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LIMINA MUNDI

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LIMINA MUNDI

Archivi della categoria: CULTURA E SOCIETA’

Quando lo stress diventa pericolo: la sindrome del bambino scosso

10 martedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', I meandri della psiche, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La Shaken Baby Syndrome, nota anche come sindrome del bambino scosso, è una forma gravissima di maltrattamento che colpisce soprattutto i lattanti nel primo anno di vita e che nasce quasi sempre da una perdita di controllo dell’adulto di riferimento in una situazione di forte stress. Non si tratta di un gesto “educativo” né di un incidente domestico, ma di una risposta impulsiva e pericolosa al pianto inconsolabile del bambino, che viene scosso con forza nel tentativo di farlo smettere. Dietro questo gesto, nella maggior parte dei casi, non c’è intenzionalità violenta consapevole, bensì un accumulo di fatica emotiva, solitudine e rabbia non gestita.
La letteratura scientifica e l’esperienza clinica mostrano come la sindrome si manifesti con maggiore frequenza in contesti di vulnerabilità psicosociale. Le madri sottoposte a forti livelli di stress, soprattutto quando la depressione post partum non viene riconosciuta né trattata, rappresentano un gruppo particolarmente a rischio. La depressione dopo la nascita può alterare profondamente la capacità di regolazione emotiva, ridurre la tolleranza alla frustrazione e amplificare sentimenti di inadeguatezza, colpa e impotenza. In assenza di ascolto e supporto, il pianto continuo del neonato può essere vissuto non come una richiesta di aiuto, ma come una minaccia alla propria tenuta psicologica.
Un ruolo centrale è giocato dall’isolamento. Le famiglie senza una rete di aiuto, prive di sostegno da parte di partner, parenti o servizi territoriali, affrontano spesso la cura del neonato in una condizione di sovraccarico continuo. Le coliche dei primi mesi, con il loro pianto intenso e prolungato, rappresentano uno dei principali fattori scatenanti: notti senza sonno, stanchezza fisica, senso di fallimento e mancanza di pause possono trasformare la frustrazione in rabbia improvvisa. In questi momenti il gesto di scuotere il bambino può avvenire in pochi secondi, senza che l’adulto sia realmente consapevole delle conseguenze. A peggiorare il quadro contribuiscono spesso dinamiche familiari conflittuali. Litigi frequenti, tensioni di coppia, commenti svalutanti o giudizi che mettono in dubbio le competenze materne minano ulteriormente l’autostima e la sicurezza emotiva della madre. Quando una donna si sente costantemente osservata, criticata o delegittimata nel suo ruolo, il pianto del bambino può diventare il simbolo di una presunta incapacità personale, alimentando un circolo vizioso di vergogna e rabbia repressa.
Particolarmente vulnerabili sono anche le madri che, a loro volta, hanno subito violenza o maltrattamenti in famiglia durante l’infanzia o in età adulta. In questi casi il trauma pregresso può riattivarsi di fronte a situazioni di forte stress, come il pianto inconsolabile di un neonato. La difficoltà a riconoscere e gestire la rabbia, appresa in contesti in cui le emozioni venivano negate o espresse in modo violento, aumenta il rischio di risposte impulsive. Il corpo reagisce prima del pensiero, e il gesto diventa un modo drammatico e disfunzionale per scaricare una tensione emotiva insostenibile.
La Shaken Baby Syndrome, dunque, non può essere letta solo come un atto individuale, ma come il fallimento di un sistema di prevenzione che non intercetta il disagio adulto prima che si trasformi in pericolo per il bambino. Riconoscere precocemente la depressione post partum, sostenere la genitorialità fragile, contrastare l’isolamento e promuovere una cultura che legittimi la richiesta di aiuto sono strumenti fondamentali di tutela dell’infanzia. Dire con chiarezza che il pianto del neonato non è una colpa, che fermarsi, allontanarsi per qualche minuto e chiedere supporto è un atto di responsabilità, può fare la differenza tra una crisi gestita e una tragedia evitabile.
Proteggere i bambini significa anche proteggere chi se ne prende cura. Solo riconoscendo la fatica, la rabbia e la fragilità degli adulti, senza stigma né giudizio, è possibile prevenire una delle forme più gravi e silenziose di violenza nella prima infanzia.

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Buon 8 marzo su Limina mundi

08 domenica Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in Essere donna, POESIA, Poesie, RICORRENZE

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Buon 8 marzo con la poesia “Specchio” di Sylvia Plath

disegno di Loredana Semantica, tratto dalla raccolta illustrata Barracuda, Terra d’ulivi edizioni, 2024

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero—
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

Sylvia Plath

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America First o navigazione a vista?

05 giovedì Mar 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Un’analisi critica delle politiche migratorie degli Stati Uniti nel contesto dell’esodo cubano e delle dinamiche elettorali interne, alla luce di dati accademici sui flussi migratori. Tra slogan come “America First” e calcoli di consenso, emerge il dubbio che Washington proceda più per tentativi che per strategia strutturale, mentre le grandi potenze, dagli USA alla Russia, sembrano muoversi secondo interessi prioritari piuttosto che principi dichiarati.
Non lo so se gli Stati Uniti abbiano fatto davvero questi calcoli di cui spesso si parla nei giornali indipendenti dell’America Latina rispetto alla situazione cubana. Non lo so se dietro le scelte di Washington vi sia una strategia coerente di lungo periodo o piuttosto un procedere a tentoni, dettato dall’urgenza politica del momento. Quel che è certo è che l’interesse immediato appare evidente: controllare l’immigrazione, ridurre la pressione alla frontiera, presentare all’elettorato un bilancio tangibile in vista delle elezioni di novembre.
Il tema è centrale nel programma di Donald Trump, che ha fatto dello slogan “America First” la sintesi di una visione politica in cui la priorità assoluta sono gli interessi nazionali, prima di ogni altra considerazione diplomatica o umanitaria. Con sondaggi che lo indicano in difficoltà nel rinnovo del Congresso, la gestione dei flussi migratori diventa non solo una questione di sicurezza, ma un banco di prova elettorale. Mostrare fermezza significa rafforzare l’immagine di leadership; ridurre gli ingressi irregolari significa offrire un risultato misurabile.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo analisi demografiche di centri di ricerca statunitensi come il Pew Research Center e il Niskanen Center, nel 2023 gli immigrati rappresentavano circa il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, una quota record nella storia moderna del Paese. La componente latinoamericana resta predominante e, tra il 2022 e il 2024, l’esodo cubano ha assunto proporzioni senza precedenti dalla rivoluzione del 1959: centinaia di migliaia di cittadini dell’isola hanno raggiunto il territorio statunitense attraverso la frontiera meridionale o programmi umanitari temporanei. In rapporto agli circa 11 milioni di abitanti dell’isola, si tratta di una fuoriuscita demografica di dimensioni strutturali.
Eppure, il dibattito politico tende a ridurre questi dati a una narrazione di emergenza permanente. L’immigrazione viene descritta come minaccia all’ordine pubblico o al mercato del lavoro, nonostante la letteratura accademica statunitense mostri un quadro più complesso: l’impatto salariale dell’immigrazione irregolare sui lavoratori meno qualificati risulta generalmente contenuto, mentre nel medio periodo i flussi contribuiscono alla crescita economica e al riequilibrio demografico in una società che invecchia. La realtà, tuttavia, conta meno della percezione in campagna elettorale.
In questo scenario, Cuba diventa un tassello funzionale. Non tanto per una reale volontà di trasformazione dell’isola, quanto per la necessità di stipulare accordi che facilitino rimpatri e contenimento delle partenze. L’obiettivo primario non sembra essere la transizione politica dell’Avana, bensì la gestione del flusso. È una politica pragmatica, persino cinica, ma coerente con la logica delle potenze: prima i nostri interessi, poi il resto.
Del resto, la storia recente offre esempi che alimentano scetticismo verso la retorica dell’esportazione della democrazia. In Iraq, dopo l’intervento del 2003, l’instabilità è rimasta cronica. In Afghanistan, vent’anni di presenza occidentale si sono conclusi con il ritorno dei talebani. In Libia, l’intervento sostenuto dall’amministrazione di Barack Obama ha lasciato un mosaico di milizie e governi rivali. Ogni volta, gli obiettivi dichiarati di stabilizzazione e democratizzazione si sono scontrati con realtà locali complesse, producendo esiti controversi.
Ma questa logica non è esclusivamente americana. Anche la Russia ha agito secondo priorità selettive: il sostegno a Nicolás Maduro in Venezuela non si è tradotto in un impegno illimitato, né Cuba ha ricevuto aiuti tali da cambiare radicalmente la propria traiettoria economica. In Siria, Mosca ha garantito la sopravvivenza del regime, ma sempre calibrando costi e benefici strategici. Le potenze intervengono quando il ritorno geopolitico è chiaro; difficilmente quando l’investimento supera il vantaggio.
In questo quadro, l’illusione che un cambiamento interno a Cuba, in Iran o altrove, possa dipendere in modo decisivo dall’intervento esterno appare fragile. La storia suggerisce che gli aiuti funzionano quando coincidono con un interesse prioritario della potenza che li offre. Nulla viene realmente regalato: se un Paese riceve uno, è probabile che l’altro guadagni cento, in termini di influenza, sicurezza o vantaggio economico.
Così, mentre gli Stati Uniti affrontano una fase di rallentamento economico e tensioni sociali, la linea dura sull’immigrazione diventa strumento politico immediato. Cuba si ritrova al centro di questa strategia non come fine, ma come mezzo. E resta la domanda iniziale: c’è davvero un grande disegno dietro queste scelte, o si tratta di una navigazione a vista, dettata dall’urgenza elettorale?
Forse la risposta sta proprio nella natura della politica internazionale: un equilibrio instabile di interessi, forza e opportunità, in cui le parole contano meno dei numeri e i principi meno dei consensi. Il resto, spesso, sono soltanto dichiarazioni.

