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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Maduro, l’immagine e il potere: quando la politica diventa spettacolo

28 mercoledì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Image AI generated

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La fotografia diffusa dall’AGI dell’arresto di Nicolás Maduro ha acceso un dibattito che va ben oltre la politica internazionale e la crisi venezuelana. L’immagine mostra il presidente venezuelano circondato da uomini armati, visibilmente sotto il controllo della DEA, un documento visivo potente e immediato. Ma mentre il mondo osserva, una domanda inquietante si insinua: è reale, o è una creazione digitale? Il sospetto che la foto possa essere una fake news generata con l’intelligenza artificiale ha messo in discussione tutto ciò che fino a ieri consideravamo “verità visiva”.
In un’epoca in cui le immagini circolano con la velocità della luce e possono essere manipolate in pochi minuti, persino un’agenzia di stampa storica come l’AGI può trovarsi di fronte a sfide senza precedenti. Il controllo delle fonti, la verifica dei contenuti, la responsabilità giornalistica diventano terreno fragile. Se non possiamo più distinguere il reale dall’artificiale, la politica stessa, l’informazione, l’opinione pubblica si trasformano in uno scenario sospeso tra realtà e illusione. La foto di Maduro diventa allora non solo un documento, ma uno specchio della nostra incredulità collettiva.
Il problema non riguarda solo l’immagine in sé, ma la percezione che ne deriva. La cattura di un leader politico, così presentata, è già di per sé spettacolo: forza simbolica, messaggio politico, arma di legittimazione internazionale. Se l’immagine fosse artificiale, il rischio è moltiplicato: non solo la politica diventa teatro, ma anche la nostra fiducia nelle notizie, nelle istituzioni e nei fatti storici si sgretola. Tutto diventa un gioco di simulazioni, una sceneggiatura in cui il confine tra reale e virtuale si dissolve. Filosoficamente, questa crisi richiama le riflessioni di Baudrillard sul simulacro e la simulazione: quando il segno sostituisce la realtà, l’immagine non rappresenta più un evento, ma crea un mondo proprio, indipendente dai fatti. Il rischio è che la politica internazionale si trasformi in uno spettacolo costruito, in cui le decisioni e gli arresti diventano narrative digitali da consumare piuttosto che eventi concreti da analizzare.
Sociologicamente, la diffusione di immagini potenzialmente ingannevoli mina il tessuto della fiducia sociale. La democrazia stessa si fonda sulla capacità dei cittadini di distinguere tra informazione e propaganda, tra prova e spettacolo. Se la percezione del reale diventa incerta, il consenso e il dissenso si costruiscono su illusioni. Ci troviamo davanti a un paradosso: più gli strumenti tecnologici ci promettono trasparenza e immediatezza, più rischiamo di perdere il senso del verificabile. Il sospetto di fake news sull’arresto di Maduro non è quindi solo un episodio venezuelano: è un campanello d’allarme globale. Ci costringe a interrogare la natura della realtà che consumiamo ogni giorno, i limiti della tecnologia e la fragilità del nostro giudizio. Se una fotografia, un tempo simbolo di prova, può essere messa in dubbio, cosa rimane della nostra capacità di credere, di agire, di reagire?
Il mondo sembra dirigersi verso una nuova era in cui la verità non è più ciò che accade, ma ciò che appare credibile. E mentre lo spettacolo digitale prende il posto dei fatti, ci troviamo sospesi tra incredulità e fascinazione, tra libertà di pensiero e manipolazione. La foto di Maduro diventa così un simbolo inquietante: l’illusione di controllo, il potere della rappresentazione, e la fragile linea che separa ciò che è reale da ciò che ci viene mostrato come tale.
Anche ammesso che la fotografia di Nicolás Maduro circondato dagli agenti della DEA fosse manipolata o creata artificialmente, ciò non cambia la sostanza politica dell’azione americana: il messaggio è chiaro, deliberato e coerente con la mentalità del presidente Donald Trump. Fonti ufficiali, tra cui comunicati del Dipartimento di Stato e dichiarazioni del presidente stesso sulla sua piattaforma Truth Social, confermano che l’operazione contro il leader venezuelano è stata pianificata come un colpo simbolico e strategico, un atto di pressione sull’America Latina e di consolidamento del consenso interno.
L’uso dell’immagine come arma politica non è un’innovazione digitale isolata. L’amministrazione Trump ha più volte dimostrato come la rappresentazione mediatica diventi parte integrante della strategia di potere. Non è solo ciò che viene fatto, ma come viene mostrato a cittadini, media e opinione internazionale. La fotografia, reale o artificiale, serve a tradurre la politica in narrazione visibile, a trasformare l’azione militare in simbolo di efficacia e forza. L’obiettivo è duplice: intimidire gli avversari e rassicurare il pubblico domestico, mostrando che gli Stati Uniti agiscono senza chiedere permesso, secondo una logica di pura deterrenza e dominio.
Analisti internazionali riportano come Trump abbia sempre privilegiato il linguaggio diretto della potenza rispetto a quello complesso della diplomazia multilaterale. In un briefing ufficiale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del 2025, si sottolineava come il presidente consideri il rispetto formale delle organizzazioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, subordinato alla convenienza immediata degli interessi statunitensi. Non è sorprendente quindi che la comunicazione dell’operazione verso il Venezuela sia stata accompagnata da immagini capaci di impressionare e modellare la percezione pubblica, indipendentemente dalla loro autenticità.
Il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan osservava che “il medium è il messaggio”: nel caso di Trump, il medium dell’immagine digitale, della fotografia e dei social media diventa parte stessa dell’azione politica. Anche se la foto fosse una simulazione artificiale, essa rispecchia perfettamente la filosofia di governo trumpiana, in cui ciò che conta è la percezione di forza, la dimostrazione di controllo, la capacità di stabilire gerarchie globali e di proiettare il potere. L’immagine, vera o falsa, diventa quindi strumento di geopolitica e non semplice documento giornalistico.
In questo senso, la vicenda conferma un tratto costante della mentalità americana sotto Trump: la politica internazionale come negoziazione di interessi concreti e come esercizio di pressione diretta, più che come rispetto di regole universali. La spettacolarizzazione dell’arresto di Maduro, reale o costruita, è coerente con un approccio in cui la visibilità della forza e la gestione dell’opinione pubblica sono strumenti essenziali del potere.
Il nodo della questione non è quindi se la foto sia vera o meno, ma quale modello di politica e di realtà essa riflette. In un mondo in cui l’immagine diventa politica, la sostanza resta la mentalità del leader, la logica che guida le decisioni e i limiti morali o legali che si decide di ignorare. Trump ha sempre agito secondo la convinzione che l’interesse americano e la percezione di forza prevalgano su norme multilaterali, diritto internazionale o opinione pubblica esterna. La fotografia, reale o artificiale, non fa che rendere visibile questa filosofia di dominio e di spettacolarizzazione globale.

