Se noi non avessimo amato,
Chi sa se quel narciso avrebbe attratto l’ape
Nel suo grembo dorato,
Se quella pianta di rose avrebbe ornato
Di lampade rosse i suoi rami!
Io credo non spunterebbe una foglia
In primavera, non fosse per le labbra degli amanti
Che baciano. Non fosse per le labbra dei poeti
Che cantano.
12 sabato Ago 2017
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-3-
ti ho detto bla bla bla
pescando parole nei fondali
rischiando di morire per l’apnea
e ti ho imperlato i lobi
come a una madonna
ti ho cantato salmi
il mantra dei devoti
ti ho mostrato il cuore
e tu in ogni piaga,
insomma, o mia madonna,
non vedi che sragiono?
se sto nella tua testa
ti freme un po’ la pelle
apriti
fammi entrare
prendimi
fammi morire dentro.
Francesco Palmieri (da “Exsperimenta” )
05 sabato Ago 2017
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Ultimo brindisi
Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.
– Anna Achmatova-
30 domenica Lug 2017
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-142 – Buongiorno
è già giorno amore
ed io ti amo ancora
ha provato la notte
a stendere il suo velo,
il suo mantello nero
che acceca occhi e fiori,
ci ha provato come morte breve
a farti inesistenza,
appena un sogno fatuo
che non ricordi più
ed io ho nuotato amore
nelle sue acque scure,
ho resistito ai venti
schivato le correnti,
ho stretto intorno ai fianchi
le sillabe di un nome
ed eri tu quel fuoco
acceso sulla spiaggia
ci ha provato, la notte,
a farti inesistenza,
un giorno mai contato
un vivere mai nato
ed ora io la vedo
svanire alla finestra,
allontanarsi in fretta
con la sua faccia scura
è già giorno amore
ed io ti amo ancora.
FRANCESCO PALMIERI
30 domenica Lug 2017
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-130-
per non lasciarti andare
stanotte ti ho chiamata in sogno
e sei venuta
con ali grandi e bianche
un velo intorno al seno
ai fianchi una corona
e gli occhi tutta luce
le labbra rosso acceso
il ventre con le perle
e no, non era angelo
non era un angelo
eri tu che sei venuta.
FRANCESCO PALMIERI
26 mercoledì Lug 2017
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non ci sei tu
e un giorno senza te
non è un giorno come tanti
e nemmeno un giorno come gli altri,
non ci sei tu
e un giorno senza te
non è giorno
né so che sia
o forse è solo niente
non ci sei tu
e all’improvviso sulla terra
non c’è più nessuno per me
e nemmeno qualcun altro
che può diventare te
non ci sei tu
e non ho più un posto dove andare,
non ho più qualcosa da fare
e buio buio buio
poi
appari tu
e una freccia di luce
trapassa il mio cuore.
23 domenica Lug 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica
Al mio amante che torna da sua moglie
Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.
Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso
e concreta come pentola di ghisa.
Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso.
Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.
Lei è molto di più.
Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento.
Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,
ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,
l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.
Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro
poco sonno.
Ti restituisco il cuore.
Ti do libero accesso:
al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa
al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso
sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera per il richiamo
lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.
Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
lei è solida.
Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.
Anne Sexton
15 sabato Lug 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

08 sabato Lug 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica
Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.
Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.
Julio Cortazar, da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451
trad. Gianni Toti
01 sabato Lug 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica

Tornato da scuola mi sono tolto le scarpe
ho buttato per terra lo zainetto
mi sono seduto sul vecchio divano che mi piace tanto
ho chiamato il gatto per accarezzarlo
non volevo mangiare né parlare con nessuno
e ho ricambiato lo sguardo del ritratto di Zico
che tengo appeso al muro.
Oltre la finestra è passato un colore
così veloce che sono riuscito a vedere
solo un pezzo di uccellino o di farfalla.
Ho tirato fuori dal taschino un foglio
dove lei aveva scritto il suo nome.
E’ bionda, ha le trecce, si chiama Alejandra
mi piace come ride e ha nove anni come me.
E’ in terza A e nel ricordarla
ho sentito dentro una corrente
come se mi facesse male la pancia del cuore.
Jairo Anibal Nino
24 sabato Giu 2017
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17 sabato Giu 2017
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10 sabato Giu 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica
Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti e fra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Incrocino gli aereoplani lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano i guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: avevo torto.
Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare.
Wystan Hugh Auden
27 sabato Mag 2017
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Dell’arte di perdere si è facili maestri;
ogni cosa pare così colma dell’intento
d’andar persa, che perderla non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta l’estro
delle chiavi perse, dell’ora senza sentimento.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.
Poi allenati a un perdere ulteriore, un perdere più lesto:
luoghi, nomi, e ogni dove che la mente
voleva visitare. Nulla di ciò sarà un disastro.
Ho perso l’orologio della mamma. Impiastro!
E di tre amate case non ho salvato niente.
Dell’arte di perdere si è facili maestri.
Ho perso due città stupende. E in quel contesto,
diversi regni miei, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Perfino nel perderti (il riso nella voce, un gesto
che amo) non avrò mentito. E’ evidente,
dell’arte di perdere non si è difficili maestri
anche se può sembrare (e scrivilo!) un disastro.
Elizabeth Bishop
20 sabato Mag 2017
Posted in LETTERATURA, Poesia sabbatica