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“Hachiko alla stazione” di Lluís Prats Martínez

02 lunedì Mar 2026

Posted by Deborah Mega in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA'

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Hachiko. Il cane che aspettava, Lluís Prats Martinez

 

Chiunque abbia avuto la possibilità e il privilegio di avere un cane conosce il suo amore e la sua dedizione incondizionata ma la storia di Hachiko, il cane divenuto un emblema di lealtà per il suo padrone, ha qualcosa di eccezionale, tanto da essere raccontata in film, serie televisive e videogiochi fin dalla sua morte, avvenuta nel 1935. Il nome della regione di Akita, nell’isola di Honshu, la più grande del Giappone, identifica anche la razza canina originaria della zona: cani dal pelo lungo, bianco o fulvo, utilizzati da cacciatori e samurai per la caccia e per l’arte della guerra, grazie al loro coraggio. Il professor Hidesaburo Ueno, ingegnere agronomo dell’Università di Tokyo, all’inizio titubante, decise di adottare il cucciolo perché mosso a compassione, data la presenza di una malformazione alle zampe anteriori, che si presentavano incurvate come se rappresentassero il numero otto in giapponese. Per questo motivo, il professor Ueno decise di chiamarlo Hachiko. Ogni mattina il professore prendeva il treno dalla stazione centrale di Shibuya a Tokyo, per recarsi al lavoro all’Università. Il suo cane Hachiko lo accompagnava ogni giorno fino al binario. Nel pomeriggio, al ritorno dalle lezioni, Hachiko era sempre lì ad attendere il suo padrone all’ingresso della stazione.  Questa routine continuò per circa un anno, fino a quando, in un giorno di maggio del 1925, il professor Hidesaburo Ueno fu colpito da un’emorragia cerebrale mentre teneva una lezione all’Università. Morì sul colpo e non fece mai ritorno sul treno che Hachiko continuava ad aspettare a Shibuya. Nonostante ciò, il cane rimase fedelmente davanti alla stazione. La sua presenza non passò inosservata: i commercianti, gli impiegati, i viaggiatori di Shibuya iniziarono a prendersi cura di lui mentre la sua storia si diffondeva in tutta Tokyo. Gli anni trascorsero e nel 1934, dopo nove anni di attesa, le autorità di Shibuya decisero di dedicargli una statua di bronzo proprio nel luogo in cui il cane continuava a sperare nel ritorno del professor Ueno. Un anno più tardi, Hachiko morì a causa dell’età avanzata ma è ancora oggi ricordato come esempio di amore e lealtà di un cane nei confronti del suo padrone. Il brano racconta l’ultimo giorno di vita di Hachiko alla stazione.

*

I veterinari giapponesi ritengono che la vita di un cane di razza akita abbia una durata di circa dieci anni. Hachiko ne aveva undici e qualche mese. Dieci dei quali trascorsi in attesa del professor Eisaburo Ueno, perché questi gli aveva promesso che si sarebbero incontrati alla stazione di Shibuya e lui lo aspettava là per una semplicissima ragione: che il professore gliel’aveva promesso. La sera dell’otto marzo, Hachiko era sotto un vecchio vagone. Il freddo era pungente e gli penetrava nel cuore. Le gambe gli tremavano, ma ciò nonostante lui si alzò e andò verso la stazione. Avanzó lentamente nelle strade di Shibuya, un percorso che conosceva a memoria perché l’aveva fatto esattamente tremila cinquecento tredici volte- o, che è lo stesso, dieci anni – sotto la neve di febbraio, i venti di novembre o le piogge di aprile. Cosa sono dieci anni di freddo, fame, sete, delusioni, disperazione e frustrazione? Niente. Niente se, come quella sera, Hachiko aveva la certezza di rivedere il professor Ueno. Perciò, per quanto quella sera, già piuttosto scura, nevicasse e ci fosse un freddo pungente, Hachiko si mise davanti alla porta della stazione di Shibuya, come ogni giorno. Ibuki e il capostazione lo videro arrivare e si dissero:

– É giù. Non ci vede più da un occhio.

– Poveretto – aggiunse il signor Sato, il capostazione. – Non credo che passerà questa notte.

Ibuki gli si avvicinò, gli accarezzò la testa e tentò di tirarlo nel deposito dove finalmente godeva della stufa tanto desiderata. Ma Hachiko resistette, piantando le zampe al suolo. Chi avesse voluto spostarlo, avrebbe avuto bisogno di una ruspa. Quel giorno Hachiko abbaiò a quasi tutti quelli che lo salutarono, come per accomiatarsi. Gli ultimi a lasciare la stazione, dopo che la signora Shuto aveva raccolto le sue cose, furono Ibuki e il capostazione Sato, e quest’ultimo lo guardò come se fosse l’ultima volta che lo vedeva dopo dieci anni che condividevano tante serate di attesa. A mezzanotte, la neve incominciò ad ammucchiarsi intorno a lui, ma Hachiko rimase disteso davanti alla porta. Il silenzio che accompagna la solitudine era tagliato da un vento affilato come un coltello, che gli penetrava nel petto magro come un ago da sarta. Aveva gli occhi mezzi chiusi perché le raffiche di neve gli impedivano di vedere la porta, ma stava li, nel caso quella fosse la sera scelta dal professore per ritornare. Aveva il naso ghiacciato e tremava. Era l’unico a non saperlo, ma la sua vita stava finendo, come una candela o come un bastoncino d’incenso che ha profumato il tempio e del quale restano solo le ceneri. A un tratto, fra la nebbia invernale che avvolgeva i binari, sentì un fischio lontano. Era di una locomotiva che avanzava lentamente in mezzo alla neve. Una cosa strana, perché l’ultimo treno era arrivato a Shibuya più di tre ore prima e alla stazione non c’era più nessuno, neanche il capostazione Sato, né la signora Shuto, né Ibuki, che se n’era andato a casa maledicendo il freddo. Hachiko tentò di alzare un orecchio, ma il cuore gli batteva appena. La vita che ancora gli restava fuggiva al ritmo del treno che entrava in stazione sferragliando. Ma quello era un treno come mai se n’erano visti a Shibuya, perché era bianco e dorato. La locomotiva sembrava d’oro, i finestrini erano talmente luminosi da abbagliare e se qualcuno l’avesse visto avrebbe detto che le sue ruote erano fatte di cristallo. Neanche Hachiko lo vide, perché aveva già chiuso gli occhi per non aprirli mai più. Per qualche secondo non accadde nulla. Solo si sentirono i fischi del vapore che sfuggiva dalla locomotiva mentre frenava sul binario. Sembrava che da quel treno non fosse sceso nessuno, ma poi le nubi e la nebbia si dissolsero e si vide che il cielo era pieno di stelle, come macchioline sospese, azzurre e bianche. Nel preciso momento in cui Hachiko chiudeva gli occhi per non aprirli mai più, la porta della stazione si apri lentamente e un bastone col puntale d’argento incominciò a battere sul selciato.

– Sei ancora qui, Hachiko? – gli sorrise il nuovo arrivato. – Me lo aspettavo. Bravo. Mi dispiace che tu abbia dovuto aspettarmi un po’ più del solito, oggi, ma ho perso il treno.

Hachiko aprì gli occhi e non credette a ciò che aveva davanti. Aveva aspettato dieci anni per ritrovarsi con lui, ma finalmente era lì, alla stazione. Il professor Eisaburo Ueno, Hachiko lo sapeva già, non si era dimenticato di lui. Ed eccolo lì, appena sceso da quel treno che aspettava da dieci anni. Hachiko tentò di guaire, ma non  osò emettere alcun suono quando sentì una mano familiare che gli accarezzava il pelo.

– Su, andiamo – sussurrò il professor Ueno. Oggi sì che potrai accompagnarmi e salire sul treno. Ti avevo promesso che un giorno l’avresti preso, ricordi? E le promesse solenni si mantengono.

Hachiko si alzò tremando e lo seguì, incollato ai suoi pantaloni.

Entrambi salirono passo passo gli scalini della vecchia stazione di Shibuya, arrivarono sulla banchina e allora Hachiko vide per la prima volta il treno. Ma prima di salire, il professore si volse un attimo, perché da una casa vicina gli giunse la voce chiara, limpida e vibrante di una geisha che cantava una canzone popolare:

I fiocchi di neve cadono lentamente.

Cadono senza fine e si accumulano.

Tutte le montagne e i campi sono coperti

da candidi batuffoli di cotone.

– Senti la canzone, Hachiko? È la signora Sasaki. Canta ancora molto bene. No, non fermarti qui. Oggi vieni con me. Ricordi che un giorno ti ho promesso che saremmo tornati al mare? Quel giorno è arrivato. Era una promessa solenne, e queste non si rompono. Mai.

Hachiko guardò il padrone e con un saltello sali sul vagone dorato e si acciambellò in braccio a lui come aveva fatto quando aveva pochi mesi, e un’altra volta sentì il calore delle sue mani sul dorso. Ebbe paura per un attimo, perché quello era il primo ricordo che aveva del professore, un ricordo che veniva da un’epoca incerta, ma cosa importava? Il calore lo riempiva di nuovo da dentro. Il professore sorrise e Hachiko si addormentò all’istante mentre quelle mani lo accarezzavano.