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Blue Monday: cinque modi per sopravvivere al giorno più triste dell’anno

20 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Arriva puntuale ogni gennaio, come le bollette e i buoni propositi già falliti: il Blue Monday, il presunto giorno più triste dell’anno. Non è una festività, nemmeno una ricorrenza storica. È, più semplicemente, un’idea nata nel 2005 per una campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi, ma talmente ben riuscita da aver convinto mezzo pianeta che la tristezza possa essere messa in agenda, possibilmente di lunedì. Il terzo lunedì di gennaio, per essere precisi.
Perché se devi deprimerti, fallo con metodo!
Eppure, se c’è qualcosa che l’umorismo ci insegna – e la psicologia lo conferma – è che ridere non è solo una distrazione, ma un modo sofisticato per affrontare l’assurdità dell’esistenza. Siamo, dopotutto, un ammasso casuale di polvere cosmica che ha sviluppato coscienza, linguaggio e la straordinaria capacità di prendersi molto sul serio. Il Blue Monday, in questo senso, è un capolavoro involontario: ci ricorda quanto siamo vulnerabili alle narrazioni, soprattutto quando sono confezionate bene. E allora, per onorare la giornata, ecco cinque passaggi ironicamente utili per superarla.
Il primo passo è accettare l’insignificanza cosmica. Nell’universo stanno collidendo buchi neri, nascono stelle e si disintegrano galassie, e tu ti senti giù perché è lunedì e piove. Ridimensionare aiuta. Non annulla il malumore, ma lo mette nella giusta scala: infinitesimale. Se al cosmo non importa nulla del tuo umore, forse puoi permetterti di non farne una tragedia greca.
Il secondo passaggio consiste nell’usare le parole, ma senza paura. Le parole non sono cattive, lo è il loro uso. “Sono stanco”, “sono annoiato”, “non ho voglia di lavorare”: dirlo non peggiora la situazione, anzi la rende condivisibile. Pensiamo attraverso il linguaggio e, se dobbiamo raccontare una caduta sulla buccia di mandarino, possiamo farlo come una tragedia o come una scena comica. Il fatto resta lo stesso, ma l’effetto cambia.
Terzo passaggio: concedersi il diritto di ridere del peggio. Anche delle giornate storte, delle scadenze, del conto in banca che piange. La storia ci insegna che perfino nei contesti più estremi – sì, anche quelli che non si nominano alla leggera – la risata è esistita come gesto di resistenza.
Il quarto passo è diffidare delle formule magiche. Se qualcuno ti dice che oggi devi essere triste, chiediti il perché. Il Blue Monday è il trionfo della tristezza programmata: ti dicono che stai male per venderti qualcosa che ti farà stare meglio. Un viaggio, un oggetto, un’illusione. Sentirsi bene, oggi, è un piccolo atto di ribellione.
Il quinto e ultimo passaggio è il più semplice e il più sovversivo: ridere insieme a qualcuno. L’umorismo “affiliativo”, direbbero gli psicologi, quello che serve a creare legami, a rassicurare, a ricordarci che non siamo soli nella nostra lieve, quotidiana, umanissima fatica di esistere. Una battuta, un meme, un caffè condiviso. Non salverà il mondo, ma renderà il lunedì un po’ meno blu.
Alla fine, il Blue Monday è una grande barzelletta raccontata molto seriamente. Sta a noi decidere se riderne o prenderla sul serio. E considerando che tra cent’anni nessuno ricorderà questo lunedì, forse vale la pena fare ciò che ci riesce meglio come esseri umani: ridere del fatto di esserci, anche quando il calendario dice che non dovremmo.


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Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse

13 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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In Italia la patologia delle cure rappresenta una delle forme di maltrattamento infantile più difficili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più sottovalutate. Non si tratta di un’anomalia clinica né di un tema marginale, ma di un fenomeno reale, complesso e storicamente poco studiato, che attraversa silenziosamente il sistema sanitario e sociale. La letteratura accademica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano nel collocarla a pieno titolo tra le forme di maltrattamento, pur riconoscendone la rarità relativa rispetto ad altre tipologie più note come la violenza fisica o la trascuratezza grave.
Con il termine patologia delle cure si indicano situazioni in cui i bisogni di salute, sviluppo e protezione del bambino vengono compromessi non tanto dall’assenza di cure, quanto da cure inappropriate, distorte o eccessive. In questa categoria rientrano l’incuria, la discuria e l’ipercuria. Quest’ultima, nelle sue forme più estreme, comprende il cosiddetto medical child abuse, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, in cui il caregiver provoca, simula o amplifica sintomi nel bambino, esponendolo a esami, trattamenti e ospedalizzazioni non necessarie.
Dal punto di vista numerico, i dati disponibili in Italia sono frammentari e derivano soprattutto da studi ospedalieri e casistiche cliniche locali. Le ricerche condotte in grandi ospedali pediatrici indicano che i casi riconducibili a medical child abuse rappresentano meno dell’1% dei maltrattamenti intercettati, una percentuale apparentemente bassa ma coerente con le stime internazionali, che parlano di un’incidenza annua compresa tra 0,5 e 2 casi ogni 100.000 minori. Questi numeri, tuttavia, non fotografano il sommerso. Le stesse fonti sottolineano che la patologia delle cure è ampiamente sottodiagnosticata e che l’assenza di sistemi di sorveglianza epidemiologica strutturati impedisce una stima reale della sua diffusione.
La sottovalutazione del fenomeno dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la difficoltà diagnostica: i quadri clinici spesso imitano patologie genuine, croniche o rare, rendendo complesso distinguere tra malattia reale ed abuso. In secondo luogo, il contesto relazionale in cui avviene il maltrattamento: il caregiver appare frequentemente attento, collaborante, iper-presente, generando nei professionisti sanitari un bias di fiducia che può ritardare o bloccare il sospetto. A questo si aggiunge la mancanza di formazione specifica nei percorsi universitari e di aggiornamento continuo, soprattutto per il personale sanitario non specializzato in ambito di tutela minorile.
In ambito sanitario se ne parla poco anche per ragioni culturali e organizzative. La medicina è strutturalmente orientata a curare la malattia, non a interrogarsi sulla relazione di cura come possibile fonte di danno. Inoltre, l’assenza di criteri diagnostici operativi chiari e condivisi, unita al timore di errore o di contenzioso legale, rende molti professionisti esitanti nel segnalare situazioni sospette. Il risultato è una forma di collusione involontaria del sistema, che finisce per perpetuare l’esposizione del bambino a procedure invasive e a un danno evolutivo cumulativo.
Riconoscere il sommerso significa spostare lo sguardo dal singolo sintomo alla traiettoria complessiva del bambino. La letteratura indica come segnali di allarme la discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, la frequenza anomala di accessi sanitari, il peggioramento dei quadri clinici in presenza del caregiver e il miglioramento in sua assenza, così come l’uso reiterato di strutture sanitarie diverse senza una reale continuità di cura. Fondamentale è anche la lettura evolutiva: bambini sottoposti a medicalizzazione eccessiva mostrano spesso ritardi nello sviluppo, difficoltà di autonomia, ansia e costruzione di un’identità centrata sul ruolo di paziente.
Aiutare questi bambini significa intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturale, e contemporaneamente riconoscere la fragilità delle famiglie coinvolte. La patologia delle cure non nasce nel vuoto, ma si inserisce spesso in contesti di vulnerabilità psicologica, isolamento sociale e bisogni di riconoscimento non elaborati. Per questo le linee guida internazionali raccomandano un approccio multidisciplinare, che integri competenze pediatriche, psicologiche, sociali e giuridiche, e una documentazione clinica accurata e condivisa.
In conclusione, la patologia delle cure in Italia non è un fenomeno marginale né irrilevante, ma una zona d’ombra del maltrattamento infantile. È rara nei numeri ufficiali, ma probabilmente molto più presente nella pratica clinica quotidiana di quanto emerga dalle statistiche. Renderla visibile significa investire in formazione, ricerca, integrazione dei servizi e, soprattutto, in una cultura della tutela dell’infanzia che sappia interrogare anche la cura quando diventa, paradossalmente, fonte di danno.

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Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

16 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.

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Il fallimento rieducativo delle carceri

09 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

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Il prezzo della poltrona: stress che scivola dall’alto

02 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere.
Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante.
Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette.
La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali.
Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe.
Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene.
Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.

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Lavoro e rischio, la legge non basta: l’anima chiede attenzione

25 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Roma, 13 novembre 2025 – Il lavoro in Italia continua a mietere vittime, spesso in silenzio. Antonio Tomassetti, 58 anni, piccolo imprenditore edile di Rieti, è morto martedì 11 novembre al Policlinico Gemelli, dopo il cedimento di una copertura durante un sopralluogo a Roma. Lo stesso giorno, Daniele Giordano, 61 anni, operaio manutentore della Sirti, ha perso la vita in un incidente stradale con il furgone aziendale ad Alessandria. Poche ore prima, Giuseppe Patisso, 47 anni, titolare di una paninoteca in Puglia, si è spento improvvisamente nel suo locale. Tre storie diverse, un filo comune: il lavoro che uccide, spesso quando meno ce lo si aspetta. I numeri sono tragicamente eloquenti. Solo a novembre 2025 si registrano 34 morti sul lavoro (30 in sede, 4 in itinere), con una media giornaliera di 2,8 vittime. L’anno corrente conta 992 morti (791 in sede, 201 in itinere), con punte più alte in Lombardia (119), Veneto (107) e Campania (98). La sicurezza resta una priorità in tutta Italia, ma le statistiche mostrano quanto la legge da sola non basti.
La Legge 81/2008 e le sue successive integrazioni hanno creato un quadro normativo completo: formazione obbligatoria, valutazione dei rischi, dispositivi di protezione e figure dedicate alla sicurezza. Eppure, nella realtà quotidiana, essere “formati sulla carta” non è sufficiente. Molti lavoratori, per fretta, abitudine o distrazione, non percepiscono il pericolo fino a quando non è troppo tardi. Un corso di sicurezza non può sostituire lo sguardo vigile sul cantiere, la capacità di leggere i segnali del rischio, di intervenire prima che accada la tragedia. È qui che entrano in gioco arte ed emozione. Non basta compilare moduli o seguire protocolli: per cambiare davvero i valori di chi lavora, occorre colpire l’animo, stimolare la sensibilità. La tragedia, il dolore, la memoria delle vite spezzate possono diventare strumenti di coscienza, capaci di far percepire la fragilità del corpo e l’importanza della sicurezza. Solo toccando le emozioni, solo rendendo il rischio visibile nel cuore, è possibile formare lavoratori che non si limitino a eseguire procedure, ma sappiano agire con attenzione e responsabilità.
Le famiglie rimaste senza i propri cari, come Monica Michielin per il figlio Mattia Battistetti, 23 anni, morto in cantiere a Montebelluna, sono il monito più concreto: la vita non è sostituibile. Ogni numero, ogni statistica, nasconde volti e storie. Ogni incidente è una ferita sociale che ci ricorda che la sicurezza non è un obbligo da rispettare solo per legge, ma un valore da interiorizzare. Di fronte alla fretta, alla distrazione e alla superficialità, la formazione tecnica deve incontrare la sensibilità dell’anima, solo così sarà possibile fare un passo verso un mondo del lavoro più sicuro, dove la vita ha peso reale e dove ogni gesto, ogni attenzione, può salvare un’esistenza.
La legge 81 del 2008 rappresenta una pietra miliare nella tutela della sicurezza sul lavoro in Italia, raccogliendo norme su formazione, valutazione dei rischi e responsabilità dei datori di lavoro. Tuttavia, l’esperienza quotidiana e i dati tragici lo confermano: avere la legge non basta. Nel 2025, quasi mille morti sul lavoro in Italia testimoniano quanto la norma, da sola, non possa salvare vite. Molti lavoratori seguono corsi e partecipano a formazione, ma la vera difficoltà sta nel trasformare la conoscenza teorica in percezione concreta del pericolo. Sapere cosa fare su carta non significa vedere il rischio davanti a sé, sentire il tremito di un ponte instabile o percepire l’ombra di un carico che può cedere da un momento all’altro. Qui entra in gioco la cultura, intesa come esperienza emotiva e artistica. L’arte ha il potere di far vibrare le corde dell’animo, di trasformare il rischio astratto in esperienza sentita, visibile e memorabile. Storie di chi ha perso la vita, installazioni visive, performance teatrali nei cantieri, fotografie che raccontano la fragilità del corpo umano al lavoro: tutto questo può agire come leva profonda nella coscienza del lavoratore, creando una percezione del rischio più autentica e duratura. Quando il pericolo smette di essere un numero su un foglio e diventa un volto, una storia, un gesto sospeso nel tempo, la normativa trova terreno fertile per essere rispettata.
Le imprese che limitano la sicurezza alla consegna dei moduli e all’uso dei dispositivi rischiano di ignorare il cuore del problema. Turni lunghi, stanchezza, abitudine e pressioni produttive fanno sì che il rischio venga spesso sottovalutato, anche da lavoratori esperti. In questo contesto, la cultura diventa strumento di prevenzione attiva: chi percepisce emotivamente il pericolo è più pronto a intervenire, a fermarsi, a rispettare procedure che altrimenti sembrerebbero astratte.
Esperienze immersive, come simulazioni in realtà virtuale o workshop artistici nei cantieri, hanno dimostrato come sia possibile aumentare la consapevolezza del rischio con modalità sensoriali ed emotive. Le emozioni attivano una memoria più profonda dei dati tecnici, e il rispetto della legge non rimane un obbligo burocratico, ma diventa un gesto consapevole, radicato in valori interiorizzati. In altre parole, arte e cultura preparano il terreno su cui la normativa può attecchire, trasformando la conoscenza in responsabilità.
La sicurezza sul lavoro, dunque, non è solo un insieme di regole o dispositivi, ma un terreno di esperienza condivisa tra legge, percezione e valori culturali. Solo se il lavoratore sente, vede e comprende il rischio, e se la società valorizza queste esperienze, la normativa può davvero salvare vite. In questo senso, le tragedie recenti, come quelle di Antonio, Daniele e Giuseppe, diventano moniti viventi, spingendo a considerare la prevenzione non solo come un obbligo legale, ma come un atto culturale ed etico che attraversa la vita quotidiana dei cantieri e dei luoghi di lavoro.

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Dal silenzio alla rinascita: il metodo integrato che restituisce voce alle sopravvissute

20 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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violenza di genere