Lluís Prats Martinez, Hachiko. Il cane che aspettava, Albe Edizioni

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La cultura del consenso: costruire relazioni sane e libere dal dominio

25 mercoledì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(
Yuleisy Cruz Lezcano)

La cultura del consenso è un concetto fondamentale per costruire relazioni rispettose e sicure, ed è particolarmente importante per adolescenti e giovani, che stanno imparando a conoscere i propri limiti e quelli degli altri. Comprendere cosa significhi consenso significa sapere che ogni atto sessuale deve essere desiderato e volontario da tutte le persone coinvolte: un “sì” esplicito, informato e libero è l’unico modo per stabilire un rapporto sessuale sano. Il consenso non è implicito, non può essere presunto e può essere ritirato in qualsiasi momento. Questo principio diventa cruciale quando parliamo di violenza sessuale, abuso e molestie, fenomeni che non hanno nulla a che fare con il sesso o il piacere, ma sono strumenti di dominio e controllo. La violenza sessuale nasce spesso dal desiderio di esercitare potere su un’altra persona, umiliarla o sottometterla, e non da un bisogno biologico o sessuale.
Per comprendere a fondo il contesto in cui si sviluppano questi comportamenti, è necessario guardare al patriarcato e alla cosiddetta cultura dello stupro. La Rape Culture non si manifesta solo attraverso crimini espliciti, ma anche tramite atteggiamenti, credenze e comportamenti che minimizzano, giustificano o normalizzano la violenza contro le donne. Frasi come “Se era vestita così se l’è cercata” o la minimizzazione degli abusi subiti dalle vittime sono esempi chiari di questa cultura, che lega la disuguaglianza di genere a una serie di discriminazioni sociali interiorizzate. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere un sistema in cui la violenza e la sopraffazione diventano normali, e dove la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime. Le relazioni sane richiedono quindi una decostruzione attiva di stereotipi e ruoli di genere. È importante riconoscere pratiche manipolatorie come il gaslighting, una forma di abuso psicologico in cui la vittima viene portata a dubitare della propria percezione della realtà e delle proprie emozioni. Il gaslighting può assumere diverse forme: negazione dei fatti, svalutazione, adulazione alternata a critiche, silenzi punitivi e dirottamento delle conversazioni. Chi subisce gaslighting si trova spesso intrappolato in una dipendenza emotiva, cercando costantemente l’approvazione del partner. Essere consapevoli di questi schemi aiuta a proteggersi e a riconoscere le relazioni tossiche prima che possano degenerare.
Un altro aspetto cruciale riguarda forme di violenza più sottili ma altrettanto gravi, come lo stealthing, che consiste nella rimozione o manomissione del preservativo senza il consenso del partner. Questo comportamento è una violenza sessuale perché viola il consenso e mette a rischio la salute, esponendo a malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze non pianificate. Denunciare episodi di stealthing e riconoscerli per quello che sono è fondamentale per educare alla responsabilità e al rispetto reciproco. Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.
Il consenso si intreccia inoltre con la necessità di sfidare le discriminazioni sociali e il patriarcato nelle sue forme più strutturali. Il gender pay gap, per esempio, non è solo una questione economica, ma un indicatore di come la società valuti le donne meno degli uomini, stabilendo un sistema in cui il potere e le opportunità sono distribuiti in maniera diseguale. Stereotipi e pregiudizi influenzano anche le relazioni interpersonali, normalizzando comportamenti di dominio e svalutazione. Riconoscere queste dinamiche permette di costruire un senso critico rispetto alle ingiustizie, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni personali.

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Tra dazi e alleanze: il ruolo globale dell’Europa

17 martedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

In un mondo sempre più frammentato, l’Europa si trova di fronte a una domanda cruciale: cosa può offrire, quale ruolo può giocare in un sistema internazionale multipolare dove le alleanze tradizionali sono messe in discussione e la competizione tra grandi potenze si intensifica? Recenti dibattiti accademici e diplomatici, da Oxford fino ai forum ASEAN a Kuala Lumpur, evidenziano che l’Europa, pur priva di un’unica voce strategica, può giocare un ruolo di stabilizzatore e mediatore, capace di conciliare interessi diversi e di proporre regole condivise in un contesto di crescente frammentazione.
L’intervento del presidente del Consiglio Europeo, António Costa, durante il recente summit sull’integrazione economica e la sicurezza internazionale, ha sottolineato come l’Europa possa offrire un modello di cooperazione multilaterale basato su norme comuni, rispetto dei diritti e sostenibilità. Secondo Costa, in un mondo dove accordi commerciali come il CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) stanno ridisegnando le regole dei mercati globali e dove dazi e pressioni economiche imposti da Trump hanno ridefinito i confini delle relazioni transatlantiche, l’UE può rappresentare un punto di equilibrio, un interlocutore affidabile per paesi sia dell’Asia che delle Americhe.
Il tema delle relazioni transatlantiche resta delicato. La recente approvazione di un contributo del 5% da parte della NATO ha segnato un cambio di paradigma: gli Stati Uniti hanno indicato che le precedenti regole del gioco non torneranno più come prima, e che l’Europa dovrà assumersi maggiore responsabilità nella difesa comune e nella gestione dei conflitti regionali. In questo scenario, la capacità dell’UE di operare come soggetto unitario diventa essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per garantire stabilità economica e politica in aree ad alta tensione.

L’Europa ha inoltre strumenti economici e diplomatici unici. Il suo mercato integrato, la forza normativa delle regole europee e la capacità di promuovere accordi commerciali con vincoli sociali e ambientali rappresentano un’alternativa credibile alle dinamiche di competizione pura che caratterizzano oggi le relazioni globali. Paesi dell’ASEAN e dell’Asia emergente, così come partner africani e latinoamericani, guardano con interesse all’Europa come modello di governance multilaterale e come potenziale contrappeso agli effetti destabilizzanti di una politica americana sempre più protezionista o di una Cina assertiva.
Tuttavia, per diventare un attore capace di incidere realmente, l’Europa deve affrontare le proprie fragilità interne. La coesione politica tra Stati membri, la capacità di definire una politica estera comune e l’armonizzazione delle strategie economiche e industriali sono prerequisiti indispensabili per evitare di essere percepita come un blocco debole o indeciso. Solo così l’UE potrà trasformare la frammentazione globale in un’opportunità, offrendo regole stabili, trasparenza e negoziazione equilibrata in un contesto internazionale sempre più complesso.
In definitiva, l’Europa può proporre al mondo frammentato non solo commercio o investimenti, ma un paradigma di cooperazione basato su norme condivise, multilaterismo e responsabilità collettiva. In un’epoca in cui le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno più come prima, la capacità dell’Unione di parlare con una voce coerente e di trasformare la sua influenza normativa in leadership strategica potrebbe rappresentare la vera chiave per garantire stabilità e ordine globale.

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L’immigrazione come ricchezza intellettuale: l’eredità italiana nell’Argentina

11 mercoledì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società, Uomini eccellenti

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Nella storia argentina, l’immigrazione italiana non è stata soltanto un fenomeno demografico o economico, ma una delle principali matrici della costruzione civile, culturale e politica del Paese. Studi storici e sociologici concordano nel riconoscere come l’apporto degli immigrati italiani abbia inciso in modo determinante sulla formazione delle istituzioni, del sistema educativo e dell’etica pubblica argentina tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Tra le figure che meglio incarnano questa eredità, Arturo Umberto Illia rappresenta un caso emblematico di come l’immigrazione possa tradursi in eccellenza intellettuale, rigore morale e servizio allo Stato.
Illia nacque il 4 agosto 1900 a Pergamino, nella provincia di Buenos Aires, figlio di immigrati italiani. Come molte famiglie arrivate dall’Italia, i suoi genitori portarono con sé un capitale invisibile ma decisivo: l’importanza dello studio, del lavoro e dell’impegno civico. Arturo si formò nelle scuole pubbliche di Pergamino e proseguì gli studi secondari come convittore al Collegio Pio IX di Buenos Aires, un percorso che riflette l’ascensore sociale tipico delle seconde generazioni di immigrati.
Nel 1918 iniziò a studiare medicina all’Università di Buenos Aires, una delle principali istituzioni accademiche del Paese, laureandosi nel 1927. L’anno successivo incontrò il presidente Hipólito Yrigoyen, che gli propose di mettere le sue competenze al servizio delle aree più periferiche dell’Argentina. Illia accettò e si stabilì a Cruz del Eje, in Córdoba, dove esercitò la professione medica con una dedizione tale da essere soprannominato “l’Apostolo dei poveri”. Qui maturò l’idea, profondamente radicata nella tradizione civica degli immigrati italiani, che la politica dovesse essere uno strumento per migliorare concretamente la vita delle persone.
Parallelamente all’attività medica, Illia intraprese una carriera politica che lo portò a essere senatore provinciale, vicegovernatore e deputato nazionale. Nel contesto turbolento dell’Argentina del secondo dopoguerra, segnato da colpi di Stato e dalla proscrizione del peronismo, Illia emerse come figura di equilibrio e legalità. Eletto presidente nel 1963 con un consenso limitato, dovuto al voto in bianco dei peronisti, fece una scelta che ancora oggi viene studiata nei manuali di scienza politica: legalizzare nuovamente il peronismo come primo atto di governo, riaffermando il principio della piena rappresentanza democratica.
Il suo governo, spesso sottovalutato nella narrazione dominante, fu in realtà uno dei più avanzati sul piano sociale ed economico dell’Argentina del Novecento. Illia rifondò YPF, rompendo contratti petroliferi considerati onerosi e lesivi dell’interesse nazionale; introdusse la legge sul salario minimo, vitale e mobile; approvò la legge sull’approvvigionamento e quella di tutela dell’allevamento; e soprattutto promulgò la Legge Oñativia sui medicinali, che impose un forte controllo dei prezzi e limitò la durata di brevetti e royalties, anticipando temi oggi centrali nel dibattito globale sulla sanità pubblica.
Particolarmente significativo fu l’investimento nell’istruzione: sotto la sua presidenza il bilancio per l’educazione raggiunse il 23% della spesa pubblica, il livello più alto nella storia argentina. Un dato che gli studiosi mettono in relazione diretta con l’eredità culturale dell’immigrazione europea, e italiana in particolare, che vedeva nella scuola e nell’università il principale strumento di emancipazione sociale.
Questa visione, però, entrò in rotta di collisione con i grandi interessi economici. La Società Rurale, l’Unione Industriale, settori della stampa monopolistica, la destra reazionaria e alti comandi militari si coalizzarono per destabilizzare il governo. Il 28 giugno 1966 Illia fu rovesciato da un colpo di Stato. Rimase nella Casa Rosada fino all’ultimo, accettando di lasciare il palazzo presidenziale solo per evitare vittime civili. Uscì senza auto ufficiale, salì su un taxi per tornare a casa a Martínez e non aveva nemmeno il denaro per pagare la corsa. Un’immagine che ancora oggi viene citata negli studi di etica pubblica come simbolo di integrità politica.
Illia non chiese mai una pensione da ex presidente. Morì il 18 gennaio 1983 a Córdoba, pochi mesi prima del ritorno definitivo della democrazia in Argentina. I suoi resti riposano nel Pantheon Radicale del cimitero della Recoleta. La sua storia conferma quanto evidenziato da numerose ricerche accademiche sulla migrazione italiana in America Latina: l’immigrazione non è solo forza lavoro, ma produzione di élite civili, di pensiero politico, di modelli di governo. In un’epoca in cui il dibattito sull’immigrazione è spesso dominato da paure e semplificazioni, la vicenda di Arturo Umberto Illia ricorda che l’incontro tra culture può generare leadership etiche e riforme durature. Non un’eccezione, ma una delle tante eccellenze nate dall’intreccio tra radici italiane e società argentina.