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Nella realtà quotidiana, spesso attraversata da forme sottili e manifeste di violenza di genere, il lavoro di chi accompagna le donne dopo un trauma diventa un atto profondamente politico e umano. La violenza non è mai un episodio isolato: modifica la percezione di sé, incrina la fiducia nel corpo, disarticola la continuità della vita. Le ricerche sociologiche degli ultimi anni, come quelle della studiosa statunitense Paige L. Sweet sulle dinamiche del gaslighting, mostrano come molte sopravvissute assorbano sensi di colpa e dubbi che in realtà appartengono all’abuso subito. Per questo motivo i percorsi di cura devono essere pensati non solo per riparare, ma per restituire significato.
Gli studi sul trauma, compresi quelli dell’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, spiegano che molte reazioni osservate nelle vittime — immobilità, confusione, assenza emotiva — sono risposte biologiche di difesa, attivate automaticamente dal sistema nervoso per garantire la sopravvivenza. Gli operatori dei centri antiviolenza, consapevoli di queste dinamiche, sanno che offrire rifugio fisico non basta: occorre un intervento capace di leggere le reazioni neurofisiologiche e accompagnare la donna nella ri-regolazione del proprio corpo e delle proprie emozioni. Tra gli strumenti clinici basati su evidenze scientifiche, la desensibilizzazione e rielaborazione del trauma attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sulla ristrutturazione dei pensieri traumatici si sono rivelate efficaci nel ridurre ricordi intrusivi, paure persistenti e convinzioni autodistruttive. Studi internazionali condotti su donne che hanno subito abusi in età infantile hanno confermato risultati significativi su disturbi post-traumatici e difficoltà emotive.
Ma la guarigione non si gioca soltanto nella stanza dello psicoterapeuta. Il primo passo è quasi sempre la relazione: un ambiente in cui la donna possa parlare o tacere senza sentirsi interrogata, giudicata o spinta a raccontare ciò che non è ancora pronta a condividere. La presenza dell’operatore, fatta di voce calma, ascolto attento e gesti misurati, diventa un primo approdo sicuro. Molte sopravvissute raccontano che il momento in cui qualcuno le ha credute è stato più importante di qualsiasi trattamento successivo, perché ha trasformato una ferita muta in una storia legittimata.
A partire da questa base, il corpo può essere nuovamente coinvolto. La respirazione lenta e diaframmatica è spesso il primo strumento che permette alla donna di tornare a percepire il proprio ritmo interno: espirazioni più lunghe delle inspirazioni producono un effetto calmante, riducono l’attivazione fisiologica del trauma e favoriscono un senso di stabilità. Accanto alla respirazione si inseriscono le tecniche di radicamento, utilissime quando compaiono flashback o sensazioni di distacco dalla realtà. Sentire il contatto dei piedi a terra, accarezzare un oggetto dalla consistenza familiare, nominare gli elementi visibili nella stanza: sono piccoli gesti che riportano il presente al centro dell’esperienza e spezzano l’ondata di ricordi.
Quando il corpo inizia a ritrovare sicurezza, diventa possibile introdurre pratiche di consapevolezza adattate al trauma. Non si tratta di meditazioni profonde, che potrebbero riattivare stati di allarme, ma di brevi momenti a occhi aperti in cui la donna impara a osservare il respiro, il peso del corpo sulla sedia, i suoni attorno a sé. È una consapevolezza gentile, che non forza l’introspezione ma educa alla presenza.
In questo percorso, anche la scrittura diventa un atto terapeutico. Nei centri antiviolenza molte operatrici propongono diari delle piccole conquiste quotidiane, lettere non destinate alla spedizione o testi liberi senza struttura. Una tecnica particolarmente significativa è il caviardage: partendo da una pagina stampata, si anneriscono parole superflue per far emergere una breve frase o un verso nascosto. È un processo creativo che permette di sottrarre il caos e conservare solo ciò che merita di rimanere, una sorta di poesia involontaria che diventa specchio della trasformazione interiore. La scrittura permette di riconoscere emozioni difficili senza esserne travolte.
In parallelo, il corpo trova un linguaggio nuovo attraverso movimenti lenti e controllati. Rotazioni delle spalle, allungamenti del collo, lievi colpetti su braccia e torace sono esercizi che aiutano a percepire il corpo come un luogo abitabile e non come teatro della violenza. In molti centri, questi esercizi vengono integrati con il teatro sociale e lo psicodramma. In questi contesti, la donna non è spettatrice del proprio trauma ma soggetto attivo della propria storia. Camminare nello spazio scenico, scegliere un gesto che rappresenti la rinascita, immaginare una nuova postura: sono azioni che molti progetti internazionali hanno dimostrato capaci di restituire agency e presenza.
Quando la donna si sente sostenuta e stabilizzata, può intraprendere percorsi clinici specialistici in cui il trattamento del trauma diventa più profondo: la rielaborazione dei ricordi attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sui pensieri disfunzionali. Questi metodi permettono di diminuire l’intensità emotiva legata ai ricordi traumatici e di trasformare convinzioni interiorizzate come «È colpa mia» o «Non merito cura». Gli operatori non clinici svolgono il ruolo di ponte, preparano il terreno, orientano la donna verso professionisti qualificati quando necessario, garantendo continuità e protezione.
Gli studi sociologici di ricercatrici come Elisa Bellotti e Susanne Boethius hanno mostrato che la rete sociale intorno a una sopravvissuta può funzionare come una risorsa o come un ostacolo. Reti coerenti, supportive e non giudicanti favoriscono l’uscita dalla violenza; al contrario, legami ambivalenti possono riprodurre condizionamenti e colpevolizzazioni. Per gli operatori è fondamentale riconoscere queste dinamiche per prevenire la rivittimizzazione secondaria, quella forma di violenza simbolica che si manifesta quando la donna non viene creduta o viene interrogata in modo pressante.
Accanto agli aspetti psicologici e sociali, alcune ricerche italiane hanno evidenziato persino tracce biologiche del trauma attraverso modificazioni epigenetiche legate allo stress cronico. Comprendere la profondità di questi processi non significa medicalizzare l’esperienza, ma riconoscere che il trauma attraversa la persona in ogni sua dimensione, rendendo necessari percorsi multidisciplinari.
Questo metodo integrato non è un insieme di tecniche giustapposte: è un modo armonico di accompagnare una donna nel suo ritorno alla vita. La respirazione prepara il terreno emotivo; il grounding ancora il presente; la scrittura costruisce significato; il teatro restituisce il corpo; la terapia psicologica rielabora il passato; la relazione tiene insieme tutto. È un processo che richiede sensibilità, formazione e la capacità di rispettare i tempi della donna, senza fretta, senza pressioni.
La rinascita non procede in linea retta. È un cammino di andate e ritorni, di silenzi e nuove parole, di piccoli gesti che un giorno, quasi all’improvviso, diventano trasformazione.

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Dieci riots tardoletterari di Ivan Pozzoni con un commento di Enzo Bacca

13 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Prosa poetica

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Giorgio Bacca, Ivan Pozzoni, Riots

Paul Klee, Kettledrummer, 1940

Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.

Di seguito un file scaricabile contenente il commento di Enzo Bacca riportato qui sopra e dieci riots di Ivan Pozzoni

Limina mundi – Ivan PozzoniDownload

Biografia dell’autore

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

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Morandi e l’arte dell’attesa silenziosa

11 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', Pensiero

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Di Yuleisy Cruz Lezcano

“Natura morta”, Giorgio Morandi


“Devi fare cose nuove. Questo si è già visto. Se non cambi ogni anno esci dai giri”.
A questo suggerimento, che spesso mi viene rivolto, rispondo con un fermo disappunto. Giorgio Morandi ha dipinto le stesse, poche cose per una vita intera, non muovendosi quasi mai dal proprio studio e dalla sua finestra. Come lui, molti altri hanno saputo creare e mantenere una poetica ed uno stile che, a dispetto delle mode, sono rimasti eloquenti e cristallini nel tempo. Ecco, io penso che un artista dovrebbe fare esattamente questo: restare sordo alle brezze leggere di gusti dettati da logiche commerciali e da valutazioni che poco hanno a che fare con un’idea seria di coerenza, di ricerca, di pensiero. Starsene isolati non si deve, ma nemmeno lasciarsi travolgere dal chiasso del mondo. Bisognerebbe piuttosto capire, come scrisse Baudelaire, che “la modernità è solo la metà dell’arte. L’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Immutabile che fa pensare a quanta polvere restava in attesa nello studio di Giorgio Morandi, e, sicuramente, non era trascuratezza, ma custodia. Morandi amava conservarla, come un velo sacro, un deposito silenzioso del tempo. Non la rimuoveva mai dagli oggetti, anzi: in quella patina leggera ritrovava la verità delle cose, la loro lenta sedimentazione nel mondo. Pensando a lui, rivedo quell’immagine potente: Morandi assorto, intento a osservare i suoi oggetti: bottiglie, vasi, scatolette, alcuni trovati, altri costruiti con pazienza. Ogni elemento era disposto sul tavolo da lavoro come su una scacchiera. Studiava la mossa, il minimo spostamento. Un cilindro ruotato, un’ombra che cade diversamente, e tutto si trasformava.
La polvere rimaneva. Si posava come una luce opaca. Nessuna brillantezza, nessuna pretesa, solo materia, umiltà, silenzio. Per controllare la luce, Morandi aveva creato un sistema di tende nel suo studio di via Fondazza. Per lui tutto doveva essere calibrato, ridotto, essenziale. Amava la campagna, ma col tempo la sua pittura si ritirò verso l’interno. I paesaggi si fecero scorci del cortile. Il mondo esterno si restrinse, ma proprio così diventò infinito.
Quanta polvere, dunque e in essa, Morandi trovava il respiro delle cose. Se vuoi rispettare quello che non comprendi, non soffiare! Lascia depositare il tempo sull’oggetto. Non soffiare! Perché in tutta quella polvere, c’è un pezzo d’anima, che cambia la forma e dona morbidezza alla proiezione delle ombre.

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Arte, sostenibilità e relazioni nel lavoro: costruire futuri possibili con le mani, le idee e il cuore

29 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

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Oggi parlare di sostenibilità significa molto più che occuparsi di ambiente. La sostenibilità è diventata un paradigma complesso, che coinvolge la qualità delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro, la gestione delle risorse umane ed emotive, e la capacità di dare senso, forma e direzione ai processi collettivi. Se è vero che l’Agenda 2030 dell’ONU individua tre grandi dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – è altrettanto vero che le persone, ogni giorno, vivono questo concetto attraverso le proprie esperienze lavorative, i loro tempi, le energie e le relazioni. E in questo contesto, l’arte e la creatività possono agire come strumenti concreti di trasformazione, restituendo senso, visione e cura ai luoghi dove passiamo la gran parte della nostra vita.
Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’uso dei mattoncini LEGO, non come gioco, ma come strumento artistico e partecipativo, capace di dare forma a concetti complessi, facilitare la comunicazione nei gruppi e rafforzare la coesione.
L’approccio LEGO® SERIOUS PLAY®, nato per facilitare l’innovazione nei contesti organizzativi, è diventato oggi una metodologia che unisce pensiero, ascolto, manualità e relazione in un processo che ha tutte le caratteristiche dell’arte partecipativa.
L’arte, del resto, non è solo creazione estetica: è un linguaggio, un processo relazionale, una forma di ascolto profondo e condiviso. Quando viene applicata all’ambito lavorativo, l’arte non serve a decorare, ma a interrogare, a rendere visibile l’invisibile, a far emergere i bisogni silenziosi che spesso sfuggono alle dinamiche aziendali. L’uso dei LEGO in questo senso è emblematico: ciascun partecipante costruisce con le mani un modello tridimensionale che rappresenta una visione, un problema, un obiettivo. Le costruzioni diventano narrazioni, strumenti per condividere emozioni, per comprendere i punti di vista altrui, per dare forma – insieme – a un pensiero collettivo. È una pratica che rompe le gerarchie, facilita la partecipazione, valorizza ogni voce. In altre parole, è una pratica sostenibile.
Nei luoghi di lavoro, ciò che spesso manca non è la competenza tecnica, ma la qualità della comunicazione. Le organizzazioni tendono a definire cosa bisogna fare e come, ma raramente si soffermano sul perché. Questo silenzio intorno al senso produce disconnessione, demotivazione, perdita di significato. Quando le persone non conoscono il perché delle loro azioni, smettono di sentirsi parte di un sistema e diventano meri esecutori. Questo alimenta un circolo vizioso fatto di turnover, stress, moving (forme di esclusione sottili e reiterate), e climi aziendali tossici.
La sostenibilità sociale passa proprio da qui: dalla capacità di creare relazioni umane autentiche, ambienti di lavoro sani, basati su fiducia, ascolto e valorizzazione reciproca. La comunicazione diventa uno strumento di cura. Una parola riconoscente può trattenere una persona più di un aumento di stipendio; un feedback ben dato può trasformare un errore in un’occasione di crescita. È qui che entra in gioco il potere della facilitazione e dell’arte: usare strumenti come i LEGO non per giocare, ma per aprire spazi di dialogo, visualizzare problemi nascosti, costruire insieme soluzioni creative.
Purtroppo, spesso a guidare le aziende sono ancora modelli autoritari, rigidi, gerarchici. Questi modelli possono garantire ordine, ma non generano coinvolgimento. Impongono, ma non ascoltano.
Nella realtà complessa e fluida in cui viviamo oggi, questa rigidità diventa un ostacolo. Lo stesso vale per alcune leadership femminili, che – in ambienti maschili e competitivi – si sentono costrette a emulare i modelli maschili di potere: durezza, chiusura, mancanza di empatia. Quando una donna in posizione dirigenziale nega il valore della relazione, impone senza dialogare, esaspera la competizione tra colleghi, tradisce una grande opportunità: quella di proporre un modello nuovo, più sostenibile, basato sulla cura e sulla collaborazione.
La vera sostenibilità in azienda non è fatta di strategie astratte, ma di gesti quotidiani, di scelte relazionali, di cultura organizzativa. Non si tratta solo di non sprecare energia elettrica, ma di non sprecare le energie psico-fisiche delle persone. Di rispettare il tempo – non come quantità, ma come qualità. Un’ora vissuta in un ambiente tossico pesa più di una giornata produttiva in un clima sereno. Se i problemi del lavoro non vengono affrontati, li si porta a casa, nel corpo, nel sonno, nella vita familiare. Questo genera catene di disagio che tolgono orientamento, energia e motivazione.
Serve un nuovo equilibrio tra produttività e benessere. Un modello che tenga insieme etica ed estetica, come succede nell’arte: non basta fare cose giuste, serve anche che siano desiderabili, che abbiano senso, che siano vissute come belle. L’arte ci insegna proprio questo: ciò che emoziona, coinvolge. E ciò che coinvolge, rimane. In questo senso, la pratica partecipativa – come l’uso consapevole dei mattoncini LEGO – diventa un atto politico e culturale. Aiuta le persone a sentirsi parte di un processo, a riconoscersi come co-creatori di un futuro comune. Non si tratta solo di costruire modelli in scala: si tratta di costruire visioni, valori, direzioni condivise.
In conclusione, cura e sostenibilità hanno la stessa anima. E l’arte può essere la forma che questa anima prende nel mondo. Portare arte, gioco serio, facilitazione e relazione nei luoghi di lavoro non è un lusso, ma una scelta necessaria se vogliamo ambienti che non consumino, ma rigenerino le persone. Se vogliamo che le nuove generazioni non solo sopravvivano al lavoro, ma lo vivano come spazio di crescita, appartenenza e senso.
Perché – come ci insegnano i piccoli mattoncini colorati – anche con elementi semplici, se usati con immaginazione, si possono costruire mondi complessi, belli e sostenibili. Insieme.

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Una lettura di Cristina Bove

28 martedì Ott 2025

Posted by maria allo in La società, Podcast, POESIA

≈ 3 commenti

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Cristina Bove legge una sua poesia

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Premi letterari italiani e il complesso di inferiorità culturale