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Morire lavorando a 25 anni: la poesia come atto di memoria civile

05 giovedì Feb 2026

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', POESIA

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POESIA, Yuleisy Cruz Lezcano

Image AI generated


(DI Yuleisy Cruz Lezcano)


Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro, per me che sono poeta e attivista e mi chiamo Yuleisy Cruz Lezcano, non è un gesto letterario astratto né un esercizio estetico ma un atto necessario. È un modo per stare accanto a vite spezzate che rischierebbero, altrimenti, di essere ridotte a numeri, a brevi di cronaca, a statistiche destinate a scorrere via. Da oltre due anni porto avanti questo impegno con una convinzione sempre più profonda: ogni morte sul lavoro ha un nome, un volto, una storia che chiede di essere detta. Ho iniziato quasi in silenzio, scrivendo versi dopo l’ennesima notizia di un operaio morto. Poi è diventato un cammino consapevole. Non scrivo “per tutti” e non scrivo “in generale”: scrivo per qualcuno. Ogni poesia nasce da una singola vicenda, da una persona precisa. Per questo nelle mie poesie il nome non è un dettaglio, ma il cuore del testo. Dare un nome significa restituire identità, rompere l’anonimato della morte industriale, sottrarre quelle vite all’oblio. La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di resistenza civile.
Col tempo ho compreso che la poesia, soprattutto davanti a una morte traumatica e inattesa, svolge una funzione che filosofi e studiosi del lutto hanno descritto bene. Pensatori come Emmanuel Lévinas hanno sottolineato come il volto dell’altro ci chiami a una responsabilità etica, mentre Paul Ricoeur ha scritto del potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana, anche quando è spezzata. La morte improvvisa interrompe la narrazione della vita; la parola poetica non la ripara, ma può accompagnare, può creare uno spazio di senso dove il dolore non è cancellato ma riconosciuto.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, numerosi studi sul lutto traumatico spiegano come la mancanza di ritualità e di riconoscimento pubblico aumenti la sofferenza dei familiari. In questo vuoto, la poesia può diventare una forma di presenza simbolica. Non consola nel senso facile del termine, ma testimonia. Dice: questa persona è esistita, ha lasciato un segno, non è morta invano nel silenzio.
Negli ultimi due anni ho ricevuto decine di messaggi, email, lettere da familiari delle vittime. Non sono ringraziamenti formali: sono parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. Molti mi scrivono dicendo che leggere una poesia con il nome del loro caro li ha fatti sentire meno soli, meno invisibili. Alcuni hanno scelto i miei testi per essere letti durante i funerali, altri hanno inciso singoli versi come epitaffio. Ogni volta ne sono profondamente scossa: è una responsabilità enorme, che porto con rispetto e con la consapevolezza che quei versi non mi appartengono più, ma diventano parte di un rito di commiato. C’è poi un aspetto che considero fondamentale: vedere la poesia accostata al volto di chi non c’è più. Dal punto di vista empatico, quell’immagine rompe ogni distanza. Non è più “un morto sul lavoro”, ma una persona che ci guarda. Le neuroscienze e gli studi sull’empatia mostrano quanto il volto umano attivi una risposta emotiva immediata: la poesia, affiancata a quell’immagine, amplifica questo effetto, rende impossibile l’indifferenza.
In questo percorso non sono stata sola. Ho trovato una collaborazione preziosa da parte di molte testate giornalistiche, radio e televisioni locali che hanno scelto di dare spazio ai miei versi non come ornamento, ma come strumento di denuncia e sensibilizzazione. La poesia è entrata nei notiziari, nelle rubriche, nei dibattiti pubblici, dimostrando che può ancora parlare del presente, delle ferite aperte della società. Uno dei momenti più significativi è stato quando l’attore Alessio Vasallo ha letto a Montecitorio una mia poesia dedicata a un uomo morto sul lavoro in età pensionabile. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni ha avuto per me un valore simbolico enorme: significava affermare che la cultura, la parola, l’arte non sono marginali rispetto alla politica, ma possono interrogarla, metterla davanti alle sue responsabilità.
Continuo a scrivere perché credo che la poesia possa essere una forma di accompagnamento, come lo intendeva la filosofia antica: stare accanto, non voltarsi dall’altra parte. In una società che spesso normalizza la morte sul lavoro come fatalità, scegliere di nominare, di raccontare, di guardare in faccia la perdita è già un atto politico. Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato. E in questo, ogni poesia diventa una piccola veglia laica, un gesto di memoria e di responsabilità collettiva. Dopo la morte di Andrea Cricca, venticinque anni appena, ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole. Non come scelta, ma come urgenza. Quando una vita così giovane viene spezzata sul lavoro, il tempo si frantuma: resta un prima pieno di possibilità e un dopo che non riesce più a ricomporsi. La poesia è nata così, nel silenzio che segue le notizie improvvise, quando le parole della cronaca non bastano più. Ho pensato a sua madre, ai colleghi che lo hanno trovato, a quella normalità quotidiana che si è trasformata in tragedia. Scrivere è stato un gesto di accompagnamento, nel senso più profondo: stare accanto a una morte traumatica senza pretendere di spiegarla, ma riconoscendola. Ancora una volta ho scelto di nominare, perché credo che il nome sia l’ultimo argine contro l’oblio.


Questa è la poesia che ho dedicato ad Andrea Cricca:


Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.

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Maduro, l’immagine e il potere: quando la politica diventa spettacolo

28 mercoledì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


La fotografia diffusa dall’AGI dell’arresto di Nicolás Maduro ha acceso un dibattito che va ben oltre la politica internazionale e la crisi venezuelana. L’immagine mostra il presidente venezuelano circondato da uomini armati, visibilmente sotto il controllo della DEA, un documento visivo potente e immediato. Ma mentre il mondo osserva, una domanda inquietante si insinua: è reale, o è una creazione digitale? Il sospetto che la foto possa essere una fake news generata con l’intelligenza artificiale ha messo in discussione tutto ciò che fino a ieri consideravamo “verità visiva”.
In un’epoca in cui le immagini circolano con la velocità della luce e possono essere manipolate in pochi minuti, persino un’agenzia di stampa storica come l’AGI può trovarsi di fronte a sfide senza precedenti. Il controllo delle fonti, la verifica dei contenuti, la responsabilità giornalistica diventano terreno fragile. Se non possiamo più distinguere il reale dall’artificiale, la politica stessa, l’informazione, l’opinione pubblica si trasformano in uno scenario sospeso tra realtà e illusione. La foto di Maduro diventa allora non solo un documento, ma uno specchio della nostra incredulità collettiva.
Il problema non riguarda solo l’immagine in sé, ma la percezione che ne deriva. La cattura di un leader politico, così presentata, è già di per sé spettacolo: forza simbolica, messaggio politico, arma di legittimazione internazionale. Se l’immagine fosse artificiale, il rischio è moltiplicato: non solo la politica diventa teatro, ma anche la nostra fiducia nelle notizie, nelle istituzioni e nei fatti storici si sgretola. Tutto diventa un gioco di simulazioni, una sceneggiatura in cui il confine tra reale e virtuale si dissolve. Filosoficamente, questa crisi richiama le riflessioni di Baudrillard sul simulacro e la simulazione: quando il segno sostituisce la realtà, l’immagine non rappresenta più un evento, ma crea un mondo proprio, indipendente dai fatti. Il rischio è che la politica internazionale si trasformi in uno spettacolo costruito, in cui le decisioni e gli arresti diventano narrative digitali da consumare piuttosto che eventi concreti da analizzare.
Sociologicamente, la diffusione di immagini potenzialmente ingannevoli mina il tessuto della fiducia sociale. La democrazia stessa si fonda sulla capacità dei cittadini di distinguere tra informazione e propaganda, tra prova e spettacolo. Se la percezione del reale diventa incerta, il consenso e il dissenso si costruiscono su illusioni. Ci troviamo davanti a un paradosso: più gli strumenti tecnologici ci promettono trasparenza e immediatezza, più rischiamo di perdere il senso del verificabile. Il sospetto di fake news sull’arresto di Maduro non è quindi solo un episodio venezuelano: è un campanello d’allarme globale. Ci costringe a interrogare la natura della realtà che consumiamo ogni giorno, i limiti della tecnologia e la fragilità del nostro giudizio. Se una fotografia, un tempo simbolo di prova, può essere messa in dubbio, cosa rimane della nostra capacità di credere, di agire, di reagire?
Il mondo sembra dirigersi verso una nuova era in cui la verità non è più ciò che accade, ma ciò che appare credibile. E mentre lo spettacolo digitale prende il posto dei fatti, ci troviamo sospesi tra incredulità e fascinazione, tra libertà di pensiero e manipolazione. La foto di Maduro diventa così un simbolo inquietante: l’illusione di controllo, il potere della rappresentazione, e la fragile linea che separa ciò che è reale da ciò che ci viene mostrato come tale.
Anche ammesso che la fotografia di Nicolás Maduro circondato dagli agenti della DEA fosse manipolata o creata artificialmente, ciò non cambia la sostanza politica dell’azione americana: il messaggio è chiaro, deliberato e coerente con la mentalità del presidente Donald Trump. Fonti ufficiali, tra cui comunicati del Dipartimento di Stato e dichiarazioni del presidente stesso sulla sua piattaforma Truth Social, confermano che l’operazione contro il leader venezuelano è stata pianificata come un colpo simbolico e strategico, un atto di pressione sull’America Latina e di consolidamento del consenso interno.
L’uso dell’immagine come arma politica non è un’innovazione digitale isolata. L’amministrazione Trump ha più volte dimostrato come la rappresentazione mediatica diventi parte integrante della strategia di potere. Non è solo ciò che viene fatto, ma come viene mostrato a cittadini, media e opinione internazionale. La fotografia, reale o artificiale, serve a tradurre la politica in narrazione visibile, a trasformare l’azione militare in simbolo di efficacia e forza. L’obiettivo è duplice: intimidire gli avversari e rassicurare il pubblico domestico, mostrando che gli Stati Uniti agiscono senza chiedere permesso, secondo una logica di pura deterrenza e dominio.
Analisti internazionali riportano come Trump abbia sempre privilegiato il linguaggio diretto della potenza rispetto a quello complesso della diplomazia multilaterale. In un briefing ufficiale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del 2025, si sottolineava come il presidente consideri il rispetto formale delle organizzazioni internazionali, dall’ONU alla Corte Penale Internazionale, subordinato alla convenienza immediata degli interessi statunitensi. Non è sorprendente quindi che la comunicazione dell’operazione verso il Venezuela sia stata accompagnata da immagini capaci di impressionare e modellare la percezione pubblica, indipendentemente dalla loro autenticità.
Il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan osservava che “il medium è il messaggio”: nel caso di Trump, il medium dell’immagine digitale, della fotografia e dei social media diventa parte stessa dell’azione politica. Anche se la foto fosse una simulazione artificiale, essa rispecchia perfettamente la filosofia di governo trumpiana, in cui ciò che conta è la percezione di forza, la dimostrazione di controllo, la capacità di stabilire gerarchie globali e di proiettare il potere. L’immagine, vera o falsa, diventa quindi strumento di geopolitica e non semplice documento giornalistico.
In questo senso, la vicenda conferma un tratto costante della mentalità americana sotto Trump: la politica internazionale come negoziazione di interessi concreti e come esercizio di pressione diretta, più che come rispetto di regole universali. La spettacolarizzazione dell’arresto di Maduro, reale o costruita, è coerente con un approccio in cui la visibilità della forza e la gestione dell’opinione pubblica sono strumenti essenziali del potere.
Il nodo della questione non è quindi se la foto sia vera o meno, ma quale modello di politica e di realtà essa riflette. In un mondo in cui l’immagine diventa politica, la sostanza resta la mentalità del leader, la logica che guida le decisioni e i limiti morali o legali che si decide di ignorare. Trump ha sempre agito secondo la convinzione che l’interesse americano e la percezione di forza prevalgano su norme multilaterali, diritto internazionale o opinione pubblica esterna. La fotografia, reale o artificiale, non fa che rendere visibile questa filosofia di dominio e di spettacolarizzazione globale.