23 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', LETTERATURA

≈ 1 Commento

Di Yuleisy Cruz Lezcano

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Immaginiamo un allenatore di nuoto, che deve preparare una squadra italiana a gare importanti. Gli atleti, a confronto con i loro coetanei stranieri, non brillano: le prestazioni non superano un modesto sei. L’allenatore, però, non può acquistare nuotatori da altri paesi ma deve fare con quello che ha. Così si mette al lavoro: rivede i metodi, ascolta, corregge, sostiene, allena senza sosta. Non aspetta il talento puro come un dono del cielo: lo costruisce, lo coltiva, lo inchioda giorno dopo giorno alla disciplina e al coraggio.
Ora immaginate un allenatore di calcio, che ha sottomano una squadra è mediocre, che non vince. La soluzione è semplice e rapida: si acquistano i migliori giocatori stranieri, si vince, si esulta. Le altre squadre seguono l’esempio. Tutto funziona, finché la nazionale non scende in campo ed è lì, con gli azzurri in campo e lo sguardo mondiale puntato addosso, che si svela l’effetto collaterale: dal 2014, l’Italia non riesce più a qualificarsi ai Mondiali. Perché? Perché non si è mai investito sui giovani italiani, perché è mancato l’allenatore disposto a sporcarsi le mani con il poco che c’era, a riconoscere anche in un sei il punto di partenza per un futuro dieci.
Ecco: lo stesso meccanismo sta erodendo l’editoria italiana. In molti premi letterari, soprattutto in ambito giovanile, il vincitore è spesso un autore straniero. Si premiano le eccellenze esterne, le punte già affilate, i testi già levigati da un sistema editoriale forte, internazionale, ben rodato. I giudici e i professionisti del settore si giustificano con un’argomentazione che suona così: “Gli autori italiani non sono abbastanza bravi” e questa è una diagnosi impietosa che, però, salta una domanda fondamentale: chi li ha allenati, questi autori italiani? Chi li ha selezionati, seguiti, spronati, corretti? Chi ha scelto di credere in loro anche quando si fermavano a un sei?
Come scrive Antonio Franchini in Leggere, possedere, vendere, bruciare, “la scrittura è un mercato. Non necessariamente un turpe mercato, ma un onesto, decoroso, sofferto mercato.” Ma la scrittura vera è, anche, e forse prima di tutto, un’urgenza sorda, un gesto privato, “una necessità istintiva, dolorosa, irriflessa”. E se questa necessità non incontra contesti capaci di accoglierla, sostenerla, renderla leggibile, allora si spegne. Allora il mercato, anche quello decoroso, diventa una macchina che scarta, più che selezionare.
Chi lavora nella formazione sa bene cosa significhi vedere un ragazzo o una ragazza arrivare in aula con uno “straccio di talento”, è fragile, impuro, sporco, ma è lì e ha bisogno di tempo, di fiducia, di errori e di confronto con standard raggiungibili, non con modelli perfetti provenienti da altrove.
Premiare costantemente libri stranieri nei premi nazionali significa, di fatto, dire ai giovani scrittori italiani: “non sarete mai abbastanza”. Ma chi educa alla scrittura sa che nessuno nasce già pronto e che il sei pieno, nel contesto italiano, è spesso già un piccolo miracolo.
Il problema, allora, non è che i premi esistano, è come vengono assegnati. Se il livello medio della produzione italiana è davvero un sei, allora i premi dovrebbero andare a chi raggiunge, con merito, quel sei, dovrebbero essere strumenti per elevare, non per escludere. Premiare significa riconoscere un percorso, non inseguire una perfezione assoluta. Se invece continuiamo a confrontare la scrittura italiana con quella proveniente da paesi che investono molto più di noi in formazione, lettura, accesso alla cultura e filiera editoriale, allora la frustrazione diventa sistemica. Nessuno distingue più la differenza tra chi parte da zero e chi ha fatto un buon cammino. Tutti finiscono nello stesso calderone dell’insufficienza e da lì, è quasi impossibile risalire.

A una giuria seria del romanzo norvegese scritto perfettamente, levigato come una statua scandinava, dovrebbe importare relativamente. Dovrebbe interessarsi molto di più del ragazzino siciliano, o veneto, o pugliese, che ha scritto un racconto pieno di buchi, ma con un’intuizione autentica, con una voce ancora da domare, perché lì, forse, c’è il seme di una letteratura futura.
Sempre che qualcuno si prenda la briga di innaffiarlo. Un premio nazionale assegnato a un autore straniero è una contraddizione. Il gesto, per quanto comprensibile in termini di qualità, ha un impatto educativo disastroso. L’autore straniero sorride, riceve la targa, e poi torna a casa. Noi, invece, qui in Italia, restiamo senza squadra, e continuiamo a ripeterci che nessuno dei nostri vale la pena.
La verità è che, come nel calcio, abbiamo preferito fare i procuratori piuttosto che gli allenatori, abbiamo importato talento senza costruirlo, abbiamo dimenticato che, per andare ai Mondiali, o per avere una letteratura nazionale vitale, serve sudore, dedizione, pazienza e che è meglio andare in campo con una squadra giovane, magari ancora acerba ma allenata con cura, che non andarci affatto.

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“Al Ciadel”: la valle che plasma

15 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I nostri racconti, PROSA

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di Yuleisy Cruz Lezcano

Varallo ti prende, ti scuote, ti modella, ti lascia segni indelebili. Non importa da dove vieni, la valle ti entra dentro e, piano piano, ti fa diventare parte di lei. Marisa Pesenti lo sapeva bene. Non era nata in Valsesia, ma in una valle vicina, eppure la valle di Varallo l’aveva plasmata più di quanto lei avrebbe mai immaginato. Quando la incontrai, era una donna con i capelli corti, bianchi come la neve che ricopre le montagne d’inverno, ma con un’espressione che tradiva una gioia viva e autentica. Era una signora un po’ in carne, non obesa, ma con una presenza che riempiva la stanza. I suoi occhi scuri, lucidi, erano come finestre spalancate su un mondo fatto di fatica e di storie, di solitudine e di coraggio. Un volto segnato dalla vita ma capace di sorridere con leggerezza, come chi ha imparato a non prendersi troppo sul serio.
«La valle ti cambia, sai?» mi disse quasi subito, mentre sistemava alcuni oggetti sul tavolo davanti al suo negozio, quel “Al Ciadel” di cui andava tanto fiera. La porta del negozio era sempre aperta, come un invito silenzioso ad entrare, a perdersi tra mucchi di vestiti d’epoche diverse, oggetti curiosi, vecchi gioielli, e ogni sorta di piccoli tesori che raccontavano storie dimenticate. «Non importa se non sei nata qui. La valle ti entra dentro e ti trasforma. Io sono arrivata qui dieci anni fa, ma ormai sono una di loro.» Marisa aveva quella forza tranquilla delle donne che hanno conosciuto la durezza, che hanno dovuto costruire intorno a sé delle corazze invisibili. Mi raccontò di sua madre, una donna “fredda”, diceva, ma non nel senso di insensibile: era la freddezza di chi deve resistere, di chi ha imparato a non mostrare troppo, perché altrimenti la vita, qui in valle, ti travolge.
«Mia madre era così,» continuò, «come molte donne di queste montagne. La vita ti plasma, ti fa diventare dura. A dieci anni già facevano le inservienti nelle case delle famiglie ricche. Non c’era altro modo per sopravvivere.» Mi parlò di quel tempo con un misto di nostalgia e rassegnazione. La valle era dura, le giornate interminabili, il lavoro pesante e spesso solitario. Gli uomini partivano per cercare fortuna altrove, lasciando a casa le donne, che dovevano prendersi cura di tutto: della campagna, degli animali, dei figli. A volte portavano con sé anche le culle per non lasciare i bambini soli mentre lavoravano nei campi.
«La testa dura ce l’abbiamo per forza,» disse, sorridendo con un lampo negli occhi. «Altrimenti non saremmo arrivate a questo punto.»
Il negozio di Marisa,“Al Ciadel”, è una specie di santuario del passato e del presente, un luogo dove ogni oggetto racconta una storia, una vita. Vestiti di epoche diverse, oggetti d’antiquariato, gioielli fatti a mano — tutto disposto in un disordine che, però, pare avere un suo senso nascosto, come se ogni cosa sia al posto giusto nel caos. Un tavolo di legno rettangolare, davanti all’ingresso, è sempre pieno di ogni sorta di oggetti: vecchie borse, collane di granati, libri ingialliti, foulard, bottoni e scatole di latta — un pasticcio ordinato, appunto.