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Blue Monday: cinque modi per sopravvivere al giorno più triste dell’anno

20 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Arriva puntuale ogni gennaio, come le bollette e i buoni propositi già falliti: il Blue Monday, il presunto giorno più triste dell’anno. Non è una festività, nemmeno una ricorrenza storica. È, più semplicemente, un’idea nata nel 2005 per una campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi, ma talmente ben riuscita da aver convinto mezzo pianeta che la tristezza possa essere messa in agenda, possibilmente di lunedì. Il terzo lunedì di gennaio, per essere precisi.
Perché se devi deprimerti, fallo con metodo!
Eppure, se c’è qualcosa che l’umorismo ci insegna – e la psicologia lo conferma – è che ridere non è solo una distrazione, ma un modo sofisticato per affrontare l’assurdità dell’esistenza. Siamo, dopotutto, un ammasso casuale di polvere cosmica che ha sviluppato coscienza, linguaggio e la straordinaria capacità di prendersi molto sul serio. Il Blue Monday, in questo senso, è un capolavoro involontario: ci ricorda quanto siamo vulnerabili alle narrazioni, soprattutto quando sono confezionate bene. E allora, per onorare la giornata, ecco cinque passaggi ironicamente utili per superarla.
Il primo passo è accettare l’insignificanza cosmica. Nell’universo stanno collidendo buchi neri, nascono stelle e si disintegrano galassie, e tu ti senti giù perché è lunedì e piove. Ridimensionare aiuta. Non annulla il malumore, ma lo mette nella giusta scala: infinitesimale. Se al cosmo non importa nulla del tuo umore, forse puoi permetterti di non farne una tragedia greca.
Il secondo passaggio consiste nell’usare le parole, ma senza paura. Le parole non sono cattive, lo è il loro uso. “Sono stanco”, “sono annoiato”, “non ho voglia di lavorare”: dirlo non peggiora la situazione, anzi la rende condivisibile. Pensiamo attraverso il linguaggio e, se dobbiamo raccontare una caduta sulla buccia di mandarino, possiamo farlo come una tragedia o come una scena comica. Il fatto resta lo stesso, ma l’effetto cambia.
Terzo passaggio: concedersi il diritto di ridere del peggio. Anche delle giornate storte, delle scadenze, del conto in banca che piange. La storia ci insegna che perfino nei contesti più estremi – sì, anche quelli che non si nominano alla leggera – la risata è esistita come gesto di resistenza.
Il quarto passo è diffidare delle formule magiche. Se qualcuno ti dice che oggi devi essere triste, chiediti il perché. Il Blue Monday è il trionfo della tristezza programmata: ti dicono che stai male per venderti qualcosa che ti farà stare meglio. Un viaggio, un oggetto, un’illusione. Sentirsi bene, oggi, è un piccolo atto di ribellione.
Il quinto e ultimo passaggio è il più semplice e il più sovversivo: ridere insieme a qualcuno. L’umorismo “affiliativo”, direbbero gli psicologi, quello che serve a creare legami, a rassicurare, a ricordarci che non siamo soli nella nostra lieve, quotidiana, umanissima fatica di esistere. Una battuta, un meme, un caffè condiviso. Non salverà il mondo, ma renderà il lunedì un po’ meno blu.
Alla fine, il Blue Monday è una grande barzelletta raccontata molto seriamente. Sta a noi decidere se riderne o prenderla sul serio. E considerando che tra cent’anni nessuno ricorderà questo lunedì, forse vale la pena fare ciò che ci riesce meglio come esseri umani: ridere del fatto di esserci, anche quando il calendario dice che non dovremmo.


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Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse

13 martedì Gen 2026

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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In Italia la patologia delle cure rappresenta una delle forme di maltrattamento infantile più difficili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più sottovalutate. Non si tratta di un’anomalia clinica né di un tema marginale, ma di un fenomeno reale, complesso e storicamente poco studiato, che attraversa silenziosamente il sistema sanitario e sociale. La letteratura accademica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano nel collocarla a pieno titolo tra le forme di maltrattamento, pur riconoscendone la rarità relativa rispetto ad altre tipologie più note come la violenza fisica o la trascuratezza grave.
Con il termine patologia delle cure si indicano situazioni in cui i bisogni di salute, sviluppo e protezione del bambino vengono compromessi non tanto dall’assenza di cure, quanto da cure inappropriate, distorte o eccessive. In questa categoria rientrano l’incuria, la discuria e l’ipercuria. Quest’ultima, nelle sue forme più estreme, comprende il cosiddetto medical child abuse, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, in cui il caregiver provoca, simula o amplifica sintomi nel bambino, esponendolo a esami, trattamenti e ospedalizzazioni non necessarie.
Dal punto di vista numerico, i dati disponibili in Italia sono frammentari e derivano soprattutto da studi ospedalieri e casistiche cliniche locali. Le ricerche condotte in grandi ospedali pediatrici indicano che i casi riconducibili a medical child abuse rappresentano meno dell’1% dei maltrattamenti intercettati, una percentuale apparentemente bassa ma coerente con le stime internazionali, che parlano di un’incidenza annua compresa tra 0,5 e 2 casi ogni 100.000 minori. Questi numeri, tuttavia, non fotografano il sommerso. Le stesse fonti sottolineano che la patologia delle cure è ampiamente sottodiagnosticata e che l’assenza di sistemi di sorveglianza epidemiologica strutturati impedisce una stima reale della sua diffusione.
La sottovalutazione del fenomeno dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la difficoltà diagnostica: i quadri clinici spesso imitano patologie genuine, croniche o rare, rendendo complesso distinguere tra malattia reale ed abuso. In secondo luogo, il contesto relazionale in cui avviene il maltrattamento: il caregiver appare frequentemente attento, collaborante, iper-presente, generando nei professionisti sanitari un bias di fiducia che può ritardare o bloccare il sospetto. A questo si aggiunge la mancanza di formazione specifica nei percorsi universitari e di aggiornamento continuo, soprattutto per il personale sanitario non specializzato in ambito di tutela minorile.
In ambito sanitario se ne parla poco anche per ragioni culturali e organizzative. La medicina è strutturalmente orientata a curare la malattia, non a interrogarsi sulla relazione di cura come possibile fonte di danno. Inoltre, l’assenza di criteri diagnostici operativi chiari e condivisi, unita al timore di errore o di contenzioso legale, rende molti professionisti esitanti nel segnalare situazioni sospette. Il risultato è una forma di collusione involontaria del sistema, che finisce per perpetuare l’esposizione del bambino a procedure invasive e a un danno evolutivo cumulativo.
Riconoscere il sommerso significa spostare lo sguardo dal singolo sintomo alla traiettoria complessiva del bambino. La letteratura indica come segnali di allarme la discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, la frequenza anomala di accessi sanitari, il peggioramento dei quadri clinici in presenza del caregiver e il miglioramento in sua assenza, così come l’uso reiterato di strutture sanitarie diverse senza una reale continuità di cura. Fondamentale è anche la lettura evolutiva: bambini sottoposti a medicalizzazione eccessiva mostrano spesso ritardi nello sviluppo, difficoltà di autonomia, ansia e costruzione di un’identità centrata sul ruolo di paziente.
Aiutare questi bambini significa intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturale, e contemporaneamente riconoscere la fragilità delle famiglie coinvolte. La patologia delle cure non nasce nel vuoto, ma si inserisce spesso in contesti di vulnerabilità psicologica, isolamento sociale e bisogni di riconoscimento non elaborati. Per questo le linee guida internazionali raccomandano un approccio multidisciplinare, che integri competenze pediatriche, psicologiche, sociali e giuridiche, e una documentazione clinica accurata e condivisa.
In conclusione, la patologia delle cure in Italia non è un fenomeno marginale né irrilevante, ma una zona d’ombra del maltrattamento infantile. È rara nei numeri ufficiali, ma probabilmente molto più presente nella pratica clinica quotidiana di quanto emerga dalle statistiche. Renderla visibile significa investire in formazione, ricerca, integrazione dei servizi e, soprattutto, in una cultura della tutela dell’infanzia che sappia interrogare anche la cura quando diventa, paradossalmente, fonte di danno.