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«Guarda queste collane di granati,» mi mostrò, prendendone una e facendola brillare alla luce. «Le pietre rosse della valle. Le trovavano nelle discariche dei ghiacciai, quei ghiacciai che ancora oggi nascondono segreti.» Mentre parlava, era come se la valle parlasse attraverso di lei. Le sue parole dipingevano un quadro vivido di una terra aspra, fatta di fatiche e di piccole gioie, di un legame indissolubile con la montagna.
Fu allora che cominciò a raccontarmi della tradizione più preziosa che custodiva con orgoglio: il puncetto valsesiano. «Sai cos’è il puncetto?» mi chiese, con quel tono dolce e deciso che solo chi conosce una storia a fondo può avere. «È la nostra arte antichissima, la lavorazione con cui decoriamo le nostre camicie, la biancheria di casa, e ancora oggi i gioielli.»
Mi spiegò che le prime tracce di questa lavorazione risalgono addirittura al 1685, quando un atto notarile certificava la decorazione a “puncetto” di un grande fazzoletto bianco. «Il puncetto non è come l’uncinetto o il merletto,» continuò, «qui si usa solo un ago e del filo di cotone. Ogni punto, ogni nodo, è fatto a mano, uno dopo l’altro. La pazienza è il segreto: migliaia di piccoli nodi si uniscono per creare quei disegni preziosi, fatti di pieni e di vuoti, che sembrano piccoli cristalli di neve.»
Il nome stesso, puncetto, viene dal dialetto valsesiano, dove punc significa “punto”. E quei punti, combinati, danno vita a un pizzo così resistente che sembra un tessuto, capace di durare secoli. Marisa mi raccontò come i disegni fossero ispirati alla natura circostante: i cristalli di ghiaccio, i fiocchi di neve, le forme geometriche della montagna e dei boschi. Prima di iniziare a lavorare il filo, si disegnava lo schema su un foglio a quadretti, e poi, con infinita precisione, si annodava punto per punto. «Una volta,» mi disse con un sorriso, «questi pizzi decoravano i vestiti tradizionali, le camicie ricamate, la biancheria delle case. Quella tradizione, come tante altre in valle, non era solo un’arte, ma una vera e propria testimonianza di resistenza e identità. Era il modo con cui le donne di Varallo avevano narrato la loro storia, con le mani e con il filo, in mezzo a una vita di fatica e silenzi. Mentre lei parlava, provava alcuni foulard decorati, avvolgendoli con cura attorno al collo. In quel gesto semplice, il racconto prendeva forma e la storia di quelle donne si faceva palpabile.
«Varallo è chiusa,» mi confessò con un sospiro, «ma chi ci vive dentro, chi la conosce davvero, sa
che sotto questa scorza dura c’è un cuore grande. Basta voler vedere.»
Ricordo che il 28 giugno ero arrivata a Varallo con il cuore pieno di aspettative, venendo da Bologna in cerca di storie autentiche da raccontare. Non avevo idea di quanto quei giorni sarebbero stati importanti per me. Il 29 giugno tornai da lei, richiamata dalla forza delle sue parole e dalla profondità del suo sguardo. Sentivo che la sua voce portava in sé tutta la memoria della valle, il ricordo di chi aveva vissuto quella durezza, di chi l’aveva affrontata con coraggio e dignità.
Marisa era una di quelle persone che la valle aveva scelto, che la valle aveva formato come un artigiano plasma il legno grezzo. La sua fisiognomica, il modo in cui portava i capelli corti e bianchi, la pienezza del suo corpo non eccessiva ma sicura, e quell’espressione che alternava la gioia alla durezza, tutto parlava di una vita costruita a strati, con tenacia e amore. Ricordava come sua madre, con quella freddezza indispensabile, fosse riuscita a superare gli ostacoli di un’esistenza fatta di silenzi e sacrifici. Mi spiegò che la vita in valle imponeva un certo modo di essere: «Ti fa mettere delle corazze,» disse, «perché senza quelle, la vita qui ti spezza.»
Eppure, nonostante tutto, Marisa aveva scelto di restare, di costruire il suo piccolo regno in “Al Ciadel”. Ogni oggetto era un pezzo di storia, ogni vestito una testimonianza, ogni gioiello un ricordo antico. E così, tra i mucchi di vestiti, i foulard e i granati, tra le storie dei marmoristi partiti per Francia e Svizzera, tra i racconti di donne sole con i figli e con la fatica, si formava un tessuto vivo che narrava la Valsesia più vera, quella che non si legge sui libri ma si sente nel cuore.
Quando uscii da “Al Ciadel”, il sole era calato dietro le montagne, e le ombre della sera si allungavano sulle vie di Varallo. La contrada del burro, con gli ombrelli appesi a decorare la strada, sembrava un dipinto di una vita sospesa nel tempo. Sentii che avevo trovato qualcosa di prezioso, qualcosa che avrebbe accompagnato i miei passi da quel giorno in poi: la voce autentica di una valle che plasma, trasforma, resiste.

Il pegno delle donne della Valsesia

Nel volto di pietra, svelata all’alba,
la valle scolpisce rughe di ghiaccio,
donne di silenzio, come l’anima della terra,
che portano il cielo come un peso lieve.

Gli orecchini pendono, pendoli di tempo,
granati rossi, cuori di sangue cristallizzato,
fili d’oro basso, come vene d’antica speranza,
piccole lune di luce da staccare in disgrazia.

Quando il vento morde il respiro,
quando l’inverno inghiotte il pane e la voce,
le mani stanche, fragili e dure,
strappano un frammento di quel sogno lucente.

Lo vendono al banco dell’oro, pegno e promessa,
moneta di dolore, pegno di ritorno,
perché il cuore della valle non si spezza,
ma torna a brillare, più forte e più fiero.

Donne di granito, con occhi di vetro nero,
sognano nel silenzio un mondo che trema,
dove il puncetto è un fiocco di neve sospeso,
e il filo sottile intreccia coraggio e memoria.

Sono tempeste chiuse in un sorriso,
acqua gelida che scorre sotto la crosta,
e nella durezza, come un fuoco nascosto,
arde il segreto incantato della rinascita.

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Prisma lirico 51: Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

09 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, POESIA, Prisma lirico, TRADUZIONI

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Tag

Siegfried Sassoon, Vasilij Kandinskij

Vasilij Kandinskij

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Siegfried Sassoon nel “Prisma lirico” di oggi con Vasilij Kandinskij

traduzione di Loredana Semantica

L’ira di ottobre muggendo spacca e devasta
l’artiglieria di bronzo del bosco sotto attacco
nel cui lamento sento una voce dolente
per il fallimento della battaglia e per la faida
che oltraggia gli uomini. Le loro vite sono come foglie
sparse in stormi di rovina, disperse e gettate
nella fornace che arde rossa verso occidente.
Oh gioventù martirizzata e virilità sconvolta,
il peso dei vostri torti è sulla mia testa.

October’s bellowing anger breakes and cleaves
The bronzed battalions of the stricken wood
In whose lament I hear a voice that grieves
For battle’s fruitless harvest, and the feud
Of outrage men. Their lives are like the leaves
Scattered in flocks of ruin, tossed and blown
Along the westering furnace flaring red.
O martyred youth and manhood overthrown,
The burden of your wrongs is on my head.