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Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

16 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.

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Il fallimento rieducativo delle carceri

09 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

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Il prezzo della poltrona: stress che scivola dall’alto

02 martedì Dic 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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Yuleisy Cruz Lezcano


(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Quando una donna arriva ai livelli apicali dentro un’organizzazione, quello che spesso non si vede è il prezzo psicologico che paga per mantenere la posizione, per dimostrare che è competente tanto quanto un uomo, per non perdere credibilità. Studi come quelli condotti in Svezia su dirigenti donne nei servizi pubblici mettono in luce che le condizioni psicologiche di lavoro sono spesso difficili: richieste contrastanti da più stakeholder, scarsità di risorse, lunghe ore, difficoltà a trovare tempo per sé, per la famiglia, per il riposo. Queste pressioni costanti generano stati di stress protratto che non solo intaccano la salute delle dirigenti, ma finiscono per condizionare il loro umore, il modo di relazionarsi con i collaboratori e anche il modo di esercitare il potere.
Alcuni comportamenti diventano meccanismi difensivi: la donna dirigente che è stata giudicata, sottovalutata o ha dovuto lottare per ogni riconoscimento può sviluppare una forma di durezza, non solo con se stessa, ma verso chi viene dopo, come se ogni errore fosse una minaccia alla propria autorità. I sussurri, la competizione, la paura di sbagliare spingono spesso verso atteggiamenti autoritari, verso il controllo stretto, verso la discrezionalità, verso il poco dialogo. Quando la pressione è alta, poca empatia, poco riconoscimento per le difficoltà altrui: la madre che deve uscire per un evento scolastico, la collega che ha bisogno di flessibilità per un problema di salute, vengono viste non come questioni umane ma come complicazioni da gestire o ostacoli alla produttività. C’è anche evidenza che lo stile di leadership “workaholic” del capo, che esige disponibilità permanente, risultati immediati, assume una pressione che si scarica verso il basso. Uno studio che ha esaminato la relazione tra il workaholism del leader e il distress psicologico dei subordinati ha mostrato che più il dirigente spinge oltre il limite, meno c’è spazio per la giustizia procedurale e relazionale: questo aumenta il rischio che i subordinati sviluppino ansia, esaurimento, insicurezza costante.
Quando una dirigente sottoposta a grandi richieste familiari, organizzative e sociali non trova supporto reale, non solo rischia il burnout personale ma anche di far crescere un clima di tensione e di paura. Le colleghe cominciano a sentirsi timorose nel proporre idee, esitanti nel chiedere aiuti, riluttanti a mostrare fragilità per timore di essere giudicate incompetenti o pigre. Il comportamento di chi sta in alto diventa modello: se la durezza è premiata, se chi sbaglia viene rimproverata o isolata, se il solo mostrarsi stanca o in difficoltà è visto come mancanza, allora la competizione diventa arma, e spesso questa competizione è spietata quando riguarda donne, perché si percepiscono come rivali dirette.
La “Queen Bee Syndrome” (fenomeno della “ape regina”) è una definizione che ricorre talvolta per descrivere donne in posizione di potere che, invece di aiutare o collaborare con altre donne, mantengono un atteggiamento critico, mantengono le distanze, riducono il supporto proporzionale alle energie delle altre, tendono a identificarle come rischi per il proprio status, non come alleate. È una dinamica che ha basi psicologiche profonde: bisogno di autoconservazione, paura di essere viste come deboli, senso di non essere abbastanza riconosciute se mostri troppo supporto, timore che ogni cedimento possa essere interpretato come incapacità. Naturalmente non è una regola universale che le donne al vertice diventino dure o autoritarie, ma c’è sufficiente evidenza per vedere che il potere, la solitudine del comando, le aspettative sociali e il carico invisibile (di dover dimostrare continuamente, di non poter sembrare “debole”, di bilanciare vita privata, famiglia, ruoli tradizionali) possono trasformare il carattere e i comportamenti professionali.
Quello che si osserva in casi concreti, anche se è stato poco studiato, è il passaggio da stress interno a durezza esterna: la dirigente che reputa inefficiente una collega madre come se non avesse impegni, la capo che mostra impazienza, che non tollera ritardi o richieste “extra-lavorative”, che non spiega le proprie decisioni, che comunica con freddezza, addirittura con sgarbo. In contesti dove il beneficio della presenza femminile è riconosciuto (più coesione, migliore soddisfazione dei lavoratori, minore stress quando lo stile è inclusivo), queste azioni opposte, l’autorità imposta, la competizione interna, il mancato riconoscimento, la mancanza di empatia, provocano esattamente l’effetto contrario: aumentano il turnover, la sfiducia, la paura, il senso di isolamento tra colleghe.
Bisogna dire che chi detiene il potere ha la capacità veramente reale di scegliere come esercitarlo: può decidere di essere rigida o comprensiva, di ascoltare o reprimere, di costruire o distruggere. C’è una scelta, e quella scelta si vede nel clima che si crea sotto di lei, perché ogni gesto, ogni richiesta, ogni sguardo pesa e può essere interpretato come sostegno o come controllo, come apertura o come barriera. Il problema è che troppi ambienti premiano la durezza, misurano il rispetto dal timore, valutano la leadership non dalla capacità di far crescere altri ma da quanti errori vengono segnalati, da quanto ordine si impone, da quanto silenzio disciplinato si ottiene.
Alla fine, la poltrona di potere può diventare una corazza che isola. E non è solo la dirigente a pagarne il prezzo, ma l’intero gruppo sotto di lei, in particolare le colleghe donne, quelle che già portano con sé il doppio carico dei ruoli, che già sono abituate a mediare, a curare, a dare supporto. E nel silenzio che accetta la durezza come normale, nel lavoro che non si riconosce, nella motivazione che si smorza, si crea una cultura che logora. Perché la produttività e la competizione fine a se stesse non costruiscono squadre forti; costruiscono persone tese, isolate, stanche, pronte a fuggire o a perdere fiducia. Per cambiare davvero, serve consapevolezza: riconoscere che essere donna dirigente non significa dover duplicare modelli di comando maschili, che la forza non risiede nell’altezza della voce ma nella capacità di generare spazio sicuro, che l’empatia non è debolezza ma leadership che mantiene la salute. È tempo che la responsabilità verta anche su come si guida, non solo su quello che si produce.

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Lavoro e rischio, la legge non basta: l’anima chiede attenzione

25 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in Cronache della vita, CULTURA E SOCIETA', La società

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Yuleisy Cruz Lezcano

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)


Roma, 13 novembre 2025 – Il lavoro in Italia continua a mietere vittime, spesso in silenzio. Antonio Tomassetti, 58 anni, piccolo imprenditore edile di Rieti, è morto martedì 11 novembre al Policlinico Gemelli, dopo il cedimento di una copertura durante un sopralluogo a Roma. Lo stesso giorno, Daniele Giordano, 61 anni, operaio manutentore della Sirti, ha perso la vita in un incidente stradale con il furgone aziendale ad Alessandria. Poche ore prima, Giuseppe Patisso, 47 anni, titolare di una paninoteca in Puglia, si è spento improvvisamente nel suo locale. Tre storie diverse, un filo comune: il lavoro che uccide, spesso quando meno ce lo si aspetta. I numeri sono tragicamente eloquenti. Solo a novembre 2025 si registrano 34 morti sul lavoro (30 in sede, 4 in itinere), con una media giornaliera di 2,8 vittime. L’anno corrente conta 992 morti (791 in sede, 201 in itinere), con punte più alte in Lombardia (119), Veneto (107) e Campania (98). La sicurezza resta una priorità in tutta Italia, ma le statistiche mostrano quanto la legge da sola non basti.
La Legge 81/2008 e le sue successive integrazioni hanno creato un quadro normativo completo: formazione obbligatoria, valutazione dei rischi, dispositivi di protezione e figure dedicate alla sicurezza. Eppure, nella realtà quotidiana, essere “formati sulla carta” non è sufficiente. Molti lavoratori, per fretta, abitudine o distrazione, non percepiscono il pericolo fino a quando non è troppo tardi. Un corso di sicurezza non può sostituire lo sguardo vigile sul cantiere, la capacità di leggere i segnali del rischio, di intervenire prima che accada la tragedia. È qui che entrano in gioco arte ed emozione. Non basta compilare moduli o seguire protocolli: per cambiare davvero i valori di chi lavora, occorre colpire l’animo, stimolare la sensibilità. La tragedia, il dolore, la memoria delle vite spezzate possono diventare strumenti di coscienza, capaci di far percepire la fragilità del corpo e l’importanza della sicurezza. Solo toccando le emozioni, solo rendendo il rischio visibile nel cuore, è possibile formare lavoratori che non si limitino a eseguire procedure, ma sappiano agire con attenzione e responsabilità.
Le famiglie rimaste senza i propri cari, come Monica Michielin per il figlio Mattia Battistetti, 23 anni, morto in cantiere a Montebelluna, sono il monito più concreto: la vita non è sostituibile. Ogni numero, ogni statistica, nasconde volti e storie. Ogni incidente è una ferita sociale che ci ricorda che la sicurezza non è un obbligo da rispettare solo per legge, ma un valore da interiorizzare. Di fronte alla fretta, alla distrazione e alla superficialità, la formazione tecnica deve incontrare la sensibilità dell’anima, solo così sarà possibile fare un passo verso un mondo del lavoro più sicuro, dove la vita ha peso reale e dove ogni gesto, ogni attenzione, può salvare un’esistenza.
La legge 81 del 2008 rappresenta una pietra miliare nella tutela della sicurezza sul lavoro in Italia, raccogliendo norme su formazione, valutazione dei rischi e responsabilità dei datori di lavoro. Tuttavia, l’esperienza quotidiana e i dati tragici lo confermano: avere la legge non basta. Nel 2025, quasi mille morti sul lavoro in Italia testimoniano quanto la norma, da sola, non possa salvare vite. Molti lavoratori seguono corsi e partecipano a formazione, ma la vera difficoltà sta nel trasformare la conoscenza teorica in percezione concreta del pericolo. Sapere cosa fare su carta non significa vedere il rischio davanti a sé, sentire il tremito di un ponte instabile o percepire l’ombra di un carico che può cedere da un momento all’altro. Qui entra in gioco la cultura, intesa come esperienza emotiva e artistica. L’arte ha il potere di far vibrare le corde dell’animo, di trasformare il rischio astratto in esperienza sentita, visibile e memorabile. Storie di chi ha perso la vita, installazioni visive, performance teatrali nei cantieri, fotografie che raccontano la fragilità del corpo umano al lavoro: tutto questo può agire come leva profonda nella coscienza del lavoratore, creando una percezione del rischio più autentica e duratura. Quando il pericolo smette di essere un numero su un foglio e diventa un volto, una storia, un gesto sospeso nel tempo, la normativa trova terreno fertile per essere rispettata.
Le imprese che limitano la sicurezza alla consegna dei moduli e all’uso dei dispositivi rischiano di ignorare il cuore del problema. Turni lunghi, stanchezza, abitudine e pressioni produttive fanno sì che il rischio venga spesso sottovalutato, anche da lavoratori esperti. In questo contesto, la cultura diventa strumento di prevenzione attiva: chi percepisce emotivamente il pericolo è più pronto a intervenire, a fermarsi, a rispettare procedure che altrimenti sembrerebbero astratte.
Esperienze immersive, come simulazioni in realtà virtuale o workshop artistici nei cantieri, hanno dimostrato come sia possibile aumentare la consapevolezza del rischio con modalità sensoriali ed emotive. Le emozioni attivano una memoria più profonda dei dati tecnici, e il rispetto della legge non rimane un obbligo burocratico, ma diventa un gesto consapevole, radicato in valori interiorizzati. In altre parole, arte e cultura preparano il terreno su cui la normativa può attecchire, trasformando la conoscenza in responsabilità.
La sicurezza sul lavoro, dunque, non è solo un insieme di regole o dispositivi, ma un terreno di esperienza condivisa tra legge, percezione e valori culturali. Solo se il lavoratore sente, vede e comprende il rischio, e se la società valorizza queste esperienze, la normativa può davvero salvare vite. In questo senso, le tragedie recenti, come quelle di Antonio, Daniele e Giuseppe, diventano moniti viventi, spingendo a considerare la prevenzione non solo come un obbligo legale, ma come un atto culturale ed etico che attraversa la vita quotidiana dei cantieri e dei luoghi di lavoro.

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Dal silenzio alla rinascita: il metodo integrato che restituisce voce alle sopravvissute

20 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CULTURA E SOCIETA', Essere donna, La società

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violenza di genere

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Nella realtà quotidiana, spesso attraversata da forme sottili e manifeste di violenza di genere, il lavoro di chi accompagna le donne dopo un trauma diventa un atto profondamente politico e umano. La violenza non è mai un episodio isolato: modifica la percezione di sé, incrina la fiducia nel corpo, disarticola la continuità della vita. Le ricerche sociologiche degli ultimi anni, come quelle della studiosa statunitense Paige L. Sweet sulle dinamiche del gaslighting, mostrano come molte sopravvissute assorbano sensi di colpa e dubbi che in realtà appartengono all’abuso subito. Per questo motivo i percorsi di cura devono essere pensati non solo per riparare, ma per restituire significato.
Gli studi sul trauma, compresi quelli dell’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione, spiegano che molte reazioni osservate nelle vittime — immobilità, confusione, assenza emotiva — sono risposte biologiche di difesa, attivate automaticamente dal sistema nervoso per garantire la sopravvivenza. Gli operatori dei centri antiviolenza, consapevoli di queste dinamiche, sanno che offrire rifugio fisico non basta: occorre un intervento capace di leggere le reazioni neurofisiologiche e accompagnare la donna nella ri-regolazione del proprio corpo e delle proprie emozioni. Tra gli strumenti clinici basati su evidenze scientifiche, la desensibilizzazione e rielaborazione del trauma attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sulla ristrutturazione dei pensieri traumatici si sono rivelate efficaci nel ridurre ricordi intrusivi, paure persistenti e convinzioni autodistruttive. Studi internazionali condotti su donne che hanno subito abusi in età infantile hanno confermato risultati significativi su disturbi post-traumatici e difficoltà emotive.
Ma la guarigione non si gioca soltanto nella stanza dello psicoterapeuta. Il primo passo è quasi sempre la relazione: un ambiente in cui la donna possa parlare o tacere senza sentirsi interrogata, giudicata o spinta a raccontare ciò che non è ancora pronta a condividere. La presenza dell’operatore, fatta di voce calma, ascolto attento e gesti misurati, diventa un primo approdo sicuro. Molte sopravvissute raccontano che il momento in cui qualcuno le ha credute è stato più importante di qualsiasi trattamento successivo, perché ha trasformato una ferita muta in una storia legittimata.
A partire da questa base, il corpo può essere nuovamente coinvolto. La respirazione lenta e diaframmatica è spesso il primo strumento che permette alla donna di tornare a percepire il proprio ritmo interno: espirazioni più lunghe delle inspirazioni producono un effetto calmante, riducono l’attivazione fisiologica del trauma e favoriscono un senso di stabilità. Accanto alla respirazione si inseriscono le tecniche di radicamento, utilissime quando compaiono flashback o sensazioni di distacco dalla realtà. Sentire il contatto dei piedi a terra, accarezzare un oggetto dalla consistenza familiare, nominare gli elementi visibili nella stanza: sono piccoli gesti che riportano il presente al centro dell’esperienza e spezzano l’ondata di ricordi.
Quando il corpo inizia a ritrovare sicurezza, diventa possibile introdurre pratiche di consapevolezza adattate al trauma. Non si tratta di meditazioni profonde, che potrebbero riattivare stati di allarme, ma di brevi momenti a occhi aperti in cui la donna impara a osservare il respiro, il peso del corpo sulla sedia, i suoni attorno a sé. È una consapevolezza gentile, che non forza l’introspezione ma educa alla presenza.
In questo percorso, anche la scrittura diventa un atto terapeutico. Nei centri antiviolenza molte operatrici propongono diari delle piccole conquiste quotidiane, lettere non destinate alla spedizione o testi liberi senza struttura. Una tecnica particolarmente significativa è il caviardage: partendo da una pagina stampata, si anneriscono parole superflue per far emergere una breve frase o un verso nascosto. È un processo creativo che permette di sottrarre il caos e conservare solo ciò che merita di rimanere, una sorta di poesia involontaria che diventa specchio della trasformazione interiore. La scrittura permette di riconoscere emozioni difficili senza esserne travolte.
In parallelo, il corpo trova un linguaggio nuovo attraverso movimenti lenti e controllati. Rotazioni delle spalle, allungamenti del collo, lievi colpetti su braccia e torace sono esercizi che aiutano a percepire il corpo come un luogo abitabile e non come teatro della violenza. In molti centri, questi esercizi vengono integrati con il teatro sociale e lo psicodramma. In questi contesti, la donna non è spettatrice del proprio trauma ma soggetto attivo della propria storia. Camminare nello spazio scenico, scegliere un gesto che rappresenti la rinascita, immaginare una nuova postura: sono azioni che molti progetti internazionali hanno dimostrato capaci di restituire agency e presenza.
Quando la donna si sente sostenuta e stabilizzata, può intraprendere percorsi clinici specialistici in cui il trattamento del trauma diventa più profondo: la rielaborazione dei ricordi attraverso stimolazioni bilaterali e la terapia psicologica centrata sui pensieri disfunzionali. Questi metodi permettono di diminuire l’intensità emotiva legata ai ricordi traumatici e di trasformare convinzioni interiorizzate come «È colpa mia» o «Non merito cura». Gli operatori non clinici svolgono il ruolo di ponte, preparano il terreno, orientano la donna verso professionisti qualificati quando necessario, garantendo continuità e protezione.
Gli studi sociologici di ricercatrici come Elisa Bellotti e Susanne Boethius hanno mostrato che la rete sociale intorno a una sopravvissuta può funzionare come una risorsa o come un ostacolo. Reti coerenti, supportive e non giudicanti favoriscono l’uscita dalla violenza; al contrario, legami ambivalenti possono riprodurre condizionamenti e colpevolizzazioni. Per gli operatori è fondamentale riconoscere queste dinamiche per prevenire la rivittimizzazione secondaria, quella forma di violenza simbolica che si manifesta quando la donna non viene creduta o viene interrogata in modo pressante.
Accanto agli aspetti psicologici e sociali, alcune ricerche italiane hanno evidenziato persino tracce biologiche del trauma attraverso modificazioni epigenetiche legate allo stress cronico. Comprendere la profondità di questi processi non significa medicalizzare l’esperienza, ma riconoscere che il trauma attraversa la persona in ogni sua dimensione, rendendo necessari percorsi multidisciplinari.
Questo metodo integrato non è un insieme di tecniche giustapposte: è un modo armonico di accompagnare una donna nel suo ritorno alla vita. La respirazione prepara il terreno emotivo; il grounding ancora il presente; la scrittura costruisce significato; il teatro restituisce il corpo; la terapia psicologica rielabora il passato; la relazione tiene insieme tutto. È un processo che richiede sensibilità, formazione e la capacità di rispettare i tempi della donna, senza fretta, senza pressioni.
La rinascita non procede in linea retta. È un cammino di andate e ritorni, di silenzi e nuove parole, di piccoli gesti che un giorno, quasi all’improvviso, diventano trasformazione.