Vasilij Kandinskij

Poesia: Autunno di Siegfried Sassoon da “Counter-Attack and Other Poems“, 1918

Opere:

di Vasilij Kandinskij, Park of St Cloud-Autumn, 1906

di Vasilij Kandinskij, Improvvisazione 5, 1914

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Alfabetizzazione mediatica come missione

08 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

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Nel mondo digitale contemporaneo, il ruolo dell’attivista non può e non deve ridursi alla semplice produzione e diffusione di contenuti. In un ecosistema dell’informazione saturo, polarizzato e spesso manipolato, l’attivismo efficace richiede competenze ben più profonde e strutturate. L’attivista deve diventare un facilitatore di consapevolezza, un mediatore culturale e soprattutto un educatore civico,
capace di aiutare il pubblico a orientarsi in modo critico tra le infinite voci del web.
Il primo compito dell’attivista è promuovere l’alfabetizzazione mediatica. Questo significa impegno nello spiegare come funziona l’informazione. In partica deve aiutare nel comprendere i meccanismi della produzione giornalistica, delle fonti e dei formati, offrendo strumenti per la lettura critica. Tra i passi fondamentali che dovrebbe compiere è necessario insegnare a distinguere tra fatti, opinioni e manipolazioni. L’impegno richiede spesso di mettere il proprio ego o senso di utilità da parte per stimolare il pensiero indipendente, senza fornire risposte preconfezionate, ma cercando di costruire, insieme al pubblico, la capacità di giudizio autonomo. Questo lavoro non si esaurisce in un post virale o in un thread ben scritto, ma si concretizza in un percorso continuo di formazione e dialogo.
Uno dei compiti centrali dell’attivista è aiutare le persone a decodificare i contenuti digitali. Innanzitutto, bisogna decodificare le caratteristiche principali del contenuto, ponendosi delle domande: il contenuto è verificabile, è basato su dati, fonti tracciabili? Altri quesiti utili sono per esempio: chi l’ha scritto? È confermato da altri? Se si tratta di un’opinione personale o interpretativa, bisogna portare il pubblico a verificare se è argomentata, facendosi la semplice domanda “Su quali basi si fonda?”. L’attivista, infine, dovrebbe smascherare le manipolazioni, distorsione dei fatti, uso emotivo del linguaggio, fonti non affidabili e fare emergere se quanto viene comunicato ha l’unico scopo di suscitare reazioni, usando un tono allarmistico o divisivo.
Ci sono diversi strumenti digitali per la verifica dei contenuti e delle fonti e per smascherare fake news, bufale e narrazioni distorte. Tra i più utili troviamo i Fact-checking tools, siti come Facta, Pagella Politica, Snopes, Open; le estensioni per browser, ad esempio NewsGuard o Trusted News; le Reverse image search, fornite per esempio da Google Images o TinEye per verificare l’origine delle immagini. Questi strumenti devono essere coadiuvati al metodo principale che è la verifica delle fonti. Quindi è fondamentale analizzare chi è l’autore, che interessi ha, come finanzia il suo lavoro. Questi strumenti devono diventare parte integrante della “cassetta degli attrezzi” del cittadino informato, e l’attivista ha il compito di diffonderne la conoscenza.
Quindi, per essere un riferimento nel dibattito digitale, l’attivista deve costruire autorevolezza e credibilità nel tempo. Questo avviene attraverso un patto di trasparenza, in cui vengono dichiarate le fonti, le motivazioni, e anche eventuali errori. Per costruire un rapporto di fiducia il valore aggiunto va alla costanza e coerenza nel messaggio, nei valori, nel metodo. Inoltre, per aprire nuovi canali di comunicazione non è da meno l’ascolto attivo e il dialogo, che favorisce il confronto, anche con chi
ha opinioni diverse. Anticipare il pensiero degli altri non è un modo sano di comunicare. Molte persone sono abituate a una comunicazione difensiva, che crea malintesi e divisione, a volte senza volere; chi è portatore di idee di comunicazione sane, si trova in mezzo a discussione e accuse. Il web può portare anche a questo. L’atteggiamento dell’attivista però, deve essere sempre quello di evitare l’ipersemplificazione. Non è superfluo il tempo necessario, più o meno lungo, per spiegare.
Le semplificazioni possono creare una distorsione del messaggio.
Non si può negare il fatto che l’attivista digitale oggi è anche un educatore civico. Pertanto è fondamentale che non si limiti a “gridare la verità”, ma si impegni a creare le condizioni perché le persone possano riconoscerla da sé, aiutare a coltivare un pensiero critico, nutrito da dati, empatia e capacità argomentativa. Essere attivisti nell’era digitale richiede competenze comunicative ed etiche. L’attivismo autentico è quello che forma, non solo informa, che stimola, non solo persuade, che costruisce ponti, non solo trincee. In un tempo di infodemia e disinformazione, l’attivista che educa, è il vero agente di cambiamento.

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Una lettura di Loredana Semantica

07 martedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Giuseppe Ungaretti

Loredana Semantica legge una poesia di Giuseppe Ungaretti

da L’allegria di Giuseppe Ungaretti, 1931

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Poesia sabbatica: “O Padre nostro” di Dante Alighieri

04 sabato Ott 2025

Posted by Francesco Palmieri in La società, Podcast, POESIA, Poesia sabbatica

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Tag

Dante Alighieri, Francesco Palmieri, Maria Allo

 

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Introduzioni di Maria Allo

Lettura di Francesco Palmieri

 

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2025/10/voce-091.m4a

 

Purgatorio

 

XI ,1-24

Con questa reinterpretazione del Pater Noster, le riflessioni di Dante assumono una matrice francescana, richiamando esplicitamente il Cantico delle Creature. Esse non si concentrano sull’individuo, bensì abbracciano l’intera umanità, come chiaramente evidenziato nell’ultima terzina (vv. 22-26).

 

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

 

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogni creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

 

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

 

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

 

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

 

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

 

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

 

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

 

Il valore della preghiera e del rito che ne accompagna la recitazione emerge in tutta la sua chiarezza: rappresenta il cuore della proposta francescana, che invita l’umanità a elevarsi e a riconoscere con consapevolezza i propri limiti. È un’umiltà che si rivela grande proprio per la sua capacità di superare la vanità e i rapporti umani deteriorati che essa genera, scegliendo invece di incarnare valori profondi. L’essere umano raggiunge il simbolico stato di “angelica farfalla” solo nel momento in cui abbandona l’illusione di autosufficienza, scoprendo il bisogno dell’aiuto divino e della solidarietà tra gli uomini. Un bisogno che le anime incontrate da Dante non seppero cogliere nella loro vita terrena.

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Venerdì dispari

03 venerdì Ott 2025

Posted by frantoli in La società, Podcast, POESIA, Venerdì dispari

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Francesco Tontoli, Le barche della pace

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Francesco Tontoli legge la sua poesia dedicata al tema.

https://liminamundi.com/wp-content/uploads/2025/10/le-barche-della-pace-di-f.tontoli.ogg

*

Le barche della pace sono state derise
da un mondo di umani parallelo.

A chi portava un chicco di riso fino al cielo
è stato detto di recedere

a chi teneva in serbo un pacco di biscotti proteico
veniva da contestargli la mancanza di gusto
e di charme.

C’era chi sapeva di star facendo l’ultimo viaggio
e cullava l’illusione coltivata da tempo
di sfamare uno sconosciuto.

A imbarcare acqua ci vuole poco
si piegano le ginocchia alle sirene
e le stelle fingono di non guardare

le barche di ogni spicchio di mondo
alzano l’unica bandiera che hanno nel cuore
bianca come il nulla e solitaria come chi aspetta.

C’è chi è all’oscuro di tutto,
le bussole impazziscono a stabilire
dove sia la stella guida

la rotta è travagliata e il ministro
tutto preso dal suo ministero
benedice gli ospiti delle nuove galere
con la sua razione di ragionevole crudeltà.

Francesco Tontoli

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Una lettura di Deborah Mega

02 giovedì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in La società, Podcast, POESIA

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Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Nelly Sachs

Deborah Mega legge una poesia di Nelly Sachs

Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.

O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!

Nelly Sachs, in Versi in libertà/Trenta poetesse da tutto il mondo di Maria Grazia Calandrone, Mondadori, 2022

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Il blog LIMINA MUNDI è stato fondato da Loredana Semantica e Deborah Mega il 21 marzo 2016. Limina mundi svolge un’opera di promozione e diffusione culturale, letteraria e artistica con spirito di liberalità. Con spirito altrettanto liberale è possibile contribuire alle spese di gestione con donazioni:
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