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Dieci riots tardoletterari di Ivan Pozzoni con un commento di Enzo Bacca

13 giovedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in CRITICA LETTERARIA, CULTURA E SOCIETA', Prosa poetica

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Giorgio Bacca, Ivan Pozzoni, Riots

Paul Klee, Kettledrummer, 1940

Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.

Di seguito un file scaricabile contenente il commento di Enzo Bacca riportato qui sopra e dieci riots di Ivan Pozzoni

Limina mundi – Ivan PozzoniDownload

Biografia dell’autore

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).

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Morandi e l’arte dell’attesa silenziosa

11 martedì Nov 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', Pensiero

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Di Yuleisy Cruz Lezcano

“Natura morta”, Giorgio Morandi


“Devi fare cose nuove. Questo si è già visto. Se non cambi ogni anno esci dai giri”.
A questo suggerimento, che spesso mi viene rivolto, rispondo con un fermo disappunto. Giorgio Morandi ha dipinto le stesse, poche cose per una vita intera, non muovendosi quasi mai dal proprio studio e dalla sua finestra. Come lui, molti altri hanno saputo creare e mantenere una poetica ed uno stile che, a dispetto delle mode, sono rimasti eloquenti e cristallini nel tempo. Ecco, io penso che un artista dovrebbe fare esattamente questo: restare sordo alle brezze leggere di gusti dettati da logiche commerciali e da valutazioni che poco hanno a che fare con un’idea seria di coerenza, di ricerca, di pensiero. Starsene isolati non si deve, ma nemmeno lasciarsi travolgere dal chiasso del mondo. Bisognerebbe piuttosto capire, come scrisse Baudelaire, che “la modernità è solo la metà dell’arte. L’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Immutabile che fa pensare a quanta polvere restava in attesa nello studio di Giorgio Morandi, e, sicuramente, non era trascuratezza, ma custodia. Morandi amava conservarla, come un velo sacro, un deposito silenzioso del tempo. Non la rimuoveva mai dagli oggetti, anzi: in quella patina leggera ritrovava la verità delle cose, la loro lenta sedimentazione nel mondo. Pensando a lui, rivedo quell’immagine potente: Morandi assorto, intento a osservare i suoi oggetti: bottiglie, vasi, scatolette, alcuni trovati, altri costruiti con pazienza. Ogni elemento era disposto sul tavolo da lavoro come su una scacchiera. Studiava la mossa, il minimo spostamento. Un cilindro ruotato, un’ombra che cade diversamente, e tutto si trasformava.
La polvere rimaneva. Si posava come una luce opaca. Nessuna brillantezza, nessuna pretesa, solo materia, umiltà, silenzio. Per controllare la luce, Morandi aveva creato un sistema di tende nel suo studio di via Fondazza. Per lui tutto doveva essere calibrato, ridotto, essenziale. Amava la campagna, ma col tempo la sua pittura si ritirò verso l’interno. I paesaggi si fecero scorci del cortile. Il mondo esterno si restrinse, ma proprio così diventò infinito.
Quanta polvere, dunque e in essa, Morandi trovava il respiro delle cose. Se vuoi rispettare quello che non comprendi, non soffiare! Lascia depositare il tempo sull’oggetto. Non soffiare! Perché in tutta quella polvere, c’è un pezzo d’anima, che cambia la forma e dona morbidezza alla proiezione delle ombre.

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Arte, sostenibilità e relazioni nel lavoro: costruire futuri possibili con le mani, le idee e il cuore

29 mercoledì Ott 2025

Posted by Loredana Semantica in ARTI, CULTURA E SOCIETA', La società

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di Yuleisy Cruz Lezcano

image AI generated


Oggi parlare di sostenibilità significa molto più che occuparsi di ambiente. La sostenibilità è diventata un paradigma complesso, che coinvolge la qualità delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro, la gestione delle risorse umane ed emotive, e la capacità di dare senso, forma e direzione ai processi collettivi. Se è vero che l’Agenda 2030 dell’ONU individua tre grandi dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale ed economica – è altrettanto vero che le persone, ogni giorno, vivono questo concetto attraverso le proprie esperienze lavorative, i loro tempi, le energie e le relazioni. E in questo contesto, l’arte e la creatività possono agire come strumenti concreti di trasformazione, restituendo senso, visione e cura ai luoghi dove passiamo la gran parte della nostra vita.
Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’uso dei mattoncini LEGO, non come gioco, ma come strumento artistico e partecipativo, capace di dare forma a concetti complessi, facilitare la comunicazione nei gruppi e rafforzare la coesione.
L’approccio LEGO® SERIOUS PLAY®, nato per facilitare l’innovazione nei contesti organizzativi, è diventato oggi una metodologia che unisce pensiero, ascolto, manualità e relazione in un processo che ha tutte le caratteristiche dell’arte partecipativa.
L’arte, del resto, non è solo creazione estetica: è un linguaggio, un processo relazionale, una forma di ascolto profondo e condiviso. Quando viene applicata all’ambito lavorativo, l’arte non serve a decorare, ma a interrogare, a rendere visibile l’invisibile, a far emergere i bisogni silenziosi che spesso sfuggono alle dinamiche aziendali. L’uso dei LEGO in questo senso è emblematico: ciascun partecipante costruisce con le mani un modello tridimensionale che rappresenta una visione, un problema, un obiettivo. Le costruzioni diventano narrazioni, strumenti per condividere emozioni, per comprendere i punti di vista altrui, per dare forma – insieme – a un pensiero collettivo. È una pratica che rompe le gerarchie, facilita la partecipazione, valorizza ogni voce. In altre parole, è una pratica sostenibile.
Nei luoghi di lavoro, ciò che spesso manca non è la competenza tecnica, ma la qualità della comunicazione. Le organizzazioni tendono a definire cosa bisogna fare e come, ma raramente si soffermano sul perché. Questo silenzio intorno al senso produce disconnessione, demotivazione, perdita di significato. Quando le persone non conoscono il perché delle loro azioni, smettono di sentirsi parte di un sistema e diventano meri esecutori. Questo alimenta un circolo vizioso fatto di turnover, stress, moving (forme di esclusione sottili e reiterate), e climi aziendali tossici.
La sostenibilità sociale passa proprio da qui: dalla capacità di creare relazioni umane autentiche, ambienti di lavoro sani, basati su fiducia, ascolto e valorizzazione reciproca. La comunicazione diventa uno strumento di cura. Una parola riconoscente può trattenere una persona più di un aumento di stipendio; un feedback ben dato può trasformare un errore in un’occasione di crescita. È qui che entra in gioco il potere della facilitazione e dell’arte: usare strumenti come i LEGO non per giocare, ma per aprire spazi di dialogo, visualizzare problemi nascosti, costruire insieme soluzioni creative.
Purtroppo, spesso a guidare le aziende sono ancora modelli autoritari, rigidi, gerarchici. Questi modelli possono garantire ordine, ma non generano coinvolgimento. Impongono, ma non ascoltano.
Nella realtà complessa e fluida in cui viviamo oggi, questa rigidità diventa un ostacolo. Lo stesso vale per alcune leadership femminili, che – in ambienti maschili e competitivi – si sentono costrette a emulare i modelli maschili di potere: durezza, chiusura, mancanza di empatia. Quando una donna in posizione dirigenziale nega il valore della relazione, impone senza dialogare, esaspera la competizione tra colleghi, tradisce una grande opportunità: quella di proporre un modello nuovo, più sostenibile, basato sulla cura e sulla collaborazione.
La vera sostenibilità in azienda non è fatta di strategie astratte, ma di gesti quotidiani, di scelte relazionali, di cultura organizzativa. Non si tratta solo di non sprecare energia elettrica, ma di non sprecare le energie psico-fisiche delle persone. Di rispettare il tempo – non come quantità, ma come qualità. Un’ora vissuta in un ambiente tossico pesa più di una giornata produttiva in un clima sereno. Se i problemi del lavoro non vengono affrontati, li si porta a casa, nel corpo, nel sonno, nella vita familiare. Questo genera catene di disagio che tolgono orientamento, energia e motivazione.
Serve un nuovo equilibrio tra produttività e benessere. Un modello che tenga insieme etica ed estetica, come succede nell’arte: non basta fare cose giuste, serve anche che siano desiderabili, che abbiano senso, che siano vissute come belle. L’arte ci insegna proprio questo: ciò che emoziona, coinvolge. E ciò che coinvolge, rimane. In questo senso, la pratica partecipativa – come l’uso consapevole dei mattoncini LEGO – diventa un atto politico e culturale. Aiuta le persone a sentirsi parte di un processo, a riconoscersi come co-creatori di un futuro comune. Non si tratta solo di costruire modelli in scala: si tratta di costruire visioni, valori, direzioni condivise.
In conclusione, cura e sostenibilità hanno la stessa anima. E l’arte può essere la forma che questa anima prende nel mondo. Portare arte, gioco serio, facilitazione e relazione nei luoghi di lavoro non è un lusso, ma una scelta necessaria se vogliamo ambienti che non consumino, ma rigenerino le persone. Se vogliamo che le nuove generazioni non solo sopravvivano al lavoro, ma lo vivano come spazio di crescita, appartenenza e senso.
Perché – come ci insegnano i piccoli mattoncini colorati – anche con elementi semplici, se usati con immaginazione, si possono costruire mondi complessi, belli e sostenibili. Insieme.

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Una lettura di Cristina Bove

28 martedì Ott 2025

Posted by maria allo in La società, Podcast, POESIA

≈ 3 commenti

Questo post aderisce all’iniziativa Contro ogni guerra

Cristina Bove legge una sua poesia

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